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Eugenio Montale


Vita

Eugenio Montale nacque a Genova il 12 ottobre 1896 da una famiglia di ceto medio, ultimo di sei figli. Conseguito il diploma di ragioniere, lavorò per qualche anno come impiegato, dedicandosi alle sue due grandi passioni: la musica lirica e la poesia. Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale con il grado di sottotenente, collaborò ad alcune riviste letterarie e nel 1922 esordisce come poeta sulla rivista “Primo tempo”. Egli esprime un rifiuto delle esperienze d’avanguardia (futurismo, dadaismo, surrealismo). Nel 1925 esce la sia prima raccolta di poesie, “Ossi di seppia”. In quello stesso anno prendeva posizione contro il regime fascista, sottoscrivendo il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti promosso dal filosofo Benedetto Croce. Sempre nel 1925 conobbe Italo Svevo e con alcuni articoli segnalò la sua importanza. Trasferitosi a Firenze (centro culturale molto vivace), Montale lavorò dapprima presso la casa editrice Bemporad e successivamente passò alla direzione del Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux, da dove fu allontanato qualche anno dopo per non aver accettato di iscriversi al Partito fascista. Montale conosce Irma Brandeis, una studiosa americana che andrà negli Stati Uniti per fuggire alle persecuzioni naziste in quanto ebrea. Nel dopoguerra, trasferitosi definitivamente a Milano, fu assunto in qualità di redattore e critico letterario presso il “Corriere della Sera” e successivamente come critico musicale presso il “Corriere dell’Informazione”. Eugenio Montale sposò Drusilla Tanzi, cantata poi in poesia con il nomignolo di “Mosca”, con la quale era profondamente legato e che morendo lasciò un profondo vuoto nell’esistenza del poeta. Montale partecipò alla cerimonia di apertura del Convegno internazionale per il centenario della nascita di Dante, leggendovi un’importante relazione, a conferma del vivo interesse per l’autore della Commedia sempre da lui manifestato. Egli ricevette la laurea honoris causa a Cambridge e, in patria la nomina a senatore a vita per meriti letterari. Ricevette inoltre il Premio Nobel per la Letteratura. Trascorse gli ultimi anni a Milano e, durante il periodo estivo, a Forte dei Marmi. Morì a Milano, il 12 settembre 1981. Il funerale si svolse con la presenza del Presidente della Repubblica Pertini e del Presidente del Consiglio. L’arcivescovo di Milano celebrò la messa in duomo. Come lascito testamentario affidò alla poetessa e amica Annalisa Cima un gruppo di poesie inedite, con l’indicazione di pubblicarne cinque ogni anno, dopo la sua morte.

Opere


Ossi di Seppia

Il punto di partenza dell’itinerario poetico di Montale è segnato dalla raccolta Ossi di seppia pubblicata nel 1925, la sua prima raccolta di liriche. Quest’opera contiene già i temi principali della sua poesia: il male di vivere, l'insensatezza della vita, l'impossibilità umana di uscire da un'esistenza soffocante e disperata. Il titolo allude al tema centrale dell'opera, ossia all'aridità intesa come condizione esistenziale impoverita e prosciugata, nella quale è impossibile cogliere il senso ultimo del vivere e stabilire un rapporto armonico con la realtà esterna. Il motivo dell'aridità si concreta in alcune immagini ricorrenti: quella del paesaggio ligure, brullo e disseccato dal sole e dalla salsedine, e quella allegorica del «muro» che imprigiona l'uomo senza concedergli possibilità di scampo. Il poeta si protende a cercare un “varco” che consenta di uscire dalla prigiona esistenziale, ma un “varco” non è dunque possibile. Il pessimismo investe la concezione stessa della poesia, che non sembra più in grado di proporre messaggi positivi né di attingere all'essenza profonda delle cose, all'assoluto. Attraverso il paesaggio della Liguria, colto nella sua immobilità e aridità e dominato da un mare che attrae e contemporaneamente respinge, il poeta definisce la condizione di estraneità, solitudine e sconfitta che è propria dell’uomo e nello stesso tempo l’assurdità del vivere stesso attanagliato da un «male», di cui è impossibile individuare le ragioni; la poesia ormai non può indicare la strada per uscire da questa situazione, può solo trascrivere questa condizione di un cosmico male di vivere. Gli elementi della natura si caricano di un valore simbolico, che li fa diventare emblemi della condizione stessa dell’uomo. La critica ha parlato a questo proposito di correlativo oggettivo, ossia equivalenti concreti di concetti astratti o di stati d'animo del soggetto: ad esempio «il muro che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia», «l’anello della catena» sono emblemi di costrizione e prigionia, ai quali si contrappongono però i simboli di una speranza appena accennata, incerta, affidata ad accadimenti quasi miracolistici («il varco», «l’anello che non tiene», «la maglia rotta», «il giallo dei limoni») che possono, nella frazione di un istante, riscattare l’intera condizione umana. Sul piano stilistico Montale spesso ricorre a figure retoriche di suono (soprattutto allitterazioni) e di significato (metafore, ossimori, sinestesie, analogie). In tal modo Montale dimostrò di ispirarsi all’esperienza innovatrice della poesia del primo Novecento, mantenendo pur sempre un proprio personale equilibrio e senza mai riconoscersi in una precisa corrente poetica.
Il termine Ossi di seppia etimologicamente fa riferimento al paesaggio ligure (sulla spiaggia per le onde rimangono residui calcarei, ovvero la struttura ossea delle seppie); simbolicamente rappresenta l’aridità della mentalità comune della società, che fa sentire l’intellettuale un inetto. L’unico modo/strumento per non condividere la società è l’inettitudine. Montale per non subire può reagire con la sua poesia tenace come i liguri, che hanno ottenuto terreni coltivabili con i terrazzamenti, trasformando il paesaggio selvaggio in un ambiente più ospitale. La poesia dunque è come un osso di seppia, arida ma che deve esserci.

Le Occasioni

Nella seconda raccolta, Le occasioni, pubblicata nel 1939, si intensifica l’uso del correlativo oggettivo, attraverso l'eliminazione di ogni commento che guidi il lettore ad associare il dato concreto con il suo significato astratto, cosicché quest'ultimo appare oscuro e difficile da decifrare. Evidente è l’influenza del poeta anglo-americano Eliot. Lo stile, inoltre, subisce un deciso innalzamento, puntando su un registro elevato, da cui deriva una concezione elitaria della cultura e degli intellettuali. Come rivela il titolo le liriche nascono da ricordi, immagini, emozioni, avvenimenti, incontri che costituiscono l’”occasione” appunto da cui hanno origine i versi. In quest’opera però in realtà il legame con i fatti autobiografici è implicito. Di molte liriche è protagonista una figura femminile, immagine di donna-angelo (che prende il nome di Clizia, dotata di virtù miracolose, quali l’intelligenza e la chiaroveggenza, capaci di indicare all’uomo una via di salvezza dall’inferno quotidiano), dai critici identificata nella giovane statunitense Irma Brandeis, con la quale il poeta intrattenne una lunga relazione sentimentale. Altra donna che compare in quest’opera è Dora Markus. Altro tema dominante è quello della memoria, del ricordo che ricrea ciò che è stato, ma che ne rivela anche l’assenza nel presente, nell’impossibilità del ritorno al passato (come ne La casa dei doganieri). Nemica della memoria è la forza disgregatrice del tempo, che travolge nella dimenticanza anche i ricordi più belli («Non recidere, forbice, quel volto / solo nella memoria che si sfolla»). Il linguaggio si fa più difficile, e con la sua fulmineità contribuisce a far attribuire a Montale l’etichetta di «ermetico». Si tratta, ovviamente, di una scelta del poeta, che ambisce a trasferire la propria vicenda privata in una dimensione universale. In quest’opera sono rappresentati gli spiragli che la vita offre, vanamente ed episodicamente, contro la solitudine e le sconfitte.

La bufera e altro

Si tratta di componimenti nati dall'esperienza drammatica della guerra e dalla delusione del periodo postbellico, che segna il trionfo di una società massificata e meccanizzata. Vi era inoltre l’incubo di una catastrofe atomica. Ritorna la figura della donna-angelo. Contro il male dell'esistenza moderna vengono recuperate le figure legate all'infanzia del poeta e quella della moglie, viste come depositarie di una saggezza quotidiana di vita. Nella raccolta si contrappongono idealmente due figure femminili: quella di Clizia, più astratta e contornata da un’aura quasi metafisica e religiosa, e quella della Volpe (identificabile nella poetessa Maria Luisa Spaziani) più terrena e sensuale. Stilisticamente è caratterizzato da una sintassi ricercata, da un lessico volutamente lontano da quello comune, raffinato e arcaizzato, da un largo uso di metafore e di analogie.

Satura

Satura (pubblicata presso l’editore Mondadori nel 1971 ) dà inizio all’ultima fase della stagione poetica di Montale. Quest’opera comprende oltre cento poesie suddivise in quattro sezioni: Xenia (I e II) e Satura (I e II). In riferimento al titolo delle prime due sezioni, “Xenia” (nome greco che indica letteralmente i doni che anticamente si offrivano agli amici e agli ospiti), l’opera risulta essere il «dono funebre» offerto alla moglie morta nel 1963. La figura della donna, discreta compagna di gran parte della vita del poeta, è colta nei suoi atteggiamenti quotidiani e la sua presenza accanto a Montale sembra continuare anche dopo la sua morte (“Ho sceso dandoti il braccio”). In questi testi infatti il poeta si rivolge alla moglie morta. Nelle altre due sezioni prevale il tono ironico e autoironico e le riflessioni del poeta si ampliano a considerazioni sulla storia e sul ruolo della poesia: il poeta esprime una sorta di condanna contro il consumismo e la società moderna.. L’opera nel suo complesso, presenta un voluto abbassamento di tono rispetto alle raccolte precedenti e il ricorso a un linguaggio più vicino alla prosa, quasi dimesso.

Stile

La poesia di Montale muove sempre da un dato reale, da oggetti, da cose che, in una precisa occasione, gli si offrono come segnali per interpretare la realtà. L'oggetto si trasfigura in simbolo. Montale riprende da Eliot l'idea del correlativo oggettivo: esprime le emozioni affidandole ad oggetti, equivalenti concreti di concetti astratti o di stati d'animo del soggetto. Esempi: muraglia/vita; cavallo stramazzato/male di vivere; falco alto levato/divina indifferenza.
Montale è l’autore del correlativo oggettivo: egli utilizza forme espressive non chiare, eloquenti (il cui significato è impercettibile) a causa della presenza del totalitarismo, per evitare perciò di essere perseguitato dalla censura. Le sue poesie mettono in luce lacune e difetti della società. L’intellettuale si confronta con la società (legata all’avere) e non condivide i suoi valori, sentendosi/considerandosi un inetto. Il poeta utilizza perciò metafore e analogie, che esprimono il suo disagio nei confronti della società a lui contemporanea.

I Limoni - da Ossi di Seppia

I limoni, composta nel 1921, è una vera e propria dichiarazione di poetica, contiene cioè i più importanti principi della poetica di Eugenio Montale: il poeta, prendendo a pretesto l’esaltazione degli alberi di limone, proclama, da un lato, la propria predilezione per le cose umili e quotidiane e, dall’altro, il rifiuto dei modi della poesia aulica e accademica. I limoni, tipici del paesaggio della Liguria, vengono quindi scelti dal poeta come protagonisti della lirica per il fatto che non possono vantare tradizioni e fama letteraria: essi sono il simbolo della semplicità contro l’artificio.
Nelle prime due strofe il paesaggio che Montale descrive è essenziale, aspro, schietto, come il paesaggio ligure. Anche il linguaggio poetico è semplice, quasi colloquiale, con la presenza di vocaboli ed espressioni più vicini alla prosa che alla poesia.
Nella terza strofa la Natura, scritta con l’iniziale maiuscola, quasi a personificarla, non è più descritta nei suoi particolari botanici, ma diventa quasi immateriale e incantata; vi domina il silenzio e l’abbandono e l’uomo sembra sul punto di penetrare nel mistero della vita, attraverso un varco incautamente lasciato aperto (lo «sbaglio», «il punto morto», «l’anello», «il filo»). Ma è solo un’illusione: non resta altro che prendere atto del proprio fallimento e accontentarsi dell’intuizione di una realtà diversa e più profonda.
Nella quarta strofa la natura cede il posto alla realtà di sempre, alla vita opprimente della città, in cui la scarsità della luce, sotto il flagellare impietoso della pioggia invernale, diventa tutt’uno con la tristezza dell’animo. Ma pure nello scenario greve e plumbeo della città è possibile riaccendere la speranza e ridare un nuovo senso alla vita se d’un tratto, come per miracolo, sul grigio della visione invernale, riappare il colore giallo dei limoni «dietro a un malchiuso portone». Il messaggio della poesia è dunque: la vera essenza della vita sta nell’assaporare e preferire il piacere delle piccole cose, semplici ma vere, alle «piante dai nomi poco usati» e i limoni sono il simbolo della semplicità contro l’artificio.
Il paesaggio ligure ispira la poesia di Montale: il giallo dei limoni contro il colore brullo delle montagne. Il paesaggio era aspro, quasi inospitale, ma gli antichi hanno costruito/creato i terrazzamenti. I limoni (coltivazione tipica della Liguria) rappresentano la capacità del poeta di contrastare il colore brullo rappresentativo della mentalità della società (materialismo e totalitarismo). In questo consiste il correlativo oggettivo.

Non chiederci la parola – da Ossi di Seppia

Questa poesia costituisce un’importante dichiarazione di poetica, soprattutto formale. Rivolgendosi a un “tu” imprecisato, che potrebbe essere il lettore, Montale parla a nome della categoria dei poeti. In un dialogo immaginario egli afferma la funzione esclusivamente “negativa” della poesia, strettamente collegata alla negatività dell’esistenza: il poeta non ha certezze da trasmettere o punti di riferimento da indicare. Proprio per il suo messaggio, questo componimento è stato scelto dall’autore come primo della raccolta in cui è stato incluso. La terza strofa riprende i temi della prima e la seconda strofa costituisce una pausa di riflessione che approfondisce il significato dell’intero componimento. A chi chiede ai poeti di dare una definizione precisa e assoluta della vita e di indicare una verità in cui poter credere con fiducia, il poeta Montale risponde che la vita non è che un percorso incerto e irto di pericoli, senza mete e senza certezze indiscutibili e universali. Impossibile, dunque, pretendere dal poeta parole definitive e magiche formule per risolvere problemi da sempre irrisolti; la poesia non è in grado di proporre messaggi positivi. Da questa sfiducia nelle possibilità della poesia si può misurare la distanza di Montale da D’Annunzio, che proclamava «il verso è tutto» ed esaltava il verso poetico, in quanto capace di esprimere l’infinito e l’Assoluto; ma anche da Pascoli, convinto che la poesia porti alla verità. Occorre però tener conto del momento storico e politico in cui si colloca il testo. Benché non vi siano riferimenti espliciti, le posizioni di Montale sono legate all’affermarsi della dittatura fascista, che genera negli intellettuali un senso di impotenza: essi rifiutano una realtà ripugnante alla loro coscienza, ma l’unico mezzo per opporsi ad essa è isolarsi nella propria solitudine, trovare la propria dignità solo nella negazione, non essendovi la possibilità di un impegno civile e culturale in positivo. Si parla infatti di poesia della negazione: la poesia non è in grado di proporre messaggi positivi, ma può solo definire una condizione in negativo (consapevolezza dell’intellettuale di essere un inetto). Gli intellettuali non condividono e non possono sostenere e assecondare le idee del fascismo, perciò si sentono degli inetti, e Montale non può parlare di libertà perché non l’ha mai sperimentata. Perciò la poesia non è in grado di portare ordine nel caos interiore dell’uomo (inutilità della poesia). L’intellettuale ha infatti perso le certezze, non ha più punti di riferimento e lui stesso non è più u punto di riferimento per la società.

Meriggiare pallido e assorto – da Ossi di Seppia

Nell’ora assolata e immobile del mezzogiorno, il poeta Eugenio Montale osserva un paesaggio ligure , che in estate diventa arso e aspro. Non ci sono presenze umane né elementi gioiosi o rasserenanti: il muro dell’orto è arroventato dal sole, il terreno è arido, i colli sono brulli. Le rare forme di vita si colgono solo a intermittenza: merli, serpi, formiche rosse, cicale. Il mare s’intravede da lontano. Tale paesaggio marino aspro e assolato è delineato non solo attraverso le immagini, ma anche attraverso i suoni secchi e duri delle rime e delle parole. La descrizione però non è fine a se stessa: il paesaggio infatti diventa simbolo dell’esistenza umana. La chiave interpretativa della poesia si trova nell’ultima strofa, dove il poeta istituisce una analogia tra la fatica del vivere e il camminare lungo un muro invalicabile. L’uomo è confinato al di qua di un muro (simbolo di prigionia), in un paesaggio arido (simbolo di una vita desolata e incomprensibile). Ogni possibilità di varcare il muro è negata (è impossibile, quindi, sapere o vedere che cosa c’è dall’altra parte). L’uomo avanza faticosamente lungo questa muraglia irta di cocci aguzzi, compiendo azioni ripetitive e obbligate, delle quali non vi ravvisa il senso. Quella di Montale è una visione pessimistica del destino umano, avvertito come un «male di vivere» di cui non si riescono a trovare scopi e ragioni.

Spesso il male di vivere ho incontrato – da Ossi di Seppia

Il testo è un perfetto esempio del correlativo oggettivo, ossia del rapporto che la parola stabilisce con gli oggetti da essa nominati:
• la sofferenza del vivere è emblematicamente sottolineata attraverso il faticoso fluire del ruscello, l’accartocciarsi al sole delle foglie e lo stramazzare stanco del cavallo. Le immagini ripropongono aspetti della realtà che con la loro quotidianità ferita simboleggiano un’uguale sofferenza degli uomini (correlativo oggettivo). Un analogo senso di fatica e di dolore viene espresso dal poeta attraverso l’adozione di vocaboli duri e crudamente espressivi di una situazione di pena e di disagio («strozzato», «incartocciarsi», «riarsa», «stramazzato»), ancor più accentuata dalla frequenza e dall’asprezza di certe consonanti come la r e la s;
• in opposizione al «male di vivere», che si manifesta negli aspetti più comuni della natura, non vi può essere per Montale altro «bene» che un atteggiamento di distacco e di Indifferenza (non a caso scritta con la I maiuscola), come quello assunto dalla divinità, impassibile di fronte alla miseria del mondo. Le qualità dell’Indifferenza vengono precisate dal poeta mediante tre simboli (correlativi oggettivi), che hanno come denominatore comune il distacco e la freddezza: «la statua», con la sua insensibilità, «la nuvola», con la sua imprendibilità e lontananza, «il falco», con la sua libertà istintiva. L’atmosfera di immobilità ed estraneità viene accentuata dalla presenza del «meriggio», momento simbolicamente sospeso tra torpore e stupore, presente anche in altre liriche di Montale (ad esempio Meriggiare pallido e assorto).
In un amaro riassunto della propria vita, Montale si accorge di aver incontrato nel proprio viaggio soltanto dolore, un dolore implacabile e senza ragione, che si abbatte indifferentemente su uomini, cose e animali. L’unico rimedio è l’Indifferenza, considerata dal poeta un meraviglioso dono divino perché ci consente di resistere al dolore ignorandolo.

La casa dei doganieri – da Le Occasioni

La poesia è incentrata sul tema della memoria. A distanza di anni il poeta è tornato a visitare la casa di Monterosso, paese delle Cinque Terre dove da ragazzo trascorreva le vacanze estive; riaffiora così alla mente del poeta l’incontro in quella casa con la giovane Arletta, il cui vero nome è Anna degli Uberti, conosciuta negli anni della gioventù. Rivedendo la casa, il poeta è assalito dai ricordi di quell’amore lontano, ma la donna non solo se n’è andata, ma anche, travolta dale vicende della vita, non ricorda più nulla. Egli deve dolorosamente constatare che solo lui ha ancora in mano «un capo» del «filo» del ricordo: quella che allora era una ragazza, oggi è una donna, lontana, non si sa dove: neppure la memoria può far rivivere il passato.

Non recidere, forbice, quel volto – da Le Occasioni

Nella prima strofa il poeta si rivolge alla forbice e chiede di non tagliare il volto della donna amata e di non far diventare il suo viso parte della nebbia che avvolge il ricordo delle persone care. La donna è Clizia, ovvero Irma Blandeis, una giovane americana conosciuta a Firenze nel 1933 e costretta dalle leggi razziali a tornare nel suo paese.
La seconda strofa della poesia “Non recidere forbice quel volto” invece evoca un’immagine concreta: la forbice diventa la cesoia del giardiniere che sta potando un’acacia in autunno, mentre il guscio della cicala cade dal ramo e finisce nel fango. Il gesto del giardiniere diventa così il correlativo oggettivo che permette all’autore di collegare un momento apparentemente normale, il taglio di un ramo, con la perdita della memoria della donna amata. Secondo Montale, infatti, il poeta deve trovare un oggetto (il correlativo oggettivo) che gli possa servire per rappresentare uno stato d’animo, che diventa universale. L’espressione al verso 5 “il freddo cala” è un punto chiave della poesia: indica proprio che la memoria piano piano viene offuscata e il ricordo svanisce. Eugenio Montale cerca di ricordare la donna ma purtroppo non riesce. Quindi la sua personale vicenda sentimentale finisce per diventare il simbolo della condizione degli uomini, che vivono nella precarietà. Gli uomini non riescono ad accedere ai propri ricordi per combattere la tristezza del presente.
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