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La mia sera


è una poesia metafora della vita di Pascoli. Durante la giornata c’è stato un temporale, adesso è sera, il cielo si rasserena, le nuvole diventano rosa da nere che erano e lui se ne va a spasso per la campagna e gli viene un’idea che nella poesia è suggerita: la sua vita è come quella giornata, tempestosa nella giovinezza, piena di guai e di lutti e serena della vecchiaia. Alla fine della poesia cominciano a suonare le campane e questi rintocchi gli ricordano la sua infanzia perché sembra che il don don delle campane sembra un invito alle campane di dormire e si ricorda di quando era bambino quando l’ultima cosa che sentiva era la voce di sua madre quando calava la notte. Una metafora in cui una situazione metereologica si trasforma nel simbolo di una vita che è stata molto tormentata e ha trovato un po’ di serenità nella maturità.
Dal punto della vista della forma ogni strofa finisce con la parola sera (allitterazione).

Il giorno è stato pieno di lampi ma adesso verranno le stelle nella notte silenziosa, si mettono in contrapposizione il giorno tempestoso e fragoroso e la quiete della sera. Nei campi c’è un breve gr egre di ranelle, un’onomatopea per dire che gracidano. Le foglie dei pioppi tremanti sembrano attraversate da una leggera gioia. Devono spuntare le stelle nel cielo dai colori così tenero e vivo, e il verbo aprire ci fa pensare alle stelle come se fossero fiori. Là presso le allegre ranelle singhiozza monotono un corso d’acqua. “ di tutto quel cupo tumulto “ di tutta quel temporale violento non resta che un singhiozzo la sera. Quella tempesta che sembrava non finire mai è finita in un corso d’acqua che canta. Dei fulmini sottili restano cirri rossi e dorati. O stanco dolore riposa, esorta se stesso, il dolore che lo tormenta a placarsi. La nube nel giorno più nere sono quelle che vedo più rosa al calare della sera, metafora tra l’inizio della sua vita così burrascoso e la fine della sua vita. Che voli di rondini intorno, che gridi nell’aria serena, il fatto che durante il giorno non hanno potuto procurarsi del cibo rende più lunga la garrula cena, ricerca del cibo così piena di allegria. La parte pur così piccola i nidi non l’hanno avuta durante il giorno, e neppure io l’ho avuta la mia parte di gioia nella mia vita. E che voli e che gridi mia limpida sera. Don don, le campane rintoccano nella sera mi esortano a dormire e sembrano canti di culla che fanno che io torni come nell’infanzia e sentivo mia madre e poi nient’altro mentre la sera calava.

= Lungo l’Affrico di D’Annunzio: elementi che accumunano le poesie: il fatto che è una sera in cui il cielo si rasserena dopo una giornata di pioggia, le rondini, il corso d’acqua, pioppo con le foglie tremolanti di gioia. Quella di Pascoli la metrica è più tradizionale e il linguaggio quotidiana e D’Annunzio usa un linguaggio costruito. Sono due sensibilità diverse D’Annunzio vuole meravigliarci e stupirci con la sua abilità e Pascoli mira a condividere con noi una certe emozione o sensazione. In Lungo l’Affrico d’Annunzio vuole dirci che tutta la Terra pare argilla offerta all’opera d’amore quindi è un’esplosione di vitalità e il poeta ne fa parte del paesaggio, le rondini sembrano volare attorno a lui cose se fosse il centro dell’universo. Pascoli osserva la natura e alla fine lui scompare con questa regressione all’infanzia del bambino che si addormenta e non sente più nulla. Sono due poeti agli antipodi.

C’erano temi di argomento storico, una serie di poesie che rievocavano il mondo greco e latino. Sono poesia in cui si pensa all’antichità con la sensibilità del tempo in cui l’autore scrive. Racconta la storia di una schiava che allatta il figlio e il figlio del padrone, questi due bambini che sono simili che crescono insieme come fratelli saranno un domani un uomo libero e uno schiavo.

Alexandros


Una poesia in cui c’è il tema del destino. La poesia è divisa in diversi brani. Si immagina che Alessandro sia arrivato alla fine delle sue conquiste. Era Alessandro il Macedone, figlio del re di Macedonia Filippo il Macedone. Nelle tombe a Verghina in Grecia ci sono le tombe dei re e li c’era un’urna che conteneva i resti dei re . Alessandro Magno era stato educato da Aristotele, ad un certo punto suo padre ha lasciato il regno e a 16 anni ha dovuto sostituirlo. Aristotele gli ha donato l’Iliade e alla morte del padre gli ha fatto un funerale come quello di Achille. Nelle urne c’erano i resti di questi re e le corone d’oro: il re un ramo di quercia d’oro e quello della regina di fiori sempre d’oro. I corredi di piatti, le stoviglie di re tutti d’argento che luccicano come se fossero state fatte in questo tempo.
Suo padre si mette in mente di conquistare la Grecia ma dei nobili lo uccidono. Alessandro a 20 anni prende il comando del paese, conquista la Grecia, dichiara guerra alla Persia e riesce a sconfiggere il re dei persiani e sposa una figlia di questo re e favorisce il matrimonio tra i suoi soldati e le donne nei paesi conquistati in modo da fondere le nazionalità. Conquista anche l’Egitto e nel giro di 13 anni fonda un grandissimo impero. Voleva conquistare l’india ma i soldati gli chiedono di fermarsi e riposare, lui accetta ma si ammala e dopo pochi giorni muore di febbre salutando uno ad uno dicono i suoi soldati. Lui non aveva ancora un figlio, quindi il suo impero viene diviso tra i suoi generali chiamati diadochi (successori) e l’Impero si divide. Di lui rimane la sua idea di favorire una cultura comune tanto che fondava nei luoghi che conquistava città che si chiamavano Alessandria. La più famosa è quella d’Egitto, con una biblioteca che conteneva tutti i libri esistenti (le navi che passavano consegnavano i libri per poterli copiare), fino a quando non è andata a fuoco quindi ciò che conosciamo del mondo antico deriva da quel poco che è rimasto dopo l’incendio.

Pascoli immagina che egli sia arrivato al confine con l’India e che non ci sia altri da conquistare e dice era più bello quando c’era tanto più sogno” quindi quello che vale non è la conquista ottenuta ma il progetto, lo sforzo e l’impegno che si mette nella conquista. Il destino di Alessandro Magno è simboleggiato dal fatto che egli aveva un occhio azzurro e uno nero quindi per questo a Pascoli sembra che quello azzurro rappresenti il successo e quello nero il destino di morte. L’ultimo brano invece parla della Macedonia dove si immagina che le sorelle e la madre continuino ad aspettarlo e continuino a tessere per lui stoffe di lana e la madre ascolta con aria assorta i rumori che vengono dal bosco.

• senso del destino evidenziato dai suoi occhi e del sogno, momento che ha dimensioni maggiori della realtà
• senso del mistero che è ciò che domina la vita di tutti noi: madre che sembra interrogarsi sul destino di suo figlio, ragazze che filano la lana

Arrivato alla fine del mondo allora conosciuto si ferma a pensare a chi è e cosa ha fatto accorgendosi che in realtà il periodo migliore è stato quello della realizzazione del suo sogno, perché una volta che esso è realizzato non ha più l’infinita ombra che hanno i progetti, le cose su cui noi creiamo i nostri sogni.
Il componimento fu pubblicato sul Convito, poi fu compreso nella prima edizione dei Poemi Conviviali.

Parla Alessandro: Siamo arrivati, è la fine Finisterre, il limite estremo della Terra. O sacro trombettiere suona, sacro perché gli attori dell’antica Grecia erano considerati sacri. Non c’è altra terra da conquistare se non quella che si specchia in mezzo allo scudo (nello scudo si specchia la luna, l’unico pianeta che ancora potrebbero conquistare). O fanti, un pianeta errante e solitario a cui nessuno ha mai avuto accesso dall’ultima riva su cui siamo arrivati, l’ultimo lembo di terra, fiume-oceano senz’ombra (si pensava che la terra fosse piatta circondata da un grande fiume detto oceano), la Terra si fa meno nitida e sprofonda dentro la notte luminosa del cielo. I fiumi che ho attraversato, voi rispecchiate nella chiara acqua la foresta immobile, portate il cupo stormire delle foglie che rimane e si propagano. Ho attraversato molte montagne, dopo attraversate non sembrano così alte e sembrano molto più piccole vedendole dalla cima. I monti e i fiumi sono azzurri come il cielo e come il male, sarebbe stato meglio fermarsi, non voler andare oltre, sognare poiché il sogno è l’infinita ombra del vero: la realtà ha una misura finita ma il sogno rende possibile dilatare la nostra vita, sognando di fare molte cose è come se avessimo 100 vite. Il sogno ha una dimensione molto superiore a quella della realtà. Ricorda i momenti in cui lui ha attraversato queste vicende, era più felice quando davanti a lui c’era più cammino, era felice quando il suo destino non si era ancora compiuto e pensava di avere davanti a sé ancora grandissime prove. Il nostro accampamento era pieno di fuochi agitati dal vento nella notte, inseguivamo o mio capo di toro (nome di cavallo di Alessandro magno che si chiamava Bucefalo) il sole che tramontava come se potessero raggiungerlo. Filippo di Macedonia suo padre, io non sapevo dove sarei arrivato quando sono partito, un canto sacro tra gli altari intonava il flautista un canto, desiderio potente di andare oltre la morte e fare qualcosa che potesse durare anche dopo la sua morte e il suono è presente nel suo cuore come nella conchiglia il rumore del mare, ricordo di qualcosa di enorme. Questo motivo sembra passare sulla sua testa ed invitarlo ad andare avanti ma è arrivato al confine del mondo, al nulla e il canto passa e poi svanisce lontano. Quello che ha conquistato non gli basta ma non c’è nient’altro.

E così piange poiché è giunto sfinito, piange dall’occhio nero come la morte e da quello azzurro come il cielo: gli occhi è come se dicessero i due aspetti del suo destino: ottenere risultati che nessuno ha ottenuto e perderli in un attimo poiché è morto a 33 anni. Dentro di lui lotta con il fatto che la speranza gli sembra svanita ma desidererebbe comunque che si fosse qualcosa da conquistare. Sente animali feroci che fremono distanti che non capisce che significano in realtà il mistero.

Nell’Etiro, in Macedonia aspra e montagnosa sono rimaste la madre di Alessandro che si chiama Olimpiade e le sue sorelle per Alessandro che è assente la lana di Mileto. A tarda notte tra le ancelle sempre al lavoro fanno vuotare il fuso con le dita bianche come la cera e il vento passa e passano le stelle e tramonta la notta. Queste ragazze che filano sono una rievocazione delle Parche che nell’altica Grecia erano le 3 divinità che presiedevano la vita degli uomini filando un filo fino alla morte. Il loro volere era un potere a cui non si poteva opporre nessuno. Olimpiade, la madre di Alessandro persa nei suoi pensieri ascolta una sorgente d’acqua che sembra le parli e le grandi querce che bisbigliano sul monte.

Assiuolo


è una poesia di Mirice, una raccolta a cui lui ha lavorato tutta la vita cambiandola e aggiungendo poesie. E’ un uccello piccolo che canta nella notte nel bosco e fa un canto monotono. In questa poesia si descrive questo canto che prima è un semplice cinguettio tanto che usa l’onomatopea “chiù” e il paesaggio attorno è fatto di ombre in quanto paesaggio notturno, poi si trasforma prima in un singhiozzo poi in un presagio di morte condizionando lo stato d’animo di chi lo interpreta.

La luna ancora non si vedeva nel cielo ma tutto era soffuso di una luce perlacea (Sera fiesolana) e il mandorlo e il melo sembravano ergersi per arrivare a vedere la luna (sua alberi dai fiori bianchi). Venivano dei lampi come soffi da delle nuvole nere lontane. Veniva una voce, chiù. Rare stelle si vedevano luccicare in mezzo ad una nebbia del colore del latte. Sentiva il cullare del mare e un fru fru tra le fratte, sentivo nel cuore un sussurro come se avessi sentito improvvisamente un grido suonava lontano un singhiozzo. Su tutte le cime degli alberi tramava un alito di vento, le cavallette sembravano suonare dei sistri d’argento (forse questi rumori sono come un bussare a porte invisibili che non si aprono più? Come se potessero arrivare ad un’altra dimensione. E c’era quel pianto di morte, chiù.
I sistri venivano suonati dalle sacerdotesse, Iside aveva raccolto il corpo smembrato del marito Osiride e le invisibili porte della morte non si aprono più per restituire i morti alla vita.

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