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“Tancredi e Ghismunda” Analisi della novella

Riassunto

Tancredi, principe di Salerno, ha una giovane e bella figlia, Ghismunda, che ama a tal punto da volerla tenere sempre vicino a sé. Prima infatti tarda a maritarla e dopo che costei rimane vedova la riaccoglie al proprio palazzo, dove la tiene quasi “segregata”. Accade tuttavia che la ragazza, si invaghisce di un giovanotto al servizio del padre, un valletto di nome Guiscardo, di umili origini. Il ragazzo ricambia tali sentimenti e così i due si accordano per incontrarsi di nascosto nella camera di Ghismunda, sfruttando un passaggio segreto attraverso una grotta che era stato dimenticato da tempo. Un giorno, però, Tancredi scopre la tresca amorosa della figlia vedendola con Guiscardo: disgustato dalla situazione fa imprigionare il giovane; dopodiché tiene un discorso di accuse nei confronti della figlia, la quale si difende con un appassionante monologo, in cui esprime i suoi sentimenti e difende il suo esser “femina”. Dopo la discussione, fa uccidere Guiscardo e le fa portare in una coppa d’oro il cuore del giovane. A causa dell’eccessivo dolore ella muore sul proprio letto con accanto il cuore dell’amato. Tancredi esaudisce infine l’ultimo desiderio della figlia, facendola seppellire nella stessa tomba di Guiscardo.

Analisi del testo

“Tancredi e Ghismunda” è la prima novella della IV giornata del Decameron di Boccaccio, scritto tra il 1348 e il 1352 e sul quale l’autore ritorna tra il 1370-1372, cioè tre anni prima della morte.
Nella IV giornata, durante la quale viene narrata la suddetta novella, il re è Filostrato, che significa “vinto dall’amore”. Come ci preannuncia il nome di tale personaggio, il tema della giornata è quello degli “amori infelici”, cioè di tutti quegli amori che ebbero una fine tragica. La prima novella della giornata, ovvero quella di “Tancredi e Ghismunda”, è raccontata da Fiammetta, che significa invece “Fiamma d’amore”. Non è un caso che la novella sia narrata proprio da lei, in quanto, come si evince da un’opera giovanile di Boccaccio (“Elegia di Madonna Fiammetta”), ella è esperta delle pene d’amore.
Nella fabula e intreccio coincidono: non sono infatti presenti flashback o anticipazioni.
Essendo il testo strutturato in maniera più che lineare, si può facilmente suddividerlo in sequenze:
1.Rr. 1-9: Introduzione del narratore di 2° grado (Fiammetta).
2.Rr. 10-30: Carta d’identità dei personaggi.
3.Rr. 31-70: Esordio: Inizio del rapporto segreto tra Ghismunda e Guiscardo.

4.Rr. 71-93: Rottura dell’equilibrio: Scoperta del rapporto da parte di Tancredi.
5.Rr. 94-102: Peripezie (pt.1): Imprigionamento di Guiscardo.
6.Rr. 103-204: Peripezie (pt.2): Dialogo tra Tancredi e Ghismunda.
7.Rr. 205-216: Spannung: Uccisione di Guiscardo e cuore nella coppa d’oro.
8.Rr. 217-280: Scioglimento: Suicidio di Ghismunda.

In effetti, l’autore non ci fornisce molte notizie riguardo al tempo e allo spazio in cui questa novella si svolge: sappiamo infatti semplicemente che il tempo del discorso coincide con quello della cornice del Decameron, e cioè il 1348 (anno della peste). Riguardo invece al tempo della storia, la narratrice di secondo grado, Fiammetta, non ci fornisce alcun riferimento. Per quanto riguarda ancora lo spazio sappiamo che, essendo Tancredi principe di Salerno, la storia è sicuramente ambientata a Salerno, nel suo palazzo. Esso fa comunque solo da sfondo alla vicenda in quanto, oltre ad farci capire che i personaggi sono di nobili origini, non ha alcun valore simbolico in particolare. Le stanze di Ghismunda, invece, metaforicamente potrebbero rappresentare lo spazio privato della ragazza, che viene violato dal padre, come anche la sua stessa vita, nel momento in cui il padre entra nella sua camera senza il suo permesso e attende il suo arrivo lì da solo. Ancora, la grotta che i due amanti sfruttano per potersi incontrare segretamente e che Guiscardo è costretto ogni volta a percorrere rappresenta le difficoltà che il giovane deve affrontare per raggiungere la sua amata.
Per quanto riguarda i personaggi, possiamo osservare che, nella seconda sequenza, Boccaccio (attraverso le parole di Fiammetta) ci fornisce la loro carta d’identità, come avviene di consueto in ogni novella. Essi, prima di tutto, risultano essere tutti personaggi verosimili, in quanto potrebbero essere ispirati a personaggi realmente esistiti, e soprattutto personaggi a tutto tondo, tranne per quanto riguarda la figura di Guiscardo. La caratterizzazione di padre e figlia è davvero forte e sentita: Tancredi viene infatti descritto come un padre talmente apprensivo nei confronti della figlia, da poter essere quasi considerato incline ad un rapporto incestuoso con ella. Egli comunque risulta essere un personaggio incoerente e complesso: viene infatti presentato come un ottimo principe, sempre buono nei confronti della plebe, ma si rivela poi vendicativo e spregevole quando scopre del rapporto della figlia con lo scudiero. Alla fine viene paragonato quasi ad una “donnetta” per il suo pianto disperato causato dal suicidio della figlia. È pertanto l’emblema di una figura negativa e debole, che non si rende conto delle conseguenze delle proprie azioni finché la realtà non glielo fa osservare con i propri occhi. Al termine della novella tuttavia mostra un cambiamento: è dunque un personaggio che evolve nel corso della narrazione al punto da esaudire l’ultimo desiderio della figlia pur non approvandolo. Egli appare pertanto come l’antagonista della vicenda.

Ghismunda invece, figlia di Tancredi, appare inizialmente come una giovane succube della volontà del padre, come d’altronde tutte le donne di quel tempo: ella infatti è costretta a sposarsi solo quando il padre decide di farla maritare e, dopo la morte del marito, torna al castello del padre, dove quest’ultimo non si cura di trovarle un nuovo marito, non preoccupandosi pertanto dei suoi sentimenti e dei suoi istinti naturali. Già a partire dall’esordio tuttavia, la sua figura subisce un brusco cambiamento: diventa personaggio attivo. Individua difatti tra i tanti giovanotti di corte Guiscardo, se ne innamora e mette a punto un piano per incontrarlo segretamente.
Viene quindi descritta come una donna intraprendente, che tenta di cambiare l’andamento della propria vita attraverso proprie decisioni e proprie scelte: Ghismunda si mostra pertanto come una ragazza decisa, coraggiosa e determinata, al punto da sfidare il padre nel dialogo che tiene con lui dopo la scoperta della relazione amorosa. Il discorso di Ghismunda mette in luce tutta la sua caratterizzazione, più lineare di quella del padre, ma anche più rivoluzionaria: è sicuramente più vicina alle donne d’oggi per la sua caparbietà, la sua forza e la sua eloquenza, grazie alla quale, dopotutto, riesce ad ottenere (almeno in parte) ciò che desidera. Entra pertanto nella schiera delle eroine boccacciane, donne che con le loro parole o con il loro modo d’agire prendono possesso della loro stessa vita e riescono ad ottenere ciò che si sono prefissate come obiettivo.
Guiscardo risulta essere invece un personaggio secondario, che rispecchia comunque in parte la caratterizzazione di Ghismunda, pur senza avere una propria voce ed essendo quasi una pedina per tutta la narrazione, manovrata prima dall’amore per la donna e poi dalla volontà di Tancredi.
Possiamo quindi dire che nella novella abbiamo una sorta di opposizione di due mondi contrastanti: si scontrano infatti il mondo aristocratico e conservatore di Tancredi e quello più moderno e flessibile di Ghismunda, che lotta per i propri diritti.
Proprio in questo scontro affiora anche l’elemento tragico della vicenda e a partire da esso si sviluppano i due nuclei tematici fondamentali della novella:

-rispetto del concupiscibile desiderio: Ghismunda infatti spiega al padre che non può opporsi agli istinti naturali;

-nobiltà d’animo delle donne: attraverso la figura di Ghismunda Boccaccio si rivolge anche al pubblico di lettori (composto soprattutto da donne che soffrono per amore) e fa notare loro come una donna sia capace di essere fedele al proprio grande amore fino alla fine.

Inoltre per quanto riguarda gli aspetti tecnici della novella, possiamo sicuramente osservare il narratore: abbiamo infatti detto che la narratrice è Fiammetta, la quale è presente nella storia-cornice del Decameron ma assente nella novella raccontata: pertanto il narratore è eterodiegetico con focalizzazione zero, in quanto il lettore sa più dei vari personaggi della storia, che invece comprendono tutte le dinamiche e gli inganni solo con il passare del tempo e quindi con il procedere della narrazione.
Le sequenze risultano per lo più narrative, anche se non mancano parti dialogiche. Il dialogo maggiore avviene nella sesta sequenza, con solo qualche breve dialogo sporadico nelle altre. Ovviamente se fino a questo punto la narrazione della vicenda risulta abbastanza veloce, con il discorso diretto viene bruscamente rallentata.
Dal punto di vista linguistico e stilistico possiamo dire che Boccaccio utilizza un registro alto e tragico, coerente con gli argomenti che sta trattando, caratterizzato fondamentalmente dall’ipotassi: essa rappresenta simbolicamente anche la complessità dei personaggi che sono in grado di instaurare un discorso complesso e articolato, costituito di verbi e termini ricercati; i periodi sono tendenzialmente lunghi, denotando l’influenza della sintassi latina per la presenza sia di molte subordinare sia del verbo alla fine del periodo.
Ancora, possiamo dire che elemento importante nella IV giornata è l’introduzione alla giornata stessa, scritta da Boccaccio autore/narratore, in cui racconta la novella delle papere. In effetti la novella appena analizzata è affine a quella raccontata da Boccaccio stesso per la tematica degli istinti naturali: come l’autore ci vuole infatti far capire, non è possibile reprimere la natura e quando questa non viene soddisfatta, riesce comunque (la Natura) a trovare al forza per uscire allo scoperto.
Elemento fondamentale è poi il gusto dell’orrido, che fa la sua comparsa nel Decameron proprio grazie a questa novella, anche se lo ritroveremo anche nella V novella sempre della IV giornata, ovvero quella di “Lisabetta Da Messina”. Possiamo infatti osservare che Tancredi, dopo aver fatto uccidere Guiscardo, pone il suo cuore in una coppa d’oro e lo fa consegnare alla figlia. Essendo l’unico resto dell’amato, ella inizia a baciarlo e ad accudirlo come fosse Guiscardo in persona finché si avvelena e si abbandona all’abbraccio della morte. In “Lisabetta da Messina” invece, non ritroveremo il cuore, bensì la testa dell’amante, che la ragazza seppellirà in un vaso dove crescerà una pianta di basilico forte e rigogliosa, finché i fratelli non gliela sottrarranno e scopriranno quanto nascosto. Questo risulta essere quindi una sorta di topos boccaccesco, ma per di più quello del cuore mangiato è un elemento tipico non solo del Decameron ma anche della Stilnovo in generale, anche se a quanto pare sarebbe di origine orientale, poiché sarebbe già presente nel “Tieste” di Seneca e comparirebbe anche nel romanzo “Tristano e Isotta”. Lo troviamo d’altronde anche nella Vita Nova di Dante, in cui egli sogna un’apparizione di Amore che ha in mano il suo cuore e costringe Beatrice a mangiarlo. Il topos compare anche nei Trionfi di Petrarca e persino nella tradizione successiva, ad esempio con Stendhal, nel suo romanzo “Le noir et le rouge”.
Infine, un ultimo spunto di riflessione può essere quello che riguarda il monologo tenuto da Ghismunda, grazie al quale essa si difende come si trovasse in un tribunale: Boccaccio, per questo episodio, si ispira probabilmnete al V Canto dell’Inferno della Commedia di Dante, in cui ritroviamo Paolo e Francesca nel girone dei lussuriosi. Infatti proprio come Francesca cerca di spiegare le proprie ragioni a Dante, dando prova del proprio coraggio e della propria forza mentre Paolo piange, così Ghismunda si fa valere dinanzi al padre, con quella che potrebbe essere definita a mio parere quasi una sorta di “appassionante orazione”, che mette in luce oltre al suo esser “femina” in senso boccaccesco, anche la sua cultura, proprio come accade analogamente con Francesca da Rimini.

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