saggio breve su Verga

Saggio breve su Giovanni Verga


In un breve saggio si conduca un confronto tra i due romanzi veristi di Giovanni Verga: “I Malavoglia e “Mastro don Gesualdo”.

Il saggio può articolarsi nei seguenti punti:

1) Il declino della stagione verista.
2) Il mito della “roba”.
3) Dalla “coralità” dei Malavoglia alla solitudine del protagonista del secondo romanzo verghiano.
4) Il pessimismo verghiano.

La “poetica” verista si chiude, sostanzialmente, con il romanzo Mastro-don Gesualdo, che segna anche l’inizio del rifiuto dello scrittore a portare a compimento il ciclo dei “vinti”. Il suo pessimismo crescente, infatti, lo indusse a desistere da ogni proposito letterario, come egli stesso ebbe a riferire, qualche anno prima della morte: Felici non si è mai. Sentite: il mio grande dolore è quello di non aver potuto finire il ciclo dei "vinti".
Il Mastro-don Gesualdo, a differenza dei Malavoglia, si inserisce nel filone del romanzo borghese europeo attraverso lo sviluppo di temi tipici: l’ascesa sociale dell’individuo di umili origini e la decadenza di una famiglia aristocratica.

Il protagonista del secondo romanzo, Gesualdo Motta, che campeggia in scena dall’inizio alla fine, è l’epica rappresentazione di un eroe primitivo, teso a difendere il “mito” della roba. Nell’eroico sforzo di conquista della roba e di promozione sociale è, dunque, tutto lo spessore morale del personaggio che, tuttavia, si illude di poter colmare l’abissale divario con i nobili del suo paese, sposando Bianca Trao, discendente di una famiglia di marchesi, ormai caduta in rovina. Ma il matrimonio segna anche la sconfitta dolorosa e “predestinata” dell’uomo, costretto ad assistere al crollo della sua promozione da mastro a… don; di ex plebeo teso, invano, ad entrare nella cerchia dei galantuomini che, tuttavia, ne prendono le distanze, nel nome di un’”antica” differenza di classe, che neppure la roba può colmare. Gesualdo, dunque, è condannato alla sconfitta ed alla sofferenza, accettando, tra l’altro, anche il “peso” di una figlia non sua (Isabella), destinata ad odiarlo e a disprezzarlo, come sua madre; entrambe testimoni e giudici implecabili dell’insanabile inconciliabilità della loro classe sociale con quella dell’”ex mastro”. Il matrimonio di Bianca e Gesualdo è anche la reciproca espiazione degli errori e delle colpe di entrambi, per aver infranto, ciascuno a suo modo, le leggi primordiali, ed inviolabili, delle rispettive classi sociali: l’una offendendone l’”apparato” borghese e sociale, l’altro cercando di “consacrare” la roba accumulata, con il “suggello” di uno stemma nobiliare.
Altro motivo dominante del romanzo, che fa da pendant a quello della roba è, dunque, la solitudine sconfinata e “mitica” del protagonista, colto tra bagliori di luci ed ombre che, se ne sottolineano il gigantismo scenico, contribuiscono, altresì, a definirne le intime lacerazioni, man mano che la vicenda giunge al suo tragico epilogo.
La fine dei Malavoglia, pur nell’atmosfera di dolente mestizia che accompagna la partenza di ‘Ntoni, suggerisce, comunque, la volontà di una lenta catarsi, attraverso le figure di Alessi e Mena, intenti a ricostruire faticosamente il focolare domestico e a ridare vita e dignità ad un “mito” infranto da “eroi-antieroi” (‘Ntoni e Lia) che, incautamente, hanno deciso di contrapporvisi, rinnegandone le leggi primordiali. In Mastro-don Gesualdo invece, alla coralità dei Malavoglia, fa da contrappunto la disperata solitudine dell’eroe, condannato a morire con lo stesso mito che ha incarnato, offrendosi ad esso come olocausto di una causa “legittima”, ma perdente, perché, appunto, fuori dalla storia dei “vinti” e nell’acquiescente accettazione di una sconfitta predestinata…
Si rileva, in Gesualdo morente, il titanismo di chi si contrappone eroicamente, ma invano, alla divinità, forse già inconsciamente consapevole dell’errore commesso e della punizione prestabilita. Mastro-don Gesualdo muore solo, sotto lo sguardo indifferente e inquisitore dei domestici (Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi …), nel vano e disperato tentativo di trasmettere ad Isabella, nell’attimo estremo, la roba accumulata, affinché il frutto del sudore di tutta una vita non venga dilapidato, come già d’altra parte sta accadendo, dal marito di questa (il duca di Leyra) e dagli altri parassiti e “avvoltoi”, che si affollano numerosi in attesa della sua fine. Tuttavia, ancora una volta, i due modi si scontrano, entrambi custodi gelosi di troppo diverse e radicali realtà. Se nello sguardo di padron ‘Ntoni morente c’è la nostalgia disperata di un mondo che, nonostante tutto, egli sente continuerà a vivere attraverso il riscatto della casa del nespolo; nello sguardo afflitto di Gesualdo si legge la tristezza amara della sconfitta e della solitudine in cui, tuttavia, ancora sopravvive, pur nella certezza della fine, il ricordo della sua roba…Questa, infatti, testimonia la presenza, nell’animo dell’uomo, non di mera cupidigia, quanto, piuttosto, di un religioso e sacro valore attribuito al frutto della propria fatica; a cui il protagonista “si affanna” ad affidare, nell’angosciante delirio della morte, la disperata volontà di scatto dall’umile condizione di “vinto”, che lo perseguita ancora…: le povere terre nude che bisognava arare e seminare; i mulini, le case, i magazzini che aveva fabbricato con tanti stenti, con tanti sacrifici, un sasso dopo l’altro… Chi avrebbe potuto difendere la sua roba dopo la sua morte, ahimé, povera roba!...
Dalla coscienza, amara e disperata, del dolore di Gesualdo emerge, in altrettanta solitudine, il pessimismo di Verga. Lo scrittore, abbandonata la dolente e mesta pietà dei Malavoglia, si avvia, anch’egli, verso il limite di una rinunzia sofferta e irrevocabile; che è anche il segno della presa di coscienza di una sconfitta che non consente all’artista di indagare oltre quel mondo di “vinti” i quali, ormai, non hanno più storie, né dolori, da raccontare alla sua arte. Il loro silenzio, infatti, è già tutto narrato nelle lacrimae rerum; in una religione oscura e primordiale, che non cede alla pietò del dolore, perché, di quel dolore, è artefice e custode inaccessibile.

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