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Tesi - Maltrattamento psicologico sui bambini disabili

Il lavoro si propone di definire il maltrattamento, dai primi studi, fino alle linee guida più recenti, evidenziando le varie tipologie di maltrattamento e le conseguenze psicofisiche che ne conseguono. Si sono messe in luce le numerose interazioni tra le diverse variabili che possono diventare al contempo, facilitatori di maltrattamento o elementi di protezione. Nonostante la difficoltà... Vedi di più

Materia di Psicologia clinica relatore Prof. E. Di Terlizzi

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lavorare a contatto con la natura. Al primo piano ci sono tre stanze, che identificano tre

caratteristiche individuali del resiliente, la stima di sé, le competenze e il senso

dell’umorismo. L’autostima è collegata all’accettazione e al senso che si dà al proprio

percorso, valorizzare le attitudini e le competenze permette alla persona di non chiudersi

nel suo ruolo di vittima. L’umorismo consente di affrontare le avversità con più

leggerezza, di cogliere il fattore comico della situazione. In questo piano la danza, il

gioco, il canto, sono componenti importanti che contribuiscono a determinare un clima

positivo. Ed infine nel granaio ci sono tutte le possibili esperienze che una persona può

fare e che contribuiscono alla costruzione della resilienza. La conoscenza di se stessi dei

propri limiti, delle proprie fragilità, ma anche delle proprie capacità, consentirà di saper

scegliere e conoscersi. 40

Capitolo 4_Il fenomeno del maltrattamento sulla disabilità

4.1 Esistenza del fenomeno e le sue dimensioni

Il termine violenza, come descritto in parte nel primo capitolo, ha un significato ben più

ampio, ed include diversi tipi di atti e pensieri sia verbali che non verbali. Quando ci

addentriamo ad associare il fenomeno del maltrattamento alla disabilità infantile, forse

la prospettiva più giusta è quella di considerare la violenza, come la negazione dei

diritti dell’infanzia (ONU, 1990).

“È possibile, viene da chiedersi, che un bambino disabile possa essere oggetto di

violenza, maltrattamento deliberato, di trascuratezza?”. La risposta, per quanto sia

difficile pensarlo è “si è possibile”. Il tema del maltrattamento sul bambino disabile è

sicuramente sottovalutato e sottostimato in Italia e nel mondo. Di fronte a situazioni

patologiche più o meno disabilitanti, spesso si resta colpiti dall’affetto, dalla dedizione,

dall’incessante accudimento che le famiglie in primis e gli operatori sanitari e scolastici,

riservano a questi bambini. Eppure a volte la disabilità sembra essere di per sé una

condizione che predispone il bambino al rischio di abuso o di violenza fisica o

psicologica. (Valletta, 2013) I bambini con disabilità, hanno bisogni speciali e la

responsabilità e il dovere di gratificare tali necessità, può essere stressante. Essere

genitori di un bambino disabile, richiede un’elevata abilità di coping e di adattamento a

situazioni nuove ed avverse e, questa profonda riorganizzazione delle aspettative,

aumenta lo stress percepito, fino a sfociare, a volte in violenza. (Zanobini, 2005)

Un primo tentativo di far emergere il problema della violenza sui bambini disabili, si

deve ad una revisione sistemica che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha

commissionato ad un gruppo di ricercatori britannici nel 2006, in cui sono stati

revisionati quaranta anni di letteratura dal 1996 al 2006 e circa cinquanta articoli. Da 41

questa analisi si cerca, non tanto di dimostrare che un bambino disabile possa essere

soggetto a maltrattamento, quanto piuttosto che la variabile disabilità possa costituire

un fattore di rischio per il maltrattamento. Dalle tabelle sotto riportate, emerge che i

bambini affetti da alcuni tipi di disabilità, sembrano a più elevato rischio di

maltrattamento. Il rischio è più evidente in presenza di problemi psicologici, nei disturbi

del comportamento e dell’apprendimento, i bambini con paralisi cerebrale sono più

frequentemente vittime di violenza fisica e di incuria. Una recente revisione sistemica,

finanziata dall’OMS di Jones e coll. del 2012, con dati provenienti dagli USA e

dall’Europa, ci dice che il rischio di violenza fisica in un bambino disabile è quasi

quadruplicato rispetto a un bambino non disabile, è triplicato per quanto riguarda la

violenza sessuale, ed è di 4-5 volte più elevato per quanto riguarda la violenza emotiva e

l’incuria. Il rischio di maltrattamento aumenta, per i disabili mentali rispetto agli altri

tipi di disabilità. 42

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Una analisi di questo tipo risente indubbiamente di limiti metodologici; la mancanza di

studi di popolazione, i setting diversi in cui il fenomeno si presenta (famiglia, scuola,

società), sono variabili che non permettono di avere un quadro omogeneo e dati certi,

tuttavia rappresentano delle fonti interessanti su cui svolgere qualche riflessione.

Nel nostro Paese mancano dati certi su quanti siano i bambini affetti da disabilità, specie

in età prescolare; ne consegue l’impossibilità di definire in termini epidemiologici il

fenomeno del maltrattamento. La società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e

dell’adolescenza (SINPIA, 2007), evidenzia che la disabilità fisica e/o psichica, sia tra i

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fattori di rischio del maltrattamento ma non fornisce approfondimenti sull’argomento. Il

gruppo di lavoro per la convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (CRC)

Italia, nel suo 2° Rapporto, affronta solo marginalmente il problema, limitandosi a

segnalare che il 7% delle vittime di comportamenti violenti a scuola è costituito da

bambini disabili Più recentemente, nel 2012, nel 5° Rapporto di Aggiornamento del

Gruppo CRC, pur sottolineando l’attenzione sui diritti dei bambini disabili, non si parla

nello specifico del tema della violenza sui bambini disabili. Una analisi condotta su

articoli del “Corriere della Sera” dal 1987 al 1997 indica che nel 39% dei casi il

maltrattamento fisico sia il più frequente, seguito dalla trascuratezza 33% e dell’abuso

sessuale 28%. Nel 44% sono familiari in cui prevale per l’83% la trascuratezza, mentre

nel 57% il maltrattamento fisico avviene all’interno di un istituto, l’abuso sessuale

verrebbe addebitato nel 60% dei casi a estranei e nel 40% a persone dell’istituto. La

ricerca si basa su 18 articoli pubblicati nel decennio 87-97 in cui viene preso in esame il

fenomeno dell’abuso verso portatori di handicap.

Emerge che:

1) I genitori sono più frequentemente responsabili di atti di violenza rispetto ad operatori o

estranei;

2) I disabili psichici sono più frequentemente vittime di violenza rispetto a disabili fisici e

con disabilità multiple;

3) I maschi sono maggiormente vittime di maltrattamenti fisici, mentre le femmine degli

abusi sessuali; 45

4) I genitori sono più frequentemente responsabili della trascuratezza, gli operatori di isti-

tuto sono più coinvolti nel maltrattamento fisico, mentre l’abuso sessuale è perpetrato

prevalentemente da estranei;

5) I maltrattamenti fisici sono più frequenti degli abusi sessuali e della trascuratezza.

Le ricerche in questo preciso ambito sono molto difficili e delicate, il particolare tipo di

evento che si va ad indagare necessita senza dubbio di una rigida privacy che non deve

però fungere da tutela dell’abusante.

4.2 Il burnout del caregiver

Il burnout venne definito per la prima volta da Herber Freudenberger nel 1974 come

“l’estinzione della motivazione o incentivo, specialmente quando la dedizione di

qualcuno a una causa o ad una relazione, fallisce nel produrre i risultati desiderati”.

Traducibile come bruciato esaurito il burnout colpisce chi si prende cura di qualcuno,

chi accudisce, provocandone un cedimento psicofisico rispetto alle difficoltà che

l’accudimento costante comporta.(Ferri,Giannone,2006) )Poiché l’elemento che si

ritiene abbia un ruolo importante nella produzione del disagio e del possibile burnout sia

proprio la relazione, la sindrome colpisce inevitabilmente genitori, educatori, assistenti

sociali, insegnanti. In ognuno di loro può verificarsi un totale disinvestimento emotivo,

una rigidità comportamentale, cinismo che può sfociare come atto estremo nel

maltrattamento. (Atkinson, 1999)

L’insorgere della sindrome del burnout segue generalmente quattro fasi (Malagutti,

2002):

La prima fase (entusiasmo idealistico), è caratterizzato dalle motivazioni che hanno

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spinto la persona, educatore, operatore sanitario, medico, a scegliere un lavoro di tipo

assistenziale, tali motivazioni sono spesso accompagnate da aspettative di successo di

apprezzamento personale di miglioramento sociale.

Nella seconda fase (stagnazione), la persona continua a lavorare, a fare assistenza, a

prendersi cura dell’altro, ma si accorge che questo non soddisfa più i suoi bisogni; si

passa così da un eccessivo investimento emotivo iniziale, ad un graduale disimpegno.

La fase più delicata e critica del burnout è la terza (frustrazione), in cui prevale l’idea di

non essere più all’altezza di aiutare nessuno, subentra il senso di inutilità, la persona

frustrata può a questo punto assumere atteggiamenti cinici aggressivi e spesso mettere in

atto comportamenti di fuga.

Il disimpegno emozionale che consegue alla frustrazione, caratterizza la quarta fase

dove da una iniziale empatia si arriva alla totale apatia.(Maslach,1992).

Prevenire il burnout diventa pertanto una condizione necessaria per anticipare un

atteggiamento violento verso se stessi e verso il bambino. La prevenzione del burnout

passa attraverso la responsabilità individuale nell’identificare le proprie motivazioni, nel

saper riconoscere i propri limiti, nel adeguare le proprie aspettative alla realtà, ma anche

responsabilità verso gli altri, nel caso specifico verso i bambini disabili e le loro

famiglie. da parte degli educatori, degli assistenti sociali degli operatori sanitari. Per

tutti loro la parola chiave è professionalità. Più un operatore sarà professionale,

maggiori saranno le probabilità che non vada in burnout. (Bernstein, Halaszyn, 1999).

La professionalità significa dunque rispetto, cortesia, concretezza, assenza di giudizio,

atteggiamento poco invasivo, la mancanza di professionalità provoca sensi di colpa e

autosvalutazione stress e infine burnout.

In ambito formativo e di selezione del personale, le istituzioni hanno il dovere, di

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riconoscere gli operatori, gli insegnanti a rischio burnout, attraverso una attenta

selezione, in cui possano emergere fattori di rischio soggettivi. All’interno della scuola o

nei centri di recupero dovrebbero essere inoltre adottate, come forma preventiva, degli

esercizi didattici centrati su argomenti specifici attraverso i quali trasmettere nuove

conoscenze e nuove tecniche finalizzate a ridurre lo stress professionale (Mosher, Burti,

1991). Riunire ogni tanto dei gruppi dove condividere e parlare dei problemi che ogni

giorno operatori e insegnanti affrontano, parlare di casi clinici specifici, tutto questo

aiuta a ridurre lo stress .La supervisione è uno dei momenti più importanti della

prevenzione al burnout; lo scopo è monitorare le condizioni psichiche e la motivazione

dei caregiver professionali.

A livello istituzionale, compare per la prima volta un segnale di attenzione e di

riconoscimento della sindrome del burnout, nel Piano Sanitario Nazionale 2003-2005,

in cui lo si riconosce tra le patologie da “rischi emergenti”.

4.3 Il maltrattamento in famiglia

A questo punto ha senso chiedersi, senza la pretesa di fornire risposte esaustive e

generalizzabili, che cosa succeda nella vita reale di una famiglia, dove vive un bambino

disabile L’interesse scientifico per le famiglie dei disabili è relativamente recente,

(Dall’Aglio, 1994) è infatti a partire dagli anni Cinquanta che tale argomento è stato

affrontato grazie agli studi di Bernard Farber che inizialmente hanno riguardato famiglie

con disabili con ritardo mentale, considerando le gravi limitazioni che in molti casi

caratterizzavano il bambino e la sua famiglia. Per Farber la presenza di un bambino

disabile, produce un arresto nel ciclo di vita familiare. L’ impatto della nascita di un

figlio disabile è dirompente e determina nei genitori una profonda ferita narcisistica,

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comporta angoscia, impotenza, senso di colpa un enorme groviglio di emozioni che

necessitano di essere comprese, accolte, accompagnate, (Farber, 1986), per evitare che

possano tramutarsi in rabbia, disperazione e sfociare in maltrattamento. Il percorso che

una famiglia affronta verso la comprensione del problema della disabilità, è

caratterizzato da un primo momento che è la comunicazione della diagnosi, dove la

situazione inattesa è percepita come sovrastante. Subito dopo la diagnosi c’è incredulità,

sfiducia nell’operatore, negazione (Cigoli, 1993). Quando poi la famiglia raggiunge la

consapevolezza di ciò che è la realtà e l’ordine delle difficoltà del bambino, tenta di

controllare e gestire la situazione, utilizzando delle strategie per affrontare la presa di

coscienza della disabilità (Zanobini, Usai 1999). Questo controllo può essere interno

affidato quasi esclusivamente alle forze della famiglia stessa, o esterno, delegando a

operatori sociali educatori medici, ponendosi in una situazione di passività e isolamento.

(Patterson, 1988). Oltre ai fattori di rischio, dovuti alla scarsa conoscenza dello sviluppo

del bambino, alla fatica legata al suo accudimento, (burnout), il maltrattamento può

essere innescato anche da fattori ambientali, quali l’isolamento sociale, la povertà, la

disoccupazione, lo scarso livello culturale, la mancanza di uno dei due genitori, da

fattori genitoriali, come una bassa stima di sé , uno scarso controllo degli impulsi .

Anche la giovane età dei genitori e la depressione rappresentano fattori di rischio per il

maltrattamento. Indipendentemente dalla posizione culturale o sociale, la famiglia

spesso si trova sola, inadeguata nel dare risposte ai bisogni di questi bambini; la rete

sociale molte volte è carente se non addirittura assente e tutto questo può tradursi in

maltrattamento come atto estremo e lacerante di un profondo disagio. La relazione tra

maltrattamento e disabilità diventa ancora più complessa, se si riflette alle forme

specifiche di maltrattamento in situazioni di disabilità. Istruzione, tempo libero,

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socializzazione, autonomia personale, sono ambiti fondamentali della vita di ogni

bambino, che in situazioni di disabilità, possono risentire di atteggiamenti violenti e

discriminanti. dovuti a stereotipi culturali negativi. I bambini affetti da alcuni tipi di

disabilità, sembrano a più elevato rischio di maltrattamento, per esempio, i bambini con

paralisi cerebrale sono più facilmente vittime di violenza fisica e incuria, i bambini con

problemi motori, che possono cadere, fratturarsi, procurarsi lesioni, sono esposti al

rischio di essere costretti fisicamente o trattati farmacologicamente in modo non idoneo.

I bambini con disturbi psichici e comportamentali che non sono capaci di rispettare le

regole, che sono iperattivi, aggressivi, rendono più possibile punizioni fisiche,

isolamento e umiliazione. (Sullivan, 2009) Essere accuditi solo dai familiari, piuttosto

che da altre figure anche professionali, può essere da un lato vantaggioso, perché riduce

la possibilità di subire maltrattamenti in contesti extrafamiliari, dall’altro può essere

controproducente, qualora la violenza si esprima all’interno della famiglia stessa. Il

bambino non ha contatti con altre figure che potrebbero cogliere dei segni e in qualche

modo percepire il suo bisogno di aiuto. La famiglia che non ha risorse di sostegno

esterno è più esposta allo stress e al burnout, come già detto nel capitolo precedente. Un

bambino disabile non solo risulta più a rischio di maltrattamento, ma ha anche più

difficoltà nell’attirare l’attenzione su di sé qualora ne sia vittima.

4.4 Il maltrattamento a scuola

Esistono due importanti aspetti da prendere in considerazione trattando i legami tra

scuola e maltrattamento, un primo aspetto riguarda l’atteggiamento distratto che la

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scuola mette in atto, non percependo il maltrattamento intrafamiliare, o colludendo con

la famiglia maltrattante, il secondo aspetto, concerne l’abuso intrascolastico, che si

consuma all’interno della scuola stessa. (Cirillo, 2000)

Circa il primo aspetto citato, se consideriamo che anche i bambini disabili passano

molto tempo a contatto con adulti nelle strutture scolastiche, più che in qualsiasi altro

posto fuori dall’ambito familiare, la scuola dovrebbe essere il luogo per eccellenza in

cui individuare i segnali di disagio di un bambino maltrattato, dai suoi comportamenti,

dalle sue dinamiche relazionali, dai suoi gesti, dalla postura del suo corpo. (Foti, 2000)

Eppure il più delle volte gli operatori scolastici disattendono il compito di interpretare i

messaggi di sofferenza del bambino. Diventa fondamentale pertanto attivare negli

insegnanti, una notevole sensibilità emotiva e una grande capacità di ascolto come è

richiesto negli art. 6,7 e 8 della “Dichiarazione dei principi e degli impegni degli

insegnanti e dei dirigenti scolastici, di fronte al disagio e al maltrattamento degli

allievi” (Maltese, 2000). Ci sono tre importanti funzioni che la scuola può svolgere in

risposta al maltrattamento. La rilevazione, la segnalazione e la testimonianza. (Cirillo,

2000) Tutte e tre le funzioni richiedono agli insegnanti un’alta competenza emotiva e

relazionale, ma forse la funzione più delicata è la testimonianza, perché avere come

testimone un adulto disponibile, può aiutare il bambino maltrattato a contrastare la

solitudine, la perdita di fiducia, la disperazione. (Miller, 1997).

Esiste poi un maltrattamento intrascolastico ossia le violenze perpetrate dagli insegnanti

e dal personale scolastico che possono essere di tipo fisico, psicologico sessuale,

discriminazioni e bullismo. Sebbene le punizioni corporali siano state bandite in 102

Paesi (Unicef, 2005), questo impegno non è ancora stato assunto in modo uniforme da

tutti gli stati. Nei confronti dei bambini disabili, il fenomeno del bullismo è molto

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rilevante, (Olweus, 1973) i compagni di classe possono essere molto crudeli oltre che

con aggressioni fisiche, anche con continue vessazioni verbali, che lasciano cicatrici

profonde. Il bullismo definito sinteticamente da Sharp e Smith (1994) come “abuso tra

pari”, troppo spesso viene sottovalutato sia dagli insegnanti che dalle autorità

scolastiche e i bambini e i ragazzi, sono molto riluttanti a denunciarlo .Nonostante la

realtà del maltrattamento pesi in modo massiccio all’interno della scuola, nel nostro

paese il tema è poco trattato; uno dei pochi convegni nazionali che risultano essersi

svolto, è stato a Torino nel Novembre del 1996 organizzato dal Centro studi Hansel e

Gretel, intitolato “Bambini invisibili, maltrattamento all’infanzia a scuola”.

L’insegnante ha un enorme potere di manipolazione nei confronti degli allievi, specie

disabili e pertanto una potenziale capacità di maltrattamento, che di fatto potrebbe

perpetrare indisturbata. La violenza all’interno della scuola deve essere oggetto di un

impegno collettivo di presa d’atto del problema e di responsabilizzazione, solo in questo

modo potrà diventare più visibile di quanto purtroppo sia oggi.

4.5 Il maltrattamento nei centri di recupero

Il tema della violenza sul bambino disabile richiede agli operatori competenza,

sensibilità tecniche, comunicative e interpretative molto specifiche. A volte queste

peculiarità sono carenti, il personale risulta poco preparato. Per gli operatori sanitari è

importante avere innanzitutto, una visione globale e completa del bambino, dei suoi stili

di vita, della sua famiglia, oltre che dei suoi bisogni di cura. Questo approccio ha una

valenza preventiva per affrontare un sostegno, un contenimento, un accompagnamento

del bambino e della sua famiglia. (Vianello, 2001) In ogni caso la soggettività

dell’individuo ha diritto di esprimersi in tutte le sue potenzialità(Consiglio

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d’Europa,2003) e a maggior ragione ,quando si ha di fronte un bambino disabile, che

deve conquistare anche in parte la sua autonomia, deve imparare competenze di

socializzazione e di apertura al mondo esterno. Se la disabilità limita la possibilità di

esprimersi del bambino, chi si prende cura di lui, deve favorire l’acquisizione di altri

mezzi di comunicazione. È importante che il bambino possa esprimersi liberamente,

senza paura di ricevere punizioni, o suscitare reazioni negative. Pensiamo a quanto

debba essere difficile per un bambino disabile, fare i conti con il senso di fiducia, di

affidamento, e di comprensione di cosa sia giusto o ingiusto. (Bruner, 1995)

La capacità di adattamento del bambino disabile, a volte, maschera una massiccia

difesa, che lo porta a subire per essere accettato (Liverta, 1995), soltanto le continue

interazioni con gli adulti significativi, determinano un progressivo sviluppo dell’identità

personale e della percezione di sé. A volte, anche nei centri di recupero, il

maltrattamento può celarsi dietro ad una iperprotezione, giustificata dalla vulnerabilità

che accompagna la disabilità fisica o la malattia cronica e che induce ad una eccessiva

medicalizzazione. 53

Capitolo 5_Misure Preventive

5.1 Sostegno alle famiglie

Esiste ormai un ampia letteratura, a dimostrazione del fatto che, i bambini disabili sono

significativamente più a rischio di qualche forma di violenza, rispetto ai bambini senza

disabilità. Parlare di prevenzione del maltrattamento, nei confronti dei bambini con

disabilità ,significa affrontare un tema complesso, che interessa in modo trasversale

tutta la società. L’UNICEF nel 2005 nel documento Violence against disabled children

sostiene che “La violenza contro i bambini disabili potrà cessare solo se i bambini

stessi saranno coinvolti in tutte le azioni di prevenzione” (UNICEF, 2005).

Tutti gli studi sul maltrattamento e l’abuso, insistono sulla necessità di intervenire sulle

cause del malessere, partendo dal nucleo primario in cui il bambino vive, cioè la

famiglia. Etienne Krug, direttore del Dipartimento di prevenzione di lesioni, danni e

violenza presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità a Ginevra, sostiene che la

violenza si configuri come una patologia relazionale, che assume specifiche

caratteristiche per lo più subdole, non facilmente diagnosticabili. Trattandosi di una

patologia relazionale, capace di distorcere le emozioni, chi se ne occupa ha modo di

osservare che, tranne in rari casi, gli adulti che maltrattano i bambini, non agiscono mai

con una lucida determinazione, ma in base a stili di vita incentrati alla violenza. La

prevenzione del maltrattamento deve pertanto basarsi su obiettivi che coinvolgano

attivamente, sia la comunità, che la famiglia, fornendo un supporto fatto su misura ai

bisogni specifici dei bambini disabili. Nel Rapporto su “Violenza e Salute” del 2002,

l’O.M.S. ha raccomandato a tutti gli Stati di attivare un piano nazionale di prevenzione

della violenza, secondo dei principi che dovrebbero guidare le politiche nazionali,

verificando l’efficacia dei percorsi di prevenzione. Il nostro Paese, a livello centrale,

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non ha ancora recepito tali raccomandazioni dell’O.M.S. Nella formazione alla

prevenzione del maltrattamento ai bambini disabili, occorre soffermarsi su alcuni aspetti

che assumono una rilevante importanza. Il primo è l’ascolto (Rogers, 1983), il

maltrattamento si genera e prolifera in ambienti indifferenti e distratti, insensibili alle

difficoltà ed ai problemi emotivi dei bambini. Pertanto la prima risorsa da attivare in

qualsiasi metodo preventivo è la capacità di ascolto dei genitori, degli educatori, degli

operatori sanitari. L’ascolto, che si manifesta non solo con la disponibilità di tempo, ma

anche con accettazione, con condivisione, con vicinanza emotiva, con empatia.

L’ascolto è il primo e più impegnativo atto di prevenzione, perché richiede da parte

dell’adulto il riconoscimento dei propri limiti che fanno da barriera alla comunicazione

con il bambino. (Foti, 2001)

Un altro contenuto importante della formazione alla prevenzione, è il riconoscimento

degli indicatori delle varie forme di maltrattamento. I bambini vittime di violenze, molto

spesso non parlano, emettono per anni segnali di sofferenza che cadono nel vuoto, o che

non sono correttamente ascoltati ed interpretati. Questo è causato, oltre che dal non

riconoscimento di tali indicatori, da una loro distorta percezione da parte dell’adulto.

Nel bambino disabile, l’esposizione alla violenza, potrebbe durare più a lungo prima di

essere rilevata, in quanto gli indicatori sono ancora più complessi e difficili da

interpretare. I bambini con scarse risorse personali e poche possibilità di socializzazione

e comunicazione, sono più difficili da comprendere, perciò in qualsiasi intervento

preventivo, si dovrà necessariamente tenere conto del tipo di disabilità e del come

questa influenzi le risorse personali e i fattori contestuali.

Il cuore della prevenzione è rappresentato dalla costruzione di un ambiente sicuro e

protettivo, in cui tutti i membri possono sperimentare le proprie potenzialità personali e

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sociali, ed è questo principio che accomuna tutti i livelli di prevenzione che solitamente

si distinguono in prevenzione primaria, secondaria e terziaria.

La prevenzione primaria, prevede attività orientate a sviluppare la cultura dell’infanzia,

a rendere consapevole l’intera società dei bisogni e dei diritti del bambino.

La presa in carico e la tutela del bambino disabile può essere realizzata in modo:

-individuale, incentrata sul bambino;

-familiare, incentrata sui genitori, bambini, fratelli e sorelle;

-comunitaria, in cui sono inclusi anche gli operatori professionali, educatori, insegnanti

e assistenti sanitari;

-Societaria intesa come la comunità nel suo insieme.

La prevenzione secondaria mira a proteggere persone riconosciute come più a rischio di

maltrattamento, individuandole all’interno della popolazione. Questo tipo di

prevenzione, risulta essere molto difficile da effettuare specie nel nostro Paese. Sembra

impossibile infatti, trovare tempi e luoghi per formare operatori, predisporre risorse,

quando si è continuamente difronte alle emergenze e alle urgenze di maltrattamenti già

avvenuti. La fascia dei bambini disabili, rappresentando una popolazione a rischio

maltrattamento, viene generalmente compresa nella prevenzione secondaria.

La prevenzione terziaria, interviene quando il maltrattamento si è già perpetrato o è in

atto, per contrastarne gli effetti e la sua ripetizione.

Tornando al concetto di prevenzione secondaria, che qui identificheremo come la

prevenzione e la tutela del bambino disabile, sul piano individuale, considera che tutti i

bambini, abbiano il diritto di sviluppare strategie personali per interagire con l’ambiente

(Consiglio d’Europa, 2003). La sfida di tutti i professionisti che vogliono fare

prevenzione, si annida nella scoperta dell’interazione tra fattori di rischio e protettivi,

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specifici, e unici per ciascuna famiglia. I servizi sviluppati sulla base dei bisogni

specifici garantiscono il benessere del bambino disabile ed esercitano un’azione

preventiva. La disabilità dovrebbe essere considerata come una situazione di vita, in cui

ciascun bambino possiede un’unicità da scoprire e risorse da svelare. La disabilità è una

condizione dinamica anche nelle sue forme più gravi e invalidanti, pertanto c’è una

evoluzione dei bisogni che si modificano nel tempo e necessitano di un aiuto sempre

nuovo e flessibile. L’autonomia personale e sociale resta uno dei principali obiettivi

degli interventi preventivi, a tutte le età del bambino anche se le tappe risultano essere

più lunghe e rallentate che non in condizioni normali. Fare prevenzione significa quindi,

trovare un equilibrio tra le potenzialità di sviluppo del bambino disabile e le aspettative

dei genitori. (Milani, 2001).

A livello familiare la nascita di un bambino disabile comporta un percorso di

riorganizzazione e ridistribuzione dei ruoli e dei doveri. La prevenzione, in questo

senso, agisce nel sostenere le famiglie a cercare nuove modalità di relazioni interne ed

esterne, per favorire l’adattamento al nuovo contesto. Tra le più diffuse forme di

intervento preventivo, che negli ultimi anni hanno dato una valida risposta al

maltrattamento su bambini disabili, è proprio l’educazione familiare (Milani, 2001), in

cui si dà sostegno e si potenzia la genitorialità, si ridefiniscono le competenze dei

singoli componenti familiari, si rafforza l’attaccamento tra genitore e figlio, si

identificano nuove capacità di resilienza. La famiglia non dovrebbe essere né lasciata

sola né iperprotetta, è fondamentale che i canali di comunicazione tra genitori e i

professionisti restino aperti l’uno verso l’altro e di facile accesso. La continuità e la

tempestività, rappresentano infatti caratteristiche importanti che determinano

apprezzamento positivo da parte dei genitori. Con un buon livello di informazione e

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formazione, si possono ridurre situazioni stressanti, aumentando per esempio,

l’autonomia del bambino in ambito domestico, si aiuta a migliorare la qualità della vita

di tutta la famiglia e questo può avere effetti positivi sugli stili di risposta dei genitori.

Una delle modalità strategiche, per fornire una serie di servizi familiari è l’home visiting

(Speranza, 2007) che, partendo da una assistenza domiciliare, rende possibile

l’adattamento degli interventi ai bisogni di ogni singola famiglia, identificata da fattori

di rischio, demografici, geografici, reddituali, culturali. Il servizio di contatti regolari

con personale qualificato, è fortemente correlato ad una riduzione significativa del

maltrattamento (Finzi, 2013). L’American Academy of Pediatrics (AAP) ha stabilito che

in 21 programmi di prevenzione, dove sia compreso l’home visiting, c’è una riduzione

media del maltrattamento di più del 50%. (Layzer, 2001) Oltre a modelli di

prevenzione di tipo educativo, esistono anche nel nostro Paese, interventi preventivi di

tipo assistenziale. Ne è un esempio il così detto respite care che ,secondo una

definizione del Social Service Inspector, (Robinson, 1994) è finalizzato a trovare dei

periodi più o meno lunghi di interruzione delle cure, dell’impegno verso il figlio

disabile .La nostra cultura attribuisce alla madre il ruolo di prima responsabile delle cure

del bambino, una importante azione di prevenzione può essere rappresentata dal

garantire alla madre degli spazi personali al di fuori della famiglia, sia lavorativi che

amicali, per autorealizzarsi, per rigenerarsi, garantendole degli spazi proprio (Abelson,

1999). Tale tipo di prevenzione, aiuta ad evitare o ridurre il burnout che colpisce molte

madri con figli disabili. Anche le figure dei fratelli e delle sorelle, rivestono un ruolo

importante nella prevenzione al maltrattamento. Se i genitori avranno insegnato ai figli

un atteggiamento e un modo di pensare la disabilità, in maniera rispettosa, i fratelli

favoriranno speranza e serenità e alimenteranno relazioni positive di affettività,

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neutralizzando comportamenti negativi e violenti. (Laudadio, 2011)

5.2 Supervisione degli operatori

A livello di comunità, sono molte le figure professionali coinvolte nella cura del

bambino e della famiglia. Qualsiasi operatore che entri in contatto con la famiglia deve

conoscerne le dinamiche interne, che sono uniche e non generalizzabili, deve

considerare il bagaglio culturale, le esperienze personali e professionali di quella

specifica famiglia, i suoi stili comunicativi, il ruolo lavorativo dei singoli componenti.

Solo con questo tipo di approccio, si potranno condividere in modo equo, obiettivi e

strategie creando un clima di sicurezza e di protezione. (Singer, Power, 1993) 59

5.3 Formazione degli insegnanti

Nell’ambito della prevenzione al maltrattamento, è centrale il ruolo della scuola. Ogni

bambino ha diritto di ricevere una educazione e una istruzione adeguata attraverso varie

forme e percorsi di apprendimento adattandoli ai suoi bisogni e non viceversa. (The

Salamanca Statement, 1994) La scuola deve fornire al bambino un ambiente sicuro e

inclusivo sono proprio, l’integrazione e la partecipazione, che danno alla scuola un

carattere preventivo al maltrattamento dei bambini disabili. Più volte è stato sottolineato

che è proprio l’isolamento sociale e la solitudine di tutti i componenti della famiglia che

aumenta il rischio di violenza. Solo promuovendo una cultura delle pari opportunità

all’interno delle nostre scuole, un approccio libero da stereotipi, si potrà scardinare la

visione negativa attribuita alla disabilità. La prevenzione primaria, a differenza di quella

terziaria, non è legata a situazioni di urgenza ed emergenza , non serve per riparare un

danno, ma deve diventare una metodologia sistematica, che precede e anticipa

qualunque azione di rimedio, deve diventare un atteggiamento pregnante nelle famiglie,

nelle scuole, nei centri di recupero nella società nel suo insieme. In questo senso, le

politiche contro la discriminazione, il rispetto al tema della disabilità, sono forme

efficaci di prevenzione, che le istituzione devono assolutamente favorire.

Nonostante si sottolinei l’importanza della prevenzione in ambito multidisciplinare,

nella realtà esistono molti problemi legati alla vera attuazione dei programmi di

prevenzione, specie nella contrapposizione operatori- famiglie. Il punto più critico è

dato dalla frammentazione dei servizi dati alla famiglia e al bambino disabile. Molto

spesso il carattere multidisciplinare degli interventi non è ben coordinato e molte

famiglie lamentano la non continuità della presa in carico sia in ambito educativo che

riabilitativo. Viene inoltre sottolineato spesso dalle famiglie, che l’attività dei servizi si

60

basa il più delle volte su contenuti di gravità della menomazione, trascurando i fattori

sociali correlati al benessere dell’intera famiglia.

A questo proposito si rende sempre più impellente una figura di riferimento, che faccia

da collegamento, tra i vari servizi per la corretta trasmissione di informazione, che

diventi un vero e proprio referente della famiglia fornendo ad essa i necessari feedback

in merito ai progressi di cura ed educativi del loro bambino. (Janes, 1991)

La famiglia del bambino disabile ha il disperato bisogno di informazioni, molto spesso

non è sufficientemente informato delle attività svolte dal figlio, né tanto meno degli

obiettivi che, i servizi o la scuola, intendono raggiungere. Con una figura di riferimento

accanto, il genitore si sente rassicurato e comprende che è possibile una condivisione

con un operatore, che sappia reinserire tutto il nucleo familiare nel suo personale

progetto di vita, in cui c’è anche la disabilità ma non solo. In questo senso la legge

104/92 mette in primo piano l’importanza di un clima collaborativo tra genitori e

operatori in tutti i processi decisionali che coinvolgano il bambino disabile.

Un’altra forma di intervento finalizzata a rinforzare la rete dei supporti sociali, al di

fuori della famiglia, è rappresentata dalla partecipazione a incontri di gruppo di auto

mutuo aiuto di genitori. Questo consente di condividere le stesse esperienze e utilizzarle

come base comune per la soluzione dei problemi Un esempio interessante di questa

esperienza è rappresentata dai gruppi AM.A attivi dal 1988 dalla Cooperativa La Rete di

Trento. Questi gruppi di auto mutuo aiuto, agiscono su due fronti, da un lato la famiglia

del bambino disabile, dall’altro la comunità. Lo scopo è quello di aumentare la forza del

nucleo familiare e la sua capacità di gestire l’esperienza della disabilità Parallelamente

agisce per aumentare la solidarietà della comunità nei confronti della famiglia.

(Berlanda, Santin, Venturelli, 2001) 61

Le famiglie dei bambini disabili corrono costantemente il rischio di isolamento,

specialmente in determinati momenti di vita del figlio, in cui la rete di supporto rischia

di interrompersi, per esempio l’uscita dalla scuola dell’obbligo, il periodo

dell’adolescenza, l’inserimento nel mondo del lavoro. È proprio in questi passaggi che

la condivisione con altri genitori li può aiutare. In Italia in modo particolare, le

associazioni dei genitori, svolgono un ruolo determinante in molti ambiti,

dall’integrazione scolastica, e sociale, alla tutela dei diritti delle persone disabili e al

miglioramento della loro qualità di vita.

La prevenzione terziaria consiste nell’intervenire a violenza compiuta o ancora in atto e

mira a limitare i danni subiti dalle vittima, a interrompere situazioni di maltrattamento

per evitare che si ripresentino. Dunque, è un intervento principalmente riparativo.

Questa prevenzione, è orientata verso gli adulti, affinché interrompano determinati

comportamenti pericolosi, verso i bambini, per aiutarli a difendersi, verso le figure

potenzialmente protettive, perché attivino la loro azione protettiva al più presto.

Nonostante questo tipo di intervento risulti molto frustrante e costoso per la società,

resta ineludibile e il suo valore va ricercato nella possibilità di evitare la reiterazione del

danno. Nell’approccio alla prevenzione terziaria si sono fatti molti passi avanti nel

considerare come basilare il cambiamento degli stili relazionali della famiglia violenta,

coinvolta essa stessa nella sofferenza che il maltrattamento produce. Si determinano

così situazioni in cui, tutti hanno bisogno di aiuto. È ormai radicata l’idea che la

violenza, nella maggior parte dei casi, non sia dovuta a difficoltà momentanee dei

genitori o ad errori di tipo educativo, ma a vere e proprie modalità relazionali

patologiche deformate, in cui regna la confusione dei ruoli, l’assenza di norme (Bruner,

1995). Mantenendo la priorità sulla salvaguardia dei bambini (normativa sulla tutela del

62

minore), va verificata la vera disponibilità della famiglia a capire le regioni che hanno

determinato il maltrattamento e valutare quanto essa sarà capace di adottare strategie di

coping (Lazarus, Folkman 1988) che la preservino dal reiterare la violenza. (Patterson,

1988).

5.4 Progetti Preventivi

Gli operatori, come medici pediatri, insegnati, che sono regolarmente a contatto con i

bambini e le famiglie, di fronte ad un caso di abuso, devono essere in grado di

riconoscerne i sintomi dai segni fisici, dai comportamenti anomali, ma soprattutto

dovrebbero considerare che il maltrattamento, è sempre principalmente di carattere

psicologico dei sentimenti del minore. Per questo a tutti gli operatori è richiesta una

certa dimestichezza con la vita emotiva del bambino, saper tollerare la sofferenza

mentale dei minori e in parte farsene carico per poterli aiutare in modo più efficace. A

volte i professionisti provano ansia rispetto a ciò che potrebbe accadere a loro stessi, ai

minori e alle famiglie coinvolte nel maltrattamento, qualora fosse denunciato, e

ricorrono a precisi meccanismi difensivi per non incontrare le emozioni che il

maltrattamento produce (dolore, angoscia, rabbia) I meccanismi difensivi a cui anche

involontariamente si ricorre sono:

-Il Distacco emotivo, per cui la sofferenza del bambino non viene percepita;

-L’Idealizzazione, dei genitori o dell’adulto di riferimento sopravvalutandone le capacità

e non vedendone limiti;

-La Rimozione, dettata dall’esigenza di dimenticare per allontanare il dolore;

-La Razionalizzazione, che induce a trovare delle giustificazione scientifiche per dare un

senso logico all’accaduto; 63

-La Scissione, in cui ci si schiera dalla parte delle vittime maltrattate, non favorendo

alcuna forma di recupero del maltrattante.

Per evitare questo tipo di comportamenti, è necessaria una specifica formazione dei

professionisti, perché sappiano gestire le loro ansie e paure e possano lavorare con

serenità. Nei casi estremi, nella prevenzione terziaria, si deve ricorrere

all’allontanamento del bambino dal contesto maltrattante.

L’allontanamento è una misura di prevenzione estrema a cui pensare quando la

convivenza del bambino disabile con la sua famiglia diventa pericolosa per la sua

incolumità. Tale misura preventiva non può mai essere considerata un atto conclusivo,

ma un punto per ripartire, offrendo ai genitori la possibilità di riconquistare la loro

capacità genitoriale con una attenta azione di controllo e sostegno.

Qualunque prevenzione si stia attuando, primaria secondaria terziaria ,la possibilità di

efficacia passa principalmente attraverso la formazione e l’intervento sulla mente e

sulla soggettività. La mente è il contesto privilegiato della prevenzione, è innanzitutto

nella mente dell’adulto che un bambino può essere ben-trattato o mal-trattato, a seconda

di come i suoi bisogni vengono definiti in modo corretto o scorretto. (Foti, 1998) Il

maltrattamento del bambino e nel caso specifico del bambino disabile, prima che venga

attuato, viene preparato nella mente dell’adulto, che ha comunque qualche deficit di

consapevolezza e capacità di elaborare la realtà. (De Natale, 2001) Per prevenire la

violenza, occorre cambiare stili di pensiero, costruire nuovi schemi mentali, sia nei

genitori che negli operatori, formarli prima di tutto come persone e poi come genitori e

professionisti, sviluppando in loro competenze emotive e relazionali. (Bernardi, 1993)

Per prevenire in modo efficacie l’abuso occorre fare una vera e propria lotta

all’analfabetismo emotivo (Goleman, 1995), è proprio l’insensibilità emotiva che

64

predomina nella violenza all’infanzia, per cui nella formazione alla prevenzione

occorrono delle metodologie protese a sviluppare negli adulti l’apprendimento del

linguaggio dei sentimenti, per instaurare tra il bambino e l’adulto un nuovo codice di

comunicazione (Marchetti, 2005).Nell’attivare l’intelligenza emotiva si impara a dare

un nome ai sentimenti, a riconoscerli, a rispettarli, ad avere un controllo di ogni

emozione prendendone consapevolezza e ciò impedisce alla impulsività di avere il

sopravvento e dominare le nostre azione (Bertetto, 2008).

Il maltrattamento nei bambini disabili si può prevenire, si può sconfiggere, il silenzio,

dettato dalla “patologia del segreto”, dell’indicibile dell’impensabile, deve essere

accolto dalla società intera non dal singolo individuo. Una nuova speranza viene, anche

dalla Chiesa che ha a rotto il muro del silenzio che ha avvolto per anni il tema della

violenza sui minori. Papa Francesco ha deciso di dare vita ad una commissione per la

protezione dei minori vittime degli abusi. L’annuncio è stato dato il 05 Dicembre 2013

dal Cardinale O’Malley. Tale commissione avrà il compito di riferire sullo stato attuale

delle vittime degli abusi, suggerire in accordo con le conferenze episcopali sui

provvedimenti da adottare, proporre nomi di persone adatte per la attuazione di nuove

iniziative. La commissione si occuperà di organizzare programmi di formazione per

bambini, genitori e di tutti coloro che lavorano con i minori, compresi i catechisti e i

sacerdoti. La fragilità della nostra società, della famiglia, dell’genitore, dell’uomo, in

generale non è un difetto, ma l’espressione della condizione umana e non è mai

all’origine della violenza, anzi la percezione del limite porta a considerare e a capire i

limiti degli altri. (Andreoli, 2008.) La violenza è data dalla constatazione di non essere

forti come si vorrebbe, è data dalla delusione di non essere arrivati dove si pensava di

avere diritto di essere. L’uomo fragile non è mai violento. 65

Conclusioni

Il maltrattamento all’infanzia è un fenomeno diffuso in tutto il mondo ed interessa ogni

segmento della popolazione ,oggi più che mai è riconosciuto come un problema sociale

significativo, che merita attenzione. Tuttavia, come ho più volte sottolineato in questo

mio lavoro, sono scarse le conoscenze rispetto al fenomeno della violenza sui bambini

con disabilità. Il maltrattamento di questi bambini può considerarsi un tabù nel tabù,

forse perché associare disabilità e violenza è ancora più difficile da sostenere

emotivamente. I pochi e disomogenei dati epidemiologici a disposizione, non ci

consentono di definire con precisione l’incidenza della violenza contro questi bambini.

Oggi però, sappiamo che, l’unico modo per evitare questo fenomeno è la prevenzione,

di cui l’intera società si deve far carico, sostenendo le famiglie la comunità, la scuola, i

centri di recupero, gli ospedali, le parrocchie, coltivando insieme una idea di

cambiamento. Se il principio dell’inclusione vale per tutti i bambini, è particolarmente

vero per i bambini disabili, che sono generalmente più vulnerabili. Gli psicologi clinici,

gli operatori delle associazioni, delle cooperative i medici sanitari, gli insegnanti che

operano nel campo della disabilità, hanno un ruolo importante nella comprensione,

nell’analisi e poi nella prevenzione del maltrattamento, a partire dal rapporto quotidiano

e diretto che hanno con le famiglie e con gli stessi bambini. È infatti attraverso

l’osservazione diretta del contesto familiare e sociale, che si può cogliere lo sfondo

emotivo e psicologico in cui il bambino vive e la qualità delle cure che riceve. Vorrei

soffermarmi infine sul ruolo dello psicologo clinico. Il suo intervento nell’ambito della

disabilità, deve considerare la necessità di fornire risposte multidisciplinari, biologiche,

sociali, psichiche; la sua abilità di ascoltare, di identificare situazioni a rischio e quindi

di prevenire casi di maltrattamento, deve accrescersi e diffondersi, nella consapevolezza

66

che un attento e tempestivo intervento, può ridurre il pericolo di un maltrattamento e

scongiurare l’abisso di silenzio e isolamento che ne consegue. Pertanto il cambiamento

non più visto solo come “cura”, ma come sviluppo del bambino disabile verso modalità

che siano più funzionali alla sua condizione di salute e al suo contesto di vita. Nel

contempo, ogni intervento dovrebbe mirare a diminuire il disagio della famiglia

trovando insieme risorse nuove che possano facilitare la costruzione di percorsi

resilienti. 67

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72


PAGINE

74

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1.97 MB

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Fabi04

PUBBLICATO

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DESCRIZIONE TESI

Il lavoro si propone di definire il maltrattamento, dai primi studi, fino alle linee guida più recenti, evidenziando le varie tipologie di maltrattamento e le conseguenze psicofisiche che ne conseguono. Si sono messe in luce le numerose interazioni tra le diverse variabili che possono diventare al contempo, facilitatori di maltrattamento o elementi di protezione. Nonostante la difficoltà di reperire i dati statistici, la tesi punta a evidenziare ciò che si conosce sulle dimensioni del fenomeno del maltrattamento sui bambini disabili. In particolare l’accento è posto sulla situazione in Italia, paese in cui vi sono ancora molteplici lacune, sia a livello legislativo che di raccolta dati, rispetto a questo fenomeno.
L’elaborato si sofferma anche sul termine disabilità e sull’evoluzione del suo significato, partendo dalla prima classificazione, nel 1981 dell’ICIDH, fino alla più recente dell’ICF, di cui sono descritte caratteristiche, finalità e livelli di intervento ad esso connessi; in particolare, la trattazione dell’ICFCY, strumento di classificazione specifico, che descrive il funzionamento della disabilità e della salute del bambino e dell’adolescente disabile, punta a mettere in luce i diritti sociali e scolastici dei minori disabili.
Legato al tema del maltrattamento sui disabili e ai contesti in cui esso è più frequente, vi è la trattazione del concetto di resilienza, ossia della capacità degli esseri umani e di alcuni, in particolare modo, di saper trasformare un evento critico e potenzialmente destabilizzante, come è un maltrattamento, in un motore di ricerca personale, che permette di riorganizzare positivamente la propria esistenza.
Questa nuova prospettiva diventa pertanto fondamentale in qualsiasi intervento preventivo, sia all’interno della famiglia, che nella scuola, nei centri di recupero, nella vita sociale del bambino disabile. Oggi la clinica può contare su alcune tecniche specifiche, a cui il lavoro fa riferimento, al fine di costruire percorsi di resilienza basati sulle relazioni interpersonali e reti di sostegno che favoriscano il senso di sicurezza interno e una buona stima di sé.
L’attenzione punta non solo al soggetto maltrattato, ma anche alle cause del maltrattamento stesso. In quest’ottica il lavoro affronta il fenomeno del burnout del caregiver, riconosciuto ormai come patologia da “rischio emergente” che può colpire genitori, educatori, medici e insegnanti, si assiste ad un totale disinvestimento emotivo, con il conseguente rischio di assunzione di atteggiamenti violenti nei confronti dei bambini a cui sono rivolte le cure.
Il lavoro si conclude con un’ampia riflessione sull’importanza di approntare un’efficace prevenzione del burnout, attraverso una costante formazione professionale e di sostegno familiare, che aiuti ad anticipare atteggiamenti violenti sui bambini disabili. Viene data così, una collocazione primaria alla famiglia e al percorso che essa affronta nell’accogliere e comprendere la disabilità del proprio figlio, analizzando degli specifici modelli di prevenzione, come l’educazione familiare, l’home visiting, il respite care, i gruppi di auto mutuo aiuto, considerati fondamentali fattori esterni di sostegno per il nucleo familiare. Anche la scuola ha un ruolo centrale nella prevenzione del maltrattamento. Viene, quindi rimarcato che, nonostante i pochi dati epidemiologici, l’unico modo per evitare il fenomeno del maltrattamento è la prevenzione, di cui l’intera società si deve far carico sostenendo le famiglie, la comunità, la scuola, i centri di recupero, gli ospedali, le parrocchie coltivando insieme una idea di cambiamento.
Il lavoro si chiude con una riflessione sul ruolo dello psicologo clinico. Il suo intervento nell’ambito della disabilità deve considerare la necessità di fornire risposte multidisciplinari, biologiche, sociali, psichiche proiettate allo sviluppo del bambino disabile verso modalità che siano più funzionali alla sua condizione di salute e al suo contesto di vita.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fabi04 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia clinica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ecampus - Uniecampus o del prof Di Terlizzi Eleonora.

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