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Giovanni Verga (1840-1922)

Verga, nato in provincia di Catania (Vizzini), è il maggior rappresentante del movimento letterario del Verismo. Verga fu sempre profondamente legato alla sua Sicilia, in cui ambientò le sue opere, ma visse anche a Milano, dove poté confrontarsi con gli scapigliati.
Al periodo in cui entrò in contatto con la Scapigliatura risale “Storia di una Capinera”. Esso è un romanzo epistolare in cui ricostruisce la storia di una ragazza di famiglia povera, Maria, orfana di madre e padre risposato. Il padre, debole, accetta la proposta della moglie di mandare sua figlia in collegio/monastero a studiare. La capinera è un uccello che ha sulla testa un piumaggio nero (può essere ricondotto al velo nero delle suore). Come l’uccellino non può vivere in gabbia, lei non può vivere in un monastero.
L’aspetto scapigliato e anticonformista sta nella rottura delle istituzioni e nel fatto che la protagonista, nonostante diventi suora, si innamori di un uomo, Nino.

Verga, intorno al 1870, venendo a contatto con il caposcuola del Verismo, Luigi Capuana, e con Federico De Roberto (Processi Verbali), cambia prospettiva e diventa verista.
La sua prima novella verista è “Nedda”, raccoglitrice di olive.
Una delle sue novelle più conosciute è “Rosso Malpelo”, in cui presenta la storia di un ragazzo che lavora in una cava in Sicilia, esponendo così il tema del lavoro minorile. Le frasi dei personaggi ci fanno capire come la società vivesse sulla logica della sopraffazione del più debole (darwinismo sociale).

“La Lupa” è un’altra novella, incentrata sul tema della sessualità. Essa racconta la storia di una donna che veniva chiamata Lupa perché non era mai sazia delle relazioni con gli uomini. Ella si innamora di un uomo che fa sposare alla figlia, il quale dopo svariate tentazioni decise di ucciderla.
In Dante la lupa era simbolo di avarizia. In Petronio la lupatria era Fortunata, moglie di Trimalchione.
Altre importanti novelle sono: “La Roba”, in cui Verga esaspera i temi del duro lavoro e dell’attaccamento ai beni materiali (Mazzarò, che in punto di morte uccide tacchini e anatre per portarle con sè); “Libertà”, in cui descrive la tensione sociale del Meridione, riportando la rivolta nel paese di Bronte dopo la Spedizione dei Mille, dove i contadini erano andati ad uccidere i signori, sedata poi da Nino Bixio.
Giovanni Verga inizia poi a scrivere il Ciclo dei Vinti, una raccolta di 5 romanzi (“I Malavoglia”, “Mastro Don Gesualdo”, “La Duchessa di Seyra”, “L’Onorevole Scipioni” e “L’Uomo di Lusso”), interrotta però al terzo.

Il titolo del Ciclo dei Vinti doveva essere “La Marea”.

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