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Tesi integrale Lo sviluppo economico dei Paesi del mediterraneo dal 1950 al 2013 Vonella Giuseppe

La presente tesi sperimentale si propone, mediante un approccio analitico e interdisciplinare, di esaminare i tratti salienti dello sviluppo economico dei paesi del Mediterraneo nel periodo compreso dal 1950 al 2013, nonchè di esaminarne le principali problematiche, le cause, ed infine i possibili scenari futuri. La scelta di un simile approccio sperimentale e interdisciplinare deriva dal fatto... Vedi di più

Materia di Economia dello sviluppo relatore Prof. V. Daniele

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Ad ogni modo, e al di là di questo breve excursus sui fenomeni di

indipendenza coloniale, nel periodo che va dal 1950 agli inizi del 1980,

il Mediterraneo ha ridotto, soprattutto grazie a queste profonde

trasformazioni di larga portata, il gap in termini di Pil per abitante che

nei confronti dell’economia mondiale,

esso aveva accumulato

mantenendo da questo momento in poi un trend di crescita del Pil pro

capite sostanzialmente non dissimile rispetto a quello mondiale.

Tuttavia, se si guarda agli anni più recenti si assiste a un nuovo e

graduale ampliamento dei divari di crescita del Mediterraneo rispetto al

Pil pro capite mondiale, e ciò come diretta conseguenza degli effetti che

ha determinato la Grande recessione che ha colpito l’economia globale a

partire dal 2007 sino agli anni successivi. Infatti, se confrontata a livello

globale, la crisi mondiale ha colpito con intensità differenti i diversi

paesi del Mediterraneo, incidendo duramente soprattutto sui paesi più

sviluppati quali, Portogallo, Spagna, Grecia e Italia. Vale a dire i paesi

che da soli detengono, come già detto in precedenza, circa il 70% del Pil

complessivo del Mediterraneo. Non è quindi difficile comprendere il

perché dell’ampliamento del gap negli ultimi anni.

sposta l’angolo visuale dell’analisi, si potranno

Tuttavia, se a sua volta si

giungere a considerazioni diverse in merito al trend di crescita del Pil

pro-capite del Mediterraneo. Se ci si sposta cioè, da una prospettiva di

confronto globale del tipo Mondo-Mediterraneo, a una prospettiva più

circoscritta e specifica riguardante il confronto Mediterraneo-

Mediterraneo, sarà possibile osservare come in realtà il processo di

graduale avvicinamento al resto dell’economia globale è stato, ed è

31

ancora, un processo contrastato che non ha interessato tutti i paesi nella

stessa modalità, o comunque non con la stessa intensità.

Se, infatti, è innegabile che dal 1950 in poi il Mediterraneo ha ridotto il

rispetto all’economia

gap che esso aveva in termini di Pil pro-capite

mondiale, diversa è la situazione che è riscontrabile in merito

all’andamento dei divari di sviluppo, e delle diseguaglianze, delle

medesime economie mediterranee nel periodo che va dal 1950 al 2013.

1.3 Lo sviluppo delle economie mediterranee tra

divergenza e convergenza.

Nel tempo, i divari di sviluppo tra le economie possono ampliarsi o

ridursi. Questo fenomeno è determinato da una molteplicità di fattori,

ognuno dei quali agisce con diverse modalità ed intensità su tale

processo. In tal senso, una delle principali questioni relative allo

sviluppo economico dei paesi del Mediterraneo è se, nel corso del tempo,

i divari di sviluppo tra nazioni siano aumentati o diminuiti. In altre

parole ci si chiede se, nel gergo proprio degli economisti, si sia verificata

convergenza o divergenza economica tra i paesi del Mediterraneo.

1.3.1. Dal 1950 al 2013. Convergenza o divergenza?

Innanzitutto, è bene descrivere che cosa si intende per convergenza

economica. In particolare con tale fenomeno si intende il processo di

riduzione dei differenziali di sviluppo tra i paesi nel corso del tempo. E

32

in tal senso, uno dei principali, nonché primi, contributi inerenti le

ricerche sulla convergenza e la crescita economica di lungo periodo può

essere fatta risalire al modello teorizzato dal premio Nobel per

20

l’economia Robert Solow (1956) , detto anche più semplicemente

modello di crescita neo-classico standard. Tale modello parte,

innanzitutto, da alcune ipotesi fondamentali. Esso ipotizza, che le

economie abbiano strutture produttive analoghe, con medesimi tassi di

risparmio e di crescita della popolazione e, inoltre, che esse abbiano

accesso ad una medesimo stato della tecnologia, la quale viene

21

considerata come una variabile esogena . E, se tali ipotesi sono

verificate, allora due o più economie che differiscono tra loro soltanto

per un diverso livello di capitale pro-capite di partenza tenderanno, in un

arco di tempo sufficientemente lungo, a convergere verso il medesimo

22

livello di reddito di stato stazionario ( o steady state) annullando i

relativi divari di sviluppo. Si verificherà, appunto, convergenza assoluta,

o incondizionata.

risulta essere una diretta conseguenza di un’altra delle

Tale dinamica “legge

ipotesi fondamentali del modello, vale a dire della c.d. dei

rendimenti marginali decrescenti dei fattori produttivi”. Infatti, secondo

tale legge, il prodotto marginale di un fattore decresce al crescere della

20 “A contribution to the Theory of Economic Growth”,

R. SOLOW, pp. 65-94 Quarterly Journal of

Economics, February, 1956.

21 In effetti, il fatto che il modello consideri la tecnologia come un fattore esogeno è coerente con

l’impostazione teorica del modello neo-classico dei mercati perfettamente concorrenziali, ma è al

tempo stesso uno dei principali limiti del modello teorizzato da Solow. E ciò in virtù del fatto che

considerata come una sorta di “deus ex-machina”, un bene presente

la tecnologia viene

indistintamente per tutti gli agenti economici, senza che gli stessi abbiano dovuto sostenere alcun

costo, o sacrificio, per doverla ottenere.

22 “stato triste e

Robert Lucas, ad esempio, definì lo stato stazionario delle economie come quello

crescita economica si arresta”.

malinconico in cui la Cfr. P. ROMER, R. LUCAS, Economic

growth, knowledge and human capital. Theories and models of endogenous growth, 2006

33

quantità del fattore stesso. Perciò, nelle economie più arretrate dotate di

un livello di capitale per occupato modesto, anche soltanto dei piccoli

aumenti del capitale, dovuti a maggiori investimenti, determineranno

elevati tassi di crescita, certamente più elevati rispetto a quelli delle

economie più ricche, le quali sono invece già dotate di una maggiore

dotazione di capitale. Inoltre, siccome il modello assume che la crescita

del prodotto per lavoratore (cioè la produttività) dipende

dall’accumulazione nel tempo del capitale fisico (cioè che gli

investimenti in capitale fisico risultino essere maggiori del relativo

deprezzamento o ammortamento del capitale esistente), ne discende che

le economie più arretrate tenderanno a crescere a tassi comparativamente

maggiori rispetto a quelle più ricche. Pertanto, durante tale processo, le

economie tenderanno in un arco di tempo sufficientemente lungo a

convergere verso il medesimo livello di capitale pro-capite. In caso

contrario i divari di ricchezza si amplieranno e si verificherà divergenza.

Ovviamente, questa dinamica, implica che affinché tra due o più

economie si verifichi convergenza assoluta, è necessario che tra tasso di

crescita del reddito pro-capite e il livello di reddito per abitante iniziale,

via sia una relazione inversa. Tale situazione è illustrata nella Fig. 5 che

consente di vedere come il prodotto medio del capitale (y/k) diminuisca

al crescere del capitale pro-capite a causa della legge dei rendimenti

marginali decrescenti. Il tasso di crescita dello stock di capitale è dato

dalla distanza verticale tra la curva di risparmio e quella di

ammortamento effettivo. In particolare, nel confronto tra economie la

legge dei rendimenti marginali decrescenti garantisce all’economia

arretrata con k più basso una crescita comparativamente maggiore

34

rispetto a quella che parte da una dotazione di capitale più elevata.

Al termine della dinamica di transizione si verificherà, quindi, quello

23

β-convergenza

che nel linguaggio econometrico viene definita .

y/k Tasso di crescita > 0 Ammortamento

capitale

Tasso di crescita < 0

Curva di risparmio

k

Figura 5. Dinamica di transizione verso lo stato stazionario tra due economie nel modello di

Solow.

Fonte: La convergenza economica, Metodi parametrici, Cristina Brasili, Politica Regionale e

dello Sviluppo, http://slideplayer.it/slide/572274/

Il verificarsi di un processo di convergenza assoluta può essere

sottoposto a verifica empirica attraverso alcuni metodi statistici o

Dal punto di vista formale, l’ipotesi β-convergenza

econometrici. di

assoluta può essere verificata regredendo il tasso di crescita del Pil pro-

capite sul logaritmo del suo livello iniziale.

23 Per un esame più approfondito si veda V. Daniele, La crescita delle nazioni, Fatti e teorie,

Rubbettino Editore, 2008. 35

Ovvero:

dove il termine a sinistra dell’equazione è il tasso di crescita medio

annuo del Pil pro-capite nel periodo considerato (ovvero la produttività)

α ε

e y il livello iniziale della medesima variabile, mentre ed

t-1

rappresentano rispettivamente l’intercetta verticale della retta di

regressione e l’errore stocastico compiuto durante la misurazione.

L’esistenza o meno di convergenza è segnalata, invece, proprio dal

β

coefficiente il quale, in caso di convergenza, assume un valore

negativo e, statisticamente significativo.

Fatta questa premessa, è possibile quindi sottoporre a verificare empirica

se, anche per i paesi del Mediterraneo, nel periodo tra il 1950 e il 2013 si

sia effettivamente verificata effettivamente convergenza o divergenza

economica. Per far ciò è necessario innanzitutto esaminare i dati sulla

crescita del reddito pro-capite dei diversi paesi mediterranei nel periodo

considerato.

Tabella 1. Tassi di crescita Pil pro-capite 1950-2013 per 16 economie del Mediterraneo

1950-1973 1973-2000 2000-2013 1950-2013

5,3 2,5 0,1

Portogallo 2.94

5,4 2,7 0,6

Spagna 3.13

3,9 1,7 0,6

Francia 2.27

4,8 2,1 -0,2

Italia 2.58

4,7 5,5 1,2

Malta 4.27

36

6,0 1,7 1,2

Grecia 2.93

Albania 3.6 0.7 0.05 2.75

3,3 2,3 2,7

Turchia 2.75

4,3 2,4 0,7

Cipro 3.09

2,2 2,0 1,0

Siria 2.16

5,4 2,1 1,4

Israele 3.16

1,6 2,1 2,8

Giordania 2.05

1,5 3,4 2,4

Egitto 2.54

3,0 2,7 2,9

Tunisia 2.81

2,4 0,7 2,3

Algeria 1.57

0,7 1,9 3,6

Marocco 1.76

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™, January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

Nella Tab. 1 sono illustrati i dati relativi alla crescita media del Pil pro-

capite relativo a 16 economie per le quali è possibile disporre di serie

storiche continue, omogenee e, quindi, comparabili dal 1950 al 2013. In

particolare, il sessantennio considerato può essere suddiviso in tre sotto-

periodi, il cui spartiacque è definito dalla crisi petrolifera del 1973.

Ovviamente, analizzare tali dati in un periodo sufficientemente lungo,

considerato, è quasi d’obbligo nel

qual è appunto il sessantennio 37

momento in cui si studia la crescita delle economie, e ciò per due

fondamentali ragioni. Il primo è che, così facendo, è possibile cogliere

“fondamentale”

quello che è il trend dei redditi nazionali, depurandolo

per certi versi da quelle che possono essere le fluttuazioni più o meno

del domanda o dell’offerta aggregata nel breve periodo.

ampie Il secondo

motivo, deriva dal semplice fatto che, in un periodo sufficientemente

lungo, anche soltanto delle piccole differenze nei tassi medi di crescita

possono determinare grandi divari nei livelli di sviluppo tra le nazioni. E

in effetti, i dati indicati in tabella possono essere letti come le rispettive

“velocità medie” a cui ciascuna economia risulta essere cresciuta nel

corso del tempo. Di conseguenza, quanto più differenti saranno state le

velocità di crescita delle economie considerate, tanto più ne risulteranno

accentuati, o meno, i rispettivi ed attuali divari.

In effetti, si può notare come le economie del mediterraneo non abbiano

registrato una crescita simile nei diversi periodi considerati, o meglio,

questo è quanto accaduto solo per un ristretto numero di paesi quali le

economie più avanzate dell’area latina, e cioè Francia, Italia, Spagna e

Portogallo, le quali hanno registrato dei tassi di crescita molto simili tra

di loro. Vi è stata, infatti, una fase di crescita molto sostenuta a partire

dagli anni ’50 sino alla prima crisi petrolifera, momento a partire da

quale si è assistito a un progressivo rallentamento. Ma è stato proprio

durante il decennio della Grande recessione, che la crescita è stata quasi

prossima allo zero, se non negativa come nel caso dell’Italia. Per

quest’ultima, in particolare, la recessione, unita alla lenta crescita degli

38

anni precedenti, ha determinato addirittura un ritorno del Pil pro-capite a

24

livelli prossimi a quelli della fine degli anni ’90 .

Invece, per i paesi delle rive Est e Sud del Mediterraneo i tassi di crescita

sono stati molto volatili, ma un dato colpisce in particolare. E cioè che,

se si guarda al periodo che va dal 2000 in poi, molti di questi paesi non

“Grande

sembrano aver risentito molto degli effetti della recessione”.

Molti di essi hanno semplicemente rallentato la loro velocità di crescita,

mentre altri addirittura hanno continuato a crescere a tassi molto

sostenuti ed in progressivo aumento. Basti guardare ai dati relativi ad

Algeria, Giordania, Turchia, e in particolar modo il Marocco, il cui tasso

di crescita medio annuo del Pil pro-capite risulta essere addirittura quasi

raddoppiato rispetto al precedente periodo degli anni 1973-2000.

Ovviamente, quando si guarda ai dati relativi al Pil pro-capite delle

diverse economie, è bene sempre ricordare che tale indicatore sintetico

del tenore di vita di un paese, altro non è se non il rapporto tra il reddito

aggregato e la popolazione nazionale. Da ciò ne consegue che, affinché

si registri un tasso di crescita del Pil pro-capite positivo, è necessario che

25

il Pil cresca più velocemente della popolazione nazionale .

In effetti, per molti paesi del Mediterraneo, le dinamiche demografiche

hanno avuto anch’esse una forte influenza sui tassi di crescita delle

economie nel periodo considerato. Ad esempio, alcuni paesi

mediterranei, in particolare quelli del Nord Africa, hanno avuto una

24 V. DANIELE, N. OSTUNI, Grande Recessione e Crisi del debito, in Rapporto sulle economie del

Mediterraneo a cura di MALANIMA P., EDIZIONE 2013, il Mulino.

25 rappresentabile dall’equazione y

In particolare, essendo il Pil pro-capite = Y/P, applicando le

proprietà dei logaritmi naturali e riscrivendo il tutto in termini di tassi di crescita otteniamo:

(∆y)/y=(∆Y)/Y-(P/P), da cui ne consegue che, affinché il Pil pro capite aumenti, sarà necessario

(∆Y)/Y>(∆P)/P.

che sia verificata la condizione 39

crescita demografica molto elevata, e in alcuni casi un andamento

È il caso dell’Egitto che in sessant’anni, tra il

addirittura esponenziale.

1950 e il 2013, ha più che quadruplicato la popolazione nazionale

passando da circa da 21 milioni a 88 milioni di abitanti , o della Siria, di

dimensioni demografiche molto più contenute ma che, nello stesso

periodo, è passata da circa 3,5 milioni a 22,4 milioni di persone (circa 6

26

volte rispetto il numero iniziale) . Si tratta di veri e propri boom

demografici, da cui derivano rilevanti conseguenze economiche e sociali

se il sistema produttivo non è in grado di assorbire la forza lavoro,

soprattutto giovanile, che preme di entrare nel mercato del lavoro.

In Siria, tra il 1950 e il 2013, la crescita del prodotto aggregato è stata

all’anno, ma la popolazione è

relativamente elevata, circa il 5 per cento

aumentata a un ritmo elevato, del 3 per cento all’anno . Ne consegue che

il Pil pro-capite è cresciuto a un tasso medio tutto sommato modesto, del

circa 2 per cento annuo. In Italia, nello stesso periodo, il reddito

aggregato è cresciuto a un tasso inferiore a quello della Siria (del 3,1 per

cento annuo) ma, come nelle altre economie avanzate, la popolazione è

aumentata assai più lentamente (di appena lo 0,4 per cento): di

è aumentato del 2,7 per cento all’anno, un

conseguenza, il Pil pro-capite 27

tasso maggiore di quello della Siria.

Una volta definiti e analizzati quelli che sono i dati relativi ai tassi di

crescita del Pil pro-capite nelle diverse economie del Mediterraneo nel

periodo 1950-2013, è possibile quindi verificare se vi sia stata

26 S. GEORGE, Come muore l'altra metà del mondo - Le vere ragioni della fame mondiale, Milano,

Feltrinelli, 1978

27 A. ANSANI, V. DANIELE, Le economie del Mediterraneo. Lo sviluppo economico e le

disuguaglianze, in Economia e istituzioni dei paesi del Mediterraneo a cura di A. AMENDOLA,

E. FERRAGINA, pag. 46 , il Mulino, 2014. 40

convergenza o divergenza tra le economie. Ciò può essere sottoposto a

verifica empirica utilizzando il metodo econometrico della

β-convergenza. In un sistema di assi cartesiani è quindi possibile porre

lungo l’asse delle ascisse il Pil pro-capite relativo all’anno base

considerato, cioè il 1950, e lungo l’asse delle ordinate, il tasso di crescita

medio annuo dagli anni ’50 sino al 2013.

Il risultato della correlazione tra le due variabili è riportato nella Fig.6.

4.5 Malta

4

3.5

(%)

1950-2013 Israele

Spagna

Cipro

3 Portogallo

Grecia

Tunisia

crescita Turchia

Albania Italia

2.5 Egitto

di

Tasso Siria Francia

2 Giordania

Marocco y = 0.21x+4.28

Algeria

1.5 R² = 0.0255

1 6.5 7 7.5 8 8.5 9

Pil pro-capite 1950 (2013)

Figura 6 Crescita dei paesi del Meditteraneo nel periodo 1950-2013 e Pil pro-capite nel 1950.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase /

41

Come già detto, l’esistenza di un processo di convergenza è segnalato

dal valore del coefficiente β, il quale deve avere un valore negativo, e

statisticamente significativo. E, da questo punto di vista, già solo

osservando la disposizione dei Paesi del grafico è evidente come tra le

due variabili vi sia scarsissima correlazione, se non del tutto inesistente.

La retta di regressione che approssima le variabili considerate è infatti la

28

seguente :

Dalla quale è possibile osservare come il coefficiente β assuma si, un

“lievemente”

valore negativo, ma, al tempo stesso, tale valore è

statisticamente non significativo. La non significatività della regressione

2

è segnalata peraltro dallo stesso coefficiente R , vale a dire il c.d.

coefficiente di determinazione. Si tratta di un indicatore statistico

calcolato come il complemento ad 1 della proporzione tra la variabilità

29

dei dati e la correttezza del modello statistico utilizzato . In particolare,

esso potrà assumere valori compresi tra 0 ed 1. E la regressione sarà

tanto più robusta quanto più l’indice si avvicina a valori prossimi

2

all’unità. Al contrario, più l’indice R si avvicina a valori prossimi allo

zero, più la bontà del modello utilizzato sarà meno adatta a spiegare la

Ed in effetti, l’indicatore in questione

correlazione tra i dati. è prossimo

la bontà della regressione è tutt’altro che robusta.

allo zero, perciò all’intero

In sintesi, dai dati empirici risulta come di fatto, se si guarda

l’ipotesi di convergenza assoluta

periodo 1950-2013, non trova riscontro

28 Per evitare di inserire un eccessivo numero di elementi sul grafico si è deciso di non rappresentare

la retta di regressione sul grafico, ma semplicemente di darne una descrizione analitica di seguito.

29 2

L’indice può essere così calcolato: R –

= 1 (RSS/TSS) , dove RSS è la devianza totale spiegata dal

modello (Total Sum of Squares) , e TSS è invece la devianza dei residui (Residual Sum of Squares)

42

per le economie del Mediterraneo. Anzi, le economie più arretrate, che

stando al modello di crescita neo-classico avrebbero dovuto

sperimentare i ritmi più sostenuti in termini di crescita, sono in realtà

proprio quelle che sono cresciute a ritmi più modesti. Basti guardare alla

situazione di Algeria, Marocco, Giordania, e Siria, che di fatto sono le

economie che hanno registrato le performance peggiori in termini di tassi

di crescita del prodotto per abitante.

D’altronde, lo stesso modello di crescita neo-classico parte da ipotesi

molto stringenti e rigide. Affinché si verifichi convergenza, le economie

dovrebbero infatti differire tra loro soltanto per la loro dotazione di

capitale iniziale. Un’ipotesi, questa, che non trova riscontro per le

economie del Mediterraneo, dal momento che esse risultano eterogenee

non soltanto per il diverso stock di capitale per occupato, ma anche per

ragioni di carattere politico, istituzionale, geografico, demografico ed

economico, ovvero fattori che sono per la maggior parte legati alla

struttura stessa delle economie. In sostanza, se si guarda al Mediterraneo

il periodo tra il 1950 e il 2013 conferma l’esistenza

nel suo complesso,

non di un processo di convergenza, ma al contrario di una vera e propria

divergenza tra le economie.

si focalizza esclusivamente su un gruppo di

Tuttavia, se l’attenzione

economie con caratteristiche strutturalmente analoghe ed omogenee,

l’ipotesi di convergenza assoluta trova un riscontro empirico notevole.

Ci si riferisce, cioè, alle economie del versante europeo più Israele che,

in rosso.

nel grafico, sono cerchiate dall’ellisse In questo gruppo di paesi

le economie inizialmente più arretrate del gruppo, quali Malta, Grecia,

Cipro, Portogallo e Spagna, hanno effettivamente sperimentato tassi di

43

crescita superiori rispetto alle altre economie più avanzate del medesimo

gruppo, quali Italia, Francia ed Israele. Ciò ha quindi comportato nel

periodo 1950-2013 una riduzione significativa dei divari di sviluppo tra

“club” di paesi l’ipotesi

Paesi. In sostanza, per questo ristretto di

senz’altro

convergenza assoluta può dirsi verificata.

Se, invece, si guarda ai restanti paesi Mediterranei, ed in particolare ai

nell’ellisse di

paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, racchiusi

colore blu, le differenze tra le economie sono così strutturalmente

profonde da rendere evidente come la crescita di questi paesi sia stata

tutt’altro che allineata a quella degli altri paesi del Mediterraneo per i

Dai dati relativi a quest’ultime

quali invece si è verificata convergenza.

economie emerge una forte dispersione, che non permette di evidenziare

alcun legame statistico tra livello del Pil-pro capite e tassi di crescita

delle economie. Uno sguardo d’insieme

1.3.2. La divergenza dal 1950 al 2000.

Dall’analisi testé illustrata si è potuto riscontrare come nel periodo

compreso dal 1950 al 2013, l’elemento saliente della crescita delle

economie del Mediterraneo sia stata la divergenza, non la convergenza.

Tale processo di divergenza, e di ampliamento dei divari nei livelli di

sviluppo, risulta apparire in maniera ancora più evidente se,

nell’esaminare i divari di crescita, ci si concentra esclusivamente sul

periodo che va dagli anni ’50 sino al 2000 utilizzando, ovviamente, le

medesime variabili di riferimento. 44

5.5 y = 0.2079x + 1.4188

Malta R² = 0.0095

5

4.5

(%) Cipro

4

1950-2000 Spagna

Portogallo Israele

Grecia

3.5 Italia

crescita 3 Tunisia Turchia Francia

di Egitto

Tasso 2.5 Siria

Albania

2 Giordania

1.5 Algeria

Marocco

1 6.5 7 7.5 8 8.5 9

Pil pro-capite 1950 (ln)

Figura 7. Crescita dei paesi del Mediterraneo dal 1950 al 2000.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

Dal grafico a dispersione, anche in questo caso emerge come la

convergenza abbia riguarda il medesimo gruppo di Paesi ai quali si è

fatto già riferimento. E allo stesso tempo, per le restanti economie

possono essere fatte le stesse osservazioni precedenti. Anzi in questo

caso la divergenza nei tassi di crescita rispetto ai paesi che non rientrano

nel “club di convergenza” è resa ancora più evidente dal fatto che il

45 2

coefficiente β ha un valore positivo, sebbene lo stesso indice R fornisce

anche in questo caso chiare informazioni sulla scarsissima bontà

dell’adattamento della regressione.

Quello che in ogni caso colpisce è un elemento in particolare. Ed è

se dall’analisi

proprio il fatto che, del periodo che va dal 1950 al 2013 si

il coefficiente β

esclude a sua volta il periodo che va dal 2000 al 2013,

rispetto alla precedente regressione effettuata passa da avere segno

positivo a negativo, se pur comunque in misura lievissima.

Di conseguenza è lecito supporre che, escludendo gli anni caratterizzati

da sola divergenza tra le economie, e cioè il periodo tra il 1950-2000, nei

successivi anni, ovvero dal 2000 in poi, vi sarà stato sicuramente un

momento a partire dal quale i divari tra le economie si sono ridotti quel

tanto che è bastato, per far si che il coefficiente β passasse dall’essere

positivo a negativo.

Perciò, la questione ora risulta tramutarsi nella seguente:

può questo cambiamento di direzione (o di segno), essere interpretato

come un segnale di direzione verso la convergenza? E nel caso in cui

risulti essere effettivamente così, la riduzione dei divari di sviluppo, a

che cosa può essere imputabile? E’ soltanto un fenomeno

temporaneo?

Per poter rispondere a tale quesito, è necessario focalizzarsi sugli anni

successivi al 2000, al fine di poter comprendere se effettivamente si sia

verificata una riduzione nel tempo dei divari di crescita tra le economie.

E soprattutto, a che cosa eventualmente ciò risulti essere imputabile.

46

1.3.3. Dal 2000 al 2013. Una fase di convergenza

Effettivamente, se si guarda esclusivamente agli anni a partire dal 2000,

si può osservare come, contrariamente a quanto accaduto nei cinquanta

anni precedenti, la situazione risulta essere nettamente differente. Basti

guardare la Fig. 8.

7.5 8 8.5 9 9.5 10 10.5

5 Albania y = -1.77x + 17.41

R² = 0.68

4 Marocco

(%)

2000-2013 3 Giordania

Tunisia Turchia

crescita Egitto

2 Algeria

di Siria Israele

Tasso Malta

1 Francia

Grecia Spagna

0 Portogallo Italia

Cipro

-1 Pil pro capite 2000 (ln)

Figura 8 Crescita dei paesi del Mediterraneo 2000-2013.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, /

http://www.conference-board.org/data/economydatabase

47 il coefficiente β

Innanzitutto, come si evince dalla retta sul grafico, ha in

questo caso un valore negativo e statisticamente significativo, come

peraltro evidenziato dalla forte pendenza negativa della retta di

regressione (circa -1,7). Allo stesso tempo, la robustezza del modello di

regressione è evidenziata dal coefficiente di determinazione che, in

questo caso, assume valori quasi prossimi allo 0,7. Perciò, questo è un

chiaro segno del fatto che, se si guarda esclusivamente al periodo 2000-

2013, si è certamente verificata una forte riduzione dei divari nei tassi di

crescita delle economie, e quindi convergenza economica o, in ogni caso,

questa è l’unica conclusione che per il momento è possibile trarre

analizzando i dati.

E, tornando alle conseguenze previste dal modello di crescita neo-

classico, in questo caso si osserva come di fatto alcune delle economie

più arretrate siano effettivamente cresciute a tassi superiori rispetto a

quelle più avanzate. Basti guardare ai tassi di crescita di Tunisia , Egitto,

Turchia, Giordania, Croazia, e Slovenia, ma soprattutto di Marocco e

Albania. Quest’ultimi, in particolare, hanno avuto i tassi di crescita

medio annui più elevati, ovvero attorno rispettivamente al 3,5 e al 5 per

cento.

Le economie del versante europeo, al contrario, hanno invece avuto le

performance complessivamente più modeste, anche se queste sono

imputabili soprattutto all’avvento della Grande recessione. La crisi

finanziaria del 2007 ha di fatto colpito soprattutto i paesi più sviluppati

del Mediterraneo, ovvero Portogallo, Francia, Spagna, Italia e Grecia.

Per alcune di tali economie, in particolare Italia e Portogallo, la crescita,

48

se in questo caso così si può definire, è stata addirittura negativa oppure,

come nel caso della Grecia, prossima allo zero.

1.4. Convergenza e crisi finanziaria. Focus sulle

conseguenze della Grande Recessione sui divari di sviluppo

dei paesi del Mediterraneo

“leitmotiv” dell’analisi della crescita delle

Pertanto, seguendo il

economie mediterranee nell’ultimo quindicennio, lo sviluppo di tali paesi

sembrerebbe confermare quelle che sono le ipotesi fondamentali alla

“le

base del modello di crescita neo-classico teorizzato da Robert Solow:

economie più arretrate e con una più bassa dotazione di capitale per

occupato raggiungeranno nel tempo quelle più sviluppate fintanto che,

progressivamente, si arriverà verso un punto di stato stazionario di

(steady state)”.

lungo periodo recente del mondo mediterraneo conferma solo

In realtà, l’esperienza in

previsione. E’ indubbiamente

parte questa vero che nel primo decennio

del nuovo secolo i tassi di crescita dei paesi più arretrati sono stati più

elevati di quelli dei paesi più avanzati e che, di conseguenza, si è

realizzata una fase di convergenza. Tuttavia, è necessario precisare che

ciò è stato in larga parte possibile, proprio perché i tassi di crescita dei

“Grande

paesi più avanzati sonò diminuiti drasticamente per effetto della

30

Recessione” avviatasi a partire dagli anni 2007-2008.

30 DAVID B. GRUSKY, B. WESTERN, C. WIMER, Did 'Great Recession' Live Up to the

Name?,The Wall Street Journal, 8 aprile 2010. 49

Se infatti, da un lato la crescita delle economie più avanzate è rallentata

traducendosi in alcuni casi in una significativa riduzione del reddito

reale. Nel contempo, le economie della riva Est hanno continuato la loro

“catching-up”

rincorsa, ovvero il loro processo di , anche se quelle della

riva Sud hanno avuto tassi di crescita inferiori al passato ma, nel

complesso, comunque più alti di quelli delle nazioni più avanzate.

In particolar modo, dalla Fig.9 si nota come le nazioni con crescita

negativa siano proprio quelle più sviluppate, in cui vivono circa 200

milioni di persone, il 42 per cento della popolazione dei paesi

mediterranei considerati. Invece, nelle nazioni delle rive Sud ed Est del

Mediterraneo, con circa 280 milioni di persone, la crisi non ha

comportato una riduzione del prodotto medio, ma solo un rallentamento

del tasso di crescita. Il reddito medio è aumentato in paesi molto

popolosi, come Egitto, Turchia, Marocco. Diminuito in altri, come Italia,

Spagna, Grecia e Portogallo. E’ necessario tenere presente che le crisi

economiche producono effetti sui redditi medi non solo tra i paesi, ma

anche al loro interno, ampliando le ineguaglianze tra gli individui e

determinando un aggravio del fenomeno della povertà. Gli effetti sulle

disuguaglianze tra gli individui sono altrettanto rilevanti di quelle tra i

paesi, proprio perché si riflettono sul tenore di vita, soprattutto là dove i

31

sistemi di welfare e protezione sociale sono meno sviluppati.

31 A. ANSANI, V. DANIELE, Le economie del Mediterraneo. Lo sviluppo economico e le

disuguaglianze, in Economia e istituzioni dei paesi del Mediterraneo, pag 55 , a cura di A.

AMENDOLA, E. FERRAGINA, il Mulino, 2014.

50

8 8.5 9 9.5 10

4 Marocco y = -2.3239x + 21.484

R² = 0.4831

Albania

3 Giordania

2 Egitto Israele

Turchia

Tunisia

Montenegro Siria

1 Bosnia Francia

Algeria

0

-1 Slovenia

Croatia Portogallo Italia

-2 Spagna

-3

-4 Grecia

-5

Figura 9 Crescita del Pil pro-capite 2007-2013 ponderato per la popolazione.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase

Perciò, la convergenza che ha avuto luogo nel primo decennio del nuovo

è dipesa essenzialmente dall’indebolimento e della successiva

secolo

caduta dei tassi di crescita dei paesi più avanzati, da una parte, e da una

migliore performance relativa dei paesi più deboli. Anche se, va

aggiunto, questa migliore performance non è derivata dallo sviluppo di

51

settori industriali e innovativi quanto, piuttosto, da esportazione di

energia e materie prime, rimesse degli emigrati (564 miliardi di dollari

32

fra il 1970 e il 2009), turismo, ed edilizia . Queste tendenze, osservate

sull’arco di poco più di un decennio, non consentono di trarre previsioni

su quale potrà essere, in futuro, l’evoluzione delle disuguaglianze tra le

nazioni mediterranee.

Ad ogni modo, la Grande recessione, ha avuto conseguenze di intensità e

modalità differenti nelle diverse aree del Mediterraneo. Ciò è dipeso

soprattutto da quelle caratteristiche economiche che hanno permesso di

esporre maggiormente, oppure di contenere, gli effetti della crisi

finanziaria globale. Di conseguenza, per analizzare compiutamente tale

fenomeno risulta essere necessario, a sua volta, analizzare le

conseguenze che la crisi ha determinato nelle diverse aree del

Mediterraneo.

L’area

1.4.1 latina

La Grande Recessione è stata considerata da molti economisti come una

tra le peggiori che la storia ricordi, seconda soltanto a quella della

33 , investendo sia la l’economia finanziaria, prima,

Grande Depressione

che l’economia reale, poi. Essa prese avvio dapprima negli Stati Uniti

d'America nel 2007 in seguito ad una crisi del mercato immobiliare

manifestatasi con lo scoppio di una bolla finanziaria dovuta alla crisi dei

32 Corm, Economic Evolution in the Mediterranean Countries in a Changing World, pp.

127-132, 2011

31 World Economic Outlook: Crisis and Recovery, April 2009.

52

mutui sub-prime. Successivamente, come una sorta di effetto domino, la

crisi ha assunto dimensioni via via sempre più globali. Ad alimentarla

hanno peraltro contribuito, gli alti prezzi delle materie prime (petrolio in

primis), una crisi alimentare mondiale, e il c.d. credit-crunch con

34

conseguente crollo di fiducia dei mercati borsistici .

Ad ogni modo, la generalizzata presenza nelle banche di asset "tossici"

favorì l'allargamento della crisi, intaccando direttamente anche diversi

paesi Europei, e in particolare dell’area latina, a partire dalla crisi

finanziaria greca e proseguendo rapidamente a propagarsi verso Italia,

35

Spagna, Portogallo (più l’Irlanda) .

Nei due anni successivi la perdita di fiducia da parte dei mercati e ampi

attacchi speculativi, determinarono un notevole aumento dei tassi

d’interesse sui titoli di stato spagnoli ed italiani. L’intervento della Banca

dell’Unione europea (Ue) e del Fondo

Centrale Europea (Bce),

monetario internazionale (Fmi) evitò che un probabile default della

Grecia innescasse una reazione a catena in grado di compromettere la

tenuta dell’eurozona. A Portogallo e Grecia, maggiormente colpiti dalla

crisi del debito, vennero accordati pacchetti di aiuti, mentre ai governi di

tutti i paesi coinvolti dalla crisi furono richieste riforme strutturali, volte

a ridurre i debiti pubblici e ad accrescere la competitività delle

36

economie.

34 Per ulteriori approfondimenti sull’effetto domino della crisi finanziaria si veda anche A. BANFI,

M. BIASIN, M ORIANI, G. RAGGETTI, Economia degli intermediari finanziari, pag. 231, Isedi

Editore, 2014, pag. 231.

35 R. POSNER, Un fallimento del capitalismo. La crisi finanziaria e la seconda grande depressione,

Codice, Torino, 2011

36 V. DANIELE, N. OSTUNI, Grande Recessione e Crisi del debito, in Rapporto sulle economie del

Mediterraneo, a cura di MALANIMA P., pag. 34 , EDIZIONE 2013, il Mulino.

53

Il dilagarsi della crisi comportò in breve tempo la caduta della

aggregata, con conseguenze di forte impatto sull’economia

produzione

reale. Basti osservare il contenuto della tabella seguente.

Tabella 2 Tassi di crescita del Pil reale(%).

Paesi 2007 2008 2009 2010 2011 2012

Francia 2,3 -0,1 -3,1 1,7 1,7 0,2

Grecia 3,5 -0,2 -3,1 -4,9 -7,1 -6,0

Italia 1,7 -1,2 -5,5 1,8 0,4 -2,3

Portogallo 2,4 0,0 -2,9 1,4 -1,7 -3,0

Spagna 3,5 0,9 -3,7 -0,3 0,4 -1,4

Fonte: Eurostat, online database.

partire dal 2007, il prodotto aggregato si è ridotto fortemente in tutti i

A

paesi dell’arco latino, in particolare per Grecia ed Italia. Ad esempio, nel

caso dell’Italia, essa ha subito una riduzione del prodotto aggregato pari,

cumulativamente a circa 6,7 punti percentuali.

Peraltro, crisi finanziaria e recessione hanno innescato gli effetti dei

“stabilizzatori automatici”.

cosiddetti La dinamica di tali meccanismi

insiti nelle strutture di bilancio dei diversi paesi risulta essere la

nel momento in cui l’economia subisce una contrazione del

seguente:

prodotto aggregato, diminuisce automaticamente la tassazione (essendo

54

questa progressiva) e nel contempo aumentano le spese per sussidi e altre

37

misure di sostegno al reddito . Tuttavia, le politiche di austerity varate

a sua volta a livello comunitario per ridurre i debiti pubblici hanno

ha finito con l’avvitarsi su se stessa:

innescato una spirale recessiva che

la depressione della domanda aggregata da un lato, e l’aumento della

disoccupazione dall’altro fanno diminuire ulteriormente le entrare

per effetto dell’aumento della

fiscale, mentre nel contempo

disoccupazione accresce la spesa per ammortizzatori sociali, il che porta

ad aumentare ulteriormente il deficit di bilancio. Il circolo vizioso, può

così quindi nuovamente ripartire. 38

Infine, come fatto notare da diversi autori , gli effetti della recessione

sono stai ulteriormente esasperati non solo dalla crisi dei debiti sovrani,

ma anche dalla crescita delle diseguaglianze nel ventennio precedente,

nonché dalla progressiva perdita di competitività di tali paesi rispetto ad

dell’eurozona, ed in particolare della

altre economie più avanzate

Germania. Infatti, mentre in Germania una serie di riforme introdotte nei

primi anni 2000 ha fatto crescere la produttività e ridotto il salario reale

unitario del lavoro, negli altri paesi, e in particolare in Italia, è accaduto

esattamente l’opposto. Di conseguenza l’inerzia di tali paesi

nell’intraprendere riforme di ampia portata nel ventennio precedente per

accrescere la competitività a livello internazionale, è esplosa in tutta la

sua evidenzia col sopraggiungere della crisi finanziaria.

in questi paesi, l’aumento del costo unitario del lavoro, nonché

Pertanto,

l’apprezzamento del tasso di cambio reale effettivo, il quale esprime di

37 Economia dell’unione monetaria,

P. DE GRAUWE, pag. 29, Nona edizione, il Mulino, 2013

38 Cfr. CABRAL, There are Bettere Ways Forward for the Eu , http://www.voxeu.org/article/there-

are-better-ways-forward-eu 55

fatto la forza relativa dell’economia nei confronti dell’estero, ovvero

della competitività, ha prodotto ingenti disavanzi nelle bilance

commerciali di tali paesi, il che di fatto ha costituito un importante

39

vincolo alla ripresa economica.

Questa situazione risulta ancor più evidente se si osservano

rispettivamente le Figg. 10 e 11 nelle quali sono riportati gli andamenti

dei tassi di crescita rispettivamente del Pil pro-capite e della

disoccupazione utilizzando i tassi calcolati nell’anno 2000 come livello

base.

Per ciò che concerne l’andamento del nell’area latina i le

Pil pro-capite,

performance peggiori sono state registrate da Italia e Portogallo.

Addirittura nel caso dell’Italia il Pil pro-capite è diminuito al punto da

40

ritornare sullo stesso livello del 1997 . Eclatante è anche il caso della

Grecia, la quale a partire dal 2007 ha invertito radicalmente l’andamento

positivo registrato nei primi 5 anni del XXI secolo arrivando in soli 6

anni a raggiungere dei livelli addirittura inferiori rispetto a quelli degli

anni 2000.

39 L. BARRA CARACCIOLO, Euro e (o?) democrazia costituzionale - La convivenza impossibile tra

Costituzione e Trattati europei, Dike Giuridica, Roma 2013.

40 Infatti, se misurato in dollari internazionali GK, il Pil pro-capite italiano nel 2013 è esattamente

pari a 17,793 $ (GK) contro i 17,687 del 1997. 56

135

2000 130

all'anno 125 Grecia

120

rapportata 115

capite Spagna

110 Francia

pro 105

Pil

del 100

Crescita Portogallo

Italia

95

90

2000 2002 2004 2006 2008 2010 2012 2014

Figura 10 Andamento Pil pro-capite Area Latina 2000-2013 (Livello Pil pro capite anno

2000=100)

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

si è ridotto all’incirca del 4,5

In particolare, per la Grecia il Pil pro-capite

per cento su base annua. Invece, per Francia e Italia il Pil pro-capite è

diminuito in rispettivamente di 0,4 e di -1.8 punti percentuali ogni anno a

partire dall’avvio della con quest’ultima,

crisi nel 2007. In linea, anche

Spagna e Portogallo che, a loro volta, hanno subito una riduzione dei

tassi di crescita de Pil per abitante su base annua nello stesso periodo

pari rispettivamente a -1.8 e -1.6. 57

Ovviamente, questo non ha che potuto determinare, per i motivi già

citati, degli effetti negativi anche sugli stessi tassi di disoccupazione che,

hanno subito un repentino aumento verso l’alto.

a partire dal 2007, Ad

esempio, in Portogallo, che già sperimentava tassi di disoccupazione in

un ulteriore e significativo aumento dall’8

costante crescita, vi è stato

per cento del 2007 a circa il 16 per cento del 2013. In pratica il tasso di

disoccupazione è raddoppiato in soli 6 anni ( mentre se vengono

confrontati con quelli del 2000 i tassi di disoccupazione sono addirittura

aumentati più di 5 volte).

Negli altri paesi, invece, la dinamica dei tassi di disoccupazione è stata

molto simile. Essa si è ridotta progressivamente fino al 2006, per poi

ascendere verso livelli molto elevati. Ad esempio, in Italia la

disoccupazione aveva toccato il 6 per cento nel 2006, per poi

raddoppiare nel 2013.

Anche in questo caso, molto negativa è stata la performance della

Grecia, che è passata ad avere un tasso di disoccupazione nel 2013 circa

rispetto a quello del 2013 (dall’11 al 27 per cento)

il triplo 58

450

400 Portogallo

2000=100) 350

(Indice 300 Grecia

disoccupazione 250 Spagna

200

150

di

Tasso Italia

100 Francia

50

0

2000 2002 2004 2006 2008 2010 2012 2014

Figura 11. Andamento tassi di disoccupazione area latina anni 2000-2013 (Indice anno 2000=

100)

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da World Bank, World Development Indicator (WDI),

online database

1.4.2. L’area mediorientale e il Nord Africa

Nelle altre economie del Mediterraneo, ed in particolare in quella

Mediorientale, gli effetti della crisi finanziaria hanno avuto conseguenze

molto differenti. In linea generale, gli effetti negativi della recessione

sono stati nettamente inferiori, se non talvolta addirittura marginali.

Il minore impatto della crisi finanziaria in tali aree può essere imputato a

diverse cause. Tra queste, certamente vi è la minore integrazione dei

59

paesi del Sud e dell’Est del Mediterraneo nei flussi di capitale

dell’economia globale che, di fatto, ha permesso di evitare

un’esposizione eccessiva alla crisi rispetto ai paesi del versante europeo,

e quindi di potervi resistere sicuramente molto meglio.

In ogni caso dai dati emerge che, durante il periodo della crisi

finanziaria, tali paesi hanno subito al limite soltanto una riduzione dei

loro tassi di crescita in termini di Pil pro-capite, o addirittura un costante

e sostenuto aumento degli stessi nel corso del tempo. 41

Tabella 3. Tassi di crescita (%)Pil pro-capite Medio Oriente e Nord Africa.

2000-06 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2007-13

3.31

Albania 6.47 6.21 7.52 3.31 3.55 2.78 1.31 1.40

Algeria 0.66

3.05 1.62 0.18 -0.17 1.62 0.63 0.61 1.10 1.72

Egitto 1.97 4.74 4.83 2.49 3.03 -0.22 0.25 -0.08 2.53

Giordania 3.43 1.31 4.74 3.14 0.11 0.99 2.61 3.61

Israele 1.95

0.81 3.95 2.29 -0.59 3.21 2.90 1.57 2.30 3.29

Marocco 4.07 1.53 4.31 3.54 2.49 3.79 1.61 3.97 1.19

Siria 2.26 -0.34 0.37 3.71 1.40 -3.47 1.48 3.66

Tunisia 1.65

3.47 5.07 3.36 2.06 2.20 -2.87 3.14 2.00

2.32 6.01 6.98 - - - - - -

Libano

Libia 3.29 4.95 1.11 - - - - - -

Fonte: elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™, January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

41 Nota: Per Libia e Libano non sono reperibile dati sul Pil pro-capite a partire dal 2009 a causa dei

conflitti e degli altri fattori di instabilità che interessano tali paesi.

60

La crisi finanziaria ha peraltro colpito in maniera differenziata i paesi

dei prezzi

produttori e importatori di petrolio e commodity. L’aumento

di tali beni non ha fatto altro che andare a significativo beneficio dei

esattamente l’opposto è accaduto

paesi che ne sono esportatori. Mentre ,

per i paesi produttori, con forti ripercussioni sulle rispettive bilance

42

commerciali .

Per alcuni paesi, inoltre, la forte dipendenze da esportazioni di

arma a doppio taglio. E’ il

idrocarburi si è rilevata essere una sorta di

caso della Libia. Essa, infatti, ha un Pil che è costituito per circa il 70 per

cento dalle entrate derivanti dall’esportazione di tali beni. Tant’è che

negli anni 2000-2006 il Pil pro-capite è cresciuto su base annua a tassi

molto sostenuti, in media pari all’incirca al 5 per cento. Di conseguenza,

l’interruzione della produzione di greggio a causa della guerra civile che

ha coinvolto il paese a partire dal 2007, ha determinato una drastica

43

riduzione della domanda aggregata, pari a circa il 60 per cento .

Una situazione analoga, anche se meno intensa, si è verificata in Algeria.

Essa, è stata uno dei paesi che più degli altri ha visto un rallentamento

dei tassi di crescita del Pil pro-capite che, se pur positivi, sono stati

nettamente inferiori rispetto alla media del periodo 2000-2006. Ad ogni

modo, anche l’Algeria è un paese in cui il peso percentuale degli

idrocarburi sul Pil è notevole. In particolare, tale settore attualmente

rappresenta il 98 per cento delle esportazioni totali del paese, ed il 70 per

44

cento delle entrate statali.

42 N. ROUBNI, M. STEPHEN, La crisi non è finita, Feltrinelli, Milano 2012

43 V. DANIELE, N. OSTUNI , Grande Recessione e Crisi del debito, in Rapporto sulle economie del

Mediterraneo a cura di MALANIMA P., EDIZIONE 2013, il Mulino

44 OECD, UNDP, UNDECA, African Economic Outlook 2012, African Development Bank.

61

In realtà, non soltanto l’andamento dei prezzi del petrolio e delle

ha inciso sull’economia di tali paesi. Un ruolo di

commodity primo

svolto anche dall’insorgere di diversi moti sociali di

piano è stato 45

“primavere arabe”

protesta, che sono stati etichettati col nome di . E il

paese che per primo ha visto insorgere l’insurrezione di tali moti è stata

l’altro,

proprio la Tunisia la quale, tra ha risentito sia degli effetti

negativi della crisi libica (dove una larga parte degli occupati del paese

era rappresentata appunto da tunisini) , e sia al tempo stesso dei moti

civili che hanno interessato il paese. L’insieme di tali fattori ha

determinato l’entrata in recessione del paese a partire nel 2011, dopo una

fase di crescita sostenuta. Anche se, di fatto, a partire dagli anni

successivi la crescita è tornata ad avere una velocità abbastanza

sostenuta.

La performance migliore, come si può osservare in figura, è stata

ottenuta dal Marocco il quale, sia prima che dopo il 2007, ha

sperimentato dei tassi di crescita molto sostenuti, in media pari a circa il

3,5 per cento su base annua dal 2000 al 2013. Ciò è avvenuto grazie

soprattutto a profonde riforme di carattere strutturale e costituzionale

all’interno del paese. Le elezioni hanno portato al governo una parte

della società islamica moderata, la quale ha aumentato notevolmente la

spesa pubblica in sussidi, pensioni e salari. E questo ha permesso di

evitare che fenomeno di malcontento, e gli stessi moti della primavera

46

potessero estendersi anche all’interno di tale paese.

araba,

45 PELLETREAU, R. H., Transformation in the Middle East: Comparing the Uprisings in Tunisia,

Egypt and Bahrain, in Foreign Affairs, 2011.

46 C. SBAILÒ, Nord Africa: la drammatica conclusione di un doppio ciclo politico-istituzionale, in

Quaderni Costituzionali, Il Mulino, Vol. 3. 62

160 Algeria Egypt

150 Jordan Israel

2000 140

al Morocco Syria

rapportato 130 Tunisia

pro-capite 120

Pil 110

100

90

2000 2002 2004 2006 2008 2010 2012

Figura 12 Andamento Pil pro-capite Medio Oriente e Nord Africa (Indice livello 2000=100).

Fonte: elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy Database™,

January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/ 47

Le primavere arabe hanno invece raggiunto la Giordania . Qui

analogamente a quanto accaduto per la Tunisia il paese è entrato in

recessione dopo aver sperimentato un periodo di crescita sostenuta. In

effetti, è doveroso precisare che la Giordania rispetto a molti degli altri

47 Fmi, Jordan, Country Report. 63

paesi del Medioriente è più coinvolta nei flussi internazionali di capitale

e, di conseguenza, è stata più esposta degli altri paesi limitrofi agli effetti

negativi della crisi finanziaria. Invece, sul fronte delle primavere arabe,

la Giordania ha dovuto necessariamente accogliere le istanze dei cittadini

di intraprendere processi di riforma che orientassero il paese verso un

modello politico e sociale più partecipativo, democratico e trasparente.

Infatti, nel 2011 il re Abdallah II, ha approvato gli emendamenti

necessari affinché potessero essere approvato le riforme costituzionali

“checks

volte a garantire un miglior sistema di and balances” tra i poteri

in particolare assicurare l’indipendenza della

dello stato, ed

48

Magistratura.

Anche in Egitto a partire dal 2011 si è verificato un rallentamento legato,

però, a fattori di carattere prevalentemente istituzionale, vale a dire la

rivoluzione che ha portato al rovesciamento del regime di Mubarak

anche se, a partire dall’anno successivo la crescita ha continuato ad

essere positiva, se pur inferiore rispetto a quella dei periodi precedenti.

Infine, tra i paesi analizzati vi è il Libano. Negli anni 2000-06 è stato il

paese che ha sperimentato tassi di crescita più elevati rispetto a tutti gli

altri che sono stati ivi considerati, crescendo in media ad un tasso pari a

circa il 5,4 per cento su base annua. Purtroppo, così come per la Libia,

anche per il Libano non si dispongono di dati a causa dei conflitti che

hanno interessato l’area L’economia è basata sui

negli ultimi anni.

servizi, che rappresentano più del 75 per cento del Pil, con un settore

finanziario relativamente avanzato e in cui il turismo ha un ruolo assai

significativo. Anche il Libano, per la sua dipendenza da flussi esterni di

48 CIA, The World Factbook 2012;. 64

reddito, ha subito pesanti contraccolpi dalla guerra civile siriana. Il

rallentamento registrato nel biennio 2011 è, infatti, in larga misura,

dovuto alla contrazione dei flussi turistici e alla caduta della domanda di

immobili da parte di non residenti; in aggiunta, una parte

dell’interscambio commerciale libanese è effettuato con la Siria, verso

cui va il 25 per cento delle esportazioni e da cui proviene il 10 per cento

delle importazioni libanesi, mentre una parte significativa del trasporto

49

di merci libanesi avviene per mezzo di infrastrutture siriane .

L’andamento negativo delle esportazioni ha acuito il forte disavanzo

commerciale del paese, cui si accompagnano squilibri nei conti pubblici,

con un debito che rappresenta il 136 per cento del Pil, e un crescente

deficit.

L’area adriatica e l’area anatolico balcanica

1.4.3

Nell’area anatolico balcanica e in quella Mediterranea la situazione è

stata alquanto diversa. E ciò per il semplice fatto che, molti di questi

paesi, hanno una maggior integrazione nel mercato internazionale dei

capitali rispetto a quelli del Nord Africa, e di conseguenza sono

anch’essi stati esposti agli effetti della crisi finanziaria.

Inizialmente, nel periodo tra il 2000 ed il 2006 tutti questi paesi hanno

avuto una crescita abbastanza sostenuta del Pil pro-capite. Specie in

Albania dove si è avuta la performance più alta (6,47% su base annua),

nonché in Croazia (4,13%), Montenegro (5,37%) e Bosnia Erz. (4,07%).

49 Rabobank, Country Report: Lebanon, January, 2012

65

Tabella 4 Tassi di crescita Pil pro-capite area adriatica ed anatolico-balcanica.

Paesi 2000-06 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2007-13

Cyprus 1.41 3.25 1.83 -3.54 -0.34 -1.16 -4.00 -10.59 -2.97

3.31 3.16 -0.71 -6.27 7.33 7.16 0.93 1.58 1.67

Turkey 6.47 6.21 7.52 3.31 3.55 2.78 1.31 1.40 3.31

Albania

Croatia 4.13 4.97 2.10 -7.15 -2.24 0.02 -1.91 -0.56 -1.62

Macedonia 1.82 5.71 4.57 -1.19 2.59 2.48 -0.48 1.89 1.64

5.37 7.12 5.86 -2.65 1.50 2.05 -1.28 2.45 1.32

Montenegro 3.91 6.78 3.40 -8.18 1.38 0.86 -2.40 -2.51 -1.24

Slovenia

Bosnia Erz. 4.07 5.88 5.51 -2.82 0.77 1.09 -0.63 0.59 0.75

Fonte: elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™, January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

A partire dagli anni successivi, e in particolare dal 2009, tutti i paesi

hanno registrato una significativa contrazione del reddito pro capite.

La performance peggiore è stata registrata in Slovenia, che ha subito una

perdita pari a circa l’8% circa rispetto all’anno precedente. Seguono a

loro volta per intensità anche Croazia (-7,15%), Turchia (-6,27%), e

Cipro (-3,5 %).

Con riferimento al caso della Slovenia, la sua crisi ha avuto dinamiche e

cause non molto dissimili rispetto a quelle verificatesi in altri paesi

europei, quali Spagna e Irlanda. Infatti, la crisi è derivata principalmente

66

dell’indebitamento

da una crescita insostenibile bancario, nonchè di

50

quello privato legato al settore immobiliare . Altro elemento che

peraltro la accomuna a molti altri paesi dell’area latina è che, anche in

Slovenia, gli anni precedenti sono stati caratterizzati da un aumento del

costo reale del lavoro che ne ha ridotto la competitività rispetto agli altri

paesi, facendo calare la domanda aggregata estera e, di conseguenza, le

sue esportazioni.

Diverso è stato invece il caso delle altre economie. In Croazia il debito

esterno aveva raggiunto il 60 per cento del Pil ed era stato generato da un

boom creditizio, largamente finanziato da flussi esteri di capitale in

51

entrata . Invece, in Bosnia Erzegovina, Macedonia, e Montenegro,

contraccolpo è stato meno intenso in virtù dei loro sistemi economici

meno sviluppati, e una minor integrazione nei flussi internazionali di

capitali. Ciò può essere spiegato, più che dalle caratteristiche istituzionali

dei mercati del lavoro nazionali, che sono differenti, dall’incidenza assai

52

elevata della disoccupazione di lungo termine giovanile.

50 The Economist on-line, The Economist, Next in line.

51 FMI, Republic of Croatia; Selected Issues paper, 2012.

52 European Bank for Reconstruction and Development, Transition Report 2012

67

200 Cyprus Albania

Turkey Croatia

Macedonia Montenegro

180

2000 Slovenia Bosnia

all'anno 160

rapporto 140

in

pro-capite 120

Pil 100

80

2000 2002 2004 2006 2008 2010 2012

Figura 13 Tassi di crescita Pil pro-capite 2000-2013 nelle area adriatica e anatolico-

balcanica. (Indice 2000=100).

Fonte: elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

Database™,

Nell’andamento ciclico di tutti i paesi balcanici rimane determinante,

dell’eurozona. In

comunque, il legame con le principali economie

Turchia, la recessione del 2009, dovuta al calo della domanda interna e

agli effetti della recessione europea, è stata seguita da una robusta ripresa

nel biennio successivo, in cui il paese ha realizzato una serie di riforme

strutturali dirette a incentivare il risparmio, a sostenere il sistema

e ad introdurre elementi di flessibilità nell’orario di lavoro.

pensionistico

Inoltre, sono state adottate misure fiscali per disincentivare le

68

importazioni, al fine di ridurre il disavanzo commerciale. Ciò ha

permesso alla Turchia, assieme all’Albania, di registrare nel periodo

2007-13 i tassi di crescita del Pil pro- capite più elevati rispetto agli altri

53

paesi considerati.

1.5. Diseguaglianze, divari di sviluppo, e convergenza

1.5.1. La diseguaglianza nel Mediterraneo. Evoluzione e

caratteristiche

I processi di divergenza e convergenza tra le economie possono essere

analizzati sotto molteplici aspetti. Ad esempio, come dimostrato in

β-convergenza verificare, l’eventuale

precedenza, la permette di

riduzione o aumento dei divari nei tassi di crescita tra le economie e, di

conseguenza, se le economie stanno riducendo o ampliando i rispettivi

divari nei livelli di sviluppo. Tuttavia, le convergenze o divergenze

internazionali possono essere analizzate anche sotto un’altra prospettiva.

In breve, è possibile osservare gli effetti della crescita economica

tenendo conto anche della distribuzione dei redditi tra gli individui di un

medesimo sistema-paese nel corso del tempo. Infatti, il Pil pro capite,

essendo calcolato come il reddito medio della popolazione, ci dice qual è

di vita di un’economia, ma

il tenore medio non tiene conto di quella che

può essere le modalità di distribuzione del reddito tra i singoli individui

appartenenti allo stesso paese. In altre parole, si potrebbero verificare dei

53 V. DANIELE, N. OSTUNI, Grande Recessione e Crisi del debito, in Rapporto sulle economie del

Mediterraneo a cura di MALANIMA P., EDIZIONE 2013, il Mulino.

69

casi per i quali il Pil pro-capite di un paese, pur essendo elevato,

nasconde in realtà delle profonde diseguaglianze tra la popolazione, per

cui il reddito potrebbe essere concentrato nelle mani di pochi individui.

Infatti, intesa in senso lato, la diseguaglianza economica è il fenomeno

concernente le disparità nella distribuzione della ricchezza e del reddito

tra gli individui di una popolazione, ovvero tra diversi paesi.

Per poter determinare la diseguaglianza economica è possibile ricorrere a

diversi indicatori che possono misurare il grado di dispersione, o

volatilità, del Pil pro-capite nel corso del tempo. Ne consegue che,

quanto più elevata sarà la volatilità tra i diversi paesi, tanto più elevati

saranno i divari nelle distribuzioni dei redditi tra gli stessi.

Uno degli indici che può essere utilizzati a tal scopo è il coefficiente di

“asettico”

variazione. Si tratta di un indicatore dal momento che, per la

modalità con la quale esso viene calcolato, tale coefficiente non

considera alcuna unità di misura delle variabili che vengono confrontate.

Infatti, esso viene calcolato come il rapporto tra la deviazione standard

(o scarto quadratico medio) del Pil pro-capite dei diversi paesi, rispetto

alla media delle economie considerate nella misurazione. Pertanto,

quanto più la deviazione sarà maggiore rispetto alla media, tanto più la

volatilità nella distribuzione dei redditi sarà elevata, e viceversa nel caso

contrario. Detto ciò, per avere un quadro complessivo della situazione, è

possibile confrontare, innanzitutto, i coefficienti di variazione del Pil

pro-capite mondiale, con quello relativo al Mediterraneo (Fig.14) .

Così come già osservato in precedenza, anche in questo casi si nota come

su scala mondiale il massimo divario tra sviluppo e sottosviluppo è stato

all’inizio degli anni’50. La crescita economica, e

raggiunto 70

l’industrializzazione ancora non avevano coinvolto un numero notevole

di paesi del Nord dell’Occidente. Solo in seguito la crescita interessò un

numero via via sempre più ampio di paesi, che crebbero a tassi superiori

a quelli dei paesi avanzati, facendo così diminuire progressivamente le

54

distanze nei livelli di Pil pro-capite .

1.5

1.4 Mondo

1.3 Mediterraneo

1.2

1.1

1

0.9

0.8

0.7

0.6

0.5

1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010

Figura 14. Confronto tra il coefficiente di variazione del Pil pro-capite mondiale con quello del

Mediterraneo.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

54 P. Malanima, Rapporto sulle economie del Mediterraneo, Edizione 2013, pag 17.

71

Osservando l’economia globale, la dispersione dei valori è assai

maggiore che nel Mediterraneo. Dal 1950 sino al 1970 vi è stata una

forte riduzione nei divari di sviluppo tra il Mediterraneo e il resto del

è reso evidente dall’ampiezza della distanza tra le

Mondo. Tale aspetto

due curve. Essa si è ridotta notevolmente nel corse del tempo, per poi

rimanere di ampiezza più o meno costante fino a primi anni della crisi

finanziaria, quando i Paesi più avanzati del Mediterraneo (detentori

come già detto della maggior parte del Pil dell’intera regione), hanno

cominciato a risentire degli effetti della Grande Recessione.

In effetti, dal 1950 ad oggi, la posizione relativa dei paesi nella

graduatoria del benessere economico è cambiata. Alcune economie, in

passato relativamente povere, hanno visto una diminuzione in termini di

ineguaglianza rispetto ai paesi più ricchi, e ciò in virtù dei maggiori tassi

di crescita sperimentati da tali economie. In tal modo le distanze con i

paesi più ricchi, al vertice della graduatoria, si sono ridotte. Paesi come

Malta, Cipro, Spagna, Grecia, Portogallo si sono avvicinati ai livelli di

dell’Italia e della Francia. In altre economie, invece,

prodotto pro-capite

tassi di crescita inferiori si sono tradotti in un peggioramento delle

condizioni relative di benessere individuale. In questi paesi, le condizioni

medie di vita della popolazione sono migliorate, ma il ritardo di sviluppo

rispetto al gruppo dei paesi ricchi è aumentato. È il caso della Siria, del

55

Libano, del Marocco o della Giordania.

Nel Mediterraneo, la dinamica del coefficiente di variazione del Pil pro-

56

capite ha assunto la forma di una sorta di U rovesciata ; la stessa che il

55 P. MALANIMA, Rapporto sulle economie del Mediterraneo, Edizione 2007, il Mulino.

56 ALONSO, Presidential Address: Five-Bell-shapes in Development.

72

economista Simon Kuznets aveva individuato nell’ineguaglianza

noto

della distribuzione personale del reddito della crescita moderna

57

esaminando i casi del Regno Unito, Germania e Stati Uniti .

Secondo Kuznets, tale fenomeno dipenderebbe principalmente dalle

trasformazioni delle strutture produttive dei paesi che si verificano

attraverso l’industrializzazione. In effetti, in un’economia arretrata o

comunque in una fase iniziale dello sviluppo (ad es. perché fondata

esclusivamente sul settore primario) la produttività dell’economia risulta

essere bassa, così come lo sono anche i redditi. Di conseguenza, il fatto

che tutti risultino essere relativamente poveri, non determina un aumento

della diseguaglianza. Tuttavia, nel momento in cui si avvia un processo

di industrializzazione o di agglomerazione industriale, i redditi

aumentano per coloro che saranno impiegati nel neo-nato settore

dell’aumento di produttività

secondario per effetto apportato da

quest’ultimo. Allo stesso tempo ciò determina un accrescimento delle

diseguaglianze del reddito tra gli individui nel corso tempo, in virtù del

fatto che tale processo interessa inizialmente soltanto una piccola quota

parte della popolazione. Tuttavia, man mano che la trasformazione verso

il settore secondario, e poi verso quello terziario, verrà a completarsi,

allora la diseguaglianza (dopo aver toccato un suo massimo) tenderà

progressivamente a ridursi, e ciò sia perché i salari tenderanno a

livellarsi, e sia perché in una società più avanzata aumentano le pressioni

per la promozione di politiche economiche redistributive.

57 “Economic Growth and Income Inequality”,

S. KUZNETS, American Economic Reviews, March

1995, pp. 1-28. 73

Pertanto, partendo da tali premesse, si può analizzare se anche nel

Mediterraneo le diseguaglianze nella distribuzione del reddito tra gli

individui siano aumentate, o diminuite, nel corso del tempo.

1.5.2. Dinamica delle diseguaglianze del Mediterraneo

è stato riportato l’andamento del coefficiente

Nella Fig. 15 di variazione

del Pil pro capite del Mediterraneo dal 1950 al 2013. Osservando

attentamente la figura è possibile distinguere in essa diverse fasi.

0.7 Mediterraneo

pro-capite 0.65

Pil

del

variazione 0.6

di

Coefficiente 0.55

0.5

1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010

Figura 15 Coefficiente di variazione del Pil pro-capite calcolato su 16 economie del

Mediterraneo.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

74

La prima di queste è quella che va dal 1950 sino al 1973. In questo

periodo la diseguaglianza cresce fino al verificarsi del primo shock

petrolifero del ’73. Successivamente vi fu una fase di riduzione delle

diseguaglianze che si è protratta fino alla seconda crisi petrolifera del

’79, toccando il suo punto di minimo nel 1985. La flessione, infatti, è

stata principalmente causata dalla crisi attraversata allora da alcune

economie avanzate del nord. E ciò in virtù del semplice fatto che le

economie del sud-est, cioè quelle dei paesi esportatori di petrolio, quali

Algeria, Libia, Egitto e Siria, trassero notevoli benefici dai prezzi

crescenti del petrolio, mentre le economie avanzate dovettero subire

aumenti dei costi di produzione. Di conseguenza le distante tra il

versante nord e sud-est diminuirono.

Tuttavia si è trattato di un periodo di breve durata. Infatti, nel decennio

successivo, i divari cominciarono ad aumentare di nuovo, per poi

cominciare a diminuire significativamente in maniera costante nel corso

del tempo. In particolare, anche in quest’ultima fase la flessione nei

divari mediterranei manifestatasi a partire dal 2001, poteva apparire,

come un evento congiunturale di breve periodo, simile, per intensità, a

che si era verificato negli anni ’70 del secolo scorso,

quello e per tanto

destinato ad esaurirsi in breve tempo. Al contrario, sul finire degli anni

90, e soprattutto a partire dal 2000, si è verificata una vera e propria

Infatti, nell’arco di un decennio è stato raggiunto

inversione di tendenza.

un livello addirittura inferiore rispetto a quello degli anni ’50.

75

1.5.3. Dinamica delle diseguaglianze per aree.

Se a livello globale il Mediterraneo ha progressivamente ridotto nel

tempo il gap di diseguaglianza rispetto al resto del globo, eterogenea è,

invece, la situazione al suo interno. Nel momento in cui ci si concentra

sulle diseguaglianze nella distribuzione dei redditi tra aree si può notare

come non tutti i paesi si trovano ancora sulla tratto discendente della “U

rovesciata” di Kuznets, o addirittura non lo hanno ancora affatto

imboccato.

Per effettuare tale analisi è stato calcolato il coefficiente di variazione del

Pil pro-capite per ciascuna area del Mediterraneo, rispetto ai paesi per i

quali risultano essere disponibili serie storiche continue fra loro

omogenee e comparabili. In questo modo è stato così possibile

“dove”

determinare, secondo la modellizzazione di Kuznets, esse siano

effettivamente situate rispetto alla traiettoria ad U rovesciata della

diseguaglianza. nell’area latina

Cominciando con ordine dalle aree più sviluppate, la

traiettoria discendente della U rovesciata, veniva intrapresa già a partire

dalla fine degli anni ’50. Infatti, le economie dei quattro più importanti

dell’area latina stavano già crescendo

paesi e, progressivamente, si

avvicinavano al livello della Francia, che allora era di fatto la più

58

avanzata del gruppo. Si è comunque trattato di un processo estremante

graduale e costante nel corso del tempo, che ha fatto addirittura scendere

il coefficiente di variazione sino a valori prossimi allo zero (Fig.16).

58 Vedi P. Malanima, Rapporto sule economie del Mediterraneo, Edizione 2013, pag. 24.

76

Area latina

0.55

pro-capite 0.5

0.45

Pil

variazione 0.4

0.35

di

Coefficiente 0.3

0.25

0.2

0.15

1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010

Figura 16. Coefficiente di Variazione Pil pro-capite area latina.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

Nell’area anatolico-balcanica, invece, la traiettoria ad U rovesciata

“ab

risulta essere molto evidente initium” (Fig.17). Si è assistito, infatti,

a un progressivo aumento dei divari nella distribuzione del reddito fino

alla metà degli anni ’70. cui si è toccato l’apice nelle

Periodo, questo, in

variazione della distribuzione del reddito tra gli individui, ovvero il

massimo livello di diseguaglianza distributiva.

Da qui in poi, si nota invece una vera e propria inversione di tendenza

tramite una graduale e costante riduzione in termini della diseguaglianza

nei redditi fino a raggiungere valori molto prossimi rispetto a quelli

dell’inizio degli anni ’50. 77

Area anatolico balcanica

0.4

pro-capite 0.35

Pil 0.3

del

variazione 0.25

di 0.2

Coefficiente 0.15

0.1

0.05

1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010

Figura 17. Coefficiente di variazione Pil pro-capite area anatolico-balcanica

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

Database™,January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/ 59

per l’area Mediorientale

Diversa, ancora, è invece la situazione (Fig.

imboccato a partire dagli anni ’50 il tratto

18). Questa sembra aver infatti

ascendente della parabola rovesciata, e non è quindi ancora possibile dire

con certezza se sia ancora in corso l’ascesa verso la diseguaglianza,

oppure se si è giunti al massimo della stessa, prima di una eventuale

imminente discesa. Infatti, la forte instabilità che contraddistingue i

paesi che fanno parte di quest’era, non permettono di poter fare delle

considerazioni di lungo periodo ed oggettive.

59 Nell’area Mediorientale è stato introdotta anche l’area libico-egiziana. Tuttavia la Libia è stata

esclusa, in quanto non si dispongono di serie storiche affidabili successive al 2008.

78

Da notare, peraltro, le ampie fluttuazioni che evidenziate dal coefficiente

energetiche del tra il ’73 ed il

di variazione, durante il periodo delle crisi

’79. Area Mediorientale

0.75

pro-capite 0.7

0.65

Pil

del 0.6

variazione 0.55

di 0.5

Coefficiente 0.45

0.4

0.35

1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010

Figura 18 Coefficiente di Variazione Pil pro-capite area Mediorientale

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy Database™,

January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

Osservazioni analoghe possono essere effettuate anche per quanto

l’area Nord-africana

riguarda, (Fig. 19).

Anche in questo caso, infatti, il percorso di ascesa dei divari è molto

contrastato, e soprattutto sembra ancora in procinto di proseguire. Non è

possibile, quindi, giungere a osservazioni oggettive.

79

Area nord-africana

0.3

pro-capite 0.25

Pil 0.2

del

variazione 0.15

di

Coefficiente 0.1

0.05

0

1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010

Figura 19 Coefficiente di variazione Pil pro-capite area nord-africana.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy Database™,

January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

60

Infine, per quanto riguarda l’area adriatica (Fig. 20), sembra che a

partire dal 2000 quest’ultima abbia imboccato effettivamente il tratto

discente della U rovesciata, e che stia ormando proseguendo in discesa.

60 Poiché non si dispongono di dati omogenei e comparabili precedenti al 1980 per tutti i paesi facenti

parte dell’Area Adriatica, sono stati di conseguenza confrontati i dati esclusivamente relativi a

Croazia, Macedonia, Serbia, Slovenia, e Bosnia Erzegovina.

80

Area Adriatica

0.7

pro-capite 0.65

Pil 0.6

del

variazione 0.55

di 0.5

Coefficiente 0.45

0.4

0.35

1980 1985 1990 1995 2000 2005 2010

Figura 20 Coefficiente di variazione Pil pro-capite area adriatica.

Fonte: Elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy Database™,

January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase/

In sintesi, quindi, è possibile osservare come anche nei divari e nelle

distribuzione del reddito del Pil pro-capite tra gli individui delle diverse

aree del Mediterraneo, vi sia per alcune di esse una convergenza rispetto

divari presenti negli anni ’50. Tuttavia,

agli ampi non tutti tali paesi

sembrano aver imboccato la strada della riduzione delle ineguaglianze,

in quanto il processo risulta essere di fatto ancora in atto, e perciò sarà

necessario attendere per poter dire quando effettivamente lo stesso

giungerà, eventualmente, a termine. 81

L’ineguaglianza distributiva

1.5.4.

Il Pil pro-capite, pertanto, in quanto indicatore sintetico del tenore di vita

di un paese, permette di fornire utili informazioni circa i divari esistenti

tra le diverse aree del Mediterraneo, permettendo tra l’altro

un’interessante analisi comparata nel tempo. Tuttavia, una delle

principali problematiche legate al Pil pro capite è che esso viene

calcolato come una vera e propria “media”. In altre parole, esso permette

di determinare in che modo la ricchezza si distribuisce mediamente tra la

popolazione di un determinato paese, ma non fornisce alcuna

informazione di come il reddito di fatto si distribuisca, invece, tra gli

individui.

A tal proposito, un ulteriore indicatore che oltre al coefficiente di

variazione permette di raggiungere tale scopo è dato dal cosiddetto

Indice di concentrazione di Gini. Tale indice è calcolato come il

complemento ad uno del rapporto tra la percentuale di popolazione più

ricca e più povera di un paese. Perciò, il coefficiente di Gini ha come

vantaggio principale quello di misurare la disuguaglianza attraverso

l'analisi di un rapporto, invece di usare una variabile che non rappresenti

la maggior parte della popolazione, come ad esempio il reddito pro

capite o il prodotto interno lordo. Pertanto può essere utilizzato per

confrontare le distribuzioni della ricchezza in diversi settori della

popolazione o in diversi stati. In particolare, il coefficiente di Gini

61

dimostra come il reddito cambi in misura differente per ricchi e poveri .

Se infatti il coefficiente di Gini sale insieme al PIL, significa che lo stato

61 DIXON, PM, J WEINER, MITCHELL-OLDS T., R. WOODLEY , Bootstrapping the Gini

coefficient of inequality. Ecology 1987 82

di povertà non sta cambiando per la maggior parte della popolazione; se

invece accade il contrario, significherà che si sta verificando una

“equa”

redistribuzione del reddito tra la popolazione.

Per i paesi del Mediterraneo, tuttavia, l’analisi dell’ineguaglianza

l’ausilio dell’indice

distributiva dei redditi mediante di Gini incontra

forti limiti dovuti al fatto che risulta essere di fatto difficile reperire delle

serie omogene e comparabili di dati.

Tabella 5. Indici di Gini relativi alla distribuzione individuale del reddito nei paesi del

Mediterraneo fra il 1940 e il 2013.

1940-69 1970-79 1980-89 1990-99 2000-06 2007-13

0.50 0.37 0.35 0.29 0.28 0.30

Francia - - - - 0.29 0.27

Malta - 0.40 0.36 0.36 0.37 0.35

Portogallo 0.35 0.35 0.30 0.32 0.32 0.33

Spagna 0.40 0.39 0.33 0.34 0.34 0.32

Italia - - - 0.29 0.30 0.31

Albania - - - 0.33 0.31 0.35

Bosnia Erz. - - 0.26 0.29 0.30 0.30

Croazia - - 0.32 0.31 0.33 0.35

Macedonia - - - 0.27 0.30 0.30

Montenegro - - - - 0.36 0.30

Serbia - - 0.22 0.26 0.26 0.25

Slovenia 0.26 - - 0.29 0.28 0.29

Cipro 0.43 0.42 0.36 0.35 0.33 0.33

Grecia 0.54 0.49 0.47 0.46 0.44 0.39

Turchia - 0.39 0.37 0.41 0.39 0.38

Giordania 0.55 - - 0.44 0.37 0.45

Libano - - - - - 0.36

Palestina - - - - - 0.34

Siria 0.37 0.36 0.36 0.36 0.36 0.32

Egitto - - - - - -

Libia - - 0.40 0.35 - 0.35

Algeria 0.52 0.57 0.41 0.38 0.41 0.41

Marocco 0.49 0.45 0.41 0.41 0.41 0.36

Tunisia 83

Fonte: I dati della tabella dei decenni compresi dal 1940 fino al 2006 sono stati estrapolati da

Capasso, Astarita, La distribuzione dei redditi. La diseguaglianza nei paesi del Mediterraneo; invece,

è stato calcolato l’indice di Gini tra il 2007 e il

i dati più recenti con cui 2013 sono stati elaborati su dati

TM

provenienti dal The conference Board Total Economy Database , http://www.conference-

board.org/data/economydatabase

Peraltro, come si può osservare dalla Tab.5 , nel loro complesso i valori

dell’indice di Gini del Mediterraneo, si sono progressivamente ridotti

nel corso del tempo e sono per certi versi molto simili a quelli tipici dei

paesi dell’Europa occidentale.

In ogni caso, la dinamica di evoluzione, unita alla difficoltà di reperire

dati comparabili su un più lungo periodo per i paesi considerati, non

consente di fornire alcuna informazione ulteriore per l’individuazione di

un trend fondamentale, oltre a quelle che sono state già in precedenza

62

evidenziate .

62 Cfr. P.MALANIMA, Rapporto sulle economie del Mediterraneo, EDIZIONE 2013, Il Mulino, pag.

23 84

CAPITOLO 2.

LO SVILUPPO UMANO NEL

MEDITERRANEO

I divari di sviluppo dei paesi che interessano l’area del Mediterraneo

riguardano non soltanto la dimensione economica dello sviluppo, ma

“qualitativa”.

anche, e talvolta soprattutto, quella

Il concetto di sviluppo si presta, infatti, a una pluralità di definizioni ed

interpretazioni, e tra queste, assume certamente un forte rilievo il

63

“sviluppo umano”

concetto di . Nella definizione data dalle Nazioni

“un processo

Unite, lo sviluppo umano è considerato come che consente

di ampliare le possibilità di scelta degli individui”, vale ampliare le c.d.

“social capabilities”, concetto questo che è stato sottolineato anche da

altri economisti, quali, ed in primo luogo, da Amartya Sen e Mahbub ul

64

Haq . Da ciò si comprende come tale definizione si fondi

principalmente su una dimensione dello sviluppo non più soltanto

“quantitativa”, “qualitativa”.

ma anche

63 “La vera ricchezza di una nazione è data dalle

Citando il Rapporto sullo sviluppo umano del 1995:

persone uomini e donne. Lo scopo dello sviluppo è quello di creare un ambiente idoneo per le

persone, affinché possano godere di una vita lunga, salutare, e creativa.” UNITED NATIONS

DEVELOPMENT PROGRAM (UNDP), Human Development Report, Oxford University Press,

New York 1995, pag. 11.

64 Cfr. A. SEN, Il tenore di vita. Tra benessere e libertà; MAHBUB UL HAQ, Reflections on Human

Development. 85

2.1 Misurare lo sviluppo umano

Uno dei principali indici ai quali è possibile ricorrere per misurare lo

l’Human

sviluppo umano è Development Index (indice di sviluppo

umano, o più brevemente Isu), utilizzato a partire dal 1990 dalle Nazioni

Unite. L’Isu è un indicatore che a sua volta è composto da tre ulteriori

peso dell’indice

indici, ciascuno dei quali rappresentante un terzo del

complessivo. Tali indici abbracciano quelle che possono essere

considerate le tre principali dimensioni fondamentali dello sviluppo

umano nel suo complesso, ovvero:

- 1. Condizioni generali di salute, misurate dalla speranza di vita

alla nascita;

- 2. Accesso alla conoscenza, un indice ponderato per due terzi per

il tasso di alfabetizzazione della popolazione, e per il restante

terzo per il tasso lordo delle iscrizioni ai livelli d’istruzioni

primario, secondario e terziario;

- 3. Tenore medio di vita della popolazione, misurato, al solito, dal

Pil pro-capite espresso in dollari statunitensi Ppa.

La media geometrica standardizzata di questi tre indici permette di

calcolare a sua volta l’Indice di sviluppo umano, ottenendo così un

valore compreso tra 0 e 1. La formula risulta essere la seguente:

Più i valori ottenuti tramite l’Isu saranno prossimi ad 1, e più ciò risulta

essere associato ad un elevato livello di sviluppo, mentre ragionamento

opposto vale nel caso in cui l’indice si avvicini progressivamente allo 0.

86

all’utilizzo di tale indicatore

In merito è bene precisare che, spesso, gli

economisti sono soliti ricorrere nelle analisi internazionali tra diversi

all’utilizzo esclusivo del Pil pro-capite

paesi, come indicatore sintetico

dello sviluppo. E ciò in virtù del fatto che tra Pil pro capite e Isu sussiste

una correlazione abbastanza robusta da rendere il Pil pro capite una

65

dell’Isu

buona approssimazione . Infatti, e in termini generali, nei paesi

in cui il reddito è relativamente più elevato anche l’aspettativa di vita e i

livelli di istruzione tendono ad essere anch’essi abbastanza elevati, e

viceversa nel caso contrario. Il legame tra i due indicatori può essere così

da un lato, un’economia con un elevato reddito può destinare

spiegato:

maggiori risorse a servizi educativi e di cura, rendendoli accessibili a una

dall’altro, una popolazione mediamente

più ampia platea di individui;

più sana e istruita (e quindi dotata di una maggior dotazione di capitale

umano), aumenta la sua produttività, e ciò determina una sorta di circolo

virtuoso che determina ulteriori effettivi positivi sul reddito

dell’economia.

Tuttavia, sebbene a elevati livelli di sviluppo economico corrispondano

“di regola” elevati livelli di sviluppo umano, tale aspetto non risulta

essere generalizzabile in termini assoluti.

Infatti, nel caso specifico delle economie del Mediterraneo è possibile

osservare come per molti paesi le posizioni nelle rispettive graduatorie di

sviluppo economico e sviluppo umano non coincidono esattamente, pur

essendo per certi versi abbastanza simili. Allo stesso tempo, si nota come

ampliando l’analisi dello sviluppo dei paesi mediterranei anche alla

dimensione qualitativa dello sviluppo umano, gli ampi divari riscontrati

65 Cfr. DANIELE V., La crescita delle Nazioni, Fatti e teorie, La crescita economica, pag. 40

87

per molti paesi (specie tra quelli della sponda Nord e Sud) tendono ad

essere di gran lunga inferiori rispetto a quelli riscontrati nella graduatoria

del reddito. Ad esempio, qui la nazione più sviluppata dal punto di vista

umano non è la Francia, come visto in precedenza, la quale cede di fatto

il primato mediterraneo ad Israele, con un Isu che quasi il 102 per cento

rispetto a quello dell’Italia. Seguono a sua volta nella graduatoria la

Slovenia e i Paesi della sponda Nord del Mediterraneo, riconfermandosi

nei posti più elevati anche per quanto riguarda l’indice di sviluppo

umano. Rilevante, poi, è il caso della Giordania che, rispetto alla

graduatoria fondata sui divari di reddito nella quale risulta essere una

delle ultime, guadagna diverse posizioni collocandosi addirittura

nell’area mediana delle stime effettuate.

All’estremo opposto i paesi della sponda Sud del Mediterraneo, e in

particolare il Marocco (con un Isu del 70% rispetto a quello italiano) si

riconfermano nelle ultime posizioni della graduatoria seppur, come già

detto, con un minor divario rispetto ai paesi più avanzati. In particolare,

pari a circa l’80 per cento

tenendo presente che la media mondiale è

rispetto all’Isu dell’Italia, si collocano al di sotto di tale media Palestina,

Egitto, Sira, e per ultimo (come già osservato), il Marocco (Fig. 21)

88

ISU in percentuale dell'Italia

0 20 40 60 80 100 120

101.83

Israele 101.73

Francia 102.46

Slovenia 100.00

Italia 99.66

Spagna 97.82

Grecia 96.90

Cipro 95.07

Malta 94.27

Portogallo 93.12

Croazia 90.48

Montenegro 89.91

Libia 87.04

Turchia 85.44

Giordania 85.44

Serbia 83.94

Macedonia 83.83

Bosnia-Erzegovina 82.68

Tunisia 82.22

Algeria 82.11

Albania 78.67

Palestina 78.21

Egitto 75.46

Siria 70.76

Marocco Figura 21 I divari nell'Indice di Sviluppo Umano (Italia=100)

Fonte: Elaborazione su dati UNDP, Human Development Reports, 2014

2.2. Dinamica dello sviluppo umano dal 1980 al 2013

Ovviamente, al fine di giungere a una valutazione complessiva, è

necessario guardare non soltanto all’ordine delle attuali graduatorie dello

89

sviluppo che interessano tali paesi ma, è anche necessario effettuare

un’analisi comparata su diversi periodi. A tal proposito, è possibile

riscontrare che i paesi del Mediterraneo hanno visto, nel trentennio 1980-

2013, un’evoluzione assai diversa sia per quanto riguarda l’Isu nel suo

complesso, e sia per quanto riguarda le singole componenti che lo

costituiscono.

Nella Tab. 6, sono stati suddivisi i paesi del Mediterraneo in base al più

o meno elevato livello di sviluppo umano calcolato nel 2013, comparato

a sua volta su base decennale a partire dal 1980. A tal proposito,

nell’ultima riga è stato inserito il trend della media dello sviluppo umano

66

mondiale dal 1980 al 2013 che, come è possibile osservare, si attesta

per il 2013 attorno ad un livello complessivamente elevato pari a 0,70.

L’ultima colonna, infine, indica il tasso di crescita medio annuo delle

economie considerate, sempre nell’intervallo temporale 1980-2013. Ad

esempio, il tasso di crescita medio annuo dell’economia mondiale si

attesta, per il trentennio considerato, attorno lo 0,71 per cento. Inoltre,

per comodità d’analisi, i paesi mediterraneo sono stati suddivisi questa

volta in tre aree, rispettivamente rappresentate dal Mediterraneo europeo,

67

il Medio Oriente, ed il Nord Africa , e per ciascuna di esse è stata

calcolata il livello medio di sviluppo umano, e il relativo tasso di crescita

medio annuo.

Dai dati è possibile trarre alcune importanti osservazioni di carattere

generale.

66 Prima del 1980 non sono disponibili dati con i quali sia possibile effettuare un’analisi comparata di

estensione temporale maggiore.

67 Il Mediterraneo europeo così come considerato comprende tutta l’area latina, la conca adriatica ed

infine l’area anatolico-balcanica; il Medio-oriente comprende: Palestina, Egitto, Siria, Israele,

Cipro, e Turchia; il Nord-Africa: Tunisia, Libia, Algeria, e Marocco.

90

Innanzitutto, si nota che lo sviluppo umano del Mediterraneo sia stato in

media, sempre superiore rispetto a quello mondiale. Tuttavia è solo a

partire dagli anni 2000 che tutte e tre le aree considerate hanno un Isu

maggiore, o quanto meno uguale, rispetto a quello dato dalla media

mondiale. Ma, soprattutto, è a partire dal 2000 che la variabilità dei

divari tra le aree considerate tende a ridursi progressivamente, e in

maniera ancora più pronunciata nel decennio successivo, proseguendo

sino al 2013. 91

Tabella 6. Indice di Sviluppo Umano. Trend 1980-2012

1980 1990 2000 2010 2013 Crescita 1980-2013

Sviluppo umano "molto elevato"

Israele 0.53

0.89

0.75 0.79 0.85 0.88

Francia 0.63

0.88

0.72 0.78 0.85 0.88

Slovenia 0.87

0.77 0.82 0.87

Italia 0.61

0.87

0.72 0.76 0.83 0.87

Spagna 0.67

0.87

0.70 0.76 0.83 0.86

Grecia 0.56

0.85

0.71 0.75 0.80 0.86

Cipro 0.77

0.85

0.66 0.73 0.80 0.85

Malta 0.51

0.83

0.70 0.73 0.77 0.82

Portogallo 0.77

0.82

0.64 0.71 0.78 0.82

Croazia 0.81

0.69 0.75 0.81

Sviluppo umano "elevato"

Montenegro 0.79

0.78

Libia 0.63

0.78

0.64 0.68 0.75 0.80

Turchia 1.33

0.76

0.50 0.58 0.65 0.74

Giordania 0.74

0.75

0.59 0.62 0.71 0.74

Serbia 0.75

0.73 0.71 0.74

Macedonia 0.73

0.73

Bosnia-Erzegovina 0.73

0.73

Tunisia 1.25

0.72

0.48 0.57 0.65 0.72

Algeria 1.07

0.72

0.51 0.58 0.63 0.71

Albania 0.54

0.72

0.60 0.61 0.66 0.71

Sviluppo umano "medio"

Palestina 0.69

0.67

Egitto 1.29

0.68

0.45 0.55 0.62 0.68

Siria 0.69

0.66

0.53 0.57 0.61 0.66

Marocco 1.36

0.62

0.40 0.46 0.53 0.60

0.69 0.73 0.78 0.81 0.81 0.52

Media Sviluppo umano Med-europeo 0.58 0.64 0.71 0.75 0.75 0.82

Media Sviluppo umano Medioriente 0.51 0.57 0.64 0.71 0.71 1.04

Media sviluppo umano Nord Africa 0.61 0.67 0.73 0.77 0.78 0.77

Media sviluppo umano Mediterraneo 0.56 0.60 0.64 0.69 0.70 0.71

Media sviluppo umano Mondiale

Nota: Nella tabella non vengono mostrati i livelli di sviluppo umano di alcuni paesi relativi a taluni

degli intervalli di tempo oggetto dell’analisi, in quanto, per tali periodi, non si dispone di serie storiche

con le quali poter calcolare l’Isu, Inoltre, nell’ultima colonna e nell’ultima riga della tabella sono

indicati rispettivamente il tasso di crescita medio annuo dal 1980 al 2013 e, nel medesimo arco di

tempo, il trend della media dello sviluppo umano mondiale.

Fonte: UNDP, Human Development Report, 2014

92

Spiccano i casi di alcuni paesi che risultano essere cresciuti ad un ritmo

notevole, rispetto a tutti gli altri. Ci si riferisce in particolar modo a tutti i

paesi del Nord Africa, soprattutto Marocco e Tunisia, che hanno

nettamente superiore

conseguito mediamente una crescita dell’Isu

all’unità percentuale. Ciò potrebbe sembrare di poco conto, ma in realtà,

quando si analizza la crescita economica di lungo periodo, anche delle

sole piccole variazioni nei tassi di crescita possono determinare, in un

arco di tempo sufficientemente ampio, ampissimi divari nei livelli di

sviluppo, collocando così i paesi in traiettorie di crescita del tutto

differenti. che illustra l’andamento

Tale situazione è riscontrabile nella Fig. 22,

degli Isu delle diverse macroregioni principali del Mediterraneo nel

periodo tra il 1980 e il 2013. 93

0.85

0.8 Versante europeo

0.75 Mediterraneo

Umano Nord-Africa

0.7

Sviluppo Medioriente Mondo

di 0.65

Indice 0.6

0.55

0.5

1980 1985 1990 1995 2000 2005 2010

Figura 22 Confronto trend Isu tra le regioni del Mediterraneo e il resto del Mondo.

Il grafico mostra l’andamento della media degli Isu dei paesi per ciascuna regione

Nota: del

oltre che del Mediterraneo stesso e dell’Isu mondiale nel suo complesso. Si precisa,

Mediterraneo,

tuttavia, che per il 1980, la media del versante Europeo non comprende Croazia e Slovenia. Per

l’intero periodo, il Medio Oriente non comprende Libano e Palestina, ed infine il Nord Africa non

comprende la Libia.

Fonte: Elaborazione su dati UNDP, Human Development Report, 2014

Sebbene il campione sia limitato per trarre delle conclusioni di carattere

generale, è comunque possibile effettuare alcune interessanti

osservazioni attraverso tali dati. 94

Innanzitutto è possibile osservare che, dal 1980 sino ai periodi più

recenti, l’Isu è cresciuto regolarmente, non soltanto per le diverse regioni

del Mediterraneo considerate, ma anche complessivamente a livello

mondiale. In particolare, si nota come i progressi più significativi siano

stati realizzati dalle economie che si trovano in fondo alla classifica dello

sviluppo umano (e anche del reddito pro-capite), cioè Marocco, Algeria,

Tunisia, Siria e Egitto.

In effetti, sia il versante mediorientale del Mediterraneo, sia quello Nord-

africano, negli anni ’80 erano caratterizzati da un ampio divario rispetto

ai paesi della sponda Nord del Mediterraneo. Tale divario ha poi seguito

delle traiettorie differenti per le diverse aree. In particolare, il versante

europeo si è mantenuto su tassi di crescita sempre piuttosto elevati,

quanto meno sino agli inizi degli anni 2000. Da questo periodo in poi,

invece, si nota come tali paesi siano cresciuti, in termini di sviluppo

umano, a tassi di crescita decrescenti, e questo soprattutto durante gli

“Grande

anni della recente Recessione” (è plausibile quindi ipotizzare

che il calo dell’Isu in questo caso sia stata determinato dalla componente

che riguarda il tenore medio di vita misurato dal Pil pro-capite).

Una situazione parzialmente diversa la si può riscontrare nei paesi del

Medioriente e del Nord Africa. I primi, in particolare, sono stati

interessati da livelli di crescita dello sviluppo umano complessivamente

più sostenuti rispetto ai paesi del versante europeo che ha, nel tempo,

ridotto progressivamente l’ampiezza dei divari nei livelli di sviluppo

umano. I secondi, cioè i paesi nordafricani, hanno avuto le performance

più notevoli. Per quest’ultimi si notano dal 1980 tassi di crescita dello

sviluppo umano molto elevati che hanno permesso a tali paesi di

95

recuperare in breve tempo una parte del gap nei confronti delle altre aree

del Mediterraneo. E non solo. A partire dagli anni 2000 lo sviluppo

umano di tali paesi ha raggiunto è superato il trend medio a livello

mondiale. In altre parole, la performance migliore di questi paesi è stata

proprio quella che ha riguardato la dimensione qualitativa dello sviluppo

Tra l’altro, la

e non quella quantitativa. crescita di tali paesi nel corso

degli anni ’80 e ’90 è stata, in termini di Pil pro-capite, spesso modesta

se non, addirittura, negativa. Da ciò quindi si deduce come i

miglioramenti più significativi siano stati ottenuti in questi paesi in

termini di progresso sociale, più che di produzione o reddito nazionale.

Tali aspetti evidenziano che nel trentennio considerato, le nazioni del

Mediterraneo hanno conosciuto un significativo progresso nello sviluppo

umano vedendo, da un lato, una riduzione del gap qualitativa tra e nelle

dall’altro, una riduzione del medesimo

diverse aree del Mediterraneo e,

gap rispetto all’economia mondiale nel suo complesso. Ciò non esclude,

tuttavia, che alcune di esse - si pensi, per esempio, alla Siria - possano

accusare gli effetti dei conflitti seguiti ai moti della «primavera araba», o

68

della recessione avviatasi nel 2008.

2.3 Le componenti fondamentali dello sviluppo umano

un quadro più approfondito dell’evoluzione del trend

Per poter avere

dello sviluppo umano nei diversi paesi del Mediterraneo, è possibile

scomporre l’Indice di sviluppo umano, negli ulteriori indici che a sua

68 A. ANSANI, V. DANIELE, Le economie del Mediterraneo. Lo sviluppo economico e le

disuguaglianze, in Economia e istituzioni dei paesi del Mediterraneo a cura di, A. AMENDOLA,

E. FERRAGINA, pag 46, il Mulino, 2014 96 effettuare un’analisi

volta lo compongono e, di conseguenza,

comparativa su base temporale di tali componenti.

Sarà così possibile distinguere i progressi compiuti dalle nazioni

mediterranee in termini di tassi di crescita inerenti aspettativa di vita,

indici di istruzione, e reddito.

Tabella 7 Variazione percentuale delle dimensioni dello sviluppo umano per

69

economie mediterranee .

Istruzione

Aspettativa di vita Reddito

Anni medi Anni attesi

Portogallo 12 60 52 70

Spagna 9 108 30 71

Francia 10 77 28 49

Italia 11 66 33 39

Malta 9 41 21 88

Slovenia 12 30 - -

Croazia 9 42 - -

Grecia 7 53 39 17

Turchia 31 124 74 133

Cipro 7 46 20 108

Siria 15 119 26 18

Libano 9 - 26

Israele 11 21 25 81

Giordania 10 177 7 32

Palestina 16 - - 50

Egitto 31 205 66 141

Libia 25 228 29 -

Tunisia 20 225 79 107

Algeria 23 322 64 20

Marocco 25 267 65 92

Fonte: elaborazione su dati UNDP, Human Development Report, 2013

69 Nota: La tabella mostra la variazione percentuale complessiva delle dimensioni dell’Isu nel periodo

considerato. La variazione è ottenuta sulla base della differenza tra i dati del 2012 e del 1980

per il reddito e l’aspettativa di vita, tra le stime per il 2011 e i dati del 1980 per le due

variabili relative all’istruzione. Il reddito è considerato in dollari costanti in Ppa (anno base

2005). 97

Da quanto riscontrabile nella Tab. 7, si nota come siano stati proprio i

paesi con tassi di crescita più elevati in termini di Pil pro-capite, a

registrare, a lor volta, i progressi più significativi in termini di aspettative

di vita. Al contrario, nel caso dei paesi più sviluppati, sul medesimo

indicatore si sono registrate delle performance comparativamente

inferiori.

Una delle principali spiegazioni è che, gli inputi di salute (vaccini, cure

anch’essi

mediche, etc.), sono caratterizzati dalla c.d. legge dei

v’è dubbio, infatti, che tra

rendimenti marginali decrescenti. Non

l’aumento del reddito e dell’aspettativa di vita via sia un nesso di

causalità bidirezionale tra le variabili: migliori condizioni di salute

determinano un impatto positivo sul Pil pro-capite, ma a sua volta

aumenti del reddito tendono a favorire un miglioramento delle

condizioni generali di salute degli individui e ciò favorisce,

ulteriormente, un incremento di produttività dei lavoratori che fa

aumentare ancora di più il reddito. Si innesca quindi un circolo virtuoso

per l’economia che procede in una vera e propria progressione

geometrica. Ovviamente, è bene tenere presente un principio generale in

l’aspettativa di vita aumenta con

questo fenomeno: sebbene sia vero che

l’aumentare del reddito, essa non potrà crescere indefinitamente, in

70

quanto incontra un chiaro limite di carattere biologico.

E’ pertanto plausibile ipotizzare che, paesi che negli ultimi decenni

hanno sperimentato tassi di crescita delle aspettative di vita notevoli,

come ad esempio Turchia (31%), Egitto (31%), Libia (25%), e Marocco

70 Per ulteriori approfondimenti vedi anche: V. Daniele, La crescita delle nazioni, Fatti e teorie, , pag.

103 98

(25%), sperimenteranno nei decenni successivi di tassi di crescita

progressivamente inferiori, rispetto agli anni precedenti.

Un fenomeno analogo a quanto riscontrato nel caso dell’aspettativa di

anche nel caso dell’aumento dei tassi

vita, lo si può osservare a sua volta

di crescita degli anni medi di istruzione, sebbene in questo caso le

economie avanzate, in cui l’istruzione di base era regolarmente diffusa

già nel 1980, vantano comunque incrementi significativi.

Basti guardare al caso della Spagna, che tra i paesi avanzati era quello

che partiva dalla situazione peggiore nei livelli di istruzione, mentre nel

corso del periodo considerato si è progressivamente allineata alla media

europea.

Tuttavia, anche in questo caso in questo caso i progressi più significativi

si osservano nelle economie che nel 1980 erano più arretrate. In

particolare, per Egitto, Libia Tunisia, e Marocco i tassi di crescita in

termini di anni medi di istruzione sono mediamente più che raddoppiati,

addirittura più che triplicati nel caso dell’Algeria.

o livello d’istruzione in Medio Oriente e

Ad ogni modo, emerge come il

Nord Africa è indubbiamente aumentato, determinando un

accrescimento dello stock di capitale umano e, probabilmente, delle

71

potenzialità di crescita economica della regione . Ma, al di là di tale

aspetto, il divario con la riva nord continua ad essere notevole. In

71 I principali modelli di crescita endogena, sottolineano, infatti, come a differenza del capital fisico, il

capitale umano non risulta essere legato alla tradizionale legge dei rendimenti marginali

decrescenti, ma al contrario presenterebbe rendimenti crescenti di scala (o al più costanti). Di

conseguenza, piccole variazioni della dotazione di capitale umano, possono determinare variazioni

più che proporzionali del prodotto pro-capite. Per approfondimenti vedi: V. Daniele, La crescita

delle nazioni, Fatti e Teorie, Rubbettino Editore, 2008

99

particolare, molti di questi paesi, nonostante i grandi passi in avanti

effettuati hanno delle barriere all’istruzione ancora molto elevati,

che impediscono l’accesso

soprattutto legati a fattori culturali e sociali,

all’istruzione a gran parte della popolazione, e soprattutto al genere

femminile.

Per quanto riguarda invece “gli anni di istruzione attesi”, essa può ossere

considerata come una variabile proxy del capitale umano delle diverse

72

economie . Più precisamente si tratta di una variabile di confronto che

durata attesa del percorso educativo dei bambini, stimata all’età

indica la

di ingresso nella scuola primaria. Si tratta, quindi, di una variabile

fortemente collegata alla struttura istituzionale-educativa di ciascun

paese, oltre alle diverse forme di incentivi diretti ed indiretti che

l’accesso all’istruzione può comportare per coloro che investono nella

propria formazione. Tuttavia, per quanto attiene a tale variabile, non è

possibile trarre delle considerazioni di carattere generale, né individuare

dei trend evolutivi ben precisi, in quanto i relativi tassi di crescita sono

distribuiti in modo alquanto irregolare tra le diverse nazioni

mediterranee.

2.4 Conseguenze delle politiche economiche sulle diseguaglianze

Le disuguaglianze interne e le loro determinanti, oltre ad essere assai

importanti per analizzare le condizioni di vita nei diversi paesi,

rappresentano un aspetto complementare all’analisi dei fattori che

72 Cfr. GYFALSON, Natural Resources, Education, and Economie Development,1999 pp.

847-859. 100

causano i divari internazionali nello sviluppo. I soli indicatori economici

possono spesso fornire informazioni che non permettono di cogliere la

reale essenza dei processi di sviluppo. Se, ad esempio, si guarda ai paesi

del Medio Oriente e del Nord Africa e li si confrontano con le economie

di medio-basso reddito, i valori degli indici di diseguaglianza risultano

essere quelli meno elevati. Tuttavia, se ci si concentra esclusivamente

sulle disparità interne, queste risultano essere notevoli. Si passa cioè,

dall’intensa concentrazione di ricchezza nelle mani di una modesta

proporzione di abitanti dei paesi mediorientali, a una condizione di

“eguale povertà” in senso relativo ed assoluto dei paesi nordafricani.

Come già premesso nella parte iniziale dell’elaborato, a partire dagli ’50

i fenomeni di indipendenza coloniale scatenarono una forte

trasformazione per molte delle economie, con importanti ripercussioni

sulla struttura delle stesse e, di conseguenza, una radicale rottura rispetto

alla situazione previgente. E, proprio per tale ragione, al fine di

le ragioni alla base dell’andamento delle disuguaglianze, è

comprendere

necessario fare riferimento ad alcuni tratti comuni della recente storia di

questi paesi e, in particolare, alle scelte economiche adottate da

quest’ultimi dopo l’indipendenza nazionale.

l’indipendenza nazionale, la necessità

Infatti, raggiunta dei neo-governi

di consolidare il consenso elettorale, indusse i regimi post-coloniali della

regione a politiche di controllo statale dell’economia e a forme di

dei fattori produttivi. Tra gli anni ’50 e ’70, in molti

nazionalizzazione

paesi del Medio Oriente e del Nord Africa prese cioè forma un modello

economico e sociale di tipo redistributivo fortemente diretto dallo Stato.

Tipicamente, questo modello prevedeva: adozione della pianificazione

101

statale e di politiche di industrializzazione dirette alla sostituzione delle

importazioni; realizzazione di riforme agrarie; nazionalizzazione di

imprese, incluse quelle estere; istruzione e sanità pubbliche; concessione

sussidi alimentari e per l’abitazione; controllo e centralizzazione delle

di

associazioni professionali, sindacali e dei partiti. L’intensità con cui

queste politiche vennero attuate furono, naturalmente, diverse, e

spaziarono dall’interventismo pubblico del Marocco e della Giordania, al

populismo e all’elevata regolamentazione dell’Egitto e della Siria, fino

forme di statalizzazione dell’Algeria

alle e della Libia .

Algeria, il controllo pubblico dell’economia si avviò alla

Ad esempio, in

metà degli anni ’70, subito dopo l’indipendenza nazionale dalla Francia

(nel 1962), che sotto il regime del presidente Houari Boumédiéne

intraprese un poderoso sforzo di industrializzazione diretto alla

sostituzione delle importazioni, tramite il controllo statale dell’economia,

basato su una pianificazione di tipo pluriennale. Il controllo riguardò in

primis i settori di base (minerario, energetico e siderurgico), e

successivamente si estese agli altri settori, ovvero quello bancario,

assicurativo, nonché il commercio con l’estero e le reti distributive.

Inoltre, furono avviate forme di socialismo in agricoltura, con la

creazione di fattorie collettivizzate, anche se tale tentativo non si

73

dimostrò molto efficace.

Una situazione analoga avvenne anche nell’altro protettorato francese, il

Marocco, i cui primi piani di nazionalizzazione vennero formulati negli

anni immediatamente successivi all’indipendenza nazionale dalla

73 ZOUBIR, DARBOUCHE, Algeria. Quale futuro?,2011

102

74 ’70 e, con

Francia (1956). Tuttavia, fu soltanto a partire dagli anni

maggiore decisione, nel decennio successivo, con la c.d.

«marocchizzazione» di Hassan II, che il controllo pubblico si estese ad

alcuni settori economici chiave, come quello agricolo e minerario, e in

industria dei fosfati, dei fertilizzanti,

particolar modo nell’importante

dello zucchero e delle raffinerie. Fu questo un periodo caratterizzato

dalla pratica della soppressione delle garanzie dello stato di diritto e da

un clima di terrore instaurato dallo Stato nei confronti di dissidenti o

persone considerate potenzialmente pericolose per l'ordinamento politico

75 Negli anni ’70, consumi e investimenti pubblici aumentarono

vigente.

enormemente: in soli due anni, tra il 1974 e il 1976, gli investimenti

crebbero del 340 per cento. L’estensione del ruolo e degli apparati dello

Stato si accompagnò ad un aumento dei salari e dei sussidi. Con la

riduzione del prezzo delle materie prime, e in particolare dei fosfati che

assicuravano gran parte delle entrate, il finanziamento del bilancio

pubblico, a sua volta in deficit, cominciò a basarsi su prestiti

internazionali. Quanto a politica estera, nel 1963 il Marocco intraprese le

ostilità con l'Algeria a seguito di dispute territoriali: era la cosiddetta

“Guerra della sabbia”. Sul fronte interno il re perseguì una dura

repressione contro ogni forma di opposizione nel paese, al fine di

consolidare il proprio potere; in quello che è conosciuto come il periodo

“Anni

degli di piombo”, segnato da repressione violenta delle proteste e

della dissidenza, purghe nell'esercito, e politica nazionalista, Hassan II

74 RICHTER, When do Autocracies Start to Liberalize Foreign Trade? Evidence from Four cases in

the Middle East and North Africa, 2011

75 H TERRASSE, Histoire du Maroc des origines à l'établissement du Protectorat français, Éditions

Atlantides, Casablanca, 1949; réédition Éditions Frontispice, Casablanca, 2005

103 76

subì due tentativi di colpo di stato e un attentato tra il 1971 e il 1972 .

Ad ogni modo, verso la fine degli anni Settanta, gli squilibri divennero

tali da indurre il Marocco, tra i primi paesi della regione, ad avviare un

programma di riforme economiche.

il controllo pubblico dell’economia fu

Per quanto riguarda la Libia, con l’uscita

invece fortemente pervasivo. A partire dal 1975, del primo

sull’economia di

volume del Libro Verde Muammar Gheddafi, cominciò

ad essere applicata alla politica economica la concezione della c.d.

77

“jamahiriya” , che dal punto di vista economico avrebbe dovuto

“terza

corrispondere a una via” tra capitalismo e comunismo: una sorta

di via araba al socialismo. La politica di sviluppo del territorio perseguita

da Gheddafi permise di realizzare, oltre ai miglioramenti, in ogni campo,

delle infrastrutture, tra cui il "Grande fiume artificiale", un'imponente

opera idraulica che attraverso lo sfruttamento dell'acqua fossile,

contenuta in laghi sotterranei, forniva acqua potabile a una popolazione

78

in continua crescita. Vennero effettuate una serie di nazionalizzazioni

con la diretta acquisizione delle imprese da parte dello Stato, e un

controllo pubblico che permeava ogni aspetto della vita dei cittadini. Ad

esempio ad ogni libico venne concessa la proprietà di una sola

abitazione, mentre le altre, requisite, vennero assegnate a coloro che non

ne avevano. Inoltre, così come in Algeria, anche in Libia, le abbondanti

rendite provenienti dagli idrocarburi consentirono di creare un vasto

76 J. BRIGNON, G. MARTINET, B. ROSENBERG, Histoire du Maroc, Hatier, 1967

77 Jamahiriya o “Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista” è l'appellativo con cui dal 1977

Mu'ammar Gheddafi volle ribattezzare lo Stato sorto in Libia dopo il colpo di Stato del 1969 e

inizialmente noto come Repubblica Araba di Libia. A seguito della guerra civile libica, il nome è

ufficialmente decaduto a causa della vittoria del Consiglio nazionale di transizione, sebbene venga

ancora usato dai seguaci di Gheddafi.

78 M. PISTILLI, "Lo sviluppo della Libia: il ruolo di Gheddafi", Eurasia, 22 febbraio 2011.

104

consenso civile concedendo sussidi alla popolazione e effettuando altre

79

politiche sociali, nonché di creare un vasto apparato militare.

Nei decenni successivi la crescita economica di tali paesi fu molto

80

Gli effetti dell’ “età dell’oro”

sostenuta. citata da Hobswawn

’60,

cominciarono a farsi sentire nella loro pienezza a partire dagli anni

periodo in cui la crescita fu trainata da massicci investimenti in capitale

fisico. Nel decennio successivo, invece, lo sviluppo economico fu

sostenuto dai boom del prezzo del petrolio, di cui beneficiarono non solo

i paesi produttori, ma anche quelli non produttori, attraverso la maggiore

domanda di lavoro nelle economie del Golfo Persico e il conseguente

aumento delle rimesse degli emigrati. ’70, il mix di interventi pubblici

Ad ogni modo, sul finire degli anni

nell’economia e politiche redistributive attuati da tali paesi cominciarono

a produrre effetti contrastanti. Da un lato, gli elevati tassi di crescita si

accompagnarono con un miglioramento degli indicatori sociali.

della proprietà, sussidi, sostegno all’istruzione e alla

Redistribuzione

sanità, estensione degli apparati statali, contribuirono a ridurre le

disuguaglianze tra gli individui e la povertà. Dall’altro lato, queste

politiche si dimostrarono, però, economicamente insostenibili e causa di

dovuti all’elevato livello d’indebitamento, al

squilibri macroeconomici

calo della produzione agricola, all’inefficienza delle protette industrie

nazionali e agli alti tassi d’inflazione.

anni ’80 gli investimenti pubblici

Così, negli e la crescita rallentarono

notevolmente. La diminuzione del prezzo del petrolio, che ridusse le

79 Libia. La fine di un’era?,

Mezran, 2012

80 Vedi supra. 105

entrate per i paesi produttori, e le rimesse per quelli non produttori,

l’insostenibilità del modello di sviluppo fino ad allora adottato,

nonché

costrinsero molti paesi della regione, tra cui quelli nordafricani (ad

eccezione della Libia) ad avviare radicali riforme economiche, adottando

“programmi di aggiustamento strutturale” concordati con il Fondo

Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale. Questi programmi,

rafforzati nel corso degli anni ’90 e Duemila, prevedevano misure

“ortodosse”:

economiche austerità fiscale, privatizzazioni, maggiore

concorrenza e apertura agli scambi internazionali.

L’espansione del settore privato, nelle manifatture di base e nel terziario,

provocando un rafforzamento del nesso tra remunerazione dei lavoratori

l’ampliamento dei differenziali

e produttività, ha determinato a sua volta

salariali legati all’istruzione o al settore di appartenenza dei lavoratori.

Il processo di industrializzazione ( seppure poco intenso e avviato con un

certo ritardo ) avrebbe, cioè, acuito le disparità retributive tra lavoratori

istruiti e non, tra addetti agricoli e manifatturieri e, inoltre, tra

popolazioni delle aree urbane e rurali. In sostanza, il cambiamento nelle

politiche economiche, orientate allo sviluppo del settore privato e non

alla redistribuzione come nel passato, avrebbe determinato un

81

accrescimento delle disuguaglianze tra gli individui.

riprendendo il modello della “U” rovesciata di

In tal senso, Kuznets si

l’aggravamento delle disparità interne, è

dovrebbe prevedere che

generato proprio dall’avvio di un processo di modernizzazione della

struttura produttiva del sistema economico. Di conseguenza, il passaggio

81 SALEHI-ISFAHANI, A. TUNALI, A Comparative Study of Return to Education of Urban Men in

Egypt, Iran, and Turkey, 2009, pp. 145-187 106

verso l’industria e i servizi non potrà che all’inizio,

andare a beneficio,

solo di una ristretta frazione della popolazione nazionale. Raggiunto un

certo livello di reddito, con i settori dell’industria e dei servizi ormai

sufficientemente sviluppati, le diseguaglianze tenderebbero a ridursi.

Le economie arabe del bacino del Mediterraneo avrebbero, dunque,

82

imboccato il tratto crescente della «U rovesciata» , cui corrisponde una

riduzione del peso del settore primario nei sistemi produttivi. E’

possibile osservare, però, come lo schema di Kuznets potrebbe non

adattarsi pienamente all’esperienza di questi paesi, poiché esso spiega la

presenza di sole diseguaglianze connaturate alla crescita del reddito e

che potremmo ritenere «fisiologiche» e funzionali al miglioramento delle

condizioni di vita della popolazione, perlomeno nel lungo periodo.

Le disuguaglianze nella distribuzione del reddito possono, però, avere

altre cause e non essere solo il riflesso del processo di sviluppo.

Esistono, infatti, delle diseguaglianze. «strutturali», dipendenti cioè da

fattori storici, sociali e culturali: per esempio, dalla distribuzione

fondiaria o dall’esistenza di caste che impediscano la mobilità sociale.

Queste disuguaglianze, che riflettono e perpetuano sistemi istituzionali

83

inefficienti, possono costituire un forte vincolo alla crescita. Basti

pensare, in tal senso alla concentrazione della ricchezza nelle élites

detentrici del potere militare, religioso nonché spesso, almeno sino agli

eventi della «primavera araba», del potere politico, nonché alla

condizione della donna in tali paesi. Infatti, nei paesi del Nord Africa e

82 ACAR, DOGRUEL, Sources of Inequality in Selected Mena Countries,2012

83 W. EASTERLY, Inequality Does Cause Underdevelopment: Insights from a New Instrument,

2007, pp.755-776, 107

del Medio Oriente, a parità di livelli di istruzione e settore di

appartenenza, le donne percepiscono, in media, salari inferiori rispetto

84

agli uomini.

2.5. Diseguaglianze strutturali e sviluppo umano

Le diseguaglianze strutturali possono rappresentare un forte ostacolo al

miglioramento del benessere in senso lato degli abitanti di una qualsiasi

economia. Si tratta in particolare di diseguaglianze che sono legate

all’accesso alle cure mediche, all’istruzione, e in generale alla qualità

della vita degli individui che tali fattori comportano.

Per poter misurare la diseguaglianza in termini di sviluppo umano è

possibile ricorrere al Gender Inequality Index (GII), un indice che

misura la perdita di benessere riconducibile alle diseguaglianze, ed in

particolare a quella di genere, cioè tra uomini e donne. Si tratta di un in

indice dal calcolo molto complesso poiché le variabili che rientrano

nell’equazione sono tra le più diverse: tasso di mortalità al parto, tasso di

fertilità, quote di rappresentanti di genere (ad esempio nelle istituzioni

politiche), tassi di conseguimento di un’istruzione secondaria, tassi di

partecipazione al mercato del lavoro. E ciascuna di queste variabili viene

a sua volta confrontata tra uomini e donne. In termini generali esso può

essere così calcolato:

84 Cfr. EL HAMIDI, SAID, Wage Inequality, Returns to Education and Gender Premia in Mena, 2006

108

Ovvero come il complemento ad 1 del rapporto tra l’Isu e l’Inequality

Development Index, che si ottiene riducendo l’ISU in

adjusted-human

proporzione al grado di ineguaglianza con cui le tre dimensioni dell’Isu

all’interno di ciascun paese. Di conseguenza, più il GII

si distribuiscono

tenderà a valori prossimi allo zero è più ciò risulterà indice di

uguaglianza di genere all’interno dell’economia. In caso contrario

emergerà una “perdita di benessere” tanto più grande, quanto più

cresce la quota della popolazione nazionale che difficilmente ha accesso

ai vantaggi dello sviluppo umano.

Tabella 8. Perdita di benessere dovuta alle diseguaglianze e sue determinanti, 2012 .

Determinanti in %

Aspettativa di Gender

Paesi Valore vita Istruzione Reddito Inequality Index

29,7 20 54 27 0,444

Marocco 24,1 20 59 21 0,590

Egitto 22,8 20 36 44 0,433

Libano 22,5 19 41 40 0,366

Turchia 20,4 17 53 30 0,474

Siria 19,0 23 40 37 0,551

Giordania 15,1 12 24 64 0,179

Croazia 12,3 11 22 67 0,144

Israele 11,9 11 37 52 0,094

Italia 11,5 14 33 53 0,136

Grecia 11,5 12 48 40 0,134

Cipro 10,8 16 18 66 0,114

Portogallo 10,1 14 19 67 0,103

Spagna 9,0 16 35 49 0,083

Francia 8,2 21 23 56 0,236

Malta 5,8 24 19 57 0,080

Slovenia - - - - 0,391

Algeria - - - - 0,216

Libia - - - - 0,261

Tunisia

Fonte: elaborazione su dati UNDP, HUMAN DEVELOPMENT REPORT 2013

109

Se si osservano i dati nella Tab. 8 si nota come le economie del

Medioriente e del Nord-Africa siano quelle che più di ogni altro non

sfruttano le potenzialità dello sviluppo umano raggiunto. Le principali

perdite sarebbero in particolar modo da ricondurre all’accesso, o allo

avanzamento, all’istruzione.

stato di Invece se si guarda soltanto al

quest’ultimo riesca a spiegare la perdita del

reddito, si osserva come

potenziale di sviluppo umano soltanto all’interno delle economie

avanzate, che già godono di più elevati livelli di istruzione e di salute nel

, l’unica

loro complesso. Ne consegue che, a parità di condizioni

discriminante diventa il reddito degli individui.

Considerazioni in parte analoghe possono essere effettuate anche per le

economie a medio livello di sviluppo, quali Libano, Turchia e Croazia.

Vi sono poi, alcuni paesi, come Francia, Slovenia, e Italia, che si

collocano ai primi posti per minimizzazione della perdita di benessere

dovuta alle diseguaglianze di genere. Mentre all’estremo esattamente

opposto vi sono l’Egitto, la Giordania e la Siria, con una perdita di

benessere che si aggira attorno al 50 per cento di quella che sarebbe

potenzialmente sfruttabile dall’economia, ma che purtroppo viene

dispersa.

Da ciò ne consegue, come la perdita di benessere dovuta alle

diseguaglianze sia anch’esso un ulteriore elemento di contrasto e di

divergenza tra i diversi paesi ed aree del Mediterraneo.

110

CAPITOLO 3.

Le cause prossime dei divari di sviluppo

Le cause dei differenziali di sviluppo tra paesi dipendono da una

pluralità di fattori. Tra questi vi sono, in primis, fattori di carattere

quali l’accumulazione di capitale

puramente economico e quantitativo,

fisico e delle conoscenze (c.d. capitale umano), oltre che lo stato della

tecnologia e le dinamiche demografiche. A questi si aggiungono, poi,

altri fattori di carattere meta-economico , così denominati in quanto si

tratta di variabili interdipendenti con la crescita economica. Fattori meta-

economici e sviluppo sono, infatti, fenomeni complessi, in grado di

incidere l’uno sull’altro reciprocamente.

3.1 Le determinanti di crescita del Pil pro-capite

Da un punto di vista unicamente economico, la crescita del Pil pro-capite

dipende in ogni caso dall’interazione di alcuni variabili fondamentali

dello sviluppo economico. Per poter comprendere quali esse siano è

possibile scomporre l’equazione del Pil pro-capite negli elementi che a

sua volta lo compongono, ovvero:

dove Y/P è ovviamente il Pil pro capite, dato dal rapporto tra Y, il

reddito aggregato, e P, ovvero la popolazione. Esso a sua volta può

111 “produttività

essere scomposto nel prodotto di altri tre indici, ovvero la

del lavoro”, “tasso di occupazione”, “tasso di attività”.

il ed infine il

In particolare, la produttività del lavoro, indicato dal primo termine a

destra dell’equazione, esprime qual’è

in media il prodotto realizzato

da ciascun lavoratore nell’economia. Il secondo termine,

mediamente

cioè il tasso di occupazione, è dato invece dal rapporto tra il totale dei

lavoratori che risultano essere effettivamente impiegati, L, e il totale

degli individui che risultano essere in età lavorativa, , ovvero la

popolazione nell’età compresa tra i 15 e i 64 anni (c.d. popolazione in

Infine l’ultimo termine, il tasso di attività, esprime il

età lavorativa).

rapporto tra la forza lavoro presente nell’economia, ed il totale della

popolazione. Ovviamente, semplificando i denominatori e i numeratori

dei tre indici, si ritorna ad avere nuovamente, il Pil pro-capite

dell’economia.

Tale scomposizione permette di evidenziare alcuni aspetti fondamentali

delle dinamiche di crescita del Pil pro-capite. Innanzitutto, si osserva

come esso dipenda principalmente da variabili non soltanto puramente

economiche, come il reddito aggregato, ma anche demografiche, quali la

crescita della popolazione, ed in particolare dallo stesso tasso di

occupazione. Allo stesso tempo, è bene però osservare come non tutte

tali variabili contribuiscono nella medesima misura alla crescita del Pil

pro capite. Ad esempio, il tasso di attività, quantifica l’effetto che i

cambiamenti nella struttura per età della popolazione ha sulla produzione

aggregata. Infatti, una minore quota della popolazione in età da lavoro su

quella totale esercita un effetto negativo sulla crescita dal momento che

questo implica che vi è una quota più elevata delle persone non

112

economicamente produttive (bambini o anziani) rispetto a quelle che

sono in condizioni di poter lavorare. Tuttavia, ciò potrebbe dar anche a

dei risultati interpretabili in maniera erronea in quanto, per ragioni legate

alle differenti strutture produttive, molte economie arretrate hanno dei

tassi di occupazione relativamente elevati, ma ciò non vuol dire che

questo sia un chiaro sintomo di un probabile effetto positivo sulla

85 . Un’economia i cui lavorati sono tutti occupati, ma

crescita

esclusivamente nel settore agricolo (così come accade in moltissime

economie arretrate), avrà certamente una produttività inferiore, rispetto

ad una medesima economia i cui abitanti sono invece impiegati in

attività ad alto contenuto di manodopera, come lavorazioni industriali, o

86

impieghi simili. Da ciò è facile comprendere come le differenze di

sviluppo tra i paesi, dipendano principalmente da differenze nella

“produttività” di quest’ultimi.

Se, infatti, si confrontano le dinamiche di crescita del Pil pro-capite, con

il Pil per-occupato, è facile osservare graficamente come i tassi di

crescita delle due variabili a partire dal 1950 sono pressoché identici nel

corso del tempo (Fig. 23). In particolare, entrambe sono cresciute di

circa 6 volte rispetto l’anno base, ovvero rispetto agli anni Cinquanta.

85 A tal proposito, si veda V. Daniele, La crescita delle Nazioni, Fatti e teorie, Rubbettino Editore,

2008.

86 Riprendendo gli autori classici, già lo stesso Adam Smith, nel suo noto saggio “La ricchezza delle

Nazioni” del 1776, faceva osservare come il valore del prodotto pro-capite tra due paesi dipenda

da due elementi fondamentali. Citando l’opera di Smith: “[..] la prima è l’arte, la destrezza, e

l’intelligenza con cui si esercita il lavoro; la seconda, il rapporto tra gli individui occupati in un

lavoro utile, da quelli che non lo sono. Data una particolare situazione del suolo, del clima, e

dell’estensione del territorio di una determinata nazione, l’abbondanza o la scarsità delle sue

da queste due circostanze [..]”. Sottolineando, tra l’altro,

risorse, dipendono necessariamente

come la “capacità produttiva del lavoro”, fosse più importante della quota di occupati nella

determinazione della ricchezza degli abitanti di un paese. A. SMITH, La ricchezza delle nazioni,

Milano Finanza Editori, Milano, 2006, pag. 73.

113

Le due curve tendono a discostarsi leggermente tra di loro soltanto verso

l’inizio degli anni ’90, per poi protendere ad avvicinarsi nuovamente dal

2007 in poi, anche se in maniera più graduale. In effetti, una possibile

spiegazione potrebbe dipendere proprio dalle forti variazioni dei tassi di

specie a partire dagli anni ’90,

crescita della popolazione che, hanno

interessato molti dei paesi più arretrati del Mediterraneo. Ovviamente, un

aumento della popolazione non necessariamente si traduce in aumento

anche della produttività, poiché, in assenza di una struttura produttiva

capace di assorbire un forte boom demografico, molta della popolazione

rimane inattiva, e di conseguenza non contribuisce alla crescita del

prodotto per occupato, in quanto non impiegata in attività produttive.

600

occupato Pil pro-capite

Pil per occupato

per 500

Pil

e

Pro-capite 400

Pil 300

crescita

di 200

Tassi 100

1950 1960 1970 1980 1990 2000 2010

Figura 23. Confronto tra andamento del Pil pro-capite e Pil per-occupato Mediterraneo 1950-2013.

Fonte: elaborazione su dati provenienti da The Conference Board Total Economy

/

Database™, January 2014, http://www.conference-board.org/data/economydatabase

114


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DESCRIZIONE TESI

La presente tesi sperimentale si propone, mediante un approccio analitico e interdisciplinare, di esaminare i tratti salienti dello sviluppo economico dei paesi del Mediterraneo nel periodo compreso dal 1950 al 2013, nonchè di esaminarne le principali problematiche, le cause, ed infine i possibili scenari futuri. La scelta di un simile approccio sperimentale e interdisciplinare deriva dal fatto che il “Mediterraneo” può essere analizzato da una molteplicità di punti di vista: storico, sociale,economico,politico, culturale, geografico. E proprio l’insieme di tali differenti fattori ha determinato, nel corso del tempo, un ampliamento dei divari di sviluppo dei paesi mediterranei. In particolare fu proprio dopo il secondo conflitto mondiale, in particolare durante il periodo coloniale che l’unità di sviluppo del Mediterraneo finì per spezzarsi. I nuovi assetti geo-politici, l’ottenuta indipendenza di diversi paesi coloniali, il traguardo dell’Europa comunitaria, nonché il fallimento per molti versi delle politiche di partenariato europeo-mediterraneo, nonché i crescenti fenomeni di instabilità dovuti alle c.d. “Primavere arave” e agli effetti della Grande Recessione scaturita nel 2007, hanno determinato, nel medio-lungo periodo, un indebolimento delle prospettive di integrazione tra le due rive dei bacino mediterraneo, ampliando il divario tra i paesi più sviluppati dell’area latina, rispetto ai restanti paesi del mediterraneo. Più precisamente, i gap nei divari di sviluppo hanno interessato non soltanto la dimensione meramente economica di tali paesi, ma anche (e talvolta soprattutto) quella qualitativa del c.d. “sviluppo umano”. In sintesi, come viene fatto notare da alcuni autori, “Siamo di fronte a un ambiente articolato e complesso che riproduce alla scala «regionale» le problematiche del sistema-mondo”. La prima parte del presente lavoro è incentrata unicamente sull’analisi dello sviluppo economico dei 25 paesi che formano il c.d. Mediterraneo “in senso stretto”. Partendo da un’analisi statica dello scenario economico attuale e da un confronto prospettico a livello mondiale, si è cercato di effettuare un’analisi dinamica delle traiettorie di sviluppo, concentrandosi su quelle che sono state le fasi principali di convergenza e divergenza economica tra i differenti paesi dagli anni ’50 sino al 2013. E ciò, non soltanto per quanto riguarda i divari di sviluppo del Mediterraneo in quanto tale, ma anche per quanto concerne i divari di sviluppo tra le diverse aree del Mediterraneo e, all’interno di ciascuna area, tra i diversi paesi. Inoltre, ci si è focalizzati, su quelli che sono stati gli effetti della recente “Grande Recessione” del 2007 sui divari di sviluppo tra i diversi paesi del Mediterraneo, nonchè sulle conseguenze che la crisi ha determinato in relazione ai processi di convergenza e divergenza tra le economie. Il secondo capitolo della tesi è stato, invece, completamente dedicato all’analisi della dimensione qualitativa dello sviluppo umano, nonché delle sue principali determinanti. Anche qui, seguendo il medesimo approccio analitico e sperimentale, si è cercato di effettuare dapprima un’analisi prospettica dei divari attuali tra le diverse aree del Mediterraneo, effettuando anche un confronto a livello mondiale, per poi proseguire ad analizzare le diverse dinamiche di sviluppo umano tra le diverse aree nel corso del tempo. In particolar modo, attraverso degli opportuni indicatori ci si è proposto di analizzare gli effetti delle diseguaglianze sulla popolazione tramite lo studio delle componenti principali dello sviluppo umano, i trend delle diverse aree, nonché il confronto di quest’ultime rispetto al trend mondiale. Infine, nel terzo ed ultimo capitolo, sono state analizzate quelle che nel gergo economico vengono definite le cause prossime e fondamentali dei divari di sviluppo economico (ed umano). Qui ci si è focalizzati sia sui fattori di natura “endogena”, sia su quelli di natura “parzialmente esogena”. Con riferimento ai primi è stata analizzata la struttura delle economie e, di conseguenza, la produttività dei paesi diversi paesi mediterranei e loro crescita demografica, ponendo così enfasi sull’incidenza di tali input sulla crescita economica. Invece, con riferimento alle cause parzialmente esogene della crescita economica, è stato analizzato il ruolo dei sistemi istituzionali dei diversi paesi, nonché la loro incidenza sullo sviluppo economico. L'ultimo aspetto che è stato analizzato riguarda i fattori relativi all’integrazione internazionale tra le diverse economie mediterranee osservando, quali il commercio estero e gli Investimenti Diretti Esteri. nonchè le opportunità e le potenzialità ancora non sfruttate per rilanciare l’integrazione internazionale e commerciale delle diverse economie mediterranee.
Si tratta di una tesi dal contenuto fortemente attuale, che ha ottenuto il massimo del riconoscimento, e che è consigliata a chiunque sia interessato a tali tematiche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale (Università degli Studi di Napoli "Federico II" e Università degli Studi "Magna Graecia" di Catanzaro) (CATANZARO)
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuseppe.vonella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Magna Graecia - Unicz o del prof Daniele Vittorio.

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