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Giovanni Verga - Vita e opere

Nato a Catania nel 1840 da famiglia medio-borghese, Verga frequenta negli anni ’50 le lezioni di don Antonio Abate, poeta e patriota, che conferiscono alle sue prime opere (Amore e patria, I carbonari della montagna) accezioni romantico-patriottiche. Influenzato da questo patriottismo, si iscrisse nel 1860 alla Guardia Nazionale in Sicilia, in seguito all’arrivo dei Mille di Garibaldi. Fonda insieme ad altri un settimanale politico, la “Roma degli Italiani”, di orientamento unitario e antiregionalistico. Tuttavia permane in lui la vocazione di narratore, che lo porta a pubblicare diverse opere e dopo due soggiorni a Firenze pubblica nel 1871 la Storia di una capinera, che ottenne grande successo e che gli permise di trasferirsi a Milano l’anno seguente.
Questa fu una svolta fondamentale della sua vita, poiché Milano era una città di editoria e giornalismo, e Verga vive il tipico topos biografico dei letterati siciliani, ossia provare il “fascino del continente”. Questo significò però anche un abbandono della terra natale, cioè una lacerazione del proprio mondo, simboleggiato dalla lontananza (anche se in realtà, pur restando a Milano per 20 anni, torna ogni estate a Catania). A Milano Verga 30enne frequenta i salotti letterari, ha esperienze mondane, nonché rapporti con letterati illustri del tempo. Frequenta gli scapigliati e Cameroni, con il quale manterrà una corrispondenza epistolare; nel frattempo, continua a pubblicare opere: queste sono letteratura d’intrattenimento, rivolta al pubblico borghese. Nel 1887 si trasferisce a Milano anche Capuana, conterraneo e amico di Verga, narratore ma anche critico, affascinato dalle suggestioni straniere. In questi anni vengono a galla le insufficienze del Risorgimento e la questione meridionale diventa di interesse nazionale: ciò evidentemente influisce su Verga, che pubblica una raccolta di novelle, Primavera e altri racconti e Rosso Malpelo, uscito sulla rivista “Il Fanfulla” (1878). Nella fase matura Verga si orienta verso una realtà umile, provinciale (il mondo siciliano) dalla quale scaturirono La vita dei campi (1880) e I Malavoglia (1881). Quest’ultima venne concepita inizialmente come prima di un ciclo di opere, chiamato “I Vinti”, che comprendeva I Malavoglia, Mastro Don Gesualdo, La duchessa di Leyra, L’Onorevole Scipioni e L’uomo di lusso, vinti perché “la corrente li ha deposti sulla riva, dopo averli trascinati e annegati”.

Nonostante l’entusiastica recensione di Capuana, l’opera non ottenne successo. Per riguadagnare il favore del pubblico, Verga abbandona i temi e le tecniche narrative de I Malavoglia per scrivere Il marito di Elena con modalità tradizionali, segno che il gusto del pubblico influiva molto sulla produzione letteraria. Verga provò tuttavia a continuare il ciclo, pubblicando dopo una lunga elaborazione il Mastro Don Gesualdo (1890). Sebbene godesse di una tranquilla situazione economica (grazie a Cavalleria rusticana) Verga non riuscì a completare il ciclo, fermandosi al La Duchessa di Leyra, le cui pagine non prendevano forma, non “quagliavano”. Nel 1893 si stabilì definitivamente a Catania, e morì nel 1922 nella casa dove aveva sempre vissuto.

PRIMA FASE MONDANA

Verga ottenne notorietà e successo con opere di intrattenimento nei primi anni a Milano: questi romanzi trattavano di passione amorosa travolgente, vissuta conflittualmente, tipologie femminili di bellezza e bizzarria, lussuria e godimento della società; il mondo dell’arte, del giovane artista che cerca di affermarsi (che sostituisce il patriottico della primissima produzione) il tutto con intrecci improbabili, mirati a coinvolgere il lettore per illuderlo di vivere una storia intensa. Nelle opere suddette sono però presenti delle componenti che fungono da presagio del Verga verista, come la valorizzazione dei modesti ma sereni affetti familiari (per la madre, in Una peccatrice).

LA “CONVERSIONE”

Il sostanziale distacco da tale produzione avviene nel 1874 nel bozzetto siciliano Nedda, e si realizza pienamente nelle novelle I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo. La conversione fu oggetto di riflessione della critica, che l’ha attribuita a un mutamento etico di Verga, una crisi umana, nausea per una società di ricchi mondani, di godimento e di frivolezze, che provocava disagio negli intellettuali meridionali. La visione di vita della civiltà rurale vedeva un rifiuto delle novità e la sfiducia nell’agire umano: era un pessimismo con la consapevolezza che chi cambia è destinato a fallire, secondo l’ideale dell’ostrica, meglio espresso come motto degli antichi: munnu è statu e munnu è.

REALTÀ SICILIANA

Nelle opere della maturità, l’oggetto di rappresentazione è la realtà sociale siciliana, la vita misera di pescatori e braccianti, lo scontro con i “galantuomini” e gli intrighi di questi.

VITA DEI CAMPI


CAVALLERIA RUSTICANA - Amore adultero di Lola per Turiddu, ucciso dal marito Alfio, tradito;
FANTASTICHERIA - Un ideale dialogo con una raffinata interlocutrice che presenta I Malavoglia; ROSSO MALPELO - Rosso Malpelo, ragazzo dai capelli rossi, vive in una famiglia che lo tratta male, ed è legato solo al padre Matru Misciu (detto Bestia) con cui lavora in una cava. Dopo la morte del padre, arriva nella cava un ragazzino, Ranocchio, che Malpelo picchia continuamente (in realtà è legato a lui, vuole insegnargli a difendersi - lo aiuta nei lavori pesanti e condividono il cibo). Alla morte improvvisa di Ranocchio, Malpelo rimane solo, e scompare esplorando una galleria sconosciuta. La vicenda vuole mostrare l’inesorabile violenza che regalano i rapporti fra uomini, che Verga condivide.

NOVELLE RUSTICANE

LA ROBA - Questa novella è incentrata sulla figura di Mazzarò, un abbozzo di Mastro Don Gesualdo,
che è vissuto solo per accumulare “roba”, e in punto di morte è angosciato dalla separazione.

I MALAVOGLIA

La famiglia dei Malavoglia: padron ‘Ntoni, Bastianazzo, la Longa, ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Padron ‘Ntoni compra a credito dallo zio Crocifisso un carico di lupini per rivenderli, ma la barca sulla quale vengono caricati, la Provvidenza, naufraga e Bastianazzo muore. I Malavoglia sono declassati socialmente e oggetto di pettegolezzi. La cugina Anna però non li abbandona, e neanche Alfio Mosca, amante di Mena. La Provvidenza però viene recuperata e riparata, e torna in mare, e padron ‘Ntoni combina il matrimonio di Mena con Brasi Cipolla, benestante che consente di pagare parte del debito. Luca muore in battaglia, lo zio usuraio riscuote espropriando la casa del nespolo e padron ‘Ntoni la vuole recuperare. ‘Ntoni si invischia con contrabbandieri, e uccide don Michele, brigadiere locale e amante di Lia. ‘Ntoni va in carcere, il nonno muore in ospizio e Alessi e Mena, che lavorano sodo per riacquistare la casa. Quando ‘Ntoni torna, riparte perché si è autoescluso da quel mondo.

Delle due prefazioni che l’autore spedì alla Treves, fu scelta la prima: Verga presenta il racconto come studio (riferimento a Zola) di come dovrebbe nascere il benessere, di come si potrebbe star meglio. Verga afferma che man mano che la ricerca del meglio cresce, si propone obiettivi sempre più alti:
• Nei Malavoglia è solo una lotta per i bisogni materiali;
• Da bisogno, la ricerca diventa avidità (borghese) in Mastro Don Gesualdo;
• Questa ricchezza diventa poi vanità nella Duchessa di Leyra; Ciclo dei Vinti • L’Onorevole Scipioni, con l’ascesa in politica, dimostra troppa ambizione;
• L’uomo di lusso riunisce tutte queste bramosie, le sente nel sangue, ne è consunto.
Verga rifiuta categoricamente la fiducia nel progresso naturalistica: a ciò contribuì anche l’etica della realtà siciliana, codificata nei “motti degli antichi”. Sempre nella prefazione, afferma che il progresso è “grandioso nel suo risultato, ma solo se visto nell’insieme”, tendeva cioè a portare l’attenzione sul prezzo che bisogna pagare. Inoltre, nella grande maggioranza dei casi, l’uomo è mosso da bisogni immediati, non da ideali. Al negativo di società e storia Verga non ha alternative (è molto pessimista). Il narratore si presenta come espressione del mondo che descrive, dimostra di conoscerne i valori che lo regolano (c’è affinità con il mondo narrato); si indirizza a un pubblico che fa parte di quel mondo o che quantomeno conosce quel mondo; rispetta il canone dell’impersonalità e non interviene per dare giudizi; ha un’estrema disponibilità di avvicinamento ai personaggi, ne ingloba ottica e linguaggio. Viene inoltre utilizzato il discorso indiretto libero: questo non è isolato da virgolette, non dipende dai verbi del dire o del pensare e comporta cambi di tempi verbali, persona e indicatori spazio-temporali. Con questa tecnica il narratore si esime dall’intervenire e si fa emergere l’individualità dei personaggi.

MASTRO DON GESUALDO

Gesualdo Motta, dopo un’infanzia di sacrifici è un ricco uomo d’affari che aggiunge il titolo di “Don” al “mastro” della sua condizione iniziale. Sposa Bianca Trao, discendente di nobili decaduti che ha avuto una relazione con don Ninì, figlio della baronessa Rubiera, che però combina il matrimonio con don Gesualdo perché non la vuole come nuora. La solidarietà economica che mastro don Gesualdo si aspetta dal matrimonio non arriva, anche se lui ha abbandonato la fedele Diodata. La figlia Isabella, educata in un collegio, scappa con un cugino ricco di belle parole, ma povero di sostanze, e Gesualdo cerca di combinarle un matrimonio “riparatore” con un anziano aristocratico palermitano. Durante la rivoluzione del 1848 tutti a Vizzini sono contro don Gesualdo, che continua i suoi affari, ma è sempre più amareggiato dal matrimonio della figlia e dalla malattia della moglie. Alla morte di Bianca, anche lui si ammala, e va in campagna fra aranci e vigne, testimonianze della sua “roba” ma il male è troppo forte, e il genero lo trasferisce a Palermo. Relegato in un mezzanino, muore, solo, aspettando la figlia.
La novità più rilevante dell’opera è la molteplicità dei punti di vista. Nei Malavoglia la vicenda veniva narrata, se non da un solo narratore, attraverso un sistema di valori e di cultura unitario; in Mastro don Gesualdo c’è la voce narrante di un ideale popolano di Vizzini, ma anche un’altra più solidale con l’autore, di cui esprime il punto di vista (mascherandolo dietro modalità popolari, per non tradire il canone di impersonalità). Oltre ai punti di vista del narratore c’è anche quello del protagonista.
ELLISSI - Nei Malavoglia il racconto fluisce con continuità, mediante i discorsi corali; nel Mastro invece si assiste alla tecnica dell’ellissi, ovvero l’eliminazione di tutti i nessi e le circostanze/sviluppi che portano da un momento dell’azione a un altro: se ne ottiene una trama divisa per grandi blocchi narrativi (4 - ascesa, pienezza, crisi e fine del protagonista).

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