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Con Novembre, Scalpitio e L’assiuolo ci troviamo davanti a tre emblematiche poesie in cui Pascoli tratta il tema a lui caro della morte. Come è però solito fare, nei tre testi il poeta studia questo argomento sotto diversi punti di vista.
Partiamo da Novembre: il tema portante della poesia è il contrasto tra l’apparenza e la realtà. L’autore si immagina infatti un paesaggio idilliaco e primaverile, simbolo della rinascita e della vita, per poi constatare che, nella realtà, si trova alle porte dell’inverno nel periodo cosiddetto dell’estate di San Martino. L’utilizzo di un paesaggio come sfondo alle proprie poesie è un elemento molto ricorrente nella poetica di Pascoli, così come l’uso sviluppato del senso visivo e di quello uditivo, tant’è vero che ritroviamo entrambi questi aspetti sia in Scalpitio che ne L’assiuolo. La poesia può essere letta proprio come uno confronto tra la vita e la morte, nel quale Pascoli raccomanda ai propri lettori di non illudersi di fronte alla precarietà della vita e alla gioia passeggera che essa porta con sé, ma di arrendersi alla realtà di morte che lui va proprio a confermare nell’ultima strofa. Due possibili parole chiave sono cader e sembra. La parola cader, che troviamo nell’ultima strofa, ci sottolinea infatti un importante aspetto sia della vita di Pascoli che della poesia: il verbo stesso cadere, attribuito in questo caso alle foglie, implica non un’assenza ma una perdita, un qualcosa che prima c’era e ora non c’è più. Non risulta difficile attribuire un termine simile alla vita umana, nel suo iniziare e nel suo finire immediato, proprio come è successo a tutti i cari defunti di Pascoli. Ritornando al concetto di illusione, Pascoli usa il verbo sembra, altra parola chiave, per rimarcare che nulla di tutto ciò che vediamo o sentiamo può essere considerato realtà assoluta, anzi, resta solo un’illusione e un’apparenza.

In Scalpitio l’autore inizia descrivendo uno scenario arido e pauroso: un deserto abitato solo da ombre di uccelli smarriti. L’unico rumore che si percepisce è quello di alcuni zoccoli di cavallo che si avvicina rapidamente. Gli uccelli fuggono, ma nessuno ha idea di chi sia il cavaliere misterioso al galoppo. Pascoli crea efficacemente un’atmosfera di suspense che suscita nel lettore la curiosità di conoscere l’identità dell’uomo. Nell’ultima strofa il poeta riprende gli stessi versi della prima, rivelando una volta per tutte (e ripetendolo tre volte) chi è il cavaliere che corre nel piano: la Morte. La poesia vuole suggerirci che, mentre le creature fuggono impaurite senza capire cosa rappresenti il cavaliere, l’uditore - in cui Pascoli stesso si immedesima - lo conosce bene e lo teme perché sa che prima o poi lo raggiungerà. La scena rappresentata è angosciosa, dominata dal sentimento di un male irreparabile e incombente, e molto più sofferta delle scene descritte nelle altre poesie. In Scalpitio Pascoli dà fisicità e concretezza alla morte, tant’è che la chiama con la M maiuscola, quasi fosse una persona in carne ed ossa e con un nome, mentre nelle sue altre liriche notiamo che si “limita” ad evocarla come presenza nella vita dell’uomo. Parole chiavi della poesia sono galoppo, da interpretare come l’avvicinarsi ineluttabile e incalzante della morte, e la parola deserto, descritto come “infinito; tutto ampio, tutt'arido, eguale […]”. La Morte è proprio in questo deserto che cavalca per avvicinarsi all’uomo, lungo il piano su cui l’uomo stesso ha camminato, come a intendere che dal momento in cui siamo partiti, cioè il giorno in cui siamo nati, è iniziata anche la nostra attesa all’incontro con la Morte, che cavalca dietro di noi e che può raggiungerci da un momento all’altro. Pascoli sfoga sin dall’inizio tutta la sua angoscia, mentre non accade lo stesso in L’assiuolo, dove il poeta ricorre all’uso di un climax ascendente. In questa poesia, l’atmosfera si rivela subito cupa e lugubre e una notte lunare fa da sfondo al paesaggio naturale che Pascoli osserva e interiorizza. La poesia delinea un percorso simbolico che parte dalla raffigurazione impressionistica della natura, si sofferma sullo stato d’animo del poeta e si conclude con un’immagine di morte che eterna l’idea atea di Pascoli. Questa crescita è denotata dalle parole presenti nei penultimi versi delle tre strofe: voce, singulto e pianto. Tutto il componimento è però condotto dal tetro verso dell’assiuolo, chiù, presagio di angoscia e morte. La parola morte dell’ultima strofa delinea il tema portante della poesia, termine che però raggiunge completezza solo grazie al climax che inizia nella prima strofa. Il pianto stesso diventa allora chiave del componimento intero.
Elemento comune delle ultime due poesie è la presenza di una domanda esplicita. In Scalpitio la domanda non chiarisce bene il suo intento: sembra apparentemente che si stia domandando cosa possa essere la figura che si sta avvicinando. In L’assiuolo, invece, è molto evidente l’essenzialità dell’interrogativo che si pone: è forse vero che le porte dell’oltretomba non sono più varcabili una volta morti? C’è ancora speranza per gli uomini? L’incertezza trova risposta nel pianto di morte che accoglie i defunti nell’aldilà.

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