Concetti Chiave
- Il declino del verismo è segnato dalla crescente rinuncia di Verga a completare il ciclo dei "vinti", esprimendo un profondo pessimismo riguardo alla felicità umana.
- In "Mastro-don Gesualdo", il protagonista rappresenta il mito della "roba", cercando di ascendere socialmente, ma alla fine si ritrova condannato alla sconfitta e alla solitudine.
- La coralità dei "Malavoglia" contrasta con la solitudine di Gesualdo, evidenziando la differenza tra la volontà di ricostruzione familiare e il destino tragico dell'eroe isolato.
- Il pessimismo di Verga emerge attraverso Gesualdo, il quale, pur cercando riconoscimento, accetta la sua condizione di "vinto" e vive una profonda desolazione.
- Verga comunica che i "vinti" non hanno più storie da raccontare, il loro silenzio è già narrato nel dolore, suggerendo una visione ineluttabile della vita e della sofferenza.
Indice
Qual è il Declino del Verismo?
In un breve saggio si conduca un confronto tra i due romanzi veristi di Giovanni Verga: “I Malavoglia e “Mastro don Gesualdo”.
Il saggio può articolarsi nei seguenti punti:
1) Il declino della stagione verista.
2) Il mito della “roba”.
3) Dalla “coralità” dei Malavoglia alla solitudine del protagonista del secondo romanzo verghiano.
4) Il pessimismo verghiano.
La “poetica” verista si chiude, sostanzialmente, con il romanzo Mastro-don Gesualdo, che segna anche l’inizio del rifiuto dello scrittore a portare a compimento il ciclo dei “vinti”. Il suo pessimismo crescente, infatti, lo indusse a desistere da ogni proposito letterario, come egli stesso ebbe a riferire, qualche anno prima della morte: Felici non si è mai. Sentite: il mio grande dolore è quello di non aver potuto finire il ciclo dei "vinti".
Il Mito della Roba
Il Mastro-don Gesualdo, a differenza dei Malavoglia, si inserisce nel filone del romanzo borghese europeo attraverso lo sviluppo di temi tipici: l’ascesa sociale dell’individuo di umili origini e la decadenza di una famiglia aristocratica.
Il protagonista del secondo romanzo, Gesualdo Motta, che campeggia in scena dall’inizio alla fine, è l’epica rappresentazione di un eroe primitivo, teso a difendere il “mito” della roba.
Nell’eroico sforzo di conquista della roba e di promozione sociale è, dunque, tutto lo spessore morale del personaggio che, tuttavia, si illude di poter colmare l’abissale divario con i nobili del suo paese, sposando Bianca Trao, discendente di una famiglia di marchesi, ormai caduta in rovina. Ma il matrimonio segna anche la sconfitta dolorosa e “predestinata” dell’uomo, costretto ad assistere al crollo della sua promozione da mastro a… don; di ex plebeo teso, invano, ad entrare nella cerchia dei galantuomini che, tuttavia, ne prendono le distanze, nel nome di un’”antica” differenza di classe, che neppure la roba può colmare. Gesualdo, dunque, è condannato alla sconfitta ed alla sofferenza, accettando, tra l’altro, anche il “peso” di una figlia non sua (Isabella), destinata ad odiarlo e a disprezzarlo, come sua madre; entrambe testimoni e giudici implecabili dell’insanabile inconciliabilità della loro classe sociale con quella dell’”ex mastro”. Il matrimonio di Bianca e Gesualdo è anche la reciproca espiazione degli errori e delle colpe di entrambi, per aver infranto, ciascuno a suo modo, le leggi primordiali, ed inviolabili, delle rispettive classi sociali: l’una offendendone l’”apparato” borghese e sociale, l’altro cercando di “consacrare” la roba accumulata, con il “suggello” di uno stemma nobiliare.
Altro motivo dominante del romanzo, che fa da pendant a quello della roba è, dunque, la solitudine sconfinata e “mitica” del protagonista, colto tra bagliori di luci ed ombre che, se ne sottolineano il gigantismo scenico, contribuiscono, altresì, a definirne le intime lacerazioni, man mano che la vicenda giunge al suo tragico epilogo.
Coralità e Solitudine
La fine dei Malavoglia, pur nell’atmosfera di dolente mestizia che accompagna la partenza di ‘Ntoni, suggerisce, comunque, la volontà di una lenta catarsi, attraverso le figure di Alessi e Mena, intenti a ricostruire faticosamente il focolare domestico e a ridare vita e dignità ad un “mito” infranto da “eroi-antieroi” (‘Ntoni e Lia) che, incautamente, hanno deciso di contrapporvisi, rinnegandone le leggi primordiali. In Mastro-don Gesualdo invece, alla coralità dei Malavoglia, fa da contrappunto la disperata solitudine dell’eroe, condannato a morire con lo stesso mito che ha incarnato, offrendosi ad esso come olocausto di una causa “legittima”, ma perdente, perché, appunto, fuori dalla storia dei “vinti” e nell’acquiescente accettazione di una sconfitta predestinata…
Si rileva, in Gesualdo morente, il titanismo di chi si contrappone eroicamente, ma invano, alla divinità, forse già inconsciamente consapevole dell’errore commesso e della punizione prestabilita. Mastro-don Gesualdo muore solo, sotto lo sguardo indifferente e inquisitore dei domestici (Pazienza servire quelli che realmente son nati meglio di noi …), nel vano e disperato tentativo di trasmettere ad Isabella, nell’attimo estremo, la roba accumulata, affinché il frutto del sudore di tutta una vita non venga dilapidato, come già d’altra parte sta accadendo, dal marito di questa (il duca di Leyra) e dagli altri parassiti e “avvoltoi”, che si affollano numerosi in attesa della sua fine. Tuttavia, ancora una volta, i due modi si scontrano, entrambi custodi gelosi di troppo diverse e radicali realtà. Se nello sguardo di padron ‘Ntoni morente c’è la nostalgia disperata di un mondo che, nonostante tutto, egli sente continuerà a vivere attraverso il riscatto della casa del nespolo; nello sguardo afflitto di Gesualdo si legge la tristezza amara della sconfitta e della solitudine in cui, tuttavia, ancora sopravvive, pur nella certezza della fine, il ricordo della sua roba…Questa, infatti, testimonia la presenza, nell’animo dell’uomo, non di mera cupidigia, quanto, piuttosto, di un religioso e sacro valore attribuito al frutto della propria fatica; a cui il protagonista “si affanna” ad affidare, nell’angosciante delirio della morte, la disperata volontà di scatto dall’umile condizione di “vinto”, che lo perseguita ancora…: le povere terre nude che bisognava arare e seminare; i mulini, le case, i magazzini che aveva fabbricato con tanti stenti, con tanti sacrifici, un sasso dopo l’altro… Chi avrebbe potuto difendere la sua roba dopo la sua morte, ahimé, povera roba!...
Pessimismo e Sconfitta
Dalla coscienza, amara e disperata, del dolore di Gesualdo emerge, in altrettanta solitudine, il pessimismo di Verga. Lo scrittore, abbandonata la dolente e mesta pietà dei Malavoglia, si avvia, anch’egli, verso il limite di una rinunzia sofferta e irrevocabile; che è anche il segno della presa di coscienza di una sconfitta che non consente all’artista di indagare oltre quel mondo di “vinti” i quali, ormai, non hanno più storie, né dolori, da raccontare alla sua arte. Il loro silenzio, infatti, è già tutto narrato nelle lacrimae rerum; in una religione oscura e primordiale, che non cede alla pietò del dolore, perché, di quel dolore, è artefice e custode inaccessibile.
Domande da interrogazione
- Qual è il significato del declino del verismo nella letteratura di Giovanni Verga?
- Come si sviluppa il mito della "roba" in "Mastro-don Gesualdo"?
- Qual è la differenza tra la coralità dei "Malavoglia" e la solitudine di Gesualdo?
- In che modo il pessimismo di Verga si riflette nei suoi personaggi?
- Qual è il ruolo della solitudine nel finale di "Mastro-don Gesualdo"?
Il declino del verismo segna la chiusura della poetica verghiana, culminando con "Mastro-don Gesualdo", dove il crescente pessimismo dell'autore lo porta a rinunciare a completare il ciclo dei "vinti", esprimendo il dolore di non aver potuto finire la sua opera (testo).
In "Mastro-don Gesualdo", il protagonista rappresenta un eroe primitivo che cerca di difendere il mito della "roba", ma la sua ascesa sociale si rivela illusoria, portandolo a una sconfitta predestinata, evidenziando l'inconciliabilità tra le classi sociali (testo).
Mentre "I Malavoglia" presentano una coralità e una volontà di ricostruzione, "Mastro-don Gesualdo" evidenzia la solitudine disperata del protagonista, condannato a morire con il mito che ha incarnato, senza possibilità di riscatto (testo).
Il pessimismo di Verga emerge attraverso la coscienza del dolore di Gesualdo, che rappresenta una rinuncia sofferta e irrevocabile, simboleggiando la sconfitta dei "vinti" che non hanno più storie da raccontare, evidenziando un silenzio già narrato (testo).
La solitudine di Gesualdo, che muore sotto lo sguardo indifferente dei domestici, sottolinea la sua tragica condizione e il fallimento nel tentativo di trasmettere il valore della sua "roba", simbolo della sua vita e della sua lotta (testo).