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X Agosto


Questa poesia fa parte di Myricae e rievoca la notte di San Lorenzo, dove le stelle cadenti diventano metafore del pianto del cielo (per la morte del padre, avvenuta il 10 agosto 1867). Nel testo sono presenti allusioni di tipo cristologico, come il numero romano, che richiama la croce, la parola spini ecc.; la morte di Cristo è il sacrificio dell’uomo per l’umanità, mentre il padre fu assassinato tornando a casa. Il poeta nella prima strofa si rivolge a San Lorenzo e paragona le stelle al pianto (introduzione proemiale). I temi sono il nido, la morte e il male (quest’ultimo soprattutto nell’ultima strofa).
La poesia è una costituzione binaria, in quanto vi è l’alternanza di due figure, la rondine e il padre. La terza e l’ultima strofa sono simili, perché in entrambe si paragona il nido alla casa. Nella penultima si usa l’asindeto. La struttura della poesia è circolare, perché si apre e si chiude con una constatazione del poeta. Nell’ultima strofa vi è un climax, ma anche un’antitesi tra cielo (buono) e terra (malvagia). Ci sono anche reminiscenze manzoniane, come la parola “attonito”.

L’assiuolo


È una delle liriche più famose di Myricae. Si diceva che il verso dell’assiolo fosse portatore di cattivi presagi. Pascoli lo usa perché gli ricorda la morte. La poesia inizia con una domanda. Il mandorlo e il melo si umanizzano (quasi per scorgere la luna). I sistri d’argento erano strumenti utilizzati nell’antico Egitto per il culto di Iside e Osiride (culto dei morti). Pascoli non afferma e non nega l’esistenza dell’aldilà. La poesia si chiude con l’apparizione della morte, quindi in opposizione a come si apre. La poesia è all’insegna della paratassi, come quasi tutte le poesie di Pascoli.

Il gelsomino notturno


Pascoli vede nella figura femminile sua madre. La stessa Mariuccia ha un comportamento protettivo, infatti dopo la sua morte fu lei a curare le sue memorie. Questa poesia fa parte dei Canti di Castelvecchio e fu scritta in occasione del matrimonio di Gabriele Briganti, suo amico; è una sorta di epitalamio (canto nuziale). Rievoca la notte di nozze di due persone (senza citarli, usando la reticenza). Il poeta si pone davanti all’esperienza del matrimonio come uno spettatore esterno, un po’ escluso, come il voyeur francese. Il gelsomino notturno schiude i fiori di notte e non di giorno, quando li richiude. L’ape tardiva di cui si parla nella poesia è la metafora del poeta, che non riesce a concretizzare la formazione di una famiglia propria. Pascoli riesce a far riecheggiare la morte parlando della vita, nell’espressione “urna molle”.

Lavandare


Questa poesia fa parte della raccolta Myricae, ma è diversa per il contenuto rispetto alle altre. Lavandare significa lavare i panni. Nell’Ottocento le donne, per lavare i panni, si recavano al fiume. Se nelle altre poesie vi sono i temi del nido, della morte ecc., in questa è presente quello dell’abbandono e della solitudine (non del poeta, ma probabilmente di una figura femminile). Pascoli, passeggiando, vede delle lavandaie che cantano. Si può dire che la poesia è divisa in due parti: nella prima (primi tre versi) risalta la presenza del cromatismo (la parte della terra di colore grigio non è lavorata, mentre la parte mezzo nera è stata arata); nella seconda parte si passa a una sensazione di tipo uditivo. Sciabordare è il verbo che si usa per descrivere l’atto di lavare i panni. I primi versi dell’ultima strofa non sono propriamente pascoliani, bensì provengono dai canti popolari marchigiani e fu adottato da Pascoli. Si capisce che il soggetto è una figura femminile dal verso 9.
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