Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

il già citato DAW,

− l'istituto Internazionale di Ricerca e Formazione per l'Avanzamento delle

− Donne (INSTRAW) istituito nel 1976, successivamente alla

raccomandazione della Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Città del

Messico nel 1975, grazie ai lavori del Consiglio Economico e Sociale delle

Nazioni Unite. Dal 1983 ha sede a Santo Domingo. È un'istituzione

indipendente, che ha l'obiettivo di incoraggiare la sensibilizzazione e la

formazione in ambito di parità tra sessi ed emancipazione femminile,

138

soprattutto nei Paesi in via di sviluppo ;

l'Ufficio del Consigliere Speciale sulle Questioni di Genere e l'Avanzamento

− 139

delle Donne(OSAGI ), che sviluppa nuove idee per l'avanzamento della

donna nella società ed il suo empowerment; 140

il Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo delle Donne (UNIFEM ),

− istituito anch'esso nel 1976 e diretto a promuovere l'avanzamento delle donne

anche dal punto di vista finanziario ed organizzativo.

La CEDAW, Convenzione per la eliminazione di ogni forma di discriminazione

contro le donne, fu adottata dall'ONU nel 1979 ed entrò in vigore appena due anni

dopo, come una sorta di “Dichiarazione dei diritti delle donne”: essa infatti dà una

definizione della discriminazione contro di esse come ‹‹ogni distinzione, esclusione o

limitazione basata sul sesso, che abbia l'effetto o lo scopo di compromettere o

annullare il riconoscimento, il godimento o l'esercizio da parte delle donne,

indipendentemente dal loro stato matrimoniale e in condizioni di uguaglianza fra

uomini e donne, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico,

141

economico, sociale, culturale, civile, o in qualsiasi altro settore ››. Se la CEDAW,

insieme al suo Protocollo aggiuntivo del 1999, delinea il primo testo giuridicamente

vincolante sui diritti delle donne, la Piattaforma d’Azione approvata dalla

138 http://www.retepariopportunita.it/DefaultDesktop.aspx?page=3387

139 http://www.retepariopportunita.it/DefaultDesktop.aspx?page=3114

140 http://www.unifem.it/

141 http://www.retepariopportunita.it/Rete_Pari_Opportunita/UserFiles/ONU/CEDAW_CONVE

NZIONE.pdf

78 142

Conferenza di Pechino (quarta di una serie di conferenze mondiali sulle donne

organizzate dalle Nazioni Unite), è il testo politico più importante e maggiormente

considerato dalle donne sino all'entrata in vigore della Convenzione di Istanbul. A

Pechino i movimenti di tutto il mondo hanno affermato il desiderio di "guardare il

mondo con occhi di donna" e hanno proclamato che "i diritti delle donne sono diritti

umani", ponendo nelle agende politiche di tutti i governi parole come “punto di vista

di genere” ed “empowerment”. Il successo della Conferenza di Pechino è stato

dimostrato dall'alto numero di partecipanti: sono stati registrati, infatti, circa seimila

rappresentanti di 189 Stati, oltre ad un considerevole numero di ONG (circa

quattromila) e di giornalisti.

L'ultima normativa internazionale vincolante in ordine di tempo è la “Convenzione

del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti

delle donne e la violenza domestica”, più comunemente conosciuta come

Convenzione di Istanbul dell’11 maggio 2011: i vari Stati aderenti hanno stipulato, a

livello nazionale, le rispettive leggi in materia di violenza di genere e femminicidio.

La Direttiva 2012/29/UE riguardante diritti, assistenza e protezione delle vittime di

reato è ugualmente vincolante per gli Stati aderenti che però, sono liberi di attuarla

con i mezzi da loro preferiti. Essa si colloca nella cd “tabella di marcia di Budapest”,

per rinnovare, aumentandolo, il livello di sostegno e tutela alle vittime di reato in

143

tutto il continente, nello specifico all'interno dei procedimenti penali . 144

La Convenzione di Istanbul, 11 maggio 2011 ,

2.1.1.

uno sguardo alla legge

La Convenzione di Istanbul è il primo strumento internazionale giuridicamente

vincolante per gli Stati firmatari, che mira a difendere le donne da qualsiasi tipo di

violenza. Essa è stata accolta dal Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa il 7

aprile 2011, per poi essere aperta alla firma nel maggio dello stesso anno. Sino ad

142 http://www.cooperazioneallosviluppo.esteri.it/pdgcs/documentazione/AttiConvegni/1995-09-

04_ConferenzaPechino.pdf

143 http://www.osservatoriosullefonti.it/rubriche/fonti-comunitarie-e-internazionali/709-la-

direttiva-201229ue-del-parlamento-europeo-e-del-consiglio-del-25-ottobre-2012-che-istituisce-norme-

minime-in-materia-di-diritti-assistenza-e-protezione-delle-vittime-di-reato-e-che-sostituisce-la-

decisione-quadro-2001220gai-

144 http://www.pariopportunita.gov.it/images/stories/documenti_vari/UserFiles/PrimoPiano/Con

venzione_Istanbul_violenza_donne.pdf 79

ora, hanno proceduto alla firma della stessa ben 32 delle 47 nazioni facenti parte del

145

Consiglio d'Europa , ma solamente otto tra gli Stati firmatati hanno proceduto alla

146

ratifica dei suoi dodici capitoli (in 81 articoli), divenendo giuridicamente vincolati

alle sue disposizioni. Perché entri in vigore, essa necessita della ratifica di almeno

dieci Stati, otto dei quali facenti parte del CdE: le misure previste rischiano dunque

di rimanere lettera morta, sinché il documento non diventerà effettivamente legge per

il numero minimo indicato.

La Convenzione in oggetto può essere considerata un traguardo rispetto alla serie di

iniziative promosse negli anni precedenti dal Consiglio d'Europa: infatti, la prima

strategia in materia risale al 2002, quando venne approvata la Raccomandazione

147

(Rec(2002)5 ) sulla protezione delle donne dalla violenza. Quest'ultima sollecitava

gli Stati membri ad adottare una serie di disposizioni che modificassero le politiche

interne, proteggessero e sostenessero le vittime, e contribuissero ad evitare tali

crimini. Successivamente, lo stesso Consiglio d'Europa promosse una campagna di

sensibilizzazione mirata al contrasto della violenza contro le donne, compresa quella

domestica (che non riguarda solo le donne, ma anche bambini e anziani, ai quali sono

148

garantite le stesse assistenze ), i cui esiti sono riscontrabili all'interno del Rapporto

149

di Fine Attività (EG-TFV (2008) 6) . E' stato proprio a partire da questo Rapporto

che è maturata l'idea di una Convenzione che tutelasse i diritti umani e, nel

particolare, le donne dalla violenza. Ad occuparsi della stesura del testo è stata una

150

commissione ad hoc, la CAHVIO (comitato ad hoc per prevenire e combattere la

violenza contro le donne e la violenza domestica) che, a partire dal 2008 e in poco

145 http://www.conventions.coe.int/Treaty/Commun/ChercheSig.asp?NT=210&CM=&DF=&CL

=ENG

146 Ivi.

147 https://wcd.coe.int/ViewDoc.jsp?Ref=Rec%282002%295&Language=lanEnglish&Ver=origi

nal&Site=CM&BackColorInternet=DBDCF2&BackColorIntranet=FDC864&BackColorLogged=FD

C864

148 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-05-28/ecco-cosa-prevede-convenzione-

152438.shtml?uuid=AbPBl3zH

149 http://www.coe.int/t/dghl/standardsetting/equality/03themes/violence-against-women/EG-

TFV(2008)5-rev1_en.pdf

150 http://web.archive.org/web/20090405121509/www.coe.int/t/dghl/standardsetting/violence/de

fault_en.asp

80 più di due anni, è riuscita ad arrivare alla bozza finale del convegno, dopo nove

riunioni alle quali hanno partecipato i rappresentanti governativi e altri soggetti

151

interessati .

Nei documenti ufficiali del Consiglio d'Europa, vengono esplicitamente indicati gli

obiettivi principali del testo, ovvero la prevenzione della violenza, la tutela delle

vittime e l'azione penale concreta verso gli aggressori. Esso punta particolarmente

alla sensibilizzazione delle persone, sollecitando la società intera a cambiare

atteggiamento, in maggior misura uomini e ragazzi. Come sottolineeranno le

interviste del capitolo successivo, si dovrà lavorare sul carattere strutturale del

fenomeno: la sua natura culturale dovrà essere analizzata e modificata in quanto tale,

152

e non come emergenza momentanea. Le novità principali riguardano innanzitutto

le definizioni, per la prima volta viene data quella di “genere”, parola con cui si

indicano ruoli, comportamenti, qualità e attributi socialmente costruiti che una

collettività considera giusti per uomini e donne. Questa definizione è fondamentale

perché presuppone che gli atti di violenza vengano compiuti a causa del genere delle

vittime. Il risultato è la violazione dei diritti umani con conseguenze sul piano

psicologico, sessuale, fisico ed economico.

Come precedentemente accennato, la convenzione è composta da un preambolo,

153 .

ottantuno articoli raggruppati in diciotto capitoli, e da un allegato

Nel preambolo viene inserita un'importante premessa rispetto a ciò che seguirà nel

testo del trattato. Può essere già considerata come una vittoria nella lotta comune

contro la violenza di genere e la violenza domestica, incentrando la questione sul

concetto di riconoscimento. Riconoscimento come parola chiave se riferito al

raggiungimento di una parità tra uomini e donne non solo professata ma anche

applicata; riconoscimento del fatto che la storica discriminazione nei confronti delle

donne abbia portato il fenomeno a raggiungere l'entità attuale; riconoscimento della

natura strutturale del problema, insita nella cultura "difettosa" della società

contemporanea; riconoscimento dell'esistenza delle gravi forme di violenza citate,

come la violenza domestica, le molestie sessuali, lo stupro, il matrimonio forzato, i

151 http://www.women.it/dire/images/pdf/iniziative/convenzioneistambulviolenza.pdf

152 Cit. Ivi

153 http://www.pariopportunita.gov.it/images/stories/documenti_vari/UserFiles/PrimoPiano/Con

venzione_Istanbul_violenza_donne.pdf 81

delitti commessi in nome del cosiddetto "onore" e le mutilazioni genitali femminili,

«che costituiscono una grave violazione dei diritti umani delle donne e delle ragazze

154

e il principale ostacolo al raggiungimento della parità tra i sessi ››;

riconoscimento di vere e proprie violazioni dei diritti umani a danno di tutte le

società civili coinvolte nei conflitti armati, nei quali le donne sono vittimizzate in

prima persona; riconoscimento della maggiore vulnerabilità delle ragazze e delle

bambine in quanto donne; infine, riconoscimento di una serie di atti che possono

rientrare nel concetto di violenza domestica, non solo a danno delle donne, ma anche

nei confronti di bambini, uomini, anziani.

Come si evince dal testo, nel preambolo vengono innanzitutto elencati gli strumenti

collegati all'argomento trattato, sia che il collegamento si riferisca al Consiglio

d'Europa, sia più in generale alle Nazioni Unite: uno di questi è sicuramente

155

riscontrabile nel CEDAW , ovvero la Convenzione Onu del 1979 per

l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, e nel suo protocollo opzionale

156 , adottato vent'anni dopo la Convenzione, prevede due

del 1999. Questo protocollo

procedure di azione: una di querela, utilizzabile per denunciare al Comitato sia da

parte di singole donne che da gruppi di esse, ed una che mira all'eliminazione di tutte

le forme di discriminazione contro le donne, secondo i casi di violazione delle norme

stabilite dalla Convenzione. Tale procedura viene definita dalle Nazioni Unite come

157

"procedura per la presentazione di comunicazioni" ; l'altra è invece una procedura

di indagine, che conferisce al Comitato CEDAW il potere di condurre indagini sui

casi di violazioni gravi o sistematiche dei diritti umani delle donne nei Paesi che

158

hanno sottoscritto il Protocollo facoltativo .

154 Cit. Ivi

155 http://www.retepariopportunita.it/Rete_Pari_Opportunita/UserFiles/ONU/CEDAW_CONVE

NZIONE.pdf

156 http://www.meltinglab.it/images/dirittiumani/files/19991015_CEDAW_prot.pdf

157 http://www.dirittiumani.donne.aidos.it/bibl_2_testi/b_patti_conv_protoc/a_testi_7_conv_pric

ip/d_cedaw_donne/a_protoc_cedaw/home_protoc_cedaw.html

158 Ivi.

82 Il punto fondamentale del preambolo riguarda il riconoscimento del fatto che la

violenza contro le donne sia “una manifestazione dei rapporti di forza storicamente

159

diseguali tra i sessi ”: tale premessa dà all'Europa la volontà di agire.

Il primo capitolo, riguarda “obiettivi, definizioni, uguaglianza e non discriminazione,

160

obblighi generali ” della Convenzione: in aggiunta a quelli già espressi nel titolo, si

evince la necessità di lavorare in rete per contrastare il fenomeno della violenza

contro le donne, attraverso la collaborazione internazionale ed il sostegno reciproco

tra organi che si impegnano a lavorare in quest'ambito. Fondamentale è anche

l'applicazione di questi principi in tempo di guerra (art. 2): sempre più soprusi,

infatti, vengono perpetrati in contesti bellici, caratterizzati già di per se da efferatezza

e ferocia contro qualunque essere umano. Sorge spontaneo un riferimento all'attualità

della Nigeria: nel 2009 è stato ucciso il leader e fondatore di Boko Haram,

Mohammed Yusuf. Questa morte ha avuto conseguenze devastanti: il gruppo

islamista ha compiuto dei veri e propri massacri nei confronti della popolazione

161

Cristiana e verso chiunque si opponesse alla creazione di uno Stato islamico . A

dimostrazione del fatto che le loro intenzioni non fossero chiacchiere, lo scorso 14

Aprile sono state rapite dalla scuola di Chibok 240 ragazze e il 6 Maggio altre otto da

un villaggio poco lontano. In un video nel quale rivendicava l'azione, il nuovo leader

di Boko Haram ha asserito che le ragazze rapite sarebbero state rivendute come

schiave o spose. Tutto questo per "ripulire" la Nigeria dagli infedeli, corrotti

dall'Occidente anche dal punto di vista dell'istruzione.

Ancora una volta, dunque, sono i civili a scontare pene ingiuste; ancora una volta,

162

sono donne.

Il quarto articolo si impegna a sancire il diritto degli individui ad essere liberi di

vivere senza violenze sia nei contesti pubblici che privati, e questo vale ancor più

quando gli individui siano di sesso femminile. Per questo motivo, gli Stati contraenti

si impegnano a salvaguardare questa prerogativa applicando il principio di parità tra i

sessi e sanzionando chi contravvenga allo stesso. E saranno gli stessi rappresentanti

159 http://www.pariopportunita.gov.it/images/stories/documenti_vari/UserFiles/PrimoPiano/Con

venzione_Istanbul_violenza_donne.pdf

160 Ivi.

161 Fiore G. (2014), Why Boko Haram should be on the European Union list of designated terror

groups in African Security Review Vol. 23, Fascicolo 1, Gennaio 2014

162 http://www.bbc.com/news/world-africa-13809501 83

delle nazioni firmatarie (art. 5) a dover dare il buon esempio, evitando qualsiasi

atteggiamento che possa configurare una qualche tipologia di violenza contro le

donne. Sarà chiaro allora il riferimento alle quote di partecipazione femminile nella

politica, soprattutto in quella italiana, che deludono dal principio le aspettative: nel

1995, due anni dopo l'adozione delle leggi sulle quote di genere, la Corte

costituzionale italiana ha dichiarato queste ultime incostituzionali. La Costituzione,

allora, fu modificata nel 2001 per consentire alle regioni di adottare misure di

contingentamento affinché migliorasse la rappresentanza politica delle donne a

livello locale; un'ulteriore modifica, nel 2003, fu messa in atto per consentire misure

163

analoghe a livello nazionale ed europeo . Il risultato di queste riforme, già citato nel

primo capitolo dell'elaborato, è deludente: la presenza maschile in politica si attesta

al 79,27%. La minoranza femminile (19,73%) si abbassa ulteriormente se si

considerano i Consigli Regionali, dove la Sardegna si posiziona agli ultimi posti con

164

quattro donne su sessanta eletti dopo le elezioni dello scorso 16 febbraio . Lo stesso

articolo 5 della Convenzione prevede che vengano poste in essere forme di giustizia

riparatoria per risarcire il danno alle vittime di violenza: questi risarcimenti potranno

concretizzarsi in diverse modalità, ad esempio attraverso indennizzi, riabilitazioni,

riparazioni del danno; qualora non sia possibile risarcire il danno da parte di chi

abbia violato la normativa in materia, dovrà essere lo Stato a dover potere attingere

da fondi appositi per la riparazione (almeno economica) che non possa essere

garantita da altre fonti.

Nonostante i buoni propositi, è difficile trovare concretizzate le forme di

risarcimento elaborate. Negli Stati in cui le condizioni economiche sono già di per sè

problematiche, infatti, creare dei fondi stabili e permanenti di riparazione per le

vittime dei reati risulta secondario.

Il secondo capitolo, intitolato “Politiche integrate e raccolta dei dati”, mira ad un

impegno degli Stati contraenti che sia propedeutico alle idee di prevenzione, tutela e

sanzione nominate nei capitoli successivi: ad esempio, richiama le normative

nazionali affinché esse si concentrino sulla vittima e sui suoi diritti, la salvaguardia

163 Palici di Suni E. (2012), Gender Parity and Quotas in Italy: A Convoluted Reform Process in

West European Politics, Vol. 35, Fascicolo 2, Marzo 2012

164 http://www.repubblica.it/speciali/politica/datajournalism/2014/03/04/news/donne_e_politica_

tra_governo_parlamento_ed_enti_locali_i_ruoli_chiave_restano_ancora_in_mano_agli_uomini-

80228680/

84 dei quali dipende dalla congiunzione e la collaborazione di più servizi a livello

governativo sia nazionale che locale. Perché la violenza di genere sia adeguatamente

contrastata, devono essere effettuati investimenti sia a livello finanziario che umano,

col fine ultimo di creare degli organismi atti a mettere in pratica, monitorare e

valutare gli interventi in materia (art. 10). Fondamentale l'appello agli Stati, i quali

vengono richiamati a registrare ed elaborare regolarmente le statistiche ricollegabili a

165 : affinché i dati

qualsiasi forma di violenza presente all'interno della Convenzione

vengano poi utilizzati per lo studio e la prevenzione del fenomeno. Questa, deve

essere fatta in più modalità. In primo luogo gli Stati contraenti devono impegnarsi

affinché vengano modificate le normative vigenti. In secondo luogo l'impegno

maggiore è quello che vedrà impegnate particolari risorse (anche attraverso l'utilizzo

di figure professionali specializzate) per delle campagne di sensibilizzazione (art. 13)

che si impegnino a cambiare la cultura dominante, i pregiudizi e gli stereotipi che per

secoli interi hanno fatto sì che le donne venissero considerate in secondo piano e che

le violenze nei loro confronti venissero in tal modo giustificate.

Di pari importanza la protezione delle vittime: anche in questo caso sarà

fondamentale la cooperazione in rete tra soggetti pubblici e privati, che si impegnino

a creare delle strutture finalizzate all'accoglienza delle vittime di violenza (come le

case rifugio), le quali siano dirette da personale adeguatamente qualificato, che abbia

la facoltà di accompagnare in un percorso di riappropriazione della propria

individualità chi, spesso, non è nelle condizioni psico-fisiche di prendere delle

decisioni. Tra le intervistate dei centri antiviolenza sardi, l'imperativo è proprio

questo: restituire alla donna la capacità di riappropriarsi della facoltà decisionale

persa durante la situazione d'abuso. Il percorso mira, grazie all'accompagnamento di

personale qualificato, a restituire alle donne la loro individualità, affinché riescano a

sottrarsi a testa alta da una vittimizzazione continua e costante. Non sarà però

semplice se gli ordini di allontanamento non verranno disposti a dovere dal giudice.

Oltre alle case rifugio, un servizio valutato in modo sempre più positivo è quello

delle linee telefoniche dedicate alle vittime di violenza (art. 24): esse sono accessibili

a chiunque ne abbia bisogno in modo totalmente gratuito, sette giorni a settimana e

ventiquattr'ore su ventiquattro. La funzione principale sarà quella di fornire un primo

appoggio morale a chi chiama, nel pieno rispetto della privacy e dell'anonimato,

165 Ivi. 85

garantendo una corretta informazione circa tutte le forme di violenza trattate dalla

166

Convenzione. Per l'Italia, il numero gratuito da contattare in caso di violenza è il

167

1522 .

La Convenzione decreta poi la necessità che le nazioni firmatarie adottino, all'interno

delle proprie legislazioni, elementi che consentano alle vittime di riscattarsi ed avere

giustizia dal punto di vista civile (art. 29), e risarcimenti (art. 30), in primis da parte

del maltrattante, ma anche dalle autorità statali, se queste non sono state in grado di

porre in essere misure che tutelassero chi ha subito violenza evitando che questa

venisse perpetrata. Viene inoltre stilata una lista di reati (violenza fisica e

psicologica, sessuale, stupro, mutilazioni genitali, aborto forzato, molestie sessuali,

ravvisabili negli articoli dal 33 al 41), perseguibili penalmente, e viene ribadita la

necessità che le normative in materia vengano equilibrate a livello internazionale per

168

favorire il contrasto dei suddetti reati. Tra questi, è stato inserito anche lo stalking

(art. 34). Inoltre viene menzionato il caso del matrimonio forzato (art. 37), per il

quale si distingue tra l'eventualità in cui qualcuno venga costretto a contrarre

matrimonio da quella in cui venga attirata con l'inganno in un paese estero per

costringerla a sposarsi. Anche nel caso in cui il matrimonio non si celebrasse,

169

sarebbe comunque punibile la situazione di adescamento . Ancora, viene rimarcata

l'impossibilità di invocare qualsiasi tipo di giustificazione di tipo etnico o religioso

come attenuante per chi commetta questo tipo di illecito, in modo tale da spingere gli

Stati contraenti a non accettare mai i cosiddetti “delitti d'onore”(art. 42), in passato

possibili di attuazione con una pena nettamente inferiore a quella attuale. Le Parti

devono in qualsiasi modo punire le violenze, con pene che siano commisurate,

dissuasive ed efficaci in rapporto alla gravità dell'illecito commesso.

Se le donne adulte devono affrontare anche la violenza sessuale all'interno del

matrimonio "normale", il fenomeno del matrimonio forzato è ancora più traumatico,

166 Cit. Ivi.

167 http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/numeri-di-pubblica-utilita-sezione/117-numero-

verde-1522-antiviolenza-donna

168 http://www.professionisti.it/enciclopedia/voce/662/Stalking definito come “chiunque pedini,

assilli, infastidisca pesantemente - con telefonate, insistenti ricerche di contatto - una persona, tanto

da causarle gravi stati d’ansia o di paura per la propria incolumità o per quella di un parente

prossimo e da costringerla a cambiare abitudini di vita”.

169 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-05-28/ecco-cosa-prevede-convenzione-

152438.shtml?uuid=AbPBl3zH

86 specialmente per le giovanissime. Il sesso con ragazze al di sotto di una certa età è di

solito coperto dalla legislazione contro lo stupro ma, in paesi come l'India, le leggi

170

religiose prevalgono . L'assenza di adeguati quadri di azione legale e politica per

affermare i diritti delle ragazze, insieme alla mancanza di sanzioni contro questi

abusi, sono facilitate dalla complicità dello stato: sarà allora fondamentale che le

donne straniere, all'interno degli stati contraenti la convenzione, vengano tutelate a

dovere "almeno" dai paesi ospitanti, e vengano aiutate ad integrarsi per vedere

finalmente rispettati i propri diritti.

Importante è il passaggio circa l'allontanamento del coniuge violento da parte del

giudice: la priorità assoluta dev'essere data alla tutela delle vittime o comunque delle

persone in pericolo; questo, a sostegno dell'idea centrale di tutta la convenzione,

ovvero la tutela primaria delle vittime. Da evidenziare anche la possibilità, per chi

subisce violenza, di accedere al gratuito patrocinio, dichiarata nell'art. 57, senza il

quale molte donne che patiscono violenza economica potrebbero non essere nelle

condizioni di denunciare il maltrattante proprio per mancanza di risorse.

Un intero capitolo (il settimo) è stato dedicato alla violenza contro le donne migranti,

incluse quelle senza documenti e richiedenti asilo, tra le categorie più colpite dalla

violenza di genere: nel periodo della stesura della Convenzione si è infatti evinto

quanto questo problema sia mutato nel corso degli anni e sia diventato centrale anche

per gli stati ospitanti. Nel modello classico di migrazione, il migrante è un uomo che

abbandona il confine e la propria famiglia per andare a cercare delle opportunità

economiche migliori, per poter dunque mantenere a distanza moglie e figli e garantir

loro un futuro più roseo. Con la globalizzazione, questo concetto è cambiato, si è

femminilizzato: ed insieme alla femminilizzazione delle migrazioni, si è

femminilizzata anche la violenza nei confronti di chi emigra. Non è insolito che le

organizzazioni criminali, atte agli spostamenti dei clandestini, chiedano più denaro

alle donne o, per evitare questo, richiedano o pretendano con la forza prestazioni

171

sessuali, solo perché inferiori “per natura” . Gli obiettivi della Convenzione, da

questo punto di vista, sono quelli di concedere la residenza alle donne migranti a

prescindere da quella del coniuge o del partner, ma anche di arrivare a riconoscere

170 Ouattara M., Sen P., Thomson, M. (1998) Forced marriage, forced sex: the perils of

childhood for girls in Gender and Development Vol. 6, Fascicolo 3

171 Viano E. “Mettere in sicurezza il processo di migrazione: sicurezza per chi?” in

“L'ambivalenza dell'in-sicurezza nei processi migratori”, (a cura di) C. Cipolla e S. Vezzadini, 2013,

FrancoAngeli pp.143-154 87

l'esistenza di una vera e propria persecuzione per queste donne, oltre all'obbligo, per

gli Stati firmatari, di non respingerle, alla stregua dei rifugiati e della Convenzione

172

del 1951 che li tutela .

Poiché l'applicazione della Convenzione sia rispettata ed allargata a tutti gli Stati

contraenti, viene sottolineata la necessità di una cooperazione internazionale in

materia di protezione dalla violenza delle donne (Capitolo VIII): per adempiere a

questi compiti, le parti possono anche scambiare tra loro dati ed informazioni che

abbiano l'obiettivo ultimo di proteggere la vita e l'incolumità delle donne che

subiscono o potrebbero subire violenza. Questo lavoro di rete, su scala

internazionale, è quello che farà in modo che si concretizzi, anche all'interno delle

singole nazioni, un'attività mirata, dove le forze di polizia e le istituzioni lavorino in

sinergia con i servizi sanitari e sociali, affinché la fornitura del servizio risulti

capillare e completa.

Partendo dalla collaborazione internazionale, la Convenzione istituisce un organo

particolare, il GREVIO, formato da un gruppo di esperti indipendenti sulla lotta

contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica, che

intervengano per monitorare i lavori delle rispettive commissioni nazionali operanti

in materia. Questo compito verrà assolto tramite questionari, visite, rapporti ed

inchieste circa la conformità alla Convenzione delle leggi nazionali. La

composizione dell'organo prevede un minimo di dieci membri (eletti dal Comitato

delle Parti entro un anno dall'entrata in vigore della Convenzione) ed un massimo di

quindici (questi ultimi cinque membri sono supplementari ed eleggibili dopo la

venticinquesima adesione o firma), adeguatamente suddivisi tra uomini e donne e

che abbiano competenze multidisciplinari nei campi trattati dalla Convenzione.

Fondamentale è che non ci sia più di un membro per ogni Stato e che ognuno sia

assolutamente indipendente dal suo Stato d'origine in modo da adempiere

correttamente ai propri compiti. Connesso a questo troviamo l'allegato alla

Convenzione, che descrive obblighi, privilegi ed immunità dei componenti del

GREVIO i quali, come già detto, monitorano ogni situazione nazionale in modo che

sia aderente agli standard previsti dal Consiglio d'Europa. I privilegi e le immunità

172 http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/13/convenzione_Gine

vra_rifugiato.pdf

88 sopracitati, saranno appunto necessari affinché, questi commissari, svolgano nella

più completa serenità i loro compiti di controllo all'interno degli Stati.

Gli ultimi due capitoli della Convenzione, prettamente di carattere tecnico, indicano

agli Stati le procedure mediante le quali sia possibile modificarne il testo tramite

espressa richiesta di una Parte; ancora, vengono espresse nelle clausole finali le

modalità di adesione, di entrata in vigore, di trattamento delle controversie e delle

riserve nell'ultimo capitolo.

2.1.2. Direttiva 2012/29/UE del Parlamento Europeo e del

Consiglio del 25 ottobre 2012: norme minime in materia

di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e

che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI

La Direttiva europea del 25/11/2012 nasce dall'esigenza di riconoscere a livello

reciproco delle sentenze, soprattutto per quel che concerne i diritti delle vittime della

criminalità. Secondo l'UE, infatti è necessario unire le forze a livello comunitario per

il rispetto dei diritti e l'impegno della tutela delle vittime di reato. Per questo motivo,

ricollegandosi alla Convenzione citata, l'obiettivo della direttiva è quello di

concretizzare i principi enunciati nella decisione quadro 2001/220/GAI progredendo

173

nella tutela delle vittime in tutta l'Unione, soprattutto dal punto di vista penale .

Attraverso la risoluzione del 26/11/2009 il Parlamento Europeo esortava gli Stati

membri a migliorare le politiche nazionali per combattere la violenza sulle donne,

anche attraverso l'adozione di misure preventive. Con la Convenzione di Istanbul, il

Parlamento Europeo aveva proposto delle strategie per la lotta alla violenza sulle

donne, includendo l'eliminazione di qualsiasi forma di discriminazione.

La Direttiva Europea sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI relativa alla

posizione della vittima nel procedimento penale: obiettivo è quello di garantire alle

vittime di reato la possibilità di essere informate, di ricevere adeguata e immediata

informazione, assistenza e protezione, oltre alla concessione di partecipare ai

174

procedimenti penali .

Partendo dal presupposto che la violenza sulle donne sia non solo un atto che

danneggia i diritti individuali delle vittime, ma anche un “fatto socialmente

173 http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2012:315:0057:0073:IT:PDF –

Punto 4

174 Ivi – Punto 5 89

dannoso”, la Direttiva stabilisce che i diritti della vittima debbano essere riconosciuti

a prescindere che l'autore del reato sia stato catturato e perseguito penalmente,

indipendentemente dal grado di parentela che vincola vittima e carnefice.

Quando si fa riferimento alla vittima, non si intende solo colei ha subito in prima

persona il reato, ma anche i familiari di questa, che, a seguito del reato, hanno subito

un danno. I bambini, ad esempio, sono i primi a patire le conseguenze di una

violenza perpetrata in famiglia, sia che questa li riguardi direttamente, sia che essi

assistano: è dunque opportuno che la tutela sia adeguatamente rivolta anche nei loro

confronti. A tutte le vittime, a prescindere da nazionalità e cittadinanza, viene

garantito l'accesso alla giustizia, benché sancisca altresì che ‹‹l’esercizio di alcuni

diritti potrà essere condizionato dal ruolo che le vittime assumono nel sistema

175

giudiziario degli Stati membri ››. Per poter garantire dei criteri adeguati di tutela

della vittima, appare necessaria, una valutazione individuale della stessa: tra le

principali preoccupazioni del Legislatore Europeo, c'è, infatti, quella di ridurre al

minimo i casi di “vittimizzazione secondaria” (condizione di ulteriore sofferenza

dettata da insufficiente attenzione e/o negligenza da parte delle agenzie di controllo)

e, per ovviare a tal problema, è necessario provvedere alla formazione di operatori

che siano empatici nei confronti della vittima.

Secondo la suddetta Direttiva, l'esercizio effettivo dei diritti delle vittime deve essere

garantito anche per i soggetti non residenti nello Stato in cui sia stato commesso il

176

reato , permettendo pertanto, che le stesse possano sporgere denuncia sia in

quest'ultimo sia in quello di residenza: nel caso in cui la vittima abbandoni lo Stato in

cui è stato effettuato il reato, è compito dello Stato di residenza assicurarsi che venga

fornita l'assistenza e la protezione necessaria.

Tra gli obiettivi che si prefigge la direttiva vi è quello di garantire alle vittime

adeguata informazione assistenza e protezione, nonché l'opportunità di poter

partecipare ai procedimenti penali. Gli Stati membri devono garantire codesto diritto

sin dal primo contatto con l'autorità: alla vittima andranno fornite tutte le

informazioni necessarie in merito ai servizi di assistenza, le eventuali misure

175 Civello Conigliaro S. (2012), La nuova normativa europea a tutela delle vittime di reato una

prima lettura della direttiva 2012/29/ue del parlamento europeo e del consiglio, p.2 in

http://www.penalecontemporaneo.it/

176 http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2012:315:0057:0073:IT:PDF –

Art. 17

90 protettive, l'assistenza legale (anche a spese dello stato) e un risarcimento danni.

Oltre ad aver l'opportunità di seguire l'intero l'iter legale, la vittima dovrebbe essere

tempestivamente informata circa l'eventuale scarcerazione/evasione del carnefice e di

tutte le eventuali procedure per la sua tutela. Nonostante, anche qui, gli obiettivi

siano ottimali, concretizzarli risulta particolarmente ostico: si dovrebbe dare alla

donna il tempo materiale di andare via dalla casa di residenza in quanto, pur vigendo

degli ordini di allontanamento per il maltrattante, spesso quest'ultimo torna a casa

appena libero, sfogando sulla vittima il rancore causato dalla detenzione.

Per le vittime che non comprendono la lingua dello Stato membro, deve essere

fornito un servizio gratuito di interpretazione e traduzione.

All'interno della Direttiva particolare attenzione viene dedicata ai servizi di

177 ››: questi devono esser forniti già dal primo contatto con

assistenza alle vittime

l'autorità a titolo gratuito e a prescindere dalla presentazione di una denuncia

formale. All'interno dei centri di assistenza vengono fornite alla vittima informazioni

sui suoi diritti, eventuale sostegno psicologico ed emotivo, nonché informazioni su

eventuali sussidi finanziari e legali. I centri di assistenza devono tener conto sia delle

differenze individuali delle vittime, sia della gravità dell'atto subito, sia dei legami

esistenti tra vittima e autore del reato, per poter nel caso fornire una sistemazione

sicura alle vittime che lo necessitano. 178

Riguardo la partecipazione al procedimento penale , la vittima ha diritto ad essere

ascoltata e messa nelle condizioni di poter fornire eventuali elementi di prova: nel

caso si tratti di un minore, è necessario tenere in considerazione l'età e il grado di

maturità dello stesso. È compito degli Stati membri provvedere al rimborso delle

spese che derivano dalla partecipazione delle vittime al procedimento e inoltre potrà

anche ottenere un risarcimento da parte dell'autore del reato.

179 , la Direttiva, introduce il

Rispetto alle misure di protezione a favore delle vittime

diritto di quest'ultima all'assenza di contatti con il carnefice, perciò è compito dello

Stato dotarsi di tecnologie di comunicazione che permettano alla vittima di deporre

senza necessariamente essere presente.

177 Ivi, Artt. 8-9

178 Ivi, Capo 3

179 Ivi, Capo 4 91

Rispetto a misure cautelari di protezione, la Direttiva sancisce che chiunque abbia

subìto violenza debba essere sottoposto ad una valutazione individuale, onde evitare

processi di vittimizzazione secondaria; i soggetti maggiormente a rischio risultano

essere i minori, i disabili, le vittime di terrorismo, quelle di violenza di genere e la

violenza nelle relazioni strette. Coloro che corrono un rischio maggiore di

vittimizzazione secondaria, dovrebbero godere di misure cautelative specifiche.

In corso di indagine i locali adoperati devono essere adeguati e gli stessi operatori

devono essere formati ad hoc. In caso di violenza sessuale, di genere e violenza nelle

relazioni strette, l'audizione deve essere effettuata da un operatore dello stesso sesso

della vittima qualora questa lo desideri, a meno che non venga pregiudicato il

procedimento stesso. 180

Per quanto riguarda la giustizia riparativa , essa concerne qualsiasi tipo di

procedimento che permette alla vittima e all'autore del reato, di partecipare

attivamente alla risoluzione di questioni risultanti dal reato stesso; le vittime possono

pertanto giovare di “servizi di giustizia riparativa”, tra cui la mediazione, il dialogo

esteso a gruppi parentali, per evitare fenomeni di vittimizzazione secondaria o

intimidazione. Si fa ricorso a tali azioni solo nell'interesse della vittima e sotto suo

stretto consenso che appare comunque sempre revocabile. Gli Stati hanno il compito

di stabilire le condizioni di accesso a questi servizi, tenendo in considerazione anche

la gravità del reato, il livello di trauma conseguente, gli squilibri nella relazione tra

vittima e abusante, le capacità psicofisiche della vittima e solo dopo aver fornito tutte

le informazioni in merito alla vittima stessa e le eventuali conseguenze.

Concludendo, la direttiva analizzata stabilisce un minimum di norme che tutelino le

vittime di reato durante il procedimento penale: nel particolare, il diritto

all’informazione, alla traduzione, all’assistenza e alla partecipazione alle udienze. Si

sottolinea poi l'importanza della tutela di particolari categorie: i minori, i disabili, le

vittime del terrorismo, le vittime di violenza, e chiunque abbia relazioni/contatti con

l'autore del reato. Infine, si evidenzia la necessità di introdurre forme di giustizia

riparativa ad hoc e di mediazione, nonostante i fondi a disposizione non bastino a

cancellare il ricordo delle violenze.

180 Ivi, Capo 5

92 2.1.3. La normativa internazionale: conclusioni

Un quadro completo sul significato della Convenzione di Istanbul prevederà la

necessità di proporre cambiamenti perché ‹‹la cultura, gli usi e costumi, la religione,

181

la tradizione o il cosiddetto onore non possano essere in alcun modo utilizzati ››

per motivare e normalizzare la violenza, includendo su questo fronte comune

182

soprattutto gli uomini e i ragazzi . Sul versante preventivo sarà fondamentale un

lavoro di rete atto a raccogliere un alto numero di dati, che permettano di studiare il

fenomeno e costruire piani di azione, sensibilizzazione ed educazione per il rispetto

di genere: questi piani saranno dedicati sia ai maltrattanti, per evitare che compiano

violenze o che le ripetano, sia alle vittime, perché esse siano portate a denunciare e

non a sopportare e nascondere, e si concretizzeranno nel fornire sostegno legale,

psicologico, finanziario, così come un alloggio, il diritto ad istruzione, formazione e

183 . Per raggiungere questi obiettivi, gli enti

assistenza nella ricerca di un lavoro

dovranno prevedere sul territorio nazionale e regionale figure professionali

specializzate nel trattamento di certe problematiche, un numero adeguato di case

rifugio, proporzionato alla popolazione del territorio in questione, oltre all'assistenza

telefonica attiva 24h e al primo aiuto psicologico specifico per i bambini vittime di

184

violenza assistita . Gli enti dovranno poi assicurarsi che la giustizia si occupi in

primis delle mamme, della loro sicurezza e dell'affidamento unilaterale dei figli, e

che il punto di vista di questi ultimi sia considerato più importante rispetto a quello

dei maltrattanti. In proposito, si prevede che il maltrattante sia “controllato” nel

tempo, per evitare appunto la reiterazione, e che vengano inoltre adottate misure

protettive per le vittime rispetto alla valutazione di quello che è il “rischio di letalità”

misurato caso per caso: tra le misure principali si riscontrano l'allontanamento del

coniuge pericoloso, il gratuito patrocinio alle vittime e la certezza/garanzia che il

processo penale continui anche in caso di ritiro della denuncia o ritrattamento da

parte della parte offesa. Ancora, oltre al gratuito patrocinio è prevista un'ulteriore

181 Cit.

http://www.pariopportunita.gov.it/images/stories/documenti_vari/UserFiles/PrimoPiano/Convenzione

_Istanbul_violenza_donne.pdf

182 Ivi

183 Ivi

184 Ivi 93

riparazione del danno in termini economici e, qualora il maltrattante non sia in grado

di provvedere ad elargire il denaro dovuto, dovrà essere lo Stato in questione ad

attingere da un fondo apposito per le vittime di violenza, per dar loro la possibilità di

riprendere in mano le redini della loro esistenza ed iniziare, anche economicamente,

quel percorso di ristrutturazione della propria autostima che sta alla base del

cammino iniziato nei centri antiviolenza. Questa è, purtroppo, una delle questioni

sulle quali gli Stati possono porre delle riserve: non è detto che ogni Parte aderente

istituisca fondi ad hoc, così come non è detto che alla donna venga automaticamente

riconosciuto lo status di residente qualora si separi dal marito. Come già anticipato,

infatti, alcuni stati (soprattutto in questo periodo di grande crisi economica) versano

in condizioni economiche tali per cui le forme di compensation che dovrebbero

garantire alle vittime in caso di mancata elargizione da parte del reo (restitution) non

vengono previste. Ancora una volta emerge il carattere emergenziale del fenomeno,

in quanto certi fondi dovrebbero essere previsti per principio nell'agenda governativa

nazionale.

Per ciò che riguarda la Direttiva 2012/29/UE, grazie a questa sono stati ottenuti

differenti vantaggi: in primis, la vittima non subisce solamente e passivamente il

reato, ma diviene parte attiva nel processo penale, diventando parte lesa ed anche

parte coinvolta nell'atto stesso. In passato, chi subiva il reato non poteva partecipare

attivamente al procedimento e la totale gestione dello stesso era affidata a terzi. Con

la direttiva UE, invece, viene offerta alle persone offese, l'opportunità di seguire l'iter

ed essere anche interrogate senza necessariamente entrare a contatto diretto con il

carnefice.

Il secondo vantaggio risiede sul fatto che, sia lo Stato membro di residenza della

vittima, sia quello in cui viene commesso il reato, sono “costretti” a tutelare

quest'ultima anche nel caso di espatrio o migrazione. Un ulteriore aspetto che la

direttiva mette in luce è la necessità di formazione per tutti i professionisti che

entrano in contatto con la vittima e che hanno il compito di sostenerla su più fronti:

medico, legale, psicologico. La formazione professionale rappresenta un passo

fondamentale, poiché grazie a questa si può cercare di risolvere situazioni di

“vittimizzazione secondaria”.

94 2.2. La normativa italiana: premesse

In Italia, le novità in materia di diritti al femminile, iniziarono a prendere corpo il 2

giugno 1946, con il referendum costituzionale che avrebbe concesso il diritto al voto

anche alle donne: questa data segnerà l'inizio di una serie di importanti mutamenti,

più importante tra i quali sarà la riforma del diritto di famiglia del 1975, preceduta

185 186

dalle leggi sul divorzio (L. n°898/1970 ), sulla maternità (L. 1204/1971 ) e sugli

187

asili nido (L. 1044/1971 ). 188

Sarà però a partire dalla riforma del diritto di famiglia (L. 151/1975 ) che si

avranno le novità maggiori: la riforma sarà un traguardo faticoso da raggiungere,

soprattutto in riferimento al concetto di famiglia contenuto nel codice del 1942, che

indicava il padre-marito come autorità principale, con poteri totali rispetto a moglie e

figli, i quali erano relegati ad una condizione di completa dipendenza e sudditanza.

Primariamente, è stata alzata l'età minima per contrarre matrimonio, conseguenza del

ribadimento della libertà dell'individuo circa la scelta di sposarsi: si passa dunque

dalla considerazione della struttura familiare come istituzione, a capo della quale può

e deve esserci solamente il padre, ad una formazione sociale, basata dunque sulla

volontà del contratto. Ciò assume un'importanza ancora maggiore se, leggendo oltre

le righe, si comprende che un matrimonio dia agli individui dei diritti, oltre a dar loro

dei doveri: diritti e doveri che non devono andare contro le libertà dei soggetti

contraenti.

Le modifiche sostanziali apposte al codice civile riguardano: il passaggio dalla

potestà esclusiva del marito ad una condivisione della stessa tra marito e moglie (ed

alla possibilità dunque di essere riconosciuti entrambi come tutori legali del minore,

ed aventi per questo il diritto ed il dovere di educarlo e di mantenerlo sino al

raggiungimento della sua emancipazione); il regime patrimoniale della famiglia

(separazione dei beni o comunione legale/convenzionale dopo il matrimonio);

185 http://www.altalex.com/index.php?idnot=41744

186 http://www.pariopportunita.provincia.tn.it/filesroot/Documents/normativa/Tutela%20lavoratr

ici%20madre.pdf

187 http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/l1044_71.html

188 http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Speciali/2006/guida_professionisti/16febbraio

%202006/L_151_1975.pdf?cmd%3Dart 95

189

l'istituzione della separazione dei coniugi . ‹‹Ma questa legge non riesce a

eliminare una posizione di inferiorità della donna che, nonostante l’evoluzione della

coscienza sociale, delle strutture economiche e del mondo del lavoro, purtroppo non

190

muta ››.

Fondamentali saranno allora le leggi che verranno affrontate nel dettaglio dei

paragrafi che seguiranno, ovvero la L. n° 154 del 2001, la L n° 38 del 2009 (cd

Legge sullo stalking) e la legge di ratifica della Convenzione di Istanbul, ovvero la L.

n° 119 del 2013.

Nonostante l'innovatività delle normative adottate negli ultimi anni, rimane presente

il problema primario in relazione alla violenza domestica. Il fenomeno non ha

carattere emergenziale: non si può parlare della sua esistenza solo in relazione alle

morti cruente, spesso annunciate, di tutte le donne che subiscono soprusi da anni e,

pur chiedendo aiuto, non vengono ascoltate. Le radici della violenza sono inserite in

una società maschilista e patriarcale, e sono questi gli elementi che necessitano di

essere scardinati una volta per tutte.

2.2.1. Legge n° 154 del 2001: "Misure contro la violenza nelle

relazioni familiari" 191

Rispetto alle precedenti normative, gli otto articoli della L. 154/2001 hanno

prodotto nuovi strumenti da utilizzare in sede penale e civile in occasione di violenza

familiare. Gli scopi principali della legge sono due: prevenire il pericolo che si

verifichino situazioni di violenza in famiglia e salvaguardare le relazioni all'interno

della stessa. Dunque, l'oggetto di tutela è la famiglia ed i suoi componenti, cioè

padre, madre o figli che subiscano maltrattamenti e soprusi non solo fisici, ma anche

psicologici, sessuali, economici: conseguentemente alle violenze subite, essi

potranno richiedere l'applicazione di specifiche misure cautelari in ambito penale o di

ordini di protezione in sede civile nei confronti del maltrattante.

189 http://empowerment.cric.it/it/index.php?option=com_content&view=article&id=19:la-

riforma-del-1975&catid=8:diritto-di-famiglia&Itemid=16

190 http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/simona-napolitani/donna-famiglia-diritto-8-marzo-

1138319/

191 http://www.camera.it/parlam/leggi/01154l.htm

96 In ambito penale, la legge 154/2001 ha introdotto, nel codice di procedura penale,

192

l'articolo 282bis il quale prevede, come misura cautelare, l'allontanamento del

soggetto violento dalla casa familiare. Queste misure cautelari vengono prese dal

giudice, il quale potrà disporre l'allontanamento immediato dalla casa del soggetto

violento in questione, o il non ritorno in essa senza autorizzazione del giudice per un

periodo di sei mesi, oppure vietare all'imputato di avvicinarsi a luoghi

potenzialmente frequentati dai componenti della famiglia che abbiano subito

violenze, o ancora obbligarlo a versare un assegno contributivo ai conviventi che, a

causa del suo allontanamento, siano rimasti sprovvisti di mezzi economici di

sussistenza. In quest'ultimo caso, con le dovute indagini, sarà lo stesso giudice a

decidere l'importo dell'assegno da versare mensilmente, considerando le circostanze

e la situazione economica del reo «e stabilendo le modalità ed i termini del

versamento, ordinando anche, ove si renda necessario, che l’assegno sia versato

direttamente al beneficiario da parte del datore di lavoro dell’obbligato, detraendolo

dalla retribuzione a lui spettante. L’ordine di pagamento ha efficacia di titolo

193

esecutivo ››.Inoltre, potendo l'allontanamento essere previsto dal giudice già nel

corso delle indagini preliminari, esiste la possibilità che il PM chieda la custodia

cautelare preventiva dell'indagato per motivazioni di urgenza e necessità.

Con questa possibilità, si è finalmente risposto ad un vuoto importante nel sistema

legislativo italiano: appariva infatti assolutamente irragionevole che, una vittima di

violenza familiare, dovesse trascorrere il tempo d'attesa per il processo in compagnia

del suo aguzzino o dovesse abbandonare per prima la casa comune.

In ambito civile, la Legge n° 154/2001 introduce il titolo IX-bis all'interno del

194

Codice Civile, rubricandolo “Ordini di protezione contro gli abusi familiari ”: sono

195 196

qui presenti due soli articoli, il 342-bis ed il 342-ter , che esplicitano i

presupposti e le applicazioni degli ordini sopra nominati. Il presupposto

fondamentale è che, con i suoi comportamenti violenti, il maltrattante mini l'integrità

fisica, psichica, morale della vittima: da questa base il giudice, su istanza di parte,

192 http://www.altalex.com/index.php?idnot=36788

193 Cit. http://www.camera.it/parlam/leggi/01154l.htm

194 http://www.altalex.com/index.php?idnot=34825

195 Ibidem

196 Ibidem 97

potrà ordinare al coniuge violento, di cessare immediatamente la condotta violenta ed

il suo allontanamento dalla casa familiare (anche qualora essa sia di sua esclusiva

proprietà), e la proibizione di frequentare gli ambienti spesso frequentati dalla

vittima.

Ma la realtà è diversa rispetto a ciò che la legge prescrive: troppo spesso le ordinanze

di custodia cautelare non vengono emanate, e troppo spesso la donna si trova

costretta a chiedere ai centri antiviolenza di essere inserita all'interno delle case

rifugio. Questo perché, dopo la denuncia, qualora le restrizioni alla libertà del

maltrattante non siano immediate, il reo torna a casa per vendicarsi e sfogare tutta la

rabbia sulla vittima. Oppure, si sfoga non appena ha un “permesso premio per buona

condotta”, o ha semplicemente finito di scontare la sua pena. Ecco dunque che si

dovrebbe ancora lavorare sulla modalità d'esecuzione della suddetta legge, affinché

le donne non siano costrette a scappare, spesso con i loro figli, per aggrapparsi alla

vita, mettendola nelle mani delle operatrici esperte e rendendosi conto sempre più

della loro impotenza, testimoniata ulteriormente dall'inefficacia della legge.

Dal punto di vista economico, inoltre, il giudice potrà obbligare il maltrattante al

versamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, a causa

della sua assenza, potrebbero rimanere senza mezzi di sussistenza. Sarà lo stesso

giudice a decidere i termini del pagamento, potendo anche decidere di far versare

direttamente l'assegno dal datore di lavoro del reo, sottraendogli la quota decisa dallo

197

stipendio. In ultima analisi, il giudice può disporre l'intervento dei servizi sociali,

di mediazione familiare e dei centri per accoglienza e sostegno di donne e minori,

qualora lo ritenga necessario. 198

È fondamentale ricordare che gli ordini di protezione citati sono validi per un anno

e decorrono dal momento in cui vengono emanati. Esisterà la possibilità di prorogare

la validità dell'ordine esclusivamente in casi di estrema urgenza e necessità.

È palese che, per richiedere l'allontanamento del coniuge, debbano sussistere

motivazioni valide e dimostrabili, non essendo dunque sufficienti dei semplici litigi

derivati dall'incompatibilità tra i partner. Il limite di questo assunto riguarda dunque

197 Ibidem

198 ha sostituito il precedente termine di sei mesi con

Decreto Legge 23 febbraio 2009, n. 11

l'attuale termine di un anno

98 la violenza più sommersa e difficile da dimostrare, quella psicologica, il cui disagio

raramente trova giustizia.

Con questo grande traguardo si è comunque portato a termine un disegno di legge

iniziato nel 1997, le “Norme per l'adozione di ordini di protezione contro gli abusi

familiari”, proposte dall'allora presidente Romano Prodi e dal ministro delle Pari

199

Opportunità Finocchiaro. Prima del 2001, infatti, il coniuge maltrattato non poteva

avanzare da solo la richiesta di un procedimento penale o civile, ma poteva

solamente sollecitare il PM affinché lo facesse.

Risulta essere lodevole anche la considerazione che la legge ha del convivente non

unito al coniuge violento da vincolo matrimoniale: prima dell'approvazione della

legge, il/la convivente poteva mantenere la proprietà dell'abitazione esclusivamente

se avesse avuto a carico figli non autosufficienti o minori a lui/lei affidati; ora,

invece, è sufficiente che la coppia sia caratterizzata da una comunanza di vita

200 .

abituale e stabile, che prescinda dunque dall'essere parenti secondo la legge

201

Legge 23 aprile 2009, n. 38 : Conversione in

2.2.2.

legge, con modificazioni, del decreto-legge 23

202

febbraio 2009, n. 11 , recante “misure urgenti in

materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla

violenza sessuale, nonché in tema di atti

persecutori”

Riprendendo il paragrafo 1.4 del primo capitolo del seguente elaborato, ove è stato

descritto ampiamente lo stalking, è possibile immaginare i presupposti che hanno

portato alla stesura della legge descritta in questa sede.

Come precedentemente accennato, lo stalking inizia ad attirare l'attenzione

dell'opinione pubblica a partire dagli anni '80 quando, in America, furono numerosi i

casi di personaggi famosi letteralmente “perseguitati” dai loro fans.

199 Baldry A.C. (2006) Dai maltrattamenti all'omicidio: la valutazione del rischio di recidiva e

dell'uxoricidio, Franco Angeli, p.32-35

200 Ivi., p. 35

201 http://www.camera.it/parlam/leggi/09038l.htm

202 http://www.pariopportunita.gov.it/images/stories/documenti_vari/UserFiles/Normativa/Novit

a/decreto_23_02_09.pdf 99

Il reato di “atti persecutori”, traduzione dell'inglese to stalk (letteralmente fare la

posta alla preda), è stato introdotto nel Codice Penale Italiano nel 2009, grazie

203

appunto alla Legge in esame, e rubricato all'Art. 612-bis c.p. , immediatamente

successivo al reato di minaccia (di cui all'Art. 612): viene punito chiunque, con

ripetutamente, minaccia o molesta qualcuno causandone un continuato stato d'ansia o

paura, che lo porti a temere per la propria incolumità o per quella di qualcuno vicino,

204

e causando un cambiamento significativo delle sue abitudini di vita . Sono quindi

chiare le circostanze in cui si può dire che il reato si stia verificando: è necessaria la

reiterazione della condotta di minaccia (intesa come prospettazione di un male futuro

205 ) o molestia (intesa come ogni attività che alteri dolorosamente o

e prossimo 206

fastidiosamente l'equilibrio psico-fisico normale di un individuo ), che

naturalmente dev'essere compiuta con la volontà del colpevole, ma soprattutto è

necessario che questa reiterazione porti la vittima ad esperire disagi che passano

dall'ansia alla paura circa la propria incolumità o quella di una persona vicina. È

palese che la stessa reiterazione potrà essere considerata come causa e fattore

scatenante del disagio esperito dalla vittima, la quale sarà costretta a vivere in una

condizione di continuo terrore per essere pedinata, spiata e perseguitata.

L'obiettivo della legge sarà dunque la tutela della vittima, nella maggior parte dei

casi donna, affinché si scongiuri un cambiamento radicale nelle sue abitudini di vita:

si è cercato di rispondere adeguatamente alla commissione di condotte che prima,

non esistendo un vero e proprio reato nel nostro ordinamento, ricadevano nei meno

gravi reati di minaccia, violenza privata o contravvenzione di molestie. Queste ultime

erano spesso inadatte ad inquadrare il reato di “atti persecutori”, sia per la

reiterazione che contraddistingue quest'ultimo, sia per la condizione psichica in cui la

donna si trova per un tempo indeterminato, sia per le conseguenze a livello

relazionale, lavorativo, familiare, che la stessa si trova ad affrontare. La L. 154/2001,

nel caso in cui a porre in essere la condotta criminosa fosse stato un coniuge

convivente (o ex), prevedeva e prevede ancora l'allontanamento del maltrattante per

salvaguardare l'incolumità della vittima.

203 Art. 612-bis c.p. http://www.altalex.com/index.php?idnot=36774

204 Ivi

205 Ivi

206 Ivi

100

La tutela alla quale si aspira con la legge in esame, può avvenire anche

207

preventivamente grazie allo strumento dell'ammonimento . Infatti, ‹‹assunte se

necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei

fatti, ove ritenga fondata l'istanza, ammonire oralmente il soggetto nei cui confronti

è stato richiesto il provvedimento, invitandolo a tenere una condotta conforme alla

208

legge e redigendo processo verbale ››. Questo istituto è finalizzato a permettere

alla persona offesa di distrarre il suo aguzzino dall'intento delittuoso, a prescindere

dall'avvenuta presentazione della denuncia. La realtà, però, dimostra che lo stalker

raramente demorda con una semplice ammonizione, a prescindere da chi la emani:

saranno più probabilmente altre sanzioni a permettere alla vittima di liberarsi delle

condotte persecutorie subite.

La pena prevista per la condotta di “atti persecutori” è la reclusione per un periodo

che va dai sei mesi ai quattro anni. Esistono due circostanze aggravanti: nel caso in

cui il reo sia un ex coniuge legalmente separato o divorziato o comunque qualcuno

con cui la vittima avesse intrattenuto relazioni affettive in passato. Inoltre, la pena

aumenta nel caso di fatto commesso nei confronti di un minore, di una donna in

209

gravidanza o di una persona disabile. Si ricordi, in proposito, il primo capitolo del

seguente elaborato, che vede la ex-coniuge spesso nelle condizioni di vittima dello

stalker: quest'ultimo, non accettando la fine della relazione, è disposto a tutto per

ricucire il rapporto, spesso strumentalizza i figli per indurre la donna a concedergli

un'altra possibilità. Esistono casi limite in cui le condotte stalkizzanti possono portare

all'omicidio della vittima: il maltrattante-omicida verrà allora punito con l'ergastolo

in quanto nell'Art. 576, con l'approvazione del Decreto Legge e poi della Legge 38

210

del 2009, è stato inserito il comma 5.1 c.p. , che prevede come circostanza

aggravante dell'omicidio volontario il fatto che esso sia commesso come

conseguenza del delitto di cui all'Art. 612-bis.

Grazie a questa legge viene rinnovato anche il Codice di Procedura Penale,

211

all'interno del quale viene inserito l'art. 282 ter c.p.p. :“il divieto di avvicinamento

207 http://www.camera.it/parlam/leggi/09038l.htm – Art. 8

208 Cit. Ivi

209 Art. 612-bis comma 2 e 3 c.p. http://www.altalex.com/index.php?idnot=36774

210 Art. 576 comma 5.1 c.p. http://www.altalex.com/index.php?idnot=36774

211 Art. 282 ter c.p.p http://www.altalex.com/index.php?idnot=36788 101

ai luoghi frequentati dalla persona offesa”. Il suddetto articolo riprende le

disposizioni della L. 154/2001 sia dal punto di vista penale che civile, in relazione al

divieto imposto dal giudice di frequentare ambienti regolarmente visitati dalla

vittima (presente, infatti, negli articoli immediatamente precedenti). Inoltre, il

giudice può ‹‹vietare all’imputato di comunicare con qualsiasi mezzo con le

212

vittime›› , in quanto uno degli elementi fondamentali della condotta delittuosa da

parte dello stalker è la comunicazione insistente. Qualora l'imputato violasse le

imposizioni del giudice, questo potrebbe portare alla sua custodia cautelare. Non è

raro però, nel caso in cui lo stalker sia l'ex coniuge e nel caso in cui egli abbia dei

figli con la vittima, che le faccia pervenire messaggi tramite i bambini: sarà dunque

problematico risolvere questo tipo di situazione senza minare la sensibilità del

minore, il quale avrà comunque diritto a vedere il padre, non essendo pienamente a

conoscenza delle sue condotte persecutorie.

In conclusione, l'elemento che differenzia lo stalking dai reati già presenti

nell'ordinamento italiano prima dell'emanazione della legge, è la consapevolezza e

l'intenzionalità degli atti persecutori non richiesti, non voluti e non graditi, che

creano nella vittima paura per la propria incolumità. Per contrastare il fenomeno, la

legge in esame, ha previsto un lavoro di rete tra forze dell'ordine, sanitari e centri

d'ascolto per le donne, che supportino la vittima nella denuncia di tali soprusi, anche

grazie all'attivazione di un numero verde per le vittime, attivo ventiquattro ore su

ventiquattro. 213

Legge n° 119 del 2013 : "Conversione in legge,

2.2.3.

con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto

2013, n. 93, recante disposizioni urgenti in materia

di sicurezza e per il contrasto della violenza di

genere, nonché in tema di protezione civile e di

commissariamento delle province".

Dopo essere stato approvato dal Consiglio dei Ministri l'8 agosto 2013, il D.L. n° 93

è passato attraverso il vaglio della Camera e successivamente del Senato che, con

143 voti favorevoli e 3 contrari l'ha convertito in Legge, introducendo nella

normativa italiana le basi della Convenzione di Istanbul.

212 Art. 282 ter comma 3 c.p.p., Ivi

213 http://www.solideadonne.org/pdf/legislazione/legge_119_2013.pdf

102

Il provvedimento è diviso in quattro parti, di cui solo la prima tratta esclusivamente

di femminicidio, mentre le altre si occupano di sicurezza per lo sviluppo, di norme in

materia di protezione civile e di commissariamento delle province. Grazie alla nuova

legge, vengono integrate al codice delle nuove aggravanti, al fine di estendere

ulteriormente la tutela delle vittime di violenza domestica e maltrattamenti; sono

inoltre previsti dei finanziamenti stanziati per l'implementazione di un piano anti-

violenza e la valorizzazione dei centri anti-violenza e delle case rifugio.

Le novità principali riguardano soprattutto l'aumento delle pene: in primis è stato

reso obbligatorio l'arresto in flagranza di reato, sia per i maltrattamenti familiari che

per lo stalking, potenziando dunque sia la L. 154/2001 che la L. 38/2009. Inoltre, la

polizia giudiziaria potrà disporre l'allontanamento d'urgenza del coniuge maltrattante

e il divieto per quest'ultimo di frequentare luoghi visitati regolarmente dalla vittima,

«previa autorizzazione del pubblico ministero scritta, oppure resa oralmente e

214

confermata per iscritto, o per via telematica ». In questo caso, fondamentale risulta

l'utilizzo di braccialetti di controllo per i maltrattanti, che monitorizzino i suoi

spostamenti e, in caso di violazione della norma, siano rintracciabili dalle forze

dell'ordine. Perché queste misure portino a combattere anche lo stalking, è stata

prevista la possibilità di intercettazioni telefoniche nei confronti dell'indagato.

Un rinnovamento rispetto alla normativa iniziale del Decreto Legge, riguarda la

possibilità di aggravanti nel momento in cui la vittima di reato sia coniuge o

convivente del maltrattante, o quando il delitto sia commesso a danno di donne

incinte o siano coinvolti dei minori, così come anticipato dalla normativa sullo

stalking: non sarà necessario essere formalmente coniugati, in quanto sarà la pura

relazione affettiva (esistente o pregressa) ad attestare il presupposto per l'aggravante.

Fondamentale la possibilità, per la vittima, di testimoniare l'accaduto senza la

presenza del compagno-maltrattante, clausola senza la quale la persona offesa

avrebbe potuto decidere di non denunciare il fatto; inoltre, si è previsto che la querela

in quest'ambito sia irrevocabile per le ipotesi più gravi, e che non sia dunque

possibile ritirarla, eventualità tutt'altro che remota al giorno d'oggi. Sarà possibile

ritirare la querela solo nel caso in cui, le forme d'abuso, riguardino occasioni di

stalking tra le più blande, ma sempre e comunque previa accettazione di ritiro da

parte del tribunale. La finalità di questa clausola è la diminuzione del rischio di non

214 Cit. Ivi 103

procedere nei confronti del maltrattante a seguito di intimidazioni sulla vittima,

nonostante ci si chieda se la conseguenza diretta della non revocabilità possa essere

un'assenza totale di denuncia.

Ancora, come nella già analizzata L. 38/2009, la possibilità per il questore di

215 216

(cd “reati sentinella ”): in

ammonire il maltrattante in caso di percosse o lesioni

presenza di tali delitti, il questore potrà decidere addirittura di sospendere

temporaneamente la patente all'indagato; sarà l'attestazione dei suddetti reati, inoltre,

a decidere circa l'irrevocabilità o meno della querela. In caso di ammonimento, sarà

compito dello stesso questore informare il reo circa i servizi esistenti nella zona,

«inclusi i consultori familiari, i servizi di salute mentale e i servizi per le dipendenze

finalizzati ad intervenire nei confronti degli autori di violenza domestica o di

217

genere ››.

Dal punto di vista economico, l'innovazione principale riguarda lo stanziamento di

10 milioni di euro nel corso del 2013 (che saranno 7 nel 2014 e di nuovo 10 nel

2015) per un “piano anti-violenza” del Ministero delle Pari Opportunità, che mira

non solo ad avviare campagne di prevenzione e sensibilizzazione in materia di

violenza contro le donne (a partire dall'introduzione di programmi educativi ad hoc

dalle scuole primarie), ma utili anche all'incremento della formazione degli operatori

occupati in questo campo e al recupero degli uomini maltrattanti. Ancora, i fondi

risultano fondamentali ad accrescere l'intervento dei centri anti-violenza e le loro

case rifugio: le finanze non sono mai abbastanza e, come si vedrà nelle interviste

riportate nell'ultimo capitolo dell'elaborato, ogni centro svolge delle campagne di

autofinanziamento che supportino ed integrino i fondi nazionali e regionali.

Naturalmente vi sarà la possibilità, a prescindere dal reddito, di accedere al gratuito

patrocinio durante il procedimento, per ovviare alla mancanza di denuncia tipica

delle vittime senza lavoro, le quali credono di non riuscire a supportare i costi della

loro azione.

In ultimo, ma non certo per importanza, la possibilità per le donne straniere che

subiscano violenza, di ottenere un permesso di soggiorno dopo aver denunciato

215 Rispettivamente Artt. 581-582 c.p. http://www.altalex.com/index.php?idnot=36774

216 http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-11/femminicidio-

182045.shtml?uuid=AbAwN6sI

217 http://www.solideadonne.org/pdf/legislazione/legge_119_2013.pdf

104

l'accaduto, con la possibilità che l'autore delle suddette violenze venga, invece,

espulso dallo Stato.

Per permettere alla persona offesa di agire prontamente durante il procedimento

penale, è stato previsto inoltre che questa ricevesse immediatamente tutte le

informazioni circa le novità del caso nella quale è implicata, soprattutto in relazione

alla modifica delle misure cautelari (o meno) previste per l'abusante.

2.2.4. La normativa italiana: conclusioni

La normativa nazionale, nelle tre leggi analizzate, cerca di dare applicazione e

sostanza alla legislazione internazionale, nonostante l'enorme (e proverbiale) ritardo

dello Stato italiano.

Le esigenze di tutela riguardano in primo luogo la vittima di reato, prevenendo da

una parte, che si verifichino situazioni di violenza all'interno della famiglia, dall'altra

salvaguardandone le relazioni.

Il concetto di vittima è stato ampliato perché ricomprendesse non solo la persona

singola oggetto del reato, ma anche coloro i quali subiscono le conseguenze di

quest'ultimo (i figli).

Un aspetto importante, sottolineato i tutte e tre le leggi, è l'allontanamento del

coniuge violento dalla casa familiare (anche di sua proprietà) ed il divieto di

frequentare luoghi in cui possa incontrare la vittima (scuola dei figli, posto di lavoro

della coniuge). Questo aspetto è fondamentale per permettere alla vittima di non

cambiare le proprie abitudini di vita o la propria casa. Inoltre, il maltrattante, potrà

essere obbligato dal giudice a versare un assegno nei confronti della coniuge che sia

in condizioni di ristrettezza economica causate dall'allontanamento successivo alla

violenza. Un'altra novità si concretizza nell'inserimento di aggravanti specifiche, che

integrino le leggi analizzate: in primis il fatto che il maltrattante sia legato alla

vittima da una relazione affettiva, o che oggetto delle violenze in questione siano

donne incinta o minori.

Inoltre, la vittima, può finalmente diventare soggetto attivo nel procedimento penale,

anche grazie alla previsione del gratuito patrocinio: esso le darà maggiori possibilità

d'accesso alla giustizia, per far valere quei diritti di cui era stata privata subendo

violenza. 105

Nonostante il “piano d'azione nazionale” contro la violenza, in Italia sono ancora

tanti i passi da compiere. Prima di tutto i casi di femminicidio continuano ad

aumentare e anche se è aumentata nelle donne la consapevolezza del fenomeno, non

per questo è migliorata la loro condizione all'interno della società.

I problemi principali da risolvere riguardano l'eccessiva durata delle procedure penali

ed il mancato rispetto delle misure di tutela civile, delle sanzioni di natura economica

e di quelle di carattere tutelare contro i maltrattanti. Ancora, si riscontra un limite

nella non vigilanza delle condotte del reo successivamente alla scarcerazione: come

già accennato, sempre più donne sono costrette a chiedere ospitalità nelle case rifugio

per paura di ciò che potrà loro accadere una volta che il reo uscirà di prigione. In

quest'ottica, sono positive le novità relative all'utilizzo per i maltrattanti dei

braccialetti elettronici, ma quando, per quanto e per quanti effettivamente

diventeranno la regola? Come sempre, solamente il tempo potrà migliorare la

situazione, con la normalizzazione dell'applicazione della legge.

2.3. La normativa regionale nella Regione Sardegna:

premesse.

Prima di analizzare la legge regionale è necessario soffermarsi sul significato che il

cd “delitto d'onore” ha rivestito in Italia sino a non molto tempo fa e su quello che,

ancora oggi, ha nella Regione Sardegna, dove il Codice Barbaricino non è ancora del

tutto scomparso.

La violenza contro le donne per motivi d'onore è principalmente, ma non

esclusivamente, commessa da parenti maschi di una donna "sciagurata": essi trovano

questa violenza necessaria al fine di preservare o ripristinare la famiglia infangata

"nell'onore".

Nelle società basate sull'onore, l'uomo è riconosciuto come capo della famiglia e

difensore di quest'ultima contro qualsiasi comportamento che possa essere

considerato come vergognoso o umiliante. Al contempo, le donne sono considerate

proprietà dell'uomo.

In queste situazioni, l'onore comporta l'assegnazione di ruoli sessuali e familiari alla

donna secondo norme e tradizioni culturali: allora, adulterio, rapporti sessuali o non

106

sessuali prematrimoniali, sospetta gravidanza al di fuori del matrimonio, saranno atti

considerati come lesivi di tutta la famiglia e del suo onore.

Tali delitti rappresentano la risposta violenta maggiore a chi abbia leso l'onore altrui:

si tratta dell'uccisione (effettiva o tentata) di una donna a causa della sua deviazione

218

effettiva o sospetta rispetto a norme sessuali tradizionali .

In Italia, un delitto commesso per “salvaguardare l'onore”, come uccidere la moglie

adulta o il suo amante o entrambi, era punito con pene attenuate dalle stesse

motivazioni, poiché l'offesa ricevuta al proprio onore permetteva la vendetta con uno

sguardo “meno negativo, quando non positivo” da parte della società.

Sino al 1981, il Codice Penale rubricava all'Art. 587 il cd delitto d'onore, così

recitando: ‹‹Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella,

nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira

determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, è punito con la

reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze,

cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge,

219 ››.

con la figlia o con la sorella

L'abrogazione di questo articolo avverrà solo nel 1981, in netto ritardo rispetto al

220 221

referendum sul divorzio (1974), la riforma del diritto di famiglia (L. 151/1975 )

222 (1978).

e il referendum sull'aborto

Si accennava nel primo capitolo dell'elaborato il fatto che, pur essendo stato

abrogato, ‹‹il delitto d'onore sopravvive ancora in alcuni casi, e viene ad oggi

tollerato dalla cultura tradizionale italiana sotto altre forme, come la cd “vendetta

223

barbaricina” .

218 Elakkary S, Franke, B., Shokri, D., Hartwig, S., Tsokos, M.,Püschel K. (2014) Honor crimes:

Review and proposed definition in Forensic Science, Medicine, and Pathology, Vol. 10, Fascicolo 1,

March 2014

219 Articolo abrogato dall'art. 1, Legge 5 agosto 1981, n. 442 in

http://www.altalex.com/index.php?idnot=36774

220 http://marteau7927.wordpress.com/2013/05/12/12-maggio-1974-referendum-sul-divorzio/

221 http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Speciali/2006/guida_professionisti/16febbraio

%202006/L_151_1975.pdf?cmd%3Dart

222 http://www.fuocovivo.org/MOVIMENTO/storiadell'aborto.htm

223 Addis Saba M. et al. (2008), Amori assassini: storie di violenze sulle donne, GLF editori

Laterza, Roma, pp. 5-13 107

Il riferimento è ad una pratica tipicamente sarda: trattasi di una sorta di codice

d'onore, simile ad una giustizia parallela, che ha talvolta sostituito gli organi giuridici

del territorio. Alcuni ritengono che alla base della creazione del codice ci sia la

scarsa tutela dell'individuo da parte dello Stato, poco presente nel territorio sardo.

Questa situazione di assenza dello Stato ha motivato le cruente azioni di

organizzazioni criminali del ventesimo secolo e retto i fili organizzativi della stessa

Anonima sarda negli anni Sessanta. Buona parte del codice tratta e definisce le offese

subite, dall'insulto personale al furto e all'omicidio, e le relative sanzioni; l'ambito

socio-economico in cui questo processo si è sviluppato è quello agro-pastorale. Lo

scopo è quello della tutela dell'onore e soprattutto della dignità del singolo

224

individuo . Immediato sarà allora il collegamento tra questo tipo di “vendetta

d'onore” e quelli che, ancora troppo spesso, vengono chiamati “delitti passionali” ma

che grazie alla L.119/2013 hanno finalmente assunto il nome di femminicidio.

225

Legge Regionale 7 agosto 2007, n. 8 : Norme

2.3.1.

per l’istituzione di centri antiviolenza e case di

accoglienza per le donne vittime di violenza.

Dopo sei anni d'attesa rispetto alla promulgazione della Legge Nazionale 154/2001,

la Regione Sardegna delibera la propria legge per l'istituzione dei centri antiviolenza

e per le case-rifugio finalizzate alla tutela delle donne vittime di violenza. La Legge

Regionale si compone di tredici articoli, e i principi dai quali parte sono i presupposti

di ogni singola legge che abbia a che fare con l'argomento violenza.

‹‹La Regione Autonoma della Sardegna riconosce che la violenza sulle donne è

violenza di genere. Essa costituisce un attacco all’inviolabilità della persona ed alla

226

sua libertà, secondo i principi sanciti dalla Costituzione e dalle vigenti leggi ››. Le

vittime di violenza ed i loro figli saranno allora tutelate grazie alla Regione, al fine di

ricostruire la propria autonomia, la propria capacità decisionale e la propria libertà,

con la garanzia di un'assoluta riservatezza e dell'anonimato delle istituzioni che

prenderanno in carico la pratica. Questo incipit fornisce un'idea degli obiettivi

prefissati: in primis la tutela della libertà della donna come diritto umano

224 Pigliaru A. (1970), Il banditismo in Sardegna. Il codice della vendetta barbaricina, Giuffrè,

Milano, pp. 111-127

225 http://www.regione.sardegna.it/j/v/80?s=53794&v=2&c=3311&t=1

226 Cit. Ivi. Art. 1

108

inalienabile; in secondo luogo, la protezione dei minori ed un sostegno a questi

ultimi ed alle loro madri, che possa aiutarli a ricostruire la propria autostima.

Affinché la Regione assolva ai suddetti compiti, le strategie da mettere in pratica

devono contrastare qualsiasi tipologia di violenza: sessuale, fisica, psicologica e/o

economica, i maltrattamenti, le molestie e i ricatti a sfondo sessuale e non, in tutti gli

227

ambiti sociali, a partire da quello familiare . Per questo motivo, si riconosce

l'importanza strategica dei centri antiviolenza e delle figure professionali che vi

lavorano: che le vittime siano donne o minori, italiane o straniere, vi saranno

psicoterapeute, assistenti sociali, mediatrici culturali in grado di proporre alle donne,

alternative adeguate rispetto alle differenti tipologie di violenza subita, ai danni da

228 .

questa causati ed ai conseguenti effetti

Dunque, i valori che danno origine ad un centro antiviolenza, a prescindere da come

esso sia nato, sono i medesimi per tutti. La figura della donna/vittima è centrale,

perché sarà non solo per lei, ma con lei, che si cercheranno soluzioni e risposte

possibili al problema; grazie a questo lavoro “di gruppo”, la ristrutturazione

dell'autostima della donna porterà al suo empowerment (rafforzamento) perché essa

si capaciti di poter riprendere in mano la propria vita decidendo per sé.

A questo fine, come si vedrà nella parte relativa alle interviste, i gruppi di auto-

mutuo aiuto assumono importanza strategica poiché, attraverso questi le donne

possono confrontarsi ed arrivare insieme ad una soluzione, consapevoli di non esser

sole.

Grazie alla gratuità delle consulenze, inoltre, le vittime non dovranno rinunciare

all'assistenza per carenza di finanze, ma saranno ascoltate nei centri gratuitamente e,

quando necessario, altrettanto gratuitamente, saranno ospitate nelle case rifugio,

finanziate grazie a fondi regionali e nazionali.

Dal punto di vista tecnico-funzionale, i centri antiviolenza saranno massimo otto,

suddivisi secondo le province, mentre le case rifugio saranno aperte in centri che

contino almeno 30.000 abitanti. Nei comuni superiori ai 100.000 abitanti e nelle aree

vaste può essere prevista l’apertura di più centri e case di accoglienza. Il centro

antiviolenza può essere comprensivo o collegato a una casa di rifugio, strettamente

227 Ivi. Art. 2

228 Ivi. 109

funzionale e con delle caratteristiche precise in ordine alla garanzia di protezione per

le ospiti e per i loro figli. Le sedi dei centri antiviolenza e delle case rifugio possono

essere di proprietà pubblica, comunale, provinciale o regionale. In ognuno di essi

vigerà un regolamento autonomo che regolerà la convivenza ed i rapporti con le

229

ospiti.

Naturalmente, la convivenza tra donne che abbiano subito violenza non è sempre

semplice. Può capitare anche che la casa di accoglienza, relativa alla provincia

indicata, sia momentaneamente al completo: in questo caso, a livello regionale si

coopererà affinché la donna venga accompagnata in un centro che sia disponibile ad

accoglierla insieme (eventualmente) ai suoi figli.

Le attività svolte dai centri antiviolenza sono molteplici: il primo contatto

normalmente avviene tramite accoglienza telefonica, atta a valutare primariamente la

situazione iniziale per poi fissare un primo colloquio individuale. La valutazione del

rischio è fondamentale per decidere se ospitare le donne nelle case rifugio: durante il

percorso, sarà dato supporto anche ai minori vittime di violenza diretta o assistita,

oltre all'assistenza/consulenza legale e consulenza psicologica. Per affiancare ai

finanziamenti regionali e nazionali ulteriori risorse, verranno poi fatte delle attività di

sensibilizzazione e prevenzione, e di conoscenza dei vari centri. Insieme alla

formazione rivolta a operatori/trici socio-sanitari, del mondo giudiziario e delle Forze

dell’ordine, sarà poi necessaria l'attività di raccolta dati dei singoli centri, che offrano

un panorama generale su scala provinciale, regionale e successivamente nazionale,

atta alla successiva ideazione di politiche ad hoc per il contrasto della violenza di

genere.

A questo proposito, la Legge Regionale prevede la cumulabilità dei finanziamenti

privati e pubblici. Inoltre ‹‹la Giunta Regionale [...] stabilisce i criteri e le priorità

per la concessione di contributi diretti a finanziare le attività e le strutture di cui alla

230

presente legge ››.

229 Ivi

230 Ivi Art. 9

110 2.3.2. La normativa regionale nella Regione Sardegna:

conclusioni

La Legge Regionale 8/2007 è stata modificata ed integrata grazie alla promulgazione

231

della Legge n°26 del settembre 2013 , che rinnova il dettato legislativo

introducendovi interventi per la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere e

allo stalking.

Tra gli obiettivi che si propone la Regione, infatti, è ora espresso esplicitamente

anche il contrasto allo stalking: sarà grazie a questa integrazione che, come si vedrà

nelle interviste nel capitolo conclusivo dell'elaborato, i centri antiviolenza potranno

rispondere allo stesso centralino sia in quanto centri antiviolenza sia, appunto, in

quanto centri antistalking.

Riguardo la promozione di iniziative volte a informare e sensibilizzare la

popolazione regionale, l'integrazione prevede la stessa attraverso attività di carattere

educativo-sociale, svolte attraverso la promozione della cultura della legalità e del

rispetto dei diritti, con la collaborazione delle scuole e dei mezzi di informazione

regionale, specialmente le radio-televisioni e le testate giornalistiche, al fine di

sensibilizzare e denunciare circa il fenomeno della violenza sessuale nei confronti

delle donne; attività informative, di formazione ed educazione al rispetto dell'altro,

non solo rivolte ai bambini ma anch ai loro genitori ed agli insegnanti, i quali

rappresentano le istituzioni di socializzazione primaria. Queste attività sono

finalizzate alla prevenzione delle varie tipologie di violenza e al superamento degli

stereotipi di genere, oltre ché al miglioramento della propria autostima e

all'apprendimento di tecniche di autodifesa per prevenire e contrastare ogni forma e

grado di violenza nei confronti delle donne. Ancora, sono previste attività dirette al

rafforzamento di tutti quei luoghi che, per strutturazione, risultano essere a rischio di

violenza sessuale durante tutte le ore del giorno e della notte: questo, attraverso

sistemi di videosorveglianza, illuminazione, telesoccorso; infine, sono previste

attività di informazione, sensibilizzazione e prevenzione circa lo stalking e la

232

prevenzione del suo verificarsi.

Si evince, dunque, la necessità di ampliare sempre più il bacino di conoscenza circa

il fenomeno, anche grazie alle disposizioni circa il lavoro in rete: sarà fondamentale,

231 http://www.regione.sardegna.it/j/v/1270?s=244295&v=2&c=&t=1&anno=

232 Cit. Ivi. Art. 2bis 111

infatti, che i centri antiviolenza collaborino con personale sanitario, Forze dell'Ordine

e Servizi sociali, affinché il lavoro in rete porti a dissotterrare il mondo ancora

sommerso delle violenze e a contrastarle in maniera sempre più efficace.

2.4. Conclusioni

Si riporta di seguito un appello dell'Associazione Nazionale D.i.Re all'attuale

Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, inoltrato in data 5 aprile 2014:

‹‹La violenza maschile contro le donne è una priorità da affrontare nel

nostro Paese. Con l’insediamento del Suo Governo avevamo chiesto la

nomina di una ministra per le pari opportunità, che fosse il punto di

riferimento per coordinare tutti gli interventi e le strategie necessarie per

contrastare il fenomeno e le discriminazioni che alimentano la violenza.

Le Pari Opportunità non sono state assegnate ancora né ad un ministero

né in delega.

Il precedente Governo aveva avviato i tavoli di lavoro della task force

interministeriale con un confronto tra istituzioni e associazioni per

elaborare il nuovo Piano Nazionale Antiviolenza, individuando misure

volte sia alla prevenzione del fenomeno che al sostegno e al

rafforzamento delle vittime. Il Dipartimento per le Pari Opportunità

stava svolgendo il suo ruolo istituzionale di coordinamento fra tutte le

amministrazioni, centrali e decentrate.

A questi tavoli abbiamo portato l’esperienza ventennale dei 65 Centri

Antiviolenza aderenti a che negli anni hanno accolto migliaia e

D.i.Re,

migliaia di donne, costruito reti ed elaborato progetti di contrasto alla

violenza. Abbiamo chiesto la realizzazione di tutte quelle misure e azioni

previste dalla Convenzione di Istanbul e dalle direttive internazionali

ancora inapplicate in Italia.

Oggi il Piano Nazionale Antiviolenza non è stato ancora rinnovato.

112 Il precedente Governo aveva deciso di distribuire ai Centri Antiviolenza

e alle Case Rifugio 17 milioni di euro per il biennio 2013-2014 come

previsto dalla legge n. 119 del 2013, la c.d. legge contro il femminicidio.

D.i.Re auspica che al più presto vengano assegnati ai Centri i

finanziamenti stanziati, in un’unica soluzione, al fine di consentire

continuità ai progetti di sostegno e aiuto alle donne che intraprendono

percorsi di uscita dalla violenza.

L’associazione nazionale chiede:

D.i.Re

Che la violenza maschile contro le donne sia una priorità

• nell’agenda politica del Suo governo;

Che si concluda il confronto avviato tra le istituzioni e le

• associazioni nell’ambito della task force interministeriale,

istituita dal precedente governo e coordinata dal Dipartimento

per le Pari Opportunità;

Che sia rinnovato il Piano Nazionale Antiviolenza;

• Che siano assegnati ai Centri Antiviolenza e alle Case Rifugio i

• fondi previsti della legge n. 119 del 2013, individuando chiari

criteri di distribuzione;

Che l’attuale Governo si assuma l’impegno affinché i Centri

• Antiviolenza e le Case Rifugio siano finanziati in maniera certa e

costante, sottraendoli all’incertezza, alla sopravvivenza o al

233 .

rischio di chiusura››

Nel corso dell'ultimo decennio, la normativa in materia di violenza di genere si è

estesa a macchia d'olio in tutto il continente e, partendo dalle normative europee, i

passi avanti sono stati diversi anche dal punto di vista nazionale e regionale.

Nonostante ciò gli sforzi non sono sufficienti per potersi permettere una battuta

233 http://www.direcontrolaviolenza.it/sito/appello-dellassociazione-nazionale-d-i-re-al-governo/

113

d'arresto, così come non sono sufficienti i fondi messi a disposizione dallo Stato

italiano o, ancor più nello specifico, dalla Regione Sardegna.

Proprio la scarsa mole dei finanziamenti fa sorgere una domanda spontanea: come

viene affrontato il fenomeno? La risposta non è positiva, perché la violenza di genere

viene ancora trattata come un'emergenza e non, come si dovrebbe, come problema

strutturale di una società per troppi versi ancora troppo maschilista e patriarcale.

Ancora troppo spesso i colpevoli rimangono impuniti e le vittime non vengono

ripagate, moralmente ed economicamente, rispetto ai soprusi subiti; ancora troppo

spesso, per tanti, troppi anni, le donne devono continuare a guardarsi le spalle, come

se il vortice della violenza non le lasciasse riacquisire la propria autonomia ma

volesse tenerle legate a se per sempre; ancora troppo spesso, la società preferisce

guardare ai casi di violenza come alle eccezioni lontane dal proprio vissuto idilliaco,

non rendendosi conto di avere queste situazioni ad una rampa di scale di distanza.

Ancora troppo spesso, chiudendo gli occhi, le orecchie e la bocca, si lascia morire chi

si sarebbe potuto salvare.

Le soluzioni stanno allora nello stare al passo con gli organi internazionali,

nell'investire costantemente e maggiormente per la risoluzione di un problema

sempre più grave, nel rimanere aggiornati dal punto di vista normativo, ma

soprattutto dal punto di vista individuale, perché la conoscenza porti ad evitare il

ripetersi di errori/orrori che in passato venivano celati dietro nomi che li

giustificavano.

114

3. UNO SGUARDO APPROFONDITO: LA

VIOLENZA DOMESTICA IN SARDEGNA

3.1. Una premessa metodologica

Nella premessa al primo capitolo dell'elaborato, è stato esplicitato il percorso che ha

portato alla stesura di questa tesi. Essendo la Sardegna la terra natia di chi scrive, si è

voluto contribuire ad analizzare dei dati che sì, sono presenti a livello nazionale

secondo le stime redatte ogni anno dalle associazioni che si occupano del problema

ma, troppo spesso vengono considerati solamente come dei numeri, senza effettuare

un'analisi qualitativa (e, per alcuni versi, quantitativa) che possa mostrare le

peculiarità della Regione trattata.

Facilitata l'indagine dalla residenza nel luogo, l'obiettivo primario è stato quello di

effettuare una ricerca “ad imbuto” tale per cui, grazie alle interviste fornite dalle

operatrici dei Centri antiviolenza contattati, si potesse giungere ad analizzare il

bacino d'utenza di ogni micro-territorio trattato. È stato questo il motivo per il quale,

nonostante in tutta la Regione Sardegna siano presenti ben nove Centri e

Associazioni che si occupano del fenomeno, si è scelto di intervistare delle operatrici

appartenenti a quattro Centri in particolare, dislocati ad una certa distanza l'uno

dall'altro. Nonostante si sia assolutamente consci del fatto che il campione delle

intervistate non sia rappresentativo, si è cercato di fornire un'idea ben precisa di ciò

che vuol dire essere delle donne sarde e subire violenza.

L'idea di scrivere una tesi sulla violenza domestica è nata, come si accennava in

precedenza, dal fatto di aver seguito il corso di Teorie dei Processi di

Vittimizzazione nella Facoltà di Scienze Criminologiche per l'Investigazione e la

Sicurezza presso la Scuola di Scienze Politiche di Forlì. Durante lo studio di questa

materia è nato l'interesse per un fenomeno ad oggi ancora poco trattato: non sono

sufficienti, infatti, i casi eclatanti che vengono portati a conoscenza della collettività

a causa dell'efferatezza dell'accaduto. I numerosi casi di morti definite dai media

come “delitti passionali”, la maggior parte dei titoli di giornale che recano la dicitura

“uccisa per troppo amore”, mostrano un'ignoranza imperdonabile per i tempi che

corrono. Mostrano una società che non muta nel profondo, mostrano una società che

assiste al cambiamento dei diritti delle donne, ma che privatamente, si oppone allo

115

stesso, in qualche caso arrivando a bloccarlo completamente, come ricorda il numero

sempre crescente di vittime.

Si diceva che in tutto il territorio Sardo sono presenti nove tra Centri ed associazioni

che si occupano di violenza contro le donne e violenza domestica. Ogni Centro fa

normalmente riferimento ad un'associazione, ma capita che sia gestito anche da

soggetti pubblici, affinché si concretizzino progetti di aiuto alle donne vittime di

violenza e si contrasti efficacemente il fenomeno tramite campagne di

sensibilizzazione ed informazione messe in atto da operatrici esperte nel campo.

Nello specifico, tutti i quattro Centri contattati sono collegati a delle associazioni

Onlus.

Per quanto riguarda i Centri, inoltre, essi forniscono alle donne consulenze

psicologiche, legali, gruppi di auto-mutuo aiuto e contribuiscono, secondo le linee

previste dalle normative nazionali ed internazionali, a registrare dati e statistiche

riguardanti il bacino d'utenza di riferimento, affinché sommandoli si riesca ad avere

idee precise del fenomeno a livello locale, regionale e poi nazionale. Per facilitare

questi compiti, spesso creano delle vere e proprie reti territoriali che mirano a

collegarli l'uno con l'altro: non è infatti insolito che, quando capita che una Casa

Rifugio collegata ad un determinato Centro sia al completo, la donna che ha subito

violenza venga accompagnata in un altro luogo sicuro. Queste case ospitano sia

donne che minori, hanno un indirizzo segreto e sono fondamentali per l'obiettivo

primario dei Centri: restituire alle donne la propria individualità e capacità

decisionale, con un aiuto concreto sia nella cura dei bambini a loro volta maltrattati,

sia nella ricerca di un'occupazione. È proprio la collaborazione tra Centri che dà vita

alle reti territoriali che a loro volta sono collegate a livello nazionale. La più

importante tra queste è l'Associazione Nazionale D.i.Re, nata a Roma nel 2008 e che

riunisce ben 65 Centri antiviolenza del territorio italiano.

Alle reti contribuiscono inoltre le forze dell'ordine, presso i cui uffici le donne

maltrattate hanno accesso preferenziale, i pronto soccorsi, i giornali con cui spesso i

Centri collaborano per fornire dati e notizie inerenti il loro operato.

Il proverbiale ritardo italiano ha fatto sì che le istituzioni pubbliche promuovessero

leggi regionali a sostegno dei Centri antiviolenza solo negli ultimi dieci anni: la già

analizzata Legge Regionale n°8/2007 è quella che si è occupata del fenomeno della

violenza domestica in Sardegna: essa ha fatto sì che venissero offerte alle

116

associazioni le strutture idonee a "compiere la loro missione" attraverso l’attuazione

di convenzioni e l’utilizzo di fondi per la gestione dei Centri, l’attivazione di

iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione, affinché la conoscenza

approfondita della realtà attuale sia il punto di partenza per interventi concreti.

Per mettere in pratica il lavoro di ricerca qualitativa al quale si aspirava dall'inizio, è

stato scelto di effettuare un campione a scelta ragionata secondo due motivazioni

principali: la zona di riferimento ed il bacino d'utenza del Centro intervistato. Per

questo motivo, pur essendo presenti dei Centri anche nel resto dell'isola, si è deciso

di dividere la Sardegna in tre zone, Nord, Centro e Sud, effettuando un'intervista

presso il Centro di Olbia, una presso quello di Nuoro, due nel Centri presenti a

Cagliari. È stato in questo modo possibile giungere ad una panoramica globale del

fenomeno.

I primi contatti con i Centri sono avvenuti per via telefonica nel mese di dicembre

2013: dopo la scrematura iniziale, volta ad individuare i quattro Centri che sarebbero

234

stati contattati, si è giunti a scegliere per Cagliari il Centro Donna Ceteris e il

235 236

, per Nuoro il Centro Onda Rosa , per Olbia il Centro

Centro Donne al Traguardo

237

Prospettiva Donna . È stato dunque chiesto alle operatrici se fossero disponibili a

rilasciare delle interviste inerenti il loro lavoro all'interno dei Centri.

Un successivo contatto telefonico, avvenuto anch'esso nel mese di dicembre 2013, ha

fatto in modo che venissero decise le date ed i luoghi degli incontri, avvenuti nei

mesi di gennaio e febbraio 2014 in luoghi “nascosti”, ovvero afferenti alle loro sedi.

Gli incontri sono avvenuti in tre casi su quattro (Donna Ceteris, Onda Rosa e

Prospettiva Donna) con le responsabili e direttrici dei Centri, talvolta accompagnate

dalla psicoterapeuta (nel caso di Donna Ceteris) o l'assistente sociale (Prospettiva

Donna) del Centro; un'unica volta, nell'intervista alla rappresentante del Centro

Donne al Traguardo, l'incontro è avvenuto esclusivamente con la psicoterapeuta.

Per quanto riguarda l'oggetto delle interviste, le domande somministrate ad ogni

operatrice sono state mediamente quindici, concordate precedentemente con la

234 http://www.donnaceteris.org/

235 http://www.donnealtraguardo.com/

236 http://comecitrovi.women.it/index.php?route=centri/centro&centro_id=131&regione_id=20&

provincia_id=91

237 http://www.prospettivadonna.it/ 117

docente relatrice della tesi. È stato utilizzato lo strumento dell'intervista semi-

strutturata, prevedendo un aumento/riduzione dei quesiti nel caso in cui le risposte

fornite comprendessero ambiti particolarmente ampi o nel caso in cui le intervistate

avessero risposto insieme a più di una domanda.

Si è scelto di utilizzare questo strumento per i vantaggi ad esso correlati: l'intervista,

in generale, è una conversazione tra un intervistatore che la avvia e la conduce

(proponendo una serie di domande più o meno specifiche sui temi della ricerca) e

uno o più intervistati che si ritiene siano nelle condizioni di fornire le risposte. Il suo

scopo è quello di individuare giudizi, valori, convinzioni, opinioni ed aspetti della

cultura non facilmente indagabili attraverso l’osservazione. Allo stesso modo, tramite

l'intervista si possono chiedere delucidazioni su azioni già osservate, sia per

comprenderle maggiormente, sia per scoprirne i motivi che le hanno incentivate.

Ancora, si possono rilevare notizie su fenomeni ormai scomparsi, ma ancora

contenuti nella memoria delle persone intervistate.

Nello specifico, come si diceva, è stata scelta l'intervista semi strutturata, in cui

l’intervistatore dispone di una lista contenente temi fissati in precedenza, sui quali

raccoglie tutte le informazioni che ritiene utili. Spesso, oltre alla lista degli

argomenti, il ricercatore ha in mano una serie di domande che, data la loro rilevanza

per la ricerca, l'intervistatore deve obbligatoriamente porre all’intervistato.

Nel caso analizzato, infatti, sono state individuate quattro macro aree a partire dalle

quali si è deciso di intervistare le operatrici. Il vantaggio di questa metodologia,

secondo chi ha posto in prima persona le domande, è stato dettato da due motivi: la

possibilità di porre le domande in diverso ordine a seconda delle risposte ottenute e

la possibilità di porle in modo diverso a seconda dell'interlocutore, facendo

riferimento a più ambiti. Tutto questo grazie al fatto che questa tipologia di

intervista, essendo maggiormente flessibile e centrata sul soggetto, riesce a

sollecitare risposte più sincere ed articolate rispetto alle altre, soprattutto per la

tipologia di temi trattati, particolarmente delicati. Fondamentale è risultato essere

l'utilizzo del registratore: ogni intervista è stata registrata (dietro previo accordo con

le operatrici) e successivamente trascritta, in modo tale da poter cogliere tutte le

238

sfumature che si sarebbero potute perdere nella sola scrittura di appunti .

238 Cipolla C. (a cura di), (2003), Il ciclo metodologico della ricerca sociale, Franco Angeli,

Milano

118

L'unico limite riscontrabile dell'intervista semi-strutturata è la mancanza di dati

specifici da poter utilizzare come statistiche rispetto all'argomento trattato: a questa

problematica è stato posto rimedio grazie alla richiesta alle operatrici di fornire le

statistiche da loro stesse elaborate in merito al Centro di riferimento. È stato così

possibile ampliare il raggio d'azione delle interviste, avendo a disposizione un

ventaglio di dati precisi riguardanti il bacino d'utenza dei singoli Centri. Purtroppo,

solamente tre Centri su quattro hanno fornito i dati.

Il Centro Donna Ceteris, all’interno del quale sono state intervistate sia la

responsabile che una psicoterapeuta, ha fornito nei giorni immediatamente successivi

alla visita le statistiche del 2012 e del 2013. La psicoterapeuta intervistata nel Centro

Donne Al Traguardo ha provveduto personalmente a fornire tramite mail i dati

relativi alle richieste d’aiuto ricevute nel 2012, non avendo ancora elaborato le

statistiche del 2013. Per lo stesso motivo, il Centro Prospettiva Donna di Olbia,

successivamente all’intervista della responsabile accompagnata da un’assistente

sociale, ha fornito i dati relativi al 2012.

L’unico Centro che, pur contattato più volte, non ha fornito particolari indicazioni

circa il numero di donne che vi si sono rivolte è quello del nuorese: la responsabile

ha confermato solamente di aver ricevuto 295 richieste d’aiuto nel 2012 e 300 nel

2013.

Le interviste semi-strutturate e i dati statistici forniti successivamente, hanno

permesso di ottenere un quadro generale più completo dei singoli Centri sia dal punto

di vista qualitativo che quantitativo e hanno consentito un raffronto tra le singole

realtà sarde.

Inoltre, grazie alle statistiche nazionali relative all'anno 2012 provenienti da una

ricerca presentata sul sito dell’Associazione nazionale D.i.Re (Donne in rete contro

la violenza), è stato possibile procedere ad una comparazione tra i dati provenienti

dalla situazione sarda e quelli nazionali.

Lo scopo della ricerca è stato quello di analizzare le interviste e i dati forniti dalle

operatrici dei Centri antiviolenza per confrontare i dati con le evidenze a livello

nazionale. Si è voluto indagare se esistessero delle differenze tra la realtà sarda,

tipicamente fondata sull'onore ed il rispetto nei confronti della donna, e quella

italiana di stampo invece patriarcale. 119

I risultati hanno posto in luce una comunanza tra le due realtà, sia dal punto di vista

delle tipologie di violenza esperite dalle donne, sia rispetto alla quantità di soprusi

subiti, quasi a scardinare le credenze sarde in relazione al potere nelle mani della

donna.

3.2. Una parentesi storica: la donna in Sardegna

I ruoli della donna sarda all'interno della comunità d'appartenenza sono sempre stati

di grande valore. Dal neolitico in poi, con il passare dei secoli, la donna ha rivestito

prima il ruolo di dea da venerare, poi quello di stimolo primario della società: grazie

a lei ed al suo operato fu possibile la concretizzazione dei destini dei sardi. La donna

sarda era tanto amata quanto temuta, una madre amorevole ed una casalinga

impeccabile, una moglie coraggiosa ed invidiabile: questa era l'idea predominante,

soprattutto con riferimento alla preistoria quando, essendo gli uomini ignari del loro

ruolo all'interno del ciclo procreativo, attribuivano solo alla figura femminile la

capacità di donare la vita e di trasmettere lo stesso dono al resto della natura. Di

contro, l'uomo, escluso a priori da questa facoltà così “divina”, era quasi un essere

239

inutile, di poca importanza, e poteva solo assistere a miracoli di tale entità .

Il culto della maternità rimane intatto con il passare dei secoli, nonostante i numerosi

tentativi di metterlo in secondo piano: gli uomini acquistarono importanza nella

capacità di utilizzare le armi per difendere la comunità, ma la casa rimaneva

appannaggio esclusivo della donna, così come le campagne nei periodi di assenza

degli uomini partiti per le guerre, così ancora come la cura dei figli.

Nel Medioevo, la figura maschile assume ulteriore importanza, a discapito di quella

femminile che si vorrebbe relegare a ruoli di poco rilievo, ma la donna sarda si

impone e mantiene alto il suo onore, respingendo la subalternità che le si vorrebbe

associare. Questo rifiuto porta a differenziare la Sardegna dal resto della penisola

anche dal punto di vista delle istituzioni: il matrimonio sardo di quel periodo, ad

esempio, è totalmente diverso da quello italiano e Continentale. Se la donna italiana

veniva data in sposa dal padre, dietro pagamento di una dote, quella sarda in totale

parità con il marito contribuisce al reddito del nuovo nucleo familiare, senza nessuna

dote iniziale. Si parla di “matrimonio a sa sardisca”, intendendo la messa a

239 http://www.universitadelledonne.it/sardegna.htm

120

disposizione della casa da parte del marito, mentre dell'arredo si occuperà la moglie,

in maniera totalmente paritetica. Anche i diritti derivanti dal matrimonio sono i

medesimi per entrambi i coniugi: esiste la comunione di beni, oltre al fatto di avere

medesima voce in capitolo circa la compravendita, il possesso e l’eredità degli stessi.

Alla morte del marito, inoltre, tutti i beni saranno destinati alla moglie.

Fiere e tenaci, acculturate e coraggiose, le donne sarde non si sottometteranno agli

uomini, anche quando si tratterà di combattere delle guerre: celeberrimo il caso delle

240

“Banditesse ”, che combatterono contro i piemontesi per la libertà del popolo

sardo.

Dunque, quando si rimanda al concetto di matriarcato, non ci si può riferire

esclusivamente al “potere della madre” in quanto tale; è opportuno conoscere a fondo

“il potere della donna”, la quale ha diritto in queste circostanze alla piena facoltà

circa l'amministrazione della casa, della ricchezza, della famiglia.

La società è divisa in clan, che prendono i nomi da quello della madre: all’interno del

singolo nucleo familiare, tutte le decisioni vengono prese di comune accordo da

uomini e donne, mentre le decisioni riguardanti i clan vengono prese dalle matriarche

riunite. Sarà proprio grazie alle matriarche dei clan che gli individui si

reincarneranno nei futuri nascituri dopo la morte, senza alcuna considerazione di

inferiorità tra un sesso e l'altro.

Il matriarcato in quanto tale nasce in Sardegna in epoca etrusca, da popolazioni

provenienti da Asia ed Africa, ed ha possibilità di espansione grazie alla sicurezza

del territorio per tutto il Neolitico.

Ad oggi, le società matriarcali sono pochissime, situate in Asia ed Africa, e rischiano

continuamente di estinguersi com'è successo in Sardegna a causa delle “invasioni

241

della società patriarcale” . Quest'ultima, ha sempre demonizzato la donna in quanto

essere mostruoso, inferiore, selvaggio, da sottomettere. E col passare del tempo l'ha

sottomessa, così come dimostreranno i risultati della ricerca.

240 http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2013/07/18/dea-femminista-signora-della-casa-il-potere-

della-donna-sarda/

241 http://www.empatiadonne.it/ 121

3.3. La ricerca

Le interviste semi-strutturate sono state rivolte, come precedentemente accennato, a

quattro Centri isolani: Donna Ceteris e Donne al Traguardo nel Cagliaritano, Onda

Rosa nel Nuorese e Prospettiva Donna nella Provincia di Olbia-Tempio. Prima di

procedere con l'analisi delle quattro macro aree in cui sono state divise le domande, è

opportuno presentare i Centri intervistati.

La prima intervista, il 17 gennaio 2014, è stata fatta alla responsabile del Centro

Donna Ceteris di Cagliari. Durante il racconto, viene ripercorso verbalmente il

progetto che ha portato il Centro ad identificarsi in quanto tale. Tutte le donne che vi

lavorano, provengono da precedenti esperienze di volontariato: nel 1994, hanno

iniziato a riunirsi per decidere in quale ambito volessero concentrare il loro operato.

È stato così che, dopo cinque anni di riunioni che hanno visto impegnati uomini e

donne in diversi settori, hanno iniziato a concepirsi come Centro d'ascolto,

trasformandosi appunto nel “Progetto Donna Ceteris”. L'obiettivo principale risultò

essere sin da subito l'ascolto: cominciando con l'attivazione di una linea telefonica,

l'equipe si rese immediatamente conto dell'importanza che l'empatia nei confronti di

chi chiedeva aiuto avrebbe rivestito all'interno del percorso di fuoriuscita dalla

violenza. Le quindici donne che ad oggi compongono l'Associazione scelsero di

dedicarsi, in quanto fortunate, a chi fosse meno fortunato di loro, costituendo in

appena un anno un Centro antiviolenza. Dunque, all'ascolto telefonico iniziale, è

seguito il sostegno e la consulenza psicologico-legale face to face.

La seconda intervista risale al 20 gennaio 2014, ed ha riguardato il Centro Onda Rosa

di Nuoro. Come il precedente, anche questo esiste da tempo, nello specifico dal 1997

ed è stato creato da un'associazione di donne che negli anni 70 e 80 aveva lavorato e

lottato nei collettivi femministi per l'apertura dei consultori e per quella che oggi è la

legge 194 per la legalizzazione dell'aborto. Questo gruppo, operante da tempo per il

contrasto della violenza contro le donne, ha trovato nel capoluogo barbaricino il

terreno fertile per dare delle risposte concrete al problema. Il Centro nasce infatti

come luogo di comunicazione, scambio e iniziative di prevenzione, sensibilizzazione

ed informazione per contrastare la violenza di genere e lo stalking.

122

Nella terza intervista, del 22 gennaio 2014, sono state interpellate la responsabile e

242

l'assistente sociale del Centro Prospettiva Donna di Olbia . Esso è nato dalla

collaborazione di un gruppo di donne che, sin dal 2002, ha condotto una lunga

indagine e studio sul fenomeno della violenza di genere e sulla condizione della

donna nel territorio gallurese, dove in seguito ha avviato e istituito un Centro

antiviolenza e una casa rifugio. Questo Centro si rivolge alle donne di tutte le età,

italiane ed immigrate, vittime di ogni forma di sopruso in famiglia, nel posto di

lavoro, nella società. Dallo studio iniziale, ci si è infatti resi conto che le criticità

maggiori nel territorio fossero la violenza contro le donne e la prostituzione forzata.

Si è dunque posta particolare attenzione alle situazioni di violenza e abuso, attraverso

progetti di formazione, prevenzione e intervento anche in collaborazione con la

Regione Sardegna, altri enti pubblici, associazioni e forze dell'ordine.

L'ultima intervista, per concludere, è stata effettuata nuovamente nel Cagliaritano, ed

ha avuto per oggetto una psicoterapeuta del Centro Donne al Traguardo, intervistata

il 28 gennaio 2014. L'Associazione Donne al Traguardo è nata a Cagliari nel Luglio

del 2001 da un gruppo di amiche che hanno deciso di associarsi per aprire spazi di al

femminile nel campo culturale, sociale, politico ed economico. Già da subito, infatti,

l'Associazione si è occupata sia di maltrattamento che di estrema povertà. Col

passare del tempo, rendendosi conto che la problematica della violenza domestica

(ma anche della violenza economica e di quella sociale, oltre alle già citate situazioni

di estrema povertà) fosse sempre più presente nel capoluogo sardo, è stato attivato il

Centro antiviolenza, in seguito anche alla legge regionale del 2007.

Quasi tutte le donne di cui hanno parlato indirettamente le intervistate sono state

maltrattate, abusate, violentate da mariti o ex, compagni, spesso padri dei loro figli,

conoscenti. Le operatrici non nominano le dirette interessate alle quali, però, è stato

fatto spesso riferimento nella cronaca regionale: sì, la cronaca, quell'arma a doppio

taglio che avrebbe il dovere di informare, ma non sempre lo fa e lo ha fatto nel

migliore dei modi. La cronaca racconta tutto, anche i dettagli più terrificanti di questi

maltrattamenti, ripercorre le storie dal momento in cui “è iniziato il declino”, ma lo

fa trattandole singolarmente. Ciò che spesso si può riscontrare è la mancanza di

raffronti tra episodi differenti, così che la violenza culminata in omicidio venga

242 Spesso, intendendo il Centro Prospettiva Donna, lo si chiamerà Gallurese, in relazione alla

zona sarda d'appartenenza 123

trattato come “delitto passionale”, o “omicidio per troppo amore o gelosia”. Questi

accostamenti hanno un solo fine, rivittimizzare chi è incapace di difendersi,

uccidendo nuovamente le vittime. Non esiste il troppo amore che uccide. La realtà

dei fatti di cronaca racconta solamente di uomini che uccidono coscientemente, in

grado di intendere e volere al momento dell’azione. Tutti ricorderanno Reeva

Steenkamp, ex fidanzata di Oscar Pistorius: lei troppo bella e giovane per morire, lui

troppo ricco e famoso per uccidere e rovinarsi la vita. Può esser stata la sua bellezza

ad aver scatenato in Pistorius un’accecante gelosia. Questo è ciò che viene raccontato

dalle cronache: una storia andata a male, nonostante i rilevamenti sul luogo del

delitto lascino pensare che sia stata uccisa volontariamente, al culmine di un feroce

243

litigio .

E allora questo sarebbe un altro di quei femminicidi che dimostrerebbero la

trasversalità della quale si è parlato tanto nell'elaborato, che l'amore e la violenza non

possano essere concetti da inserire nella stessa frase. L'amore, con tutto questo, non

c'entra nulla.

Per quanto riguarda il contenuto delle interviste, sono state poste dalle tredici alle

diciassette domande a testa. Per agevolarne la comprensione e l'analisi, sono state

divise in aree tematiche a seconda dell'argomento trattato.

1. La prima area tematica riguarda le caratteristiche strutturali dei Centri: anno

di insorgenza e figure professionali che attivamente lavorano al suo interno.

Altre domande di ordine organizzativo riguardano come vengano gestiti i

Centri, se siano presenti o meno delle case rifugio e da chi vengano finanziati.

Un dato comune a tutti e quattro i Centri intervistati sono le figure lavorative

presenti al loro interno: psicoterapeute, assistenti sociali, consulenti legali,

sono parte integrante del personale pagato, benché ogni singolo Centro possa

contare su figure volontarie che collaborano attivamente. A seconda delle

mansioni svolte nei vari Centri, il personale rientra tra le persone pagate o

meno: ad esempio, a Nuoro «tra il personale pagato sono presenti cinque

educatrici professionali, una psicologa, un'assistente sociale,

un'amministrativa, un ufficio legale; il personale non pagato comprende

invece le progettiste e tutta la rete per consentire alle donne l'uscita dal

243 http://www.repubblica.it/sport/vari/2014/05/14/news/pistorius_perizia_psichiatrica-

86105121/

124 Centro, così come la grafica». Anche il Centro Prospettiva Donna di Olbia si

avvale sia di figure pagate, perché imposto dagli standard europei, sia di

figure volontarie, a causa della carenza di fondi. L'obiettivo da raggiungere è

comunque sempre uno, ovvero quello di «essere donne che parlano di altre

donne». Questa frase è stata fondamentale nella prima parte dell'intervista

alla direttrice del Centro, perché dimostra ancora una volta l'importanza

rivestita dalle campagne di informazione, sensibilizzazione e prevenzione di

cui le operatrici si occupano, al fine di portare allo scoperto un fenomeno per

certi versi ancora troppo nascosto. Addirittura, presso il Centro Donne al

Traguardo di Cagliari, sono presenti dall'anno scorso anche sei stagisti,

quattro dei quali lavorano al Centro, mentre gli altri due lavorano

nell'amministrazione dell'associazione, e sono pagati tramite un progetto

regionale.

Opinione comune è che, essendo le operatrici disponibili 24 ore su 24 (in

quanto il numero antiviolenza inoltra le chiamate alle loro utenze private

quando esse non sono al Centro) non siano mai ripagate adeguatamente

rispetto al lavoro che svolgono. La legge regionale del 2007 è fondamentale

in merito a questo dato, perché offre la possibilità di pagare il personale

specializzato e di finanziare le case rifugio presenti in tre casi dei quattro

analizzati. Il Centro “Donna Ceteris” di Cagliari asserisce di aver rifiutato la

casa. Le parole della presidentessa hanno colto nel segno e nelle “pecche”

della legge: «La maggior parte delle donne vittime di violenza torna dal loro

compagno: solo nel 2013 abbiamo preso in carico 210 telefonate ma molte

tornano perché la società non è pronta ad aiutare sino in fondo la donna

vittima. Anche la casa rifugio è una soluzione immediata ed urgente, ma dopo

tre mesi la legge ci dice che dovremmo mandare via le donne; questo è il

motivo per il quale io non ho voluto la casa rifugio, perché non me la sentirei

e non vorrei rischiare di “buttare per strada” queste donne, che spesso sono

isolate dalla famiglia d'origine e non avrebbero luogo in cui tornare». Queste

frasi sono apparse come un appello che, se ascoltato, porterebbe a migliorare

la situazione di tutte quelle donne che vorrebbero realmente e concretamente

cambiare vita, ma che per fare questo necessitano di tempi maggiori rispetto

ai tre mesi “di protezione” previsti dalla legge. Nonostante al Centro

Cagliaritano non corrisponda una casa rifugio, sarà comunque possibile

125

inoltrare la donna bisognosa di accoglienza in una delle altre esistenti, a

dimostrazione della solidarietà e del lavoro di rete fondamentale per

combattere contro un nemico unico.

Grazie alle campagne di sensibilizzazione e di informazione, anche sotto forma di

campagne autofinanziate, i Centri si fanno conoscere all’esterno e a questo scopo è

fondamentale il contatto con i mass media regionali. Come già spiegato in

precedenza, i fondi messi a disposizione da parte della Regione Sardegna, così come

quelli del Governo, costituiscono un buon inizio, ma non la totalità delle risorse che

si vorrebbe avere a disposizione per aumentare la formazione degli operatori e gli

aiuti nei confronti di chi lo necessita. Gli aiuti, economici e non, saranno allora da

ricercare altrove, mediante campagne pubblicitarie e di sensibilizzazione sul tema.

Particolarmente attivi sono sembrati tutti i Centri intervistati, a partire da Donne al

Traguardo, che ha attuato una serie di iniziative: «Il Centro, nel corso degli anni, si

sta facendo conoscere sempre di più: noi, in questo senso, ci occupiamo di redigere

un calendario per essere presenti nelle piazze e nei mercati di Cagliari ed hinterland.

Siamo presenti alla Fiera Campionaria e alla Fiera Natale; organizziamo poi un

convegno annuale che riguarda la presentazione dei dati dell'anno appena precedente

insieme agli obiettivi ed ai progetti per l'anno successivo. L'anno scorso abbiamo

creato uno spot per la campagna del 2013, che stiamo promuovendo sia tramite delle

conferenze stampa, sia tramite la rete regionale Videolina; adesso siamo in trattativa

per proiettarlo sugli autobus. Chiaramente lasciamo i volantini del Centro nelle

diverse circoscrizioni, nelle scuole, negli ospedali, o dove ci possa essere comunque

una certa affluenza, per così dire. […] Per quanto riguarda i finanziamenti, da una

parte cerchiamo noi stessi dei fondi attraverso degli sponsor: l'anno scorso, ad

esempio, abbiamo indetto un concorso letterario tramite l'associazione, invitando le

donne a raccontare vere e proprie storie di resistenza e solidarietà femminile che

riguardassero qualunque ambito e non necessariamente la violenza. Per fare ciò,

abbiamo richiesto a degli sponsor di contribuire ad organizzare il concorso, mentre

per il convegno, la creazione dello spot e del materiale informativo, è una parte dei

finanziamenti regionali ad essere utilizzata.

Abbiamo anche avviato, sempre tramite il Centro antiviolenza, il progetto

“Marinando”, in partenariato con la fondazione- asilo “Marina-Stampace”, la

fondazione “Con il sud” ed “Enel cuore” ed altri partner: questo progetto è incentrato

126

sulle donne residenti nel quartiere Sa Marina e riguarda le problematiche anche

relative alla violenza, alla necessità di creare una rete e alla formazione in ambito

lavorativo di queste donne residenti in Marina. In questo caso, la pubblicizzazione di

tutto è avvenuta grazie alle fondazioni “Con il sud” ed “Enel cuore”, quindi noi in

realtà cerchiamo, oltre al finanziamento regionale, di avere degli altri sponsor che

possano aggiungersi».

Non da meno la campagna pubblicitaria del Centro Nuorese, di rilevanza nazionale

grazie al fatto di esser stato il primo Centro ad appartenere alla Rete Nazionale

D.i.Re e ad essere inserito come Centro pilota nel programma del 1522. Per questo

motivo, tutte le chiamate effettuate verso il numero unico, venivano in precedenza

inoltrate al Centro Nuorese.

La stessa responsabile del Centro “Donna Ceteris” di Cagliari, asserisce di essere

costantemente in contatto con la testata dell’Unione Sarda, tanto da aver ricevuto una

mail dal Direttore il giorno stesso dell’intervista. In questa si diceva che tutti i

collaboratori del giornale si sarebbero impegnati nella stesura corretta degli articoli:

sarebbero state utilizzate parole appropriate per la descrizione delle violenze e non

frasi come “delitto passionale” oppure “uccisa per il troppo amore”.

Anche il Centro Gallurese risulta essere particolarmente conosciuto all'esterno grazie

alle sue campagne informativo-pubblicitarie: esistono delle giornate particolari, come

il 7 e l'8 marzo o il 25 novembre, durante le quali viene fatta una sorta di “maratona

informativa”, con eventi finalizzati a diffondere le conoscenze sul fenomeno; ma,

non essendo un'emergenza della durata di soli due giorni, il Centro si propone di

svolgere giornate di formazione ed informazione sull'argomento durante tutto il corso

dell'anno, dedicate sia alle operatrici, sia al pubblico.

In conclusione, tutti i Centri reputano fondamentale lo svolgimento di campagne

informative e di sensibilizzazione all’interno degli istituti scolastici, partendo da

quelli primari sino alle scuole superiori. È infatti necessario che i ragazzi imparino il

rispetto di genere sin da piccoli e che riconoscano comportamenti che non debbano

essere assolutamente perpetrati.

Un dato preoccupante rilevato in tutte le interviste è l’aumento vertiginoso delle

richieste d’aiuto negli ultimi cinque anni: se questo, da una parte spaventa, dall’altra

appare come un dato positivo, poiché implica la volontà, da parte delle vittime, di

voler uscire dall'ombra e di non voler più tacere su atti e comportamenti che sino a

127

poco tempo fa (e purtroppo ancora in alcune realtà) sono considerati come normali e

dovuti. Una nota rincuorante si riscontra da parte dell'intervistata al Centro Donna

Ceteris: «Chiaramente le richieste d'aiuto sono aumentate, ma non certo perché sia

aumentato il numero delle violenze: queste sono sempre esistite, ma è cambiata la

consapevolezza grazie ai media e alle campagne di sensibilizzazione. Mai come

quest'anno ho visto una stampa attenta alle manifestazioni fatte il 25 novembre, ma è

opportuno non ricordarsi di un fenomeno sempre presente solamente in questo

giorno. Infatti, dal punto di vista nazionale, spesso i giornali ci trascurano: in

Sardegna, l'Unione Sarda è assolutamente attenta. Periodicamente veniamo contattati

o contattiamo il quotidiano per fornire dati e statistiche, oltre che novità dal punto di

vista del lavoro che svolgiamo in quanto Centro». Questo, a dimostrazione ulteriore

del fatto che il lavoro di rete sia fondamentale per il contrasto del fenomeno.

Nelle donne, vi è dunque una consapevolezza diversa rispetto a ciò che subiscono e

una voglia di dire basta alle violenze gratuite, di rivendicare la loro libertà e la loro

dignità.

Come racconta la responsabile del Centro OndaRosa di Nuoro, ‹‹..Il fatto che i media

facciano credere che il fenomeno stia aumentando, trattandolo come emergenza, fa

passare un messaggio distorto: l’emergenza ha un inizio e una fine, la violenza sulle

donne è un problema strutturale..››.

Questo dato è comune a tutte le interviste: se non si tratterà il problema come

strutturale, continuando a considerarlo solamente come una nuova emergenza, non si

lavorerà adeguatamente per creare strumenti atti a cambiare lo stato delle cose.

2. La seconda macro area riguarda le donne vittime di violenza: viene chiesto

alle operatrici di fornire un quadro generale sulla tipologia di vittime, su

quante di queste, dopo un iniziale richiesta di aiuto, proseguano il percorso di

cambiamento, in che cosa consista effettivamente questo percorso dal punto

di vista psicologico e legale e quanto mediamente duri. Inoltre, viene anche

considerato se esistano delle differenze nei territori analizzati, in relazione

alla cultura delle vittime.

Le risposte fornite in questa seconda macro area, non differiscono particolarmente,

anzi, tutte pongono l'accento sul concetto di “trasversalità”. La responsabile nuorese

racchiude tutte le risposte all'interno della sua: «La violenza è trasversale: non esiste

un livello socio-economico delle vittime, così come non esiste un livello socio-

128

economico del maltrattante; sono vittime appartenenti a tutte le classi sociali, a tutte

le culture ed a tutte le religioni, e anche questo vale anche per il maltrattante. Sono

donne normali le vittime, sono uomini normali i maltrattanti. Insomma, non esiste

una classificazione, anche se c'è da sfatare il mito circa il fatto che le violenze

vengano perpetrate solo nei ceti sociali più disagiati. Tra l'altro, non esiste un tipo di

violenza: essa è economica, fisica, psicologica, stalking. Il femminicidio non è un

tipo di violenza, ma spesso è l'unione di tutte queste, le quali non sono scisse, bensì

strettamente collegate.».

Tutte le donne continuano il percorso dopo aver intrapreso un primo contatto e,

qualora dovessero smettere di farsi sentire, è compito delle operatrici ricontattarle e

far loro comprendere che non sono sole. Torna ad essere centrale qui il concetto di

ascolto empatico, come riconosce la responsabile di Donna Ceteris: «Solitamente c'è

continuità, ma per loro la cosa più importante è sapere che noi ci siamo: nel

momento in cui sentono di aver bisogno di sfogarsi, devono sapere che noi siamo

qui, pronte ad accoglierle». Fondamentale, in proposito, è l'applicazione della

normativa nazionale e regionale, che prevede il gratuito patrocinio per le donne

vittime di violenza. Esse, infatti, potrebbero essere scoraggiate nel cercare una via di

fuga nella giustizia, qualora dipendessero completamente dallo stipendio del

maltrattante e non fossero per questo in grado di far fronte alle eventuali spese

processuali. L'unica carenza, riguardo l'applicazione di questa legge, riguarda i

tempi: nonostante il tutto si stia velocizzando, la donna maltrattata rimane in pericolo

(spesso di vita) per troppo tempo rispetto alla denuncia effettuata. Sarà allora

fondamentale la valutazione del rischio da parte del Centro antiviolenza di

riferimento il quale, nei casi di maggior pericolo, provvederà a spostare

immediatamente la donna in una casa rifugio.

I tempi di trattamento, sia psicologico che legale, possono essere più o meno elevati:

essi dipendono dal singolo caso trattato, così come dal tempo per cui la donna ha

subito violenza e dalle conseguenze psico-fisiche derivate.

In generale non si può parlare di un vero e proprio “recupero”: così come afferma la

responsabile del Centro OndaRosa ‹‹Le vittime di violenza non vanno recuperate,

non c’è niente da recuperare, vanno supportate nella liberazione dalla situazione che

subiscono››. Comunque, ogni caso è a sé stante, ogni storia va trattata diversamente

dalle altre ed ogni donna ha delle esigenze particolari; non si deve in alcun modo fare

129

l'errore di standardizzare la tipologia di trattamento considerando le vittime come

tutte uguali, in quanto si causerebbe probabilmente una doppia vittimizzazione.

Rispetto alla tipologia di abuso subito, nella maggior parte dei casi si tratta di

violenza fisica e psicologica, benché può accadere frequentemente, che queste forme

di maltrattamento, siano accompagnate anche da molestie economiche, sessuali i

svariate forme di stalking.

Già da diversi anni, tutti i Centri analizzati, fungono anche da sportelli anti stalking

ed in maniera più concreta a seguito della riformulazione della legge 8 del 2007,

aggiornata nel settembre 2013 proprio in materia di atti persecutori. Preoccupante la

risposta del Centro Gallurese circa la tipologia di vittime: viene spiegato che siano in

aumento quelle nella fascia d'età dai 50 ai 65 anni, probabilmente per il fatto che

abbiano spesso aspettato che i figli crescessero prima di porre fine alla relazione

d'abuso. Il dato preoccupante, più di questa “sopportazione perpetua” da parte di

donne di una certa età, è il numero delle giovanissime che si rivolgono ai Centri,

specialmente in riferimento al reato di stalking: ecco che ritorna dunque la necessità

di operare dal basso, partendo dall'educazione al rispetto all'interno degli istituti

scolastici. Questo dev'essere messo in pratica a partire dalle scuole elementari, dov'è

più probabile che i bambini siano in grado di imparare ad utilizzare il dialogo

paritetico come risoluzione dei conflitti, senza alcuna subordinazione/sottomissione.

Per quel che concerne l’iter seguito dalle vittime di violenza, le quattro intervistate

pongono l'accento sul un lavoro di rete: capita che le donne si presentino ai Centri

con una denuncia già sporta, o che contattino i Centri dopo essere andate al pronto

soccorso e che solo dopo procedono alla denuncia. Risulta importante, dunque, che le

istituzioni lavorino in modo coordinato affinché, come asserisce l’intervistata del

Centro “Donne al Traguardo” di Cagliari, ‹‹si ristabilisca un equilibrio, si

attribuiscono le giuste responsabilità al maltrattante, si ricostruisca l’autostima della

donna››. Non esiste, pertanto, un iter predefinito, ma un obiettivo comune da

raggiungere con tutti i mezzi a disposizione. Per evitare che alcune istituzioni

chiudano un occhio rispetto ad un fatto ancora troppe volte considerato “privato”, è

oggi obbligatorio, per il medico del pronto soccorso che riscontri l'avvenuta violenza

sulla donna, sporgere denuncia. Anche questo rappresenta un passo avanti rispetto al

passato, in cui l'obbligo era solamente una raccomandazione che in pochi mettevano

in pratica.

130

Una particolarità riscontrata nel Centro “Donne al Traguardo”, è che l’associazione

di riferimento si occupava già dal 2001 di maltrattamenti ed estrema povertà. In

proposito, grazie ad un progetto svolto con l'Assessorato alle Pari Opportunità del

Comune di Cagliari, si possono rivolgere al Centro anche donne straniere alle quali

l’associazione fornisce assistenza, alimenti e vestiario. Al di là della casa rifugio, e

ricollegandosi anche alla prima macro area, il Centro ha messo in atto il Progetto

Casa Insieme con l'aiuto della Fondazione Banco di Sardegna: come racconta

l'intervistata, «una volta che finiscono i quattro mesi, è difficile che le donne abbiano

trovato un lavoro ed un'altra casa, e questo è il motivo per cui noi, avviando questo

progetto, diamo la possibilità alle donne di rimanere in una delle nostre altre quattro

case. In questi casi, le donne danno un contributo economico che elargiscono una

volta che riescano ad ottenere un lavoro; anche qui, noi le aiutiamo con i viveri ed il

vestiario per i bambini, che possono prendere recandosi settimanalmente presso la

sede dell'associazione». L'imperativo diventa dunque non lasciare mai sole le donne

(ed i loro figli), ed accompagnarle lentamente nel percorso di riacquisizione della

propria identità.

3. La terza area tematica concentra l’attenzione sulle conseguenze che la vittima

di violenza si trova a dover affrontare: le patologie che può sviluppare e la

sua capacità morale di attribuire la responsabilità al maltrattante senza sentirsi

schiacciata dal senso di colpa.

Quest’ultimo elemento, può essere anche conseguenza dell’aiuto (o meno) ricevuto

dalla famiglia d’origine.

Le patologie maggiormente riscontrate nelle donne che si rivolgono ai Centri sono in

primo luogo disturbi post traumatici da stress e disturbi d’ansia: questo accade

soprattutto nei casi di stalking, dove la vittima necessita di percorsi piuttosto lunghi

affinché ‹‹smetta di guardarsi le spalle››. Ancora una volta, la risposta fornita dalla

responsabile nuorese sembra comprenderle tutte: «La violenza crea dei danni: il

danno da trauma si esprime in diverse forme, che vanno dal disturbo del senso di

sazietà all'alterazione del ritmo sonno-veglia, agli attacchi di panico, all'ansia, al

disturbo post-traumatico da stress. Tutto questo nelle donne esiste: noi non vogliamo

mai patologizzare il problema nel senso che, una donna che passa da un

maltrattamento ad un buon trattamento, vede già diminuire la sintomatologia relativa

a questo tipo di danni.» 131

Sostanzialmente, il danno prodotto è direttamente proporzionale e tempo in cui la

vittima resta invischiata all’interno della spirale della violenza.

La responsabile del Centro Prospettiva Donna di Olbia asserisce: ‹‹ È capitato che,

non sapendo a chi rivolgersi, le donne chiedessero aiuto agli istituti psichiatrici,

avendo delle sindromi post traumatiche da stress dovute al maltrattamento››.

Nel caso in cui, non venga riconosciuta la causa scatenante il disturbo, c'è il rischio

che la sintomatologia ‹‹possa anche essere medicalizzata per anni senza che si risolva

il vero problema, che continua a rimanere al suo posto››.

Naturalmente, come ricorda l’operatrice di Donne al Traguardo, loro non sono

autorizzate a fare delle diagnosi e, nei casi più gravi, inoltrano le donne al servizio

psichiatrico.

Può accadere, tuttavia, che le vittime, afferiscano ai Centri antiviolenza, su invio

dello psichiatra, che era stato anzitempo consultato dall'abusante il quale accusava la

vittima di essere pazza e di aver necessità di cure. Alla base di ciò si ritrova il senso

di colpa costantemente esperito dalle maltrattate: è questo, insieme all’idea che le

abusanti abbiano ragione, che le porta a denunciare solo nella minoranza dei casi. In

tali circostanze, dove le figure di supporto e accudimento scarseggiano o vengono a

mancare, è compito dei Centri antiviolenza fungere da appoggio e sostegno per la

vittima: lo scopo principale delle operatrici è quello di stimolare le donne maltrattate

ad una ricostruzione della propria autostima, attraverso l'utilizzo di colloqui

individuali e gruppi di auto-mutuo aiuto. Il punto di partenza sarà allora portare a

riconoscere la reale responsabilità del maltrattante, per poter ricominciare a vivere

forti di questa consapevolezza e non schiacciate dal senso di colpa e dalla vergogna.

Questa’auto-colpevolizzazione deriva dalla manipolazione psicologica del

maltrattante nei confronti della vittima: egli sarà in grado, allora, di disintegrarne la

personalità e la capacità di reazione. Il potere che l'abusante detiene, deriva anche

dall’aver isolato la vittima rispetto ad amici e parenti: è questo il motivo per il quale,

spesso, essa si ritrova completamente sola, non riuscendo a chiedere supporto e aiuto

alla famiglia d’origine. Accade di frequente che la madre della vittima fosse succube

di suo padre allo stesso modo, e che quindi tenda a giustificare il genero come a suo

tempo aveva giustificato il marito. Le donne hanno spesso paura di denunciare i

maltrattamenti in quanto il primo sfogo con qualcuno fra i conoscenti della coppia

tenderà a spingerle a fare in modo che si riappacifichi col maltrattante: ecco dunque

132

che l'intervento delle operatrici dei Centri antiviolenza diventa fondamentale. La loro

estraneità ai fatti, permetterà l’allontanamento (anche solo morale) delle vittime dal

contesto di copertura che circonda gli aguzzini.

E allora è qui che ci si pone un quesito: perché esistono ancora questi rischi? Perché i

problemi nazionali si ripercuotono costantemente sulle piccole province nelle quali

regna l'omertà e, proprio dove sarebbero necessarie un numero maggiore di case

rifugio, queste scarseggiano? Perché in Italia, ci si pone ancora nei confronti della

violenza domestica come nei confronti di un'emergenza, come un fenomeno da

iscrivere sì nell'agenda politica, ma che non vi è a priori. Qui sta il punto

problematico di uno stato come l'Italia: l'unica provincia esemplare da ogni punto di

vista risulta essere quella di Bolzano. In questa, infatti, sono presenti ben 41

appartamenti in cinque case rifugio, le quali sono capaci di ospitare centinaia di

donne e bambini. I fondi sono costanti e stanziati dalle istituzioni, oltre a quelli

relativi ai progetti, ma qual è il “segreto”? L'appartenenza, per certi versanti, ad uno

stato come quello dell'Austria, dove la realtà in questione non è considerata

emergenziale ma è affrontata come problema strutturale da oltre dieci anni: è questo

il motivo per cui si è riusciti, attraverso questi interventi, a diminuire i femminicidi

del 10%244.

4. La quarta ed ultima area tematica prende in esame la figura del maltrattante:

le caratteristiche personologiche, i legami emotivo/affettivi con la vittima, la

reale applicazione delle leggi in materia di abuso e le reali condanne che

vengono inflitte. Anche per l'abusante vige il principio di trasversalità per

classe d’età, reddito, paese di provenienza: le quattro intervistate concordano

sul fatto che il reo sembri agli occhi di tutti una persona normale, magari

divertente ed affascinante, probabilmente con una buona posizione socio-

economica. Secondo la direttrice di Donna Ceteris, «Lui magari è un uomo

realizzato: magari è talmente realizzato da considerare come una delle tante

“cose” da mettere in vetrina insieme ad un bell'orologio o ad una bella auto

anche una bella moglie, una moglie che gli appartenga. Non è più un

contadino, un operaio, un muratore incattivito dalla società in quanto non

realizzato e con uno stipendio misero: troviamo anche un “lui” libero

professionista, che guadagna bene e che si trova una donna che ha la

244 http://www.wave-network.org/ 133

consapevolezza di voler e dover essere trattata con rispetto, rispetto che lui

non vuole darle». Da qui, sorge spontaneo il riferimento al primo capitolo

dell'elaborato, nel quale viene descritto il mutamento della figura femminile

all'interno della società. Questa acquisizione progressiva di potere,

ravvisabile nella parità di genere vigente in un numero sempre maggiore di

ambiti, avrebbe avuto come conseguenza la reazione negativa dell'uomo

colpito nella sua virilità: la reazione di quest'ultimo, allora, si sarebbe

esplicitata nel commettere violenza nei confronti di chi gli “avrebbe sottratto

il ruolo predominante”.

Una delle intervistate ha raccontato un episodio esemplificativo di negligenza di un

padre nei confronti della figlia: un uomo ricco che, a sue spese, aveva finanziato

l’apertura di più scuole in paesi del terzo mondo ma che, per motivazione

apparentemente inesistenti, non pagava alla figlia il bus che la portasse a farsi curare

una grave malattia in un’altra città isolana: questo è solo uno dei tanti episodi che

lasciano esterrefatti rispetto a chi si è sempre creduto fosse un uomo dal cuore d’oro.

‹‹Il problema è che, più appartengono a classi sociale medio-alte, più è difficile per la

donna farsi credere: com’è possibile che un uomo di tale portate faccia le cose di cui

lei lo accusa?››.

Dunque, secondo i dati forniti dalle quattro intervistate, il maltrattante è più spesso

una persona “normale”, solo in un numero ristretto di casi (20%) ha problemi

psichiatrici che lo portano ad agire violenza.

Sono nettamente maggiori i casi in cui i problemi dai quali il reo è afflitto siano di

ordine sociale, e anche l’uso (o abuso) di alcol e stupefacenti possono incrementare

le violenze (cosi come l’aver subito maltrattamenti a loro volta da bambini), senza

però configurarne la causa primaria. Inoltre, a discapito degli stereotipi, l'operatrice

nuorese dice che: «Per quanto riguarda chi, da piccolo, abbia avuto esperienze di

violenza assistita, ha spesso maggiore probabilità di perpetrare violenze da grande se

è di sesso maschile, ha maggiore probabilità si subire violenza se invece è di sesso

femminile. Ma non tutti coloro i quali abbiano subito violenza sono maltrattanti».

Non è dunque così scontato agire violenza o subirla a seconda del vissuto, nonostante

le probabilità siano sensibilmente maggiori a seconda delle esperienze.

134

Viene sottolineato, nel primo Centro intervistato, che ‹‹si tratta per lo più di uomini

che non riconoscono la dignità e l’alterità della donna, considerata come un

oggetto››.

Come scordare Vanessa Scialfa, uccisa ad Enna dal fidanzato (e da poco convivente)

Francesco Lo Presti? Come si può pensare che quest'ultimo fosse in preda ad un

raptus, se lui stesso ha ammesso di averla voluta uccidere? Egli non solo l'ha

strangolata, ma sentendola agonizzante è tornato in camera per “finirla”; non solo

l'ha presa, sistemata dentro ad un sacco e buttata in una campagna, guidando per oltre

quindici chilometri, ma ha anche risposto al telefono per parlare con la suocera e

245

rassicurarla sul fatto che Vanessa stesse bene . Con tutta questa lucidità, allora,

com'è possibile parlare di raptus? Lo Presti era lucido mentre uccideva, mentre la

trasportava, mentre parlava al telefono con la suocera e mentre ripuliva il luogo del

delitto. E quando gli sono state chieste le motivazioni di un tale gesto, ha parlato di

gelosia. Gelosia che prima l'ha portato ad isolarla, a farla licenziare, a relegarla in

casa per quasi tutto il periodo di convivenza. Questi erano i campanelli d'allarme da

non sottovalutare, questo è ciò che deve far pensare di non poter essere invincibili:

spesso, non si può risolvere autonomamente la situazione, ma è necessario rivolgersi

a persone competenti ed esterne. Ancora più recente l'esempio della donna che, a

Carbonia, è stata salvata dalla figlia dopo esser stata brutalmente aggredita dal

246

marito: Salvatore Serra , trovato in stato di sensibile alterazione alcolica, aveva

detto che la donna fosse caduta da sola, ma i Carabinieri hanno successivamente

scoperto che questo fosse solo l'ultimo di una serie di soprusi che la donna subiva da

anni. Solo il tempestivo arrivo della figlia ha fatto sì che la situazione non

degenerasse ulteriormente.

Per quanto concerne l’applicazione della legge in materia, in particolare della 154 del

2001, e della conseguente condanna del reo, le risposte delle intervistate vanno verso

più direzioni: tutte concordano sul fatto che, in particolare nell’ultimo anno, i

procedimenti siano stati velocizzati e, sempre più spesso, sia stato predisposto

l’allontanamento del reo dalla casa coniugale. Purtroppo, tuttavia, non risulta

efficiente l’obbligo di risarcimento economico nei confronti della vittima: non sono

245 http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/27/confessa-presti-vanessa-scialfa-uccisa/210398/

246 http://lanuovasardegna.gelocal.it/carbonia/cronaca/2014/05/02/news/spintona-la-moglie-la-

butta-a-terra-e-le-prende-a-calci-arrestato-1.9150349 135

rari i casi in cui il reo si faccia addirittura licenziare pur di non versare gli alimenti.

Quest’ultimo è anche uno dei motivi per cui le vittime sono restie a denunciare i

maltrattanti: spesso esse non lavorano e, lasciare e denunciare colui che garantisce

una sussistenza economica, rischierebbe il venir meno delle risorse economiche

necessarie per la propria sopravvivenza e quella dei figli. Esemplare e conclusivo,

rispetto alle mancanze della normativa, risulta il commento del Centro Prospettiva

Donna: «Per quanto riguarda questa legge, relativamente all'obbligo di risarcimento

economico, viene utilizzato anche da noi che ci costituiamo parte civile in modo tale

che la donna abbia un ulteriore appoggio: è però assolutamente raro che riceva un

risarcimento equo rispetto al danno subito. I legali del Centro devono comunque

essere altamente preparati per mettere in campo tutti gli strumenti per agire, anche se

esiste una critica da fare: la maggior parte degli strumenti che possediamo in Italia

sono strumenti emergenziali e non strutturali, esiste dunque la necessità che ci sia

una legge integrale sulla violenza di genere com'è presente in altri paesi. Come si fa

ad istituire norme emergenziali per problemi strutturali? Si dà un messaggio che non

risolve il problema ma tende a mantenerlo vivo; la violenza è un fatto culturale ed è

da lì che si deve partire».

E quando sono le denunce ad essere usate come arma? E quando, proprio quelle

denunce che dovrebbero aiutare le vittime, si ritorcono contro? Tante donne che

avevano denunciato i loro aguzzini e potevano essere salvate, sono state lasciate sole

247

da quelle istituzioni alle quali avevano affidato la propria vita. Sabrina Blotti , Rosa

248

Trovato , sono solo alcuni dei nomi di donne coraggiose, che avevano deciso di

dire basta una volta per tutte, basta a quelle relazioni che non erano più degne di

essere chiamate tali. Se la giustizia fosse stata più celere, doverosamente celere,

sicuramente sarebbero state ancora in vita.

247 Uccisa da Gaetano delle Foglie, ex compagno della donna, che non accettava la fine della

loro relazione. Denunciato un mese prima della tragedia per stalking, ha esploso tre colpi di pistola

contro la donna al culmine di una lite e si è successivamente suicidato. Perché la frase “se non sei mia,

non devi essere di nessun altro” si concretizzi sino all'ultimo gesto folle.

http://www.oggi.it/attualita/cronaca/2012/05/31/uccide-la-sua-ex-e-si-barrica-nel-duomo-a-cervia-ora-

minaccia-di-togliersi-la-vita/

248 Anch'ella uccisa dal compagno della donna, Massimo La Terra, il quale avrebbe inizialmente

detto che la morte della moglie fosse dovuta a soffocamento causato da un bicchiere d'acqua. I segni

riscontrati successivamente all'autopsia, dimostrano invece la colpevolezza del marito. Quest'ultimo

era già stato in prigione precedentemente per il tentato omicidio del padre, a causa delle ripetute

violenze che quest'ultimo perpetrava nei confronti di madre e fratelli.

http://www.corrierediragusa.it/articoli/cronache/scicli/16378-mistero-sulla-morte-di-quarantenne-di-

scicli-omicidio-il-marito-interrogato-dai-carabinieri.html

136

Se i provvedimenti di allontanamento fossero stati applicati a dovere, oggi non si

parlerebbe di queste donne al passato.

3.4. I dati

Come già anticipato ad inizio capitolo, alcuni dei Centri intervistati hanno fornito le

loro statistiche annuali: nello specifico, solamente il Centro nuorese non ha donato i

propri dati ai fini della ricerca, asserendo di aver ricevuto 295 contatti durante il 2012

e 300 durante il 2013.

Nonostante alcune delle operatrici siano riuscite a fornire non solo i dettagli relativi

al 2012, ma anche quelli del 2013, si è ritenuto opportuno analizzare le prime, in

modo tale da poter effettuare un confronto quantitativo tra i tre Centri interessati

(Donna Ceteris, Donne al Traguardo, Prospettiva Donna).

Grazie alla successiva ricerca presso il sito internet dell'Associazione Nazionale

249

D.i.Re , è stato inoltre possibile accedere al database contenente le statistiche

nazionali, per poter confrontare quantitativamente anche queste ultime con la realtà

sarda.

Si può dunque tener conto del fatto che, se uno dei limiti dell'intervista semi-

strutturata risultava essere quello di non fornire dati specifici dal punto di vista

quantitativo, la gentilezza delle operatrici contattate ha reso possibile una maggior

completezza nella stesura dell'elaborato.

Analizzando nel triennio le informazioni del Centro Donna Ceteris di Cagliari,

emergono dei dati allarmanti: il numero di richieste di sostegno e le consulenze

specialistiche sono progressivamente aumentate passando da 110 telefonate nel 2011

a 232 nel 2013; anche il numero di consulenze è aumentato (da 3 nel 2011 a 148 nel

2013) (Grafico 1). Si conferma dunque, attraverso i dati, ciò che tutte le operatrici

hanno asserito verbalmente: negli ultimi anni, chiamate e consulenze sono aumentate

vertiginosamente. Nonostante l'aumento, però, non è detto che siano aumentate

anche le violenze: può essere capitato, semplicemente, che le donne abbiamo assunto

maggior consapevolezza del fenomeno e che per questo abbiano trovato di volta in

volta il coraggio di denunciare.

249 http://www.direcontrolaviolenza.it/ 137

La tipologia di violenza che ha subito la maggior impennata è stata quella dello

stalking, dove il numero delle vittime è più che raddoppiato (da 15 a 45). (Grafico 2)

Rispetto al 2012, nel 2013 la percentuale di vittime con figli è diminuita, forse

perché sono aumentate le richieste per stalking e perché la violenza subita si

consuma non più e non solo all'interno delle mura domestiche, ma anche al di fuori

(lavoro, sociale etc..). (Grafico 4).

I nuovi mezzi di comunicazione permettono una maggiore diffusione del problema e

l'uso di internet quale mezzo per richiedere aiuto sembra essere diventato lo

strumento d'elezione (Grafico 3). Il fattore tecnologico, però, è un'arma a doppio

taglio: scripta manent! Sarà dunque più semplice procedere alla denuncia ed alla

certezza della pena per il molestatore/maltrattante che perseguiti la sua vittima anche

mediante l'ausilio delle nuove tecnologie: gli investigatori, avendo a disposizione i

tabulati telefonici e quelli relativi alla messaggistica tramite cellulari o social

network, saranno facilitati nell'indagine e nella condanna del reo.

I dati ricevuti dal Centro Donne al traguardo (indicato, per comodità, come Cagliari

2), asseriscono che, nell'anno 2012, i soggetti che hanno preso contatto con il Centro

sono stati in totale 172, di cui l'83% ha avuto una presa in carico mentre il 17%, ha

interrotto dopo il primo colloquio. Il dato appare positivo, poiché la maggior parte di

coloro che finalmente hanno il coraggio di richiedere sostegno al Centro poi

proseguono gli incontri. (Grafico 6)

Come si evince dal grafico la maggior parte delle vittime si colloca di età compresa

tra i 31 e i 50 anni, così ripartite: 31/40 anni il 23%, mentre 41/50 anni il 30%.

(Grafico 7)

A conferma del fatto che il fenomeno non colpisca solamente i ceti medio/bassi, se

andiamo ad analizzare il livello di scolarità, si riscontra che questo è medio alto:

unendo infatti diploma, qualifica professionale e laurea, ne risulta che il 43% delle

vittime presenta un livello di scolarizzazione adeguato. (Grafico 8)

La scolarità non ha, tuttavia, riscontri positivi con l'occupazione, infatti, il 39% delle

vittime dichiara di essere disoccupata, solo una percentuale molto bassa delle vittime

svolge mansioni che le permettano effettivamente di potersi gestire economicamente

in maniera totalmente autonoma (Grafico 9). Il dato riguardante l'età appare

interessante ed in linea con quanto affermato nelle interviste: sono sempre maggiori

138

le donne che, nella fascia d'età tra i 41 ed i 50 anni, denunciano il maltrattante,

magari avendo subito soprusi per dieci, quindici anni. Cosa può portare le donne a

liberarsi proprio ora di questo fardello che le ha logorate per così tanto tempo?

Primariamente, la maggiore consapevolezza della gravità del fenomeno, dovuta in

larga parte anche all'eco mediatico degli ultimi anni. In secondo luogo, ancora tante

donne aspettano di far trascorrere ai figli un'infanzia “fintamente idilliaca”, per poi

decidere di dire basta alla violenza una volta che i bambini diventano adulti ed

indipendenti. Sono così convinte di aver assolto pienamente al ruolo genitoriale sino

alla riscontrata indipendenza dei figli, ma non è sempre così: il fatto di subire anni ed

anni di maltrattamenti, potrebbe richiedere ancora più tempo e difficoltà per la

fuoriuscita completa dalla spirale della violenza.

Il 90% delle vittime sono di nazionalità italiana, il 4,2 sono di nazionalità africana,

mentre il 3% provengono dall'est Europa (Grafico 10). Anche qui, ci si può aspettare

che le donne straniere a denunciare siano una minoranza rispetto a quelle che, in

realtà, subiscono violenza. La mancanza di una rete parentale ed amicale di

riferimento è la causa primaria di questa tendenza al silenzio: esse hanno paura di

perdere anche il poco che hanno a disposizione nello stato d'approdo qualora

dovessero sporgere denuncia. Inoltre, il fatto che spesso siano donne irregolari, le

rende ancor più insicure riguardo la richiesta d'aiuto: non consapevoli che in alcuni

casi, proprio grazie alla denuncia del maltrattante, siano previsti dei percorsi

250

integrativi con la concessione di un permesso di soggiorno , preferiscono

sopportare vessazioni continue.

La violenza può manifestarsi sotto differenti forme: quella più frequente risulta

essere la violenza fisica e psicologica, denunciata dalle vittime nel 39% dei casi, la

sola violenza psicologica rappresenta il 21% delle denunce (Grafico 11). Si ricordi,

però, che tutte le intervistate riscontrino situazioni di cumulabilità tra le varie

violenze: infatti, la violenza fisica non esplode mai da un giorno all'altro, ma diviene

la naturale conseguenza di soprusi di ordine psicologico.

Il ruolo del maltrattante viene ricoperto nella maggior parte dei casi dal marito (34%)

o dal compagno, a conferma del fatto che la violenza si consumi di solito all'interno

250 Vedi il Progetto Daphne relativo all'informazione, sensibilizzazione e prevenzione rispetto

alla violenza contro donne e bambini, alla tratta di persone ed alla messa in sicurezza delle situazioni a

rischio. 139

delle mura domestiche (Grafico 12). Fortunatamente, grazie alle leggi in vigore, ora è

possibile denunciare il reo a prescindere dal fatto di avere con lui un vincolo

matrimoniale. È sufficiente, infatti, che egli abbia una qualche relazione affettiva con

la vittima e, in caso di storia finita, il rapporto passato costituisce motivo aggravante

rispetto al compimento del reato.

Al Centro Prospettiva Donna di Olbia, nel 2012 sono pervenute al Centro 176

chiamate, di cui 130 prese in carico ( pari al 92%), dato decisamente positivo

tenendo in considerazione del timore che spesso caratterizza i soggetti vittime di

violenza: delle 130 vittime prese in carico il 20% sono state ospitate in casa rifugio

(32), mentre l'80% sono state accolte nel Centro antiviolenza. (Grafico 13)

Le vittime hanno per la maggiore un età compresa tra i 31/40 anni (35%) e i 41/50

anni (28%), di cui il 70% di nazionalità italiana e il restante 30% straniere (est-

Europa, Africa etc..) (Grafico 14-15)

La maggior parte delle vittime vive con il carnefice: il 42% delle vittime risulta

essere coniugata e il 29%, benché non legata da vincolo matrimoniale, convive.

Lo stato civile viene confermato anche dalla tipologia di violenza, che viene per la

maggior parte dei casi consumata tra le mura domestiche (93%). La tipologia di

violenza più comunemente messa in atto è quella psicologia (36%), che insieme alla

violenza fisica (27%), rappresentano le molestie più frequenti. (Grafico 16-17-18)

Il fatto che la violenza venga consumata in casa viene confermata anche dai dati

relativi al carnefice: nel 41% dei casi la violenza viene posta in essere dal coniuge e

nel 29% dei casi dal convivente, a conferma della disparità dei sessi che si instaura

all'interno della coppia. (Grafico 19) . Rispetto alla totalità delle richieste, 135

maltrattanti sono di nazionalità italiana e solo 27 sono stranieri, quasi a confermare

che non sempre un livello socioculturale medio basso o l'essere di nazionalità

straniera rinforzi l'uso della violenza quale mezzo coercitivo. Nonostante questa

disconferma, esistono dei dati che comunicano l'utilizzo della violenza come atto

“normale” in determinate culture. Prima tra tutte, quella albanese: nei casi di

coercizione alla prostituzione, la violenza è utilizzata a titolo preventivo, per evitare

ribellioni da parte delle donne, ma anche a titolo di “conferma” della supremazia

maschile sul genere femminile.

Quelli che appaiono preoccupanti sono i dati relativi alla violenza e agli effetti che

questa produce sulla vittima a breve medio e lungo termine: il 44,90% delle vittime

140

lamenta un ridotta fiducia in se stessa e un calo importante del livello di autostima; il

41,50% manifesta importanti disturbi del sonno, sindromi ansioso-depressive

(37%/35,1%) e difficoltà di concentrazione (24,3%). (Grafico 20)

Come si evince dal grafico 22 e 22A, sul confronto tra i Centri sardi, il 37% delle

richieste sono pervenute dal Centro nuorese (295) , dato allarmante se rapportato alla

densità della popolazione all'interno della provincia, soprattutto se si confrontano con

i dati con quelli ottenuti unendo i due Centri del capoluogo sardo (326). La tendenza

delle donne dell'entroterra all'omertà lascia ancora basiti: rivive in loro l'ideale della

donna forte, tenace, combattiva, che affronta i problemi come qualcosa di privato e

senza lamentarsi. I tempi sono cambiati, insomma, la cultura no.

Le vittime in tutti e tre i Centri hanno per la maggiore un'età compresa tra i 31 e i 50

anni e la violenza maggiormente esperita risulta essere quella psicologica.

Mettendo a confronto il Centro di Olbia con il Centro Cagliari 2 (Donne al

Traguardo) rispetto all'età delle vittime, si evince che età delle vittime tra i 41/50

anni è quasi la medesima. Mentre nel Centro Olbiese il numero delle vittime con

un'età compresa tra i 18/30 anni e i 30/40 anni è sensibilmente più elevata, nel Centro

di Cagliari c'è un'alta percentuale di vittime over 50 che subisce e denuncia violenza.

Mettendo a confronto la nazionalità delle vittime si riscontra che nel Centro

Gallurese la percentuale delle vittime straniere (30%) risulta essere sensibilmente più

elevata delle vittime straniere afferenti al Centro cagliaritano (10,5). (Grafico 23-24)

In relazione a ciò, si evince una presenza maggiore di extracomunitari nel Nord

dell'isola rispetto al Sud. Questa maggioranza si deve alla presenza, nelle immediate

vicinanze dell'Olbiese, della Costa Smeralda: con l'illusione di trovare lavoro,

stagionale o meno, sono sempre più numerose le giovani straniere che “tentano la

fortuna” in questo territorio, cadendo talvolta nelle trappole di associazioni volte al

traffico di esseri umani che tendono, appunto, a sfruttarle e maltrattarle.

Mettendo a confronto i tipi di violenza in due dei Centri analizzati (Olbia/Cagliari 2)

emerge quanto segue: i casi di violenza fisica sono decisamente più frequenti a

Cagliari (39%), mentre a Olbia sono più frequenti i casi di violenza psicologica

(36%); sommando i due dati la percentuale e l'incidenza del fenomeno a prescindere

dal territorio non varia. (Grafico 25) Dato allarmante risulta essere quello associato

alle vittime di stalking: sopratutto nel territorio Olbiese, le richieste di aiuto

ammontano al 19%. Rispetto al maltrattante, il coniuge/ex coniuge, rappresenta la

141

categoria più frequente di abusanti, dimostrando che la violenza avviene solitamente

in casa. Anche il convivente/ex oppure un familiare viene spesso additato come

carnefice anche se, nel Centro di Olbia, la percentuale risulta essere sensibilmente

più elevata. (Grafico 26)

Raffrontando la media nazionale con i dati forniti dal Centro di Olbia e dal Centro

Cagliaritano Donna Ceteris, emerge che in tutte e tre i casi la vittime sono

prettamente di nazionalità italiana, disconfermando lo stereotipo sociale secondo cui

solo le donne straniere siano vittime di soprusi. (Grafico 27)

Anche il dato relativo alla nazionalità dei maltrattanti ci conferma che sia nel Centro

di Olbia, e ancor di più in quello di Cagliari, la maggioranza dei carnefici siano di

nazionalità italiana. (Grafico 28)

Rispetto al grado di parentela/conoscenza che lega vittima a carnefice, si evince che,

nella maggior parte dei casi, i soprusi vengono posti in essere dal coniuge, benché la

percentuale nazionale sia decisamente più elevata. Per quanto riguarda il Centro di

Olbia si riscontra che risultano alti i punteggi relativi agli ex- partner e anche ad altri

familiari (figli, genitori etc..). I dati relativi a estranei e conoscenti, sono pressoché

sovrapponibili.(Grafico 29)

In relazione alla tipologia di violenza, i dati non appaiono sovrapponibili: nella realtà

nazionale i punteggi ottenuti rispetto alla violenza psicologica e a quella fisica

risultano essere decisamente più gravi rispetto a quelli ottenuti nella realtà sarda.

Dato allarmante è che, nella realtà olbiese, il numero delle richieste di supporto per

stalking risulta essere più elevato, sia rispetto all'altra realtà sarda, sia rispetto alla

media nazionale. (Grafico 30)

Mettendo a confronto i dati nazionali con quelli pervenuti dal Centro “Donna

Ceteris”, si riscontra che, all'interno della realtà sarda, c'è una maggiore difficoltà nel

richiedere consulenze specialistiche e questo dato, viene confermato dalle richieste

relative sia alle consulenze di tipo legale, sia quelle di natura psicologica. (Grafico

31)

Dunque, la possibilità di attingere alle statistiche dei Centri contattati, ha fatto

emergere diversi elementi: primariamente, lo stalking sta diventando la forma più

diffusa di violenza. Pur non avendo effetti immediati sul corpo, tipici di quella fisica,

si porta la vittima a vivere costantemente in uno stato d'ansia che può dare origine a

142

disturbi di tipo psicologico. In secondo luogo, dall'analisi dei dati si evince che

l'insorgenza sia delle violenze fisiche che di quelle psicologiche sembrerebbe essere

minore rispetto alle statistiche nazionali. A questo punto, le percentuali più basse

confermerebbero la tesi iniziale, circa il fatto che la società matriarcale abbia in

qualche modo protetto le donne sarde rispetto all'eventualità di subire maltrattamenti.

D'altro canto, però, si riscontra un maggior timore da parte delle stesse isolane a

chiedere aiuto: che sia per omertà o per le elevate capacità di sopportazione, questo

purtroppo rimane da scoprire.

L'Italia è stata l'ultima nazione ad adottare la legge contro lo stalking in Europa

(2009). Le previsioni e le speranze, riguardavano una fitta rete di centri e sportelli,

che sono concentrati per la maggior parte al nord dello Stivale. Inoltre, molti

finanziamenti derivano da progetti a termine: a cui si partecipa attraverso dei bandi e,

se non si vince, il rischio chiusura è alto.

Sempre a proposito dello stalking, chi assicura alle donne che questo mezzo non

venga utilizzato anche nei loro confronti, come una sorta di vendetta? Esistono dei

casi in cui si parla addirittura di “mobbing genitoriale”, quando uno dei due coniugi

(al quale è affidato il figlio) invita l'altro a richiamare per una costante assenza del

bambino: in questo caso, tramite i tabulati telefonici, si ha accesso esclusivamente al

numero di contatti ed alla durata, e non al testo. Il risultato sarà allora la possibilità

che questo venga utilizzato come un cavillo al quale aggrapparsi per far sconfinare il

divorzio dal procedimento civile alla sfera penale e rendere ancora più celere e

definitivo il distacco dal coniuge “fintamente stalkerizzato” e dal minore. Diventa

impossibile, per il presunto stalker, dimostrare all'autorità giudiziaria che sia stato il

presunto perseguitato ad invitarlo a richiamare durante l'arco della stessa giornata.

Un altro esempio riguarda il caso di quella donna che, filmata durante i rapporti

intimi con l'ex partner e il ritrovamento dei filmati su un sito internet, a seguito della

sua sparizione, contatta continuamente l’autore dei filmati, per chiedergli

spiegazioni, spaventata dal fatto che egli abbia ancora delle sue immagini e che

queste vengano rese pubbliche. La conseguenza di questi contatti si ritorce contro la

donna in quanto l'ex compagno approfittò dell'entrata in vigore della legge contro lo

251

stalking per sporgere denuncia.

251 http://www.corriere.it/inchieste/casi-limite-ma-sempre-piu-diffusi-ecco-quando-l-accusa-

stalking-diventa-strumento-vendetta/1fb845f2-c1ad-11e3-9f36-c28ea30209b6.shtml 143

4. Conclusioni

Le quattro aree tematiche trattate hanno dimostrato un'organizzazione similare tra i

Centri interpellati: tutti godono dei finanziamenti previsti dalla legge regionale, ai

quali affiancano campagne di autofinanziamento per ampliare le risorse da utilizzare

per formazione, informazione, sostentamento Centri e case rifugio. Le campagne in

questione non si sviluppano solo per “gli unici due giorni dell'anno in cui la donna è

importante agli occhi di tutti”, ovvero l'8 marzo ed il 25 novembre. Esse si

concretizzano durante tutto il corso dell'anno, per dimostrare la vicinanza e l'empatia

nei confronti delle donne. Per questo motivo, e per insegnare al prossimo che il

rispetto dell'altro si dovrebbe mettere in pratica per tutta la vita, tutti i Centri

svolgono apposite giornate informative all'interno degli edifici scolastici, sia primari

che secondari: l'educazione al rispetto dev'essere impartita da subito.

Le donne che contattano i Centri fissano con le operatrici il primo appuntamento per

la valutazione del rischio e l’organizzazione dei percorsi ad hoc per l’uscita dalla

situazione di violenza: nei casi più gravi, vengono contattate anche le forze

dell’ordine e si opera in cooperazione a queste per sistemare le vittime nelle case

rifugio e procedere per via legale nei confronti del maltrattante. Qui, ci si rende conto

del fatto che il primo colloquio possa potenzialmente salvare una vita. Come

ricordava la responsabile del primo Centro Cagliaritano, le situazioni che si possono

prospettare all'inizio del percorso sono tre: ci si può trovare davanti ad una donna che

vuole lasciare il maltrattante, ad una che l'abbia già lasciato, ad una che invece non lo

vuole lasciare. Nell'ultima eventualità citata, siamo in presenza del “pericolo

minore”: la donna si rivolge al Centro principalmente per rafforzare la propria

autostima, in attesa della piena consapevolezza circa il fatto di voler interrompere

ogni tipo di legame con il compagno violento. Nelle altre due ipotesi, invece, il

rischio maggiore si concretizza nel caso in cui lei lo voglia lasciare. Quando l'uomo

chiederà “un ultimo appuntamento per dirle addio”, potrà essere davvero l'ultima

volta in cui la si vedrà viva. Detto ciò, la preparazione delle operatrici dei Centri

antiviolenza dev'essere massima, proprio per evitare che la donna rischi la vita: in

casi simili, essa va trasferita immediatamente all'interno di una casa rifugio, va

aiutata a sporgere denuncia e, attraverso l'ausilio di personale qualificato, ad iniziare

una nuova vita senza il maltrattante.

144

Si è ben consapevoli del fatto che i giornali contengano tantissime notizie relative a

maltrattamenti familiari e non: le medie riscontrate sui quotidiani di portata nazionale

parlano di quasi uno al giorno, senza ricomprendere la cronaca relativa ai paesi

minori. Ci si chiede allora se, continuando a parlarne in questi termini, si possa

riuscire a far diminuire il fenomeno. Le operatrici dei Centri hanno parlato di alta

formazione, che contempli non solo gli appartenenti alle forze dell'ordine, le equipe

dei Centri, i dottori o gli infermieri all'interno degli ospedali. È importante che

l'istruzione circa le modalità con cui trattare determinati eventi venga fatta anche nei

confronti dei giornalisti che si occupano di questi casi. Il fondamentale aiuto dei

mass media, infatti, potrebbe essere vanificato da una trattazione errata: termini come

“delitto passionale” o “uccisa per il troppo amore” spostano “gratuitamente”

l'attenzione (e la colpa) dal carnefice verso la vittima. Quest'ultima diventa tale in

quanto “se l'è cercata”, è lei che ha dato modo al maltrattante di porre in essere

determinate condotte. Dunque, per evitare queste attribuzioni di responsabilità errate,

è opportuno che di queste notizie si occupi personale adeguatamente istruito in

materia.

Il costante contatto con le testate regionali, inoltre, dà modo ai Centri di far

conoscere le varie campagne di informazione e sensibilizzazione che abbiano lo

scopo di mostrare il loro operato alla popolazione, oltre ai numeri delle richieste

d’aiuto in continuo aggiornamento.

L’eco mediatico degli ultimi anni, ha fatto si che molte donne uscissero allo scoperto

e riuscissero a denunciare le violenze subite, infrangendo quel muro di silenzio che

contraddistingueva l’epoca precedente.

Anche per quanto riguarda vittime e aggressori non si riscontrano particolari

differenze nonostante i Centri siano situati in zone diverse dell’isola: trasversali

all’età e al reddito sono le prime, così sono i secondi. L'aggressore non ha un'etnia,

uno status socio-economico, un'età, un disturbo, ma appare una persona “normale”.

Spesso, anzi, una volta che interviene la denuncia da parte della donna, è proprio

quello il momento in cui potenzialmente potrebbe fingere di avere un disturbo

pregresso che in qualche modo giustificherebbe le azioni violente. Allo stesso modo,

non esiste un'età specifica, un'etnia specifica o uno status socio-economico di

riferimento in relazione alle vittime. Ciò che sta accadendo, però, continua a colpire

donne che abbiano un certo livello di scolarizzazione, forse proprio per questo

145

motivo “zittite” dal punto di vista fisico, in quanto in grado di controbattere

verbalmente a ciò che il reo asserisce.

Dal punto di vista morale e psicologico, quasi fosse un obbligo per le donne, esse

devono curarsi di prole, casa e coniuge senza potersi lamentare o poter decidere di

fare qualcosa per se stesse. D’altra parte, i maltrattanti non credono di commettere

azioni illegali, ma solamente di far valere il loro essere uomini (e dunque padroni) sia

nei confronti delle compagne che in quelli dei figli. Ci si trova dunque in una

situazione tale per cui si scardinano le basi dell'ordine matriarcale sardo al quale si

accennava nella premessa. La donna non è più una dea da venerare, non è più

"fondamentale": è un elemento quasi scomodo, soprattutto a causa della sua

intraprendenza e della sua forza interiore che la portano a saper essere oramai

moglie, madre e lavoratrice. L'uomo non accetta di non essere più l'unico "a portare i

pantaloni", non accetta di non essere il motore della famiglia: non sapendo in quale

modo reagire, però, lo fa nell'unico modo in cui è certo di non essere sopraffatto,

ovvero fisicamente.

Sebbene tutte le operatrici intervistate siano fermamente convinte dell’importanza

che le leggi e la loro applicazione rivestano in ordine al fenomeno, sono tutte critiche

nei confronti di un particolare: la concezione della violenza domestica come

“emergenza”.

Le operatrici lanciano quasi un appello, affinché si considerino tali dinamiche come

problemi strutturali e non come casi isolati.

La consapevolezza globale circa la natura strutturale, potrà innanzitutto permettere

un rispetto ed un’applicazione maggiore delle leggi in vigore, oltre allo stanziamento

di ulteriori fondi d’aiuto. Si dovrà pertanto lavorare affinché cambino le modalità

d'azione a partire dal livello macro, ovvero dall'applicazione delle normative

nazionali. Prima ancora di queste, sarebbe il caso che il Governo italiano e, di

conseguenza, le Giunte regionali, concedessero i giusti spazi alla rappresentatività

femminile. Partendo dal livello macro, per poi approdare a quello micro, si

riscontrano le primarie necessità esplicitate dall'Associazione D.i.Re al Presidente

del Consiglio Renzi nell'appello dello scorso aprile252. Primariamente, la necessità

che il Ministero delle Pari Opportunità venga ripristinato, visto che l'attuale Governo

l'ha abolito, e che continui il lavoro di mediazione tra istituzioni, associazioni e

252 http://www.direcontrolaviolenza.it/appello-dellassociazione-nazionale-d-i-re-al-governo/

146

amministrazioni centrali e decentrate a favore del nuovo piano antiviolenza. Inoltre è

necessario che, avendo l'Italia aderito alla Convenzione di Istanbul, l'esecutivo si

preoccupi di mettere in pratica tutte le direttive previste. Ancora, pur essendo stati

stanziati dei finanziamenti che sostenessero i Centri antiviolenza e l'applicazione

delle leggi sul femminicidio, essi non vengono elargiti in un'unica soluzione, ma a

piccole dosi, che non permettono di apportare cambiamenti significativi alla

situazione nazionale/regionale.

Proprio la mancanza di certezze in merito all'elargizione dei fondi stanziati, pone i

Centri e le associazioni in una posizione di stallo, la quale altro non fa se non

confermare il trattamento emergenziale del fenomeno. Infatti, se questo venisse

trattato come problema culturale/strutturale quale effettivamente è, probabilmente i

Centri non sarebbero in costante pericolo di chiusura.

Si accennava poc'anzi alla paradossale similarità dei dati sardi rispetto a quelli

italiani, in un luogo in cui al di fuori delle mura domestiche è sempre valso il codice

barbaricino ma, all'interno di casa, era la donna a comandare, (“matriarcato

barbaricino”). Proprio per questo motivo, le statistiche sarde sarebbero dovute essere

in netto contrasto con quelle italiane, o comunque sensibilmente minori per

incidenza.

Secondo la cultura sarda, sino a non molto tempo fa esistevano donne che

custodivano un sapere molto antico, erboriste chiamate orassionarjas che attraverso

il verbos curavano le persone e utilizzavano grano o riso per scacciare il malocchio.

Da non dimenticare le accabadòras, descritte nel libro di Michela Murgia253: esse

erano anziane del paese, chiamate per porre fine all’agonia sfiancante e duratura dei

moribondi (dal fenicio "hacab", mettere fine); oppure erano presenti in cimitero, per

“chiudere la casa”, girando tre volte la punta di una grossa chiave sulla tomba.

Esistono ancora oggi le deinas che praticano la cosiddetta “medicina dello spavento”:

grazie a potenziali collegamenti con l'occulto, esse sollevano dall'angoscia chi è

oppresso da incubi o ossessioni.

Le società patriarcali, sin dall'antichità, hanno sempre rifiutato il concetto di potere

attribuito alle donne, rappresentandole in forme mostruose, selvagge e crudeli. Anche

253 «“Acabar”, in spagnolo, significa finire. E in sardo “accabadora” è colei che finisce. Agli

occhi della comunità il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il

destino a compiersi. È lei l'ultima madre. »

http://www.einaudi.it/libri/libro/michela-murgia/accabadora/978880619780 147

in questo caso, ritorna dunque il concetto dell'uomo che si sente privato del suo

potere in quanto padre e marito, e la volontà di riappropriarsi della propria forza

anche mediante l'uso della violenza.

In conclusione si può dire che, grazie all'analisi delle interviste fatte alle operatrici

dei Centri sardi, e grazie soprattutto ai dati da queste forniti, si sia riscontrato un

parallelismo con la realtà nazionale.

La magia del ruolo femminile che tanto aveva incantato nei racconti delle epoche

precedenti, la tenacia e la forza delle donne ivi descritte, la sacralità delle stesse,

vengono spazzate via dalla forza burbera del maschilismo più crudele. L'imposizione

del potere maschile e maschilista non vuole sentire ragioni neanche laddove la donna

abbia sempre rivestito una certo ruolo: ciò, si concretizza nell'agire violenza in

risposta alla presa di posizione al femminile.

Anche la Sardegna, dunque, che pareva poter essere esente da certi atti vergognosi,

riempie le pagine di questo elaborato con le medesime parole che si ritrovano ogni

giorno sui quotidiani nazionali. L'unica differenza pare esistere in relazione al

numero di denunce sporte rispetto al numero di vittime: ancora troppo poche, ancora

in netta minoranza rispetto ai dati nazionali. Le donne sarde, convinte di essere forti

e di poter gestire da sè "un affare tipicamente privato", non vogliono prendere la

mano di quelle operatrici che ogni giorno lavorano, si informano e si impegnano per

loro.

Quali sarebbero le best practies da mettere in atto per avere una percentuale negativa

di femminicidi, come quella Austriaca? In primo luogo, è importante dare una

risposta alle donne: le operatrici hanno le competenze tecniche (sono tutte

iperspecializzate) per fornire sostegno, ma è fondamentale che i finanziamenti

esistano e siano continui, affinché la risposta sia quotidiana così come quotidiane

sono le violenze. Non bisogna dunque “tagliare sulla violenza”, ma fare in modo che

l'agenda politica contempli determinati fondi a priori, così come già accade nella

Provincia di Bolzano precedentemente citata o negli altri Stati Europei. È necessario

che l'Italia si conformi al resto del Continente anche per quanto riguarda la cura degli

uomini, che qui è solamente consigliata, altrove è necessariamente imposta ai

maltrattanti. È infatti utile che si annulli (o almeno si minimizzi) il rischio di

recidiva, fattore scatenante delle tragedie alle quali siamo tristemente abituati. Essi

devono riconoscere la gravità dei propri comportamenti, evitando di minimizzarne le

148

conseguenze e giungendo, mediante percorsi specifici, ad attribuirsi le colpe rispetto

alle reazioni spropositate che hanno portato alla morte delle vittime. Uno dei

maltrattanti intervistati dal giornalista Riccardo Iacona nella puntata di “Presa

254

Diretta ” del febbraio 2013 ha usato le seguenti parole per descrivere ciò che gli è

“scoppiato dentro”: «La violenza nell'uomo è una debolezza, non una forza. Le

donne, con la lingua ti fanno a pezzi... L'uomo resta li, non trova parole, urla, la

picchia... Egli ricorre alla violenza come scorciatoia, perché non ha argomenti con i

quali controbattere». Queste poche righe danno un'idea di ciò che l'uomo prova

davanti al suo sentirsi stranamente secondo rispetto alle opinioni di qualcuno: il

problema è la reazione, una reazione che chi scrive definirebbe “animalesca”, in

quanto basa la vittoria sulla supremazia fisica.

Ma, come confermano le intervistate, i maltrattanti non sono tutti uguali: esiste

ancora la figura del padre-padrone, incapace di concepire il l'evoluzione avvenuta

nella società; esiste l'uomo che continua a picchiare la donna senza addurre valide

motivazioni per giustificare il suo atteggiamento; esiste infine una minoranza di

uomini che presentano problematiche a livello psichiatrico. Costoro fanno parte del

numero "ufficiale", più spesso denunciato alla polizia. Al di là di questi, esiste un

numero nascosto che, ogni giorno con urla, botte, insulti, costruisce un clima di

terrore senza riuscire a fermarsi, pur rendendosi conto della potenziale gravità della

situazione. Ed è in queste circostanze che le probabilità di culminare in un tragico

255

finale aumentano. Per questo, Marina Malcarenghi , in un'intervista rilasciata al

Corriere della Sera, afferma che certe regole valgano anche per gli uomini: «Non si

tratta di riabilitare né di guarire; l’obbiettivo è indagare le cause che hanno lasciato

256

emergere l’istinto violento e disattivato i freni inibitori ».

Si parla di “colpo di abbandono improvviso” come fattore scatenante: i maltrattanti

non riescono a non rintracciare, ricontattare, o tentare un riavvicinamento con le

vittime. Entra così in gioco l'utilità di un percorso terapeutico obbligatorio anche per

i maltrattanti, che potrebbero altrimenti "non riuscire a smettere" anche dopo

ammonimenti e denunce. Gli uomini dipendenti dalle donne, così come i

254 http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-87cf8dde-2333-41e1-b497-

f6b2c15c6305.html

255 Psicoterapeuta di formazione junghiana e presidente di un'associazione per lo studio e la

psicoterapia della violenza

256 http://www.laprimapagina.net/cronaca-societa/82-storie-di-donne-maltrattate-dai-partner 149

tossicodipendenti, devono essere rieducati e riabilitati ad una relazione basata sul

concetto di rispetto. Insomma, la denuncia serve, ma, così come il percorso di uscita

dalla spirale della violenza per le donne è lungo e articolato, sarà altrettanto lungo ed

articolato quello degli autori di violenza che devono imparare ad instaurare le

relazioni affettive.

Dopo l'analisi effettuata si può azzardare un giudizio sulle leggi italiane che parrebbe

positivo, almeno dal punto di vista formale: le mancanze derivano dai tempi della

giustizia, ancora troppo lenta nello svolgimento delle indagini e dei processi,

soprattutto in relazione al tempo immediatamente successivo alla denuncia. Proprio

in quei giorni e settimane, come si è visto dagli esempi, può esserci quell'ultimo

incontro “fatale”.

Affinché la macchina della giustizia, insieme al resto delle istituzioni “in rete”

risultino efficienti, la violenza contro le donne deve entrare a pieno titolo nell'agenda

politica e perdere il carattere emergenziale che la contraddistingue. Tutto questo, una

volta effettuato a livello macro, e dunque da parte del governo centrale, potrà essere

messo in pratica anche nelle singole realtà regionali e provinciali, affinché si auspichi

al raggiungimento dei risultati esemplari come quelli del Sud Tirolo. Strumento di

forza per la costruzione di questa diversa e nuova realtà sarà naturalmente la

formazione, un alto livello di formazione che consenta non solo alle operatrici dei

centri, ma anche ai poliziotti ed ai medici di accogliere le vittime nella maniera

giusta, aiutandole a non sentirsi più sole.

È con le parole di un carabiniere che ha concesso un'intervista al Corriere della

257

Sera , che questo elaborato desidera essere concluso, con un appello proveniente da

un uomo che, con il tempo, ha capito l'orrore che poteva vivere una vittima:

«Ma che gli hai detto per farti ridurre così?» [...] «Lo so, è una domanda

terribile per una donna che bussa in caserma con un occhio nero. È

come darle un’altra sberla, la più forte. Eppure non sapevo dire altro:

“Su, tornatene a casa, fate pace”. Non era cattiveria la mia, era

ignoranza. Oggi so dargli un nome: mancanza di competenze». […] Alla

violenza familiare e sessuale ci è finito per punizione, dopo un litigio con

il suo capitano. La pietra scartata. «Mi son ritrovato lì davanti a donne

257 http://27esimaora.corriere.it/articolo/linchiesta-storie-di-violenza3donne-che-denunciano-ma-

che-succede-dopoparlano-gli-operatori/

150 violentate e bambini abusati, orrore senza fine. Ho dovuto rimboccarmi

le maniche, cercare di capire, leggermi libri, comprati a mie spese

s’intende. Poi finalmente è arrivata la formazione.

Lo scriva che la formazione è fondamentale». Anche se poi per questi

uomini in trincea ci sarebbe bisogno di molto altro, anche di aiuto. «Ha

ragione, a noi non ci si fila nessuno. Ci sono momenti terribili, ma lo

psicologo è un lusso che non possiamo permetterci».

«Rischi di venir travolto dall’onda di dolore, quando una donna

stravolta inizia a parlare. È una gran fatica non perdere il filo, la

pazienza, la sua fiducia e riuscire a collocare gli eventi nel tempo e nello

spazio. Operazione fondamentale per costruire una buona denuncia. Ci

vogliono anche sei/otto ore di lavoro e due o tre colloqui».

«Mentre lei parla, un fiume in piena, qualche volta il pensiero corre a

mia moglie, alle nostre molte diversità, alle mie rigidità, vorrei fosse

fiera di me e le sono grato di essere una donna forte e libera» .

«Non giudico chi ho davanti, cerco di non farlo, ma non sono ancora

riuscito ad accettare la lunga sopportazione di botte e insulti: ma come

si fa a stare con certi animali? Certe volte mi sale la rabbia, quando ci

sono di mezzo i bambini, divento duro,non sopporto incertezze e

complicità. Poi so che la via più efficace, nel contrasto all’emergenza,

resta quella di far sentire accolte e protette. Ci sono donne che i lividi

più resistenti li portano nell’anima, ma che poi sanno reagire. È il

momento più pericoloso,lui sente di uscire dall’orizzonte, sente che è per

sempre e diventa più violento. Scatta a quel punto la protezione».

«Mi sento a posto se una donna lascia la caserma sapendo di non essere

sola e di essere protetta. Subito dopo corro ad abbracciare le mie figlie,

ne ho bisogno come l’aria. E infatti, scusi, devo scappare, non vorrei

arrivare in ritardo al saggio di danza» 151

Con queste poche righe, chi scrive cerca di alzare la voce e dare ancora più forza a

queste parole, perché non è mai troppo tardi per informarsi e per iniziare ad agire

concretamente contro “il mostro” della violenza.

Il percorso di stesura della tesi è iniziato nel settembre del 2013, per concludersi

durante lo scorso giugno. Durante questi mesi, chi scrive è rimasto colpito dalla

grande quantità di casi e testimonianze di violenza delle quali si viene a conoscenza

cercando di avvicinarsi all'argomento, senza illudersi di avere gli strumenti tipici di

chi ne ha fatto il lavoro della vita. Più si è cercato di andare a fondo, più si è rischiato

di essere risucchiati da un turbine di emozioni negative: è infatti capitato che chi

scrive pensasse di “perdere la speranza” rispetto all'utilità di un lavoro come questo,

che può essere considerato solo come una goccia in un “mare sommerso”.

Si è cercato di informarsi e di informare tramite le interviste alle operatrici, la lettura

di saggi teorici, di libri che raccontano di storie andate a lieto fine, di altri che

narrano le vicende di chi non può più parlare. Articoli di giornale, diari scritti dalle

donne mentre quotidianamente subivano soprusi di ogni genere, fonti di prova

inequivocabili per incastrare i maltrattanti.

Tutto questo sembrava essere poco, uno sforzo minimo, uno sforzo a metà. Come se,

cercando di aggiungere una voce al coro di chi dice basta, questa fosse comunque

troppo bassa per poter aiutare la causa.

La quotidianità degli ultimi nove mesi è cambiata, come sono cambiati lo sguardo e

l'udito di chi scrive: ciò che prima veniva sentito, ora viene ascoltato. Ciò che prima

veniva visto, ora viene guardato.

Il merito di questo elaborato è stato essenzialmente quello di aver donato una visione

d'insieme più completa, caratterizzata da una maggiore attenzione, sensibilità ed

empatia rispetto ad un tema ancora troppo sottovalutato.

In ogni sguardo che si incontra sul bus, per strada, sul treno, ora si cerca di andare

oltre l'apparenza: si cerca di capire se il trucco mascheri un livido, se dietro un

sorriso distratto si nasconda una richiesta d'aiuto. Nel proprio riflesso, davanti allo

specchio, ci si chiede se durante la giornata appena conclusa si sia fatto abbastanza,

si sia concesso anche solo un sorriso in più. Talvolta ci si rende conto della vicinanza

di quanto narrato con il vissuto quotidiano di conoscenti che, pur non arrivando alle

botte, spesso mostrano come possa essere stridente una relazione asimmetrica,

152

soprattutto tra giovani. Alla luce delle interviste, dello studio e dell'analisi della

normativa e del ventaglio di ipotesi di violenza possibili, ci si rende conto del fatto

che, ancor prima del rispetto della legge, il singolo debba mostrarsi aperto alla

conoscenza di realtà non rosee, di situazioni difficili e dolorose. Solamente così, sarà

possibile aprirsi ad un mutamento globale, solo così il numero di voci unite per dire

“no alla violenza!” potranno crescere, volontariamente e con orgoglio.

Questa tesi è dunque servita, nel piccolo di chi scrive, per una crescita interiore che si

spera possa trasparire da queste pagine e possa servire come esempio di

cambiamento, proprio in ragione di ciò che si spera avvenga nella società intera.

In tutti i capitoli è stato sottolineata la necessità di un cambio di visione del

fenomeno, non come emergenza, ma come qualcosa di strutturale, da cambiare in

quanto tale.

Se anche i soli lettori di questa tesi potessero avere lo stesso risultato, dal punto di

vista del percorso interiore, in merito ad un accresciuto senso di eguaglianza di

diritti, sarebbe già un passo avanti per il cambiamento auspicato per la collettività.

153

154

APPENDICE 1 AL CAPITOLO 3: I GRAFICI

CETERIS 232

300 154 148

110

200 86

73

100

0 2011 2012 2013

telefonate pervenute consulenza specialistica

Grafico 1: confronto dati 2011/2012/2013

2011 2012 2013

Telefonate 110 154 232

Pervenute

Consulenza 73 86 148

specialistica 155

tipologia di richiesta

2012 2013

232

154 148

86

61 45

42 42

29 15

telefonate consulenza consulenza consulenza totale

pervenute psicologica legale per stalking richiesta di

al centro consulenze

Grafico 2: tipologia di richiesta 2012 2013

Telefonate pervenute al 154 232

centro

Consulenza psicologica 42 61

Consulenza legale 29 42

Consulenza per stalking 15 45

Totale richieste consulenza 86 148

156 richiesta tramite internet

richiesta tramite internet

52%

21%

2012 2013

Grafico 3: richiesta tramite internet 2012 2013

Richiesta tramite internet 21% 52%

presenza di figli

presenza di figli

85% 73,40%

2012 2013

Grafico 4: presenza di figli 2012 2013

Presenza di figli 85% 73,50% 157

residenza cagliari/provincia

residenza cagliari/provincia 88,70%

63,30%

2012 2013

Grafico 5: residenza Cagliari/Provincia

2012 2013

Residenza 66,30% 88,70%

Cagliari/Provincia

CAGLIARI 2, DONNE AL TRAGUARDO

contatti con il centro

Presa in carico

Consulenze concluse al 1° colloquio

17% 83%

Grafico 6: contatti con il centro

158 2012 %

Presa in carico 142 82,5

Consulenze concluse al 30 17,5

primo colloquio

Totale 172 100

età delle vittime 18 – 25

5%

8% 9%

12% 26 – 30

31 – 40

23%

13% 41 – 50

51 – 65

30% >65

Grafico 7: età delle vittime

Età N. %

18-25 16 9,3

26-30 9 5,2

31-40 39 22,7

41-50 51 29,7

51-65 23 13,3

>65 14 8,1

NP 20 11,7

172 100 159

titolo di studio delle vittime

2% licenza elementare

licenza media

30% 25% qualifica professionale

diploma

11%

9% laurea

23% Np

Grafico 8: scolarizzazione

Scolarizzazione N. %

Licenza elementare 3 2

Licenza media 44 25,5

Qualifica professionale 20 11,6

Diploma 39 22,6

Laurea 15 8,7

NP 51 29,6

172 100

160 39%

45,00%

40,00%

35,00%

30,00%

25,00% 17,40%

20,00% 8,80%

15,00% 7% 5,90%

4,60%

10,00% 3% 3% 3%

2,30%1,10% 1,10%1,10%1,10% 1,10%0,50%

5,00%

0,00% occupazione

Grafico 9: occupazione

Occupazione N. %

Badante 15 8,80

Attività commerciali 4 2,30

Educatrice, psicologa, 2 1,10

ingegnere

Cameriera 5 3

Collaboratrice domestica 12 7

Estetista 2 1,10

Baby sitter 2 1,10

Infermiera, terapista 2 1,10

Impiegata 8 4,60

Insegnante 2 1,10

Mediatrice culturale 1 1

Libera professionista 5 5

Studentessa 5 5

Pensionata 10 10

Disoccupata 67 67

Non presente 30 17,40

172 100 161

NAZIONALITA'

ITALIA STRANIERA

10% 90%

Grafico 10: nazionalità

Provenienza N. %

Italia 154 89,5

Straniera 18 10,5

172 100

162 tipo di violenza

violenza psicologica violenza fisica e psicologica

molestie sessuali violenza sessuale

stalking mobbing

no casi di violenza economica

6% 21%

18%

1% 39%

9%

5% 1%

Grafico 11: tipologia violenza

Tipologia violenza N. %

Violenza psicologica 36 21

Violenza fisica e 67 39

psicologica

Molestie sessuali 2 1,1

Violenza sessuale 8 4,7

Stalking 16 9,3

Mobbing 2 1,1

No casi di violenza 10 17,5

Economica 11 6,3

172 100 163

soggetto maltrattante

3% marito

ex marito

17% compagno

34%

2% ex compagno

6% fratello-sorella

5% vicino di casa

2% genitori

5%

4% padre

12%

5%

2% sconosciuto

1% 1%

1%

Grafico 12: soggetto maltrattante

Soggetto maltrattante N. %

Marito 59 34,3

Ex Marito 8 4,7

Compagno 21 12,2

Ex Compagno 9 5,2

Fratello-sorella 2 1,2

Vicino Di Casa 2 1,2

Genitori 1 0,6

Padre 4 2,3

Sconosciuto 7 4,1

Figli 3 1,7

Conoscente 8 4,7

Parenti 10 5,8

Ambiente Di Lavoro 3 1,7

164 No Caso Violenza 30 17,4

Non Presente 5 2,9

172 100

OLBIA ACCOGLIENZA

Series1

176 130 32

telefonate pervenute accoglienza al centro ospitate in casa rifugio

Grafico 13: accoglienza

Telefonate Pervenute 176

Accoglienza Al Centro 130

Ospitate In Casa Rifugio 32 165

Età DELLE VITTIME

60 31/40; 57

50 41/50; 46

40

30 20/30; 27

20 51/60; 14

18/19; 12

10 oltre 75; 6

0 18/19 20/30 31/40 41/50 51/60 oltre 75

Grafico 14: età delle vittime

età Età N. %

18/19 12 7%

20/30 27 17%

31/40 57 35%

41/50 46 28%

51/60 14 9%

Oltre 75 6 4%

166 NAZIONALITA' VITTIME

italiane straniere

30% 70%

Grafico 15: nazionalità

Nazionalità N. %

Italiane 114 70%

Straniere 48 30%

stato civile vittime

50% coniugata; 42%

convivente;

40% 29%

30% nubile; 16%

20% separata; 9%

10%

0% nubile convivente separata coniugata

Grafico 16: stato civile vittime

Stato Civile %

Nubile 16%

Convivente 29%

Separata 9%

Coniugata 42% 167

tipo di violenza

domestica non domestica

7% 93%

Grafico 17: tipologia violenza

Tipo Di Violenza N. %

Domestica 150 93

Non Domestica 12 7

TIPO DI VIOLENZA

162

120 80

45 38

27% 36% 19%

10% 9%

Grafico 18: tipologia violenza (istogramma)

168 Tipo Di Violenza N. %

Fisica 120 27%

Psicologica 162 36%

Sessuale 45 10%

Economica 38 9%

Stalking, Gooming, 80 19%

Cyberstalking autore della violenza

coniuge convivente familiare conoscente sconosciuto

5%

4% 41%

21%

29%

Grafico 19: autore della violenza

Autore Della Violenza N. %

Coniuge 68 41%

Convivente 47 29%

Familiare 35 21%

Conoscente 7 4%

Sconosciuto 8 5% 169

effetti della violenza

50,00%

40,00%

30,00%

20,00%

10,00% perdita idee di

difficolt difficolt

di suidicio

disturbi dolori

à di à nel

depress

fiducia /autole

del ricorren

ansia concent gestire i

ione

sonno ti

e zionism

razione figli

autost… o

effetti della violenza 44,90% 41,50% 37% 35,10% 24,30% 18,50% 14,30% 12,30%

Grafico 20: effetti della violenza

Tipo Di Violenza N.

Perdita Di Fiducia E Autostima 44,90%

Disturbi Del Sonno 41,50%

Ansia 37%

Depressione 35,10%

Difficoltà Di Concentrazione 24,30%

Dolori Ricorrenti 18,50%

Difficoltà Nel Gestire I Figli 14,30%

Idee Di Suidicio/autolezionismo 12,30%

170 nazionalità maltrattanti

nazionalità maltrattanti

135

150

100 27

50

0 italiani stranieri

Grafico 21: nazionalità

Nazionalità Maltrattanti N.

Italiani 135

Stranieri 27 171

DATI SARDI A CONFRONTO

RICHIESTE AI CENTRI

telefonate pervenute consulenza specialistica

176 172

162 154 142

86

OLBIA CETERIS CAGLIARI 2

Grafico 22: richieste ai clienti OLBIA CETERIS

Telefonate Pervenute 176 154

Consulenza Specialistica 162 86

richiesta

olbia nuoro ceteris cagliari

22% 22%

19% 37%

Grafico 23: richieste

Olbia Nuoro Ceteris Cagliari

176 295 154 172

172 vittime a confronto

olbia cagliari 2

35% 29,70%

28%

24% 22,70% 21,40%

14,50% 13%

18/30anni 31/40 anni 41/50 anni oltre 51 anni

Grafico 24: vittime a confronto Olbia Cagliari 2

18/30anni 24% 14,50%

31/40 Anni 35% 22,70%

41/50 Anni 28% 29,70%

Oltre 51 Anni 13% 21,40% 173

nazionalità delle vittime

italiane straniere

89,50%

70% 30% 10,50%

olbia cagliari 2

Grafico 25: nazionalità delle vittime

Nazionalità N. %

Italiana 70% 89,50%

Straniera 30% 10,50%

tipi di violenza

olbia cagliari 2

39% 36%

27% 21% 19%

10,40%

10% 9%

6,30%

5,80% a

a a le c

ic

ic ic /

m

a g

g u

is in g

lo m

s o in

f s

o n

e lk

o

o

ic s a

o

c

s

p e t

g s

/ r

g e

in b

y

lk

a

t

s

Grafico 26: tipologia violenza

Tipo Di Violenza Olbia Cagliari 2

Fisica 27% 39%

Psicologica 36% 21%

174 Sessuale 10% 5,80%

Economica 9% 6,30%

Stalking, Gooming, 19% 10,40%

Cyberstalking carnefice

olbia cagliari 2

41%

39% 29% 21%

17,40% 11,60% 7,60% 5%

4,10%

4%

Grafico 27: carnefice Olbia Cagliari 2

Coniuge/ex 41% 39%

Convivente/ex 29% 17,40%

Familiare 21% 11,60%

Conoscente, Vicino, 4% 7,60%

Lavoro

Sconosciuto 5% 4,10% 175

CONFRONTO CON DATI NAZIONALI

cittadinanza vittime

italiana straniera 89,50%

70%

69,26%

30,74% 30% 10,50%

D.I.re OLBIA cagliari 2

Grafico 28: cittadinanza vittime

Cittadinanza D.I.re Olbia Cagliari 2

Vittime

Italiana 69,26% 70% 89,50%

Straniera 30,74% 30% 10,50%

176 nazionalità maltrattanti

italiani stranieri

89,50%

83,33%

72,12%

27,88% 16,67% 10,50%

D.I.re OLBIA cagliari 2

Grafico 29: nazionalità maltrattanti

Nazionalità D.I.re Olbia Cagliari 2

Maltrattanti

Italiani 72,12% 83,33% 89,50%

Stranieri 27,88% 16,67% 10,50% 177

chi commette il reato

D.I.re OLBIA cagliari 2

62,24% 47%

41% 29% 21%

20,61% 11,60%

9,90% 9,29% 7,60%

5,71%

5%

4,10% 4%

2,15%

Grafico 30: chi commette il reato

Chi Commette In D.I.re Olbia cagliari 2

Reato

Partner 62,24% 41% 47%

Ex-partner 20,61% 29% 9,90%

Familiare 9,29% 21% 11,60%

Estraneo 2,15% 5% 4,10%

Amico, Conoscente 5,71% 4% 7,60%

Collega

178


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

225

PESO

1.62 MB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in Scienze criminologiche per l'investigazione e la sicurezza
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martolino.kokky di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria dei processi di vittimizzazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Vezzadini Susanna.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea magistrale in scienze criminologiche per l'investigazione e la sicurezza

Tecniche investigative applicate - Appunti
Appunto
Riassunto esame Criminologia applicata, prof. Bisi, libro consigliato Soda caustica, allume di rocca e pece greca: Il caso Cianciulli
Appunto
Riassunto esame Criminologia applicata, Criminologia e vittimologia Metodologia e strategie operative, Sette, prof. Bisi
Appunto
Riassunto esame Criminologia applicata, prof. Bisi, libro consigliato Tossicodipendenze comunità e trattamento
Appunto