Università Telematica "e-Campus"
Facoltà di Scienze Giuridiche
Corso di laurea in criminologia
La valenza probatoria del DNA nel processo penale: il caso di Yara Gambirasio
Relatore: Armando Palmegiani
Tesi di Laurea di: Francesca Pierina Romano
Matricola numero 002377527
Anno Accademico 2023/2024
A Yara.
Ed a tutte le donne vittime della violenza dell’uomo.
Indice
- Introduzione
- Capitolo 1
- Dov'è Yara? La scomparsa ed il ritrovamento del corpo
- Le indagini
- La refertazione medico legale della dott.ssa Cattaneo
- Brembate e la raccolta dei campioni del DNA: Costituzionalismo Vs Verità
- La svolta nelle indagini: chi è Ignoto 1? L'arresto di Massimo Giuseppe Bossetti
- Chi è Massimo Giuseppe Bossetti, detto "Il Favola"
- Capitolo 2
- Il DNA come prova nel procedimento penale
- L'orientamento giuridico dell'indagine genetica. Le normative di riferimento
- La prova del DNA tra manifestazione mediatica e realtà giuridica
- Capitolo 3
- Il processo
- La sentenza di primo grado
- La sentenza di Appello
- La sentenza di Cassazione
- Il "Favola": colpevole oltre ogni ragionevole dubbio
- Il processo
- Capitolo 4
- Intervista a Laura Marinaro
- Intervista Avv. Andrea Pezzotta
- Intervista Avv. Camporini
- Conclusioni
- Bibliografia, sitografia e videografia
- Ringraziamenti
Introduzione
La tragica scomparsa di Yara Gambirasio è stata, nella storia della cronaca italiana, uno dei casi che ha maggiormente coinvolto l’opinione pubblica, non solo per la morte di una ragazzina di tredici anni, quanto per il modus operandi adottato dal PM Letizia Ruggeri e dalla tenacia con cui le Forze dell’Ordine hanno operato, sin dal primo istante. Un caso a sé, avvolto nel mistero per anni e giunto ad una conclusione grazie alla forza di volontà, inventiva e, concedetemi, una sostanziale caparbietà, del Pubblico Ministero incaricato.
Nel caso Gambirasio nessuna pista è stata tralasciata, le indagini sono state condotte con metodi quanto meno inusuali ed hanno consentito di scoprire la verità su un crimine tanto mostruoso quanto disumano. È il 26 febbraio 2011 quando Yara viene ritrovata, pochi mesi dopo la sua scomparsa, a Chignano d’Isola: non muore per le ferite inferte dal suo aguzzino, per quanto violente, bensì a causa delle temperature, estremamente basse, che caratterizzavano il bergamasco in quel periodo.
Sulla scena del crimine gli inquirenti si trovano dinnanzi ad una scena straziante: il corpo di Yara è parzialmente decomposto, nel pugno stringe delle erbacce, quasi per cercare la forza di gridare, in quel campo desolato, la sua paura ed il suo dolore. Cosa avrà pensato Yara nei suoi ultimi istanti di vita? Avrà avuto paura? Gli slip abbassati fanno temere il peggio: la piccola Yara è stata forse vittima di violenza sessuale? Le indagini vanno avanti, senza sosta e, a pochi giorni dal ritrovamento del corpo, il 11 marzo 2011 sugli slip di Yara viene ritrovato un campione di DNA maschile.
Le analisi in laboratorio proseguono e proprio quel DNA, estratto attraverso otto kit diversi, fornisce un risultato univoco: Ignoto 1. Tante domande si sono susseguite per mesi: il caso di Brembate di Sopra sembrava inizialmente destinato a rimanere avvolto nel mistero. Ma Letizia Ruggeri non ci sta, invoca giustizia, lotta con le unghie e con i denti per scoprire la verità. Con la sua forza d’animo e la sua sicurezza pianifica raccolta di campioni di DNA a Brembate e nei comuni limitrofi. Da questo momento, in fondo a quel tunnel, si intravede la luce.
Con il supporto delle nuove tecniche genetiche Ignoto 1 non è più “solo” un campione di DNA, bensì ha una storia, scoperta giorno dopo giorno. Ha gli occhi azzurri, il padre naturale è Giuseppe Guerinoni, autista di autobus a Gorno, che ebbe una relazione con Ester Arzuffi. Il cerchio inizia a stringersi, il DNA nucleare dell’Arzuffi coincide con il DNA mitocondriale di Ignoto 1. Scienza e giustizia, l’una a fianco all’altra, hanno superato i loro limiti e le loro differenze ed oggi l’assassino della piccola Yara ha un nome: Massimo Giuseppe Bossetti.
In memoria della piccola Yara, per amor di verità.
Capitolo 1
1.1 Dov'è Yara? La scomparsa ed il ritrovamento del corpo
Yara Gambirasio nasce a Bergamo, tredicenne, studentessa di terza media, amante della ginnastica ritmica, affermatasi anche in ambito nazionale. La quotidianità di Yara non è molto diversa da quella dei suoi coetanei, dei nostri fratelli, dei nostri figli o dei nostri nipoti. Scuola, palestra, e gli amici. Un’adolescente tranquilla, con tanti sogni nel cassetto, che si apprestava a vivere le sue prime esperienze.
La famiglia di Yara può essere definita una famiglia comune, semplice: papà Fulvio è un geometra e mamma Maura un’educatrice in un asilo nido. Ha una sorella e due fratelli, Keba, Gioele e Nathan. È il 26 novembre 2010, sono le 17.15 circa, quando Yara si allontana da casa per andare al Centro Sportivo di Brembate di Sopra; quel giorno non doveva allenarsi, doveva consegnare uno stereo per delle gare, che si sarebbero svolte la domenica seguente. Saluta mamma Maura, sua sorella ed esce.
Arriverà al Centro Sportivo alle ore 17.30 circa, non si fermerà a lungo, il tempo di vedere gli allenamenti delle sue compagne e di salutare le sue istruttrici. Sono le 19.15, mamma Maura inizia a preoccuparsi, prova a chiamarla al cellulare, è spento. Riprova, riprova, ma il telefono della piccola Yara è sempre spento. Maura va cercarla in palestra, ma la giovane bergamasca non c’è. L’angoscia aumenta, l’assenza improvvisa di Yara crea allarme e paura, la famiglia Gambirasio alle 20.30 circa si reca presso la Stazione dei Carabinieri di Ponte San Pietro per sporgere denuncia. Si perdono le tracce di Yara: è il 26 novembre 2010. Yara è scomparsa.
Nei casi di scomparsa di persona le Autorità, sin dalla fase iniziale, debbono tenere conto di diversi dettagli, quali l’età del soggetto scomparso, la vulnerabilità. Proprio questi dettagli potrebbero, da una parte farlo considerare quale, potenzialmente, oggetto di un sequestro, oppure, ad esempio, vittima di un’aggressione a sfondo sessuale o di un omicidio, d’altra parte potrebbero evidenziare casi di allontanamento volontario, violenza domestica. Il Child Abduction Respons Plan, progetto ideato dal Dipartimento di Giustizia statunitense nel 1998, con lo scopo di creare un sistema di allerta celere nel caso di scomparsa di persone, evidenzia che la disamina della situazione è saliente, poiché influenza le decisioni che le Forze dell’Ordine prenderanno.
Il 26 febbraio 2011 l’aeromodellista Ilario Scotti rinviene il cadavere della piccola Yara. Sono trascorsi esattamente tre mesi dalla tragica scomparsa dell’adolescente bergamasca. Da quel giorno le ricerche non si sono mai fermate, hanno sfidato le avversità climatiche, ma l’obiettivo è sempre stato quello di ritrovare la ginnasta. Scotti dichiarerà di essersi recato a Chignano d’Isola, nelle prime ore del pomeriggio, per far volare alcuni modellini di aeroplanini telecomandati. Nel cercare un modellino caduto in mezzo al campo, l’uomo si imbatte nel cadavere: in avanzato stato di decomposizione, si era mimetizzato con le erbacce e la flora del posto, e non era visibile ad una distanza superiore ad un metro.
La polizia scientifica, giunta in loco, rileva sul corpo della tredicenne, numerosi colpi di spranga, un trauma cranico, presumibilmente inferto con un sasso, sei ferite da arma da taglio ed una profonda ferita al collo. L’esame autoptico rivelerà che nessuna di queste ferite è stata letale. Il 18 settembre 2015, durante l’udienza, Ilario Scotti, racconterà di essersi imbattuto in quello che, a prima vista, sembrava un “mucchio di stracci”.
Inevitabilmente il ritrovamento del corpo di Yara Gambirasio genera il cordoglio, la rabbia ed il dolore di un’intera nazione. "L’Italia piange la morte di Yara" è il titolo dell’Avvenire, “Orrore per il martirio di Yara" La Repubblica, e ancora "Ritrovato il corpo di Yara. Pista locale per l’assassino" il Corriere della Sera. Articoli su articoli, sui quotidiani nazionali in prima pagina la foto di una tredicenne sorridente con l’apparecchio ai denti. Uno sguardo che semina luce. Il ritrovamento del corpo di Yara ha messo fine alle speranze di quell’Italia che ancora crede nei valori, ma soprattutto nella vita, e che, a distanza di oltre quattordici anni, si chiede come sia possibile strappare la vita ad una bambina. E ancora oggi quell’Italia non si dà pace.
1.2 Le indagini
Sono le 20.30 del 26 novembre 2010, i Gambirasio si trovano presso la Stazione dei Carabinieri. Contestualmente all’acquisizione della denuncia, il brigadiere Garro tenta di rintracciare l’utenza telefonica dell’adolescente attraverso il sistema “Carro”, all’epoca utilizzato dalla procura della Repubblica, che localizzava l’apparecchio in Monza Brianza, zona indicativa del nord Italia. Solamente a 00.42, la Vodafone localizza l’utenza telefonica e consente di accertare l’ultimo aggancio del cellulare alla rete, alle 18.55.
Dai tabulati della Vodafone emerge che Yara, tra le 18.25 e le 18.44 riceve dei messaggi da una sua compagna, in questo arco temporale il cellulare di Yara aggancia le celle di Ponte San Pietro, compatibili con il Centro Sportivo; alle 18.49 Yara riceve l’ultimo messaggio dall’amica Martina, che aggancia la cella di Mapello, compatibile con la zona compresa tra la palestra e la sua abitazione. Non sapremo mai se Yara ha letto quel messaggio. Vengono ascoltate le istruttrici, ed emerge che l’ultimo a vedere Yara è stato Fabrizio Francese, patrigno di una ginnasta, che l’aveva incrociata tra le 18.40 e le 18.45, mentre lasciava la palestra. Nelle sue dichiarazioni Francese afferma di non averla seguita con lo sguardo sino a vederla varcare la soglia, ma escludeva che fosse tornata negli spogliatoi.
Alle 19.11 il cellulare della ginnasta è definitivamente spento. La scomparsa della tredicenne non è mai stata associata ad un allontanamento volontario: Yara è stata descritta agli inquirenti come una ragazzina tranquilla, serena e molto legata al contesto famigliare. Le indagini si sono svolte in modo estremamente meticoloso:
- Sono state ascoltate a sommarie informazioni i genitori, gli iscritti al Centro Sportivo e tutti coloro che abitavano nelle vie adiacenti alla palestra ed alla residenza dei Gambirasio;
- Sono stati utilizzati i cani molecolari ed i cani esperti nel ritrovamento di resti umani e tracce ematiche, che perlustrarono il Cantiere di Mapello e il Centro Sportivo. Non furono utilizzati nei tratti stradali adiacenti la palestra, in quanto, trattandosi di strade asfaltate, i cani non avrebbero fiutato nulla;
- Sono stati volti al setaccio il Centro Sportivo di Brembate di Sopra ed il cantiere di Mapello;
- I lavoratori del cantiere di Mapello furono identificati ed intercettati.
Successivamente al ritrovamento del cadavere di Yara, il cantiere di Mapello è stato oggetto di indagini e perquisizioni, volte soprattutto al sequestro di alcuni campioni, poi rilevatisi fondamentali nel corso dell’esame autoptico. Mohamed Fikri, questo è il nome del primo sospettato per la morte della tredicenne bergamasca. Fikri, operaio marocchino, lavorava presso il cantiere di Mapello. I sospetti sul giovane nascono da un’intercettazione telefonica. Fikri quello stesso giorno è in partenza per Tangeri, si mobilitano le Autorità, la nave partita da Genova e diretta in Marocco viene bloccata ed il 05 dicembre 2010 Fikri viene arrestato.
Dopo la disamina di un’intercettazione, detto “Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io”, il nastro della telefonata fu nuovamente sottoposto ad altre perizie dalle quali emerse che Fikri in realtà disse “Allah ti prego, fai che risponda”. Gravissimo errore di traduzione dall’arabo, che costò al muratore di Mapello un arresto, che si concluse con la scarcerazione il 07 dicembre del 2010.
A seguito del ritrovamento del cadavere, 26 febbraio 2011, le indagini si concentrano, sin da subito, sugli indumenti indossati dalla vittima, su tutti gli oggetti repertati in fase di sopralluogo, ossia pezzi di plastica, frammenti di cellophane, un asciugamano, una salvietta di carta, uno slip da uomo ed alcune fascette metalliche, trovate lungo il muro perimetrale di un capannone, due biglietti del parcheggio dell’aeroporto, due carte d’imbarco del febbraio 2011 ed una roncola. Dalla salvietta sporca di sangue, rinvenuta a circa 100 metri dal cadavere, e dai guanti di Yara (sulla punta del pollice del guanto sinistro) vengono estrapolati due profili genetici maschili ed un profilo genetico femminile, utili per le comparazioni; furono convenzionalmente denominati “Uomo 1”, “Uomo 2” e “Donna 1”. Questi profili genetici furono inseriti nelle banche dati delle forze dell’ordine, ma non si ottenne alcun riscontro.
A maggio del 2011, decorsi tre mesi dal ritrovamento della piccola Yara, il RIS estrapola su un campione prelevato dagli slip della vittima un profilo genetico maschile, che fu da allora denominato “Ignoto 1”. Il profilo di “Ignoto 1” apparì sin da subito molto più ricco di contenuto, rispetto ai profili “Uomo 1”, “Uomo 2” e “Donna 1”. Le indagini, pertanto, si concentrarono prevalentemente sull’identificazione di “Ignoto 1”.
Sul piano delle investigazioni tradizionali, invece, vengono redatti una serie di elenchi di soggetti, ai quali effettuare i prelievi di campioni di DNA da confrontare con il profilo di “Ignoto 1”, ossia:
- Tutti i lavoratori delle ditte edili presenti sulla provincia di Bergamo, stante il rinvenimento di particelle di ossido di calcio sulla salma;
- Identificazione degli utilizzatori di telefoni cellulari transitati nelle celle di interesse investigativo;
- Viene stilato un elenco di 777 dipendenti di ditte di Chignolo d’Isola;
- Vengono acquisiti i nominativi dei 31 mila soci della discoteca “Le Sabbie mobili” sempre di Chignolo d’Isola.
Oltre 3400 frequentatori del Centro Sportivo di Brembate vengono sottoposti a prelievo salivare, così come i famigliari, i vicini di casa, i compagni di scuola ed i loro genitori, tutti gli individui memorizzati nel cellulare di Yara, gli operai del Cantiere di Mapello. I primi 2.000 confronti non restituirono alcun riscontro positivo, ma a luglio del 2011 viene prelevato il tampone salivare di Damiano Guerinoni, tesserato della discoteca “Sabbie Mobili”. Dopo mesi e mesi di indagini, il primo cenno: l’aplotipo Y risultava simile al campione di Ignoto 1. Guerinoni viene subito escluso dai sospetti, per due ragioni: al momento della scomparsa di Yara si trovava in Perù, gli esami di laboratorio dimostrarono che non si trattava di Ignoto 1. Le indagini si concentrarono pertanto sulla famiglia Guerinoni, composta da Damiano, dalla madre Aurora Zanni e sulla sorella di Damiano, Tania. Sergio Guerinoni era infatti deceduto nel 2003.
L’aplotipo Y si trasmette per linea maschile di generazione in generazione; pertanto, gli inquirenti risalgono da Sergio Guerinoni al capostipite Battista Guerinoni, per poi ricostruire l’intero albero genealogico, sottoponendo a prelievo tutti i discendenti maschi ancora in vita, per poi arrivare a Pierpaolo Guerinoni. Pierpaolo, figlio di Benedetto Giuseppe deceduto nel 1999, viveva a Frosinone e non aveva figli. Scientificamente gli inquirenti si trovarono dinnanzi a due possibilità: o “Ignoto 1” era figlio illegittimo di Giuseppe Benedetto Guerinoni o, seppur con possibilità minore, di Pierpaolo. Confrontato il DNA prelevato dal bollo della patente di Giuseppe Benedetto con quello di “Ignoto 1”, emerse una corrispondenza pari al 99,999999999%. Si concluse pertanto che Giuseppe Benedetto Guerinoni era il padre biologico di Ignoto 1.
Le indagini si indirizzarono alla ricerca di tutte quelle donne che avessero avuto una relazione col Guerinoni, volgendo al setaccio le zone in cui lo stesso aveva vissuto o lavorato. Siamo a Ponte Selva, si fa avanti Giovanni Mocerino amico del fu Guerinoni, che rivela la relazione tra Giuseppe Guerinoni e tale Ester Arzuffi. Operaia in una cooperativa di pulizie nel bergamasco, a soli ventidue anni diede alla luce due gemelli Massimo Giuseppe e Laura Letizia. Sposa pochi anni prima Giovanni Bossetti che scoprirà, solamente dopo l’arresto di colui che sarà riconosciuto quale l’assassino di Yara Gambirasio, della relazione extra-coniugale della moglie. Ester Arzuffi nega la paternità del Guerinoni, verità e bugie continuano ad alternarsi, caratterizzando un caso tanto controverso quanto mediatico.
Tuttavia, il campione di DNA dell’Arzuffi era già stato prelevato il 27 luglio del 2012, in qualità di donna nata in Val Seriana e trasferitasi a Brembate, come rivelerà il PM Ruggeri durante una conferenza stampa. Ester Arzuffi si presenta sin dall’inizio come un personaggio emblematico: sfida la scienza e nega ogni relazione col Guerinoni. Ma è proprio la scienza, certa per definizione, a smentire le mancate verità della donna: il DNA nucleare dell’Arzuffi ed il profilo genetico del defunto Giuseppe trovano piena corrispondenza nel profilo di “Ignoto 1”. Le indagini, seguito acquisizione degli esami di laboratorio, si focalizzano pertanto su Massimo Giuseppe, nato il 28 ottobre 1970 e muratore a Mapello.
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