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Tesi, La gestione dello stress nell'immersione subacquea

Elaborato dal titolo La gestione dello stress nell'immersione subacquea, compilativo su storia, evoluzione dell'immersione subacquea con ara. Analisi dello stress con raccolta e deduzioni sui dati di incidenti correlati a questo per la cattedra di Psicologia sociale speciale del professor Pietrantoni

Materia di Psicologia sociale speciale relatore Prof. L. Pietrantoni

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Ipotermia. Contaminazione.

Discesa Primari o Aumento della Barotrauma(BT):

Meccanici pressione negli spazi Auricolare. Facciale.

aerei del corpo Seno paranasale. Polmonare.

Fondo Secondari o Aumento della Intossicazione: O , CO, CO .

2 2

Biochimici pressione parziale dei Narcosi: N .

2

gas

Aumento della Accumulo progressivo di N disciolto nel

2

solubilità dei gas sangue e nei tessuti.

Ascesa Primari o Diminuzione della Barotrauma(BT):

Meccanici pressione negli spazi Auricolare. Seno paranasale. Dentale.

aerei del corpo. Gastrintestinale. Polmonare: Efisema

sottocutanei, Enfisema mediastinico,

Pneumotorace, Embolia Gassosa.

Secondari o Presenza di bolle di Malattia da decompressione(MDD):

Biochimici azoto tissutali o di primo tipo (forma lieve),

intravascolari di secondo tipo (forma grave).

Gli incidenti sopra elencati sono limitati all’immersione con ARA

(autorespiratore ad aria) detto anche SCUBA (Self Contained Underwater

Breathing Aparatus) ad aria compressa.

L’incidente da trauma che può passare quando ancora in superficie, è la

conseguenza di urti con l’imbarcazione durante l’ingresso in acqua o

lesioni causate da un innavvertito impatto con l’elica dell’imbarco così

come lesioni provocate da animali marini quali meduse, ricci etc.

L’ingresso in acque fredde dopo una alunga esposizione al sole può

causare uno schok termico con sincope (Idrocuzione) che può oltremodo

sovraintendere all’annegamento.

Una cattiva pulizia delle orecchie e/o lo svolgere frequenti immersioni,

può determinare la perdita del naturale cerume di protezione dell’orecchio

e favorire la crescita di batteri causa di infezioni dell’apparato uditivo.

Il contatto di un orecchio lacerato con acque contaminate causa prurito,

dolori ed infezioni. Acque chimicamente contaminate e materiali tossici

possono, inoltre, irritare la pelle o provocare varie complicazioni se

ingeriti.

Scendendo sotto la superficie dell’acqua, l’aumento della pressione ha

effetti di tipo meccano e biochimo sull’organismo umano e in fase di

discesa e durante la permanenza sul fondo, così come in ascesa. Durante la

fase di discesa gli spazi vuoti del corpo umano (stomaco, polmoni etc.)

subiscono l’azione meccanica della pressione, comprimendosi fino ad un

raro, ma possibile schiacciamento. Al contrario durante la risalita, la

diminuzione della pressione provoca il rigonfiamento degli spazi chiusi,

rischiando un eccessiva espansione.

Contrariamente all’idea comune che il pericolo pressione è principalmente

legato alla profondità, i maggiori problemi si manifestano a basse

profondità dove i cambi di volume sono più importanti. L’organismo

umano ha una buona capacità di sopportare elevate pressioni ambientali,

rispondendo, però, meno positivamente alle variazioni rapide. La

mancanza di equilibrio tra la pressione ambientale e quella dell’organismo

o la pressione del corpo e quella dell’aria respirata dalla bombola, provoca

barotraumi (BT). Il barotrauma si può manifestare sia in discesa che in

ascesa, momenti in cui i cambiamenti pressori provocano una variazione

dei volumi degli organi cavi contenenti gas.

Il rischio è maggiore a basse profondità perchè già a 10m la pressione

(2ATA) determina il dimezzamento dei volumi in discesa ed il raddoppio

in ascesa.

Un mancato ri-equilibrio tra le pressioni interne ed esterne dell’orecchio

può provocare la rottura della membrana timpanica.

Il barotrauma dell’orecchio esterno è associato ad un infiammazione , a

un’allergia pre-esistente o alla presenza di catarro nelle vie aeree superiori,

così come all’utilizzo di un cappuccio protettivo per immersione troppo

aderente alle orecchie da impedirne la compensazione.

Il barotrauma dell’orecchio interno è invece relazionato con la rottura della

cavità labirintica a causa di una inadeguata manovra di compensazione; si

manifesta con vertigini, ipoacusia e tinnitus durante l’immersione e dopo.

Anche l’equalizzazione dei seni paranasali e la compensazione per via

nasale dello spazio aereo delimitato dalla maschera può causare barotraumi

con sintomi dolorosi, congestivi ed emorragie.

Il barotrauma gastrico si manifesta raramente ed è legato alla fase di ascesa

quando l’espansione dei gas nel tratto digestivo si espandono. Solitamente

l’organismo elimina i gas presenti nello stomaco secondo le vie naturali, in

presenza di un blocco, la sovraespansione può causare forti dolori

addominali, spasmi, perdita di conoscenza e nei casi peggiori perforazione

dello stomaco.

In caso di ascesa rapida, la diminuzione della pressione ambientale

proddurrà, per la legge di Boyle, un’espansione esponenziale dei volumi

intratoracici fino a superare il limite di resistenza elastica se si trattiene la

respirazione. Se un subacqueo viene colto da attacco di panico cercando di

fuggire verso la superficie, può dimenticare di esalare o provocare uno

spasmo dei muscoli della gola che chiuderanno la glottide producendo in

entrambi i casi una dilatazione del polmone. Qusto può accadere anche nel

caso di ascesa normale se il soggetto non effettua una respirazione regolare

senza periodi di apnea. La sovradistensione polmonare o intratoracica (BT

polmonare) provocano: enfisema mediastinico che attacca il tessuto

connettivo del mediastino, pneumotorace se colpisce lo spazio

intrapleurico o un enfisema sottocutaneo se interessa si espande alla base

del collo. Se i volumi espansi in seguito alla lacerazione del polmone

copiscono le pareti dei vasi, l’aria entrerà in circolo sotto forma di bolle

(emboli gassosi) ed arriverà fino al cerebro provocando deficit neurologici

variabili in base alla zona colpita.

L’embolia gassosa arteriosa (EGA) è statisticamente dimostrato essere la

seconda causa di morte tra i subacquei. Questa può essere evitata risalendo

lentamente e respirando in continuazione senza mai trattenere il fiato.

All’azione meccanica pressioria, si accosta quella fisiologica che causa

un’alterazione dell’indice di assorbimento dei gas da parte dei tessuti e

loro dissoluzione nei fluidi corporei.

Elevate quantità di gas assimilati provoca intossicazione d’ossigeno,

narcosi d’azoto e malattia da decompressione.

L’intossicazione da monossido di carbonio può essere si influenzata dalla

pressione subacquea aumentata, ma è principalmente causata dalla

contaminazione della miscela respiratoria e quindi tossica anche a

pressione atmosferica.

L’intossicazione per anidride carbonica (CO ) può avvenire sia per

2

inalazione di aria contaminata, sia per un inadeguata ventilazione

polmonare per resistenze respiratorie, come risposta ad uno stato d’ansietà,

per eccesso di lavoro o per errato controllo della respirazione che provoca

una ritenzione dell’anidride carbonica nel corpo e innalzamento del suo

livello nel sangue: acidosi respiratoria. Ad un acidosi respiratoria il sistema

autogenico risponde inizialmente modificando la respirazione in rapida e

superficiale a cui fa seguito mal di testa e confusione. Inoltre questi effetti

favoriscono la narcosi, l’intossicazione d’ossigeno e la patologia da

decompressione.

L’intossicazione per ossigeno non rientra tra le infermità relative

all’immersione ricreativa a circuito aperto se vengono rispettate le quantità

di tale gas nelle miscele respirate. Diviene problema rilevante nei casi,

come nell’immersione sportiva a circuito chiuso, in cui si utilizza ossigeno

puro e la cui pressione parziale si avvicina a valori di 0,5ATA (zona limite

oltre la quale si manifesta ipossia ed iperossia).

L’esposizione a pressioni parziali d’azoto (N ) superiori a 4ATA provoca

2

un intossicazione denominata narcosi d’azoto. Il quadro sintomatologico è

rappresentato da uno stato di euforia ed inibizione del SNC, simile

all’intossicazione alcolica che attacca le funzioni mentali superiori

(difficoltà di concentrazione, di memoria, rendimento intellettuale e

fissaggio delle idee) accompagnato dalla perdita di destrezza manuale ed

uno stato di eccessiva sicurezza.

Gli effetti della narcosi son temporanei ma possono essere determinanti

per la sicurezza del subacqueo che con gesti inconsci ed incontrollati può

andare incontro ad annegamento, fuga rapida verso la superficie ed

omissioni delle tappe di decompressione. La fisiopatologia della narcosi

d’azoto non è tutt’ora chiara e si manifesta in modo diverso da soggetto a

soggetto e a differenti profondità essendo l’instabilità emozionale e

l’ansietà, variabili psicologiche che intervengono nella manifestazione

della narcosi.

Nella fase di risalita, al diminuire della pressione, il principale effetto

fisiologico dovuto ad una sovrasaturazione di gas inerti nell’organismo per

mancata decompressione, è la malattia da decompressione (MDD). Questa

patologia è caratterizzata dalla formazione di bolle per espansione dei gas

inerti disciolti nei tessuti durante le due fasi precedenti: discesa e fondo.

L’espansione dei gas è inevitabile, ma in condizioni di ascesa lenta e

controlata, le bolle di piccole dimensioni vengono lentamente eliminate

senza produrre danni. Se l’ascesa però è rapida (secondo i manuali PADI

maggiore di 18m/min), l’azoto (gas inerte) non avrà il tempo di passare dai

tessuti al polmone per essere eliminato attraverso la via respiratoria,

rimanendo imprigionato e separandosi dalla soluzione in cui disciolto

sottoforma di bolle. Se le formazioni d’azoto entrano nel sague, possono

bloccare la circolazione o comprimere le stutture adiacenti. Le forme più

lievi sono di tipo extravascolare: cutaneo, osteoarticolare e linfatico. La

seconda forma, più grave, è intravascolare e coinvolge il cervello, il

midollo spinale, i polmoni e l’orecchio interno. I sintomi più gravi si

identificano con quelli delle patologie cerebrovascolari(cefalee,

convulsioni, paresi, infato del miocardio etc.). Si può anche presentare

come malattia cronica sotto forma di necrosi asettica ossea anche in

soggetti che non presentano precedenti della malattia. Il rispetto delle

tabelle di decompressione e quindi dei tempi di risalita ottenuti attraverso i

vari calcoli effettuati negli anni fino ad oggi da grandi esperti, benchè non

azzerino il rischio di incidenza di questa malattia, lo riducono

enormemente.

L’importanza del mantenere uno stato di calma effettuando la discesa ed

ancor più la risalita in modo lento ed attento, conferma quanto i fattori

psicologici, relazionati all’ansietà, all’autocontrollo ed al controllo

dell’impulso intervengano sull’eziologia degli incidenti in immersione.

Dai report annuali presentati dal DAN sulle cause di mortalità in

immersione, l’embolia gassosa risulta essere seconda all’annegamento.

Fig.9 Principali cause di mortalità (DAN America 2010)

L’annegamento si presenta con elevata frequenza(70%) e può avere origini

variabili che coincidono in ogni caso con una perdità di capacità del

sommozzatore sott’acqua. Le ragioni di tale perdita sono connesse a

fattori umani, ambientali e d’attrezzatura come, deficenza di

autocontrollo, fatica, il rimanere impigliati, l’allagamento della maschera o

dell’erogatore, una scarsa preparazione, basse temperature etc.

3.2 Rilevanza del fattore umano

sull’epidemiologia degli incidenti

in immersone subacquea

L'identificazione delle ragioni che provocano un incidente e sua fatale

conclusione, avviene attraverso la scrupolosa analisi dei casi, indagando su

cada uno e seguendo un modello di indagine che permetta di risalire

all’evento scatenante.

Risalendo per la via che dall'evento finale ci riconduce al fattore scatenate,

si cercano anche risposte a “qual’è la causa immediata all’incidente?” e

“qual’è la disabilità che tale agente ha provocato conducendo alla morte?”

Fig.10 Root Cause Analysis modificato (Denoble, Caruso et al., 2008)

La Root Cause Analysis (RCA) è un metodo d’indagine che studia i fattori

causa d’incidente. L’analisi effettuata con questa metodica, non si limita ad

individuare la causa di morte (Cause of death) o la mancanza più prossima

a questo (disabling injury), ma analizza tutto il processo fino a risalire al

motivo primario che ha scatenato l’evento (trigger), ricercando gli agenti e

le azioni che hanno contribuito al risultato (Disabling agent/action). Lo

scopo finale di questa metodologia è quello di capire cosa, come e perchè

il fatto è accaduto e generare delle soluzioni che agiscano di conseguenza

sui punti chiave per evitare che si ripeta. Uno dei grandi vantaggi offerti da

questo tipo di indagine, è quello di permettere uan visione più ampia delle

cause, considerando anche una eventuale concorrenza di più fattori. La

maggioranza degli eventi che si manifestano nell’attività subacquea

vengono generati da cause concorrenti, difficilmente a monte di un

incidente se ne può identificare conchiarezza una sola. Come nel caso

delle indagini in generale, anche la RCA trova i suoi limiti nelle risorse

ricavabili dalle difficili e complesse indagini. I margini d’applicazione di

questo metodono verranno ripresi anche di seguito per quel che riguarda

l’identificazione dell’attacco di panico quale causa principale di incidenti.

Dai dati riportati dal DAN Diving Report 2008, l’affogamento e l'embolia

gassosa risultano essere non solo le più frequenti causa di morte, ma anche

i principali motivi di incidente (Disabling injury) che precedeno il tragico

evento. La ragione immediata che può provocare l’embolia gassosa è

senza dubbio un ascesa rapida e/o incontrollata; quel che scatena

l’annegamento può essere invece identificato tra una mancanza d’aria,

tossicità dei gas respirati, impossibilità di risalire in superficie.

Con un diagramma a backward, si può giungere al fattore scatenante

primario così come mostrato negli esempi in Fig.11 e 12 in cui vengono

presi in considerazione l’incidente per affogamento e per ascesa rapida.

Fig.11 Successione dei possibili problemi determinanti affogamento

Fig.12 Successione dei possibili problemi causa d’ascesa incontrollata

Nel 2008 Denoble, Caruso, Dear, Pieper e Vann utilizzano il “Root Cause

Analysis”(RCA) per pubblicare le più comuni cause di morte in

immersione ricreativa con circuito aperto. La RCA è una metodologia

d’indagine che analizza i fattori causali di un incidente. Attraverso questo

sistema, non viene individuato solo l’errore (COD) o le mancanze più

prossime all’incidente (disabling injury), ma cerca di risalire alla causa

scatenante che sta a monte (trigger), analizzando l’intero processo e

includendo le azioni colpevoli intermedie (disabling agent/acion). Lo

scopo di questa indagine dettagliata è quello di capire esattamente cos’è

successo, il come e perchè in modo da capire cosa si deve fare affinchè

non si ripeta.

Novecentoquarantasette casi avvenuti tra il 1992 ed il 2003 sono stati

rianalizzati cercando di individuare per ognuno il fattore scatenante

(Trigger), l’agente disabilitante (Disabling Agent), l’agente scatenante la

causa di morte (Disabling Injury) ed infine la causa di morte (COD, Cause

of Death). Secondo i risultati riportati pubblicamente, il fattore scatenante

è stato identificato nel 37% (346) della totalità dei casi (947); di questi

ultimi, il 41% sembra aver avuto una quantità di aria insufficente nel

cilindro, il 20% è rimasto intrappolato sul fondo, nel 15% vengono rivelati

problemi con l’attrezzatura ed infine il 10% sembra essere stato vittima di

correnti forti.

L’agente disabilitante (DA) è stato identificato in 332 casi quale, ascesa

rapida 55%, aria insufficente 27%, problemi d’assetto 13%. Ai 182 casi a

cui è stata attribuita l’ascesa rapida quale agente disabilitante, un-quinto

aveva riportato l’attacco di panico tra i verbali d’indagine, mentre per il

restante terzo, la ragione resta sconosciuta. Per la causa scatenate morte

(DI) la frequenza, sui 590 casi identificati, è del 33% per asfissia, 29%

EGA ed il 26% problemi cardiaci. L’asfissia viene qui considera con o

senza ingerimento d’acqua. Anche in questa analisi la causa di morte

(COD) maggiore risulta essere l’annegamento con un incidenza del 70%.

In un analisi finale dei diagrammi presentati precedentemente e dei

risultati qui sopra riportati, gli errori a monte che spiegano i fallimenti ed i

problemi determinanti l’affogamento e i gravi accidenti per ascesa

incontrollata, sembrano sostanzialmente sottostare a due grandi categorie,

errori umani e guasti delle attrezzature.

SCARSA

MANUTENZIONE Profondità inadeguata

• Respirazione incorretta

• Aria contaminata

• Carica inadeguata

• Valvola difettosa

SCARSO Controllo del respiro

• Errata pianificazione

CONTROLLO Impossibilità di sgancio

PRE- zavorra

IMMERSIONE Impossibilità nel gonfiaggio

• Competenze fisiche

• Sovracarico di lavoro

• Capacità d'adattamento

• Guasto 1°stage

SCARSA Guasto 2°stage

PREPARAZIONE Perdita della zavorra

• Rottura del sostegno zavorra

• Rottura del pulsante di

• scarico

ATTREZZATURA Errore nella valutazione di

DIFETTOSA scarico/carico GAV

Prima di ogni immersione, durante la fase di vestizione, si deve effettuare

tutti i controlli necessari per assicurarsi che tutto l’equipaggiamento

funzioni perfettamente; il “body check” dev’essere effettuato da una

seconda persona, buddy, che confermi che tutto è “ok”. Se questa fase

viene omessa o eseguita con negligenza, le cause che potevano derivare da

un malfunzionamento dell’attrezzatura, ricadranno in parte o totalmente

sotto l’errore umano: scarso controllo pre-immersione.

Le indagini sulle attrezzature delle vittime d’accidente hanno riportato la

rottura o il malfunzionamento di queste, in cima alle cause scatenanti

l’incidente, con frequenza molto bassa e quasi sempre associata ad altre

ragioni. Un guasto alle attrezzature può, inoltre, non essere imputabile alla

fabbricazione ma alla manutenzione. Sui manuali d’immersione si trovano

le raccomandazioni, tempi e metodi di revisione a cui deve essere

sottoposta ogni parte. Non far controllare erogatore, octopus (secondo

erogatore), gav etc. o tentare di sistemarli personalmente quando non si ha

le competenze per farlo, fa si che un eventuale guasto che in mare

provochi un incidente, dovrebbe essere imputato all’errore umano sotto la

voce “scarsa manutenzione” anzichè rientrare tra i guasti all’attrezzatura,

come invece solitamente avviene.

Il Dr. S.Tetlow, sviluppando il Fault Tree Analysis (FTA) sulla base di 286

casi di mortalità analizzati dal PARAS Consulting Ltd., ha notato che la

maggioranza dei diagrammi ad albero disegnati secondo il metodo “Root

Cause Anlysis” terminavano in scarsa manutenzione degi mezzi, mediocre

controllo pre-immersione ed insufficente preparazione.

Tav.6 Riassunto degli eventi termine del FTA di Tetlow (Tetlow, 2006)

I dati sopra espongono un 78% della totalità delle fatalità analizzate,

attribuibile alla mancanza di controllo pre-immersione e alla scarsa

manutenzione delle attrezzature. Questo dato viene sostenuto anche da

un’altra indagine pubblicata nel 2012 da M.P. Ramnefjell, I. Morild, S.J.

Mork e P.K. Lilleng. Su quaranta casi di incidenti mortali avvenuti in

Norvegia occidentale tra il 1983 ed il 2007, trentatre hanno permesso un

esame delle attrezzature e di questi, ventisette hanno riportato irregolarità

legate, o alla miscela utilizzata o all’equipaggiamento stesso. Allagamento

della muta stagna, parti mal incastrate nell’erogatore, corrosioni all’interno

del cilindro e residui d’acqua nella miscela respirabile, sono stati i risultati

da poter certamente addebitare ad una mancanza di controlli regolari

dell’attrezzatura o ancor peggio ad una auto-manutenzione mal riuscita. In

quattro, dei 27 casi, queste irregolarità sono risultate essere probabilmente

la causa scatenante l’incidente, mentre in altri 11 potrebbero essere stati

fattori concorrenti. In un caso, il problema dell’attrezzature è risultato

essere il diretto agente determinante la morte, in 3 casi invece l’irregolarità

dell’atrezzatura rilevata non ha avuto nessun influenza sul processo fatale,

mentre negli altri 9 casi non si è riusciti a determinare se il

malfunzionamento dell’attrezzatura può aver avuto o meno un impatto

sull’evento, le cause legate all’esito restano sconosciute (Ramnefjell,

Morild, Mørk & Lilleng, 2012).

La mancanza di controlli periodici secondo le linee guida, il frettoloso e

superficiale body-check pre-immersione rietrano sicuramente tra le

rilevanti cause d’incidente in acqua e in forma concorrente e in forma

determinante. Secondo Tetlow, anche molti fattori esterni ed ambientali

possono contribuire all’evoluzione drammatica di un evento. I fattori

esterni considerati sono gli stessor inclusi nella figura 2 del secondo

capitolo, che come egli spiega, possono degenerare in attacco di panico e

precisa, non ci son modi per prevenire o evitare completamente l’effetto

dello stress in immersione, ma si può agire sulle reazioni dei soggetti

attaccati lavorando sulla preparazione e sulla resistenza allo stress (Tetlow,

2006).

Fornendo ai soggetti in fase d’apprendimento tutte le informazioni

necessarie affinchè possano affrontare l’attività nel modo più conscio

possibile sia dentro che fuori dall’acqua, aiutandoli attraverso la pratica ad

acquisire maggiore sicurezza e ad effettuare gli adattamenti richiesti

dall’ambiente avverso, si ridurrà certamente l’incidenza del fattore umano

nella generazione Di eventi negativi e sicuramente avrà effetto positivo

sulla frequenza degli attacchi di panico, abbassandola.

Così come appare in uno degli alberi di Tetlow, la scarsa preparazione ed

un “indole” inadatta ad affrontare gli inevitabili stressor presenti

nell’attività subacquea, condurranno con molta più probabilità alla

manifestazione di panico, essendo quest’ultimo generato da ansieta e forti

risposte emozionali legate a paure e insicurezze.

Fig.13 Fattori determinanti panico in caso di ascesa incontrollata (21=stressor).

(Tetlow, 2006)

Come specificato per l’albero relativo allo stress, il simbolo a mezza luna

che collega i riquadri più in basso, è sinonimo di congiunzione; questo

significa che la scarsa preparazione, l’inattitudine all’attività e tutti gli

agenti stressanti, possono agire tanto singolarmente quanto in modo

concorrente all’esplosione di un attacco di panico. Gli agenti scatenanti

panico sono anch’essi connessi tra di loro e si influenzano reciprocamente

partecipando in modo variabile alla determinazione dell’ultimo. Essendo i

fattori stressanti quelli su cui si possono effettuare meno cambiamenti,

dipendendo molto meno dall’essere umano, non resta che agire

sull’allenamento e formazione psicofisica dell’individuo per poter ridurre

al minimo possibile gli incidenti.

In definitiva, l’errore umano ed il panico sono le principali cause di

incidente e mortalità in immersione subacquea (Brown, 1982; Bachrach &

Egstrom, 1987; Morgan, 1995, 1987; Shelanski, 1996).

3.3 Panico, precursore della maggioranza degli incidenti in

immersione: congetture o realtà?

Le indagini che vengono svolte su un incidente fatale in immersione

comprendono:

 Risultati dell’autopsia (anatomici, istiologici e tossicologici)

 La testimonianza di eventuale testimo e controllo incrociato

 Responso uffciale sulla valutazione dell’attrezzatura e prove

derivanti dal ritrovamento “in acqua”della vittima

 Dettagli forniti da ulteriori testimoni(compagni d’immersione,

capitano dell’imbarcazione, soccorritori o presenti)

Sulla base di ciò, si analizza il contributo delle condizioni mediche, delle

tecniche d’immersone, delle attrezzature (guaste o inadeguate) e quello

dato dai fattori ambientali, allo scatenarsi dei problemi.

Due sommozzatori recuperati morti da una x profondità con l’attrezzatura

funzionante e con ancora aria nel cilindro, la cui causa di morte viene

dichiarata dall’autopsia per affogamento, non permetterà una ricostruzione

degli eventi attraverso cui individuare il fattore scatenante a meno che non

ci siano testimoni. Questo è un esempio tra tanti possibili resoconti di un

indagine priva di dati sufficenti per accertare la dinamica dei fatti e

attribuire delle responsabilità (l’uso del termine “resposabilità” in questo

caso non è da cosiderarsi sotto un punto di vista legale, ma come

identificazione delle cause responsabili dell’evento).

I risultati di un autopsia identificano le ragioni ultime che provoca la morte

e potrebbero anche offrire indizi per risalire alle cause determinati, ma le

prove biologiche non permettono di individuare una possibile influenza del

fattore umano. L’attribuzione delle responsabilità di un incidente ad una

scarsa preparazione, ad una mediocre manutenzione o controllo

dell’attrezzatura, all’inadeguata risposta emozionale ad un agente

stressante e quindi ad ansia e panico, può avvenire solo per presunzione o

altrimenti, per testimonianza diretta di un’altro sommozzatore presente al

momento, il buddy per esempio.

Escludere l’ansia ed il panico dalle valutazioni statistiche a causa

dell’impossibilità di dimostrarli, significherebbe ignorare due delle

maggiori “cause contribuenti” d’incidenti in immersione (Egstrom,1987)

Prendiamo per esempio il caso rilevato dalla NUADC risalente al giugno

del 1993 a Redgranite, Wisconsin dove un istruttrice di 20 anni ed uno

studente di 34 anni furono trovati affogati durante un corso

d’addestramento. Al recupero i due, uno a 3 m e l’altro a 20m, non

avevano l’erogatore in posizione, i cilidri contenevano ancora aria, le

attrezzature apparivano funzionanti e non venivano evidenziati traumi

(McAniff, 1995).

Per quale motivo l’erogatore non era in posizione? I due l’hanno rimosso

volontariamente in una condizione di panico o è stato perso

accidentalmente?

La BSAC descrive un altro caso avvenuto nel luglio del 2012: due

sommozzatori si accingono ad effettuare un immersione su relitto. Prima di

scendere sotto la superficie, uno dei due dichiara di non sentirsi bene, ma

che una volta entrato in acqua sarebbe stato meglio. Quest’ultimo scende

per primo seguito dal suo compagno. In un primo momento il compagno si

dirige verso il punto sbagliato e, realizzato l’errore, cambia direzione verso

il sito corretto ed il sommozzatore sceso per primo. Nuotando verso

quest’ultimo, il compagno si accorge che l’uomo non aveva il regolatore in

bocca, la machera non era in posizione e cominciava ad affondare. Una

volta raggiunto il malcapitato, il compagno riesce ad inflettere il GAV,

liberare la cintura zavorrata e tenta di rimpiazzare l’erogatore ma senza

risultato, il soggetto non rispondeva. Con l’aiuto di altri due sommozzatori

giunti in soccorso, l’uomo viene portato in barca attivando

immediatamente le cure di primo soccorso. Nonostante il trasporto

immediato in elicottero dalla guardia costiera in ospedale, il soggetto non

ce la fa. Dall’esamine sulle attrezzature risulterà che l’erogatore era

normalmente funzionante e che il GAV era parziale gonfio. La guardia

costiera risporta che la vittima era alla sua prima immersione in mare dopo

12 anni di immersioni in acqua dolce, per questo motivo aveva indossava

una cintura-pesi aggiuntiva che venne ritrovata dopo il recupero.

Infarto è stata la causa di morte dichiarata dall’autopsia (Cumming, 2012).

Perchè l’uomo è stato trovato senza erogatore e maschera, nonostante tutto

fosse funzionante ed il cilindro pieno d’aria?

Molti testimoni di soggetti in attacco di panico dichiarano di aver visto le

vittime togliersi l’erogatore e la maschera nel disperato tentativo di

respirare liberamente e tornare alle condizioni naturali a cui siamo abituati

a vivere in superficie. Rispondere con esatta certezza a domande originate

da casi come questi non è possibile, ma è sicuramente più utile accettare

l’attacco di panico come fattore umano determinante accidenti e quindi

agire per ridurne l’incidenza, piuttosto che lasciare la domanda senza

risposta.

Tenendo sempre come esempi le due maggiori cause di morte, vedremo

che l’annegamento può essere la conseguenza finale di una carenza d’aria,

di un aggrovigliamento, di un embolia, di narcosi o panico; l’embolia

gassosa arteriosa, come già visto, è conseguenza di una rapida ascesa che a

sua volta viene effettuata quando in stato di panico. Spesso quando ci si

accorge di aver terminanto l’aria, si ha l’alternativa di respirare

dall’octopus del compagno di immersione o dalla così detta “Pony Bottle”,

una riserva d’aria minore in un piccolo cilindro che in alcune occasioni

viene trasportato assieme alla bottiglia primaria. Un individuo che, alla

carenza d’aria reagisce con un eccessivo stato d’ansia entrando in panico,

non considera le alternative possibili, non ragiona, si agita ed

inconsciamente può strapparsi l’erogatore nella disperata ricerca di aria e

affogare.Ugualmente, il restare impigliati in reti o tra i rami della

vegetazione marina potrebbe rimanere un problema di bassa entità se non

si entra in stato di panico consumando l’aria a disposizione per tachipnea e

finendo quindi per affogare.

I report della National Underwater Accident Data Center (NUADC) dal

1976 al 1988 indicano che in almeno un 19% fino ad un 42% di tutti i casi

di mortalità considerati, c’è un coinvolgimento di attacchi di panico.

Considerare una frequenza del 42% su tutti gli incidenti in immersione, è

già sufficiente a catturare l’attenzione su questo pericoloso fattore

psicologico e cercare di combatterlo con metodi migliori di quelli usati

fino ad oggi.

In un indagine interna al “Project Stickybeak” australiano e neozelandese

(AZN), C. Edmonds e D. Walker hanno concluso che tra 100 casi di

mortalità accaduti consecutivamente tra il 1980 e 1987, circa il 40% è

avvenuto per contributi medici di tipo psicologico. Le ragioni scatenanti la

morte, considerate sotto la voce “contributi medici”, oltre alle

manifestazioni psicologiche (es. panico, fatica) includevano quelle

fisiologiche (es.vomito, inidonietà fisica estrema) e le condizioni

patologiche (es.barotrauma polmonare, affogamento).

Fig.14 Influenza dei contributi medici sui casi di mortalita considerati

(Edmonds,Walker ANZ 1989)

Come si può notare, i risultati sono stati distinti in probabili e presunti.

Come espresso dagli autori, i fattori soggettivi quali panico e fatica, sono

stati valutati basandosi sulle testimonianze dei testimoni, inoltre in buona

parte dei casi erano associati ad altri fattori ambientali, tecnici e

d’equipaggiamento. L’affogamento per ingerimento di acqua salata è stato

delle volte, presumibilmente, attribuito al panico(19%), altre alla fatica.

L’affogamento, il panico e malattie cardiache si manifestano molto più

frequentemente di quanto risultato dai dati sopra. (Edmond, Walker 1989).

In conclusione, si può affermare che il fattore umano gioca un ruolo

primario sulla frequenza di incidenti nell’attività subacquea e la

preparazione psicologica del subacqueo è di indubbia importanza. L’idea

diffusa tra gli istruttori e studiosi del settore che l’instabilità emozionale ed

il panico sono in prima linea tra i nemici di un sommozzatore è

empiricamente fondata e allo stesso tempo sottovalutata dalle più comuni

scuole di formazione a questa attività.

Come detto nel secondo capitolo, il numero di individui che si avvicina a

questa pratica sportiva in modo ricreativo è in constante crescita. Ciò

comporta una maggiore varietà di soggetti con caratteristiche

comportamentali ed emotive differenti. È probabilmente questa la ragione

per cui, negli ultimi anni anche i dati statistici hanno riportato un superiore

influsso dell’ansia e stress quali “triggers”.

Fig.15 Comparazione in percentuale dei “Triggers” nei periodi considerati.

Una maggiore attenzione all’aspetto psicologico dell’immersione e forse

una rivisitazione dei manuali di subacquea per coloro che si avvicinano a

questo sport sembra essere necessaria.

Di altrettanta importanza, se non maggiore, è la formazione degli istruttori

che devono essere messi in guardia dei pericoli legati all’attività, in modo

adeguato e sotto tutti gli aspetti tecnici e psicofisici, affiche possano

tramandare le loro conoscenze per il bene collettivo della comunità

subacquea e la sicurezza di ogni individuo che ne entra a far parte.

Io personalmente, su circa sessanta immersioni a carico, sono stata

direttamente testimone di due casi d’attacco di panico. La situazione, solo

dall’esterno mi è parsa davvero drammatica e complessa da gestire.

Fortunatamente non sono stata io a dover intervenire, ma se avessi dovuto,

avrei certamente reagito per istinto, un istinto però non preparato

all’evenienza. L’apprendimento per esperienza o per errori, in un attività

estrema come la subacquea, può essere ammesso solo dopo aver utilizzato

tutti gli altri mezzi disponibili all’essere umano.

CAPITOLO 4

STRESS E PANICO DEL SUBACQUEO:

METODI DI RICONOSCIMENTO E PREVENZIONE

4.1 Riconoscere lo stress

Nell’agosto del 2010, al 5*Diving Resort Sundiving (Kaş-Turchia) dove

lavoravo come assistente, una coppia di giovani francesi, ragazzo e

ragazza, chiesero di provare per la prima volta nella loro vita ad

immergersi nelle acque del mediterraneo con un autorespiratore ad aria

compressa. Mentre l’istruttore assegnatogli, spiegava loro le conoscenze

minime necessarie per poter affrontare i 15min. di permanenza ad una

massima profondità di 5/8 metri in cui tutti gli strumenti sono controllati

dal diver esperto, io (Open Water) ed un amico (Advance Open Water)

scommettevamo sulla capacità di riuscita dei due “clienti”. Nessuno dei

due giovani sembrava agitato più del lecito e scambiando due chiacchiere,

entrambi dichiaravano di essere eccitati ma senza gran timore. Nonostante

le premesse sembravano a favore dei due, io ed il mio amico ci trovavamo

daccordo sul fatto che la ragazza non sarebbe riuscita a completare il giro.

Dopo soli tre minuti dall’ingresso in acqua, la scommessa era vinta: la

giovane donna decide di terminare l’immersione per un improbabile

problema di equalizzazione dell’orecchio avvertito a soli due metri di

profondità e dopo due soli tentativi. Appena fuori dall’acqua la ragazza

scoppiò in un pianto liberatorio. Il suo compagno, mai risalito in superfice

per alcun problema, terminò entusiasto i 35min di percorso. Come

eravamo riusciti a predire l’esito, nonostante la mancanza dei comuni

segnali d’agitazione e paura? Noi la chiamavamo intuizione.

In realtà, qualche tempo dopo, rimembrando il caso ed associandolo ad

alcuni insegnamenti forniti dal corso Rescue Dive, ho realizzato che non

era per fortuna o per dote eccezionale che avevamo indovinato la reazione

che avrebbe tenuto la giovane fracese, i segnali c’erano e noi eravamo

riusciti a captarli inconsciamente: la ragazza rispondeva alle nostre

domande sempre dopo aver rivolto lo sguardo al compagno in cerca

d’approvazione, lasciava che fosse sempre quest’ultimo a commentare lo

stato d’animo mentre lei solo confermava, non mostrava marcati segni

d’ansia, ne tanto meno però, appariva serena e rilassata. Le persone

rispondono ad uno stato d’agitazione interna in modo molto differente e

non c’è un legame biunivoco tra ansia e risposte fisiologiche, o per lo

meno, alcuni riescono a mascherare e controllare più di altri i cambiamenti

fisiologici legati alle emozioni. Nel caso descritto, potrei ipotizzare oggi,

che la ragazza nascondeva discretamente uno stato d’agitazione crescente,

esistente perchè non aveva deciso di svolgere l’attività di sua spontanea

volontà. Egli stessa aveva dichiarato, nella breve conversazione pre-

immersione, che l’idea di provare questo nuovo sport era partita dal

compagno. “La motivazione di uno studente che impara SCUBA e la sua

capacità di affrontare le situazioni potenzialmente perisolose, è altrettanto

cruciale per un immersione sicura” (RSTC, 1998, p.12)

Affrontare un’attività non perchè veramente lo vogliamo, ma per

assecondare un desiderio altrui, o per mostrare a terzi che ne siamo capaci,

nella stragrande maggioranza dei casi non porta buoni risultati. Quando le

motivazioni che ci spingono a fare qualcosa sono labili, non riusciranno ad

avere la meglio sulle paure e le insicurezze che ci portiamo dentro. Non è

raro per un istruttore o guida subacquea trovarsi di fronte persone che

effettuano il “battesimo del mare” spinti da motivazioni esterne. Sta nella

capacità di un istruttore, il saper riconoscere e comportarsi in maniera

differente con ogni individuo, in base a quello che si è appreso, al buon

senso ed alle circostanze. Se l’istruttore, del caso sopra, avesse tentato di

risolvere il problema dichiarato dalla ragazza, quando ancora in acqua

spingendola a proseguire, la difficile condizione emotiva in cui si trovava

avrebbe potuto premere così tanto da sfociare in un attacco di panico, che

indipendentemente dalla profondità a cui si manifesta, può avere tragiche

conseguenze.

Nei precedenti capitoli, abbiamo visto che gli stressor nella subacquea

attaccano qualsiasi individuo e che anche se ci si avvicina a questa attività

con motivazioni interne e convinzioni personali, non si è immuni dal

rischio di ritrovarsi vittima di un attacco di panico. Abbiamo anche

affermato che soggetti con un tratto d’ansia elevato sono maggiormente a

rischio di altri. Da qui, quindi, l’importanza di conoscere se stessi ed i

propri limiti, imparando anche a raccogliere ed interpreatare i segni altrui

in modo da essere preparati o nel migliore dei casi poter agire prima che

una successione di problemi causino incidenti. Non sempre un individuo

riconosce di essere una “persona ansiosa”, così come non è detto che un

soggetto con un tratto d’ansia solitamente basso non si possa trovare in un

particolare periodo di stress elevato. Per poter individuare l’una e/o l’altra

condizione, sono stati messi a punto dei test piuttosto affidabili come il

Clinical Anxiety Scale (CAS) di Thyer, lo State-Trait Anxiety Inventory

(STAI) di Spielberger ed il Self-rating Anxiety Scale (SAS) di Zung.

Il Salf-rating Scale (Zung,1971), più che valutare se e quanto grave sia il

livello di ansietà distinguendola in tratto e stato, ne misura oggettivamente

l’entità clinica basandosi sulle risposte date dal soggetto.

Dal 1970, lo STAI (Thyer,1992) ,sembra essere il test più utilizzato e forse

più efficace per l’identificazione di un eventuale predisposizione all’ansia

e panico. Questo questionario può fungere da step successivo per la

conferma e specializzazione dei risultati ottenuti da una prima analisi

attraverso il Clinical Anxiety Scale.

Il CSA (Spielberger et al.,1970) presenta un sistema di autovalutazione in

cui un individuo manifesta accordo o disaccordo a 25 affermazioni (es. mi

sento agitato, ho paura quando resto solo in casa etc.) attraverso punteggi

compresi tra uno e cinque, dove 1= raramente o quasi mai, e 5= per lo più

o sempre.

Il risultato di questi metodi di valutazione si basa fondamentalmente su ciò

che il soggetto riferisce, ed è parte di una scala di valori dietro cui si

racchiudono anni di studi sull’argomento.

Nei due anni di attività nel centro di immersione e anche nei resort in

seguito frequentati non ho mai visto utilizzare o parlare di nessuno dei

questionari di cui sopra. Le tecniche di valutazione frequentemente usate e

insegnate durante il corso Rescue Dive (PADI, 2004) si basano più che

altro sui paramentri fisiologici correlati alle sensazioni somatiche e

sull’osservazione di determianti comportamenti. Anche se, la valutazione

della gravità del disturbo d’ansia non possa far affidamento alle risposte

fisiologiche a causa della bassa correlazione tra i due, le risposte autogene

rimangono ottime fonti d’informazione sullo stato emozionale di un

soggetto.

Tra tutti i disturbi psichici, il disturbo d’ansia determina un alterazione dei

parametri fisiologici in modo più marcato e più frequente.

Ad un elevata condizione di stress, il nostro organismo risponde con:

Tensione muscolare

 Aumento della frequenza cardiaca

Respirazione rapida

 Aumento della sudorazione

 Diminuzione della temperatura cutanea

 Minzione frequente

 Cambio di voce

Questi sono i principali parametri a cui un soggetto deve porre attenzione

per valutare una propria condizione d’ansia, sia fuori dall’acqua che in

immersione. Queste modifiche fisiologiche vengono originariamente

scatenate da pensieri, e fungono da grilletto scatenante per una serie di

conseguenti manifestazioni comportamentali ed espressioni che possono

essere captate da un osservatore esterno. Un istruttore o guida, ben educato

e con occhio attento, potrebbe notare un cambio di voce o un aumento

della sudorazione, ma non sarà in grado di avvertire un accellerazione del

battito cardiaco o una rigidità muscolare altrui.

Ciò che un esperto sommozzatore impara a riconoscere negli altri come

possibili avvertimenti di stress elevato e ansia sono i segni visibili.

Distinguiamo i sintomi pre-immersione dai sintomi in immersione.

Pre-Immersione:

 Nervosismo

 Frequente schiarimento della gola

 Marcata indecisione

 Fissare strumenti o altre parti dell’attrezzatura

 Goffaggine nella vestizione

 Dimenticanze

 Irritabilità

 Isolamento o sfrontatezza estrema (es.parlare continuamente)

 Ritardi nella preparazione dell’attrezzatura o dell’entrata in acqua

 Eccessiva dipendenza dal compagno

In Immersione:

 Occhi sbarrati

 Nocche bianche

 Fissare strumenti o cime guida

 Non rispondere alle comunicazioni

 Perdita della coordinazione fisica

 Scarso controllo dell’assetto

 Incapacità di disappannare/svuotare la maschera

 Aumentare o diminuire il ritmo senza apparente ragione

 Nuoto inefficiente

 Respirazione accellerata

 Difficoltà nell’espirare

 Aggrapparsi e inerpicarsi

I comportamenti elencanti, possono essere di più o meno facile

individuazione in base alla cognizione che ne ha il soggetto in ansia ed alla

capacità di “correggere il tiro” del primo impulso spontaneo. L’essere

coscienti di trovarsi in uno stato d’ansia aiuta il soggetto a contenere

l’esteriorizzazione delle risposte del sistema nervoso autonomo. Questo

può essere visto come negativo, qualora l’individuo è bravo a mascherare

il suo livello emozionale, ma non a controllarne gli effetti psicologici:

es.”la ragazza non sembrava affatto ansiosa, ma a metà della discesa è

entrato in panico”; oppure può racchiudere al suo interno anche la capacità

di controllo che permette di trasformare un accenno di ansia inibitoria in

ansia facilitatoria, necessitando solo di un pò di tempo per famigliarizzare

con gli attrezzi, l’ambiente e le persone.

I sintomi elencati non possono essere considerati singolarmente, non basta

individuare un soggetto seduto da solo e in disparte per associare

l’isolamento ad un ovvio stato d’ansia. Ogni comportamento deve essere

valutato nell’insieme delle circostanze, in un quadro più generale, per

esempio tenendo in considerazione l’esperienza/inesperienza di chi stiamo

osservando o anche se si è avvertito un cambiamento comportamentale tra

il prima e il durante la fase di vestizione. Gli ultmi minuti prima di

immergersi sembrano essere quelli in cui si accumulano i conflitti interni,

una fase di passaggio dall’aria all’acqua e di transizione psicologica n cui

possono addensarsi certe dinamiche d’angoscia (Gargiulo, 2006).

Per chi “conduce” un immersione con a seguito persone già certificati, la

vestizione è chiaramente il momento migliore per acquisire tutte le

informazioni che permettono di pianificare e decidere il come affrontarla.

Un soggetto che manifesta tutti i sintomi di uno stato d’ansia può essere

aiutato dall’intervento del più esperto, individuando il fattore altamente

stressante e agendo su questo per ridurne gli effetti: un sommozzatore

relativamente esperto visibilmente in ansia a causa di una dichiarata

tensione dovuta al dover affrontare l’attività in un luogo mai visto prima,

può essere tranquillizzato attraverso la spiegazione dettagliata del fondale,

il percorso che si intende seguire e la massima profondità pianificata. Se

non si riesce ad identificare il problema, anche dopo aver messo in atto

tutti i metodi conosciuti dall’istruttore o guida, può essere utile suggerire al

soggetto in causa di cancellare l’immersione. Và però specificato che, in

presenza di subacquei certificati, un istruttore non può decidere per loro

costringendoli a proseguire o meno l’immersione pianificata. Dal

momento in cui si acquisisce il titolo Open Water Diver, il subacqueo è

responsabile di se stesso ed è il solo che può decidere il se e come

affrontare un immersione. Un Dive Master o Istruttore può semplicemente

consigliare ed offrire soluzioni a possibili problemi, ma senza dispensare il

subacqueo dalle proprie responsabilità (PADI,2004).

È chiaro quindi che un subacuqeo certificato, non può e non deve svolgere

la sua attività affidandosi ai più esperti, ma deve fin dall’inizio della

formazione lavorare su se stesso ed acquisire le maggiori conoscienze e la

migliore preparazione possibile. Non approfondire determinati punti critici

dell’insegnamento ed affrontarli con superficialità pensando che ci sarà

comunque qualcuno che saprà come comportarsi e dirigere la cosa al posto

proprio, è il primo più grande errore che ogni aspirante subacqueo possa

commettere.

Cito una regola di comportamento espressa dallo psichiatra Gil Milner e su

cui mi trovo perfettamente daccordo:

“Voi avete l’obbligo morale di informare onestamente dei rischi

la persona che vi si voglia avvicinare e, come persone, siete

tenute a educare voi stessi al rischio totale della vostra attività.

Una volta informato e relativamente consapevole dei rischi,

ogni folle ha il pieno diritto di usccidere o ferire se stesso se

1

ritiene che ne valga la pena.”

4.2 Proposte metodologiche per la prevenzione di stress ed

attacchi di panico nell’attività subacquea

Quando si parla di sicurezza in immersione, il più della letteratura collega

questa parola a fitness e salute. Solo con una buona condizione fisica si

può svolgere l’attività nel modo migliore e sicuro senza rischiare di essere

un pericolo per se stessi e per gli altri (Ketels et al.,1979; Edmonds et

al.,1992; Venter, 1995; Bennett et al.1993).

Un attrezzatura in buone condizioni e sempre controllata, l’adatto buddy

d’immersione, il rispetto e la conoscenza del luogo di immersione, sono

essenziali per la sicurezza. Ai subacquei è richiesto di essere preparati alle

emergenze e di informarsi sul dove si trovano le camere iperbariche più

vicine.

La nostra attenzione, in questo elaborato, ricade sulla parola fitness, cioè

sulla forma sia fisica che psicologica ottimale, richiesta per affrontare in

sicurezza questa attività. Per ottima forma psicologica di un subacqueo si

intende, auto-sufficienza, intelligenza, stabilità emozionale e una non

predisposizione all’ansia. Si richiede un alta tolleranza allo stress che gli

permetta di continuare ad utilizzare tutte le funzioni in presenza di una

difficoltà: essere capaci di pensare e risolvere problemi in una condizione

di relax e continuando a godere l’esperienza subacquea (Edmonds et

al.,1992; Egstrom,1997). Un soggetto ben istruito è meglio protetto contro

il panico e sarà più capace nelle procedure di emergenza (Bennett et

al.1993). Le persone reagiscono allo stress con reazioni che impiegano

istinti sia psicologici sia fisici e che comprendono l’impiego di abilità

1 Tom Mount, Aspetti Psicologici dell’immersione in Mixed Gas Diving Immersione a miscele, a cura di Tom Mount e Bret

Gilliam, Edizione Italiana, Milano, Magenes Editoriale, 2007 p.80

tecniche e di emergenza, purchè queste siano state “sovraimparate”

(Mount,2007).

In definitiva, potremmo compendiare i pensieri di vari studiosi e

subacquei, in due punti-bersaglio su cui agire per prevenire gli incidenti in

immersione per causa di stress e panico.

Punto primo è l’informazione e la formazione tecnica :

corretto e dettagliato apprendimento delle tecniche/automatizzazione;

- effettiva presa di coscienza di tutti i rischi legati all’attività;

- educazione alle più idonee tecniche di salvamento per qualunque

- possibile imprevisto.

Punto secondo include la preparazione psicologica attraverso lo sviluppo

dell’autocontrollo:

incremento di fiducia, responsabilità e consapevolezza di sè;

- apprendimento delle tecniche di controllo dello stress;

- sviluppo e mantenimento dell’istinto di sopravvivenza.

-

Tra il primo e secondo punto c’è sicuramente una correllazione

bidirezionale per cui, per esempio, l’automatizzazione delle tecniche

d’immersione influenzerà positivamente la fiducia e la consapevolezza

delle proprie capacità, così come un maggior controllo della propria

condizione di stress permetterà di acquisire più rapidamente ed

efficaciemente le tecniche di salvamento. Per quanto si possa mettere in

discussione l’efficacia di una frettolosa e troppo tollerante educazione,

probabilmente dovuta alla comercializzazione del prodotto, i manuali di

formazione odierni sono ben strutturati e comprendono tutti gli aspetti di

cui al punto uno. Molto più scarsa è invece l’attenzione posta sulla

preparazione psicologica e sull’offerta formativa legata alla gestione dello

stress e prevenzione degli attacchi di panico.

L’aumentato interesse, da parte di ricercatori, sugli aspetti psicologici

dell’immersione ed in particolare sui temi stress ed attacco di panico quali

cause d’incidente, ha fatto si che la bibliografia pubblica scentifica si

arricchisse di materiale e di investigazioni sull’efficacia di alcuni metodi

atti ad attaccare il problema. Negli ultimi anni le diverse scuole di

immersione hanno cominciato a proporre di propria iniziativa, corsi su

tecniche di autocontrollo, respirazione e rilassamento, da poter affiancare

ai corsi di immersione.

In base alla gravità, stress ed ansia possono essere affrontati dai

subacquei, attraveso vari metodo:

 Desensibilizzazione sistematica

Tecniche ipnositerapeutiche

 Tecniche cognitivo-comportamentali

 Mindfulness

 Progressive Muscle Relaxation (PMR) di Jacobson

 Training autogeno

 Visualizzazione

 Meditazione

 Pranayama

La desensibilizzazione sistematica è una delle tecniche pi utilizzate dai

terapeuti comportamentisti per la riduzine della risposta fobica e

dell’ansia.

Alla base di questo metodo c’è il concetto di inibizione reciproca

sviluppato dallo spichiatra sudafricano Joseph Wolpe negli anni ’50, in

seguito ad esperimenti condotti su animali. L’idea è quella di associare uno

stimolo pauroso e spiacevole ad un’attività piacevole in modo che

quest’ultimo possa sopprimere le risposte paurose inquanto incompatibile

con la paura; tale schema segue al condizionamento classico di Pavlov. La

tecnica di desensibilizzazione di Wolpe utilizza l’immeginazione per

identificare lo stimolo ansioso e cerca di sostituirlo con uno piacevole

come quello legato al rilassamento.

Nella prima fase di questa tecnica, al soggetto si insegnano le modalità di

rilassamento, i terapeuti solitamente si avvalgono della tecnica di

rilassamento muscolare progressivo (PMR) di Jacobson e controllo della

respirazione.

Nella seconda fase viene utilizzata la Subjective Units of Distress Scale

(SUD) che identifica il valore che il soggetto attribuisce agli stimoli

ansiosi immaginati per poter utilizzare dei riferimenti su cui lavorare ed

esporre il soggetto alle sue paure in modo graduale. La tecnica che Wolpe

sosteneva essere valida per l’86% dei soggetti da lui trattati viene oggi

ampiamente utilizzata, ma i risultatise pur buoni non sembrano

2

raggiungere l’alta percentuale di successo dichiarata dallo psichiatra.

La desensibilizzazione può essere anche effettuata sotto ipnosi, L’esito

sembra essere connesso con la gravità del disturbo e se in ipnosi, con la

risposta ipnotica del soggetto. La tecnica è semplice da utilizzare ed offre

risultati ottimi in tempi contenuti (Guidi,2012; Capodieci,2006).

L’ipnositerapia utilizza la speciale condizione psico-neuro-fisiologica in

cui si trova il soggetto quando ipnotizzato per accrescere la sua

suggestionabilità a metodiche associate di rilassamento e immaginazione

guidata, come nel caso della desensibilizzazione sistematica. L’efficacia

dell’ulltilizzo dell’ipnosi varia da soggetto a soggetto ed anche dalle abilità

del terapeuta, il che rende difficile la standardizzazione dei risultati.

Le tecniche cognitivo-comportamentali, Cognitive Behavioral Therapy

(CBT) furono originariamente sviluppate nella psicoanalisi per la cura di

nevrosi e depressione. Oggi questa tecnica è stata estesa ad altri problemi

quali l’ansietà, mantenendo comunque l’accento sul modo in cui i pensieri

distorti e le irreali valutazioni cognitive di eventi influenzino

negativamente i propri pensieri e comportamenti. Il modo in cui viene

elabora la realtà determina lo stato emotivo del soggetto; emozioni e

cognizione sono inoltre connesse reciprocamente in modo che una tende a

rafforzare l’altra, causando un intensificazione sia emozionale che

cognitiva deteriorante.

Lo scopo di questa tecnica è quela di sostituire le presunte valutazioni

distorte del soggetto nei confronti degli eventi della vita con quelle più

adatte e realistiche. Per esempio, un subacqueo legato alla propria

attrezzatura, che prima di un immersione perde la maschera ed è quindi

costretto ad utilizzarne una di noleggio, potrebbe entrare in acqua con un

senso di apprensione che, associato a pensieri errati ed irreali, degenera

l’apprensione in ansia e man mano vertere verso un idee catastrofiche.

Attraverso la tecnica cognitivo-comportamentale si impara a:

monitorare i pensieri automatici;

- riconoscere la relazione tra cognizione, emozione e comportamento;

-

2 Basato su ricerche online di testimonianze di pazienti.

testare la validità dei pensieri automatici;

- sostituire pensieri realistici a quelli distorti;

- identificare e modificare le credenze di fondo, le ipotesi e gli schemi

- che predispongono il soggetto ad avviare gli errati pensieri.

Nel disturbo d’ansietà, questa terapia risulta essere più efficace dei farmaci

(Dobson, 2010).

Tutti gli istruttori e la maggior parte dei manuali di formazione subacquea

insegna che difronte ad un qualsiasi pericolo, reale o presunto che sia, un

sommozzatore deve per prima cosa fermarsi, prendere il controlo del

proprio respiro, attivare pensieri razionali ed agire di conseguenza. La

tecnica Fermati-Respira-Pensa-Agisci è una sorta di terapia cognitivo-

razionale (Capodieci,2006) e rientra tra le metodiche di gestione di alti

livelli di stress in particolari situazioni in immersione. Questa tecnica è

molto conosciuta tra i subacquei e di certo è di enorme aiuto se applicata

correttamente. Affinchè però un soggetto sia in grado davvero di fermarsi,

respirare, pensare e solo poi agire, è necessario che la terapia venga

praticata in esercizi di attinenza specifica alla gesione dello stress in

situazioni controllate. Un esempio: “Mario è alla sua seconda immersione

in mare aperto poco dopo aver conseguito il brevetto Open Water. Mentre

nuota serenamente attratto dai vari pesci che gli passano accanto, il

compagno davanti colpisce con una delle pinne il suo erogatore facendolo

saltar via proprio mentre Mario ha cominciato l’atto inspiratorio. Mario

ingerisce una piccola quantità di acqua che gli fà scatenare un falso

pensiero negativo: “oddio sto per affogare! Ho bisogno di aria! Devo

respirare!”; comincia ad agitarsi cercando disperatamente l’erogatore senza

successo, i pensieri negativi crescono e si accumulano: “l’erogatore è

scomparso! Non ce la faccio più, sto per morire devo risalire! Quando i

compagni si accorgono dell’accaduto, Mario con un ascesa rapida e senza

aver esalato aria si trova gia in superficie privo di conoscienza. Nel corso

Open Water Mario aveva appreso due tecniche di ricerca e recuero

dell’erogatore in caso di perdita. Egli avrebbe dovuto Fermarsi:"Ho perso

il regolatore!”Respirare:”Non ho aria, devo recuperare il

regolatore!”Pensare:”So come recuperarlo: stendo il braccio all’indietro e

lo allargo riportandolo in avanti, eccolo! Non ho più aria per pulirlo, devo

spingere il bottone di espulsione aria ed inspirare lentamente. Nono stante

la poca esperienza Mario è rimasto calmo, è riuscito a recuperare

rapidamente gli insegnamenti appresi nel corso ed a metterli in pratica

senza manifestare un attacco di panico.

Mindfulness è un termine traducibile in “consapevolezza” e racchiude al

suo interno i concetti classici del Buddismo, dello Yoga e delle pratiche

Zen.

Dal 1979, quando Jon Kabat–Zinn fondò il Mindfulness-Based Stress

Reduction (MBSR) program, questa tecnica viene utilizzata per il

trattamento di disturbi quali la depressione, l’ansia e gli attacchi di panico.

Si possono identificare due componenti diversi in questa metodica:

Il primo componente della consapevolezza, coinvolge

l'autoregolamentazione dell’attenzione in modo che questa sia mantenuta

sull'esperienza immediata, consentendo un maggior riconoscimento di

eventi mentali che si sviluppano nel momento presente. La seconda

componente riguarda l'adozione di un orientamento particolare verso le

esperienze proprie nel presente, un orientamento caratterizzata da

curiosità, apertura e accettazione (Bishop et al,2004). Lo scopo è quello di

controlare la propria concentrazione migliorando le competenze

metacongitive e quindi la consapevolezza dei propri pensieri. Le ricerche

effettuate su questa tecnica, per comprovarne effetti e validità, sono state

tante, più di 70 articoli scinetifici sono stati pubblicati solo nel 2007

(Ludwig, Zinn, 2008). Gli studi hanno dimostrato che attraverso la

Mindfulness-based stress reduction si ottengono buoni risultati sulla

riduzione della distrazione, dei comportamenti e pensieri rimurginanti,

dell’angoscia (Jain S et al.,2007), di stati d’animo negativi e stress

(Brown, Ryan, 2003). Ricerche effettuate dal Dr. Craske sulla regolazione

emozionale per via della concentrazione sul respiro, hanno dimostrato che

il gruppo d’analisi generava risultati moderatamente positivi alla visione di

diapositive emozionalmente neutre, mentre i due gruppi di controllo che

non erano stati sottoposti allo stesso tipo di meditazione, ha dato risposte

significatamente più negative (Craske,2006). Rapportando questi risultati

alla nostra attività subacquea, si può ipotizzare con giusta motivazione, che

i soggetti che si sottopongono ad un suffciente periodi di “terapia”

Mindfulness, possono migliorare la capacità di controllo del respiro,

ridurre un eventuale elevato livello d’ansia e riuscire con maggiore

probabilità a contenere una degenerazione dell’ansia in situazioni

particolarmente stressanti (Jha Ap et al.,2010). Gli effetti risultano, inoltre

utili ad una rivalutazione di quelli che erano stati i fattori considerati

stressanti prima di sperimentare la MBSR (Garland et al.,2009). Infine,

attraverso la MBSR si può ottenere un miglioramento della concentrazione

percettiva (Bedford,2012), che nell’attività subacquea in particolare

permette di migliorare le capacità di anticipazione, evitando reazioni errate

e dannose allo stress, anticipando eventi che potrebbero verificarsi o non

verificarsi durante l’immersione.

La Progressive Muscle Relaxation (PMR), in italiano rilassamento

muscolare progressivo, è una tecnica che permette di controllare lo stato di

tensione dei propri muscoli. Questa tecnica fù introdotta nel 1920 da

Edmund Jacobson, un fisiologo americano. Il metodo non include esercizi

cinetici, ma di contrazioni per lo più isomentriche atte a tendere e

successivamente rilassare i gruppi muscolari in cui sono coinvolti gli

specifici muscoli in tensione a causa di una condizione di stress. Il primo

passo di questa tecnica insegna a distinguere la tensione interna dallo

stress esterno. La sessione si svolge solitamente in una stanza a luce molto

soffusa, con i/il soggetto in posizione supina e con occhi chiusi ed

ambiente favorevole al rilassamento. Per ogni sessione l’insegnante

esamina la cotrazione di un gruppo muscolare ed insegna come

permetterne lo scioglimento. Il rilassamento non è la risposta naturale del

nostro organismo quando siamo i presenza di uno stimolo stressante

estreno o interno. Tuttavia, come in molte altre condizioni fisiche in cui

non abbiamo alcun controllo, la migliore risposta da parte del nostro corpo

sarà non rispondere affatto (Craske & Barlow,2006).

Nonostante i chiari risultati positivi sulla riduzione dell’ansia, stress ed

anche eruzioni cutanie e allergie della pelle, non è ancora chiaro il come

questa tecnica riesca a neutralizzare alcune delle nostre risposte fisiche.

Il Trainig Autogeno, originariamente Autogene Training, è una tecnica di

rilassamento psico-corporeo sviluppata in Germania dallo psichiatra

Johannes Heinrich Schultz. La parola Training, allenamento, si riferisce ad

una serie di esercizi mentali appresi in modo graduale che permettono una

concentrazione mentale passiva con lo scopo ottenere delle modificazioni

psicofisiche, facilitando così il recupero energetico e riducendo gli stati

d’ansia, lo stress e l’insonnia.

Esempio:

Seduti in una posizione di meditazione o distesi in rilassamento, si ripete,

1) “le mie braccia sono pesanti”

2) “le mie gambe sono pesanti e calde”

3) “il mio battito è calmo e regolare”

4) “il mio respiro è regolare”

5) “collo è spalle sono pesanti e calde”

I passi vanno ripetuti più di una volta e tutta la sequenza può essere

ripetuta due o tre volte con un interruzione detta di “cancellazione” che ha

lo scopo di evitare che i pensieri si materializzino inavvertitamente.

Il traning autogeno spesso pone il soggetto in una condizione di relax tale

da entrare in uno stato di “trance”; attraverso brevi comandi che fungono

da cancellazione, come un “apri gli occhi”, “respira profondamente”etc. si

prepara l’individuo a tornare alla condizione attiva. Il training autogeno

può essere considerato una tecnica terapeutica non farmaceutica

collocabile a metà tra le tecniche di rilassamento e gli stati di autoipnosi

(Pancheri,Biondi, 2000). Si possono distinguere dei cicli inferiori e cicli

superiori. I cicli inferiori sono sei (l’esempio sopra rientra tra questi) e

sono costituiti dalla concentrazione sensoriale su alcune parti del corpo.

Gli esercizi mentali superiori includono la visualizzazione, la

concentrazione su esperienze psichiche, la comunicazione col proprio

inconscio. Queste ultime, sono tecniche più complesse e, oltre a richiedere

un elevata padronanza dei cicli inferiori, sono tecniche cliniche che

devono essere effettuate in presenza di psicoterapeuti esperti, in sedute di

circa 45 minuti e per una durata che può estendersi anche ad 8 mesi.

Lo scopo di questa tecnica è quello di ristabilire un bilanciamento tra

l’attività di “fuga o attacco” del sistema nervoso simpatico e quello di

“riposo e digestione” del parasimpatico. L’importante differenziazione tra

la tecnica divenuta praticabile da tutti sotto forma di efficace metodo di

rilassamento e quella più complessa e ristretta al campo clinico, ci

conferma la possibilità d’applicazione di questa tecnica sia su soggetti con

un alto tratto di ansietà che necessitano terapie più intense e mirate, sia per

individui con un tratto d’ansietà medio-basso che praticando attività

subacquea e devono mantenere una condizione di calma generale per

poter abituare la mente ad elaborare e rispondere correttamente a

condizioni altamente stressanti.

La meta-analisi pubblicata nel “Applied Psychophysiology and

Biofeedback” (Stetter, Kupper, 2002), ha confermato i positivi effetti sulla

riduzione dello stress a livello terapeutico, con un dichiarato

miglioramento sulla percezione della vita. Le pubblicazioni riguardo i

successi legati al training autogeno, sono maggiori per l’applicazione come

tecnica rilassante che clinica ed il confronto con gli altri metodi di

rilassamento utilizzati sembra condurre ad eguali risultati. L’ultilizzo di

una o altra tecnica per ottenere un equilibrio mentale ed il controllo dei

fattori stressanti è soggettivo, ogni individuo risponde meglio e più

rapidamente al trening autogeno, altri a tecniche differenti.

Nell’attività subacquea come in moltre altre attività sportive, da tempo

vengono utilizzate tecniche di visualizzazione. La visualizzazione

rappresenta uno stato meditativo in cui, attraverso l’immaginazione, si

riproduce un attività nel suo contesto reale convolgendo tutti i sensi. La

tecnica richiede uno stato di rilassamento di base che può essere raggiunto

anche con la sequenza di ripetizioni mentali descitte nell’esempio fatto per

il training autogeno:

1) Seduti o distesi in posizione confortevole;

chiudere gli occhi;

2)

3) inspirare profondamente - pausa di qualche secondo - espirare

profondamente;

4) ripetere mentalmente: “sono rilassato, le gamebe sono rilassate, il

corpo è rilassato etc.”

5) visualizzare l’immersione come pianificata, passo dopo passo,

guardandola come sicura e piacevole;

6) contare alla rovescia da cinque e riaprire gli occhi.

Questo tipo di procedura può essere effettuata per la determinazione di

obbiettivi specifici esigendo un’apllicazione approfondita che può durare

45 minuti, o può essere utilizzata per ridurre le tensioni e recuperare il

relax e la concentrazione pre-immersione richiedendo 3-15 minuti. La

visualizzazione è quindi un immaginazione di quello che sarà poi la reale

esecuzione, una specie di allenamento mentale particolarmente connesso

con l’attività ed in particolare con quello che stiamo per affrontare

coinvolgendo l’auto-affermazione ed il rilassamento.

Un esempio simile è quello dell’immaginazione motoria, una tecnica

utilizzata per ripetere, richiamare e consolidare dei gesti motori in fase

d’apprendimento, consolidamento o ripetizione pre-gara. Studi

aull’immaginazione motoria hanno affermato che riproducendo

mentalmente le dinamiche di un movimento, si attivano le stesse strutture

cerebrali e vie nervose implicate nel movimento reale, escludendo solo

l’area implicata nell’esecuzione del movimento (area motoria primaria).

Le risposte fisiologiche durante l’immaginazione motoria sono le stesse

date dall’esecuzione reale (aumento del battito cardiaco, frequenza

respiratoria) in modo proporzionale al livello di forza simulata e con un

chiaro livello di eccitabilità cerebrale minore rispetto al gesto reale.

Attraverso la visualizzazione, se ci si concentra sugli stimoli sensoriali, si

può gestire le risposte involontarie dell’organismo in modo da rinforzare le

strategie, consolidarle e renderle disponibili nel momento di bisogno reale.

Controllare le risposte autogene è inoltre sinonimo di regolazione

dell’arousal entro i livelli ottimali. In base alle esigenze della situazione,

un subacqueo può utilizzare la visualizzazione per rafforzare un

determinato punto. Si prenda il caso di un aspirante Open Water che trova

difficoltà nell’effettuare la prova del “togli e rimetti” del complesso GAV-

cilindro-erogatore, attraverso la visualizzazione di tipo goal setting e

concentrazione, può ripetere mentalmente tutta la sequenza appresa

cercando di individuare gli errori e modificarli per riuscire la volta

successiva. Altro esempio può essere quello di un soggetto eccitato, ma in

ansia perchè sta per effettuare la sua prima immersione in un luogo

differente e con gente diversa da quella con cui ha conseguito il suo primo

brevetto, in questo caso la visualizzazione sarà effettuata puntando alla

gestione dello stress immaginando al presente quello che accadrà e

concentrandosi sulle sensazioni e sui pensieri positivi, ripetendo frasi

affermative come “scendo in immersione e sono serena e tranquilla” e non

“scenderò in immersione provando a stare serena e tranquilla”. Le parole

sinonimo di dubbi ed incertezze, che lasciano uno spiraglio ad opzioni

differenti da quella su cui ci stiamo concentrando, sono da evitare.

L’affermazione deve essere sia di sentimento che di intento, qualora

dovesse sorgere una condizione o presentimento realmente negativo, è

meglio rinunciare all’immersione pianificata (Mount, 2007). La

visualizzazione, infine, può avvenire in due modalità differenti: in vista

esterna o vista interna. Nel primo caso il soggetto vede se stesso

dall’esterno come fosse un filmato, nel secondo caso lo scenario appare da

una prospettiva interna in cui a vedere sono gli stessi occhi del soggetto.

L’efficacia maggiore di uno o l’altro tipo di visualizzazione non è

sufficientemente confermato dalle ricerche effettuate fino ad oggi, ma è

certamente da considerare l’inclinazione naturale di un individuo verso

l’una o l’altra modalità percettiva assecondando la stessa e magari poi

introdurre anche l’altra ed utilizzarle entrambe (Fonda, 2009). La

visualizzazione è uno dei metodi più efficaci per dirigere e controllare lo

stress e le prestazioni della persona; combinata con la meditazione,

costituisce una cura positiva a molti problemi collegati allo stress (Mount,

2007).

La meditazione è una pratica di concentrazione, in cui l’individuo indirizza

la mente su un determinato oggetto (meditazione riflessiva) o svuotando la

mente dai pensieri (meditazione recettiva). Nella meditazione di tipo

riflessivo, gli oggetti possono essere di tipo fisico o di tipo emozionale,

concentrandosi su una determinata sensazione.

Nel 1958, Maharishi Mahesh Yogi ha introdotto in occidente la

meditazione trascendentale che non utilizza oggetti o pensieri, ma conduce

alla condizione di “trans”attraverso il ripetersi di uno specifico suono.

La tecnica dovrebbe essere ripetuta mattina e sera per 15-20 minuti e

l’apprendimento , che si divide in 7 passi differenti, rischiede non più di 30

minuti. Diversi studi hanno evidenziato la riduzione di ansia e stress

attraverso questa tecnica e più in generale, tutte le tecniche di meditazione

aiutano il rilassamento, la concentrazione, determinano un attitudine

all’autocoscienza ed alla auto-osservazione.

Una sottocategoria della meditazione è lo Yoga, la meditazione Zen ed il

Pranayama. Il metodo pranayama in particolare è considerato il quarto

stadio dello yoga: La parola, tradotta dal sanscritto, significa estensione del

respiro o della forza vitale. Questa tecnica di meditazione focalizza

l’attenzione sul respiro quale atto di inspirazione, espirazione e pausa, e

sul tipo di respiro addominale, toracico o clavicolare. Eludendo l’eventuale

coinvolgimento spirituale o trascendentale che può essere messo in

discussione riguardo a questa tecnica, il pranayama, oltre ad essere d’aiuto

alla prevenzione ed eliminazione dello stress, offre l’opportunità di

comprendere l’importanza di una corretta respirazione nella vita di tutti i

giorni ed ancor più nell’attività subacquea.

Abbiamo gia specificato nei capitoli precendenti che da un errato controllo

della respirazione può incrementare lo stato d’ansia e far sorgere un

improvviso attacco di panico. Adattando la tecnica base del pranayama alla

respirazione in immersione, cioè inspirazione-pausa-espirazione ogni 15

secondi circa,, ed educando i soggetti ad abituarsi ad una respirazione

diaframmatica, i problemi connessi alla mancanza di controllo sull’atto

respiratorio saranno certamente ridotti.

Tutte le proposte di prevenzione fin qui descritte, trovano applicazione

differente in base alla gravità del problema. Tecniche quali, la

desensibilizzazione sistematica, l’ipnositerapia o l’applicazione clinica del

training autogeno con visualizzazine, si propongono per i casi più gravi.

La meditazione, la visualizzazione o le tecniche che favoriscono il

controllo del respiro come pranayama e mindfulness, sono consigliate a

tutti coloro che praticano l’attività subacquea inquanto capaci sia di ridurre

un livello d’ansia esistente, che di favorire il mantenimento di un

equilibrio psicologico.

Per quel che concerne l’utilizzo di medicinali psicotropi da parte di

subacquei, non ci sono ricerche specifiche o dati di case farmaceutiche che

possano certificare la controindicazione di queste medicazioni in ambienti

iperbarici. Và da se però, che gli effetti collaterali già conosciuti, sebbene

ottenuti a pressione atmosferica, giustificano le varie critiche ed i dubbi

riguardo la loro prescrizione a soggetti che praticano attività subacquea.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze motorie
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher asilletti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale speciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Pietrantoni Luca.

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