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Testo Astolfo sulla luna


Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch'in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.


Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s'indi la terra e 'l mar ch'intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l'imagin lor poco alta si conduce.



Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c'han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.

Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l'apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.


Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch'in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l'inutil tempo che si perde a giuoco,
e l'ozio lungo d'uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.


Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch'eran le corone antiche
e degli Assiri e de la terra lida,
e de' Persi e de' Greci, che già furo
incliti, ed or n'è quasi il nome oscuro.


Ami d'oro e d'argento appresso vede
in una massa, ch'erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch'in laude dei signor si fanno.

Di nodi d'oro e di gemmati ceppi
vede c'han forma i mal seguiti amori.
V'eran d'aquile artigli; e che fur, seppi,
l'autorità ch'ai suoi danno i signori.
I mantici ch'intorno han pieni i greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.


Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sì mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l'opra:
poi vide bocce rotte di più sorti,
ch'era il servir de le misere corti.


Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch'importe.
«L'elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte.»
Di vari fiori ad un gran monte passa,
ch'ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece.


Vide gran copia di panie con visco,
ch'erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l'occurrenze nostre:
sol la pazzia non v'è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.


Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch'egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n'era quivi un monte,
solo assai più che l'altre cose conte.


Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell'uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d'Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l'altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d'Orlando.


E così tutte l'altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch'egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantità n'era in quel loco.

Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de' signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d'altro aprezze.
Di sofisti e d'astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n'era molto.


Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l'oscura Apocalisse.
L'ampolla in ch'era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch'Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch'uno error che fece poi, fu quello
ch'un'altra volta gli levò il cervello.


La più capace e piena ampolla, ov'era
il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sì leggiera,
come stimò, con l'altre essendo a monte. [...]




Parafrasi Astolfo sulla luna


Percorrono tutta la sfera di fuoco,
e dunque si recano verso il regno della luna.
Scorgono che quel posto (loco) per la maggior parte è
come un acciaio che non presenta nemmeno una macchia;
e lo trovano, per grandezza uguale o poco meno
alla superficie totale del globo del pianeta Terra,
prendendo in considerazione anche il mare che la terra circonda e stringe.

Là Astolfo rimase sorpreso due volte:
che quel luogo visto da vicino era tanto grande,
mentre in realtà è simile ad un piccolo tondo
per noi che lo guardiamo da queste parti;
e che gli sarebbe stato utile aguzzare lo sguardo,
se dalla luna, la terra e il mare che attorno a quest’ultima si estende,
vuole riconoscere; in quanto non possedendo una luce propria,
la loro immagine giunge poco lontana.

Sulla luna sono presenti ben altri fiumi, altri laghi, altre campagne
rispetto a quelli che sono presenti sulla terra (tra noi);
altre pianure, altre valli, altre montagne
presentano le città ed i castelli che sono nella Luna,
con delle case in confronto a cui mai più grandi
il paladino potè osservarne né prima né poi:
e sono presenti anche vaste e solitarie foreste,
in cui le ninfe in ogni momento sono intente a cacciare le belve che vi dimorano.

Astolfo non rimase a conoscere tutto quel luogo;
in quanto non era giunto fino a là con quel fine.
Fu accompagnato fino a là dall’apostolo Giovanni
in una valle che si trovava stretta tra due montagne,
dove veniva straordinariamente raccolto
ciò che si era perso o per causa nostra,
o a causa del tempo o della Fortuna:
tutto quello che sulla Terra si perde, sulla Luna si raduna.

Non parlo di regni oppure di ricchezze,
su cui ha un enorme potere la ruota volubile della Fortuna;
ma voglio anche riferire di ciò che la Fortuna
non è in grado di togliere o di fornire.
Lassù vi è tanta di quella fama che, come fosse un tarlo,
il tempo con il passare del tempo giù nella terra divora:
sulla Luna si trovano infinite preghiere e propositi,
che noi peccatori rivolgiamo verso Dio.

Le lacrime e i sospiri degli amanti,
il tempo sprecato che si perde nel gioco,
ed il prolungato ozio degli uomini ignoranti,
i propositi vani che non vengono mai attuati,
i desideri inconcludenti sono molti,
che affollano la maggior parte di quel posto:
in sostanza ciò che sulla terra perderesti,
lo potresti ritrovare salendo sulla Luna.

Transitando il paladino in mezzo a quel mucchio di cose perse,
fa domande alla sua guida di cosa sia quello e di cosa sia l’altro.
Scorse un monte costituito da vesciche gonfie,
dal cui interno parevano provenire confusione e grida;
e venne a conoscenza del fatto che si trattava degli antichi re,
sia degli Assiri che della Lidia,
dei Persiani sia dei Greci, che nel passato furono celebri,
mentre ora sembra quasi che anche il loro nome sia stato scordato.

Là vicino scorge ami d’oro e d’argento
raccolti in numerose quantità, si trovavano questi doni
che vengono fatti ai re ai principi avari e ai protettori
con la speranza di ottenere un guadagno
Scorge dei lacci nascosti in delle ghirlande; e chiede di cosa si tratti
e gli viene detto che si tratta di adulazioni.
Vengono rappresentate come delle cicale scoppiate a causa del tanto cantarei versi composti al fine di tessere le lodi dei signori.

Si nodi dorati e catene arricchite di gemme
scorge che risultano avere una forma quelle storie d’amore non finite bene.
C’erano artigli di aquile; e venne a conoscenza anche
dell’autorità conferita dai signori ai loro ministri.
I mantici che ricoprivano i pendii che si trovano intorno alla valle,
sono i favori, che come fumo, i principi concedono ai loro preferiti
e che successivamente sono tolti, e spariscono con il trascorrere degli anni.

Rovine di città e di castelli
si trovavano lassù in modo disordinato insieme ad immensi tesori.
Astolfo chiede che cosa siano e viene a sapere che sono cospirazioni
e quelle congiure che non sono in grado di rimanere nascoste.
Intravide dei serpenti con volto di donzelle,
operato di falsari e di ladroni:
in seguito scorse delle bottiglie fatte di vetro rotte,
le quali risultavano essere il risultato di servizi che venivano effettuati
dalle povere corti ai loro signori.

Fu in grado di vedere anche una grande massa di minestre versate,
e dunque chiede al suo maestro che cosa ciò stia a significare.
“Si tratta (dice) dell’elemosina che certi lasciano nel loro testamento,
purché venga fatta dopo la loro morte.”
Transita vicino a una grande mole di fiori diversi,
i quali un tempo avevano avuto una buona profumazione e che invece ora puzzano tanto.
Questo era il dono (se è possibile chiamarlo in questo modo)
che Costantino diede al buon Silvestro.

Scorse una grande quantità di trappole appiccicose costituite dal vischi, che erano state in passato, o donne, la vostra bellezza. Diventerebbe lungo se raccontassi mediante versi tutte le cose che sulla Luna Astolfo vide; dato che nemmeno dopo mille e mille versi non sarei in grado di terminare, dato che ci sono tutte le cose che ci possono capitare nel corso della vita: solamente la follia è presente in giuste quantità sulla luna, né poca né molta; dato che si trova giù sulla terra, senza mai allontanarsi.

Là in merito ad alcuni suoi giorni e su alcuni avvenimenti che lo riguardavano, è che lui aveva già scordato, aveva rivolto la sua attenzione; che se non ci fosse stato il suo maestro a chiarirgli le cose, Astolfo non sarebbe stato capace di distinguere le differenti forme. Poi arrivò nel luogo in cui a noi pare di avere in maniera sufficiente,
a tal punto che non furono mai fatti voti a Dio per poterne avere in quantità maggiori; mi sto riferendo al senno: là ve ne era così tanto da costituire quasi un monte, da solo in quantità così superiore alle altre che fino a questo momento sono state raccontate.

Si presentava come un liquido disciolto e fluido avente lo scopo di evaporare, qualora non venisse tenuto ben chiuso in un contenitore; e in quella valle era possibile vederlo raccolto in varie ampolle, quale più, quale meno capiente, che erano adeguati a quell’utilizzo. La più grande di tutte era quella in cui era stato riversato all’interno il senno
del pazzo cavaliere Orlando; e fu riconosciuta tra le altre, poiché all’esterno c’era la scritta: Senno d’Orlando.

Nello stesso modo anche tutte le altre riportavano scritto il nome di coloro che erano stati i proprietari del senno.
Il duca Astolfo scorse un’ampolla che conteneva la maggior parte del proprio senno; ma rimase molto più sorpreso delle ampolle di molti di coloro che lui credeva non dovevano minimamente essere privi di senno, diedero però segno del fatto che in realtà ne possedevano poco; essendone presente in grande abbondanza in quel posto.

Alcune persone lo perdono a causa dell’amore, altri invece per l’onore, altri ancora alla ricerca di ricchezze, spostandosi per mare; altri per via delle speranze riposte nei loro signori; altri ancora ritrovandosi dietro alle sciocche arti magiche; altri per le gemme, altri per le opere realizzate dai pittori, e altri per altre cose che apprezzano maggiormente. Di filosofi e di astrologi e di poeti anche fu raccolto tanto senno in quel luogo.

Astolfo tolse il suo senno; glielo consentì l’apostolo Giovanni che scrisse l’ultimo libro dell’Apocalisse
che era presente nel Nuovo Testamento. Portò verso il suo naso semplicemente l’ampolla nel quale il suo senno era presente, e dunque parve che il suo senno ritornò nel suo posto: e che Turpino confessi, da quel momento in poi,
che il duca Astolfo visse per tanto tempo come un uomo savio; ma quello fu un errore che commise successivamente e che
poi gli tolse nuovamente il proprio senno.

L’ampolla più capiente e piena, dove era presente il senno che era solita rendere saggio il conte Astolfo,
prese Astolfo; e non era così leggera, come aveva considerato, vedendola ammucchiata assieme a tutte le altre.

per approfondimenti, vedi anche:
Metafore: riferimenti Astolfo sulla luna
Astolfo sulla luna
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