Immaginari decadenti del postmodernismo.
Visioni del passato e spettri contemporanei.
Facoltà di Lettere e Filosofia
Dipartimento di Storia, antropologia, religioni, arte, spettacolo
Corso di laurea in Teatro, cinema e media
Alessandro Ierna
Matricola 2046572
Relatore
Antonio Rafele
A.A. 2024-2025 A Papà
1. Introduzione
Nello studio dei fenomeni sociali e della società stessa, la definizione di postmoderno
difficilmente segna canoni ben precisi e stabili nel tempo. Trattandosi di una terminologia non
sempre condivisa da tutti i sociologi, il termine è soggetto a ampie valutazioni e rivalutazioni
dei propri confini di senso. La difficoltà nel descrivere a pieno, con una formula
comunemente accettata, è direttamente collegata anche alla particolarità dell’epoca
postmoderna stessa; il termine postmoderno descrive totalmente la nostra società attuale,
segue di conseguenza, che le osservazioni e gli studi avvengono simultaneamente alla sua
esistenza (Grabara, 2009). Un’altra ragione di questa eterogeneità nella definizione di
postmoderno, si trova proprio nel ampio relativismo, consumismo e libertà individuale della
società contemporanea; superati i principi positivisti, la totale multimedialità, la perdita
dell’aderenza a principi ideologici formali e un’apatia nichilista fusa al forte individualismo,
delineano, a grandi linee, il periodo postmoderno (Griswold, 2005). Poiché la sua definizione
non è mai stata frutto di univoco assenso, anche sul piano temporale è difficile inscrivere i
confini della sua genesi. Il legame fra il declino delle metanarrazioni, conseguente alla
dilagazione del consumismo, e le crisi sociali del secondo dopoguerra, porta a credere che
questa epoca abbia avuto inizio proprio durante questo periodo (Grabara, 2009). Un’altra
prospettiva di studio è stata donata da Jean-François Lyotard (2014) attraverso un analisi della
legittimazione e della delegittimazione del sapere nella condizione postmoderna. Per Lyotard
“la grande narrazione ha perso credibilità” e questo può essere dovuto ad un “effetto del
decollo delle tecnologie a partire dalla seconda guerra mondiale, che ha posto l’accento sui
mezzi piuttosto che sui fini dell’azione” (p. 69). All’interno di questo sistema frammentario,
tipicamente eterogeneo e che non si interroga sul fine stesso delle proprie produzioni, ma
piuttosto preferisce osservare il processo che lo compone, lo studio risulta particolarmente
complicato. Il problema di fondo della non-specificità postmoderna pone un accento
particolare sulla scarsa incisività degli studi a riguardo. Senza elementi sociali più o meno
stabili, capaci di porre delle fondamenta agli studi e alle analisi, a cosa si può fare riferimento
per studiare il fenomeno? La risposta, come prevedibile, non risulta univoca. Prima di ogni
passaggio successivo vanno fissate delle condizioni atte a definire su quali presupposti questa
tesi verrà fondata. Si vuole definire, all’interno di questo lavoro, come “postmoderno” non
solo il periodo e l’epoca attuale nella quale si opera questa analisi, quindi postumo alla
modernità, ma anche ad un sentimento, un sistema, diffuso negli individui, che può essere
ritrovato anche in epoche completamente diverse e lontane fra loro. Questo “sentimento
decadente-postmoderno” ha delle caratteristiche che, ad esempio, possono essere ritrovate nei
vari periodi di decadenza delle società. Per dare una definizione più chiara possibile: si
definisce sentimento decadente-postmoderno quell’approccio, quel sentire, agonizzante e
alienante condiviso da buona parte della società nei confronti di se stessa e degli individui che
la animano. Richiama il tormento di un mondo che si è esaurito e che non lascia intravedere
con chiarezza il futuro. Un conflitto sistemico fra individui e istituzioni che si scontrano fra
loro senza una chiara motivazione visibile. Un momento di caos culturale da cui si originano
forme nuove e mai viste prima.
Attraverso la descrizione precedente è possibile quindi studiare il postmodernismo attraverso
epoche distinte e lontane, tentando così di delineare al meglio possibile il tratteggio della
nostra epoca. Il tramite, attraverso cui si svolgerà l’analisi, sono gli immaginari.
Nel tratto più astratto nello studio dei simboli, si intravedono le funzioni dell’immaginario.
Concepito in partenza come una forma profana della ragione, la forma primordiale della
coscienza e uno schizzo inaffidabile sulla tela bianca della mente umana, dal Novecento lo
studio dell’immaginario ha avuto un ruolo sempre più importante. L’immaginario non ha
niente a che fare con l’ideale di immagine, un riflesso di qualcosa, come sono le idee
platoniche ad esempio, poiché ciò che chiamiamo “reale” è già intrinsecamente il prodotto e
l’opera dell’immaginario (Milanaccio, 2005, p.43). La realtà che ci circonda, ovvero il
sociale-storico, non proviene dall’immaginario ma essa è l’immaginario stesso che prende
forma identitaria più o meno istituzionalizzata; l’immaginario genera, venendo generato da se
stesso, le strutture sociali che definiamo “realtà” e reali (ibi.). Lo studio degli immaginari si
basa su “una concenzione simbolica dell’immaginazione, cioè da una concenzione che postula
il semantismo delle immagini, per cui esse non sono dei segni ma contengono materialmente,
in qualche materia, il loro senso” (Durand, 2009, p. 59). Nello studio degli immaginari, la
difficoltà talvolta si trova proprio nell’individuare l’immaginario stesso. Questa difficoltà è
dovuta alla complessa astrazione logica a cui gli immaginari fanno riferimento. In questo
studio in particolare, la ricerca si svolgerà su più “livelli” dell’immaginario. Si svilupperà un
confronto storico-culturale fra epoche diverse e apparentemente separate, con lo scopo di
approfondire l’evoluzione degli immaginari stessi. In secondo luogo, sulla costruzione,
evoluzione e frammentazione, dell’immaginario del sacro e dei suoi risvolti, per tendere
all’analisi del postmodernismo. Lo studio in questo caso utilizzerà alcuni immaginari
ricorrenti, fra società decadenti, decadentismo, modernismo e postmodernismo: il fine è
quello di riuscire a sviluppare una definizione omogenea e verificata del “sentimento
decadente-postmoderno”. Gli strumenti di studio saranno proprio le ramificazioni e
coagulazioni dell’immaginario sacrale. In particolare le prossime pagine tenteranno una di
donare una delineazione generale dei temi trattati, con definizioni e considerazioni, e
successivamente avrà luogo la disanima di alcune figure mitologiche. Lo studio delle figure
mitologiche, e delle mitologie in genere, è di vitale importanza per lo studio degli immaginari.
Questo perché, sempre dalle parole di Durand (ibi.), il mito nasce come prolungamento degli
schemi, degli archetipi e dell’insieme dei simboli riferiti ad esso, che a loro volta sono
cristallizzazioni, strutture stesse, dell’immaginario. Un’altra motivazione profonda la dà
Castoriadis (2022):
Dio non è né una significazione del reale, né del razionale e non è neanche simbolo di altro. Cos’è allora
Dio? – non come concetto teologico, né come idea filosofica, ma per noi che pensiamo che cosa sia Dio
per coloro che ci credono. Costoro possono evocarlo e riferirvisi solo con l’aiuto di simboli. Fosse solo
attraverso il “Nome” – ma per loro, e per noi che consideriamo questo fenomeno storico costituito da
Dio e da coloro che ci credono, questi supera all’infinito tale “Nome”, è altro: Dio non è né il nome di
Dio, né le immagini che un popolo può darsi, né niente di simile. Trasmesso, indicato da tutti questi
simboli dei simboli religiosi, una significazione centrale, organizzazione sistematica di significanti e
significati, ciò che sostiene l’unità incrociata degli uni e degli altri, ciò che permette anche l’estensione,
la moltiplicazione, la modificazione. E questa significazione, che non è né di un percepito (reale), né di
un pensato (razionale), è una significazione immaginaria. (p. 234)
Ciò che ne viene fuori è che la maggior parte degli esseri mitologici tende ad essere
esattamente una “sovrastruttura”, per riprendere la terminologia marxista, che nasce dal
magma dell’immaginario. Ad esempio il dio greco Zeus, è il dio del fulmine, ma anche il
padre degli dèi, o ancora in base ai miti rappresenta la libidine umana, il potere, il
conquistatore, il punitore e così via. Altre divinità al contrario, come Dio per l’appunto o, in
determinati casi, anche il Diavolo, esistono come immaginari a sé stanti, poiché non soggetti
alla funzione di simboli e da loro si ergono archetipi, schemi e simboli. Si partirà da una
riflessione sul decadentismo, le sue radici di senso e le sue “perversioni”, dimostrando la
continuità della decadenza nella storia umana in perenne conflitto fra periodi fiorenti e periodi
crepuscolari. Continuerà l’introduzione allo studio, una serie di osservazioni e definizioni
sugli immaginari del sacro e del profano, aggiungendo in seguito i fondamenti della ritualità
nelle società umane e sulla trasgressione. Il secondo capitolo riprenderà gli ultimi due concetti
esposti per avviare l’analisi vera e propria. Lo studio si baserà su un ampio catalogo di media
e testi per definire gli immaginari delle due epoche prese in esame. Il bisogno sociale
dell’individuo nell’infrangere il sistema, il sacro, sarà il fulcro concettuale che porterà alla
visione di alcune forme di ritualità atte a consumare la trasgressione. La conclusione del
capitolo coagulerà tutti questi concetti attraverso le figure della mitologia antica e
contemporanea. Riprendendo la figura fondamentale del Diavolo, si aprirà il terzo capitolo.
Sviluppando una genesi dell’immaginario maligno e diabolico, dissolvendo e riorganizzando
le varie rappresentazioni di esso, la ricerca di questo capitolo sta proprio nel funzionalizzare ai
fini della ricerca, il paradosso intrinseco della figura sacra, e al contempo profana, come il
Diavolo. Il rapporto così relativo, fra immaginario collettivo e razionale, che si configura con
questa figura in particolare aiuterà ulteriormente nella definizione del “sentimento decadente-
postmoderno”. In conclusione: lo studio qui presente ha la volontà intrinseca di offrire una
metodologia di studio della società contemporanea che esplori gli immaginari, come fonti
euristiche delle scienze sociali e in particolare dello studio del postmodernismo.
1.1 Decadentismo e le sue perversioni
Ma qui giaceva un uomo! […] Vidi un giovane pastore che si torceva, soffocato, convulso, stravolto in
faccia, cui gonfio serpente nero pendeva dalla bocca. Avevo mai visto tanto schifo e cereo capriccio
impresso su un viso? […] La mia mano tirava e tirava con forza il serpente: invano! […] Allora da
dentro di me: il mio orrore, il mio odio, il mio schifo, la mia pietà – tutto ciò che in me vi è di buono e
di cattivo gridava da dentro di me all’unisono con un solo grido (Nietzsche, 2016, p. 159).
Sul periodo decadentista si sono spesi fiumi d’inchiostro e chilometri di pagine. La
fascinazione per l’orrido, il crepuscolarismo, il naturalismo e lo sporco di una società resasi
conto dei propri paradossi, sono i punti fondamentali del decadentismo. Seppur definito tale in
pura funzione dispreggiativa, designando proprio la decadenza dei valori morali, etici e della
perdita di un’identità secolare, oggi questo periodo suscita una fascinazione intensa.
Attraverso la produzione letteraria e culturale, venne dato valore alla quotidiana sofferenza,
alla trasgressione e alla «bellezza medusea» (Praz, 1976). Si agitava così nell’ombra
un’inquietudine diffusa, palpabile, un cambio dei paradigmi e di disgregazione sociale sentita
e condivisa (Giovannetti, 2016). L’accelerazione delle comunicazioni, i mass media, la
locomotiva, la fotografia, le metropoli furono complici – o succubi – del cambiamento totale
della società.
Definendo il decadentismo come un periodo storico della fine dell’Ottocento, l’inizio dell’età
moderna, associato ad una serie di movimenti e quasi-movimenti letterari e artistici, si
possono porre questioni solo in merito alla propria realtà storico-culturale. Al contrario, per
una definizione più ampia, è possibile individuare come la concezione di decadenza sia
comune a tantissime epoche storiche. Nel susseguirsi della storia umana è rilevabile, a più
riprese, il senso di declino della società e le conseguenze che esso ha avuto nei periodi
successivi. Esempi pratici di studi storiografici e non sulla decadenza, sono quelli dello
storico Henri-Irénée Marrou (2007) in Decadenza romana o tarda antichità? III - VI secolo o
di Michele Ciliberto (2005) in Pensare per contrari: disincanto e utopia nel Rinascimento.
Arrivando alla conclusione che «[…] la decadenza è il destino di ogni Stato» (p. 142), si può
facilmente formulare che la concezione stessa di decadente abbia importanti ripercussioni
sulle analisi in merito ad ogni società passata e presente. Un tratto canonico delle società
decadenti pare essere proprio la capacità dei singoli individui di percepire chiaramente la crisi
stessa. Nietzsche (1977), ad esempio, espresse la propria analisi sulla società a lui
contemporanea.. «Chiamo pervertito un animale, una specie, un individuo, quando esso perde
i suoi istinti, quando sceglie, quando preferisce, quel che gli è nocivo» (ibid., p. 7). Utilizza
così il termine perversione per rappresentare lo stato degli individui devianti dallo stato
naturale della propria esistenza. Se per il filosofo tedesco è perverso l’individuo moderno che
non risponde più ai propri istinti naturali, per Bauman (2024) invece «nella versione
postmoderna della purezza, lo sporco più insopportabile» passa attraverso «coloro che non
accettano più alcuna limitazione al soddisfacimento dei propri desideri individuali» (p. 23).
Modernità e postmodernità, una di fronte l’altra, si riflettono capovolte a vicenda. Nel
passaggio dalla premodernità alla modernità, si è scelto di dare una sicurezza maggiore a
scapito della libertà individuale con conseguente maggiore autorità e repressione da parte
degli Stati (ibid.). Assunto ciò, si potrebbe pensare che il decadentismo sia stato un ultimo atto
di ribellione dall’imposizione e limitazione della libertà individuale. Non stupirebbe quindi
vedere tutte le forme e i movimenti decadentisti come canti del cigno; un ultima boccata
d’aria di malinconia prima di spirare nella modernità assoluta. La ragione principale
risiederebbe nel valore che venne dato alla cultura popolare, ai sentimenti rivoluzionari della
prima metà dell’Ottocento e a tutte quelle manifestazioni umane che divennero, sempre per
aumentare la sicurezza dello Stato e degli individui, sporche, perverse. L’arte, la letteratura e
la poesia risposero con agonia (Praz, 1972; Praz, 1976).
La crisi degli individui, della cultura e delle società è un passaggio canonico, in opposizione
ai periodi di rinascita e ascendenza. Si può quindi affermare che nelle ceneri calanti dei vari
periodi decadentisti, vi è il seme della ricostruzione e dell’avanzamento antropologico. Così
come il nostro pianeta sperimenta ciclicamente periodi glaciali e interglaciali, così come il
giorno e la notte, o i vari principi filosofici del Solve et Coagula, Yin e Yang, il bene e il male,
apollineo e dionisiaco, questo sistema duale alternato, decadenza e risorgenza, è necessario
per la progressione dell’essere umano e della vita in generale.
Si può concludere quindi che il decadentismo come periodo storico-culturale, a rigore di tutto
ciò che è stato ricostruito fin’ora: è a cavallo dell’età moderna, è un periodo frammentario e
non facilmente iscrivibile, è sentito e percepito come un momento di crisi dai suoi intellettuali
e il suo passaggio segnerà un momento di svolta all’interno della società. Inoltre il fatto di
essere per eccellenza un momento di decadenza della società dell’epoca, permette di essere
comparato ad altri periodi storico-culturali decadenti.
1.2 Crepuscolo del Sacro
La modernità, insieme al periodo romantico in genere, è un’epoca segnata inevitabilmente da
una dissociazione più o meno intensa fra religione e vita sociale. Già nell’Età dei Lumi, il
distacco si rese idealmente necessario per sviluppare quei pensieri illuministi basati sul trionfo
della ragione e dell’intelletto. Con il susseguirsi del romanticismo, del decadentismo e infine
di tutto il filone moderno e postmoderno, il sacro ha subito variazioni del suo immaginario
piuttosto intense. La nascita di ideologie come il comunismo portò sempre più individui ad
abbandonare la religione, in particolare cristiana. Sempre più autori e artisti iniziarono a
definirsi atei, e alcuni addirittura satanisti e pagani, denigrando il sistema ecclesiastico e
attuando comportamenti apertamente anticlericali e antisociali (Praz, 1972; Praz, 1976). La
sacralità però è sempre rimasta una necessità umana e tutt’ora nel era postmoderna ha una
funzione cruciale all’interno della società. Ad oggi, la religi
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