Boccaccio


Giovanni Boccaccio nacque a Firenze nel 1313, figlio illegittimo del mercante di Certaldo, Boccaccino di Chellino, e di un’ignota gentildonna francese. Educato a Firenze, fu avviato dal padre all’attività mercantile e mandato a Napoli per far pratica in una casa di commercio. Qui Boccaccio venne a contatto con la vita sociale ed economica della città, che gli permise di maturare un forte spirito di osservazione e una conoscenza dettagliata degli strati sociali e dei costumi borghesi. Al tempo stesso, però, quale figlio di un socio della potente famiglia dei Bardi, i banchieri di Napoli, poté partecipare alla vita raffinata delle corti, alle feste, ai conviti, venendo così a contatto con l’aristocrazia e la ricca borghesia napoletana.

Boccaccio, incoraggiato proprio dagli amici della corte angioina, cominciò a dedicarsi agli studi letterari. Inizialmente affascinato dalla tradizione cortese, fu poi rapito dai classici latini, a cui fu sempre devoto, avvalendosi della biblioteca di corte, ma apprezzò anche gli scrittori moderni, gli stilnovisti ma soprattutto Dante e Petrarca. In questo periodo il poeta manifestò anche una evidente vocazione letteraria, che volle subito mettere alla prova componendo le Rime, il Filoloco, il Filostrato e ilTeseida.

Nel 1340 Boccaccio, a causa della crisi della banca dei Bardi, dovette tornare a Firenze, ma qui non trovò la festosa e pacifica città a cui era ormai abituato, bensì si vide davanti una vita borghese cupa, noiosa, in cui i rapporti tra le persone erano perlopiù basati sull’egoismo, la superbia e l’invidia. Inoltre dovette cercare un’altra sistemazione economica, che trovò a Ravenna e successivamente a Forlì, ma sempre con la nostalgia e il rimpianto della corte napoletana. Nella sua città, comunque, fu sempre stimato e amato tanto che venne spesso impiegato in missioni e ambascerie importanti, come quella presso l’imperatore Ludovico di Baviera o ad Avignone presso in papa Innocenzo VI.

Negli ultimi anni della sua vita, Boccaccio strinse una forte amicizia con Petrarca, che egli considerava suo maestro, e che perciò influenzò non poco la sua concezione della letteratura, che non doveva essere un semplice momento di svago, ma doveva rappresentare un impegno serio e solenne dal punto di vista morale. Come Petrarca ebbe una crisi spirituale, che lo portò tra l’altro a prendere i voti minori, ma questa crisi religiosa fu accompagnata da una delusione politica che lo spinse a ritirarsi a Certaldo e vivere isolato, dedicandosi esclusivamente alla meditazione e alla composizione di opere erudite. Tuttavia, qualche anno dopo, tornò a casa, che divenne il centro d’incontro di numerosi intellettuali e letterati. Morì nel 1375.

PRODUZIONE PRE E POST DECAMERON

Le opere di Boccaccio possono essere divise in due gruppi: quelle composte prima del Decameron, ovvero prima del 1348, e quelle successive, dopo il 1351.

Opere pre-Decameron


Nelle opere pre–Decameron ritroviamo tutto il materiale che contribuirà alla stesura del Decameron: in primo luogo l’amore, che è la tematica prevalente, visto come turbamento dolce e inconsapevole, e l’esaltazione dell’intelligenza e dell’accortezza, perché aiutano gli uomini a superare le difficoltà e quindi raggiungere i propri scopi, anche se Boccaccio non disprezza la stoltezza del volgo. Inoltre possiamo ritrovare una tendenza al realismo, che si materializza nell’inserimento di località ben determinate e nello scegliere come protagonisti personaggi storici o che comunque appartengono a famiglie realmente esistite. Ma Boccaccio ha anche una grande ammirazione per le grandi imprese e per gli atteggiamenti magnanimi in scenari grandiosi; infine si può notare una simpatica e divertente descrizione della borghesia, e un’esaltazione della cortesia e dell’eleganza della classe aristocratica.

Periodo Napoletano:

La prima opera del periodo napoletano è la Caccia di Diana (1335-1337), poemetto in terzine, che racconta delle ninfe, seguaci di Diana, dea della caccia, si ribellano a questa e offrono gli animali cacciati a Venere, la dea dell’amore, la quale li trasforma in bellissimi uomini, tra i quali vi è anche Boccaccio.
Il poema è un elogio alle gentili donne napoletane, alla cortesia, all’amore come fonte di ingentilimento e di elevazione, ma anche la predilezione per le tematiche erotiche e sentimentali.

Tra il 1335 e il 1338, Boccaccio compose il poema in ottave Filostrato, ambientato durante la guerra di Troia ma modellato sul romanzo francese “Le Roman de Troie” di Benoît de Sainte-Maure. Narra la storia di Troilo, figlio del re di Troia Priamo, il quale si innamora della prigionera greca Criseida. Dopo uno scambio di schiavi quest’ultima torna al campo greco, dimenticandosi di Troilo, mentre questi disperato si getta in battaglia andando così incontro alla morte. L’opera è ricca di riferimenti autobiografici relativi alle vicende amorose del poeta, che cerca di soddisfare i gusti del suo pubblico, inserendo elementi cortesi.

Nel 1336 Boccaccio si dedica alla stesura del Filocolo, un romanzo in prosa che anticipa la struttura del Decameron. Il titolo significherebbe “fatica d’amore”, secondo un’erronea utilizzazione dell’etimologia greca da parte dell’autore. Protagonisti di questa vicenda amorosa sono Florio, figlio del re di Spagna, e Biancifiore, figlia di un nobile romano massacrato dai Saraceni del re di Spagna e accolta alla corte di quest’ultimo in seguito alla perdita della madre. La ragazza, venduta dal re ad alcuni mercanti, finisce prigioniera dell’ammiraglio di Alessandria, che la rinchiude in una torre. Florio cerca disperatamente l’amata, intraprendendo un viaggio che lo porterà a Napoli, dove conosce Fiammetta, figlia del re Roberto d’Angiò. In seguito egli arriva ad Alessandria e qui, introducendosi nella torre, ritrova Biancifiore ma, scoperti, vengono condannati al rogo. Fortunatamente si scopre che Florio è in realtà il nipote dell’ammiraglio e i due si salvano. Anche Biancifiore apprende di appartenere ad una nobile famiglia. La vicenda si conclude con il matrimonio dei giovani ed in particolare con la conversione di Florio al Cristianesimo. Molto importante è dunque l’agnizione, ovvero la rivelazione finale della vera identità dei personaggi, grazie alla quale l’intreccio, che sembrava volgere al peggio, si conclude favorevolmente.

L’ultima opera relativa al periodo napoletano è il Teseida delle nozze di Emilia, poema in ottave redatto nel 1339, che prende il nome dal re Teseo, protagonista delle guerre contro le Amazzoni e contro Tebe. Ma la vera vicenda è incentrata sull’amore di due giovani amici tebani, Arcita e Palemone, per Emilia, cognata di Teseo e regina delle Amazzoni. Il duello, organizzato dallo stesso Teseo, si conclude con la vittoria di Arcita il quale però, in punto di morte per le numerose ferite, esorta Emilia a sposare l’amico. La vicenda si conclude dunque con le celebrazioni del funerale e del matrimonio. Il tema principale è ancora una volta quello dell’amore, intriso però da elementi della tradizione cavalleresca. L’intento non riuscito di Boccaccio era infatti quello di comporre il primo poema epico italiano che potesse eguagliare la grandezza dell’Eneide di Virgilio.

Periodo fiorentino:

L’opera che apre il periodo fiorentino è la Comedìa delle Ninfe fiorentine o Ninfale d’Ameto, scritta intorno al 1341. Narra la storia di Ameto, un rozzo pastore, il quale s’innamora di Lia, appartenente a un gruppo di ninfe devote a Venere che gli narrano i loro amori. Subito dopo Ameto viene immerso in una fonte purificatrice che gli rivela il vero significato della sua esperienza e si trasforma così da essere animalesco in uomo cortese. L’opera prosimetrica, che anticipa la struttura del Decameron, è di tipo allegorico: le ninfe rappresentano le virtù e Ameto l’uomo selvaggio ingentilito dall’amore.

Nel 1342 Boccaccio scrive l’Amorosa visione, un poemetto in terzine di cinquanta canti dallo stesso contenuto allegorico del Ninfale d’Ameto. Sotto la guida di una donna gentile, il poeta immagina di visitare un castello nel quale vede dipinti i volti di Sapienza, Gloria, Avarizia, Amore e Fortuna, e nel giardino incontra Fiammetta. Anche qui, lo schema allegorico dantesco è trasformato in senso laico: non si tratta di un viaggio mistico verso Dio, ma della conquista della saggezza morale tutta umana.

L’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344) è un romanzo in prosa, autobiografico, che vede come protagonista Fiammetta, la donna amata da Boccaccio. La donna narra in prima persona l’amore per Panfilo e la sua disperazione quando egli è chiamato dal padre a Firenze, che la porta a tentare il suicidio quando poi scopre il tradimento dell’amato. Una novità introdotta dal Boccaccio sta nel fatto che la donna diventa la vera protagonista del sentimento amoroso ed emerge il suo aspetto psicologico, che invece nel codice cortese era completamente ignorata e rappresentava solo l’oggetto d’amore.

L’ultima opera anteriore al Decameron è il poemetto in ottave Ninfale Fiesolano, tragica storia d’amore a sfondo mitologico tra Africo e la ninfa Mensola, che tenta in tutti i modi di sfuggirlo per paura della punizione di Diana, che impone a tutte le sue ninfe la condizione di castità. Africo tuttavia riesce ad avvicinarsi all’amata con l’inganno ma, ormai convinto che il loro amore fosse impossibile, si uccide e così facendo darà il suo nome al fiume nel quale il suo sangue si era riversato. La vicenda è resa più drammatica dal fatto che Mensola si rende conto di essere rimasta incinta e dà alla luce Pruneo. Per questo viene disciolta dalla dea nelle acque del ruscello che la lei prenderà il nome. Il figlio però, una volta cresciuto, sarà siniscalco del re Attalante, fondatore di Fiesole, ed eliminerà le innaturali leggi imposte da Diana. Il poema è un opera eziologica, in quanto dà un’origine leggendaria ai nomi dei luoghi, ed inoltre risente dell’influenza delle Bucoliche di Virgilio e delle Metamorfosi di Ovidio.

Opere post Decameron


Nell’ultimo periodo della sua vita, Boccaccio si dedicò agli studi letterari ed eruditi, prediligendo i classici. Tuttavia, a differenza di Petrarca, che gli trasmise questa passione, Boccaccio non vede i classici come dei mezzi per arrivare alle verità della fede, ma solamente come modello di comportamento. Inoltre non ammira solo i classici latini, ma si interessa anche della lingua e della cultura greca.

Nell’ultimo periodo della sua vita, Boccaccio si dedicò agli studi letterari ed eruditi, prediligendo i classici. Tuttavia, a differenza di Petrarca, che gli trasmise questa passione, Boccaccio non vede i classici come dei mezzi per arrivare alle verità della fede, ma solamente come modello di comportamento. Inoltre non ammira solo i classici latini, ma si interessa anche della lingua e della cultura greca.
Le Epistole composte da Boccaccio sono ventisei, quasi tutte in latino, ed indirizzate perlopiù a Petrarca.
Nel 1367 il poeta scrive il Bucolicum Carmen, formato da sedici ecloghe pastorali, che si rifanno all’opera petrarchesca omonima.
Delle composizioni erudite, intrise di un amore della poesia sentita come la più alta espressione dell’uomo, fanno parte De casibus virorum illustrium, composto nel 1373, che narra le sventure di famosi personaggi dell’antichità; De claris mulieribus (1362), che è una sorta di biografia di donne famose sottoforma di novelle; De genealogiis deorum gentilium (a cui lavorò per oltre vent’anni), che è una vastissima enciclopedia della mitologia classica.
Boccaccio esprime la sua ammirazione e il suo culto per Dante, che vede come la figura ideale del poeta, con le Esposizioni sopra la “Commedia”, nelle quali commenta i primi 17 canti dell’Inferno, e con il Trattatello in laude di Dante, una sorta di biografia del poeta fiorentino in cui sono inserite informazioni sugli studi, l’educazione spirituale e il suo pensiero. Boccaccio difende e celebra sempre il poema dantesco, che considera l’opera che conferisce al volgare l’eccellenza del latino.
L’unica opera di invenzione è rappresentata dal Corbaccio (1355-1365). Il titolo farebbe riferimento al corvo, simbolo di malignità oppure dell’amore che acceca; ma potrebbe anche derivare dallo spagnolo corbacho, frusta, con riferimento all’aspetto satirico dell’opera, che è infatti una critica alle donne e segue il modello dantesco della visione. il poeta, sedotto e poi abbandonato da una vedova, immagina di arrivare in una selva dove risiedono tutti gli uomini che si sono fatti raggirare dalle donne, e di incontrare il marito defunto della vedova, che gli fa un elenco dei difetti delle donne e lo incita ad allontanarsi da esse e dedicarsi esclusivamente alla letteratura. Boccaccio infatti, a differenza della sua tradizionale concezione dell’amore come forza naturale e positiva, vede l’amore come causa di distruzione, e respinge le donne in favore delle Muse, che rappresentano l’attività erudita a cui il poeta fu sempre molto devoto. Abbiamo così il passaggio dalla filoginia alla misoginia (avversione per le donne).

Il Decameron


Boccaccio compone il Decameron ,una raccolta di novelle,tra il 1349 e il 1351. Il Decameron viene anche chiamato “il libro delle 100 novelle” o soprannominato “Principe Galeotto”, alludendo al personaggio che nel romanzo cortese “Lancelot” fa da intermediario tra Lancillotto e Ginevra, trasformandolo nel desiderio dell’autore di compiacere le donne a cui l’opera è dedicata. Quest’ ultima si articola in un proemio, in cui l’autore esplicita il pubblico a cui è destinata, ovvero le donne, che leggono per diletto e che nella lettura possono trovare un momento di svago e di alleviamento alla loro noia e alle pene d’amore; un’introduzione, che si apre con la descrizione della peste, e cento novelle, divise in dieci giorni intervallati da dieci ballate. Nel Decameron tendono a incontrarsi i motivi favolosi e novellistici del Medioevo con quelli autobiografici che ricorrono nelle opere minori del certaldese. Ciò dimostra che egli pur abbandonando l’esuberanza narrativa e favoleggiante delle prime opere, non rinuncia alla sua naturale vena sensuale e vitalistica, dipingendo un affresco della società del suo tempo che, quanto a varietà e concretezza realistica, non ha precedenti né nella letteratura greco-latina né in quella romanza.

Il pubblico


Boccaccio nel proemio, volendo fare ammenda del “peccato della fortuna”, decide di dedicare la sua opera maggiore alle donne le quali, a differenza dei mariti che trovano svago nella caccia, nel gioco, nel commercio o in altre attività letterarie, sono costrette a stare rinchiuse in casa e ad ottemperare ai propri doveri di moglie e di madre. Tra tutte le donne Boccaccio sceglie precisamente <<quelle che amano>> e cioè dotate di un animo gentile e nobile. Attraverso questi dati possiamo ben comprendere come il Decameron sia un libro dedicato allo svago e all’intrattenimento, accessibile a coloro che non sono letterati di professione, ma che non si colloca certo per eleganza e raffinatezza al di sotto di altri capolavori letterari. Proprio per queste sue caratteristiche il Decameron era molto diffuso tra i mercanti dell’ epoca che usavano allietare la propria giornata leggendo tra un cliente e l’ altro qualche novella.

La cornice


La cornice è la novella che racchiude tutte le altre e che presenta lo sfondo storico su cui si baserà tutta la vicenda. Ivi il Boccaccio immagina che, a causa della terribile pestilenza del 1348, tre giovani ragazzi e sette fanciulle si riuniscono un martedì dello stesso anno nella chiesa di Santa Maria Novella di Firenze con l’intento di fuggire dalla città e di ritirarsi in una villa di campagna, un idillico e stilizzato paesaggio naturale, per condurvi un’ esistenza aliena dagli scompigli e dai disordini sociali che la malattia aveva comportato. Tutti i giorni tranne il primo, il nono e in quelli dedicati alle celebrazioni religiose, ognuno dei dieci ragazzi deve raccontare una novella il cui tema è deciso dal re o dalla regina eletti giornalmente dalla “brigata” per presiedere e sovrintendere alla vita della stessa. Solo Dioneo è libero di basare le proprie novelle su un tema a propria scelta. Alla fine della giornata i giovani intrecciano danze su ballate fresche e leggiadre che riproducono temi e motivi delle novelle e che si classificano tre le più belle liriche dell’autore. Boccaccio nella cornice, cosi, riesce ad esprimere il proprio ideale di vita, molto diverso da quello che domina la città: alla morte, al dolore e alla disgregazione della socialità lui oppone un modello di vita cortese, aristocratico e onesto, caratterizzato da una compostezza dei modi che è propria di tutti i novellatori, i quali si fanno perciò espressione di un sogno di virtù. Il mondo del Decameron è, quindi, un mondo dominato da rapporti laici, dall’ intelligenza, dalla padronanza di sé, dalla vivacità, dalla cortesia e dalla magnanimità. E’ molto importante, inoltre, sottolineare che i nomi degli stessi novellatori non sono stati scelti a caso dal Boccaccio: Dioneo Panfilo Filostrato Fiammetta (è la donna amata dall’ autore) Pampinea Emilia Elisa Neifile Lauretta Filomena sono gli stessi nomi dei protagonisti dei personaggi greci delle opere che l’autore scrisse il Decameron. Tra i novellatori Panfilo, Filostrato e Dioneo possono essere considerati gli autoritratti del Boccaccio e in particolare questo ultimo rispecchia l’ animo nuovo e libero dell’ autore.

La peste


Della peste, la causa che spinse i dieci “briganti” a fuggire dalla città verso la campagna, Boccaccio usufruì per molteplici motivi. Prima di tutto egli la usò come giustificazione per la prolungata assenza dei ragazzi dalla città e per la licenziosità che questi adottavano nella narrazione; inoltre, in accordo al gusto boccacciano di collegare la narrazione alla concretezza storica e convalidata dall’ esperienza personale, citando la peste egli avrebbe rispettato la realtà storica del tempo. In aggiunta il quadro cupo e opprimente offertoci dalla peste funziona da contrasto con il tono gioioso e sereno peculiare della brigata. A sua volta anche lo stesso viaggio e l’ alienazione dei briganti dal resto della società ha la funzione di ricomporre la socialità distrutta dalla peste,in ammenda al peccato della fortuna. Mentre nella città le persone o si rinchiudevano in casa, abbandonando ogni contatto con la società, o si abbandonavano ad ogni licenziosità e pudore (persino le donne si mostravano agli inservienti o ai mercenari) i dieci ragazzi decidono oculatamente di fuggire, ponendosi come simbolo della virtù, per lo più intellettuale, per mezzo di cui l’ uomo affronta e riesce a superare gli ostacoli postigli innanzi dalla fortuna.

I temi delle Dieci Giornate


1. Tema: ognuno può scegliere il tema che più lo aggrada (Panfila)
2. “ “: chi dopo tante peripezie arriva ad un lieto fine (Filomena)
3. “ “: chi acquista un bene tanto desiderato (Neifile)
4. “ “: amori finiti tragicamente (Filostrato)
5. “ “: gli amanti felici (Fiammetta)
6. “ “: chi con moto spiritoso o pronta azione è riuscito a scampare una disgrazia (Elissa)
7. “ “: beffe ardite dalle mogli a danno dei mariti (Dioneo)
8. “ “: beffe reciproche tra uomini e donne (Lauretta)
9. “ “: lo stesso della prima giornata (Emilia)
10. “ “: amori e imprese sublimi (Panfilo)
Vi è un parallelismo tra la prima giornata (si parla dei vizi e del peggior uomo che sia vissuto: Ser Ciappelletto) e la decima (eroiche virtù e gesti più magnanimi: Griselda). Il centro del libro è costituito dalla quinta giornata e simmetricamente a questa troviamo due giornate dedicate all’ amore, altrettante all’ intelligenza, e altre due alle beffe. E’ possibile notare quindi come i temi principali si collochino in una sfera laica in cui la religiosità dantesca e l’introspezione psicologica tipica del Petrarca sono escluse. Alla variazione del tema trattato corrisponde anche un mutamento tonale: Boccaccio narra con commozione sulle tematiche cavalleresche mentre verte con spirito ironico e divertito nella trattazione dei vizi umani. Ciò non vuol dire però che la sua comicità sia grassa e volgare poiché lui non presta attenzione ai personaggi in sé quanto alle azioni che essi compiono.

L’ambientazione: Chi? Quando? Dove? Perché? Come? (descrizione dei personaggi, dei luoghi e dei tempi)

Nel Decameron vi è una grande descrizione del reale che comprende un’immensa varietà di luoghi e oggetti che assumono importanza solo in relazione alle azioni umane. La descrizione dei paesaggi non è tenuta in gran conto se non veramente necessaria e viene lasciata intendere attraverso le azioni dei personaggi che si contraddistinguono come una galleria di tipi molto spesso in contraddizione tra loro. Di loro Boccaccio dipinge dei ritratti sinceri e densi sebbene siano descritti in modo molto rapido attraverso il loro comportamento. Infatti egli sostituisce alle complesse ed interminabili analisi psicologiche, dialoghi e monologhi che soddisfano esaurientemente la descrizione sia esteriore che interiore dei personaggi. Nella trattazione dei luoghi prevalgono il mare e la città la quale, per la sua peculiare indomabilità e l’ essere capriccioso, risulta un luogo idoneo dove ambientare novelle di natura avventurosa. Preferita dall’autore è Firenze, simbolo della cortesia e degli scambi sociali e commerciali. Sono inoltre menzionati nella narrazione l’Italia, l’Europa e il Mediterraneo. L’ aspetto e la tipologia dell’azione muta a seconda del lasso temporale in cui questa è collocata dall’autore: nel presente prevale l’aspetto comico mentre quello mitico e cortese nel tempo passato (specialmente quello Greco-romano).

La tipologia della novella


La novella è un racconto breve in prosa in sé concluso dominato da una logica interna e da rapporti di causa ed effetto, che ha per scopo principale quello dell’ intrattenimento, dell’evasione ed è indirizzata ad un pubblico di non letterati. La novella si ispira all’exemplum e si divide a sua volta in tre tipi: la novella avventurosa, la novella con impianto scenico animata dai dialoghi, dai gesti e dalla mimica dei personaggi e altri tipi di novelle più brevi i cui dialoghi non si estendono per più di qualche battuta. La principale differenza tra romanzo e novella è che il primo percorre nella narrazione l’intera storia della vita di uno o più personaggi, mentre la trama della seconda è incentrata per lo più attorno ad un particolare momento della vita di un personaggio. Il narratore è eterodiegetico e, sebbene in realtà siano dieci differenti ragazzi a raccontare le storie, ciò non toglie che questi siano portavoce della visione virtuosa dell’autore. La focalizzazione è interna ed in certi punti è possibile percorrere la vicenda “accompagnati” dal personaggio stesso. La fabula e l’intreccio coincidono sempre mentre la durata può variare a seconda se ci troviamo di fronte ad una narrazione di tipo riassuntivo o a vere e proprie scene. Nonostante sia assodato che la tipologia narrativa adoperata nel Decameron sia la novella, per molti quella di Boccaccio è considerata una Commedia umana, data l’ attenzione che egli rivolge all’azione umana che si estende nello spazio definito del possibile.

Le forme: la lingua e lo stile


Nel Decameron sono presenti una gran quantità di registri linguistici che variano rispetto al ruolo dei narratori. Per esempio nel discorso autoriale, cioè compiuto dall’autore che esprime il suo parere, lo stile è elevato, ha costruzione simile a quella latina ed un alto tasso di figure retoriche. Nonostante Boccaccio, dal punto di vista lessicale, comprenda sia il fiorentino illustre, i gallicismi latini senza tralasciare nemmeno termini tecnici e popolareschi, egli non arriva mai a toccare gli estremi dell’aulico prezioso o del volgare plebeo, cercando di evitare scontri linguistici immediati e violenti, osservando una medietà decorosa. Prova tangibile di ciò è il fatto che l’autore faccia parlare direttamente i personaggi (le vicende sono espresse quindi in discorso diretto) che, portavoce ognuno di un diverso ceto sociale, vanno a comporre un mosaico multiforme di linguaggi. Nelle novelle tragiche e quindi più importanti, il linguaggio è più elevato mentre le espressioni del parlato, dotate di maliziosità e di doppi sensi, le ritroviamo nelle novelle più comiche.

I temi del Decameron (Fortuna, Intelligenza, Amore, Ambienti)


Nel Proemio, Boccaccio spiega di volersi rivolgere alle donne per rimediare al peccato della Fortuna. In effetti proprio questo è uno dei temi principali attorno al quale ruota l’intero Decameron. Tuttavia quest’ultimo è strettamente legato al tema dell’ “industria”, l’umana iniziativa che sa superare le avversità opposte dalla Fortuna e dagli uomini, che sa dominare con il calcolo la realtà soggettiva e piegarla ai propri fini, e questo valore è prodotto dalla civiltà mercantile, esaltando l’iniziativa dell’individuo di creare autonomamente tutto un mondo. Boccaccio, nonostante tutto, riesce a cogliere i limiti del mondo borghese e mercantile. Tale fenomeno viene chiamato “ragion di mercatura”, infatti l’interesse economico è anteposto a tutti gli altri valori. Esemplare è il caso dei fratelli di Lisabetta da Messina, che uccidono il giovane amato dalla sorella causandole atroci sofferenze, che la portano ala morte. In Boccaccio, accanto alla rappresentazione della realtà mercantile, c’è la nostalgia del mondo cavalleresco. Tra questi due elementi non vi è però un conflitto insanabile bensì vuole vagheggiare una fusione tra i due ordini di valori, tra il gusto della cortesia e del vivere splendido e l’abilità nel calcolo e nell’uso del denaro e l’industria individuale.
Tra le forze che muovono il mondo del Decameron troviamo in primo luogo la Fortuna. La vita dei mercanti, infatti, è sottoposta all’imprevisto che può agevolare un’iniziativa o portarla al fallimento. Nel Medioevo la Fortuna era già presente ed era considerata una forza subordinata alla Provvidenza Divina. Al contrario l’idea di Fortuna per Boccaccio diviene solamente un complesso accidentale di forze e non più regolato da una volontà superiore o divina. Notiamo quindi che è una visione laica che non esclude però la presenza di Dio nel mondo. Per il poeta la Fortuna può manifestarsi attraverso fenomeni naturali (ad esempio le tempeste marine che fanno naufragare due volte il mercante Landolfo Rufolo) oppure attraverso il combinarsi imprevisto delle azioni umane. La Fortuna può essere avversa o favorevole e può contrastare o assecondare l’agire dell’uomo, che si oppone ad essa con la sua Intelligenza, intesa come sapiente e pronta capacità e volontà di dominare se se stessi e la realtà, di agire e reagire, anche con la sola parola, in tutte quelle imprevedibili o casuali circostanze, che sorprendono la vita. Questa dote è peculiare dell’uomo, indipendentemente dalla classe sociale, e si concretizza in ogni tipo di situazione, anche in quelle che possono avere risultati disonesti: Boccaccio ammette infatti l’utilizzo dell’ingegno anche quando questo si degrada in furbizia. Non c’è da meravigliarsi quindi se, chi ce l'ha, la sfrutti a scapito degli stupidi, sia se c'è in ballo un profitto economico che se si tratti di conquistare una donna, per nobilitare la propria condizione sociale o per affermare la propria superiorità intellettuale.
L’altra grande forza che anima l’universo del Decameron è l’Amore, che costituisce il tema centrale di molteplici novelle ed è anche questo laico e terreno. Per Boccaccio è una forza irrefrenabile che non deve essere repressa perché componente fondamentale della vita, sana e positiva, gioia dell’esistenza e mai peccato. Il poeta infatti elogia gli eroi che si adoperano con ogni mezzo per raggiungere il loro fine amoroso e soprattutto guarda con tenerezza lo sbocciare di un dolce amore tra due ragazzi. Tuttavia anche la forza dell’eros deve essere regolata dalla ragione se non vuole trasformarsi in una forza devastante e irrazionale. L’Amore si presenta in forme distinte e differenti l’una dall’altra. Può essere fonte di ingentilimento, riesce ad innalzare gli uomini di umili condizioni e aguzza le capacità dell’individuo per il raggiungimento dei propri scopi. L’amore tuttavia può dare origine alla commedia dei sensi animando una serie di novelle fondate sulla beffa e l’adulterio ma che può anche dare origine a situazioni tragiche, patetiche e sublimi. L’argomento erotico di numerose novelle ha contribuito nei secoli a creare intorno a Boccaccio una fama di oscenità, ma è da sottolineare che il poeta, anche nelle situazioni più “audaci”, non si sofferma mai sulla descrizione dei particolari, dunque non c’è in lui alcuna grossolanità oscena.
Rivoluzionaria è la democratizzazione dell’amore: se fino ad allora, secondo i moduli stilnovistici, il sentimento amoroso poteva essere concepito solo dagli animi nobili, con Boccaccio, che porta a termine la rivoluzione già iniziata da Guinizzelli, l’amore si estende anche agli animi più umili, socialmente inferiori, perché secondo le sue convinzioni esso eleva tutto e tutti, e va al di sopra di ogni classe sociale.
Un altro tema importante è quello legato al mondo naturale. Tutti i luoghi e i fenomeni naturali sono registrati: mari, fiumi, boschi, strade, giardini, case, le ore del giorno, le stagioni, i fenomeni atmosferici. Si può notare una particolare predilezione per il mare, che diviene metafora della fortuna; tuttavia ha anche una dimensione realistica perché richiama la vita dei mercanti. Ma l’ambiente prediletto è la città spesso rappresentata da Firenze, il centro di scambi e traffici commerciali ma anche di viva socialità, che ama le usanze cortesi e in cui si celebrano diverse avventure. Tra le sue vie ritroviamo l’intersecarsi di diversi ceti e tipi che entrano in contatto con loro: sono rappresentati, da Boccaccio, figure del passato, figure esotiche, mercanti, banchieri, giudici, medici, ma non manca neanche il basso clero (Frate Cipolla) e gli abitanti della campagna, rozzi e semplici. Ecco perché Boccaccio cerca di inserire, all’interno delle sue novelle, brevi racconti di molteplicità del reale. Nell’arco delle varie giornate, infatti, i diversi novellatori si scambiano opinioni e racconti riguardo le proprie esperienze che riflettono i loro stili di vita: si parla di gesti gretti e meschini, eroiche virtù, la celebrazione dell’arte della parola analoga a quella della civiltà fiorentina, ancora l’intelligenza umana e le beffe.
In conclusione possiamo dire che quello del Decameron è un mondo interamente umano che è retto da forze umane che operano in maniera autonoma. Si noti l’amore, la sapienza, l’intelligenza e l’energia che vincono gli ostacoli frapposti dalla fortuna, dalla natura e dagli altri uomini, modellando secondo i loro fini al realtà. Il critico Picone ha osservato che, mentre la visione di Dante è verticale, poiché si riferisce ad un punto di vista trascendente, quella di Boccaccio è invece orizzontale perché è tutta calata nella dimensione terrena. Perciò il mondo di Dante è rigidamente gerarchico mentre Boccaccio è solo curioso di investigare non il singolo ma il molteplice e di conseguenza non istituisce tra terreno e divino.

Realismo e "ragion di mercatura"


Un motivo fondamentale espresso nel Decameron è quello del realismo, inteso come la volontà di riprodurre fedelmente la realtà. Boccaccio infatti si preoccupa di dare sempre ai suoi racconti il colore di fatti realmente accaduti e di scegliere come protagonisti delle novelle personaggi storici o che comunque appartengono a famiglie effettivamente esistite.
Possiamo notare note di realismo nella descrizione della peste, nei ritratti di personaggi reali o verosimili, nell’esplicitare sempre non solo lo spazio geografico in cui si svolgono i fatti, ma anche quello sociale. È proprio in virtù del realismo che Boccaccio sceglie di rappresentare, nella sua opera, tutte le classi sociali, dall’aristocrazia alla borghesia, dal popolo al clero, mettendo tutti sullo stesso piano. Infatti, anche se sottolinea alcune qualità di un ceto, non disprezza il resto della società né tanto meno esclude che anche altri possano possedere le stesse virtù (vedi democratizzazione dell’amore).
In ogni caso, Boccaccio dà particolare attenzione alla classe borghese mercantile, esaltandone l’intelligenza, l’intraprendenza e l’abilità nel calcolo e nel commercio, oltre che la celebrazione delle capacità individuali, in quanto crede che sia molto importante che alle fondamenta di una società ci siano innanzitutto solide basi materiali ed economiche.
Tuttavia, il suo elogio ai mercanti non è completo: anzi, vi pone dei limiti, evidenziando come un esclusivo attaccamento alla “ragion di mercatura”, l’interesse economico anteposto a tutti gli altri valori, possa condurre a gesti di estrema crudeltà, come accade nella vicenda di Lisabetta da Messina. Per correggere questi eccessi, occorre liberare l’uomo dall’eccessiva materialità ed educarlo ad altri valori, quali la magnanimità disinteressata, la liberalità, la generosità, il gusto delle belle forme.
Boccaccio quindi, con il suo Decameron, non intende esaltare una o l’altra classe sociale, ma vuole proporre un nuovo modello di società che preveda la fusione tra i raffinati modi cortesi, l’elevatezza spirituale, il vivere splendido relativi alla tradizione cortese, e il senso acuto e materiale della realtà, con l’arte di amministrare i propri beni e l’”industria” individuale tipica dei mercanti.

Le tre realtà del Decameron


All’interno del Decameron possiamo distinguere tre tipi di realtà: la realtà storica, ovvero la cornice, costituita dalla peste, che oltre a fare da sfondo e da introduzione conferisce maggiore credibilità all’opera stessa in quanto si basa su una realtà storica documentata e testimoniata dallo stesso autore. In secondo piano troviamo la realtà ideale, quella dei novellatori: il modello di società da loro offerto non è infatti reale, ma ideale (non a caso Boccaccio vuole proporre questo tipo di società come esempio da seguire in sostituzione a quella disgregata del suo tempo).
Infine vi è il mondo vero, quello rappresentato dalle novelle: sono loro infatti il vero ritratto della società, con tutti i suoi aspetti: l’affermazione della classe mercantile, le beffe e gli ngenni, i vizi e le virtù, le vicende d’amore, che possono riferirsi al mondo contemporaneo all’autore oppure ad un tempo passato.

Confronto tra Giovanni Boccaccio e Geoffrie Chaucer


Il pellegrinaggio al santuario di Thomas Becket, e le storie che i pellegrini narrano per passare il tempo durante il persorso, è infatti di costruzione tale da rammentare il Decameron.
Come nelle novelle del Decameron, anche quelle narrate da Chaucer nascono da un gruppo di novellatori in viaggio per Canterbury. Ma notevoli sono anche le differenze: la cornice boccacciana presenta un carattere funzionale; in Chaucer invece i personaggi vengono caratterizzati in maniera individuale e inoltre appartengono ad un panorama socialmente variegato ma lo stesso motivo religioso non frena la libertà inventiva ed ironica.

Piani narrativi


o Il riquadro più esterno è occupato dall’Autore del Decameron, che è indirizzato ai lettori reali.
o Poi abbiamo il narratore di primo grado, che parla in prima persona nel Proemio, nelle introduzioni e nella Conclusione, e si rivolge alle donne.
o Subito dopo il narratore di secondo grado, che si distingue in dieci diverse voci, ovvero quelle dei novellatori, che hanno come pubblico la brigata stessa.
A volte gli stessi protagonisti delle novelle raccontano a loro volta, dunque abbiamo un narratore di terzo livello che racconta una novella agli altri personaggi.

• Lavoro analitico novella

Lisabetta da Messina


Giovanni Boccaccio dedica la quarta giornata del Decameron a “coloro li cui amori ebbero infelice fine”. La quinta novella tratta la tragica storia di Lisabetta da Messina.
Questa giovane assai bella e costumata, ma non ancora sposata, viveva a Messina con i suoi tre fratelli, mercanti, e assai ricchi uomini, al cui servizio vi era Lorenzo, un giovinetto pisano, che tutti i lor fatti guidava e faceva.
Col tempo i due giovani si innamorarono e organizzarono di vedersi di nascosto ai fratelli. Una notte, però, uno dei fratelli scoprì Lisabetta che furtivamente si recava da Lorenzo, e senza indugio lo raccontò agli altri due, che progettarono di eliminare il giovinetto perché d’intralcio ai loro affari e al loro buon nome di mercanti.
Riuscirono così a condurre Lorenzo in un luogo lontano e solitario, dove lo uccisero e lo sotterrarono, facendo credere agli altri, e a Elisabetta, di averlo mandato fuori città per una commissione.
La ragazza, sempre più preoccupata per l’amato, piangeva e si disperava tutto il giorno, chiedendo ai fratelli dove egli fosse ma senza ricevere alcuna risposta, finché, una notte, gli apparve in sogno rivelandole il delitto dei fratelli e indicandole il luogo in cui era seppellito.
L’indomani, col pretesto di dover uscire con un’amica, la giovane si recò in quel luogo dove trovò il corpo del giovane Lorenzo. Dopo averlo trovato decise di portare con sé almeno una parte di lui così gli taglia il capo con un coltello e ,avvoltolo in un asciugamano, lo portò a casa dove lo sotterrò in un vaso con del basilico. La povera ragazza passava le sue giornate a dialogare con il vaso e a “innaffiarlo” con le sue lacrime. Ma i suoi fratelli, venuti a conoscenza dai vicini che la loro sorella passava intere giornate a curare il basilico, consumando così la propria bellezza, glielo sottrassero e, svuotandolo, riconobbero la testa putrefatta di Lorenzo. Nel timore che il loro reato potesse essere scoperto, si trasferirono a Napoli, mentre Elisabetta, privata del prezioso vaso, finì per ammalarsi e morire così di dolore.

Temi


In questa novella Boccaccio riprende e sviluppa l’antico tema cortese dell’ “amore e morte” (rappresentato da Lisabetta). Vi è una concezione naturalistica dell’Amore, visto dal Boccaccio, come una forza che scaturisce dalla natura, è in sé sana e positiva, ed è assurdo e vano reprimerla.
Anzi, soffocarla è una colpa, che può generare sofferenza, come in questo caso. Per questo il poeta favorisce i personaggi che fanno di tutto per raggiungere l’amore, e approva questo sentimento e il suo sbocciare nei giovani. In questa novella l’amore appare più forte anche della logica mercantile: cioè la Natura è più forte delle convenzioni sociali.
E’ fortemente sentito il tema della “ragion di mercatura” (rappresentato dai fratelli), l’interesse economico anteposto a tutti gli altri valori, che può generare una grettezza disumana, e può condurre a gesti di estrema crudeltà. Come accade in questa novella dove, i fratelli di Elisabetta, in nome della ragion di mercatura, uccidono il giovane amato dalla sorella e le causano atroci sofferenze, che la portano alla morte.
Elementi di etica mercantile sono presenti anche nel comportamento di Lisabetta, la quale, così come un buon mercante deve saper custodire i propri beni e le proprie ricchezze, così lei custodisce e si prende cura della testa del suo amato come sua unica ricchezza. Ed è proprio questa ragion di mercatura che mette in moto tutto il racconto, infatti i fratelli sono disposti a tutto pur di salvare il buon nome della famiglia e i loro affari, andando contro all’individualismo di Elisabetta che, per quanto vittima, risulta alla fine vincitrice poiché disgrega il nucleo familiare che loro volevano tenere unito, costringendoli, con il suo comportamento, a fuggire da Messina.
Un altro tema fondamentale presente nella novella è il Silenzio che, da Elisabetta è usato per esprimere il suo stato di inferiorità, di sottomissione ai fratelli per la classe sociale a cui appartengono e di sofferenza, mentre i fratelli, lo usano perché, pur avendo la facoltà di parlare, per affermare il loro potere preferiscono direttamente agire. Questa impossibilità di comunicazione tra Lisabetta e i fratelli è il risultato dello scontro tra la forza dell’amore e la ragion di mercatura, riconducibile anche nell’opposizione giorno-notte dove, il giorno, è il regno dei fratelli, e la notte, lo spazio d’azione di Lisabetta.
E’ stato molto discusso dai critici anche il significato simbolico del gesto di Elisabetta, di mettere nel vaso la testa del suo amato: la testa di Lorenzo è l’oggetto del desiderio represso e negato e rappresenta il figlio, mentre il vaso è il grembo che deve costituire una riparazione alla morte, una sorta di rinascita; il basilico in fine è visto come il figlio metaforico sostitutivo che nasce e cresce (connotazione fiabesca).
Tutto questo può essere anche ricondotto agli antichi riti di fertilità: dove la testa del dio della vegetazione era sepolta nella terra all’inizio dell’inverno come segno di rifecondazione delle piante a primavera.
Il sogno, invece, quello rivelatore di Elisabetta, in cui le appare Lorenzo che le indica il luogo dove è stato sepolto, è una proiezione dell’immaginario che, da qui, opera in ogni situazione, sino alla follia; ed è anche testimonianza delle credenze popolari dell’epoca.

Struttura della narrazione


L’intreccio della storia presenta una struttura ripetitiva, in quanto abbiamo all’inizio il divieto (i fratelli non maritano Elisabetta); l’infrazione (Lisabetta inizia una relazione con Lorenzo); e la punizione (i fratelli uccidono Lorenzo).
Questo schema si ripete anche nelle sequenze successive.


Livello stilistico-espressivo


Tono: lirico, più che narrativo, elegiaco, dolce e commosso
Stile: alto e sostenuto

Messaggio:

Boccaccio vuole proporre gli elementi essenziali per una società più progredita, ovvero la necessità di un’apertura laica della morale familiare e sociale, che attenui la forza repressiva dei codici dominanti sulle forze spontanee della natura: una morale più libera sia nei rapporti tra le diverse classi sociali, sia tra i sessi.

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