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Tesi, Diotima in Hölderlin: biografia attraverso le lettere Appunti scolastici Premium

Tesi, Diotima in Hölderlin: biografia attraverso le lettere per la cattedra di Letteratura tedesca della professoressa Vivarelli. Gli argomenti trattati sono i seguenti: l'incontro di Hölderlin con Susette Gontard, «La mia vita sfiorisce e muore lentamente».

Materia di Letteratura tedesca relatore Prof. V. Vivarelli

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ESTRATTO DOCUMENTO

Wir umher, ein Gespräch führet uns ab und auf,

Sinnend, zögernd, doch itzt mahnt die Vergessenen

Hier die Stelle des Abschieds,

Es erwarmet ein Herz in uns,

Staunend seh ich dich an, Stimmen und süßen Sang,

Wie aus voriger Zeit, hör ich und Saitenspiel,

Und die Lilie duftet 39

Golden über dem Bach uns auf.

Non era certamente facile staccarsi da Susette. Un primo accenno a questa

interna lotta si trova nella già citata lettera all'amico Neuffer. La lettera è

del 10 luglio 1797. Da quel tempo si ripetono con insistenza questi

accenni a voler abbandonare una situazione dove egli non trovava più se

stesso,ma un tormento, una pena, un dissidio inesorabile fra il proprio

cuore ed il proprio orgoglio. Sono presenti allusioni più concrete in una

lettera alla madre scritta qualche mese più tardi, nel novembre 1797, nella

quale il poeta si fa scrupolo di tenerla al corrente sul suo lavoro, dato che

ella amministra il suo patrimonio ereditario non stancandosi mai di

raccomandargli la più sicura attività di pastore. Alla madre Hölderlin

comunica dunque di andare incontro, nella sua attività di precettore, a

“collisioni” nocive al suo temperamento e alle sue forze. Se potesse, egli

seguirebbe l’esempio dell’amico Neuffer e darebbe lezioni private a

diversi allievi in una grande città, in modo da guadagnare più tempo per le

sue occupazioni letterarie. Ciò gli consentirebbe « di lasciare una

situazione in cui si formano sempre due partiti, uno in mio favore e l’altro

a me contrario, dei quali il primo mi rende quasi insolente e l’altro molto

39

HÖLDERLIN F., GONTARD S., Diotima e Hölderlin, lettere e poesie, traduzione e cura di Enzo

Mandruzzato, Adelphi edizioni, 1979, pag.150 33

40

spesso mi avvilisce, rendendomi tetro e talvolta amaro». Qui l'accenno ai

contrastanti legami che lo legavano a questa casa è molto chiaro. Quando

Hölderlin dovette lasciare all'improvviso,brutalmente, casa Gontard, era

già pronto. L' episodio ci riporta di colpo alla cronaca, alle cose

convenzionali. Tutto fu colpa della governante, racconta Carl Jügel,

invidiosa della felicità altrui e decisa a distruggerla. Cominciò col far

notare al signor Jacob Friedrich, con molti sottintesi nella voce, che le

letture del precettore alla signora erano troppe e finì che una brutta sera

Gontard esplose, si precipitò nella stanza dove, appunto, avveniva la solita

lettura, vociando:« Ma quest'uomo sta sempre seduto con mia moglie! .Il

precettore s'accese d'ira - anche perché innocente aggiunge il bonario

Jügel - ma si trattenne. Fece immediatamente fagotto e se ne andò. Non

fu proprio così, perché avvenne anche un colloquio con Susette che

supplicò l'amato di non restare un attimo di più esposto a quella volgarità.

Ma certo la partenza ebbe un aspetto di rottura e anche di scandalo, che

lascerà lunga e amara traccia in città. Hölderlin andò a Homburg da

Sinclair. Non sappiamo quali furono le difese,anzi se ci furono difese da

parte di Susette: certo ogni rapporto con Hölderlin fu troncato e per un

tempo indefinito. Gontard aveva ordinato di non avere mai più rapporti

con l'ex precettore, cioè Hölderlin, e neppure con Hegel,evidentemente

coinvolto, con tale violenza che Henry ne fu terrorizzato. Con la moglie

invece fu dolcissimo, la colmò, questa volta e altre volte, “di regali e

attenzioni” , per quanto non apprezzati, tentò pateticamente di

riconquistarla o forse solo di rifarla lieta come un tempo. Non sappiamo

niente di lui, se non la sua inadeguatezza, la sua non disonorante

debolezza di fronte a ciò che non conosceva e che Susette, fino a due anni

40

HÖLDERLIN F., Sämtliche Werke, Briefe und Dokumente Band 4, Luchterhand Literaturverlag,

München in Verlagsgruppe Random, 2004, pag. 673 34

e mezzo prima, non sapeva che esistesse. Ora per Hölderlin e Susette c'era

solo la notte, senza l'ora e neppure la certezza dell'alba: Susette visse con

Hölderlin questo dolore. La separazione violenta l'aveva come spenta; poi,

per prima, gli fece pervenire un lungo messaggio.Le lettere perverranno

saltuarie, con espedienti diversi: gli incontri saranno spesso solo un

vedersi da lontano e si faranno sempre più rari. Ma questa comunicazione

bastò per quello che doveva essere, l'acquisizione dell'amore anche nella

lontananza. Susette si raccolse sempre più nel suo mondo d'amore

fedeltà, quotidianità, sicurezza. Si staccò anche, prima istintivamente, poi

consapevolmente da chi non avrebbe potuto intenderlo, perfino

dall'amatissimo fratello e dalla cognata, meine Geschwister come era

abituata a dire, meine Verwandten, come finì per dirli. E perfino da Henry,

in certa misura, ora che non era più sotto l'influenza di Hölderlin quando

venne il nuovo precettore allontanò per qualche tempo l'uno e l'altro,

41

convinta, del resto, che fosse il meglio per il ragazzo. Le ripercussioni

della fuga di Hölderlin da casa Gontard non tardano a farsi sentire. A

pagare il prezzo più alto è Susette, che, non reggendo al dolore del

distacco, si vede addirittura costretta a letto. Anche il piccolo Henry soffre

per questa improvvisa partenza e trova l’occasione per rivolgersi

all’amato precettore, invitandolo a tornare, con una innocente, affettuosa

lettera, scritta immediatamente dopo la sua improvvisa “fuga” (27

settembre):

«Caro Hölder! Non riesco quasi a sopportare che Tu sia andato via.

41

Vedi nota precedente sulle traduzioni di Nino Campagna 35

Oggi sono stato dal signor Hegel che mi ha detto che Tu lo avresti

avuto in mente da tempo… Il babbo ha chiesto a tavola dove Tu eri, gli

ho risposto che Tu eri andato via e gli hai lasciato i saluti. Mamma sta

bene e Ti manda tanti saluti, e Tu dovresti pensare veramente tanto a

noi, ella ha fatto spostare il mio letto nella stanza col balcone e vuole

ripetere con noi tutto quello che ci hai insegnato. Torna presto mio,

mio Hölder; da cui dobbiamo altrimenti prendere lezioni… Ti invio

ancora un po’ di tabacco ed il signor Hegel Ti acclude il 6° Volume

42

degli Annali di Posselt. Addio, caro Hölder, sono il Tuo Henri.»

Al piccolo Henry, non ancora in grado di comprendere pienamente il

dramma che si è consumato tra il precettore e sua madre, sarà in seguito

espressamente vietato sia di vederlo che di scrivergli. Da parte sua

Friedrich, in quelle ore tremende che si erano succedute a quel convulso

epilogo, non se l’era proprio sentita di rientrare a Nürtingen. A

convincerlo il desiderio di non allontanarsi troppo dall’amata e il disagio

al pensiero di doversi confrontare, una volta rientrato a casa, con un

insostenibile interrogatorio da parte della madre, sempre pronta a

riproporgli le solite concrete alternative. Accettando un invito fattogli dal

fedele amico Sinclair, aveva così deciso di rifugiarsi nella vicina

Homburg (situata a pochi chilometri da Francoforte), col fermo proposito

di leccarsi proprio lì le sue profonde ferite d’amore. Immerso in un

ambiente tranquillo, lusingato dall’ammirazione di tutta la piccola corte

del Langravio e soprattutto confortato dall’affetto dell’amico e della sua

famiglia, può in questo asilo ideale fare il punto su quasi trenta anni di

vita non certo facile, e dare vita a tutta una serie di riflessioni sulle sue

vicissitudini sentimentali e professionali.

Naturalm nte, Hölderlin non può fare a meno di accennare ai motivi che

e

42

Ibidem 36

l’hanno costretto a lasciare casa Gontard, ed in questo caso è costretto a

ricorrere alla sua ormai proverbiale capacità di piegare parole e frasi a

finalità contingenti:

«Le confesso, avrei molto desiderato nonostante tutto rimanere nella

mia precedente condizione ancora più a lungo, da un lato perché mi è

stato veramente difficile dividermi dal mio bravo, ben educato allievo,

dall’altro perché mi rendevo conto che ogni cambiamento della mia

condizione, anche la più necessaria e più favorevole, avrebbe

comportato per Lei motivi di inquietudine… Ma la scortese superbia, il

disprezzo praticato giornalmente nei confronti della scienza e

dell’istruzione, le affermazioni che i precettori fossero anche servitori,

che non possono avanzare pretesa alcuna, perché per questo sono

pagati… tutto ciò mi faceva star sempre più male, nonostante abbia

sempre cercato di passarvi sopra, e mi ha procurato spesso una muta

rabbia, che non fa mai bene né all’anima né al corpo… Anche per

rispettare la mia onorabilità non trovavo bello continuare a dare ai

miei amici un’immagine di sofferenza. Così ho comunicato al signor

Gontard che la mia futura destinazione esigeva di pormi per un certo

periodo in una condizione di indipendenza. Ho evitato di dare ulteriori

spiegazioni e ci siamo congedati in maniera cortese… Vorrei ancora

volentieri parlarLe molto del mio buon Henry; ma mi devo costringere

a rimuovere dalla mia testa quasi tutti i pensieri che lo riguardano, se

non voglio commuovermi troppo… Sono contento che mi trovo a sole

tre ore di distanza da lui: così posso di tanto in tanto sapere come

43

sta… (…).»

43

HÖLDERLIN F., Sämtliche Werke, Briefe und Dokumente Band 4, Luchterhand Literaturverlag,

München in Verlagsgruppe Random, 2004, pag.336 37

Come sappiamo, non era proprio Henry la prima preoccupazione di

Hölderlin. La scelta di restare a Homburg, suggerita dall’amico,

rappresentava a quel punto l’unica via praticabile, tanto più che Sinclair,

perfettamente al corrente della sua complicata situazione sentimentale,

era sotto certi aspetti anche in grado di aiutarlo e rendere così meno amaro

quel distacco, come aveva proposto la stessa Susette che, non a caso,

aveva fatto riferimento a questo nella sua prima lettera:

«(…) Tu puoi, se lo trovi giusto e Sinclair viene una volta qui,

pregarlo, se è possibile e Tu non Ti poni nei suoi confronti in una luce

sbagliata, di venirmi a visitare e di mandarmi tramite lui

44

l’Iperione…»

2.2 Una separazione «dal colore ostile»

Hölderlin, anche se pienamente convinto che non c’era altra alternativa

per la sua storia con Susette se non la fuga, aveva forse sottovalutato il

prezzo che una scelta del genere avrebbe comportato. La perdita si

rivelerà presto immensa e lui, smarrito e solo nelle alture di Homburg,

comincia a vivere un’altra immane sofferenza, che troverà la sua

sublimazione nell’elegia I lamenti di Menone per Diotima, considerata

una delle espressioni più alte della lirica moderna e, da Vincenzo Errante,

messa sullo stesso piano della Elegia di Marienbad, forse la più sublime

tra quelle composte da Goethe. Ancora una volta sarà il mondo della

classicità greca a fornire le suggestioni più idonee a trasporre in poesia i

suoi drammi privati: Menone, un giovane della Tessaglia a cui Socrate

44

Vedi nota precedente sulle traduzioni di Nino Campagna 38

aveva dedicato un dialogo, non riesce a superare il dolore per la morte di

45

Diotima ed è costretto a vagare per sentieri noti e ignoti . Impossibilitato

a ritrovare la sua “altra”, cerca nell’ombra, nella frescura di colli e fonti

un refrigerio a ciò che gli brucia dentro; una ricerca tanto spasmodica,

quanto vana. Per malattie come la sua non c’è guarigione; per riacquistare

un po’ di pace si deve, come succede alle belve mortalmente ferite,

accettare la sofferenza e subirne il dolore incessante.

46

Quel dardo , che simboleggia la scomparsa di Diotima, gli si è conficcato

nella carne e gli resterà impresso per tutta la vita.

Täglich geh ich heraus, und such ein Anderes immer,

Habe längst sie befragt, alle die Pfade des Lands;

Droben die kühlenden Höhn, die Schatten alle besuch ich,

Und die Quellen, hinauf irret der Geist und hinab,

45

PETRARCA F., Canzoniere, a cura di P. Cudini, Garzanti, 1974, pag.64

Nel sonetto Solo e pensoso i più deserti campi, uno dei più celebri del Canzoniere, compaiono

alcuni temi ricorrenti della poesia di Petrarca: la ricerca della solitudine, il contatto con la natura, il

pudore dei propri sentimenti. Il poeta vaga per la campagna in cerca di luoghi deserti perché altrimenti

chiunque, osservando la tristezza dei suoi gesti e del suo volto, si accorgerebbe che egli è innamorato.

Ma se riesce, in tal modo, a tener nascosto agli uomini il proprio sentimento, questo è così forte e

evidente che non può essere celato alla natura; e per quanto selvaggi siano i luoghi in cui il poeta fugge,

Amore lo accompagna ovunque e "ragiona" con lui.

46

PUBLIO VIRGILIO MARONE, Eneide, a cura di A. Barchiesi, editrice BUR

Ricordiamo a questo proposito un passo, tratto dal quarto libro dell’Eneide, Virgilio ha

impostato con grande originalità la narrazione della passione di Didone, la quale, colpita profondamente

dalle parole del troiano Enea, appare dominata dal sentimento d’amore. Questo passo è interamente

dominato dal tema dell’amore folle della regina, poiché la induce ad assumere comportamenti fuori

dalla norma. Questo amore, provocato dalle frecce di Cupido, per volere della dea Venere che così

vuole proteggere il figlio Enea, viene descritto, per mezzo di una similitudine (vv.68-73), come una

malattia incontrollabile, una fiamma che arde in Didone, lasciandola debole come una cerbiatta ferita

mortalmente dal dardo di un pastore, il quale ignaro ha lasciato la freccia conficcata nella ferita (pastor

agens telis liquitque volatile ferrum). 39

Ruh erbittend; so flieht das getroffene Wild in die Wälder,

Wo es um Mittag sonst sicher im Dunkel geruht;

Aber nimmer erquickt sein grünes Lager das Herz ihm,

Jammernd und schlummerlos treibt es der Stachel umher.

Nicht die Wärme des Lichts und nicht die Kühle der Nacht hilft,

Und in Wogen des Stroms taucht es die Wunden umsonst.

Und wie ihm vergebens die Erd ihr fröhliches Heilkraut

Reicht, und das gärende Blut keiner der Zephire stillt,

So, ihr Lieben! auch mir, so will es scheinen, und niemand

47

Kann von der Stirne mir nehmen den traurigen Traum?

La sua Diotima, che continua a soffrire reclusa nella sua casa di

Francoforte, diventa per lui una creatura impalpabile, che passa, mitizzata,

dal sogno al regno della morte. Vittima dell’ineluttabile all’uomo non

rimane altro che rassegnarsi al suo destino:

Ja! es frommet auch nicht, ihr Todesgötter! wenn einmal

Ihr ihn haltet, und fest habt den bezwungenen Mann,

Wenn ihr Bösen hinab in die schaurige Nacht ihn genommen,

Dann zu suchen, zu flehn, oder zu zürnen mit euch,

Oder geduldig auch wohl im furchtsamen Banne zu wohnen,

48

Und mit Lächeln von euch hören das nüchterne Lied.

47

HÖLDERLIN F., GONTARD S., Diotima e Hölderlin, lettere e poesie, traduzione e cura di Enzo

Mandruzzato, Adelphi edizioni, 1979, pp.228-237

48

Ivi, pagg. 228-237 40

L’unica che non vuole, che non riesce a rassegnarsi, è proprio Diotima;

ella, in un mondo in cui non c’è posto per i sogni, si ostina a ricercare

momenti felici nel ricordo del passato:

Soll es sein, so vergiß dein Heil, und schlummere klanglos!

Aber doch quillt ein Laut hoffend im Busen dir auf,

Immer kannst du noch nicht, o meine Seele! noch kannst dus

Nicht gewohnen, und träumst mitten im eisernen Schlaf!

Di fronte a questa creatura amata, i cui tratti rifulgono persino nel buio

della notte eterna, a fare capolino sono ancora una volta i ricordi di attimi

indimenticabili, consumati in una natura quasi compiacente, con le stelle

che stanno a guardare e i fiori di campo che sprigionano i loro teneri

profumi:

Licht der Liebe! scheinest du denn auch Toten, du goldnes!

Bilder aus hellerer Zeit, leuchtet ihr mir in die Nacht?

Liebliche Gärten, seid, ihr abendrötlichen Berge,

Seid willkommen und ihr, schweigende Pfade des Hains,

Zeugen himmlischen Glücks, und ihr, hochschauende Sterne,

Die mir damals so oft segnende Blicke gegönnt!

Euch, ihr Liebenden auch, ihr schönen Kinder des Maitags,

49

Stille Rosen und euch, Lilien, nenn ich noch oft!

49

Ivi, pagg. 228-237 41

A far svanire questi ricordi, ormai solo possibili nel sogno, ci pensa

l’inesorabile corsa del tempo, l’impietoso succedersi delle giornate, il

puntuale alternarsi delle stagioni. Per gli amanti, vittime di un doloroso

distacco, rimane un’unica concreta speranza, quella di aggrapparsi al

pensiero di una vita in un altro mondo, riservata soltanto a chi è stato

capace di amare intensamente:

Wohl gehn Frühlinge fort, ein Jahr verdrängt das andre,

Wechselnd und streitend, so tost droben vorüber die Zeit

Über sterblichem Haupt, doch nicht vor seligen Augen,

Und den Liebenden ist anderes Leben geschenkt.

Denn sie alle, die Tag und Jahre der Sterne, sie waren,

50

Diotima! um uns innig und ewig vereint;

Introdotta da questi ricordi felici, ecco adesso l’immagine dei cigni,

giulivi nella loro beatitudine sia nei momenti di assoluto riposo o quando

si lasciano cullare dalle onde.

Aber wir, zufrieden gesellt, wie die liebenden Schwäne,

Wenn sie ruhen am See, oder auf Wellen gewiegt, 51

Niedersehn in die Wasser, wo silberne Wolken sich spiegeln,

Immagine che richiama stati d’animo ben noti, come quello che aveva

contraddistinto il soggiorno a Bad Driburg, quando entrambi, “lieti come

fanciulli”, avevano potuto assaporare attimi intensi di gioia pura e

innocente. In quelle circostanze non c’era gelo, non c’erano intemperie

capaci di turbare la loro intesa, allietata da una comune felicità. Ma

50

Ivi,pagg. 228-237

51

Ivi, pagg. 228-237 42

adesso, privato dell’amata, il protagonista si ritrova in una casa vuota e

non gli resta che errare, come le ombre. Lo stesso vivere, una volta

venutigli a mancare senso e finalità, somiglia ad una condanna:

Und ätherisches Blau unter den Schiffenden wallt,

So auf Erden wandelten wir. Und drohte der Nord auch,

Er, der Liebenden Feind, klagenbereitend, und fiel

Von den Ästen das Laub, und flog im Winde der Regen,

Ruhig lächelten wir, fühlten den eigenen Gott

Unter trautem Gespräch, in Einem Seelengesange,

Ganz in Frieden mit uns und kindlich allein.

Aber das Haus ist öde mir nun, und sie haben mein Auge

Mir genommen, auch mich hab ich verloren mit ihr.

Darum irr ich umher, und wohl, wie die Schatten, so muß ich

52

Leben, und sinnlos dünkt lange das Übrige mir.

Sulle stagioni della primavera e dell’estate, che avevano visto fiorire e

risplendere quell’amore totale e così pieno, s’era abbattuto all’improvviso

il tempo del gelo. Il poeta si ritrova muto, non sa cosa festeggiare, per chi

cantare; l’afflato divino non c’è più, subentra una penosa sensazione di

vuoto e di spossatezza, che rende silenziosi, proprio come quei fanciulli

che, in circostanze favorevoli, riuscivano a trasmettere gioia e a

contagiare con la loro gaia beatitudine. L’organismo sembra vittima di

uno stato di assoluta inedia, unica prova di una vitalità ormai spenta,

qualche muta lacrima che, furtiva, riga lentamente il viso. Pian piano è

l’insensibilità a farsi strada in un animo che ha disimparato a

commuoversi per la delicatezza di un fiore di campo e addirittura si

rattrista al canto degli uccelli. Paura e gelo invadono il cuore, ormai

52

Ivi, pagg. 228-237 43

incapace di reagire ai raggi di un sole che non riscalda più e somiglia

tanto alla luna di una fredda notte. Persino il cielo, sinonimo di infinito,

divenuto adesso “vano e vuoto”, sembra una prigione e sul punto di farsi

pesante, incombendo minaccioso e greve:

Feiern möcht ich; aber wofür? und singen mit Andern,

Aber so einsam fehlt jegliches Göttliche mir.

Dies ists, dies mein Gebrechen, ich weiß, es lähmet ein Fluch mir

Darum die Sehnen, und wirft, wo ich beginne, mich hin,

Daß ich fühllos sitze den Tag und stumm wie die Kinder,

Nur vom Auge mir kalt öfters die Träne noch schleicht,

Und die Pflanze des Felds und der Vögel Singen mich trüb macht,

Weil mit Freuden auch sie Boten des Himmlischen sind,

Aber mir in schaudernder Brust die beseelende Sonne,

Kühl und fruchtlos mir dämmert, wie Strahlen der Nacht,

Ach! und nichtig und leer, wie Gefängniswände, der Himmel

53

Eine beugende Last über dem Haupte mir hängt!

Dopo questa serie di riflessioni, amare e disperate, ecco rispuntare ancora

una volta il ricordo vivo di Diotima, consolatrice e maestra. Ella riesce

ancora ad intonare gli accenti di una volta, a parlargli, con immutato

affetto, di vita e di pace. E grazie a questa ventata di tenerezza, di cui

l’anima conserva un dolce ricordo, le stesse lacrime sembrano un segno di

ingratitudine:

Aber o du, die schon am Scheideweg mir damals,

53

Ivi, pagg. 228-237 44

Da ich versank vor dir, tröstend ein Schöneres wies,

Du, die Großes zu sehen und froher die Götter zu singen,

Schweigend, wie sie, mich einst stillebegeisternd gelehrt,

Götterkind! erscheinst du mir, und grüßest, wie einst, mich,

Redest wieder, wie einst, höhere Dinge mir zu?

Siehe! weinen vor dir, und klagen muß ich, wenn schon noch

Denkend edlerer Zeit, dessen die Seele sich schämt.

Denn so lange, so lang auf matten Pfaden der Erde

Hab ich, deiner gewohnt, dich in der Irre gesucht,

Freudiger Schutzgeist! aber umsonst, und Jahre zerrannen,

54

Seit wir ahnend um uns glänzen die Abende sahn.

(….)

Ja! noch ist sie ganz! noch schwebt vom Haupte zur Sohle,

Stillherwandelnd, wie sonst, mir die Athenerin vor.

Il poeta, una volta ritrovata la sua guida e la sua musa, vuole, anzi deve,

dare agli altri un messaggio di speranza:

Daß unsterblicher doch, denn Sorg und Zürnen, die Freude

55

Und ein goldener Tag täglich am Ende noch ist.

Illuminato da questa certezza, fiducioso in più che probabile

ricongiungimento futuro, egli può adesso elevare agli Dei una preghiera di

ringraziamento, che è anche una promessa:

Leben will ich denn auch! schon grünts! wie von heiliger Leier

54

Ivi, pagg. 228-237

55

Ivi, pagg. 228-237 45

Ruft es von silbernen Bergen Apollons voran!

Komm! es war wie ein Traum! Die blutenden Fittiche sind ja

56

Schon genesen, verjüngt leben die Hoffnungen all.

(…)

Nel frattempo per la vera Diotima ha inizio la sua dolorosa “via crucis”

nella vicina Francoforte. Pur non riuscendo ancora a rendersi conto fino in

fondo della portata di quel distacco struggente, Susette rimane aggrappata

al suo Friedrich, cerca disperatamente di trovare e di proporre soluzioni

che facciano sperare, sia pur lontanamente, in un prossimo

ricongiungimento. Immersa in una quotidianità a lei estranea e avvilente,

avverte il dolore sempre più lancinante di una separazione forzata, che col

passare dei giorni si fa sempre più insopportabile. Susette affida il suo

tormento a lettere intense e commoventi, che rappresentano al contempo il

suo messaggio d’amore. La prima lettera viene scritta una settimana dopo

l’addio. I toni appaiono pacati, ma fermi: la giovane padrona di casa non

ha ancora superato il trauma di quel distacco improvviso, e per certi

aspetti violento, e vorrebbe descriverlo, sezionarlo, per renderlo più

comprensibile:

«Devo scriverTi, Caro! Il mio cuore non ce la fa più a sopportare il

silenzio nei Tuoi confronti, lascia ancora una volta parlare il mio

sentimento davanti a Te, poi voglio, se Tu lo ritieni meglio, volentieri,

volentieri starmene zitta. Adesso, da quando Tu sei via tutto attorno e

dentro di me è così noioso e vuoto, è come se la mia vita avesse perso

ogni significato, solo nel dolore lo ritrovo ancora. Come amo adesso

questo dolore, quando mi abbandona e tutto diventa in me così tetro,

come lo ricerco con nostalgia, solo le mie lacrime sul nostro destino

56

Ivi, pagg. 228-237 46

riescono ancora a rendermi felice. Esse scorrono anche copiose,

quando di sera, già alle ore nove, mi metto a letto con i bambini per

accorciare il giorno, quando tutto è silenzio e nessuno mi può

57

vedere.»

Stranamente la sensazione di vuoto che l’attanaglia è la stessa che

finirà col caratterizzare questo lungo periodo e verrà mirabilmente

descritta anche nell’ultima lettera, quella dell’8 maggio 1800. L’accenno

al dolore che rende vivi è accompagnato quasi da un certo compiacimento

per la sofferenza, una sofferenza intimamente legata al ricordo di giorni,

di ore, di attimi felici, ma irrimediabilmente passati. Ovviamente nulla è

adesso come prima e tutto questo rende ancora più cocente il rimpianto:

«(…) Ma quando arrivo a casa, non è più come prima, altrimenti mi

sentirei così bene di venire vicino a te, adesso è come se io andassi in

58

una grande gabbia per farmi rinchiudere (…).»

La precisa allusione che sia stata proprio lei a consigliare Hölderlin di non

reagire alla provocazione del marito e ad allontanarsi, rende più credibile

la versione tramandata sul loro distacco e la scena dei due amanti colti in

un momento di intimità spirituale:

«Già spesso ho rimpianto che io in occasione dell’addio Ti abbia dato

57

Vedi nota precedente sulle traduzioni di Nino Campagna

58

Ibidem 47

il consiglio di allontanarTi immediatamente, ancora non ho capito per

59

quale sentimento Ti ho dovuto pregare in modo così urgente.»

Strettamente legato a questa considerazione, affiora il rimpianto per una

quotidianità perduta per sempre, che difficilmente potrà trovare elementi

di conforto:

«Se il nostro separarci non avesse assunto questo colore ostile,

nessuno Ti avrebbe potuto impedire l’ingresso nella nostra casa, ma

adesso, Oh! Dimmi caro quando sarà possibile rivedersi? Anche se da

lontano? – Rinunciarvi del tutto, non posso! Resta sempre la mia più

amata speranza starmene sempre seduta, sognare vorrei anche! Ma

neppure la mia fantasia vuole spesso stare a mio servizio! Oh, andrà di

sicuro meglio solo quando finalmente saprò che le Tue notizie non mi

verranno a mancare e posso avere sempre davanti un punto di

riferimento, una giornata della speranza, dato che solo la speranza ci

60

tiene in vita. E’ certo che io non cambierò mai.»

Inizia così un periodo molto difficile. Susette si sente sotto controllo e

questo limita la sua libertà e soprattutto i suoi movimenti. Ma non riesce

né vuole rassegnarsi a questo doloroso dato di fatto. Si ribella all’idea di

dover rinunciare a rivedere il suo amato e comincia ad elaborare strani

stratagemmi, a ricorrere ad ogni possibile espediente pur di riuscirvi. Le

possibilità di incontrarsi, anche se solo per momenti, sono remote. La

tranquilla, dolce Susette, spinta dalla forza della disperazione, riscopre in

se stessa potenzialità insospettate e mette in gioco la rispettabilità sua e

della famiglia. L’amore fa diventare audaci anche le persone più miti:

59

Ibidem

60

Ibidem 48

«Da quando ieri Ti ho visto non ho altro desiderio che parlarTi, se Tu

vuoi osare, non Ti lega alcuna promessa, allora vieni oggi pomeriggio

alle 3 e un quarto, entra senza farti vedere dalla porta posteriore che è

sempre aperta, monta leggero e veloce su per le scale come al solito, la

61

porta della mia stanza sulle scale sarà per Te già aperta.»

La situazione di Hölderlin è meno drammatica. Egli ha la fortuna di

vivere in un ambiente tranquillo, tra persone ben disposte nei suoi

confronti e soprattutto può contare su un amico vero. Con Sinclair non c’è

bisogno di spiegazioni, egli ha perfettamente capito la situazione in cui si

dibatte l’amico, sa che Hölderlin necessita più che mai del suo conforto e

che, proprio in quel periodo, non può e non deve essere lasciato solo.

Cerca così di conciliare al meglio i suoi doveri di consigliere diplomatico

al servizio del Langravio di Homburg, con quelli più intimi di amico di

una persona che adesso dipende da lui. Così, nell’accettare la missione di

recarsi in novembre al Congresso di Rastatt, dove era prevista una

discussione sulla situazione politica in Germania dopo la pace di

Campoformio, propone senza alcun indugio all’amico di seguirlo.

Hölderlin comprende lo spirito di questo invito, ne resta commosso e lo

comunica immediatamente alla madre, che da parte sua si era dimostrata

molto comprensiva sulla scelta del figlio di licenziarsi dalla famiglia

Gontard:

«(…) Carissima madre! La ringrazio veramente di cuore che Ella

abbia accettato la notizia del mutamento della mia situazione con

benevola fiducia nei miei confronti. Da quando mi trovo qui ho vissuto

tranquillo in contatto giornaliero con il mio amico Sinklair. Adesso

egli sta per partire su incarico del Langravio per Rastadt. Mi ha fatto

61

Ibidem 49

la proposta di fargli compagnia nel viaggio e nel soggiorno a Rastadt,

e dal momento che, - grazie alle generose proposte del mio amico -,

posso farlo quasi senza costi e posso anche a Rastadt dedicarmi alle

mie occupazioni perlomeno per una parte della giornata del tutto

indisturbato, così ho ritenuto illogico, perdere questa occasione per la

mia ulteriore crescita formativa e mi sono deciso oggi o domani di

62

partire con lui per 4 settimane. (…)»

Abbiamo un Hölderlin rassegnato, o comunque molto ridimensionato,

che considera addirittura “pretenziosi” i sogni che ne avevano

caratterizzato la gioventù e si dice adesso disposto ad un ruolo

qualsiasi, che sia tuttavia di aiuto ad altri uomini, fedele a quella sua

concezione sociale che sa tanto di “socialismo” dal volto umano. Risale

allo stesso giorno (28 novembre 1798) una lettera scritta da Rastadt e

indirizzata al fratello Karl. Ricorrere all’affetto dei parenti più intimi fa

parte di quei tentativi intrapresi per riempire quella tremenda

sensazione di vuoto lasciatagli dalla dolorosa lontananza di Susette. In

questa lettera, in cui si coglie il rimpianto per una relazione fraterna

non curata come avrebbe voluto, c’è anche un accenno che sarebbe

bastato a Karl, già al corrente della sua contrastata storia d’amore, ad

intuire il suo dramma:

«(…) Amatissimo! Quante volte negli ultimi giorni di Francoforte avrei

62

HÖLDERLIN F., Sämtliche Werke, Briefe und Dokumente, Luchterhand Literaturverlag, München in

Verlagsgruppe Random, 2004, pag. 224 50

voluto scriverTi, ma nascondevo a me stesso il mio dolore, e

qualche volta mi sarei dovuto rovinare l’anima dal pianto, se avessi

63

voluto parlarne. (…)»

Una volta ritornato ad Homburg egli cerca di sublimare la sua sofferenza

in componimenti poetici, che divengono depositari di quel dolente

struggimento. Ma non sono solo la poesia e il dramma sulla Morte di

Empedocle ad occupare i suoi pensieri; proprio in quei mesi egli pensa

con ritrovato vigore a trovare future alternative, che gli possano garantire

nuovi sbocchi professionali e nuove possibilità di indipendenza

economica. Si tratta di fare tentativi in tutte le direzioni, anche a costo di

essere costretto a compromessi e di calpestare quei sentimenti di orgoglio

64

e di dignità personale che in lui erano piuttosto spiccati . Da Francoforte

intanto continuano ad arrivare segnali carichi di sconforto. Le

implorazioni di Susette si fanno sempre più accorate:

«Domani non ci potremo vedere, carissimo cuore! Dobbiamo avere

pazienza e aspettare tempi migliori…. Quanto mi addolora non

poterTi dire a voce quanto Ti ami, è indescrivibile. Amami ancora in

modo fedele, sincero e caldo e fai che la sorte impietosa non mi rubi

nulla!… Non pensare amato! che il destino del nostro amore mi

faccia indignare o mi possa abbattere del tutto, è vero piango

spesso, lacrime amare, amare, ma sono proprio queste lacrime che mi

sostengono, fino a quando Tu vivrai non posso lasciarmi andare. Se

non provassi più nulla, se l’amore scomparisse dal mio cuore, e cosa

sarebbe una vita senza amore, io sprofonderei nella notte e nella

63

Ivi

64

NINO CAMPAGNA, Friedrich Hölderlin, poesia come sublimazione della sofferenza, prefazione di

Giuseppe Bevilacqua, Comune di Buggiano, 2004 51

morte. Fino a quando mi ami non posso andare in rovina. Tu mi

mantieni viva e mi conduci sulla via della bellezza! Abbi fede in me e

costruisci in modo solido sul mio cuore. Allora addio mio amato,

caro cuore, e pensa come penso io che il nostro essere più intimo

rimarrà immutabilmente lo stesso e si apparterrà l’uno all’altro. Il

mese prossimo potrai di nuovo tentare. Forse potrai sentire tramite H.

65

se sono di nuovo sola (inizio febbraio 1799)»

Sono confessioni che turbano; in esse si coglie il tentativo, lo sforzo di

fornire all’altro elementi di conforto, anche se la speranza si affievolisce

sempre di più. Non c’è tuttavia ancora disperazione, Susette è cosciente di

provare un amore eccezionale e ne accetta il prezzo. Si aggrappa alla

certezza di essere riamata con la stessa intensità e questo le basta per

continuare ad affrontare serenamente l’indicibile sofferenza che l’aspetta.

Per due amanti come loro, schiacciati dal peso di una lontananza che

diventa ogni giorno più insopportabile, i tempi sono dati concreti, fatti di

ore, di minuti, di secondi; per Susette, costretta a contarli, essi si

allungano a dismisura. Ma lei, imperterrita, vuole continuare a mantenere

in vita quel filo sottile che la lega al suo amato e per questo vuole, deve

assolutamente restare sola. Questa spasmodica ricerca della solitudine,

che poi rimane l’unica condizione per sentirsi vicina al suo Friedrich,

caratterizzerà d’ora in poi la sua vita. Ma sarà anche questa un’impresa

faticosa. Per il rango sociale occupato da una famiglia molto in vista,

impegnata in ricorrenti ricevimenti e occasioni mondane, gli incontri

ufficiali costituiscono una prassi irrinunciabile. In questi casi, la padrona

di casa è la prima ad essere investita da doveri, che, dato il suo stato

d’animo, finiscono per provocare malumore in lei e disagio in coloro che

65

Vedi nota precedente sulle traduzioni di Nino Campagna 52

le stanno vicino. Fredda ed estranea a tutto quello che le succede intorno,

cerca di conquistarsi come può momenti di solitudine; ma, una volta sola,

non riesce a tener testa alla folla di immagini e di pensieri che si riversano

nella sua mente e nel suo cuore. Allora è tutto un convulso aggrapparsi ai

ricordi, a quelli più teneri o laceranti; un tentativo, affettuoso e caotico al

contempo, di tirare fuori dalla massa di esperienze comuni, quelle che più

si addicono a ricomporre l’immagine dell’amato lontano, i cui lineamenti

diventano sempre più vaghi. L’amato, anche se formalmente protetto dalla

quiete di Homburg, non può restare indifferente a quella muta sofferenza

e risponde come può e come sa, componendo una “Supplica”, dai toni

struggenti: Heilig Wesen! Gestört hab ich die goldene

Götterrhue dir oft, und der geheimeren,

Tiefern Schmeryen des Lebens

Hast du mnche gelernt von mir.

O vergiss es,vergib! Gleich dem Gewölke dort

Vor dem fredlichen Mond, gehß ich dahin, und du

Ruhst und glänyest in deiner 66

Schöne wieder, du süsses Licht!

Ma per Susette non ci può essere quiete. Le sue lettere tradiscono

66 HÖLDERLIN F., Poesie, a cura di Giorgio Vigolo, Edizioni Einaudi, 1958, pag.35 53

questo suo stato d’animo e diventano fiumi in piena che strappano e

portano via tutto quello che ne ostacola lo scorrimento. In queste

condizioni ella non può fare altro che assistere impotente alla tempesta

che le si è scatenata addosso, passando dallo struggimento più straziante

alla disperazione più nera. Neppure i suoi bambini, quelle quattro creature

a cui era profondamente legata e che fino a poco tempo prima

costituivano un motivo di vita e di speranza, possono adempiere più a

questa funzione salvifica. In un tempestoso succedersi di stati d’animo, lei

stessa diventa un fuscello violentemente sballottato, un naufrago da

troppo tempo in balia delle onde, a cui non rimane più neppure la forza di

chiedere aiuto. Si crogiola nel suo dolore, immersa com’è in giornate

noiose i ricordi diventano stilettate. Progressivamente inghiottita da una

sofferenza che non lascia scampo, si ritrova senza accorgersene con gli

occhi umidi di pianto. A febbraio, mese in cui si avvertono già i primi

tepori primaverili, vengono affidati alla penna una serie di pensieri e di

riflessioni che rappresentano un compendio di una lacerazione insanabile:

«Quanto volentieri, caro! vorrei raccontarTi fedelmente come ho

trascorso le tristi giornate della nostra divisione, se proprio la

ripetizione di questo periodo non fosse per me così dolorosa. Da

alcuni giorni sono di nuovo sola, va già un po’ meglio, la cosa più

terribile era che non potevo concedermi alcun quarto d’ora da sola e,

anche quando ero sola, dovevo reprimere in modo così violento i miei

sentimenti, affinché i miei occhi umidi non mi tradissero e dessero

67

motivo a domande troppo imbarazzanti…»

Susette è ancora nelle sabbie mobili del passato e cerca di rendersi viva

67

Vedi nota precedente sulle traduzioni di Nino Campagna 54

l’immagine dell’amato lontano, aggrappandosi nella sua solitudine alle

piccole cose concrete che egli aveva lasciato in casa Gontard:

«Cercavo con tutte le forze di richiamare nella mia fantasia la Tua

immagine per me diventata di sogno che si andava spegnendo e di

ravvivarla con colori vivi, ah! Non mi era consentito, avvertivo il

desiderio e l’impotenza al contempo, pensavo sì alle Tue lettere, ai

Tuoi libri, ai Tuoi capelli, ma non volevo alcun aiuto, volevo

rinnovare Te in me da sola, completamente dal mio intimo, tuttavia il

mio pazzo cuore era costretto presto ad arrossire davanti alla

ragione e trovare scuse, alcuni giorni dopo ho raccattato le Tue care

cose, lettere di vecchia data, che allora quando ancora Ti avevo erano

per me ben poca cosa, di cui non mi ricordavo neppure, che tesoro di

care parole, che consolazione, che immagine gradita di Te vi ho

trovato dentro, come mi hanno attirato care lacrime di tenerezza

negli occhi, come hanno rafforzato il mio cuore, come mi aggrappo

ora ad esse in ogni ora di paura. Ma ahimè! Questo è passato! –

68

Cosa è il presente? – Cosa sarà il futuro?»

Dopo questa inevitabile carrellata sul passato, sorgono altrettanto

spontanei i pensieri sul futuro: un futuro non illuminato da speranze

concrete, dove a prevalere sono le visioni più pessimistiche. Si tratta di

riflessioni che si accavallano, in un susseguirsi di stati d’animo che vanno

dallo scoramento alla disperazione. A fungere da stella polare in questa

notte buia c’è solo la certezza di amare e di essere amata, che tuttavia non

basta a fugare ogni timore sul futuro che incombe e che minaccia di

dividerli per sempre:

«Adesso mi domando ogni giorno: “Come deve un essere solo, che

68

Ibidem 55

l’amore ha elevato ad un essere nobile e bello, consistere in sé e

attraverso se stesso?” – Sognare vorrei sempre, tuttavia sognare è

autodistruggersi! Autodistruggersi, viltà!… Eppure ogni sentimento

richiama in me tutto il mio struggimento misto a mille dolori. Perfino

attraverso i miei pensieri più profondi non trovo nulla di più auspicabile

che la più intima relazione d’amore, infatti cosa ci può guidare

attraverso questa dicotomia di vita e morte, se non la voce del nostro

essere migliore, che abbiamo affidato ad un’anima che palpita come la

nostra, questa voce che non riusciamo sempre a sentire da noi stessi.

Fortemente e immutabilmente legati siamo noi, nel bello e nel bene, al di

là di ogni pensiero nella fede e nella speranza. Ma questa relazione

dell’amore sta nel mondo reale, che ci comprende non solo attraverso lo

spirito; anche i sensi (non sensualità) ne fanno parte, un amore che noi

rimuoviamo completamene dalla realtà, che sentiamo solo nello spirito, a

cui non possiamo dare alcun alimento e alcuna speranza, diventerebbe

alla fine solo una specie di sogno o scomparire, rimarrebbe, ma noi non

lo sapremmo più e la sua benefica azione sul nostro essere cesserebbe.

Dato che ho tutto questo chiaro davanti agli occhi, mi dovrei ancora

ingannare e lasciarmi cullare in una specie di dormiveglia – dovrei

sognare! Devo bloccare il mio cuore! Devo pensare diversamente! –

Perché Ti chiedo tutto questo, caro! – “Ancora ho Te”. Ah! Perché dal

giorno della nostra divisione c’è dentro di me una paura, che un giorno

possano cessare tutti i nostri rapporti, dato che non ho alcuna certezza

sul futuro, sulla Tua futura destinazione; tremo per il tempo delle

rivoluzioni che può esserci vicino, perché forse ci strapperà per sempre

69

l’uno dall’altra.»

69

Ibidem 56

Allora emergono i rimpianti; rimproverano a se stessi di essere stati

troppo avventati nel decidere di interrompere quella pur difficile

convivenza e di non aver riflettuto sul significato di una rottura,

sottovalutandone le ripercussioni:

«Quante volte rimprovero Te e me, che ci siamo per superbia resi

impossibile ogni rapporto, ci siamo affidati solo a noi stessi, adesso

dobbiamo implorare la sorte, e cercare attraverso mille strade quel filo

che ci possa riportare assieme. Cosa ne sarà di noi, se noi dovessimo

scomparire l’uno per l’altra? – (…) Se proprio deve essere che si

diventi vittime del destino, allora promettimi di renderTi libero di me e

di vivere completamente come puoi per renderTi felice, Tu con la Tua

conoscenza puoi adempiere ai Tuoi doveri per questo mondo nel modo

migliore e lascia che la mia immagine non sia di ostacolo alcuno, solo

questa promessa mi può dare pace e contentezza con me stessa. –

Amare come io amo Te non può più nessuno, amare come Tu ami me,

non potrai più (perdonami questo desiderio egoista), ma non bloccare

il Tuo cuore, non fargli violenza, quello che io non posso avere non lo

70

devo voler distruggere per invidia (…).»

Questo altruismo che affonda le sue radici in un amore che non ha limiti,

è anche frutto di una profonda conoscenza dell’uomo e delle sue

potenzialità. Susette infatti è tra le pochissime persone che hanno colto la

grande sensibilità di Friedrich, intuendone l’unicità – “in pochi sono come

Te” – ed il talento poetico. Proprio per questo non avanza pretese sul suo

futuro. Non solo, ma con tanto affetto e discrezione, conoscendo bene i

costi personali della sua esperienza a Jena, cerca di metterlo in guardia dal

rischio di analoghe avventure e iniettargli la convinzione del suo valore:

70

Ibidem 57

«Tu dovresti adesso cominciare a vivere, ad agire, a produrre, non

farmi diventare un ostacolo, e non vanificare la Tua vita sognando un

amore impossibile. La natura Ti ha dotato di tutte le forze nobili, di un

alto ingegno e di sentimenti profondi ed adesso è alla Tua portata

71

dimostrarlo coi fatti.»

Sempre nella stessa lettera, lei trova spazio per esprimere anche qualche

desiderio, impregnato di struggente nostalgia:

«(…) Rivedersi per un’ora piena di beatitudine, covando speranza nel

petto sono sufficienti a mantenere in vita questo amore per mesi.

Facciamo in modo di non chiudere gli occhi e farci sorprendere dalla

sorte, per poter fare le cose più necessarie e migliori. Cerca di

tranquillizzarmi se puoi sul futuro… Perdona! Mio carissimo! Se Ti

coinvolgo in questi neri pensieri, per Te dovrebbe essere tutto solo

dolce, Ti vorrei dare un cielo, allontanare tutto quello che potrebbe

disturbarTi; ma io sento che il nostro amore è troppo sacro, per

poterTi illudere, Ti sono debitrice di ogni sensazione che provo, Tu sai

che io sono leggermente malinconica, forse verranno tempi migliori e

vorremo ringraziare la sorte per ogni fiore che assieme troveremo

72

(…).»

Una confessione accorata, ma veritiera, tocca anche i suoi bambini, quelle

quattro creature coinvolte, loro malgrado, nell’intero dramma familiare:

71

Ibidem

72

Ibidem 58

«(…) Ti devo dire ancora qualcosa dei bambini, Tu sai già che ai miei

occhi essi hanno perso molto, da quando non sei più Tu a istruirli e a

incidere su di loro, al punto che non mi riprometto più molto da essi

73

(…).»

L’unica consolazione è affidata all’antica passione comune per la musica,

che forse avrà modo di rianimarsi con l’arrivo della primavera, e

soprattutto alla pubblicazione, ormai imminente, del secondo volume di

Iperione, un libro costruito assieme, frutto di scambi, di pensieri e di

riflessioni comuni. Susette sa perfettamente che, in quella seconda parte

del romanzo, sono impresse le stimmate della sua stessa passione, con la

descrizione di attimi pieni, irripetibili della loro gioia e del loro dolore:

con crescente tensione pertanto, aspetta di averlo tra le mani per ritrovare

in esso un idillio destinato a superare la caducità della vita stessa:

«Voglio provare se riesco di nuovo a seguire la musica, la primavera

mi offrirà dolce occupazione nel giardino (a cui io mi devo di nuovo

abituare) e il Tuo caro Iperione animerà il mio spirito, quanto mi

rallegro già al suo pensiero!... Caro! tutte le mie espressioni

appartengono solo a Te. Il mio spirito, la mia anima si rispecchiano in

Te, Tu dai tutto quello che si può dare, in una forma così bella, come

74

io non potrei mai (…) (febbraio 1799).»

Nel frattempo, basta un solo giovedì, la giornata da tempo convenuta per

scambiarsi una lettera, uno sguardo e, nel caso più fortunato, una furtiva

carezza, per ridare un po’ di morale. E questa attesa di primavera nel

senso più ampio del termine sembra aver contagiato anche Hölderlin,

almeno a giudicare da quanto scrive verso la fine del mese alla sorella:

73

Ibidem

74

Ibidem 59

«(…) Carissima sorella! Ho quasi perso il diritto al Tuo ricordo; così

tanto tempo è passato da quando non mi sono più fatto sentire da Te.

Ma spesso è così, che per pura necessità di scrivere non si scrive nulla

… Sono diventato di nuovo temporaneamente un eremita, come sai, e

penso che Tu lo abbia approvato, dato che Tu puoi per quanto mi

riguarda dare per scontato che io l’abbia fatto non senza motivo, e che

io in tale ozio non mi comporti da ozioso e che non mi prepari una

condizione opportuna a spese di altri. Credimi, carissima! non è

caparbietà ciò che determina le mie occupazioni e la mia situazione.

La mia natura e la mia sorte, queste sono le uniche potenze, cui non si

può mai negare obbedienza, ed io spero con questo stato d’animo di

diventare alla fine ancora perfettamente degno del tuo placido, fedele

amore. Tu sei in ogni caso più felice, come quella persona che

forse solo alla fine dei suoi impegni può dire con sicurezza: sono

contenta. Tu vivi da un giorno all’altro appagata nelle Tue migliori

aspettative e la tua felicità domestica comporta solo tanta

preoccupazione, quanto è necessaria, per rendere giornalmente

75

concreto ciò che Ti appartiene (…)»

Questi sporadici momenti di tranquillità, sono confortati da una lettera che

sarebbe dovuta essere indirizzata in quel periodo a Susette e di cui ci

rimane solo un frammento:

«C’è dentro di me un ringraziamento inesprimibile, cara, che la

76

primavera celeste porti anche a me ancora gioia.»

75

Ibidem

76

Ibidem 60

2.3 Diotima: der einsam und fremden Frühling

Per Hölderlin Susette, oltre ad essere la Diotima dei suoi sogni,

rappresentava la primavera, quella primavera su cui tutte le creature

ripongono le proprie speranze. E, approssimandosi questa stagione,

diventa in lui preponderante il ricordo di quella fanciulla che, reclusa

nella sua casa di Francoforte, per lui si macera. A questa immagine di

Diotima che si portava dentro, o meglio al suo “Genio”, che nella

mitologia greca rappresentava l’istanza divina di una persona, cerca di

rivolgersi direttamente, dedicandogli la poesia Diotima, che può essere

definita una vera e propria preghiera, Hölderlin implora il Genio tutelare,

l’angelo custode della sua eccelsa creatura, che assegni “gioventù

eterna” a quella creatura già così privilegiata dagli Dei. Solo così ella

potrà sottrarsi allo scempio degli anni che impietosi si susseguono. Ma,

oltre a garantirle eterna giovinezza, il Genio deve avvolgerla nel suo alone

divino, nei veli del suo incanto, per evitarle di vedere, di percepire, la

bruttezza del mondo in cui vive. L’Ateniese infatti – così adesso chiama

la sua amata, dato che solo una creatura greca può abbinare in modo così

compiuto bellezza del corpo e dell’anima – è costretta a vivere, “sola e

straniera” in un mondo in cui non può riconoscersi. Ma deve soltanto

saper aspettare fiduciosa, in quanto, prima o poi. anche lei lascerà questo

brutto mondo, indegno di lei e della sua bellezza; ad attenderla allora

saranno le sue greche sorelle, ispiratrici di quella arte con cui Fidia

plasmava il marmo, riuscendo ad infondere alle sue creature anche

un’anima. Su questo concetto di estraneità di Diotima verso il mondo che

la circonda, il poeta avrà modo di ritornare in altre occasioni, dedicandole

versi sublimi: 61

Schönes Leben! Du Lebst, wie die Zarten Bluten im Winter,

In der gealterten Welt blühst zu verschlossen, allein.

Liebend strebst du hinaus, dich zu sonnen am Lichte des Frühlings,

Zu erwarmen an ihr, suchst du die Jugend der Welt.

Deine Sonne, die schönere Zeit, ist untergegangen

77

Und in frostiger Nacht zanken Orkane sich nun.

In questa poesia Diotima viene vista come una gemma che può anelare

soltanto alla primavera, stagione in cui è destinata a sbocciare; essa

tuttavia in un mondo invecchiato, gelido e in cui dominano gli

“uragani”, si rinchiude in se stessa e fa di tutto per restare gemma. Essa

non vuole correre il rischio di dischiudersi in un periodo in cui il freddo

finirebbe col gelarla e in condizioni ambientali sfavorevoli. Ma

Diotima è essa stessa quella perenne primavera, che ha ridato vita al

suo Iperione. Una primavera, che non soggiace alle leggi temporali;

essa si tramuterà anzi in una stella che splenderà nel firmamento solo

per chi è capace di rintracciarla e di ritrovarla tra miriadi di stelle. Sotto

certi aspetti una Proserpina greca che riporta in Germania la primavera,

la stagione della speranza e della ricorrente resurrezione. Il suo

soggiorno terreno si identifica con il percorso del sole; una volta

tramontato, ad imperversare saranno gli uragani, veri signori delle notti

glaciali. Se a Hölderlin riesce facile evocare la sua fanciulla nella

poesia, nel mondo in cui ella stessa è costretta a trattenersi le occasioni

per potersi rivedere divengono sempre più rischiose e, quindi,

subiscono ulteriori limitazioni. Col passare dei mesi, la loro

comunicazione è affidata esclusivamente alle lettere, nelle quali

pensieri e sentimenti vengono consegnati alla penna con immediatezza,

sotto forma di appunti o di note di diario. Ne viene fuori una carrellata

77 MANDRUZZATO E., Diotima e Hölderlin, lettere e poesie, Adelphi edizioni, 1979, pp.148-149 62

di stati d’animo buttati giù, tra il 12 marzo e il 4 aprile 1799,

apparentemente senza alcuna coesione, ma tutti strettamente legati da

un filo di amore immenso e disperato. Susette trascrive le sue

sensazioni come può e quando può, tenendo aggiornato Friedrich di

quanto le succede; gli argomenti sono sempre gli stessi, anche se le

riflessioni tradiscono sfumature diverse, in cui sembra dominare la

rassegnazione:

«La Tua cara lettera e il Tuo desiderio mi hanno dato ieri il pensiero

di scriverTi una specie di diario, se solo potessi farlo!… Ieri non

appena Te ne sei andato ho sentito in modo così intenso la sensazione

mista di dolore e di gioia e di sordo timore del futuro, ho preso subito

la Tua lettera, riuscivo solo a leggere parole, il cuore mi batteva così

forte che non riuscivo a tirar fuori il senso e l’ho dovuta mettere da

parte per un’ora più tranquilla. Sono andata allora nell’aria per

ritrovarmi…. – Il mio cuore grato non si è neppure lamentato delle

lacrime che la Tua lettera mi ha procurato, sentivo solo dentro di me,

Egli vive! Mi è vicino! Mi ama fedelmente! Oggi è un giorno felice

78

(Martedì, 12 marzo 1799). »

Infatti s'allarga sempre più l'abisso tra il mondo di perfezione in cui

Holderlin vive con Diotima, dominato da una misura divina, e la realtà

sociale del loro rapporto; fino all'inevitabile, al misfatto della

separazione, che pare rinnegare il dio che domina in loro. Come può

essere sacro ciò che separa gli amanti? Anche se ciò che è Uno si

divide, l'amore non muore nel suo boccio. I due amanti credono a una

79

riconciliazione al di là della vita:

78

Vedi nota precedente sulle traduzioni di Nino Campagna

79

HÖLDERLIN F, Poesie scelte, a cura di Susanna Mati, edizione Feltrinelli, 2010, pag. 43-49 63

«è impossibile, e la mia più intima vita vi si ribella, se penso che noi ci

perdiamo. Per millenni andrò errando di stella in stella, assumerò tutte

le forme, parlerò tutte le lingue della vita per incontrarti ancora una

sola volta. E tuttavia penso che coloro che si assomigliano non tardano

80

a ritrovarsi.»

Scrive Diotima:

«anche se tu credessi un bene giungere nella realtà ad una totale

separazione tra noi [….], le relazioni invisibili continueranno comunque

81

e la vita è breve (10 agosto 1799)»

«La passione dell'amore supremo non può mai essere soddisfatta in

terra»; non ci rimane altro che la più felice fede l'uno nell'altra e

nell'onnipotente essenza dell'amore, che eternamente e invisibilmente ci

82

guiderà e ci legherà sempre di più (1798-99).»

«Questo è l'amore amato, puro», la cui «più cara intima essenza durerà

immutabilmente uguale a se stessa e a se stessa apparterrà (gennaio

83

1799)»

«Anche nei miei più profondi pensieri, non trovo nulla che meriti di

essere desiderato, se non il più intimo rapporto d'amore, poiché che cosa

può guidarci attraverso questo ambiguo vivere e morire, se non la voce

del nostro essere migliore, che confidiamo a un'uguale anima amante

80 HÖLDERLIN F., Iperione, a cura di Giovanni Vittorio Amoretti, editrice Feltrinelli, 1981, pag. 37

81

Vedi nota precedente sulle traduzioni di Nino Campagna

82

Ibidem

83

Ibidem 64

[….]. Congiunti, siamo forti e immutabili nel Bello e nel Bene, al di sopra

84

di ogni pensiero, nella fede e nella speranza. (fine febbraio 1799)»

2.4 Un futuro incerto

Si delinea la sofferta esperienza di una relazione che vive di attimi sempre

più brevi e di segnali anche minimi; a Susette basta poco per provare un

istante di felicità, per sublimare le lacrime che le sgorgano spontanee e

per ridarsi qualche speranza di vita. Ciò non esclude, ovviamente, nuove

ricadute nello sconforto e, quindi, amare riflessioni sia sulla sorte avversa

che li ha divisi, sia sull’inutilità delle azioni umane per modificare destini

che sembrano predefiniti. Ed infatti già il pomeriggio dello stesso giorno

il tono delle sue riflessioni è diverso ed a prevalere è ancora una volta il

pessimismo su un futuro che non lascia spiragli:

«Non riesco a togliermi di nuovo dalla testa la parola caso che ho

scritta, essa non mi piace, suona così riduttiva, e fredda, e tuttavia non

ne trovo un’altra. Non si potrebbe anche dire che la segreta

concatenazione delle cose dà vita a qualcosa che noi chiamiamo caso,

ma che è necessario. Noi a causa della nostra miopia non possiamo

prevedere nulla di tutto questo e rimaniamo attoniti quando arriva

qualcosa di diverso da quello che pensavamo. E tuttavia le eterne leggi

della natura fanno sempre il loro corso, non riusciamo a spiegarcele e

proprio per questo sono confortanti, dato che può accadere anche a

85

noi quello che neppure pensavamo e speravamo lontano (…).»

84

Ibidem

85

Ibidem 65

Qualche giorno dopo, Susette torna a rivivere alcuni momenti del distacco

e a raccontare con quanto amore abbia raccolto piccole testimonianze di

una presenza irrimediabilmente perduta, a cui era legata la sua stessa

esistenza:

«Dopo il nostro primo distacco non mi volevo sottrarre al grande

dolore da esso provocato, mi era caro e benvenuto, due giorni dopo la

Tua assenza sono andata ancora una volta nella Tua stanza, avrei

voluto lì sfinirmi di pianto e raccogliere alcuni cari resti di Te, aprii il

Tuo leggio-scrivania e trovai alcuni pezzetti di carta, un po’ di lacca

da sigillo, un piccolo bottone bianco e un pezzo di pane duro, ho

86

portato il tutto con me come una reliquia (14 marzo).»

Il 19 marzo ancora una serie di riflessioni spontanee, sorte in occasione di

qualche passeggiata coi bambini, con lo sguardo magari rivolto in

direzione di Homburg, dove il suo amato ha trovato rifugio:

«Sono stata alcune volte a passeggio con i bambini, ciò mi ha

procurato sempre forza e tranquillità, una volta ho visto sulla

montagna illuminata da un mite sole la mia cara Homburg, quanto

hanno benedetto i miei occhi questa silenziosa zona, e la sconosciuta

stanzetta dove Tu abiti, come sono corsi i miei pensieri da Te, e di

sicuro Ti hanno toccato, infatti ho pensato che Tu in questi bei giorni

di primavera devi avermi anche in mente e sentirTi a me vicino come

io mi sento a Te!… – Niente altro Ti auguro così tanto che Tu, non

importa dove, possa trovare un amico, nei cui confronti il cuore non

debba essere muto e nella cui frequentazione Tu trovi comunicazione e

alimento per il Tuo spirito, infatti mio caro! Tu sei così ricco di forze e

86

Ibidem 66

sempre così pieno per rimanere con Te stesso e fare affidamento su Te

stesso, se Tu di tanto in tanto sei di cattivo umore è solo perché non

vieni compreso e non vedi Te stesso e dubiti di Te stesso. In questa

situazione corri facilmente il pericolo di scegliere le persone sbagliate,

solo da questo Ti metto in guardia, non prenderla male, viene di sicuro

87

da un cuore buono (…).»

Ma nel frattempo, proprio da quell’ambiente letterario, da cui Susette

vorrebbe tenerlo lontano, giunge qualche notizia consolante. E ancora una

volta è la poesia a riservargli qualche intima soddisfazione.

Seguono altre riflessioni serali, come quella di domenica 31 marzo, che

sono solo un pretesto per stabilire un contatto spirituale con l’altro, nella

speranza che la perfetta sintonia di pensieri che li caratterizza consenta

almeno una forma di comunicazione a distanza:

«Sono completamente sola e non riesco ad andare a dormire, senza

augurarTi, carissimo! la buona notte, potessi Tu adesso sentire quanto

intimamente io sento Te, come danzano davanti alla mia anima i più sacri

momenti del nostro amore! Quanto sarei felice se potessi saperlo! –

88

Dormi in modo delicato e dolce, la mia immagine Ti sarà attorno.»

Lo stesso stato d’animo pervade la riflessione del 2 aprile, di sera:

«Sono di nuovo completamente tranquilla, sola, vorrei così volentieri

parlarTi, ma non so come cominciare, avrei da dirTi alcune cose per le

quali le parole diventano troppo pesanti. Quante più cose si hanno da

89

dire tante meno ne vengono fuori, questo ho di nuovo avvertito.»

87

Ibidem

88

Ibidem

89

Ibidem 67

Alcuni giorni dopo, il 4 aprile, dalla sua muta, solitaria sofferenza, Susette

suggerisce a Friedrich una proposta concreta, anche se per lei molto

delicata, viste le condizioni in cui é costretta a vivere. Non potendo fare a

meno di ricevere posta e soprattutto di vedere, anche se da lontano, anche

se per pochi attimi, l’amato, elabora una “strategia” precisa, che dà la

dimensione della sua segregazione:

«Adesso Ti voglio dire quello che penso su quanto possiamo fare

quest’estate per diventare postini di noi stessi, dato che affidarle a

qualcuno è veramente una decisione sconsiderata… Tu vieni dunque il

primo giovedì del mese, se è bel tempo, se non è possibile, vieni l’altro

giovedì e così sempre di giovedì, in modo che il tempo non ci faccia

sbagliare, puoi partire da H. anche di mattina e quando in città

risuonano le 10 fatti vedere all’angolo basso, vicino al pioppo, io sarò

alla mia finestra e ci possiamo vedere, come segnale tengo il tuo

bastone sulle spalle, prenderò un fazzoletto bianco, se in alcuni minuti

chiudo la finestra è segno che vengo giù, ma se non lo faccio, non

posso osare tanto… Non devo proprio dirTi quanto sia spiacevole per

me fare questi piani intricati, la Tua anima delicata di sicuro è

contraria e Tu soffri assieme a me, ma non puoi ignorare che io lo

faccia solo con nobili intenti, per non fare andare in rovina il più bello

e il più buono tra gli uomini… Oggi è la giornata della Tua venuta! Mi

rallegra che il cielo sia chiaro, avrò una serata inquieta perché so che

Tu sei qui ed io non mi posso decidere di andare a teatro, perché Tu

90

credi che ciò ci esponga e hai anche ragione (…).»

90

Ibidem 68

Susette si rifà viva giovedì 9 aprile, di mattina, ed è quasi una

continuazione del discorso interrotto pochi giorni prima, anche se ancora

più sofferto, in quanto le ipotesi di rivedersi vengono ancor più

dilazionate nel tempo:

«Ancora alcune parole Ti voglio dire mio caro. Ieri sera tardi siamo

usciti, ho creduto di vederTi già a Weidenhoff alla finestra. – I miei

occhi si sono fissati desiderosi sul viale dei pioppi, -- se Tu potessi

venire! – Adesso vogliamo aspettare 2 mesi, a luglio potresti osare di

venire all’angolo. Forse ci possiamo vedere, per sapere che siamo in

buona salute, se in qualche modo mi sarà possibile verrei anche sotto

91

(…).»

Alla fine di giugno 1799, risale una delle rare lettere di risposta del poeta,

sempre in copia e solo in bozza, che si siano conservate. Essa contiene le

amare riflessioni di chi si sente abbandonato dagli Dei e misura la sua

pochezza alla luce dei grandi uomini che, con la loro luce e la loro

energia, hanno rischiarato l’umanità:

«Giornalmente devo richiamare la divinità scomparsa. Se penso a

grandi uomini, in grandi tempi, come sono riusciti a procurarsi un

fuoco sacro e a tramutare tutto ciò che era morto, di legno, la paglia

del mondo, in fiamma, che con loro è salita al cielo, e poi penso a me,

come spesso mi aggiro come una fiammella quasi spenta e vorrei

elemosinare una goccia d’olio, per cercare di vedere un pochino

attraverso la notte – guarda! Allora mi pervade un meraviglioso

brivido lungo tutte le membra e leggermente sussurro la parola

terribile: morto vivente! Sai da che cosa dipende, gli uomini si temono

91

Ibidem 69

vicendevolmente, hanno paura che il genio dell’uno divori l’altro e per

questo si concedono sì alimenti e bevande, ma nulla che nutra l’anima,

e non possono soffrire se qualcosa, che essi dicono e fanno, una volta

92

colto spiritualmente dall'altro, viene tramutato in fiamma (…).»

Nella stessa lettera c’è anche spazio per ricordi dolcissimi e sempre vivi,

rievocati con struggente nostalgia:

«(…) Ti ricordi delle nostre ore indisturbate, quando noi e solo noi

eravamo l’uno per l’altra? Quello era trionfo! Entrambi così liberi e

fieri e svegli e in fiore e risplendenti nell’anima e nel cuore e negli

occhi e nel viso, ed entrambi l’uno accanto all’altra in pace celeste!

Già allora lo sentivo e l’ho detto: si potrebbe ben girare il mondo e si

riuscirebbe difficilmente a trovare qualcosa di simile. Ed ogni giorno

93

provo in modo sempre più serio questa sensazione.»

La lettera, prendendo lo spunto dall’esultanza sua e dell’amico per il

decorso della campagna napoleonica in Italia, si conclude con una

dichiarazione d’amore:

«Ieri pomeriggio è venuto a trovarmi nella mia stanza Morbek. “I

Francesi sono stati di nuovo sconfitti in Italia” mi disse “Se va bene a

noi, gli risposi, allora va bene a tutto il mondo” ed egli mi saltò al

collo e ci baciammo sulle labbra con l’animo scosso profondamente,

felici ed i nostri occhi in lacrime si sono incontrati. Poi andò via.

Attimi del genere continuo ad averli. Ma può questo sostituire un

mondo? E ciò è quello che rende eterna la mia fedeltà. Prese

92

Ibidem

93

Ibidem 70

singolarmente molte sono persone eccellenti. Ma una natura come la

Tua, dove tutto è riunito in una unione intima indistruttibile vitale,

costituisce la perla del tempo, e chi l’ha conosciuta, e sa come è la

sua innata felicità e poi anche la sua profonda infelicità, questi è a sua

94

volta eternamente felice ed eternamente infelice.»

Non abbiamo una risposta diretta a questa lettera, che avrà certamente

suscitato in Susette forti emozioni. Di lei ci resta tuttavia un’altra “bozza”

risalente all’inizio di luglio, alla vigilia di un viaggio sul Reno, a cui tanto

teneva il fratello di Amburgo, che è la conferma di uno straordinario

attaccamento e, al contempo, un capolavoro di dedizione:

«Il secondo giovedì di agosto molto probabilmente mi ritroverai di

nuovo qui… l’intero viaggio non durerà più di 4 settimane, io cercherò

di farTi avere un piccolo diario… Vorrei anche tanto volentieri dirTi

qualcosa sulla Tua futura destinazione. Tu mi hai invitato a farlo,

quanto tuttavia è per me difficile sotto ogni aspetto darTi consigli e se

io non farò per Te sempre delle scelte troppo caute, un caro, fidato

amico può in questo caso di più. Lo so, Tu non puoi fare un passo che

la mia anima non approvi, se anche forse il mio cuore viziato, dalla

Tua vicinanza, e fin troppo bene coccolato si dovesse opporre, deve

vincere la mia migliore convinzione, se Tu dovessi intraprendere una

qualche carriera che potesse essere piena di soddisfazione per Te ed

utile al mondo, allora tutte le lacrime che verso per Te si

tramuterebbero di sicuro in lacrime di gioia… ma se non Ti si dovesse

aprire una strada sicura, rimani meglio come sei e cerca di farcela da

solo, piuttosto di osare ancora una volta ad essere violentato e

respinto dal destino… Solo non Ti comportare partendo dal

94

Ibidem 71

presupposto sbagliato di farmi onore e che tutto quello che Tu fai

senza che io lo sappia non mi sarebbe gradito. Tu dovresti solo

giustificare il mio affetto nei Tuoi confronti. Il Tuo amore mi onora

abbastanza e mi basterà sempre e non ho alcuna pretesa per ciò che si

definisce onore, Ti onorano grandi personaggi, io Ti trovo in tutte le

descrizioni delle nature nobili e non ho bisogno della misera

testimonianza del nostro tempo per questo, ancora oggi ho letto il

95

Tasso e ho trovato incontestabili tratti di Te. Rileggilo ancora.»

L’accenno al futuro destino di Friedrich è chiaro. Susette sente che il

momento è particolarmente grave e cerca di rispondere alla preghiera

rivoltale, proponendosi, seppur con qualche remora, come dispensatrice di

consigli. Hölderlin, a sua volta, sembra aver anticipato queste

implorazioni e continua, con rinnovato vigore, a fare tentativi in tutte le

direzioni, nella speranza di venire fuori una volta per tutte dalla sua

situazione di precarietà. In cuor suo, ovviamente, avrebbe preferito

trovare una sistemazione che gli avesse consentito di rimanere il più

possibile nei paraggi di Francoforte, ma non esclude soluzioni alternative,

come quella di trasferirsi nuovamente a Jena. Deluso dai “saggi

consiglieri”, tradito dagli amici letterati, al poeta non restava che l’amore,

già così problematico e “impossibile”, di Susette; solo le lettere che, più o

meno puntualmente, continuavano a giungergli da Francoforte gli

potevano arrecare ancora conforto e speranza. La sua Diotima, in effetti,

sembrava restare l’unica persona a credere in lui e su cui poteva davvero

contare; a confermarlo i pensieri da lei consegnati alle lettere di quel

periodo. Si trattava di riflessioni colme di rimpianto, ma anche di consigli,

improntati ad una inaspettata saggezza: in data 3 luglio 1799, per

esempio, la conversazione spirituale ha inizio con un toccante verbo,

95

Ibidem 72

“consacrare”, che è certo molto più di “dedicare”. Un termine, cui si

faceva di solito ricorso solo in contesti religiosi, e per Susette, Friedrich

era senz’altro da assimilare ad un Dio. In questa lettera peraltro, si nota

nuovamente un barlume di speranza, che nasce dalla considerazione che

non tutto può andar sempre male e che dunque, prima o poi, il “Genio

dell’amore” sarebbe dovuto intervenire, commosso da un amore così

assoluto e disperato:

«(…) Ti voglio consacrare un paio di minuti solitari, la mia dama di

compagnia è andata dalla vicina, e stasera verrà a trovarci la S.,

voglia solo il cielo che non mi sia di ostacolo per giovedì mattina.

Questo pensiero di non poter venire da Te mi martella spesso la testa.

Io mi affido al nostro genio dell’amore, infatti non tutto a partire dalla

nostra separazione è andato come sperato. In futuro andrà anche

96

meglio (…).»

La mattina di giovedì, giorno destinato ai loro incontri, inizia con il solito

sofferto rimpianto – “Quanto volentieri mi intratterrei con Te ancora un

poco in modo tranquillo” –, a cui segue una serie di raccomandazioni:

«Cerca di essere calmo, carissimo cuore, e abbi un po’ più di fiducia

negli uomini, qualche volta sono migliori di quanto noi pensiamo… Fai

che dentro di Te alberghi compassione e mai odio o ripulsa. Perdonami

se tocco ancora questa corda, per me era sempre come se me lo fossi

97

dimenticato e te lo avrei dovuto dire (…).»

96

Ibidem

97

Ibidem 73

Ma ormai lettere ed annotazioni non possono più avere cadenza regolare,

Susette scrive quando e come può. Ne viene ancora una volta fuori una

specie di diario, che contiene pezzi di vita, riflessioni istantanee, lampi nel

buio di una vita da tempo senza scopo. Tra l’8 agosto ed il 5 settembre,

ecco alcune strazianti testimonianze:

«Quanto mi è difficile rompere il silenzio! – E tuttavia per me è sempre

come se potessi con il solo scrivere trovare pace e appagamento,

quanto mi è penoso quando per interi giorni mi rigiro senza trovare

tempo tranquillo per questo, se dovessi augurarmi dal cielo un solo

desiderio per la mia attuale condizione, sarebbe di sicuro quello di

concedermi ogni giorno una sola ora tutta per me, che io poi vorrei

consacrare a Te mio caro. Tu non credi quanto mi opprima rimanere

chiusa con tutto il peso delle sensazioni e non poterle affidare neppure

98

alla penna (…).»

Il 10 agosto è la giornata delle confessioni più sofferte: a casa Gontard,

non è sfuggito che Hölderlin è ricomparso furtivamente e, senza suscitare

clamori, visto che la rispettabilità della famiglia non lo consentiva, si fa

capire chiaramente che trasgressioni del genere non saranno più tollerate.

Susette si vede privata di un’ulteriore piccola fonte di conforto e dà libero

sfogo alla sua paura:

«Adesso Ti devo confessare che il futuro mi fa paura. Non trovo via

d’uscita e senza di Te non posso fare nulla. Possiamo in futuro, quando

sarò di nuovo in città, vivere senza avere notizie l’uno dell’altra? – (…)

Io mi perdo nei miei pensieri, per questo dimmi cosa pensi e non far

sostenere solo a me il pesante fardello della decisione, ciò che Tu

consideri un bene è anche la mia volontà, e se Tu dovessi anche credere

98

Ibidem 74

che sia un bene veramente fare un taglio netto tra noi due, non Ti

contraddirò, le relazioni invisibili continuano a durare e la vita è breve.

Sento freddo! Perderla perché è breve? – Oh dimmi! Dove ci

ritroveremo? – Cara! Amata! Anima – Dove trovo pace? – Fammi

riconoscere severamente i miei doveri e dimenticare me stessa, e se

dovesse essere così difficile aiutami a farlo, ma io ancora non li conosco.

Continuare a vivere senza questo amore non posso proprio e dimenticare

me stessa contraddice proprio questo, dato tutto quello che potrei fare

contro il mio amore è come se mi portasse alla rovina, mi distruggesse.

Che arte difficile è l’amore! Chi può capirlo? E chi deve non seguirlo? –

Cerca di fare ricorso a tutta la tua razionalità e parlami in modo

convincente, infatti lo trovo necessario e a chi altri posso io chiedere se

non a Te, mio unico

Susette vorrebbe trovare dei diversivi, parlando magari del viaggio

appena compiuto, ma, sola, alle 8 di sera del 15 agosto, viene sopraffatta

dalla malinconia e torna inevitabilmente ai temi di sempre:

«Sono sola! – Adesso vorrei parlare del viaggio, ma quello che mi

sembra più necessario mi opprime sempre, vorrei dare aria al mio

cuore oppresso, nella bella tranquillità della sera. – Ma quanta

malinconia ho dentro! Vorrei piangere in continuazione, attendo con

trepidazione risposta dalla Tua anima con la mia gemellata! Tutto così

tenero! Così armonico e tuttavia per me così morto, dove manca il

segno del Tuo essere, la certezza che adesso il Tuo cuore parla al mio.

Oh! Amore una volta provato, felice, amato, celestiale! Quale vuoto

lascia la separazione nel cuore, che nulla può riempire e rende tutto

solo più sensibile. Ti devo adesso confessare che io non ce la faccio a

non sapere questo inverno nulla di Te, pertanto mi è venuto in mente

75

che, quando sei nelle vicinanze, ogni due mesi al giovedì convenuto,

alle 9 di sera, potresti venire, con tutta la cautela possibile, sotto la

finestra, allora potrò vedere che Tu ci sei ancora e stai bene. Quanto

sarebbe questo già per il mio cuore! ed io potrei lasciar cadere un

bigliettino per Te, devo rinunciare a Tue lettere, dato che non credo

sia al momento opportuno che Tu venga a casa, allora cercherò di

decifrare dai Tuoi scritti come stai e Ti riconoscerò senz’altro in essi,

dimmi a quale indirizzo posso trovare la Tua rivista, ammesso che sia

già uscita. La prossima primavera ci ritroverà di nuovo qui ed il primo

canto della nuova allodola ci darà un segnale della nostra riunione più

vicina. Scrivo al buio, il sole e i suoi raggi sono tramontati, così è

quasi buio, fino a quando il nostro sole risorgerà, deve, deve

risorgere? Oh! Natura benevola! Insegnami ad avere fiducia e calma

99

questo cuore!»

Questa lettera, scritta di getto, quasi ad inseguire gli ultimi bagliori di un

sole già al tramonto, è un’ulteriore testimonianza dello strazio di questa

giovane donna, che non riesce a rassegnarsi a vivere lontano dal suo

amato. Friedrich, da parte sua, avverte sulla sua pelle la disperazione di

Susette, immagina la solitudine della sua amata, esposta, col passare dei

giorni, al lento ma inesorabile sfiorire delle forze fisiche e della sua

impareggiabile bellezza. Egli, invitato a non scrivere lettere, risponde a

suo modo a questi appelli, dedicandole un’ode, che è la prima in cui

appare Diotima:

99

Ibidem 76

Du schweigst und duldest, und sie verstehen dich nicht,

Du heilig Leben! Welkest hinweg und schweigst,

Denn ach, vergebens bei Barbaren

Suchst du die Deinen im Sonnenlichte,

Die zärtlichgrossen Seelen, di nimmer sind!

Doch eilt di Zeit. Noch siehet mein sterblich Lied

Den Tag, der Diotima! Nächst den 100

Göttern mit Helden dich nennt, und dir gleicht.

Si profila così la rinuncia a gioie terrene. Diotima non può trovare motivi

di speranza in una terra in cui è estranea e per di più contornata da

“barbari”. Ella è destinata a trovare pace e beatitudine eterna nell’unico

mondo a cui appartiene da sempre: quello degli Dei. Ma la piccola

collezione di segnali, che Susette si ostina a mettere insieme e a far

pervenire all’amato, non contiene solo motivi di sconforto, ma anche

continui richiami nostalgici. Così alcuni giorni dopo (18 agosto) parlando,

come promesso, del viaggio ad Amburgo, torna con un preciso

riferimento a quella “cara Cassel” che li aveva visti così felici, come due

bambini:

«(…) A Cassel siamo rimasti 3 giorni, la prima notte mi sono svegliata

presto, dato che i miei compagni di viaggio dormivano ancora, tirai

fuori dalla mia borsa le Tue care poesie ed esse furono la mia

preghiera mattutina, esse hanno avvolto la mia anima con dolce

101

commovente nostalgia e mi hanno chiuso fortemente nel Tuo cuore.»

100 HÖLDERLIN F., Poesie, a cura di Giorgio Vigolo, Edizioni Einaudi, 1958, pag. 45

101 Vedi nota precedente sulle traduzioni di Nino Campagna 77

Il suo diventa inevitabilmente un racconto mozzo, condizionato dalle

limitazioni esterne, ripreso quando è possibile e quando le circostanze le

consentivano di mettersi a scrivere. Così alcuni giorni dopo (23 agosto),

nella convinzione che l’incontro avuto con Schiller a Jena possa

dimostrarsi interessante per Friedrich, ecco un preciso richiamo a quel

grande poeta, che, forse suo malgrado, è stato causa di tante delusioni ed

amarezze per l’amato:

«Devo adesso di nuovo approfittare del tempo, dato che gli altri sono

andati via, avrei voluto scrivere molto e sfortunatamente arriva un’ape

e mi punge sulla mano destra, mi dà veramente tanto fastidio trovare

tanti ostacoli nello scrivere… Sophie ed io andammo di pomeriggio di

nuovo dalla Merau… Ci siamo fatti annunziare e siamo rimasti alle

porte del giardino, abbiamo intravisto la sua nobile figura alla fine di

un lungo viale, lo accompagnava la moglie e due vivaci ragazzini

saltavano intorno sull’erba. Ci siamo scusati per la nostra invadenza,

egli ci condusse in un’ombrosa pergola, ci siamo sedute accanto a sua

moglie, egli rimase in piedi davanti a noi in atteggiamento maestoso…

Mio fratello rimane fino alla fine di Ottobre, dopo la fiera ritorno in

città. Se Tu avessi programmato un viaggio sarebbe in questo caso ben

possibile che Tu mi inviassi una lettera con qualcuno, dovrebbe sempre

102

essere il giorno dopo il concordato giovedì, tra le 10 e le 11 (…).»

102 Ibidem 78

Gli ultimi pensieri affidati a questo ciclo di lettere portano la data di

giovedì 5 settembre 1799. Susette aveva avuto una nuova occasione di

incontrarsi con Friedrich e questo le aveva infuso un’insperata energia. Le

loro prospettive tuttavia rimangono sempre tetre, anche se c’è

un’incrollabile convinzione di dare a quel rapporto un alone accattivante,

la certezza di ricongiungersi, e per sempre, in una dimensione che non ha

più nulla di terreno:

«Questi fogli li troverai un po’ troppo cupi, mio caro, per questo Ti devo

ancora dire che adesso sono di nuovo molto più tranquilla, e, quando Ti

vedo, come cambia tutto il mio essere! Oh! Conservami sempre cara! E

dovesse rimanere il nostro amore per sempre inappagato, tuttavia esso

rimane per se stesso, dentro di noi assolutamente silenzioso così bello,

che debba rimanere per sempre il nostro più amato, unico, non è vero

mio bene! Così è anche per Te e le nostre anime si incontreranno sempre

103

e per l’eternità!»

Un’altra delle poche lettere a Susette, che ci sono pervenute, è scritta da

Hölderlin in data 12 settembre. Si tratta ancora una volta di una bozza,

dato che le lettere originali sono misteriosamente “scomparse”. Essa

rimane un eccezionale documento autobiografico. Si tratta di una lettera

fin troppo lucida e amara, in cui il poeta fa il punto su attese e speranze, a

cui si è dedicato per mesi, ma che sono andate puntualmente deluse:

103 Ibidem 79

«Solo l’incertezza della mia situazione è stato il motivo perché finora

non ho scritto. Il progetto con la rivista, di cui io, non senza motivo, Ti

avevo scritto con tanta fiducia, sembra voler fallire. Mi ero fatto tante

speranze e ci contavo proprio per la mia attività e il mio guadagno e il

mio soggiorno nelle Tue vicinanze, adesso ho dovuto fare ancora

alcune brutte esperienze sull’insuccesso di fatiche e speranze. Avevo

messo a punto un progetto sicuro, senza pretese; il mio editore lo

avrebbe voluto più ricco; avrei dovuto ingaggiare quali collaboratori

una quantità di scrittori famosi, che egli considerava amici miei, e

anche se non presagivo nulla di buono in questo tentativo, tuttavia,

pazzo, mi lasciai convincere per non sembrare testardo e questo, cuore

mio amato, mi ha procurato una noia che Ti devo purtroppo!

partecipare, perché probabilmente da questo dipende la mia futura

condizione, quindi sotto certi aspetti la vita, che io vivo per Te. Non

solo uomini di cui io mi potrei considerare più che amico ammiratore,

anche amici, Cara! anche quelli, che non avrebbero potuto negarmi

una partecipazione senza una vera ingratitudine – mi hanno lasciato

finora senza risposta, ed io mi trovo da ben 8 settimane in questa

situazione di attesa e speranza, da cui sotto certi aspetti dipende la mia

esistenza. Quale sia la causa, solo Dio lo sa. Si vergognano a tal punto

di me questi signori? Dato che questo ragionevolmente non può essere

il caso, conta per me il Tuo giudizio e il giudizio di alcuni pochi, che

mi hanno accompagnato in modo veramente fedele nella mia vicenda…

Quelli famosi, la cui partecipazione sarebbe servita a me povero

sconosciuto da scudo, questi mi hanno piantato in asso, e perché non

l’avrebbero dovuto fare?… Ho perduto quasi due mesi per preparare

questa rivista, e non posso adesso, per non farmi portare alle lunghe

dal mio editore, fare altro che scrivergli, se non voglia meglio

80

accettare quello che avevo già destinato alla rivista, cosa che in ogni

caso non potrà dare sicurezza per lungo tempo alla mia esistenza. E

così ho in mente di dedicare tutto il tempo che ancora mi resta alla mia

tragedia, il che potrà durare ancora un trimestre e poi devo tornare a

casa o in un altro posto dove mi posso mantenere dando lezioni

private, ciò che qui non posso fare, o dedicandomi ad attività

collaterali. Perdona, carissima! questo linguaggio diretto! Sarebbe

stato per me solo più difficile, comunicarTi il dovuto, se io avessi dato

voce a quello che il mio cuore sente nei Tuoi confronti, e non è

nemmeno quasi possibile, in una sorte come la mia, conservare il

coraggio necessario, senza perdere per attimi i toni delicati della vita

104

più intima. Proprio per questo non ho scritto finora.»

Questa lunga disamina, che solo all’amata può essere comunicata in

forma così sincera e accorata, diventa un’ulteriore prova d’amore. Da

Homburg, suo attuale quanto precario domicilio, Friedrich non ha fatto

altro che percorrere per mesi tutte le strade possibili per raggiungere due

obiettivi: conquistarsi un’autonomia economica e restare il più possibile

vicino all’amata. In questa ottica, va interpretata anche la Morte di

Empedocle, una tragedia cominciata a Francoforte - città nella quale è

stata portata a termine la prima stesura - ripresa più volte ad Homburg

(seconda e terza stesura) -, ma mai portata a termine... Ma come

apprendiamo dalla lettera, la delusione maggiore scaturisce dal fallimento

della sua rivista Iduna. Sfumata sul nascere la speranza di questo suo

progetto editoriale e venuta meno anche questa possibile fonte di

guadagno per raggiungere l’agognata indipendenza economica – e con

essa l’affrancamento da tutti quei pesanti condizionamenti che lo

opprimevano–, non gli resta che dedicarsi completamente alla

104 Ibidem 81

composizione poetica. Confortato e dilaniato al contempo dal pensiero

dell’amata, lontana e infelice, pervaso dalla sensazione del proprio

fallimento e disgustato dal Mondo reale, non vede altra alternativa se non

quella di rifugiarsi in quel Mondo ideale, cui intimamente si sente legato

e che non avrebbe potuto deluderlo. E’ a questo periodo pertanto che

risalgono alcune delle poesie più delicate e sofferte.

2.5 Testimonianze di un amore silenzioso

Da Francoforte intanto continuano ad arrivare testimonianze di un amore,

per cui non ci sono prove che tengano. Susette, da tempo ormai sempre

più Diotima, ha già avuto modo di confidare al suo Iperione come era

nato quell’amore e che significato esso aveva assunto per lei:

«Ti trovai così come Tu sei. La prima curiosità della vita mi sospinse

verso il tuo essere meraviglioso. La tua delicata anima mi attirò in modo

indicibile e, nella mia ingenua, infantile mancanza di paura, giocai

intorno alla tua pericolosa fiamma. Le dolci gioie del nostro amore ti

ammansirono, o cattivo, ma solamente per renderti più selvaggio. Esse

placarono il mio animo, mi confortarono anche, mi facevano dimenticare

che tu, in fondo, eri inconsolabile e che anch’io non ero lontana dal

diventarlo da quando avevo spinto il mio sguardo nel tuo cuore che

105

amavo.»

105 Ibidem 82

Quell’amore sbocciato a Francoforte, che si era subito imposto proprio

grazie a quella “ingenua, infantile mancanza di paura”, a cui Susette

accenna espressamente; quell’amore che aveva poi conosciuto momenti

esaltanti a Kassel e a Bad Driburg, è diventato adesso una sublimazione

d’amore. Un amore costretto, per sopravvivere, a nutrirsi di se stesso, ad

essere affidato a lettere sempre più rare, ma ancora confortato da

un’esaltante speranza: quella di diventare eterno:

«Per me è una prova del Tuo amore che Tu nonostante tutto vieni, mio

amato, per prendere alcune parole da me, ma quanto mi fa male adesso

saperTi così vicino e dover rinunciare a ricevere qualcosa dalle Tue

mani… Sono perfettamente in salute e mi rallegro al pensiero del quieto

inverno, trascorrerò allora le mie serate solitarie a rileggere i tuoi amati

scritti e le lettere, essi provocheranno in me molte amorevoli lacrime che

rafforzano e che sgorgano da sole dallo scrigno dell’amore fedele, nobile

e portano benedizione sulla scialba vita di ogni giorno. Così voglio

continuare il mio silenzioso percorso e diventare sempre migliore. Agisci

pure Tu per Te e non permettere che le quotidiane preoccupazioni per

l’esistenza futura paralizzino e annientino le Tue forze migliori, io Ti

approvo di certo. – Tutto resta eternamente come prima (…) (inizio

106

ottobre 1799).»

Solo il ricordo degli attimi felici vissuti insieme, in effetti, può essere in

grado di lenire il dolore di una vita sempre più grama. Riflessioni e

rimpianti questi, che sono adesso comuni ai due amanti e che avevano già

trovato spazio nel romanzo epistolare:

106 Ibidem 83

«Ah, tutto era così pieno di gioia e di speranza, esclamò Diotima, così

portato da una crescita senza interruzioni e, tuttavia così spontaneo,

così celestialmente tranquillo, simile ad un fanciullo, intento al suo

107

gioco, e che non pensa ad altro...»

Ma adesso quelle riflessioni, divenute oggetto dei loro colloqui a distanza,

vengono regolarmente trascritte; si tratta di pensieri, di desideri, di sogni

coltivati e attaccati ad un filo sottile, per venire poi offerti come una

ideale collana di perle all’amato lontano:

«(…) Adesso sto di nuovo bene, ma sono stata malata, mio caro, proprio

il giorno in cui Tu sei venuto l’ultima volta ho avuto una specie di febbre

da raffreddamento e fortissimi mal di testa da dovermene stare per alcuni

giorni in quiete assoluta… Non posso dire quanto ho pensato a Te e mi

sono sentita a Te vicino. Quando di sera tutto era quiete e solitudine

(infatti non potevo sopportare nessuno attorno a me), la mia viva fantasia

dipingeva il nostro passato in maniera così bella, ed in particolare le ore

beate del nostro primo amore così nuovo, quando Tu una volta hai detto:

Oh! Se la felicità potesse soltanto durare per mezzo anno! Quando mi

viene davanti tanto sentimento dolce, celestiale, mi coglie una nostalgia

così piena da pensare che se Tu fossi qui io guarirei immediatamente. Mi

tormentavo al pensiero, se non sia possibile a ritornare di nuovo assieme

a Te nel mondo concreto in un modo naturale e buono, quando poi mi

addormentavo, sognavo di trovarTi in una qualche compagnia, nel corso

di una passeggiata, Ti vedevo come Tu disinvolto come sempre salivi le

nostre scale ed io Ti aprivo la porta, noi eravamo assieme, senza paura

alcuna a cuor leggero, e i miei occhi erano felici di riposare nei Tuoi,

quando mi svegliavo il cuore era così dolcemente commosso ed io per

107 HÖLDERLIN F., Iperione, a cura di Giovanni Vittorio Amoretti, editrice Feltrinelli, 1981 84


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
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Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ponyexpress83 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura tedesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Vivarelli Vivetta.

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