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EUGENIO MONTALE


BIOGRAFIA


Nasce a Genova nel 1896. Pubblica “Ossi di seppia” nel 1925 e firma il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” redatto da Benedetto Croce. Partecipa alla rivista “Solaria” ( apre la letteratura italiana alle nuove esperienze europee) che si stacca dalla retorica del regime e viene soppressa. Nel 1939 pubblica le “Occasioni”. A Milano diventa redattore del “Corriere della sera”. Nel 1956 pubblica “La bufera e altro” e nel 1963 “Satura”. Nel 1975 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Muore a Milano nel 1981.

La sua poetica può essere divisa in due fasi:
1- da “Ossi di seppia” a “La bufera e altro”;
2- più ironica e prosastica. Montale che demolisce il mito di Montale.

Correlativo oggettivo:(ripreso da Eliot) l'idea che un oggetto, paesaggio ecc... riescano ad incarnare il sentimento, l'interiorità del poeta.
Usa un linguaggio che tiene insieme il semplice e l'aulico. Riprende il plurilinguismo di Dante (Contini). Cerca le parole per dire il mistero che è la vita stessa. Usa la doppia aggettivazione di Petrarca (Meriggiare pallido e assorto). Studia anche i poeti liguri come Sbarbaro, poi Leopardi e d'Annunzio.

“OSSI DI SEPPIA” 1925

E' il primo libro. Doveva intitolarsi “Rottami” (detrito espulso dal mare era pertinente con le tematiche). Il titolo è un correlativo oggettivo dell'esilio del poeta dalla vita (non si sente in armonia con l'universo). Uno dei temi fondamentali è infatti il “male di vivere” (male presente nella vita intesa come dolore e sofferenza, Leopardi). Il rifiuto del sublime, il paesaggio ligure (ambiente aspro, dimesso, ligure, arido). La condizione umana è simile a quella di un prigioniero circondato da una muraglia (con cocci aguzzi di bottiglia), al di là della quale c'è il senso della vita, e continuo a cercare un varco. Tema del fallimento. Indifferenza di fronte al “male di vivere”, non lotta.
Anche i versi sono aspri e le parole hanno una musicalità secca.
La raccolta ha una struttura, è pensata e ha dei rimandi interni: “In limine” presenta i temi principali. “I limoni” definiscono le intenzioni poetiche.

POESIE


“I LIMONI” 1921
Ha una funzione programmatica. Linguaggio comune in contrapposizione a quello nobile dei “poeti laureati”. I limoni diventano il correlativo oggettivo della speranza di un miracolo. La poesia non trasmette più conoscenze assolute. Fallimento, non si riesce a raggiungere la verità, ma c'è comunque qualcosa che crea l'illusione di una speranza.

“NON CHIEDERCI LA PAROLA...” 1923
Si prende l'incarico di poeta vate che risponde al ruolo dell'intellettuale nella società che sta nascendo. È impossibile per un poeta ora dire cos'è la verità, il reale. C'è un'assenza di certezze che porta ad esprimersi solo in negativo (ciò che non siamo, ciò che non vogliamo).

“MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO” 1916
Paesaggio aspro e secco (Liguria). Visione della vita come muraglia che diventa correlativo oggettivo della prigionia dell'io e anche di una tensione a conoscere la verità.

“SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO”
Il “male di vivere” viene concretizzato in tre oggetti, tre correlativi oggettivi: il rivo strozzato che gorgoglia, l'incartocciarsi della foglia riarsa e il cavallo stramazzato (suoni aspri per sottolineare la durezza del dolore). La risposta al “male di vivere” è la divina indifferenza, un distacco dalla realtà che viene rappresentata dalla statua della sonnolenza del meriggio, la nuvola e il falco (immobile insensibilità).

LE OCCASIONI (1939) → L'unico senso che possiamo trovare nella nostra vita sono le occasioni. Sono solo un attimo, ma danno un senso al nostro esistere. (“Dora Markus”, topolino d'avorio).

NEOREALISMO


Dopo la Seconda Guerra Mondiale verrà riscoperto Verga e si scriveranno molto libri che parleranno dell'esperienza partigiana e della guerra. A differenza di Verga però, che fotografava semplicemente la realtà, nel Neorealismo la realtà viene descritta con forte intenzione ideologica (antifascismo). Diventa una letteratura d'impegno

ELIO VITTORINI


Fonda la rivista “Il Politecnico” (1945) dove si interroga su come fare arte. Nell'Editoriale del primo numero (“Una nuova cultura”) parla del fatto che fino a quel momento l'arte aveva avuto una funzione consolatoria. Ora invece deve essere capace di cambiamento e di dialogare con il popolo. Chiude con il decadentismo. Riprende dal filosofo francese Jean-Paul Sartre la risposta che dà nel saggio “Cos'è la letteratura”: noi scriviamo per i contemporanei e quindi dobbiamo concorrere a produrre dei mutamenti nella società che ci circonda. La letteratura quindi ha una funzione sociale, è impegnata (engagement).
Vittorini era sempre stato in sintonia con il Partito comunista, fino a che, il segretario Palmiro Togliatti non criticò il fatto che venivano trattati i temi più svariati (ne “Il Politecnico” scrivevano intellettuali di tutti i tipi), mentre lui vorrebbe che si concentrassero a osservare la realtà attraverso Marx e Gramsci. Vittorini risponde dicendo che la cultura non deve “suonare il piffero per la rivoluzione”, dichiarandone l'autonomia e la libertà.
Si sviluppa il cinema, dal set fascista la cinepresa viene portata nelle strade (“Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica. Rossellini, Visconti).
Il Neorealismo va in crisi nel 1955 quando Vasco Pratolini pubblica “Metello”, che accende una forte critica. Dal 1956 con le Neoavanguardie italiane (rivista “Verdi”) il Neorealismo viene considerato ingenuo (Pasolini). Non basta descrivere la realtà.

CESARE PAVESE


Dichiaratamente non Neorealista. Riprende la figura decadente dell'inetto in quanto si sente inetto. È uno dei dirigenti dell'Einaudi (casa editrice antifascista che nasce in quel periodo). Quando va in esilio in Calabria inizia a scrivere un diario-zibaldone “Il mestiere di vivere” che finirà il giorno in cui si suicida. Con Vittorini diffonde la cultura americana con l'antologia “Americana”, dove traducono gli autori più importanti (Hemingway). Hanno una forza culturale nuova non ancora corrotta dalla cultura moderna.
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