Giovanni Pascoli e La Musicalità delle Parole


La musica e la poesia sono due forme d'arte che si amalgamano e si possono fondere in un'unica cosa. Entrambe nascono dall'ispirazione,entrambe danno emozioni. Poesia e musica, pur essendo due forme di linguaggio distinte, possono diventare un'unica cosa unendo gli strumenti della composizione poetica e le tecniche della composizione musicale dando vita, così, alla musicalità del verso. Uno dei maggiori esponenti del panorama letterario italiano del primo ‘900, che ha dato grande importanza alla musicalità del verso, è stato Giovanni Pascoli. La musicalità del verso pascoliano è evidente, specialmente, nelle liriche "Myricae" e nei "Canti di Castelvecchio", dove essa è una linea nascosta tra parola e suggestione sonora. Il poeta tende alla visione musicale della parola; non a caso, le sue tecniche compositive riconducono all'analogia della musica: ritmo, orchestrazione, accordatura fonica, ecc... In questo ambito non si può non accennare al fonosimbolismo, ovvero all'importanza degli aspetti fonici, cioè i suoni che accompagnano le parole che possono assumere significati autonomi, evocativi e allusivi, ecco, allora l'uso di onomatopee specialmente per la produzione di versi di uccelli, suoni di campane, ecc... Esempio di fonosimbolismo sono i versi della poesia "La mia sera" (Canti di Castelvecchio).
Don... Don... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano, Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era...
sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera.

In questo componimento, l'onomatopea che riproduce il suono delle campane e l'allitterazione del suono "do" danno musicalità ai versi. Sembra quasi una ninna-nanna in cui la nostalgia dell'infanzia e il desiderio di pace si confondono. Elemento importantissimo nei componimenti pascoliani è il silenzio. Il silenzio è una condizione del suono. In musica esistono tre tipologie di silenzio: le “pause", i silenzi di "attesa" della musica classica e quelli della musica contemporanea equivalenti al suono. I silenzi, in musica, quindi, sono necessari perché da essi irrompe la musica stessa. Così avviene nella poesia di Giovanni Pascoli dove il silenzio, sia nella forma metrica che tematica, ha un posto di rilievo, come si può vedere in alcune liriche di Myricae, ad esempio "Novembre". Pascoli, quindi, piuttosto che parlare di musica dà musicalità a soggetti che non sono capaci di produrre suoni con la parola come gli uccelli, il vento e così via, per cui egli attribuisce la qualità di far musica non ad un uomo ma a cose e a fenomeni naturali. Pascoli, infine, sfrutta appieno le sonorità delle parole a cui suggerisce significati che vanno oltre il contenuto del testo, significati suggestivi, evocativi e nascosti che esprimono tutto il fascino della poesia.

Novembre


Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate
fredda, dei morti.

"Novembre" è una poesia elaborata nel 1890 e inclusa nella prima edizione di Myricae del 1891 ed è composta da tre quartine. Nella prima strofa si ha un quadretto di natura apparentemente primaverile che rimanda a sensazioni visive e olfattive: l'aria tersa e il sole luminoso portano istintivamente a cercare gli albicocchi in fiore e così il profumo del biancospino. In realtà è novembre e gli alberi sono spogli: il reale non è quello che appare; la primavera è un'illusione. La realtà sfocia nell'immaginazione. Ciò sta ad indicare come la poesia di Pascoli è evocativa, suggestiva e illusionistica. Inoltre, si nota la precisione terminologica della natura: il poeta non parla di alberi ma di "albicocchi" e "prunalbi" (biancospini). Nella seconda strofa all'immagine illusoria della primavera subentra la reale stagione autunnale e qui prende il sopravvento la percezione visiva: il pruno è secco, le piante sono secche, nel cielo non volano uccelli. Anche in questi versi le parole hanno un significato che va al di là di quello puramente razionale, infatti dietro il paesaggio c'è l'immagine simbolica della morte. Immagine di morte è anche il silenzio che apre l'ultima strofa. Il silenzio non è mai assoluto e nel silenzio si sente "di foglie non cader fragile". Questi versi rimandano alla sensazione tattile e uditiva. La poesia si conclude con un ossimoro "é l'estate fredda,dei morti” (l'estate di San Martino,vicina alla ricorrenza dei morti). Questi versi stanno ad indicare come la poesia del Pascoli non è affatto una poesia semplice o almeno lo è apparentemente, in quanto pur essendo semplice cela complessi significati e rivela una sensibilità tormentata e complicata. In questa poesia G.Pascoli ha accostato due elementi fondamentali: il fascino della vita e il mistero della morte. Il fascino della vita si riscontra nella descrizione dell'autunno sotto sembianze primaverili. Il mistero della morte si nota nella fredda "estate di San Martino" che precede la ricorrenza dei morti. Novembre è una poesia che mette in evidenza l'angoscia esistenziale del poeta; un'angoscia che lo scrittore vive in seguito alla perdita dei suoi familiari che attendono che li raggiunga. In questo senso, quindi, la morte non è semplicemente assenza di vita ma è soprattutto il passaggio in un mondo misterioso.

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