Alicegi di Alicegi
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Gabriele D’Annunzio


Sul piano dell’arte D’Annunzio fu più prolifico e vario di Pascoli, ma meno autentico e profondo Pascoli mosse soprattutto dal suo intimo e continuò a girarci attorno, attingendo soprattutto ai modelli del passato; D’Annunzio esercitò il suo talento ed elaborò i suoi miti personali a contatto con le più varie e attuali esperienze culturali europee, da cui prese a piene mani, spesso con geniale tempismo. D’Annunzio a differenza di pascoli sfruttò a pieno le potenzialità del mercato editoriale.
D’Annunzio nacque il 12 marzo 1863 a Pescara in una famiglia benestante e proprio il benessere consentì al giovane un’ educazione al collegio cicognini di Prato (1874-1881), si trasferì a Roma e si iscrisse alla facoltà dei lettere, Non portò a termine gli studi perché, grazie a un libro di versi (Primo vere, 1879 e 1881), vide aprirsi le porte della società letteraria romana. in occasione della seconda edizione di Primo vere il diciassettenne D’Annunzio diffuse ad arte (con un comunicato alla «Gazzetta della Domenica») la notizia della propria morte in seguito a una caduta da cavallo, ma poi, atteso che le riviste e la società letteraria compiangessero la prematura scomparsa di un così promettente letterato, smentì la notizia inviando le copie della nuova edizione del libro.
Durante il periodo romano (1881-1891) un intensa vita mondana caratterizza la sua biografia. Pubblica in questo periodo :

    - Terra vergine (1882)
    - Canto novo (1882)  amori di Elda Zucconi

In questo periodo conobbe Maria Hardouin a cui dedicherà il componimento il peccato di maggio in seguito agli scandali fuggì con Maria costringendo in questo modo i duchi di Gallese a un matrimonio riparatore che non gli impedirà di intrattenere rapporti extra coniugali con Barbara Leoni.
In questo periodo D’Annunzio fa anche letture disparate ad ampio raggio, familiarizzandosi con la letteratura estetizzante e simbolista francese e inglese e il culmine di questo periodo letterario viene raggiunto con la pubblicazione di il Piacere (1889), storia dell’esteta Andrea Sperelli che destò scandalo per l’immoralità del protagonista. Dopo il servizio militare si trasferì a Napoli.
Gli Anni napoletani vengono definiti dal poeta “splendida miseria” e proprio a Napoli conobbe Maria Gravina Cruyllas di Ramacca. Di questo periodo fanno parte : Giovanni Episcopo (1891) e L’Innocente (1891-
1892). Pubblica poi le Elegie romane (1892), le Odi navali (1893), prima raccolta di poesia civile, il Poema paradisiaco (1893) e avvia anche la stesura di un quarto romanzo, ispirato alla relazione con Barbara Leoni, Il trionfo della morte (ed. 1894).
Nel 1893 si trasferì in Abruzzo ed è questo il periodo di incontro con il pensiero di Nietzsche e Wagner : Piacere, le vergini delle rocce (1895), il Fuoco(1900) in cui è presente il personaggio ispirato a Eleonora Duse, amante di D’Annunzio. Lavora a nuove poesie  Laudi: Alcyone (1903).
Nel 1897 si presentò alle elezioni politiche con la destra.
Nel 1898 si trasferisce nella villa La Capponcina nei pressi di Firenze, accanto alla Duse.
Sul piano politico, dopo un clamoroso voltafaccia, nel 1900 si ricandida alle elezioni con la Sinistra, senza esito. Incalzato dai creditori e pignorata La Capponcina nel 1910 decise di traferirsi a Parigi: tenterà di accreditare la sua fuga in Francia come una sorta di esilio da una patria ingrata. A saldare i debiti è Luigi Albertini, direttore del «Corriere della Sera» a cui D’Annunzio invia delle prose autobiografiche.
Nel 1914 scoppia la guerra e D’Annunzio decise di fare ritorno in Italia, su invito del governo, assunse il ruolo di poeta-vate e tiene discorsi pubblici in favore dell’intervento. Quando poi l’Italia entra in guerra, ottiene di partecipare alle operazioni militari come ufficiale in marina e in aviazione, famoso è il volo su Vienna dell’agosto 1918. Non rinuncia nemmeno alla letteratura e scrive per il «Corriere» i Canti della guerra latina e altre poesie belliche. La temporanea cecità, a causa di una ferita, lo spinsero alla stesura del Notturno. finita la guerra rimane profondamente segnato dalla “vittoria mutilata” e così si impegnò in discorsi irredentistici. Nel 1919 si mise a capo della spedizione che occupò la città di Fiume. Mussolini fece di lui un monumento vivente , lustro del regime.
Nel 1924 Vittorio Emanuele III gli conferisce il titolo di principe di Montenevoso. La morte lo coglie all’improvviso il 1o marzo del 1938 nella sua casa sul lago di Como “il vittoriale”, che era stata progettata con lp scopo di essere una villa-mausoleo.

L’esordio poetico di D’Annunzio è a sedici anni, con Primo vere in cui sono già evidenti una sensorialità acuta e una sensualità accesa e diffusa che si riversano quasi indifferentemente sulla donna, sulla natura e sulle cose, in una sorta di ansia di assaporare e delibare il mondo intero.
Nelle novelle egli parte senza dubbio dai modelli naturalistici, ma la sua rappresentazione del mondo contadino abruzzese si indirizza quasi subito a privilegiare scene di una sensualità sfrenata e animalesca o di una violenza efferata, distruttiva e talora ripugnante, o torbidi intrecci di eros e morte.
Sui modelli naturalistici D’Annunzio innesta subito temi e motivi decadenti e una sua originale inclinazione all’eccitazione dei sensi e all’esasperazione dei toni.

Canto novo (1882)


Nel Canto novo del 1882, travestimento mitico degli amori con Elda Zucconi (che qui figura come Lalla), la vera protagonista è una natura lussureggiante senza luogo e senza tempo, evocata da frammenti delle letterature classiche. La sensualità del poeta sembra proiettarsi sulla natura. L’erotismo, qui ancora assai discreto, e la sensualità della natura, viceversa assai prorompente, si confondono e si potenziano a vicenda. Ma altrettanto degni di nota sono l’esuberanza e la ridondanza del linguaggio, un altro sigillo di tutta l’opera dannunziana.

Dall’Intermezzo (1883) alla Chimera (1890)


Nelle due raccolte successive D’Annunzio allarga la sfera dei modelli con cui cimentarsi, recuperando preziose forme arcaiche e insieme accentuando l’impronta decadente e simbolistica.

    - Intermezzo di Rime  Peccato di Maggio (storia con Maria Hardouin)
    - Isaotta Guttadauro  immagini e moduli stilnovistici
    - Elogie romane  classicismo Goethe
    - La chimera  gusto manieristico e barocco in chiave decadente

Il Piacere


Il periodo romano si conclude con un romanzo, più celebre diD’Annunzio, che definisce al meglio il suo estetismo, Il piacere può essere superficialmente ascritto all’ambiguo modello dei “casi clinici”, studiati dalla narrativa naturalistica e veristica, ma in parte già trasfigurati da quella scapigliata.Egli per tutto il libro gioca sull’ambiguità che investe un narratore diviso tra l’essere (a parole) il censore dell’immoralità del protagonista e viceversa (sul piano emotivo e dei fatti) un suo devoto e solidale ammiratore.
Lo scenario si colloca in interni di sontuosi palazzi aristocratici, e negli esterni di una Roma barocca e decadente, satura di memorie storiche e artistiche. Quasi ogni elemento del paesaggio e in particolare gli interni hanno un rilievo simbolico: in genere sono ambienti costruiti con artificiosa ricercatezza e inzeppato di quadri, statue, suppellettili preziose della più varia specie, che D’Annunzio ama inventariare e descrivere con scrupolo manieristico, ma sono anche interni saturi di secoli di storia che hanno qualcosa di stanco, decadente e malato, preludio e simbolo della caduta del protagonista.

I nuovi romanzi (1889-1894)


Nei romanzi successivi D’Annunzio sperimenta altri modelli (Dostoevskij e Tolstoj, ad esempio, con i temi della colpa, del pentimento e dell’autodistruzione) ma sembra voler protrarre, con diverso grado di ambiguità, la rappresentazione di casi clinici.
Nel Poema paradisiaco, un’opera in versi in cui D’Annunzio mostra stanchezza per la stagione dei piaceri estremi incarnati dalla figura di Andrea Sperelli e anela a un rinnovamento morale, quasi un ritorno all’ingenuità, al candore e alla semplicità dell’infanzia. Sperimentando nuovi generi letterari e forze influenzato dallo stesso Pascoli.
Il superuomo: dalle Vergini delle rocce a Forse che sì forse che no
Agli inizi degli anni Novanta D’Annunzio legge Nietzsche: semplificando e banalizzando il pensiero del filosofo tedesco, egli fa propria l’idea di un superuomo in grado di risolvere le ambiguità e le contraddizioni del modello dell’estetismo decadente in cui egli fino ad allora si era dibattuto e di superare la dialettica tra immersione nel piacere, stanchezza e pentimento, che più volte aveva messo in scena. Con tale teoria l’esteta tende a trasformarsi in eroe. La natura, da sempre percepita nella sua vitalistica sensualità, ora più decisamente si fa sfondo mitico (e simbolico) a cui attingere una filosofia della vita. La teoria del superuomo finisce però anche con l’accentuare quel disprezzo per la folla, per la mediocrità borghese, per il mondo moderno così com’è, che già caratterizzava l’esteta Sperelli.  nazionalismo.
Il pubblico diviene così materia plasmabile,un semplice strumento di affermazione di sé. L’artista superuomo naturalmente col tempo si trasformerà nel poeta-vate e tribuno che si proporrà di orientare le folle, di indurle a condividere la sua ideologia e ad agire secondo i suoi dettami

Le vergini delle rocce (1895)


Il nuovo romanzo è il primo risultato compiuto di questa scoperta e il primo atto di questa nuova poetica così marcatamente ideologica. È un’opera intrisa di allusività e di un simbolismo talora criptico, dal linguaggio sofisticato e prezioso, incerta tra prosa lirica e descrittivismo. Le vergini delle rocce tratta il tema della rigenerazione aristocratica dell’Italia. Il programma ideologico dannunziano è incarnato dal protagonista, Guido Cantelmo, il primo compiuto superuomo dannunziano.

Il Fuoco (1900)


Con Il Fuoco il processo di identificazione di D’Annunzio con i suoi eroi superuomini fa un ulteriore passo in avanti: il protagonista è infatti, dopo Andrea Sperelli, la nuova e più matura controfigura letteraria di D’Annunzio stesso. Scrittore, autore di teatro, amante di una grande attrice sull’orlo del declino (Foscarina, cioè Eleonora Duse), poeta fascinatore e trascinatore, teorico della rinascita di una società aristocratica che dia il giusto apprezzamento ai valori della Bellezza e dell’Arte, Stelio Effrena è dunque un superuomo che indossa i panni dell’artista. A differenza di Sperelli, è un personaggio positivo, sicuro di sé.

Forse che sì forse che no (1910)


Con Forse che sì forse che no, l’ultimo romanzo di questo ciclo, D’Annunzio mette in scena una nuova incarnazione del superuomo (Paolo Tarsis) ora più incline all’azione e alla sperimentazione della modernità, ma ancora invischiato dall’erotismo e dalla fascinazione di una femminilità perversa.

Le laudi


Verso il 1896 D’Annunzio concepisce il progetto delle Laudi, previste in sette libri (come le mitiche Pleiadi, da Zeus trasformate nell’omonima costellazione): nel 1903 escono i primi tre libri, Maia, Elettra e Alcyone; assai più tardi D’Annunzio aggiungerà due altri libri, lontani però dallo spirito del progetto originario: nel 1912 Merope, che raccoglie le Canzoni delle gesta d’oltremare, e nel 1934 i Canti della guerra due opere di celebrazione delle campagne coloniali e dell’eroismo guerriero. Con questo progetto D’Annunzio «si propone come campione di una “rinascenza eroica”, costruendo il più ambizioso modello di una poesia che afferma la conquista del mondo da parte di una nuova unità pagana, e che si ritiene capace di reimmettere nel presente tutta la vitalità del mito antico. Le Laudi si caratterizzano per un linguaggio di stampo classicistico (assolutamente inattuale) e uno stile declamatorio (una musicalità ora gridata ora sommessa), spesso assai ridondante, fondato però su una sintassi elementare, paratattica e ricca di procedimenti retorici semplici di tipo amplificatorio e accumulativo (parallelismi, simmetrie, elencazione, figure di ripetizione), che nei momenti migliori sa essere ancora assai suggestivo.

Maria ed Elettra


il tratto più originale e più convincente della poesia dannunziana sta nella trasfigurazione mitica della propria esperienza individuale. In Maia si tratta della sua crociera in Grecia, che diventa una sorta di immersione nella natura e nel mito, con incontri che legittimano la propria missione (come quello celeberrimo con Ulisse) e anche una sorta di discesa agli Inferi (rappresentazione dello squallore delle città moderne) prima dell’ascesi finale che lo consacra definitivamente a campione, di un’umanità eletta, destinata a superare i limiti dell’umano Enfatico, monumentale, erudito è il secondo libro, Elettra, dedicato alla celebrazione di Roma, dell’Italia e di svariati artisti ed eroi del passato e del presente (da Dante a Garibaldi a Vittorio Emanuele III) nonché, augurale per la nazione un destino glorioso e guerriero.

Alcyone


dannunziana. Dopo la tensione eroica e celebrativa dei primi due libri, Alcyone costituisce un momento di pausa rigenerante di immersione nella natura, nell’ebbrezza dei sensi, in un erotismo vitalistico. Alcyone è il nome della stella più luminosa delle Pleiadi, ma anche il nome di un uccello marino simile al gabbiano. Cielo e mare, scenari fondamentali della raccolta, sono dunque evocati fin dal titolo. Quella a cui assistiamo è ancora una volta una trasfigurazione mitica di un’esperienza del poeta, in questo caso un’estate in Versilia.
Il sentimento panico della natura è l’elemento decisivo della raccolta: Pan, che in greco significa Tutto, è l’antica divinità pagana della natura. E dunque il panismo è un rapporto con la Natura-Tutto ricondotta, come nelle origini mitiche, al rango di una divinità.

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