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CAPITOLO 2: L’AUTISMO, UN DISTURBO DALLE MILLE

SFACCETTATURE

2.1 UN PO’ DI STORIA

L’autismo costituisce, ancora oggi, uno tra gli argomenti di studio e di ricerca

più impegnativi a livello clinico, scientifico e umanistico, poiché si differenzia dalle

altre forme di disabilità e sindromi che potenzialmente coincidono con un ritardo

mentale.

Nonostante sia ragionevole pensare che questo disturbo mentale sia sempre

esistito e che si sia manifestato, con modalità differenti, nelle diverse epoche storiche e

nelle varie società, gli studi scientifici ufficiali sull’autismo prendono avvio nel

ventesimo secolo, quando Leo Kanner (Stati Uniti, 1943) e Hans Asperger (Austria,

1944) diagnosticarono per primi questa patologia chiamandola, appunto, autismo. In

particolare, lo studio di Kanner ebbe una maggiore risonanza: per primo parlò di

bambini colpiti da una “incapacità di interagire con gli altri in modo normale, un

10

isolamento autistico che sembra tagliarli fuori da tutto quello che succede attorno” ; lo

studioso avvio così la prima fase degli studi sull’autismo nel dopoguerra, contrassegnata

dall’egemonia del contributo della psicoanalisi, dalla sua concezione inserita all’interno

dei quadri clinici della schizofrenia e della psicosi infantile, e dall’utilizzo del termine

11

autismo infantile . Tra i contributi più importanti in questa prima fase troviamo quello

di Bettelheim, che espone la concezione della psicoanalisi sull’autismo intesa come

“forma di ritiro e di reazione estrema a un ambiente familiare, caratterizzato da grande

freddezza emotiva come forma di violenza, e in se stesso dunque responsabile

12

dell’insorgenza dell’autismo, inteso appunto come forma precoce di psicosi infantile” .

Successivamente, questa concezione verrà fortemente criticata, poiché l’origine

dell’autismo non si trova nella freddezza dell’holding materno, ma deriva da una radice

neurobiologica; nonostante ciò, viene riconosciuto all’autore il merito di aver

10 Kanner Leo, “Autistic Disturbances of Affective Contact”, articolo pubblicato nel 1943 nella rivista

Nervous Child

11 L’utilizzo di questo termine indica che si tratta di un disturbo a esordio precoce nella prima infanzia, e

che si tratta della manifestazione infantile della psicosi

12 Tommaso Fratini, “Conoscere l’autismo. Teorie, casi clinici, storie di vita”, FrancoAngeli, Milano

2016 22

perfezionato il primo tentativo di terapia ambientale dell’autismo, chiamato ambiente

terapeutico globale (Bettelheim, 1950).

La seconda fase di questi studi prende avvio nei primi anni Settanta, quando la

ricerca inizia a contraddistinguersi per l’utilizzo di contributi di tipo neuro-scientifico e

della psicologia clinica sperimentale. In questi anni troviamo, grazie all’importante

contributo di Rutter, la definizione operazionale dei criteri diagnostici, la maggiore

definizione dei profili cognitivi di questi soggetti, oltre che l’affermazione degli studi di

genetica e neurobiologia sull’autismo (Ferretti, 2003).

La terza fase è proseguita a partire dagli anni Ottanta con l’emergere dei modelli

attualmente più noti sull’autismo, grazie al contributo della teoria della mente, della

neuropsicologia cognitiva, e della Infant Research nel campo dell’osservazione

controllata del bambino nei primi anni di vita (Frith, 2009); in questa fase, viene

abbandonato il concetto di schizofrenia infantile e vengono messe a punto nuove forme

di trattamento basate sugli approcci cognitivo-comportamentali.

La quarta e ultima fase si contraddistingue per una grande fiducia verso le

neuroscienze, che porta a una nuova definizione sempre più complessa di autismo: non

si parla più di una semplice sindrome, ma di spettro autistico, inteso come un vasto

campo di fenomeni distinti tra loro, ma accomunati dallo stesso profilo sintomatologico

a grandi linee comuni, all’interno delle quali troviamo la grande variabilità della

sindrome rispetto ai tratti caratteristici e all’eziologia molteplice (definizione del DSM-

V). 23

2.2 IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO

Il Disturbo dello Spettro Autistico è considerato una sindrome neuro-biologica e

comportamentale, causata da un disordine dello sviluppo della personalità,

biologicamente determinato, con un esordio nei primi 3 anni di vita. Questa sindrome

compromette il normale funzionamento degli individui a diversi livelli, comportando:

una percezione abnorme degli stimoli sensoriali e della capacità di cogliere le emozioni

altrui in base alle espressioni facciali; una compromissione dello sviluppo linguistico e

comunicativo; una tendenza a ripetere comportamenti, attività e interessi ristretti

talvolta bizzarri; uno sviluppo alterato del gioco funzionale e simbolico. Inoltre,

possono essere presenti, nei casi più gravi, disabilità intellettiva, alterazioni della

coordinazione motoria e disturbi gastro-intestinali.

L’autismo è un disturbo di origine multifattoriale: le cause, che possono essere di

natura neurobiologica o neurofisiologica, genetica, neuro-funzionale e ambientale, sono

correlate tra loro in modo diversificato e non del tutto conosciuto.

Ciò che rende le persone con autismo così diverse l’una dall’altra è la

moltitudine, in larga parte ancora poco esplorata dalla ricerca, delle costellazioni di

fattori di rischio biologico e ambientale alla base dei sintomi autistici. Ciò che le rende

così simili, invece, è il fatto di convergere in un unico punto comune, cioè

l’organizzazione atipica del comportamento sociale, che è elemento distintivo dei

disturbi dello spettro autistico.

Dagli studi genetici fin ad ora utilizzati, si è arrivati alla conclusione che non

esiste il “gene dell’autismo”, ma piuttosto che esistano una serie di alterazioni geniche

che contribuiscono a conferire una vulnerabilità biologica del soggetto, tali da condurre

alla comparsa del disturbo (Moldin e Rubinstein, 2006).

Attualmente, la prevalenza del disturbo è stimata essere circa 1 su 54 tra i

bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran

Bretagna.

In Italia, si stima che 1 bambino su 77 (età 7-9 anni) presenti un disturbo dello spettro

autistico, con una prevalenza maggiore nei maschi: i maschi sono 4,4 volte in più

rispetto alle femmine (questa stima nazionale è stata effettuata nell’ambito del "Progetto

24

Osservatorio per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico” co-coordinato

13

dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute) .

La diagnosi clinica dei disturbi dello spettro autistico deve essere compilata da

un professionista competente nel settore, il neuropsichiatra infantile o lo psicologo,

formulata attraverso l’osservazione di comportamenti in spazi e tempi diversi, e richiede

una collaborazione tra operatori sanitari, familiari e scuola (la presenza delle varie

figure significative dei diversi contesti di vita del bambino, secondo diversi studi, si è

rivelata molto utile).

Un po’ come in tutte le patologie, la diagnosi tempestiva è del tutto

fondamentale, seppure l’autismo, in realtà, per le sue caratteristiche piuttosto variegate e

confondibili con altre malattie, soprattutto in tenera età, non è esattamente facile da

diagnosticare.

Il disturbo dello spettro autistico è un handicap grave che, nonostante presenti

uno sviluppo fisico normale, coinvolge diverse funzioni cerebrali e si manifesta tramite

una vasta serie di sintomi (per questo motivo non si parla più di autismo ma di spettro

autistico).

Le aree di alterazione comportamentale prevalentemente interessate, individuate

grazie ad alcuni parametri diagnostici, sono due (la cosiddetta “diade sintomatologica”

espressa nel DSM-V):

1. Deficit nell’area della comunicazione sociale, che al suo interno

comprende il deficit comunicativo e il deficit sociale;

2. Deficit di “immaginazione”, che fa riferimento al repertorio ristretto di

attività e interessi, e ai comportamenti ripetitivi e stereotipati.

2.2.1 IL DEFICIT COMUNICATIVO

13https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioContenutiSaluteMentale.jsp?

lingua=italiano&id=5613&area=salute%20mentale&menu=autismo

25

Le manifestazioni cliniche rispetto all’area comunicativa sono particolarmente

eterogenee: ci sono bambini che non parlano (il 50% dei soggetti affetti da autismo non

sviluppa il linguaggio), altri che parlano pochissimo, altri che parlano “troppo” (Moldin

e Rubinstein, 2006).

Questo deficit si articola in problematiche che riguardano: la comprensione del

linguaggio, che è data dall’incapacità di capire alcune parole o l’intero discorso; una

difficoltà nell’utilizzo del linguaggio all’interno di un’interazione sociale; una difficoltà

nell’articolazione del linguaggio; una difficoltà nell’utilizzo della voce, che solitamente

non varia nell’intonazione o rispetto al significato della frase; l’utilizzo di parole e frasi

senza senso; l’ecolalia, cioè la ripetizione di qualsiasi suono che viene udito; l’utilizzo

inefficace della gestualità comunicativa e mimica.

Per quanto riguarda i soggetti non verbali, la difficoltà comunicativa è legata al

mancato sviluppo della gestualità per dirigere l’attenzione del partner comunicativo

verso oggetti o eventi; questi soggetti, di conseguenza, non sono in grado di trasmettere

chiaramente i propri bisogni e desideri.

Ciò che sembra mettere maggiormente in crisi questi bambini sono le espressioni

figurate, come ad esempio “facciamo un salto dal fruttivendolo”, e tutte le espressioni

non letterali che richiedono di saper leggere le intenzioni di chi parla, aldilà di ciò che

viene effettivamente detto. Un esempio potrebbe essere quando un adulto dice “Ecco

bravo!” come espressione sarcastica: in questo caso, un bambino autistico prenderà alla

lettera questa espressione perché non è in grado di registrare, interpretare e integrare i

segnali sociali che si accompagnano alla frase (ad esempio il tono della voce e il

linguaggio del corpo) (Vivanti e Salomone, 2021).

Infine, per i soggetti affetti da autismo risulta difficile anche la comprensione

degli aspetti non verbali, cioè i gesti, le espressioni facciali, il linguaggio del corpo e il

contenuto emotivo del linguaggio (cioè il modo in cui vengono pronunciate delle frasi o

per esprimere aspetti particolari) (Vivanti, 2010).

2.2.2 IL DEF

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraB.97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e metodi educativi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof De Giorgi Fulvio.
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