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I Malavoglia (1881)


Nella prefazione dei Malavoglia, Verga afferma la sua intenzione di rendere questa raccolta parte di un ciclo con lo scopo di analizzare le diverse classi sociali che collaborano al progresso. Egli infatti, con I Malavoglia, ma anche con le opere successive, vuole conoscere e descrivere i desideri insiti in individui di ambienti sociali differenti. In questo caso, la lotta per i bisogni materiali. Secondo l’autore essa porta ad un darwinismo sociale, non modificabile; un’opera grandiosa, in cui lo scrittore vuole soffermarsi su appunto i deboli, ovvero i “Vinti”. La storia racconta della famiglia dei Malavoglia, che vivono nel paesino di Aci Trezza. Il romanzo contiene precisi riferimenti storici, ma sottolinea le condizioni ancestrali di vita della famiglia e del paese, scandite dalla tradizione, da una profonda religiosità, e dalla ciclicità delle stagioni. Rompere questo ritmo, comporta nel romanzo ad una marea che travolge coloro che desiderano una condizione migliore. La famiglia si trova infatti, alla fine, nella stessa condizione di partenza, avendo tuttavia pagato un prezzo altissimo di sforzi e denaro, solamente per aver desiderato di più, per aver voluto diventare commercianti pur essendo pescatori. Qui Verga attua i principi esposti nei suoi manifesti attraverso la rinuncia a un narratore onnisciente, narrando la storia con impersonalità e con una coralità popolare. Egli utilizza inoltre un discorso indiretto libero, comprensibile al lettore grazie al linguaggio utilizzato, che ci permette di identificare i personaggi attraverso le loro caratteristiche psicologiche.

Successivamente a quest’opera, che viene accolta con disinteresse, Verga si dedica a opere più vicine ai gusti del pubblico, come Il marito di Elena, la cui narrazione si avvicina molto a quella Madame Bovary. In seguito, con Novelle Rusticane e Vagabondaggio, l’autore decide di non soffermarsi solamente su una determinata classe sociale, ma varia maggiormente, sottolineando sempre più la morale dell’utile e le sue conseguenze.

Mastro-Don Gesualdo (1888-89)


In questo romanzo, Verga scrive della vita di Don Gesualdo, un uomo proveniente da una condizione sociale modesta, che con ambizione si arricchisce e tenta anche attraverso il matrimonio, a farsi accettare come membro della classe nobile. Egli è un uomo avaro, attaccato alla sua “roba”, dopo la cui morte sulla sua lapide sarà inciso anche Mastro davanti al suo nome, perché Verga vuole sottolineare il destino di ognuno, quello dell’inevitabile ritorno al punto di partenza. L’autore infatti dedica alla vita di quest’uomo e alla roba la stessa conclusione, il primo sarà, nonostante i suoi sforzi, un “vinto”, e il denaro andrà nelle mani del genero. L’opera è divisa in quattro parti, che rappresentano quattro momenti differenti della vita di Mastro-Don Gesualdo. In questo caso però Verga si distacca leggermente dalla “legge” dell’impersonalità, per inserire raramente alcuni commenti autoriali, e dedicando il discorso indiretto libero quasi esclusivamente al protagonista, rendendolo così un individuo ancora più isolato. Rispetto alle opere precedenti, l’aspetto corale viene attenuato, sottolineando maggiormente la soggettività dei personaggi.

Il teatro


La produzione teatrale di Verga non fu particolarmente copiosa. Tuttavia, le opere teatrali che gli portarono maggior successo furono: una rielaborazione di Vita dei Campi, ovvero Cavalleria Rusticana, rappresentata per la prima volta nel 1884, e nella quale supera la divisione canonica in tre atti; ma anche La lupa del 1896.
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