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Eugenio Montale


Montale nacque a Genova qualche anno dopo Ungaretti (1896) e la sua vita la trascorse tra Genova e Monterosso. Venne mandato a studiare economia, ma le sue passioni erano la poesia e il canto (infatti egli è anche un baritono); approfittando della sorella, che studiava filosofia, egli lesse molti libri. Cosi iniziò il suo apprendistato da autodidatta. Egli partecipò alla Prima Guerra Mondiale, ma a differenza di Ungaretti, egli fu chiamato a partecipare (non era volontaria la sua scelta). Nel 1925 egli pubblicò la sua prima raccolta di poesie, intitolata “Ossi di seppia”; l’osso di seppia è l’emblema dell’aridità, una delle caratteristiche che contraddistinguono la poetica di Montale. L’esistenza umana per il poeta è caratterizzata dal male di vivere e l’osso di seppia ne è l’emblema.
Montale è uno scrittore appartato, sta lontano dalla poesia ufficiale, rinunciando alla concezione di poeta-vate (poeta veggente, con ancora qualcosa da dire nelle sue poesie, ossia decodificare i simboli), in quanto per lui il poeta non aveva più nulla da dire. La poesia di Montale ha una funzione di testimonianza (del dolore e della sofferenza). Montale prese le distanze dai poeti laureati/accademici/ufficiali (come D’Annunzio) nell’uso della parola, in quanto alle parole importanti egli preferiva parlare dei limoni, ossia parlare della quotidianità. Il limone cresce nel paesaggio mediterraneo, che suggerirà l’ambientazione di molte sue poesie. Dopo la Prima Guerra Mondiale Montale firmò il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti di Benedetto Croce (al contrario dei poeti laureati, che erano tutti allineati con il fascismo). In estate, durante la canicola estiva si creavano situazioni di secchezza e aridità. È impossibile per Montale trovare una definizione di animo umano nella poesia, così come è impossibile fare la quadratura del cerchio. Per le metafore montaliane si parla di correlativi oggettivi, simili alle allegorie. A esempio della sua poetica vi è la poesia “Non chiederci la parola”, che fa parte di “Ossi di seppia”. Come già detto, quest’ultima raccolta è la manifestazione della poetica montaliana del male di vivere. L’esistenza è caratterizzata da un dolore di tipo universale e soggettivo (di influenza leopardiana). Montale si esprimeva con delle metafore, emblemi o correlativi oggettivi (termine coniato da Thomas Eliot), che non sono altro che allegorie. Sia Eliot che Montale adoravano Dante, il padre dell’allegoria. Allegoricamente l’osso di seppia è emblema di aridità: la vita è aridità, dominata dal male di vivere. Inoltre Montale preferisce un tipo di poesia simile a quello di Pascoli, rifiutando invece l’influenza delle avanguardie.
Dopo il 1927 egli si trasferì a Firenze, dove frequentò il Caffè delle Giubbe Rosse e gli intellettuali che scrivevano nella rivista “Salaria”, lavorando anch’egli per questa. Diventò anche il direttore del Gabinetto Vieusseux, ruolo molto importante perché veniva stipendiato (lo stesso Montale sapeva bene che i poeti non potevano sopravvivere solo di poesia). Venne visto sin da subito con sospetto dai fascisti, che chiusero “Salaria” e lo controllarono, fino a licenziarlo dal Gabinetto Vieusseux, che divenne controllato direttamente dal regime. Per poter vivere si dovette dedicare alla traduzione dei narratori nordamericani con la casa editrice Einaudi. L’ambientazione cambia, diventando la città, dove lui sente un senso di oppressione. Nel frattempo pubblicò “Le occasioni” (scritta negli anni ’20) e “Finisterre”. Nel 1948 si trasferì a Milano, dove resterà fino al ’73, e dove lavorerà per il Corriere della Sera (come redattore, giornalista, opinionista ecc.), facendo anche numerosi viaggi, tra cui Londra con Alberto Moravia e Elsa Morante, dove conobbe Eliot. Nel 1956 uscì la raccolta “La bufera e altro”, con riferimenti alla Seconda Guerra Mondiale e alle grandi dittature, attirando l’attenzione di Cesare Segre e Maria Corti, critici letterari italiani molto importanti. A Montale vennero conferite tre lauree ad honorem: una a Milano, una a Basilea e una a Cambridge. Venne nominato senatore a vita e gli venne conferito il Nobel nel 1974 (dal re di Svezia) per la letteratura. Morì nel 1981 a Milano. Nella poesia del Novecento furono tre le risposte alla situazione del momento, che sono la poesia di rifiuto, la figura del poeta-vate e l’ermetismo (di cui faceva parte Montale).

I limoni

La poesia “I limoni” fa parte di “Ossi di seppia”. Venne scritta quando in Italia so stava affermando il movimento fascista (e lui firmò il Manifesto Intellettuale Antifascista). L’ambientazione di “Ossi di seppia” è solitamente la natura (non di matrice leopardiana). Oltre a non riconoscersi nei poeti laureati, egli sta anche lontano da uno stile poetico sublime. Il limone è un frutto tipico del paesaggio mediterraneo. Nella poesia l’ambientazione è campestre. Rappresenta la luce, la solarità e l’alternativa al male di vivere. “Ossi di seppia” parla ad un “tu” fittizio, generico, mentre la seconda raccolta “Le occasioni” si riferisce ad una donna. Nella poesia per analogia sembra che i rami sussurrino. Nella poesia si parla quasi di un locus amoenus, dove le passioni umane trovano un punto di tregua; si parla di una natura positiva che viene incontro al poeta. Tuttavia questo non durerà a lungo. La campagna risulta da una parte arida, ma dall’altra consolatoria. La poesia ha una struttura circolare, in quanto inizia e finisce con la luce solare.

Spesso il male di vivere ho incontrato

È un’altra delle poesie manifesto della poetica montaliana. Al centro della visione montaliana vi è il male di vivere, che fa capo all’esistenzialismo, corrente filosofica di Heidegger o Sartre. Moravia scrisse “La noia” in cui parla dell’esistenzialismo. Montale diceva di non aver attinto direttamente dall’esistenzialismo, anche se la concezione espressa nella lirica è uguale a quella ufficiale. Leopardi scrisse “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia”, dove nel verso 104 disse “…a me la vita è male…”. Montale è il poeta degli emblemi e del linguaggio quotidiano. Nella prima quartina sono presenti gli emblemi del male di vivere, nella seconda vengono proposte le soluzioni a questo dolore (non ve ne sono), facendo ricorso ad emblemi per esprimere l’atteggiamento corretto.

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse

Fa parte de “Le occasioni”, scritta tra la fine degli anni venti e la fine degli anni trenta. In questo periodo Montale si era trasferito a Firenze, lavorando per “Salaria” e per il Gabinetto Vieusseux e sentendo una forte pressione da parte del fascismo. L’ambientazione è urbana e cambiano i temi rispetto a “Ossi di seppia”: qui il dolore esistenziale è rappresentato dalla città, che è un luogo infernale e rappresenta tutta la disarmonia e l’inautenticità della vita umana. Mentre “Ossi di seppia” ha una funzione di testimonianza, “Le occasioni” è il tentativo dell’autore di difendere la civiltà umanistica dall’ignoranza di quel periodo. In questa raccolta si sente fortemente lo spunto dantesco, in quanto il concetto di allegoria è sempre più evidente, anche se il poeta fiorentino le usa per descrivere Dio, mentre Montale le finalizza alla descrizione del male di vivere. In questa raccolta si vede anche la figura delle donne-angelo, spesso delle intellettuali, che per effetto della politica totalitaria furono costrette a lasciare l’Italia (come nel caso della lirica “Dora Markus”), come nel caso di Clizia (senhal=pseudonimo), nome mitologico di una ninfa (Clizia vuol dire girasole, presa dalle Metamorfosi di Ovidio, che fu punita dagli dei e trasformata in girasole), pseudonimo di Irma Brandeis, amante di Montale costretta a emigrare negli USA. Questa figura allude alla vita e alla speranza, assumendo la funzione salvifica della donna-angelo. Nella seconda raccolta di Montale la memoria diventa molto importante, nel momento in cui la figura femminile sparisce, per recuperare ricordi di essa. Tra la prima e la seconda strofa è presente un cambio tematico: nella prima è il tema della partenza, nella seconda Irma s trova sul treno e Montale l’ha lasciata.

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale

Questa lirica appartiene alla satura “Satura”, scritta negli ultimi anni dell’autore, precisamente nella sezione “Xenia”. È scritta nel 1967 e nel testo Montale ricorda alcuni momenti di vita quotidiana con la moglie (Drusilla Tanzi), che lui chiamava affettuosamente “mosca”, a causa della sua scarsa vista. Il recupero di quelle immagini avviene attraverso un’immagine iperbolica (le scale), per indicare che con la moglie ne ha passate tante e che lei è stata la guida/compagna delle sue avventure della vita.
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