Che materia stai cercando?

Tesi di laurea dal titolo "Le collaborazioni coordinate e continuative"

La mia tesi tratta delle collaborazioni coordinate e continuative. In particolare ho scelto di illustrare il percorso normativo delle co.co.co e dunque, dalla art. 409 del c.p.c (articolo che ha consentito di individuare e delimitare la categoria) alla Riforma del Jobs Act che ha abrogato gli artt. 61-69 bis del D.lgs 276/2003, noto come Riforma Biagi.

Materia di Diritto dei contratti di lavoro relatore Prof. M. Lamberti

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Determinati i requisiti che permettono di caratterizzare la fattispecie della

parasubordinazione, occorre evidenziare anche gli effetti giuridici che derivano

da tali tratti distintivi. Il più significativo è quello di carattere processuale che

comporta l'applicazione della disciplina speciale sul processo del lavoro. Ai

rapporti in oggetto si applicherà, quindi, l'intera disciplina procedurale introdotta

dalla legge n. 533/1973, ed inoltre i fori speciali di cui all'art. 413 c.p.c. con

alcune specifiche varianti ed alcuni specifici limiti previsti nel caso del rapporto

di agenzia; il sistema di conciliazione amministrativa previsto dagli artt. 410 ss.

c.p.c.; la possibilità di ricorrere a valutazioni equitative ; l'ordinanza emanabile

86

in corso di causa che vale come titolo esecutivo per il pagamento di somme non

contestate o nei limiti in cui il giudice ritiene raggiunta la prova ; l'esecutività ex

87

lege della sentenza di primo grado .

88

Al descritto sistema di natura processuale si collegano anche alcune garanzie

specifiche di natura sostanziale ed in particolare la disciplina generale in materia

di invalidità delle rinunzie o delle transazioni aventi ad oggetto diritti derivanti

89

da disposizioni inderogabili di legge o di contratto (o accordo) collettivo oltre al

diritto al risarcimento del danno da svalutazione monetaria con la maggiorazione

per gli interessi di mora sulle somme rivalutate . Appare, invece, molto dibattuta

90

l’applicabilità di altri istituti tipici del rapporto di lavoro subordinato ed in

particolare per i principi fissati dall'art. 36 Cost. in materia di retribuzione

proporzionata e sufficiente, su cui tuttora si registrano difformità di opinioni,

anche se il legislatore sembra orientato per una soluzione favorevole. D'altronde

la specifica normativa è stata coinvolta da una serie di disposizioni in materia

previdenziale e fiscale che hanno provocato una parziale assimilazione

all'attinente condizione giuridica di lavoro dipendente. È stata, in questa ottica,

resa obbligatoria l'iscrizione ad una gestione separata presso l'Inps, con contributi

86 Art. 432 c.p.c.

87 Art. 423 c.p.c.

88 Art. 431, 1° comma, c.p.c.

89 Art. 6, 1. n. 533/1973.

90 Art. 429 c.p.c. 56

progressivamente crescenti che tendono sempre più ad avvicinarsi a quelli

prescritti per il lavoro dipendente, per riconoscere una tutela previdenziale.

Inoltre è stata garantita una tutela specifica per le interruzioni dovute allo stato di

malattia o gravidanza ed una specifica tutela contro gli infortuni. Occorre, inoltre

segnalare che la Corte costituzionale ha molteplici volte affermato che il carattere

parasubordinato di un rapporto di lavoro risulta solo ai fini processuali e non

sostanziali poiché non c'è nessuna violazione fondata dell’art. 35 Cost. Appare,

91

invece, fermamente negativo l'orientamento della Suprema Corte per quanto

riguarda l'applicabilità, ai rapporti di parasubordinazione, del primo comma

dell'art. 36 Cost. riguardo la retribuzione equa e sufficiente. Questo perché tale

norma riguarda soltanto "il rapporto di lavoro subordinato e non può essere

indicato in tema di compenso per altre prestazioni lavorative, quali quelle del

lavoro autonomo, mentre l'estensione normativa di talune regole proprie del

lavoro subordinato a categorie di lavoro autonomo e l'applicabilità del rito del

lavoro ai rapporti c.d. parasubordinati costituiscono mere eccezioni alla regola

generale dell'inapplicabilità al lavoro autonomo di principi e regole tipiche del

lavoro subordinato” .

92

Gli elementi del contratto di collaborazione coordinata e continuativa

10.

È di rilevante importanza per la costituzione di un contratto di collaborazione

coordinata e continuativa, la presenza del contratto. Per quanto riguarda gli

elementi del contratto, valgono le disposizioni previste dagli articoli 1321 e

seguenti del codice civile che riguardano i contratti in generale, e specificamente

agli articoli 1343, 1344, 1345 riguardanti la causa ed i motivi illeciti contrattuali.

Per quanto riguarda, invece, la causa del contratto, essa non potrà essere diretta a

realizzare effetti contrari a norme imperative, vietati dalla legge, all'ordine

91 Il quale non esclude forme diverse di tutela, secondo la varia natura dei rapporti in cui

l’attività di lavoro è dedotta. Negli stessi termini Cass. 18 febbraio 1997, n. 1459.

92 Cass. 7 aprile 1987, n. 3400; Cass. 13 aprile 1995, n. 422. 57

pubblico e al buon costume. Infatti, viene considerato in frode alla legge quel

contratto che viene stipulato per eludere una norma imperativa, mentre

costituisce motivo illecito del contratto stesso il comportamento delle parti diretto

a raggiungere un fine vietato dall'ordinamento di comune accordo. Per la stipula

di un contratto di collaborazione non è richiesta nessuna forma specifica ma, per

inquadrare il rapporto nel migliore dei modi, si può pensare ad un contratto che si

basi se non altro sui seguenti elementi: causa. Le parti dovranno, di comune

accordo, condividere ed evidenziare lo scopo del contratto affinché vengano

definite le conseguenze giuridiche; oggetto. Deve essere specificato il tipo di

prestazione che il collaboratore pone a disposizione del committente senza

vincolo di subordinazione; accordo fra le parti. Bisogna evidenziare la proposta

del committente e la chiara accettazione da parte del collaboratore con l'impegno

a adempiere la proposta. Diventa essenziale, quindi, l'atteggiamento delle parti

nell'espletamento di quanto previsto; forma; corrispettivo. Da determinare in via

preventiva; scioglimento. ragionevole prevedere le cause che possono portare

eventualmente alla risoluzione anticipata del contratto stipulato.

Il lavoro coordinato e continuativo nella legislazione fiscale e

11. previdenziale

Una serie di interventi in materia fiscale e previdenziale hanno interessato la

categoria del lavoro coordinato e continuativo, determinando un'assimilazione

parziale alla situazione giuridica analoga del lavoro dipendente. Bisogna partire

dall'art. 2, 26° comma, legge n. 335/1995, che ha previsto l'iscrizione presso una

gestione speciale costituita presso l' lnps, sia per i soggetti che esercitano per

professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo di cui

all'art. 49 del T.U. delle imposte sui redditi, sia per i titolari di rapporti di

collaborazione coordinata e continuativa di cui al 2° comma, lett. a, art. 49 del

medesimo T.U., sia per gli incaricati alla vendita a domicilio. Per quanto riguarda

in particolare i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, il

58

26° comma dell'art. 2 rimanda al 2° comma, lett. a dell'art. 49 TUIR, il quale

comprendeva "i redditi derivanti dagli uffici di amministratori, sindaco o

revisione di società, assicurazioni ed altri enti, con o senza personalità giuridica,

dalla collaborazione a giornali, riviste, enciclopedie e simili, dalla partecipazione

a collegi e commissioni e da altri rapporti di collaborazione coordinata e

continuativa".

Per quanto riguarda l'ultima categoria la norma specificava che "si considerano

tali i rapporti aventi per oggetto la prestazione di attività non rientranti

nell'oggetto dell'arte o professione esercitata dal contribuente ai sensi del 1°

comma, che pur avendo contenuto intrinsecamente artistico –professionale sono

svolte senza vincolo di subordinazione a favore di un determinato soggetto nel

quadro di un rapporto unitario e continuativo senza impiego di mezzi organizzati

e con retribuzione periodica prestabilita".

La norma fiscale contenuta nell'art. 34 della legge 21 novembre 2000, n.342, è

stata introdotta sulla base delle disposizioni sin qui delineate. La rubrica di tale

legge è chiaramente intitolata "Disposizioni in materia di redditi di

collaborazione coordinata e continuativa" . In questo modo si è avuta

93

l'assimilazione dei redditi prodotti dai collaboratori coordinati e continuativi e da

rapporti affini ai redditi di lavoro dipendente sulla base di una definizione della

categoria, in parte corrispondente a quella adottata in ambito previdenziale, in

parte introducendo degli elementi innovativi. I tratti principali di distinzione sono

descritti da: un principio estensivo dei redditi considerati che comprende anche i

valori e le somme in genere percepiti a qualunque titolo, anche sotto forma di

erogazione liberale, attraverso una definizione dei redditi imponibili che era già

93 L'art. 34 della legge citata assimila ai redditi di lavoro dipendente (di cui all'art. 47. TUIR,

approvato con d.p.r. 31 dicembre 1986, n. 917), e non più a quelli di lavoro autonomo, le

somme ed i valori in generale, a qualunque titolo percepite, nei periodi di imposta, anche sotto

forma di erogazioni liberali, in relazione agli uffici di amministratore, sindaco o revisore di

società, associazioni ed altri enti, con o senza personalità giuridica, alla collaborazione a

giornali, riviste, enciclopedie e simili, alla partecipazione a collegi e commissioni, nonché quelli

percepiti in relazione ad altri rapporti di collaborazione aventi per oggetto presunzione di attività

svolte senza vincolo di subordinazione a favore di un determinato soggetto nel quadro di un

rapporto unitario e continuativo, senza impiego di mezzi organizzati e con retribuzione periodica

prestabilita, sempreché gli uffici di collaborazione non rientrino nei compiti istituzionali compresi

nell'attività di lavoro dipendente di cui all'art. 46, l° comma, concernente redditi di lavoro

dipendente, o nell'oggetto dell'arte o professione di cui all'art. 49, 1° comma, concernente

redditi di lavoro autonomo, esercitate dal contribuente” (1° comma). 59

adottata con riferimento al lavoro dipendente ; dall'utilizzo della formula “in

94

relazione" che richiama l'assimilabile espressione utilizzata dall'art. 3, d. lgs. N.

314/1997 in base al quale “tutte le somme ed i valori in genere a qualunque titolo

percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in

relazione al rapporto di lavoro" sono ritenuti reddito di lavoro dipendente; dalla

revisione della formula utilizzata per descrivere gli “altri rapporti di

collaborazione” escludendo sia il riferimento a prestazioni non rientranti

nell'oggetto dell'arte o professione esercitata dal contribuente ai sensi del 1°

comma, pur avendo contenuto intrinsecamente artistico-professionale”, sia

l'utilizzo della qualificazione “coordinata” che rimane pur sempre nel titolo.

Queste esclusioni hanno permesso di estendere l'ambito soggettivo dei produttori

di reddito considerati dalla norma, arrivando a comprendere anche attività che

non hanno effettivamente un contenuto professionale o artistico e quindi anche

attività di carattere non abituale e manuale; dalla chiarificazione finale attraverso

la quale si precisa che le relative attività possono essere accomunate ai redditi di

lavoro dipendente “sempreché non rientrino o nei compiti istituzionali compresi

nell'attività di lavoro dipendente, giacché in tal caso sono inquadrabili a tutti gli

effetti nei redditi di lavoro dipendente di cui all'art. 46, l° comma, o nell'oggetto

dell'arte o professione, ed in tal caso sono inquadrabili a tutti gli effetti nei redditi

di lavoro autonomo di cui all'art. 49, 1° comma". Ne consegue l'obbligo di partita

IVA, di applicazione della disciplina particolare anche per quanto riguarda il

regime delle detrazioni, e di iscrizione, quando esistente, alla Cassa di

previdenza.

Per quanto riguarda la politica legislativa, è importante sottolineare la scelta

legislativa di accomunare tali redditi a quelli di lavoro dipendente anziché a

quelli di lavoro autonomo. Questa scelta comporta delle conseguenze, sia per

quanto riguarda le erogazioni assoggettabili a tassazione, sia con riferimento al

sistema detrazioni fiscali, sia in relazione alle aliquote contributive applicabili.

Contemporaneamente si è verificata, inoltre, l'estensione delle tutele

previdenziali tipiche dei lavoratori dipendenti con un incremento progressivo

94 Art. 3, d.lgs. N. 314/1997. 60

della percentuale di contribuzione arrivata al 26%. Attraverso il d. lgs. n.

124/1993 si è prevista la possibilità di dar vita a dei fondi previdenza

complementare per i soggetti di cui all'art. 409, n.3, c.p.c., prevedendo una

ripartizione tra committente e collaboratore degli oneri di finanziamento. La

legge n. 488/1999 all'art. 51, ha previsto la corresponsione di un'indennità di

malattia in caso di degenza ospedaliera.

La legge 449/1997, ha previsto, inoltre, all'art. 59. 16° comma il pagamento

dell'indennità di maternità e degli assegni per il nucleo familiare a favore degli

iscritti alla gestione separata dell'Inps.

Il legislatore ha voluto, posteriormente, attraverso la legge n. 388/2000 all'art. 80,

puntualizzare che l'estensione della tutela relativa alla maternità e agli assegni al

nucleo familiare avviene allo stesso mode e nelle stesse forme già previste per il

lavoro dipendente. Inoltre, la legge n. 388/2000 all'art. 71, cui ha fatto seguito il

d. lgs. n. 42/2006, ha affermato la possibilità per i lavoratori parasubordinati la

possibilità di totalizzare dei periodi contributivi e cioè prevede la possibilità, allo

scopo di assicurare un’unica prestazione pensionistica, di unificare periodi

contributivi non coincidenti temporalmente e costituiti presso gestioni

previdenziali diverse.

Successivamente, attraverso l’art. 5, d. Igs. 23 febbraio 2000, n.38, si è prevista

l'estensione dell'assicurazione sugli infortuni sul lavoro alla categoria dei

parasubordinati, integrando il disegno avviato con la riforma del 1995. Questo

provvedimento ha segnato una tappa importante e simbolica per quanto riguarda

il percorso di avvicinamento al lavoro dipendente, anche per l'importanza che

tale forma di assicurazione obbligatoria ha assunto per lo sviluppo della

legislazione sociale. ln base alla normativa delineata "sono soggetti all'obbligo

assicurativo i lavoratori parasubordinati indicati all'art. 49, 2° comma, lett, a,

d.p.r. 21 dicembre 1986, n. 917, e succ. mod. ed int., qualora svolgano le attività

previste dall'art. 1 del T.U., o, per l'esercizio delle proprie mansioni, si avvalgano,

non in via occasionale, dei veicoli a motore da essi personalmente condotti”.

Nel caso, invece, in cui vi sia l'instaurazione di un rapporto di lavoro autonomo

in forma coordinata e continuativa anche di socio lavoratore di comparativa, è

61

previsto l'obbligo di comunicazione al servizio per l'impiego, a carico dei datori

di lavoro pubblici e privati, come accade per il lavoro dipendente, prevedendo

una sanzione amministrativa nel caso di mancata comunicazione .

95

La collaborazione coordinata e continuativa nelle amministrazioni

12. pubbliche

Le Pubbliche Amministrazioni possono anch'esse stipulare contratti di

collaborazione coordinata e continuativa, persino con riferimento a qualifiche

dirigenziali, ma con una serie di incisive limitazioni.

Originariamente la disciplina era contenuta nell'art. 7, 6° comma, del d.lgs. 3

febbraio 1993, n.29, come sostituito dall'art. 5 del d. lgs. n. 546/1993, il quale ha

previsto che le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi individuali

ad esperti di provata competenza determinando in via preventiva: durata;

l'oggetto; il luogo; il compenso della collaborazione.

Questo, ovviamente, nei casi in cui si dimostri che vi sono esigenze cui non si

possa far fronte con personale di servizio. Le condizioni previste dalla norma

sono: che si tratti di incarichi che siano individuali; che si tratti, come

precedentemente accennato, di fare fronte ad incarichi che gli enti non possono

soddisfare attraverso il personale di servizio; che siano preventivamente

determinati durata, oggetto, luogo e compenso della collaborazione; che gli

incarichi siano conferiti ad esperti che abbiano una fondata competenza. Le

pubbliche amministrazioni che si avvalgono di collaboratori esterni o che

affidano incarichi di consulenza per i quali è previsto un compenso, sono tenute,

in base all’art. 1, 127° comma, della legge 23 dicembre 996, n. 662, a pubblicare

un elenco nel quale siano indicati l'ammontare erogato, i soggetti percettori e la

ragione dell'incarico.

95 Art. 6, d.lgs. n. 297/2002. 62

La copia degli elenchi, poi, deve essere trasmessa semestralmente alla Presidenza

del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Funzione Pubblica .

96

Sugli enti locali l'art. 110, 6° comma, d. lgs. n. 267/2000 ha confermato la

normativa contenuta nell'art. 51, legge n. 142/1990 stabilendo che “per obiettivi

determinati e con convenzione a termine, il regolamento può prevedere

collaborazioni esterne ad alto contenuto di professionalità”. L'art. 7, 6° comma,

d.lgs. n. 165/2001 contenente norme generali sull'ordinamento del lavoro alle

dipendenze delle amministrazioni pubbliche, prevede che possono essere

conferiti incarichi a soggetti esterni alla pubblica amministrazione quando, però,

siano riscontrate esigenze cui le pubbliche amministrazioni “non possono far

fronte con personale in servizio” e che tali incarichi possono essere conferiti

soltanto ad “esperti di provata competenza”. Il riferimento alla parola “esperti"

sta ad individuare soggetti individuali e non forme societarie. Successivamente,

poi, la competenza dovrà essere dimostrata su base curriculare. È evidente come

le pubbliche amministrazioni nell'utilizzare forme di lavoro autonomo,

incontrano vincoli stringenti poiché entrano in contrasto con l'obiettivo di

contenere la spesa pubblica e di voler valorizzare, in via principale, le

professionalità interne alle amministrazioni. La Corte dei Conti, infatti, è

intervenuta numerose volte evidenziando il carattere eccezionale del ricorso a

soggetti esterni alla pubblica amministrazione e le responsabilità amministrative

e contabili che ne possono derivare a carico dei vertici dell'apparato

amministrativo .

97

L'abuso dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa

13.

Le indagini riguardo l'impiego delle collaborazioni coordinate e continuative

nella pubblica amministrazione e quelle che hanno portato all'emanazione della

96 V. altresì art. 58, 14° comma, d.lgs. N. 29/1993.

97 V. per tutte Corte conti, sez. giur., Lazio 25 settembre 2000, n. 1545/2000/EL. 63

riforma del lavoro, hanno messo in evidenza la presenza di distorsioni ed abusi

nell'impiego delle co.co.co.

Nel corso degli anni '90, in mancanza di una specifica fattispecie di riferimento,

le collaborazioni coordinate e continuative sono divenute identificative, di un

tipo di operazione economica che ha ricevuto la sua caratterizzazione sul piano

sociale, dove le collaborazioni hanno creato una fattispecie sostanziale

equivalente al lavoro subordinato, senza però essere caratterizzata dagli stessi

diritti e dai relativi costi che contraddistinguono il lavoro subordinato.

La notevole diffusione dell'utilizzo delle collaborazioni negli anni '90, ha

rappresentato una notevole via di fuga dalle eccessive rigidità che caratterizzano

il lavoro subordinato. Gli imprenditori, infatti, ne facevano utilizzo per aggirare

le limitazioni ed i costi derivanti da un'assunzione con contratto di lavoro

subordinato. Le collaborazioni non comportavano, infatti, alcuni vincoli giuridici

come, ad esempio, le limitazioni di ordine legale alla volontà del datore di lavoro

di porre fine al rapporto.

A queste rigidità si tentava di fuggire, quindi, attraverso l'utilizzo improprio di

rapporti di lavoro che erano formalmente autonomi mentre in sostanza erano

subordinati. Oltre a queste rigidità, se ne aggiungono altre relative alla rigida

normativa applicabile nelle pubbliche amministrazioni ed, infatti, “…si è

sviluppato il ricordo alle tipologie lavorative cosiddette flessibili ed alle

collaborazioni esterne ex. art. 2222 del codice civile, come previste dall'articolo

7, comma 6, del decreto legislativo 165/2001. Norme generali sull'ordinamento

del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche e, per le

amministrazioni locali, dall'articolo 110, comma 6, del decreto legislativo 18

agosto 2000, n. 267, Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali,

anche al fine di rispondere agilmente a bisogni qualificati e temporanei senza per

questo dover aumentare il numero del personale stabilmente in servizio” . Grazie

98

a dati diffusi nel 2003, i collaboratori risultavano essere oltre due milioni

98 Circolare Ministro della funzione pubblica, n. 4 del 15 luglio 2004, prot. 5657, Collaborazioni

coordinate e continuative. Presupposti e limiti della stipula dei contratti. Regime fiscale e

previenziale, autonomia contrattuale. 64

aumentando rispetto al 1999 del 36% . Un'indagine dell'Aran , del 2001, poi,

99 100

ha evidenziato che, su un totale di 1.757.315 lavoratori, quelli impiegati in forme

contrattuali flessibili e cioè tempo determinato, part-time, formazione, co.co.co,

erano 256.370, pari quindi al 15% del totale. Le collaborazioni coordinate e

continuative, in particolare, riguardavano circa un terzo del totale, 82.299 su

256.370, con una punta negli enti locali del 44.20%. Il legislatore nel 2003,

quindi, per contrastare l'abuso delle collaborazioni coordinate e continuative,

aveva cercato di realizzare una profonda riforma che riguardava il campo delle

collaborazioni coordinate e continuative. Attraverso la riforma si voleva

introdurre un nuovo tipo contrattuale, e cioè il contratto di lavoro a progetto, che

avrebbe dovuto favorire la riconduzione al lavoro subordinato di tutte le false

collaborazioni attraverso una delimitazione certa dei confini del lavoro autonomo

genuino.

Salvo alcune eccezioni tassative ed espresse, tutti i rapporti di collaborazione

coordinata e continuativa venivano forzosamente ricondotte al nuovo tipo legale

del lavoro a progetto . Quelle, invece, che erano prive dei requisiti che

101

identificavano la nuova fattispecie contrattuale, venivano convertite in un

rapporto di lavoro subordinato . Inoltre, il contratto a progetto doveva

102

necessariamente essere a tempo determinato e la riforma aveva, quindi,

eliminato la possibilità dell'autonomia privata di regolare forme di lavoro

autonomo continuativo a tempo indeterminato al di fuori delle ipotesi già

esistenti e regolate dal codice civile (come ad esempio il contratto di agenzia),

ovvero al di fuori delle poche deroghe tassative ed espresse previste dall'art. 61,

comma 3, d.lgs. n. 276 del 2003.

99 Cfr. R. Riverso, Le collaborazioni coordinate e continuative, in La piazza, 12 maggio 2003, n.

8.

100 Cfr. Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, I nuovi

rapporti di lavoro nella pubblica amministrazione, a cura di Vincenzo Todesco e Rolando

Vivaldi; D. DI COCCO, P. MASTROGIUSEPPE, S. TOMMASINI, Gli istituti di lavoro flessibile

nella pubblica amministrazione e nelle autonomie locali: una indagine sui dati quantitativi del

biennio 2000 -2002, Roma, 2003.

101 Art. 61, comma 1, d.lgs. n. 276 del 2003.

102 Art. 69, comma 1, d.lgs. n. 276 del 2003. 65

La disciplina del contratto di lavoro a progetto, oggi abrogata dall'art. 52. comma

l, d.lgs. n. 81 del 2015 per le nuove assunzioni, aveva sollevato numerosi

problemi interpretativi e applicativi che il legislatore del 2012 aveva tentato di

superare, riformulando la definizione del contratto e modificando, in parte, la

disciplina del rapporto e il sistema sanzionatorio. La riforma del 2012, tuttavia,

non aveva eliminato i problemi posti dagli artt. 61 ss., e la fattispecie del lavoro a

progetto si era definitivamente rivelata inidonea ad assolvere la funzione di

contrastare le pratiche elusive, e continuava ad essere fonte di un elevato

contenzioso giudiziale .

103

103 G. SANTORO PASSARELLI, I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa. Una

fattispecie in via di trasformazione?. Jovene, 2015, e G. SANTORO PASSARELLI, Lavoro a

progetto e partite Iva nella riforma del lavoro 2012, in LG, 2012, n. 10, 942 ss. 66

CAPITOLO 2

LE COLLABORAZIONE A PROGETTO NELLA LEGGE BIAGI E NELLA

LEGGE FORNERO

Dalle collaborazioni coordinate e continuative al lavoro a progetto

1.

L'istituto delle collaborazioni coordinate e continuative sin qui descritto è stato

radicalmente modificato dalla riforma Biagi attraverso una disciplina che giunge

a conclusione del dibattito, particolarmente vivace, che ha contraddistinto la

precedente legislatura di cui il riferimento storico più significativo è

rappresentato dal cosiddetto disegno di legge Smuraglia .

104

Le collaborazioni a progetto sono entrate nel nostro ordinamento attraverso il

D.Lgs n. 276 del 10 settembre 2003, a seguito di attuazione dell'art 4 della legge

delega n. 30 del 14 febbraio 2003.

“La legge 14 febbraio 2003, n. 30, ha delegato il Governo ad emanare uno o più

decreti legislativi diretti a portare a compimento il disegno riformatore del

mercato del lavoro in Italia (cosiddetta Riforma Biagi). Un disegno nitidamente

anticipato, come noto, nel Libro Bianco dell'ottobre 2001 su il mercato del lavoro

in Italia ”. In particolare è l'art. 4 di tale legge ad autorizzare il governo ad

105

adottare uno o più decreti legislativi, recanti "disposizioni volte alla disciplina o

alla razionalizzazione" di alcune tipologie di lavoro, tra le quali il lavoro

coordinato e continuativo .

106

104 V. la Carta dei diritti dei lavoratori riproposta dall’ Ulivo e tradotta nel disegno di legge 4

dicembre 2002, n. 1872.

105 V. Relazione di accompagnamento al decreto di attuazione della Riforma Biagi. 67

Scrisse Marco Biagi in un articolo pubblicato nel 2001 che occorreva ripensare il

diritto del lavoro, per contrastare “il dilagante fenomeno del lavoro non

dichiarato e clandestino”. A suo avviso, il lavoro nero non solo sfrutta le forze

più deboli e marginalizzate, ma costituisce un elemento distorsivo “della stessa

competizione corretta tra imprese”.

Il progetto di Biagi puntava ad una complessiva rivisitazione del diritto del

lavoro che estendesse i livelli minimi di tutela a tutte le forme in cui si

estrinsecava l’attività lavorativa, con diversa intensità a seconda delle effettive

caratteristiche o dei particolari contesti in cui si svolge il lavoro. I principi

cardine della riforma del nostro diritto del lavoro si iscrivono nella strada

tracciata dall’Unione Europea e sottoscritta dagli stati membri per modernizzare

il mercato del lavoro.

L’idea di Biagi di modernizzare il diritto del lavoro, allineandolo allo standard

europeo, era a tutto campo: riguardava il mercato del lavoro, i contratti formativi,

gli strumenti di flessibilità, gli ammortizzatori sociali, la tipologia e la

regolazione dei nuovi lavori, le politiche per favorire il reinserimento lavorativo

delle donne. Un insieme complesso e articolato di regole poi inserito nella delega

approvata. Il professore era attento ai cambiamenti sociali e magistrale interprete

dei sviluppi regolatori socio-economici in atto. La sua predilezione per le soft-

laws e il suo entusiasmo per l’Europa e il federalismo erano una chiara

indicazione di una rinnovata concezione del diritto, quale tecnica di regolazione

sociale e di gestione del conflitto in società post-moderne e complesse.

Si tratta, senza dubbio, di una delle modifiche più importanti ed incisive della

legislazione di riforma, destinata almeno in astratto, ad una forte incidenza sulla

106 M. Pedrazzoli. Tipologie contrattuali a progetto e occasionali (introduzione), in Il nuovo

mercato del lavoro: commento al D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 di L. Montuschi, Zanichelli,

Bologna 2004. Prendendo le mosse da tale art. l'A. individua un "doppio binario": da un lato la

nuova fattispecie lavoro a progetto (art. 62 D.Lgs. 276/2003), dall'altro le vecchie co.co.co, le

quali devono essere ricondotte ad un progetto (art. 61 D.Lgs. 276;2003), la mancanza del quale

comporta per esse (e solo per esse) la sanzione di cui all'art 69 del medesimo decreto.

Quest'ultime pertanto non diventano contratti di lavoro a progetto. Di conseguenza l’A. chiama:

rapporti di lavoro coordinato e continuativo (semplice) le zone escluse dalla riforma (definite da

lui stesso "l'altra metà del cielo"), rapporti di lavoro coordinato e continuativo o a progetto quelli

individuati dall'art. 61, ed infine contratto di lavoro a progetto la figura delineata dall'art 62.

Occorre precisare che tale posizione, seppur suggestiva e autorevole, fa parte di una dottrina

minoritaria e non verrà accolta nella trattazione che segue. 68

realtà sociale in quanto da una parte frena la deriva che aveva portato ad un uso

sproporzionato e crescente dei contratti di collaborazione coordinata e

continuativa, in sostituzione dei contratti di lavoro subordinato, spesso

contraddistinti dalle stesse modalità esplicative, ma con tutele e costi molto più

contenuti. Da un'altra parte tende a dare stabilità all'istituto che esce da uno stato

di sostanziale assenza o mancanza di norme e di approssimazione per acquistare

una più precisa fisionomia così da costruire la base di riferimento su cui si

possono innestare alcune fondamentali tutele processuali e sostanziali.

Le incertezze nel disegno ispiratore della riforma

2.

Le norme contenute nel decreto legislativo 10 settembre 2003 n. 276 riguardanti

il lavoro a progetto sono di difficile interpretazione non solo per la difficoltà di

lettura per l’enorme importanza del fenomeno che queste norme intendono

regolare. L'esplosione delle collaborazioni coordinate e continuative è avvenuta a

partire dal 1995, con la legge n. 335 che in un certo senso le ha legittimate, per

approdare alla ragguardevole cifra di più di due milioni . Questa esplosione ha

107

alimentato un intenso dibattito circa la reale natura del fenomeno. Bisognava

capire se ed in che misura questo fenomeno fosse da imputare ad una genuina

scelta per l'autonomia, oppure al tentativo di eludere la normativa sul lavoro

subordinato. Si è trattato di un dibattito non conclusivo, anche per la mai sciolta

controversia in ordine di criteri identificativi della subordinazione e, per

converso, della autonomia. Il disegno ispiratore della nuova disciplina è

apparentemente chiaro, essendo enunciato sia nel documento preparatore e cioè il

cd. Libro bianco sul mercato del lavoro, sia nelle relazioni di accompagnamento

al disegno di legge-delega e allo schema di decreto legislativo. Si è detto che è

apparentemente chiaro, dal momento che lo stesso Libro bianco, da cui nasce

107 Precisamente 2.392.527 iscritti alla gestione special presso l’INPS: cfr. l’elaborazione

dell’IRES, Terzo rapporto sul lavoro atipico in Italia, aprile 2003, su dati Inps. 69

l'idea del lavoro a progetto, non è su questo punto assolutamente univoco. Esso

contiene, infatti, una certa dose di contraddittorietà poiché, apprezzando

criticamente, nel metodo e nei contenuti, le proposte discusse nel corso della

precedente legislatura, valuta negativamente l'idea di intervenire nel campo della

parasubordinazione, che non lascerebbe spazio alle nascenti esperienze negoziali,

e suggerisce di coltivare “ un’iniziativa legislativa limitatamente alla

identificazione e regolazione di una fattispecie particolarmente diffusa,

specialmente ma non esclusivamente nel terziario".

Nello stesso tempo però, ritiene che “sia necessario evitare l’utilizzazione delle

collaborazioni coordinate e continuative in funzione elusiva e frodatoria della

legislazione posta a tutela del lavoro subordinato, ricorrendo a questa tipologia

contrattuale al fine di realizzare spazi anomali nella gestione flessibile delle

risorse umane” . Il che implica di intervenire pesantemente nel campo della

108

cosiddetta parasubordinazione. La relazione al disegno di legge delega si limitava

a riprodurre esattamente il contenuto del Libro bianco e nulla prevedeva lo stesso

art. 4 della legge n. 30 del 2003 circa la sorte dei rapporti di collaborazione

coordinata c continuativa non rispondenti ai requisiti delineati. La relazione allo

schema di decreto delegato, invece, non contiene oscillazioni: essa qualifica

senza mezzi termini la nuova normativa come “riforma delle collaborazioni

coordinate e continuative” e la riconduce inequivocabilmente all'intento di

superare “la farisaica accettazione di questa pratica elusiva” e riportare "le attuali

co.co.co. o al lavoro subordinato o al lavoro a progetto, forma di lavoro

autonomo che non può dare luogo alle facili elusioni riscontrate pena la

trasformazione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato ”.

109

108 Cfr. Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un

lavoro di qualità, Roma, ottobre 2001, p. 72.

109 Cfr. Relazione di accompagnamento allo schema di decreto legislativo del 6 giugno 2003,

pp. 14-15. 70

Il lavoro a progetto

3.

Il comma 1 dell’art. 61 del D.lgs. n. 276 detta innanzitutto la definizione di

contratto di collaborazione coordinata e continuativa a progetto, prevedendo in

proposito che tali rapporti devono essere riconducibili a uno o più progetti

specifici o programmi di lavoro o fasi di esso, determinati dal committente, e

gestiti poi autonomamente dal collaboratore, nel rispetto del coordinamento con

l’organizzazione del committente, indipendentemente peraltro dal tempo in

concreto impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa commissionata .

110

I primi commentatori si sono adoperati nel voler rintracciare nell'analisi

linguistica delle espressioni “progetto, programma o fase di programma" la

sussistenza di un reale carattere distintivo di questa fattispecie rispetto alla

collaborazione professionale classica di cui all'art. 409 c.p.c.

Il primo elemento che si pone all’attenzione dell’interprete è la riconducibilità

delle collaborazioni ad uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi

di esso determinati dal committente. Le nozioni di progetto, programma e fase

assumono una fondamentale importanza ai fini della delimitazione della

fattispecie, tuttavia il legislatore non ha ulteriormente specificato il significato di

tali espressioni.

Nell’indeterminatezza di tali espressioni, alcune indicazioni vengono fornite

dalla circolare del Ministero del Lavoro n. 1/04, secondo cui “ il progetto

consiste in un’attività produttiva ben identificabile e funzionalmente collegata ad

un determinato risultato finale cui il collaboratore partecipa direttamente con la

sua prestazione” e “ può essere connesso all’attività principale od accessoria

110 Art. 61, comma 1: “ Ferma restando la disciplina per gli agenti e i rappresentanti di

commercio, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale e

senza vincolo di subordinazione, di cui all'articolo 409, n. 3, del codice di procedura civile

devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso

determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato,

nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente e indipendentemente dal

tempo impiegato per l'esecuzione della attività lavorativa”. 71

dell’impresa”. Il programma o la fase riguardano, invece, “ un tipo di attività cui

non è direttamente riconducibile un risultato finale”, ma “ un risultato solo

parziale destinato ad essere integrato, in vista di un risultato finale, da altre

lavorazioni e risultati parziali”.

Anche le indicazioni fornite dalla circolare, in ogni modo non trovano espresse

conferme nel dato normativo e il dibattito dottrinale circa il rilievo del progetto ai

fine della delimitazione della fattispecie è molto acceso.

Per avere un'idea più chiara, è interessante la sentenza del Tribunale di Genova

del 7 aprile 2006 che ha fatto un riepilogo delle diverse interpretazioni. Secondo

alcune interpretazioni dottrinali, il riferimento contenuto nella norma a un

progetto o ad un programma, termini che secondo il vocabolario della lingua

italiana possono essere utilizzati anche come sinonimi, costituirebbe

un’endiadi , da interpretarsi nel senso di necessaria esposizione o enunciazione

111

di ciò che il committente intende realizzare, a prescindere da qualsiasi altro

attributo.

Alcuni autori, come ad esempio Pedrazzoli, proprio svalutando la capacità

selettiva della portata nel linguaggio comune di queste espressioni, considerate

come sinonimi sostanzialmente capaci di ricomprendere ogni unità temporale in

cui può essere in astratto frazionata la prestazione di collaborazione coordinata

con l'organizzazione d'impresa giacché “una fase di programma di lavoro non si

nega a nessuno", hanno sostenuto una lettura riduttiva della novella secondo cui

la fattispecie della collaborazione sarebbe rimasta sostanzialmente invariata salvo

l'onere di apporvi un termine temporale determinato e determinabile, ma che non

vi sarebbe alcuna preclusione alla infinita e immediata reiterazione della stessa

prestazione con un nuovo contratto tra le medesime parti recante l'indicazione del

termine successivo .

112

Nel lavoro a progetto l'attività cui è obbligato il collaboratore deve essere

organizzata in funzione del risultato che viene determinato dal committente, ma

perseguito autonomamente dallo stesso collaboratore e indipendentemente dal

111 Figura retorica per cui un concetto viene espresso con due termini coordinati al posto di

due termini in rapporto di subordinazione, di solito due sostantivi al posto di un sostantivo

determinato da un aggettivo o da un complemento. 72

tempo impiegato per l’esecuzione dell’attività lavorativa pur coordinandosi con

l’organizzazione dell’impresa.

Il risultato a cui la norma si riferisce non è il “ risultato del risultato o risultato in

senso pregnante, cui tende l’organizzazione del committente” , inteso cioè quale

113

interesse finale dell’impresa per cui il perseguimento utilizza la prestazione del

collaboratore inserendola in modo organico nel suo ciclo produttivo, bensì il

risultato dotato di una sua compiutezza e autonomia ontologica realizzato dal

collaboratore con la propria prestazione e reso all'impresa quale adempimento

della propria obbligazione .

114

Quindi il progetto viene visto come progetto del collaboratore e non dell'azienda,

per cui il committente dovrebbe determinare il progetto che dovrebbe essere

attuato dal collaboratore con la propria attività, concorrendo al raggiungimento

degli obiettivi aziendali .

115

112 Si distingue la posizione di M. Pedrazzoli. Tipologie contrattuali a progetto e occasionali.

Commento al titolo VII del D.lgs. n. 276/2003, in WP C.S.D.E.L. “Massimo D'Antona", n.

29/2004 secondo cui il D. lgs. n. 276/2003 abbia instaurato una sorta di “doppio binario”, in cui

a fianco della nuova fattispecie del lavoro a progetto di cui all'art. 62 permarrebbero a norma

dell'art. 61 le collaborazioni coordinate e continuative di cui all'art. 409 n. 3 c.p.c. seppur

ricondotte a progetto, caratterizzate cioè dalla predeterminazione della durata temporale della

prestazione del collaboratore, depotenziando in tal modo il divieto sancito dall'art. 69 in quanto

sarebbe comunque consentito provare in giudizio con ogni mezzo che il rapporto che non

risponde ai requisiti formali e sostanziali di cui all'art. 62 realizzi un collaborazione coordinata e

continuativa riconducibile a progetto a norma dell'art. 61.

113 Perulli A., Tipologie contrattuali a progetto e occasionali, in E. Gragnoli- A. Perulli (a cura

di), La riforma del mercato del lavoro e i nuovi modelli occasionali, commentario al D.Lgs. 10

settembre 2003, n. 276; Vallebona A., Lavoro a progetto: incostituzionalità e circolare di

pentimento, in ADL, n. 1, 2004.

114 Contra E. Ghera, Sul lavoro a progetto, in AA.VV., Diritto del lavoro. I nuovi problemi.

L'omaggio all'accademia a Mattia Persiani. Padova, IL 2005, giunge invece a svalutare

completamente l'espressa finalizzazione del lavoro a progetto al risultato di cui all'art. 61 d.lgs.

n. 276/2003, in quanto precisa che "... la prestazione promessa dal collaboratore può includere

ogni tipo di risultato anche non autosufficiente, (diversamente dal tradizionale opus perfectum) e

la relativa obbligazione si configura come obbligazione di durata e, nello stesso tempo, di

risultato". Non si comprende però come poi (pp. 221 e ss.) possa (condivisibilmente) attribuire

al "c.d. rischio del lavoro — cioè dell'alea tecnico-economica incidente sull'utilità della

prestazione" rilevanza causale per il lavoro a progetto quando questo carattere non può

ritenersi compatibile la causa di un'obbligazione di mezzi (o ad adempimento continuativo)

consistente in un lacere personale; la giurisprudenza infatti ha sempre ritenuto l'assenza di

rischio un indice sintomatico della subordinazione ma non già un carattere esclusivo di questa

incompatibile con la natura autonoma della prestazione personale: cfr. Cass. sez. lav., sent. 6

agosto 2004 n. 15275, in Repertorio del Foro Italiano, 2004, voce Lavoro (rapporto), n. 453;

115 Trib. Milano, sentenza dell'8 gennaio 2007 e Tribunale di Torino, sentenza del 10 maggio

2006. 73

E’ dunque l’opus di cui all'art. 2222 c.c nella sua interpretazione rigorosa di

oggetto di un'obbligazione ad adempimento istantaneo , seppur a esecuzione

116

prolungata nel tempo, volta alla realizzazione di un bene e un servizio in

vantaggio del committente .

117

L’art. 2225 del codice civile chiarisce in modo inequivocabile che “opera" è il

"risultato” della prestazione in relazione al quale va determinato il corrispettivo

dovuto in difetto di accordo tra le parti. Soltanto adottando questa

interpretazione può conciliarsi la necessaria temporaneità del rapporto

contrattuale, che si deduce dall'art. 62 nella parte in cui prevede che il contratto

di lavoro a progetto contenga la “indicazione della durata, determinata o

determinabile, della prestazione di lavoro” , con l'indifferenza, ai fini

118

dell'adempimento dell'obbligazione del collaboratore, del tempo impiegato

nell'attività lavorativa necessaria sancita dal primo comma dell'art. 61. Del tutto

coerente con l'indifferenza del tempo impiegato risulta anche la previsione

dell'art. 67 comma 1 secondo cui "i contratti di lavoro di cui al presente capo si

risolvono al momento della realizzazione del progetto o del programma o della

fase di esso che ne costituisce l'oggetto".

116 C. Zolfi, Contratto e rapporto tra potere e autonomia nelle recenti riforme del diritto del

lavoro, i Giornale di diritto di lavoro e di relazioni industriali, 2004, p. 366 giunge alla

conclusione che "... il legislatore si è pertanto proposto di introdurre un momento di verifica ed

ha finito per ricondurre il lavoro coordinato e continuativo al suo nucleo originario: il contratto

d'opera", ma sembrerebbe che abbia utilizzato la nozione di contratto d'opera semplicemente

come sinonimo di lavoro autonomo tout court, ricomprendente dunque anche obbligazioni a

adempimento continuato (o se si preferisce di mezzi), giacché precisa poco prima che "... Tale

affermazione non implica che l'obbligazione oggetto del contratto a progetto debba essere

intesa strido sensu come di risultato, bensì che l'oggetto del contratto deve consistere in un

facere predeterminato, cosicché l'attività programmata viene in considerazione non come

messa a disposizione di semplici operae, ma come perseguimento di un opus" . P. Ichino,

L'anima laburista della legge Biagi. Subordinazione e "dipendenza" nella definizione della

fattispecie di riferimento del diritto del lavoro, in Giustizia civile, 2005, pp. 137 e 142, invece,

ritiene che l'obbligazione del lavoratore a progetto non deve essere necessariamente di risultato

ma comunque deve essere finalizzata a "un interesse produttivo di cui sia individuabile un

momento iniziale e uno finale", caratterizzato cioè da un "requisito di temporaneità sostanziale e

non meramente conseguente all'apposizione negoziale di un termine al contratto di lavoro. La

distinzione in seno al lavoro autonomo tra l'obbligazione di facere e l'obbligazione di risultato è

ben conosciuta e praticata anche dalla dottrina di cominon law cfr. P. Davies, Lavoro

subordinato e lavoro autonomo, in Diritto delle relazioni industriali, 2000, p. 210.

117 Pizzoferrato A., Il lavoro a progetto tra finalità antielusive ed esigenze di rimodulazione

delle tutele, in Illej n. 1, 2004; Santoro-Passarelli G., L'opinione, in Lavoro a progetto: opinioni a

confronto, in Il lavoro nella giurisprudenza, n. 7, 2004, pag 31; Ferraro G., Tipologie di lavoro

flessibile, Torino, 2004, pag. 248 e s.; Mezzacapo D., La fattispecie "lavoro a progetto ", WP

C.S.D.L.E. "Massimo D'Antona", 2004, n. 47, pag 12. 74

E’ fin troppo evidente che il legislatore del D.lgs. 276/2003 ha lasciato

l’interprete dinanzi ad un dato testuale e sistematico troppo spesso contraddittorio

ed incoerente. Non si individua, però, alcun elemento testuale o sistematico che

impedisca di individuare nella determinazione di durata imposta dalla norma

semplicemente l’esplicazione ai fini del controllo giudiziale dell’effettiva natura

del rapporto di quale sia il termine di adempimento dell’obbligazione del

collaboratore a norma dell’ art. 1183 del codice civile .

119

L’art. 61 del D.lgs. 276/2003 precisa che tale durata possa essere non solo

determinata ma anche determinabile, potendo quindi ben coincidere con il

momento non precisamente prevedibile del compimento dell’opera da parte del

collaboratore o recare l’indicazione di una data o di un altro riferimento

temporale determinato che indichi il termine dell’adempimento, che le parti

possono qualificare anche “essenziale” a norma dell’art. 1457 del codice civile.

La previsione di un coordinamento non solo tecnico ma anche temporale, non

può ritenersi incompatibile con una prestazione d’opera. Il corretto adempimento

del collaboratore può richiedere fasi di confronto, di verifica intermedia, di

scambio di dati e informazioni o altre forme di cooperazione con il personale alle

118 Deve ritenersi assolutamente corretta il riferimento operato dal legislatore alla durata della

prestazione piuttosto che alla durata del rapporto in quanto nei contratti ad adempimento

istantaneo è la durata della prestazione che determina la durata del rapporto e non il contrario

come invece avviene nei contratti ad adempimento continuativo o di durata in cui la prestazione

è determinata in funzione della durata stessa, in quanto la sua entità quantitativa dipende dalla

durata del rapporto" (Oppo G., I contratti di durata, in Riv. dir. comm., 1943, I, pag. 169); questa

precisazione conferma la ricostruzione in termini di obbligazione ad esecuzione istantanea. 28

Cfr. A. Viscomi, Lavoro a progetto e occasionale: osservazioni critiche, in G. Ghezzi, Il lavoro tra

progresso e mercificazione, 2004, Roma, Ediesse, p. 320, il quale sottolinea la rilevanza nel

determinare la causa del contratto della finalizzazione della prestazione alla realizzazione del

progetto: "... il progetto, tipizzandone la funzione, si riflette sullo stesso profilo causale del

contratto di collaborazione".

119 Contra A. Perulli, Il lavoro a progetto tra problema e sistema, in Lavoro e diritto, 2004, p.

101. e Idem Commento artt. 61-63 d. lgs n. 276/2003, cit., p. 726 secondo cui "... Il termine

immaginato dall'art. 62,, lettera a) non è insomma un termine di adempimento, finalizzato

propriamente a regolare il momento in cui dev'essere adempiuta un'obbligazione certa e già

sorta (coerente con la struttura del contratto avente ad oggetto un opus singolo ed isolato, il cui

adempimento avviene uno actu), ma un termine negoziale, predisposto al fine di limitare

temporalmente un rapporto d'opera di durata, id est relativo ai bisogni durevoli del committente".

Una lettura particolare viene formulata da F. Lunardon, Lavoro a progetto e lavoro occasionale,

in Commentario al d.lgs. 10.9.2003 n. 276, coordinato da F. Carinci, 2004, Milano, lpsoa, p. 34,

secondo cui il termine indicato sarebbe a garanzia del lavoratore della durata minima del

rapporto a norma dell'art. 1183 co.civ. prima di quella data il creditore non potrebbe reclamare

l’adempimento e quindi infondate le critiche di precarizzazione del rapporto rivolte a lavoro a

progetto. 75

dipendenze del committente, nonché di presenza nei locali aziendali e/o

disponibilità di questi o di attrezzature aziendali; attività ed esigenze queste che

necessariamente impongono il coordinamento dei tempi.

La forma scritta del contratto di lavoro a progetto

4.

Il legislatore ha sancito alcuni requisiti formali e sostanziali dei contratto con

riferimento alla disciplina prevista. L’art. 62 del D.lgs. 276 stabilisce che il

contratto di lavoro a progetto deve essere stipulato in forma scritta.

Occorre soffermarsi in primo luogo sulla forma del contratto richiesta da tale

disposizione. Non risulta chiaro, infatti, se la forma scritta del contratto sia

necessaria solo ai probatori come avviene per gli elementi contenutistici, o se sia

da intendersi come requisito di forma contenutistica, ad substantiam actus valido

per l'esistenza del contratto .

120

La distinzione è di rilevante importanza poiché laddove la forma scritta è

richiesta per la validità del contratto, e tale può esserlo, solamente se

specialmente indicata dalla legge ex art. 1350, n. 13 c.c., oppure se prevista

convenzionalmente dalle parti ex art. 1352 c.c., essa diventa "elemento

essenziale" del contratto ex art. 1325, n. 4, c.c. e la sua mancanza comporta la

nullità dello stesso.

Se, invece, la forma scritta di un contratto è richiesta ad probationem tantum,

l'atto compiuto senza l'osservanza della forma stabilita dalla legge non è nullo e

l'unica conseguenza dell'inosservanza della forma è la limitazione della prova

testimoniale . Il contratto pertanto resta valido ma manca il documento dal

121

quale risultino la sua esistenza e il suo contenuto.

120 A. Perulli, Tipologie contrattuali a progetto e occasionali, in E. Gragnoli – A. Perulli (a cura

di), la riforma del mercato del lavoro e i nuovi modelli contrattuali, commentario al D. lgs. 10

settembre 2003, n. 276, pag. 739.

121 A. Torrente e P. Schlesinger, Manuale di diritto privato, pag. 291- 292. 76

In tali casi sono notevolmente ridotti i mezzi di prova a disposizione perchè pur

essendo ammesso il giuramento decisorio e la confessione, è precluso il ricorso

alle prove più consuete e cioè la prova testimoniale e per presunzione, a meno

che "il contraente non abbia senza sua colpa perduto il documento che ne forniva

la prova" . Se la prova dell'esistenza e del contenuto non viene attinta con i più

122

limitati mezzi ammessi, sarà possibile accertare che è venuto ad esistenza un

diverso contratto, se ne sussistono gli elementi 123

L’apparente perentorietà della disposizione viene, però, immediatamente

stemperata dalla precisazione che la forma scritta è richiesta ai fini della prova di

una serie di elementi, indicati nelle lettere a-e) della stessa disposizione. La

forma scritta è, dunque, richiesta ad probationem e non ad substantiam . Ne

124

consegue che la mancata indicazione di uno degli elementi previsti non incide

sulla validità del contratto, ma rileva soltanto in ordine alla possibilità di provare

altrimenti l’esistenza dell’elemento stesso con gli altri mezzi di prova ammessi

dall’ordinamento. In tal senso si è espresso anche il Ministero del lavoro nella

circolare n. 1/2004 in cui ha chiarito che il contratto va stipulato in forma scritta

ma che la forma è richiesta ad probationem e non ad substantiam.

Tuttavia nella stessa circolare l'orientamento ministeriale è chiaro: seppure la

forma scritta sia richiesta solo ai fini della prova, quest'ultima sembra assumere

valore decisivo rispetto all'individuazione del progetto, del programma o della

fase di esso in quanto in assenza di forma scritta non sarà agevole per le parti

contrattuali dimostrare la riconducibilità della prestazione lavorativa appunto a

un progetto, programma di lavoro o fase di esso.

La forma scritta del contratto in questione, visti gli elementi che lo stesso deve

contenere, sembra infatti essere volta a determinare una certezza in ordine al

122 Ex art. 2724, n. 3, c.c.

123 M. Pedrazzoli, Tipologie contrattuali a progetto e occasionali (introduzione), in Il nuovo

mercato del lavoro: commento al D.lgs. 10 settembre 2003, n. 276 di L. Montuschi, Zanichelli,

Bologna 2004 pag. 757.

124 In tal senso LUNARDON, op.cit., p. 52; FERRARO, tipologie di lavoro flessibile, Torino,

2004, p. 260; PINTO, le collaborazioni coordinate e continuative e il lavoro a progetto, in

CURZIO, lavoro e diritti dopo il decreto legislativo 276/2003, Bari, 2004, p. 333, nonché La

categoria giuridica delle collaborazioni coordinate e continuative, in WP C.S.D.L.E. “Massimo

D’Antona”, 2005, 72, p. 40. 77

contenuto del contratto, limitando da un lato la libertà del collaboratore, dall'altro

quella del committente, stabilendo delle garanzie minime in favore del primo.

Tuttavia nel lavoro a progetto il comma 1 dell'art. 69 del D.Lgs. n. 276/2003

tende a complicare le cose in quanto esso prevede che qualora i .apporti di

collaborazione coordinata e continuativa siano instaurati senza l’ individuazione

di uno specifico progetto, programma o fase di esso, gli stessi debbono essere

considerati rapporti di lavoro subordinato.

Tutto ciò potrebbe imputarsi al palese tecnicismo legislativo, oppure esprimere la

volontà di sanzionare in maniera più severa la sola mancanza del progetto.

Bisogna chiedersi quindi se l'assenza di forma scritta può essere equiparata a

mancata individuazione del progetto, programma di lavoro o fase di esso, con

conseguente trasformazione del rapporto di lavoro in rapporto di lavoro

subordinato. In merito la dottrina maggioritaria ha risposto di no, ritenendo che la

conversione non sia da intendersi automatica e che quindi il comma 1 dell'art. 69.

ammetta una presunzione relativa che può essere superata con la prova contraria

dell'autonomia del rapporto.

I requisiti del contratto

5.

L’art. 62 del D.lgs. 10 settembre 2003, n. 276, prevede l’elencazione degli

elementi essenziali del contratto ai fini della prova. Vari sono gli elementi

essenziali richiesti a fine probatorio. Il primo è l’indicazione della durata,

determinata o determinabile della prestazione di lavoro. Come si è detto, la

presenza della durata non è di per sé sufficiente ad includere il contratto di lavoro

a progetto tra i contratti di durata. Sembra, infatti, che l’indicazione di tale

durata ha il significato di un termine massimo di scadenza posto a favore del

78

prestatore . Il termine della collaborazione potrà essere dunque rappresentato

125

dall'indicazione di una data ovvero dal verificarsi di un evento stabilito.

Il secondo elemento essenziale è l'indicazione del progetto o programma di

lavoro, o fasi di esso, che dovrà essere individuato nel suo contenuto

caratterizzante. La lett. b dell'art. 62 del D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276,

avvalora l'idea che si è sostenuta quando si è definito il progetto come progetto

individuale e non come progetto aziendale. Il fatto che il progetto venga ricavato

nel contratto comporta che esso si riferisca al singolo collaboratore. Non avrebbe

senso, infatti, inserire un progetto attinente al ciclo produttivo dell’azienda

all'interno di un contratto di lavoro. Secondo tale indicazione dovranno, quindi

specificarsi i tratti essenziali dell'attività dedotta in contratto.

Il terzo elemento essenziale è l'indicazione del corrispettivo ed i criteri per la sua

determinazione, nonché i tempi e le modalità di pagamento e la disciplina dei

rimborsi spese. La norma in questione lascia quindi alle parti la concreta

individuazione dei criteri per la determinazione del compenso.

Qualche autore ha notato che da questo punto di vista "non ci sia nulla di nuovo

rispetto al principio di libertà sancito dalle norme generali sul lavoro autonomo

ove si prevede che il corrispettivo possa essere determinato dalle parti al

momento della stipulazione del contratto d'opera o determinabile sulla base di

criteri che le parti stesse hanno posto sulla quantificazione del quantum debeatur,

in seguito computato e liquidato” . La pattuizione del prezzo quindi, secondo

126

alcuni autori, può anche mancare essendo prevista solo ai fini della prova, ma, a

norma dell'art. 2225 c.c., il corrispettivo andrà determinato secondo le tariffe

professionali o gli usi, ovvero in mancanza, direttamente dal giudice . È

127

125 F. Lunardon, Lavoro a progetto e lavoro occasionale, in F. Carinci (coordinato da),

Commentarlo al D.Lgs. 10 settembre 2003. n. 276, Milano. 2004, vol. IV, Tipologie contrattuali a

progetto e occasionali, pag. 34. L'A. afferma "...a supporto di questa conclusione si può

richiamare la stessa disciplina comune dei contratti, laddove specifica che, se vi è l'indicazione

del termine, questo si presume a favore del debitore, nel senso che il creditore non può esigere

la prestazione fino al momento della scadenza (art. 1183 c.c.).

126 A. Perulli, Tipologie contrattuali a progetto e occasionali, in E. Gragnoli – A. Perulli(a cura

di), la riforma del mercato del lavoro e i nuovi modelli contrattuali, commentario al D. Lgs. 10

settembre 2003, n. 276, pag. 744.

127 A. Perulli, op. cit., pag 744. 79

importante sottolineare, però, che in questa circostanza non dovrebbero essere

richiamate le tariffe delle professioni intellettuali che richiedono l'iscrizione in

appositi albi, poiché tali attività sono escluse dal campo di applicazione del

decreto ex art. 61, comma 3. Come in materia di locatio operis inoltre il

compenso dovrebbe essere corrisposto dopo l’esecuzione della prestazione, ma in

tal caso sono ammessi patti contrari volti alla previsione di anticipi o pagamenti

rateali. Infine è stato affermato che il richiamo alla disciplina dei rimborsi

128

spese, per di più senza precisare che essi sono "eventuali" come avviene nella

lett. e dell'art. 62, sembra richiamare una situazione in cui il collaboratore

anticipa di suo il pagamento delle spese e dei costi per la realizzazione del

progetto, e solo successivamente viene rimborsato in base ai giustificativi che

presenta al committente.

L' ultimo elemento essenziale è rappresentato dalle eventuali misure per la tutela

della salute e sicurezza del collaboratore a progetto, fermo restando quanto

disposto dall'art. 66, comma 4. L'eventualità delle misure ricomprese nella lett. e

dell'art. 62 non sembra molto incoraggiante secondo alcuni autori. Essa segnala

"una certa disattenzione del nostro legislatore rispetto alla raccomandazione

comunitaria che afferma il diritto di tutti i lavoratori autonomi di proteggere la

loro salute e sicurezza..., suggerendo agli Stati membri l'alternativa tra

l'inclusione dei lavoratori autonomi nel campo di applicazione delle normative

sulla salute e sicurezze e/o l’ adozione di misure specifiche nei loro confronti” .

129

Ovviamente la mancanza di eventuali tutele ulteriori non incide su quelle previste

da norme inderogabili di legge.

128 Pedrazzoli M., Tipologie contrattuali a progetto e occasionali (introduzione), in il nuovo

mercato del lavoro: commento al D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 di L. Montuschi, Zanichelli,

Bologna 2004 pag. 766.

129 A. Perulli, Tipologie contrattuali a progetto e occasionali, in E. Gragnoli – A. Perulli(a cura

di), la riforma del mercato del lavoro e i nuovi modelli contrattuali, commentario al D. Lgs. 10

settembre 2003, n. 276, pag. 749. 80

Le conseguenze dei vizi di forma

6.

Nell’ art. 62 del D. Lgs. 276/2003, come si è visto, non vi è l'intenzione di voler

configurare la fattispecie lavoro a progetto in modo duplice sotto il profilo

fermale e cioè forma scritta ad substantiam per il contratto, forma ad

probationem per gli elementi del contratto. Possono, però, sorgere dei problemi

relativamente al collegamento tra l'art. 62 e l'art. 69 poiché in quest'ultima

disposizione si stabilisce la conversione del contratto di lavoro a progetto in

assenza di un progetto specifico, programma di lavoro o fase di esso. È stato

affermato che la mancanza di formalizzazione per iscritto del progetto nel

contratto rende molto ardua l'individuazione di un progetto, facendo scattare la

sanzione di cui all'art. 69.

Sicuramente "l'assenza di forma scritta del contratto tout court e dell'indicazione

del progetto nel contratto, si presenta pericolosamente vicina all'ipotesi di

assenza di progetto” , ma in tal caso il giudice non può fondare la conversione

130

sul dato meramente formale dell'assenza dell'indicazione per iscritto del

progetto . A meno che non scritta non si voglia propendere per l'interpretazione

131

che vede il requisito della forma scritta del contratto richiesta a pena di nullità,

l'assenza della forma scritta accompagnata dalla mancanza formale del

progetto , può solamente essere un fattore che indica l'inesistenza del progetto.

132

Il progetto, però, può comunque esservi nel concreto svolgimento della

prestazione lavorativa. Il progetto, quindi, può esistere anche se non

formalizzato .

133

130 F. Lunardon, Lavoro a progetto e lavoro occasionale, in F. Carinci (coordinato da),

Commentario al Digs. 10 settembre 2003. n 276., Milano, 2004., vol. IV, Tipologie contrattuali a

progetto e occasionali, pag. 51.

131 Tribunale di Milano, sentenza del 23 marzo 2006. n. 822, in www.csmb.unimo.it, laddove

tale giudice ritiene necessario, per valutare l'assenza del progetto, non solo la mancanza

formale di esso, ma anche la sua assenza in concreto.

132 Si veda E. Ghera, Sul lavoro a progetto, RIDL, 2005, I, pag. 210. L'A. sostiene vi siano due

forme di progetto: il progetto come elemento essenziale (art. 61, comma) la cui determinazione

in forma scritta all'atto della stipulazione non può mancare a pena di nullità, il progetto come

elemento testuale (art. 62 lett. b) valido solo ai fini probatori.

133 A. Stanchi, in Guida al lavoro (n. 6 del 3.2.2006), pag. 26. 81

Qualche autore , ritiene che elementi progetto e durata previsti dall'art. 62, siano

134

essentialia negotii, nel senso che essi non possono mai mancare. È imponente,

quindi, a questo punto, capire se l'assenza della forma scritta per tali elementi

indispensabili possa comportare la nullità del contratto. L'assenza della forma

scritta vale sul piano probatorio per tutti gli elementi dell'art. 62, non potendo

causare nei cosiddetti elementi "essenziali” (progetto e durata) conseguenze che

vanno al di là del piano probatorio. A variare, al limite, sarà la maggior difficoltà

che l’assenza della forma scritta di quegli elementi comporta dal punto di vista

probatorio, visto che nel caso in cui non si riesca a dimostrare l’esistenza del

progetto, scatta la sanzione prevista dall’ art. 69, comma 1.

La conversione del contratto di lavoro a progetto

7.

La rubrica dell'art. 69 del D.Lgs. 276/2003 reca il titolo "Divieto di rapporti di

collaborazione coordinata e continuativa atipici e conversione del contratto". La

disposizione contiene tre commi, soprattutto il primo pone un delicato problema

ermeneutico .

135

Esso dispone che "I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa

instaurati senza l'individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro

o fase di esso ai sensi dell'art. 61, comma 1, sono considerati rapporti di lavoro

subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto".

Com'è subito evidente, non viene sanzionata la mancanza della forma scritta, la

cui trasgressione viene regolata dalla disciplina generale sui requisiti essenziali

del contratto, ma viene invece analiticamente regolamentata l'ipotesi in cui non

sia possibile individuare uno specifico progetto. Tale norma prevede una

134 Pedrazzoli M., Tipologie contrattuali a progetto e occasionali (introduzione), in il nuovo

mercato del lavoro: commento al D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 di L. Montuschi, Zanichelli,

Bologna 2004 pag. 761 e ss.

135 A. Perulli, Tipologie contrattuali a progetto e occasionali, in E. Gragnoli - A. Perulli (a cura

di), La riforma del mercato del lavoro e i nuovi modelli contrattuali, commentarlo al D.Lgs. 10

enembre 2003, n. 276, pag. 786. 82

sanzione molto penetrante nei confronti di coloro che avviino collaborazioni che

sono prive di uno specifico progetto , programma di lavoro o fase di esso. È

136

una norma che non ammette obiezioni e che, quindi, non lascia spazio ad

adattamenti e modularizzazioni in quanto prevede una misura sanzionatoria per il

solo fatto di avere concepito un contratto a progetto privo di uno specifico

progetto. Questa norma risponde, quindi, ad una finalità essenzialmente

sanzionatoria ed anche implicitamente dissuasiva essendo volta a prevenire

qualunque ricorso strumentale, arbitrario ed elusivo della fattispecie in esame.

Inoltre, si tratta di una sanzione che non dà adito a diverse interpretazioni, come

quella che considera il rapporto di lavoro subordinato come una prestazione iuris

tantum suscettibile di una diversa qualificazione in relazione alle modalità

concrete di espletamento del rapporto. Si tratta, invece, di una presunzione iuris

et de iure, forse anche eccessivamente perentoria, ed anche con qualche

credibilità incostituzionale, ma che è nonostante tutto perfettamente in linea con

l’ottica anti elusiva di cui il legislatore si è interessato sin dal momento in cui ha

malamente disciplinato la fattispecie in esame.

Come dimostra il testo in esame, l’art. 69, comma 1, è strettamente legato però,

alla disposizione di cui all'art. 61, comma 1 , pertanto la maggiore o minore

137

incisività di tale mezzo sanzionatorio non potrà non dipendere dal ruolo che si

attribuisce al progetto, al programma, alla fase. Nel caso in cui dovesse prevalere

nella giurisprudenza la nozione di progetto come programma aziendale, la reale

portata della riforma verrebbe notevolmente sminuita.

Tale disposizione deve essere letta assieme all'art. 86, comma 1 del medesimo

decreto, il quale afferma che le collaborazioni coordinate e continuative esistenti

136 Trib. Milano, sent. 2 agosto 2006, n. 2655, in Lav. Giur., 2007, 1, 67. Ha ritenuto che per

mancata individuazione del progetto debba intendersi, sia la mancata individuazione formale del

contenuto del progetto o programma, sia la non configurabilità di un effettivo progetto, che non

può ritenersi adeguatamente descritto allorché consista nella semplice descrizione del

contenuto delle mansioni attribuite al lavoratore, senza alcun accenno all’obiettivo che si

intende raggiungere ed alle attività ad esso prodromiche e funzionali al suo conseguimento.

137 Cfr. M. Pedrazzoli, Tipologie contrattuali a progetto e occasionali (introduzione), in Il nuovo

mercato del lavoro :commento al D.Lgs. 10 settembre 2003. n. 276 di L. Montuschi, Zanichelli,

Bologna 2004., pag. 743. L'A. sostiene che l'intercomunicazione diretta tra i due articoli soddisfa

lo scopo di dotare le co.co.co. di una disciplina e razionalizzazione come previsto nella legge

delega. 83

prima dell'entrata in vigore del D.lgs. 276/2003 che non possono essere

ricondotte ad un progetto o ad una fase di esso, mantengono efficacia fino alla

loro scadenza e, in ogni caso, non oltre 24 mesi dalla data di entrata in vigore del

provvedimento in questione, salvo il prolungamento del termine eventualmente

indicato dalla contrattazione collettiva. Si descrive, quindi, una vera e propria

volontà molto chiara del legislatore di eliminare dall'ordinamento quelle

collaborazioni coordinate e continuative che non presentino i requisiti indicati

dall'art. 61, comma 1, poiché esse vengono considerate "socialmente

pericolose” , in quanto possono “imitare” veri e propri rapporti di

138

subordinazione raggirando la disciplina del lavoro subordinato. Tali rapporti si

convertiranno pertanto in rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato .

139

L’art. 69, comma 1, sembra pertanto attribuire una presunzione assoluta (iuris et

de iure) di fraudolenze ai rapporti instaurati contra legem, presunzione pertanto

140

non vincibile in giudizio da prova contraria .

141

Qualche autore ha sollevato dubbi di costituzionalità sulla norma in questione:

142

essa comporterebbe una violazione del principio di indisponibilità del tipo legale

da parte del legislatore, e contrasterebbe con gli artt. 35 e 41 della Costituzione.

138 D. Mezzacapo, La fattispecie "lavoro a progetto", WP C.S.D.L.E. "Massimo D' Antona",

2004, n. 47.pag. 24.

139 Problematicamente M. Mistione, il collaboratore a progetto, in Lav. giur.. 2003, pag. 821.

“Non si capisce come possa essere convertito in lavoro subordinato un lavoro che era senza

orario, senza indicazione di categoria, qualifica e mansioni". Cfr. con F. Liso, op. cit, pag. 27.

nota 41, secondo il quale il lavoratore dopo la conversione conserverebbe le disposizioni a suo

vantaggio.

140 Va segnalata l'opinione di M. Pedrazzoli, op. cit., pag, 743, secondo l'A. l'art. 69, comma 1,

ha un “notevole significato sistematico nel fondare la prospettazione più volte fatta di un doppio

binario".

141 In tal senso G. Sotoro-Passarelli, La nuova figura del lavoro a progetto, in ADL, 2005, pag,

108-109; M. Magnani — S. Spalaro, Il lavoro a progetto, WP C.S.D.L.E. "Massimo D'Antona",

2004, n. 27, pag. 6 e 7; D. Mezzacapo, op. cit., pag. 24 e ss.., A. Pizzoferrato, Il lavoro a

progetto tra finalità antielusive ed esigenze di rimodulazione delle tutele, in Illej n. 1, 2004, pag.

8 e ss.; Massimo D'Antona", 2003, pag. 19 e ss., M. Pedrazzoli, Tipologie contrattuali a

progetto e occasionali (introduzione), in Il nuovo mercato del lavoro: comento al D.Lgs. 10

settembre 2003, n 276 di L. Montuschi, Zanichelli, Bologna 2004, pag. 743.

142 A. Vallebona, La riforma dei lavori, Padova, 2004, pag. Si vede anche M. Miscione,

collaboratore a progetto, in Lav. giur., 2003, pag. 821. L A. trova "imbarazzante" la soluzione

della conversione come sanzione. 84

La prima questione prende le mosse da quanto espresso dalla Corte

costituzionale con riferimento ad alcuni rapporti di lavoro, sostanzialmente

143

subordinati, che erano stati invece qualificati dal legislatore come autonomi. In

tal senso quindi l'art. 69. comma l, sarebbe incostituzionale perché

assoggetterebbe alla disciplina del lavoro subordinato rapporti che non

presentano i requisiti propri di tale fattispecie. Il legislatore quindi “non può

qualificare subordinato un rapporto in effetti autonomo seppur a tempo

indeterminato e sganciato da un progetto o un programma'' . A tale

144

interpretazione si può replicare che la disposizione del tipo legale da parte del

legislatore è stata giudicata illegittima dal giudice delle leggi, con riguardo alle

ipotesi di impostazione del regime del lavoro autonomo a rapporti che

presentavano, invece, i connotati tipici della subordinazione. Nel caso di specie,

invece, la situazione è invertita perché si vorrebbe estendere anche a dei

lavoratori autonomi, la copertura offerta dal lavoro subordinato. La ragione di

fondo quindi è del tutto diversa da quella che ha mosso i giudici della Corte

costituzionale a contestare la legittimità di alcune leggi o accordi .

145

La seconda questione è stata posta per la palese irragionevolezza e compressione

della libertà e autonomia contrattuale con violazione degli artt. 35 e 41 Cost., che

la conversione in questione comporterebbe . Anche tale censura non sembra

146

insuperabile.

Nel nostro ordinamento infatti la libertà di ricorrere ai contratti atipici è

condizionata in base all'ex art. 1322, comma 2, alla realizzazione di interessi

meritevoli di tutela secondo l'ordinamento giuridico. Il legislatore può ben

143 Cfr. Corte cost. 25-29 marzo 1993 n. 121, in foro it, 1993,I, c. 2432 e Corte cost. 21-31

marzo 1994 n. 115, in foro it., 1994, I, c. 2656

144 A. Vallebona, op. cit., pag. 21.

145 Né vale sostenere come fatto da alcun autori, che il lavoratore si vedrebbe costretto alla

subordinazione pur non avendola voluta. Si veda F. Liso, Analisi dei punti critici del decreto

legislativo 276/2003; spunti di riflessione, in WP C.S.D.L.E “Massimo D' Antona", pag. 27, nota

41. L'A. sostiene che questa tesi è "viziata dalla mancata considerazione che la formula

utilizzata dal legislatore dovrebbe essere idonea a conformare il programma negoziale per gli

aspetti di quest'ultimo che possono andare a svantaggio del lavoratore e non, invece, per quelli

che possono comunque essere considerati più vantaggiosi”.

146 A. Maresca, La nuovo disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative: profili

generali, in Guida al lavoro, 2004. n. 4, allegato, Pag. 1 85

considerare contra legem le collaborazioni coordinate e continuative instaurate

senza l'individuazione di uno specifico progetto .

147

La drastica conversione sancita dall'art. 69, comma 1, sarebbe quindi l'effetto

finale del mancato adempimento di un vincolo legale imposta per finalità

antielusive. "Quindi più che una compressione della libertà contrattuale delle

parti, la disposizione mirerebbe a garantire che tale libertà possa esprimersi in

modo trasparente e genuino, cercando di eliminare le “pieghe della legge" che

consentono di ricorrere allo schermo della collaborazione coordinata e

continuativa per occultare un rapporto di lavoro subordinato” .

148

Altra parte della dottrina, invece, preferisce la tesi della presunzione relativa al

fine di fare salva la possibilità del committente di dimostrare in giudizio che il

rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, anche se istaurato senza

l’individuazione di uno specifico progetto, si è in concreto estrinsecato secondo

modalità del lavoro autonomo . Ma l’opinione di chi, in base ai dubbi di

149

costituzionalità che hanno invaso parte della dottrina, ha proposto una lettura

della norma come se essa introducesse una presunzione relativa, non può essere

condivisa.

Secondo tale dottrina sarebbe possibile al committente provare l'insussistenza

della subordinazione presunta. Questa impostazione contrasta non solo con lo

scopo che la legge si propone di realizzare, ma presuppone un'inversione logica

dei primi due commi dell'art. 69. che finirebbe "per privare di qualsiasi

significato l'art. 69, comma l, schiacciandolo sotto la portata normativa del

comma 2 ”.

150

147 G. Santoro – Passarelli, La nuova figura del lavoro a progetto, in ADL, 200, pag, 109.

148 A. Perulli, Tipologie contrattuali a progetto e occasionali, in E. Gragnoli – A. Perulli (a cura

di), La riforma del mercato del lavoro e i nuovi modelli contrattuali, commentario al D.Lgs. 10

settembre 2003, n. 276, pag. 789.

149 Questa è la tesi recepita anche nella circolare Ministeriale del Lavoro e delle Politiche

Sociali n. 1 del 2004, che appunto ritiene ammissibile la prova contraria fornita dal committente.

150 De Luca Tamajo R., Dal lavoro subordinato al lavoro a progetto, WP C.S.D.L.E. “Massimo

D’Antona”, 2003, pag. 21; Magnani M. – Spataro S., Il lavoro a progetto, WP C.S.D.L.E.

“Massimo D’Antona”, 2004, n. 27, pag. 7. 86

I committenti, infatti, sarebbero spinti a chiedere al giudice , dimostrare la

presenza del progetto, un'indagine sulle effettive e concrete modalità di

svolgimento del rapporto, dovrebbero cioè prima provare l'assenza di

subordinazione per far qualificare il contratto come lavoro a progetto.

Inoltre nel caso in cui il rapporto non si configuri come subordinato nel concreto,

l'assenza del progetto comporterebbe comunque la sanzione di cui all’art. 69,

comma 1 e quindi la conversione del contratto. Un’ interpretazione difforme

comporterebbe infatti il riconoscimento della nullità del contratto, privando il

lavoratore di qualsiasi tutela.

Per quanto riguarda poi il secondo comma dell'art. 69, esso stabilisce che

"Qualora venga accertato dal giudice che il rapporto instaurato ai sensi dell'art.

61 comma 1 sia venuto a configurare un rapporto di lavoro subordinato, esso si

trasforma in un rapporto subordinato corrispondente alla tipologia negoziale di

fatto realizzatasi tra le parti".

È evidente la netta differenza con il comma precedente. In questa ipotesi il

progetto è individuato, ma nella concreta attuazione del rapporto, le modalità del

suo svolgimento hanno configurato un rapporto di lavoro subordinato . Quindi

151

tale comma dichiara come la presenza di un progetto, non è di per sé sufficiente a

poter garantire che un rapporto non sia di lavoro subordinato, ed anche con la

presenza di tale elemento il giudice potrebbe, infatti. "approdare ad una

qualificazione del relativo rapporto nel senso della subordinazione, perché risulta

simulato il contratto oggetto di controllo" . In questa ipotesi, secondo l'articolo

152

69, comma 2, ultima parte, la trasformazione potrà avvenire anche da lavoro a

progetto in lavoro a termine o part-time, quindi non necessariamente si avrà una

trasformazione in lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato.

151 Sul punto si veda Tribunale di Milano, sez. lav., sentenza del 10 novembre 2005 in

www.csmb.unimo.it

152 Pedrazzoli M., Tipologie contrattuali a progetto e occasionali (introduzione), in il nuovo

mercato del lavoro: commento al D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276 di L. Montuschi, Zanichelli.

87

Il corrispettivo

8.

La fattispecie lavoro a progetto è individuata, quindi, come un nuovo tipo

contrattuale distinto dalle vecchie co.co.co. e caratterizzato da un adempimento

che, a seconda dei casi, può essere istantaneo o durevole .

153

Una tale definizione non può non avere risvolti sulla disciplina del lavoratore a

progetto, contenuta negli artt. da 63 a 68 del D. lgs. 276/2003.

L'art. 63 reca la rubrica “Corrispettivo" e prevede che “il compenso corrisposto

ai collaboratori a progetto deve essere proporzionato alla quantità e qualità del

lavoro eseguito, e deve tenere conto dei compensi normalmente corrisposti per

analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto”.

La norma parla di compenso e non di retribuzione, nozione quest'ultima tipica del

lavoro subordinato . Questa indicazione segnala una prima differenza rispetto

154

ai criteri previsti dall'art. 36, della Costituzione, ed essa non e l'unica, né la

fondamentale. Una novità rispetto all'art. 47, lett. c-bis del Tuir, norma fiscale

che disciplinava precedentemente il compenso delle co.co.co. , è costituita dal

155

fatto che il corrispettivo, ora, è diventato proporzionato alla quantità e qualità del

lavoro eseguito dal collaboratore .

156

Si ripropone così il principio di proporzionalità in modo simile a quanto

delineato nel disegno di legge Smuraglia, dove però si richiedeva, in aggiunta,

153 V. D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi del lavoratore a progetto, in Il lavoro nella

giurisprudenza, n. 1, 2006, pag. 29 e ss., L’A parla in tal caso di una “doppia anima” della

fattispecie del lavoro a progetto.

154 Nel lavoro subordinato la funzione o causa del contratto è lo scambio tra l’attività svolta alle

dipendenze e sotto la direzione del datore di lavoro per un certo tempo, e la retribuzione.

155 Secondo tale norma il compenso doveva essere “predeterminato e periodico”.

156 V. A. Perulli , Tipologie contrattuali a progetto e occasionali, in E. Gragnoli A. Perulli (a cura

di), La riforma del mercato del lavoro e i nuovi modelli contrattuali, commentario al D.lgs. 10

settembre 2003, n. 27.pag. 750. L'A. mette in risalto una distinzione tra il lavoro a progetto e il

contratto d'opera. Mentre nel secondo il corrispettivo consiste nel quantum debeatur fissato in

relazione all'equilibrio contrattuale creatosi, nel lavoro a progetto il legislatore “fissa i termini

dello scambio a parametri oggettivi (proporzionalità). 88

che il compenso fosse comunque non inferiore ai minimi contrattuali previsti per

prestazioni analoghe a favore dei dipendenti .

157

Questa previsione è apparsa positiva e necessaria per evitare abusi e per rendere

il corrispettivo del prestatore di lavoro a progetto più adeguato, di quanto si

verificasse in passato, nelle co.co.co.. La legge delega n. 30/2003 all'art. 4, lett. c,

n. 1, segnala, infatti, tra i principi e criteri direttivi che il Governo deve rispettare

con riferimento alle collaborazioni coordinate e continuative “... l'indicazione di

un corrispettivo, che deve essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro”.

Il decreto di attuazione parla invece di proporzionalità rispetto alla quantità e

qualità del lavoro "eseguito ”, mettendo in luce un secondo tratto di diversità

158

tra la disposizione in questione e l'art. 36 della Costituzione.

Probabilmente questa precisazione contenuta nell'art. 63 è la conseguenza di una

corrente giurisprudenziale diffusa, che tende a negare l'applicazione dell’art. 36

ai rapporti di lavoro diversi da quello subordinato, come quelli di natura

associativa od autonoma .

159

Non è casuale, infatti, il riferimento della Costituzione ad una retribuzione

proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto dal lavoratore se infatti nel

lavoro subordinato la funzione economico-sociale del rapporto è rappresentata

oltre che dal corrispettivo, dall'attività del lavoratore, e quindi da una prestazione

non finalizzata alla realizzazione di un singolo risultato, sembra appropriato il

riferimento generico al "suo lavoro" rispetto al lavoratore subordinato, poiché la

sua prestazione è volta ad un soddisfacimento continuo del datore di lavoro in un

arco temporale molto ampio. Nel lavoro a progetto, invece, l'attività del

prestatore di lavoro è diretta, come per il contratto d'opera, alla realizzazione di

un risultato o più risultati, il "lavoro eseguito” quindi è qui più facilmente

individuabile, poiché soltanto in base al raggiungimento del risultato il lavoratore

a progetto può essere considerato adempiente. In questo caso dunque "l'eseguito",

157 V. art. 1, comma 1, lett. b, del d.d.l. Smuraglia

158 Mette in evidenza tale riferimento Mezzacapo D., Diritti ed obblighi del lavoratore a

progetto, in Il lavoro nella giurisprudenza, n.1, 2006, pag. 30.

159 M. Grandi, Commentario breve alle leggi sul lavoro, a cura di M. Grandi, G. Pera, Padova,

CEDAM, 2001, pag. 45 e ss. 89

è importante anche per la determinazione del compenso, che deve rispettare il

principio di proporzionalità alla quantità e qualità del lavoro. Un'attenta dottrina

ha, infatti, precisato come il riferimento al compimento della prestazione

lavorativa, sembri "più idoneo ad evocare l'esecuzione dell'opera di cui all'art.

2224 c.c., piuttosto che la generica prestazione di una attività lavorativa” come

160

invece è individuata dall'art. 36 della Costituzione. Secondo tale orientamento,

una interpretazione in senso contrario potrebbe essere giustificata soltanto nel

caso in cui si ritenga “che la prestazione del collaboratore a progetto possa

consistere anche nella sola messa a disposizione dalle proprie energie

lavorative”, e quindi non necessariamente volta alla realizzazione di un risultato

o più risultati all'interno del progetto. In questa situazione ovviamente la

prestazione non sarebbe molto differente da quella di un lavoratore subordinato,

pertanto il generico riferimento al “suo lavoro” di cui all'art. 36 Cos. sarebbe

compatibile col lavoro a progetto. Con questa conclusione non solo verrebbe

ridotto il valore della precisa scelta del legislatore, ma, una interpretazione volta

ad intendere la prestazione di lavoro a progetto come obbligazione di mezzi 161

svincolata da un risultato, renderebbe la riforma delle co.co.co. del tutto inutile,

data la finalità antifraudolenta della disciplina . Possiamo concludere quindi

162

che, nonostante il richiamo dell'art. 63 al principio di proporzionalità del

compenso alla qualità e quantità del lavoro svolto richiami il principio di cui

all'art. 36 della Costituzione, il compenso del collaboratore a progetto si

differenzia de quello del lavoratore subordinato.

Il mancato richiamo al criterio della sufficienza e le caratteristiche peculiari della

collaborazione a progetto spingono ed individuare tale principio come “mero

160 V. D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi del lavoratore a progetto, in Il lavoro nella

giurisprudenza, n. 1, 2006, pag. 30.

161 Il tal senso di veda il Trib. Torino 5 aprile 2004 in Guida al lavoro, 2005, n. 22.

162 V. D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi del lavoratore a progetto, in Il lavoro nella

giurisprudenza, n. 1, 2006, pag. 30. 90

parametro di valutazione economica resa dal collaboratore” alla stregua di

163

quelli indicati negli arti. 2225 e 2233, comma 2, c.c. 164

Obbligo di riservatezza: la possibilità per il collaboratore di svolgere la

9. sua attività a favore di più committenti

Nel D.Lgs. n. 276/2003 sono previsti elementi fisiologici della collaborazione a

progetto e cioè il vincolo del risultato e l' indipendenza dal potere direttivo, che

sottolineano la natura autonoma di questo rapporto. Dall'altro lato però, ci sono

caratteristiche che richiamano istituti propri del lavoro dipendente. L'obbligo di

riservatezza del lavoratore a progetto fa parte di essi perché l' art. 64 rievoca la

disciplina dell' obbligo di fedeltà nel lavoro subordinato.

Vi è però un'importante differenza tra le due norme. La rubrica dell' art. 2105 c.c.

reca, infatti, il titolo "obbligo di fedeltà" mentre quella dell’ art. 64 "obbligo di

riservatezza”. La diversa scelta dei termini della rubrica da parte del legislatore e

il conseguente minor grado di costrizione che consegue al titolo dell'art. 64,

sembra però essere in contrasto con il dispositivo della norma, in un certo senso

più incisivo di quello previsto dall’art. 2105 c.c .

165

La presenza contemporanea di caratteristiche proprie della fattispecie di lavoro

autonomo e di lavoro subordinato ha reso, secondo alcuni autori, “non

correttamente calibrate" le tutele del lavoratore a progetto . L'art. 64, comma 1,

166

del decreto prevede che il collaboratore a progetto possa svolgere la sua attività a

favore di più committenti, salvo che le parti abbiano stipulato diversamente. In

163 G. Leone, le collaborazioni (coordinate e continuative) a progetto, in Riv. Giur. Lav., 2004,

pag. 103.

164 In tal senso F. Lunardon, Lavoro a progetto e lavoro occasionale, in F. Carinci (coordinato

da), Commentario al D. lgs. 10 settembre 2003, n 276, Milano, 2004, vol. IV, Tipologie

contrattuali a Progetto e occasionali, pag. 23. Di "scollamento" rispetto ai criteri di cui all'art.

2225 parla però Magnani - S. Spataro, Il lavoro a progetto, WP C.S.D.L.E. “Massimo D’Antona”,

2004, n. 27, pag. 10, in termini simili si veda anche E. Ghera ., Sul lavoro a progetto, pag. 213

165 In tal senso L. Castelvetri, Il lavoro a progetto, finalità e disciplina, in M. Tiraboschi (a cura

di), la riforma Biagi del mercato del lavoro, Milano 2004, Giuffrè, pag. 160

166 G. Z. Grandi, Sub art. 64, in Tipologie contrattuali a progetto e occasionali, in E. Gragnoli-

A. Perulli (a cura di), La riforma del mercato del lavoro e i nuovi modelli contrattuali,

commentario al D.Lgs.. 10 settembre 2003, n. 276, pag. 755, l'A. cita in parte G. Ferraro,

Tipologie di lavoro flessibile, Torino, 2004, pag. 249. 91

assenza di precise indicazioni, il patto contrario può essere, sia contestuale che

successivo all'instaurazione dei rapporto . Come detto, nonostante l'assenza

167

nella legge di una disposizione a riguardo, si ritiene che il prestatore, laddove si

obblighi all'esclusiva, dovrà percepire comunque un compenso maggiore .

168

Sicuramente non è un vanto per il legislatore non aver disciplinato in maniera

specifica l'eventualità del patto di esclusiva, dato che esso limita in maniera forte

l'indipendenza di un lavoratore autonomo, quale è il collaboratore a progetto.

Secondo qualche autore , l’assenza di esclusività può lasciare al lavoratore una

169

libertà di manovra che non è del tutto compatibile con le caratteristiche

dell'impegno assunto.

La presenza di più committenti sembra essere quindi l'ipotesi fisiologica per il

contratto in questione. Essa pero deve essere coordinata con la previsione del

comma 2 dell'art. 64, secondo il quale il collaboratore "non deve svolgere attività

in concorrenza con i committenti". Alcuni giuslavoristi pongono l'attenzione su

170

come nella legge delega non vi sia alcuna traccia della disposizione in questione

e come l'art. 64 abbia una portata del tutto diversa dall'art. 1743 c.c., che

disciplina il diritto all'esclusiva come elemento naturale del contratto di agenzia.

La disposizione codicistica infatti delinea una duplice portata dell'esclusiva, essa

opera sia a favore del committente, sia a favore dell'agente. Il preponente non si

può avvalere contemporaneamente di più agenti nella stessa zona per la stessa

attività e l'agente non può assumere l'incarico di trattare nella stessa zona e per lo

stesso ramo gli affari di più imprese in concorrenza tra loro.

167 V. Pinto, La categoria giuridica delle collaborazioni coordinate e continuative e il lavoro a

progetto, WP C.S.D.L.E. "Massimo D' Antona" n. 72, 2005, pag. 24.

168 D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi..., op. cit., pag. 31; contra R. De Luca Tamajo, Dal lavoro

parasubordinato, op. cit., pag. 24 e A. Viscomi, op. pag. 326.

169 M. Papaleoni, Il lavoro a progetto o occasionale, in Diritto del lavoro i nuovi problemi, II,

CEDAM, 2003, pag. 1378.

170 M. Pedrazzoli, op.cit., pag. 783. 92

Nell'art. 64, invece, è molto arduo individuare un'esclusiva a favore del

collaboratore che, come nell'agenzia, comporti un obbligo nei confronti del

committente di avvalersi di un solo collaboratore a progetto .

171

Inoltre la possibilità del lavoratore di prestare la propria opera per più

committenti trova ulteriori limiti nei divieti che gli vengono imposti dal comma

dell'art. 64. D.lgs. n. 273/2003. Ai sensi di tale articolo il collaboratore a progetto

non può: svolgere attività in concorrenza con i committenti; diffondere notizie e

apprezzamenti attinenti ai programmi e alla organizzazione dei committenti;

compiere atti in pregiudizio della attività dei committenti.

La maggior parte della dottrina , ritiene che tale disposizione estenda al

172

lavoratore a progetto il contenuto degli obblighi previsti nell'art. 2105 c.c..

La norma codicistica impone infatti tre preclusioni al lavoratore subordinato,

173

parzialmente uguali a quelle previste dall'art. 64 del decreto.

Tale norma costituisce cioè "una sorta di parafrasi dell’art. 2105 c.c., con piccole

varianti prese a prestito dall'art. 2598 c.c., specie nel suo n. 2, in materia di

concorrenza sleale .

174

Le regole introdotte dal legislatore del 2003 presentano piccole differenze

rispetto all'art. 2105, anche se esse, per qualche autore, sono "oltremodo gravose

per il collaboratore" .

175

La prima limitazione è in linea non solo con l'art. 2105 c.c., ma anche con

precetti di portata più generale come il comportamento secondo correttezza

richiamato dall'art. 1175 c.c. e l'esecuzione di buona fede citata dall'art. 1375 c.c..

171 M. Pedrazzoli, op. cit., pag. 784; è dello stesso avviso M. Papaleoni, op. cit., pag. 1378.

172 M. pedrazzoli, op. cit., pag. 786; F. Lunardon, op. cit., pag. 59; E. Vitiello, I nuovi rapporti di

lavoro secondo la "Riforma Biagi", CEDAM, Padova, 2004, pag. 219; A. Viscomi, Lavoro a

progetto e occasionale: osservazioni critiche, in G. Ghezzi (a cura di) Il lavoro tra progresso e

mercificazione, commento critico al D.Lgs. 276/2003, Ediesse, Roma, pag. 326; M. Papaleoni,

op. pag. 1378; G. Leone, op. cit., pag. 105; D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi..., op. cit, pag. 35;

G. Z. Grandi, op. cit., pag. 755.

173 In riferimento alla triplicità delle obbligazioni nei confronti del collaboratore si veda L.

Castelvetri, Il lavoro a progetto: finalità e disciplina, in M. Tiraboschi (a cura di), La riforma Biagi

del mercato del lavoro, Milano, 2004, Giuffrè, pag. 163.

174 M. Pedrazzoli, op. cit., pag. 785.

175 A. Viscomi, op. cit., pag. 326. 93

Ovviamente si potrà parlare di concorrenza soltanto quando l'attività del

collaboratore sia potenzialmente idonea a contendere la clientela al

committente .

176

Il divieto di concorrenza non riguarda soltanto il caso in cui il collaboratore

svolga la sua attività per un committente concorrente ad un altro con cui si sia già

impegnato, ma anche l'ipotesi di attività in proprio concorrente con quella di uno

dei committenti . II contratto infatti obbliga le parti non solo a quanto è espresso

177

nel medesimo, ma anche a tutte le conseguenze che ne derivano secondo la legge,

gli usi e l'equità secondo quanto affermato nell'art. 1374 c.c.. Questa

affermazione è in contrasto con la possibilità del collaboratore di poter svolgere

l'attività per più committenti, soprattutto se la sua competenza è specialistica. Per

questo motivo alcuni autori ritengono che il divieto in questione sia relativo

178

soltanto all'attività del collaboratore e non alle tipologie di attività svolte dai

committenti dello stesso. La dottrina, infine, ritiene possibile un accordo col

quale le parti regolino un divieto di concorrenza successivo allo scadere del

rapporto lavorativo del prestatore. Secondo parte di essa , tale accordo potrà

179

anche ricalcare il patto di non concorrenza previsto per il lavoratore subordinato

dall’art. 2125 c.c., ma in questo caso le parti potranno anche derogare allo stesso,

poiché tale norma non si applica al lavoratore autonomo. In assenza di una

espressa pattuizione a riguardo, il divieto di concorrenza cessa quindi con

l'estinzione del contratto . Il secondo divieto riguarda la diffusione di notizie e

180

apprezzamenti attinenti ai programmi ed alla organizzazione di essi. Come è

stato precisato in dottrina , la norma contiene probabilmente due divieti distinti

181

176 V. Pinto, op. cit., pag. 25.

177 M. Pedrazzoli, op. cit., pag. 786.

178 G. Z. Grandi, op. cit., pag. 760.

179 F. Lunardon, op. cit., pag. 61.

180 M. Pedrazzoli, op. cit., pag. 786; D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi…, op. cit., pag. 35.

181 V. Pinto, op. cit., pag. 25. 94

al suo interno. Il primo riguarda la semplice divulgazione di notizie riservate, il

secondo il diffondere apprezzamenti, ossia giudizi di valore .

182

A differenza del patto di non concorrenza e del divieto di atti pregiudizievoli,

l'obbligo di riservatezza permane anche dopo la conclusione del contratto, con un

conseguente prolungamento nel tempo della responsabilità risarcitoria del

collaboratore . A tal proposito secondo alcuni autori “sarà ben difficile che un

183 184

collaboratore a progetto si occupi di tali e svariate attività da non scontrarsi mai

con precedenti committenti sul piano del medesimo tipo di attività da esso

svolte”. Il testo normativo si riferisce soltanto al programma, ma non c'è motivo

per non ampliare tale disposizione anche al progetto o alla fase di lavoro. Inoltre

sembra che la discrezione da parte del collaboratore non debba riguardare

l'organizzazione e i metodi di produzione dell'impresa come avviene invece per

l'art. 2105 c.c., poiché essi sono normalmente a lui sconosciuti. Pare, dunque,

opportuna la limitazione di questo divieto ai programmi da realizzare, ai progetti

e alle fasi, e , quindi, alla sola organizzazione di questi .

185

L'ultimo divieto riguarda il "compiere, in qualsiasi modo, atti in pregiudizio della

attività dei committenti”. Questa nozione risulta addirittura più estesa rispetto a

quella prevista dall'art. 2105 c.c. , poiché non riguarda le sole notizie, ma

186

qualsiasi tipologia di atti che possono danneggiare l'impresa, che non siano

compresi negli altri due divieti.

182 V. Pinto, op. cit., pag. 25.

183 A. Miranda e E. Vitiello, in Manuale pratico del rapporto di lavoro subordinato, Padova,

1999, pag. 179. Ed ancora E. Vitiello, op. cit., pag. 219; D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi…, op.

cit., pag. 35.

184 G. Z. Grandi, op. cit., pag. 759.

185 E. Vitiello, op. cit., pag. 219; D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi…, op. cit., pag. 35; contra A.

Viscomi, op. cit., pag. 326 secondo questo autore infatti “esprimere insoddisfazioni per

l’organizzazione e i ritmi di lavoro potrebbe rappresentare addirittura apprezzamento inviso al

committente e non ammesso dalla legge”.

186 E. Vitiello, op. cit., pag. 219. 95

L'estinzione del contratto per la realizzazione del progetto o programma

10. o fase di esso

Ai sensi dell'art. 67, comma 1, del D.Lgs. 276/2003 “ I contratti di lavoro di cui

al presente capo si risolvono al momento della realizzazione del progetto o del

programma o della fase di esso che ne costituisce l’oggetto”.

Questo disposto sembra evidenziare due aspetti. Il Primo aspetto è che il

progetto, il Programma, la fase di esso compongono l'oggetto del contratto. Il

secondo è che non sempre, nel contratto in questione, si può ricollegare la

realizzazione del progetto ad un termine ma in alcuni casi l'apposizione di una

scadenza è superflua, poiché il contratto può risolversi anche prima con la

realizzazione del risultato.

II secondo assunto è giustificato dal fatto che nell'art. 67, comma 1, è previsto un

criterio generale di estinzione per adempimento, in modo che "anche se ex post si

constatasse una perfetta sincronia dei due momenti, l'estinzione del contratto è

comunque sancita dalla realizzazione del progetto, non dalla scadenza dcl

termine" . Questa parte della norma sembra essere indirizzata ai casi in cui il

187

rapporto sia caratterizzato da un adempimento istantaneo e, quindi, di

conseguenza il termine rappresenta il periodo massimo entro il quale deve

avvenire l'adempimento. Se quindi l'esecuzione avviene prima della scadenza, il

collaboratore sarà adempiente e gli verrà corrisposto il compenso pattuito al

momento della stipulazione del contratto. Una volta che il progetto è stato

realizzato, non si ha una continuazione dell'attività, perché manca la ragione che

giustifica il contratto voluto dalle parti.

Gli obblighi di cui agli artt. 64-66 verranno meno, non potendo gravare

ulteriormente né sul committente, né sul collaboratore. In base all'art. 64, infatti,

l'estinzione del contratto causa la cessazione nei confronti del collaboratore sia

del compimento di atti pregiudizievoli nei confronti del committente sia del

divieto di concorrenza. Non verrà sospeso invece il dovere di non diffondere

notizie e apprezzamenti riguardanti i programmi e la loro organizzazione, poiché

187 M. Pedrazzoli, op. cit., pag. 817 – 818. 96

tale onere rientra nel più generale "obbligo di riservatezza". Il lavoro a progetto,

però, può configurarsi anche come il collaboratore sarà contratto di durata in

senso tecnico. In questa ipotesi, adempiente quando la ripetizione del medesimo

risultato avvenga per tutto l’arco temporale previsto nel contratto, oppure quando

i diversi risultati stabiliti siano realizzati per tutto il periodo convenuto.

La ricostruzione della fattispecie come rapporto anche di durata, non è però in

contrasto con l'art. 67 del decreto, poiché esso, al 2° comma, afferma che le parti

possono anche recedere prima della scadenza del termine per giusta causa o

secondo le diverse modalità stabilite nel contratto.

L’ apposizione di un termine richiama dunque i contratti di durata in senso

tecnico, nei quali la prestazione lavorativa è stabilita in funzione del tempo.

Il termine e la sua scadenza, in questo secondo comma, riacquistano importanza,

poiché il contratto si estingue solo quando i risultati pattuiti siano stati realizzati

per tutto il periodo previsto nel contratto. Per la dottrina, il recesso per giusta

causa ex art. 67, comma 2, sembra avere un'efficacia

irretroattiva, che non può pregiudicare la prestazione già eseguita, in linea con le

ipotesi di recesso nei rapporti di durata .

188

Si può concludere che entrambe le anime della collaborazione a progetto sono

comprese nella nonna relativa all'estinzione del contratto, e che soltanto aderendo

alla dottrina che evidenzia questo dualismo di fattori radicato nella fattispecie

lavoro e progetto, si può risolvere l'apparente contraddizione tra i due commi

dell'art. 67.

Il recesso per giusta causa

11.

Ai sensi dell'art. 67, comma 2 del decreto, salvo diversa pattuizione tra le parti,

queste possono recedere prima della scadenza del termine soltanto per giusta

causa. La durata della prestazione lavorativa, comunque, può essere determinata

188 G. Santoro – Passarelli, la nuova figura del lavoro a progetto, in AA.VV., Diritto del lavoro. I

nuovi problemi. L’omaggio dell’accademia a Mattia Persiani, II, 2005, pag. 106. 97

o determinabile ex art. 62 lett. a, potendo il contratto prevedere un termine,

certus quando oppure un termine individuato per relationem nel senso che la

motivazione può essere espressa anche con riferimento ad atti del procedimento

amministrativo, come ad esempio pareri o valutazioni tecniche. Nel secondo caso

la dottrina ha dichiarato chiaramente come “ il progetto, programma o la fase

non possono essere entità tanto compatte ed univoche, da rendere di per sé

evidente e sicura per relationem la quantità di tempo che dovrà essere impiagato

per il loro perfezionamento” .

189

Una indicazione imprecisa o indeterminata, in merito può semplicemente

raggirare la disciplina normativa e permettere al committente di beneficiare del

collaboratore a tempo indeterminato. Si pensi ad esempio all'ipotesi in cui il

termine determinabile coincida con il compimento del progetto. In questa

circostanza "il collaboratore che non realizza il progetto non potrà mai essere

considerato inadempiente perché, a stretto rigore, il termine stabilito per l’

adempimento coincide con l' adempimento stesso" .

190

Dunque l'indicazione nel contratto di un termine non preciso e legato alla stessa

conclusione del progetto, potrebbe rendere perenne il vincolo del collaboratore a

progetto. Tornando alla giusta causa di recesso, essa, stante la lettera della legge,

consente lo scioglimento del vincolo contrattuale senza il bisogno di alcun

preavviso ( c.d. recesso straordinario) . Il concetto di giusta causa, fa tornare

191

alla mente l'elaborazione dottrinale e giurisprudenziale che ha accompagnato

l'art. 2119 c.c., norma che, come si sa, non dà una nozione di giusta causa, ma si

limita a descriverne gli effetti . Una parte della dottrina , senza particolari

192 193

indicazioni, ha ritenuto che si può estendere anche al lavoro a progetto il tenore

della giusta causa prevista per il lavoro subordinato. Essa è definita dall'art. 2119

189 M. Pedrazzoli, op. cit., pag. 820.

190 D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi…, op. cit., pag. 37.

191 M. Papaleoni, op. cit., pag. 1381.

192 G. Santoro – Passarelli, Diritto dei lavori, Torino, 2002, pag. 93.

193 L. De Angelis, La morte apparente delle collaborazioni coordinate e continuative, in Viscomi

A. (a cura di), Diritto del lavoro on line, www.unicz.it/lavoro/RICERCAMISCELLANEA.htm, pag.

. 225.

7; E. Vitiello, op. cit., pag 98

c.c. come la ragione che non consente la continuazione, neanche provvisoria, del

rapporto di lavoro. Vi sono, però, due nozioni di giusta causa ex art. 2119 c.c..

Una prima interpretazione ritiene che la giusta causa sia sempre costituita da un

inadempimento del lavoratore, un'altra, afferma invece che essa possa essere

rappresentata anche da qualsiasi azione idonea a far venir meno la fiducia tra le

parti . Cosi alcuni , in modo più prudente, ritengono non si possa applicare al

194 195

lavoro a progetto l'esperienza relativa all'art. 2119 c.c.. Più precisamente c'è chi

ritiene utilizzabile per la fattispecie lavoro a progetto, solamente la lettura di

giusta causa come inadempimento del lavoratore che non sia di scarsa

importanza ex art 1455 c.c . Questi autori si oppongono dunque ad una

196

ricostruzione della giusta causa, quale fattore anche esterno al rapporto, idoneo a

far venir meno la fiducia tra le parti del contratto di lavoro a progetto. Tale

elaborazione rievoca l'art. 1751, comma 2, c.c. sui casi in cui il proponente non è

tenuto a pagare all'agente l'indennità di cessazione del rapporto. Cosi, sarebbe ad

esempio, un’ ipotesi di giusta causa di recesso, la violazione dell'art. 64, sia nel

caso di mancato rispetto dell'esclusiva concordata, sia nel caso in cui non siano

osservati i tre obblighi gravanti sul collaboratore previsti dal comma 2 e cioè

divieto di concorrenza, di diffusione di notizie e apprezzamenti sui programmi, di

compiere atti pregiudizievoli . Vi è poi un'opinione, secondo la quale, sia la

197

giurisprudenza sulla giusta causa nel lavoro dipendente, sia quella relativa alla

giusta causa di recesso dal contratto d'opera, possono costituire "un ricco arsenale

esemplificativo” nella valutazione del recesso legale prima della scadenza dal

198

contratto a progetto. Qualunque sia la disciplina applicabile, il giudice dovrà

sempre accertare l'esistenza dei fattori comportanti la giusta causa di recesso.

194 G. Santoro – Passarelli, Diritto dei lavori, Torino, 2002, pag. 93.

195 A. Viscomi, op. cit., pag. 328 che sottolinea come in questo caso la giusta causa dovrà

essere definita “ dall’attività di prudente concretizzazione del giudice”.

196 U. Gargiulo, il recesso nel lavoro a progetto tra volontà delle parti e diritto dei contraenti, in

Arg. Dir. Lav., 2004, pag. 905.

197 G. Leone, op. cit., pag. 111; più cauto a riguardo è U. Gargiulo, , op. cit., pag. 907.

198 L. Castelvetri, Il lavoro a progetto: finalità e disciplina, in M. Tiraboschi (a cura di), La

Riforma Biagi nel mercato del lavoro, Milano, 2004, Giuffrè, pag. 167. 99

Laddove essi non siano rilevati dall'interprete, sarà possibile per il collaboratore

esperire un'azione risarcitoria per il pagamento del corrispettivo pattuito sino alla

scadenza, indebitamente risolto dal committente . La previsione legale del

199

recesso per giusta causa è però accompagnata dall'ipotesi di recesso

convenzionale prevista nell'ultima parte del 2° comma. Sembra in questo caso

preferibile l'opinione di chi considera "alternative e non cumulative" le due

200

ipotesi di recesso.

Ritenere che entrambe le cause di recesso possano coesistere all'interno di un

rapporto contrattuale, sminuirebbe infatti il valore della disciplina legale, potendo

le parti pattuire cause molto meno restrittive della giusta causa per svincolarsi dal

rapporto di lavoro.

Il recesso ad nutum: libertà dei contraenti di includere il preavviso

12.

Come anticipato, dal contratto a progetto si può recedere prima della scadenza

del termine, anche secondo le diverse causali o modalità, incluso il preavviso,

stabilite dalle parti nel contratto di lavoro individuale . Il Ministero del Lavoro,

201

con la già più volte citata circolare n. 1/2004, in merito ha chiarito che "si deve

ritenere pertanto che indipendentemente dal termine apposto al contratto qualora

il progetto sia ultimato prima della scadenza il contratto debba intendersi risolto.

Tuttavia se, come ha inteso il legislatore, è il progetto l'elemento caratterizzante

della collaborazione il corrispettivo determinato nel contratto sarà dovuto

comunque per l'intero”.

Mentre dunque il recesso per giusta causa è sempre possibile in un contratto di

lavoro a progetto in assenza di altre indicazioni, altri casi di recesso sono validi

soltanto se previsti in modo convenzionale dalle parti nel contratto.

Si noti da subito l'incongruenza tra quanto invece previsto nella norma. La prima

sembra introdurre il preavviso come un requisito fondamentale del recesso nel

contratto di lavoro a progetto.

199 M. Papaleoni, op. cit., pag. 1381.

200 D. Mezzacapo, Diritti ed obblighi…, op. cit., pag. 37.

201 Art. 67, comma 2, ultima parte. 100

Il contenuto della norma invece testimonia come l’indicazione di questo, non è

vincolante nei confronti delle parti, le quali sono assolutamente libere di non

inserire una tale precisazione nel contratto. Secondo la dottrina prevalente, la

norma in questione rimette ai contraenti la facoltà di prevedere nel contratto

anche un vero e proprio recesso ad nuntum.

L’opinione sembra condivisibile, soprattutto perché le parti possono recedere,

secondo l’art. 67, comma 2, non solo prevedendo altre cause di recesso, ma

anche senza motivo, disciplinando solamente una diversa modalità di recesso. Il

riferimento al preavviso infatti, sembra essere una indicazione esemplificativa di

una diversa modalità di recesso, e non una causale alternativa alla giusta causa .

202

Una comunicazione per iscritto della volontà di esercitare il potere derivante

dall'accordo tra le parti o dalla legge, di recedere unilateralmente da un contratto,

può costituire ad esempio una diversa modalità di recesso alternativa alla giusta

causa. La previsione di un recesso ad nutum stabilito da un patto per un contratto

a termine, qual è quello di lavoro a progetto, risulta, secondo alcuni, anomala e

senza precedenti .

203

Questa forma di recesso è infatti tradizionalmente prevista per contratti a lungo

termine e giustificata dall'avversione del legislatore, nei confronti della perennità

dei vincoli contrattuali. Altri autori quindi affermano che il recesso rimane un

atto causale, poiché il riferimento a "diverse causali" nell'art. 67 è incompatibile

con un recesso libero dei contraenti . Questa ricostruzione ha il pregio di voler

204

tutelare fortemente il collaboratore che normalmente è la parte più interessata al

proseguimento del rapporto contrattuale. Essa però sembra esulare dal contenuto

letterale della norma, la quale indica espressamente, con l'uso della disgiuntiva

“o”, che l’apposizione di diverse modalità di recesso è alternativa a quella di

ulteriori causali. Nello stesso errore incorre la circolare ministeriale laddove nel

202 U. Gargiulo, il recesso nel lavoro a progetto tra volontà delle parti e diritto dei contraenti, in

Arg. Dir. Lav., 2004, pag. 910.

203 U. Gargiulo, op. cit., pag. 909.

204 M. Pedrazzoli, op. cit., pag. 825. 101

punto VIII specifica che "le pani possono recedere prima della scadenza del

termine per giusta causa ed altre cause e modalità (incluso il preavviso)...".

In riferimento al preavviso, se esso è stabilito in modo convenzionale, la sua

previsione "può oscillare tra poche ore e diversi mesi" non essendovi parametri

certi a riguardo, data l'assenza di una contrattazione collettiva applicabile .

205

Se il recesso dovesse avere effetto immediato senza preavviso, alcuni

giuslavoristi ritengono poi debba essere corrisposta un'indennità sostitutiva.

206

Sembra infitte che non sia necessaria la forma scritta per la comunicazione della

volontà di recedere. Alcuni autori , in linea con orientamenti passati ,

207 208

ritengono che, non essendo prevista la forma scritta per la validità del contratto,

un tale onere non può gravare nemmeno nei confronti dell'atto di recesso. Si

auspica in questo caso, che la prassi negoziale preveda comunque una tale

indicazione, la quale può semplificare enormemente il lavoro del giudice.

La filosofia del decreto legislativo 10 settembre 2003, n.276

13.

Come già accaduto per il Libro Bianco dell’ottobre 2001 sul mercato del lavoro

in Italia e per il disegno di legge delega n. 848 del novembre 2001 , anche

209

l’approvazione del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, di attuazione

delle deleghe di cui alla legge 14 febbraio 2003, n. 30, ha scatenato una vera e

propria di guerra di religione tra i sostenitori della riforma del mercato del lavoro

e una nutrita schiera di oppositori che, talvolta ancora prima di avere avuto modo

di conoscere il contenuto del decreto , non hanno esitato a parlare di «flessibilità

210

205 U. Gargiulo, op. cit., pag. 909.

206 G. Pellacani, op. cit., pag. 165.

207 U. Gargiulo, op. cit., pag. 912.

208 S. Sangiorgi, voce Recesso, in Enc. Gir. Treccani, Roma 1991, pag. 7.

209 Cfr., ,in particolare, i contributi raccolti in F.CARINCI,M.MISCIONE (a cura di), Il diritto del

lavoro dal Libro Bianco al disegno di legge delega 2002, Ipsoa, Milano, 2002. Si vedano altresì

le relazioni e gli interventi al I Seminario di studi « Massimo D’Antona », Il Libro Bianco sul

mercato del lavoro e la sua attuazione legislativa. Una riflessione sul cambiamento, Firenze, 18

gennaio 2002, in www.aidlass.org. 102

da pezzenti », « occupazione usa e getta », « mercificazione del lavoro ». Non è

211

mancato, invero, anche chi ha cercato di minimizzare il senso e soprattutto la

portata della riforma, adottando una lettura che potremmo definire di tipo «

minimalista »: non tanto, tuttavia, per segnalare i numerosi profili di continuità

212

con il passato , ma unicamente per ipotizzarne una scarsa operatività sul piano

213

pratico e nella prassi aziendale.

Le parole chiave con cui leggere il provvedimento sono piuttosto occupabilità,

imprenditorialità, adattabilità e pari opportunità. Parole moderne ed europee che

sono state importate nel nostro ordinamento nell’ambito delle politiche del lavoro

riconducibili alla c.d. « Strategia Europea per la occupazione ». Parole che si

traducono, di volta in volta, nel corpo del decreto, in un sistema efficiente di

servizi per l’impiego, pubblici e privati, autorizzati e accreditati, che, in rete tra

loro, grazie alla borsa continua del lavoro, accompagnano e facilitano l’incontro

tra coloro che cercano lavoro e coloro che cercano lavoratori; in forme di

flessibilità regolata e contrattata con il sindacato, alternative al lavoro precario e

nero, in modo da bilanciare le esigenze delle imprese di poter competere sui

mercati internazionali con le irrinunciabili istanze di tutela e valorizzazione della

persona del lavoratore; in misure sperimentali di politica attiva e di workfare a

favore di quei gruppi di lavoratori che oggi incontrano maggiori difficoltà

nell’accedere a un lavoro regolare e di buona qualità, anche in termini di

maggiore sicurezza sul lavoro, ovvero a conciliare tempi di vita e tempi di

lavoro: donne, diversamente abili, giovani e over 45/50, ecc.

210 Cfr. tra i tanti, all’indomani della approvazione in prima lettura dello schema di decreto

legislativo n. 250 del 6 giugno 2003, da cui è poi scaturito il decreto legislativo 10 settembre

2003, n. 276, E. SCALFARI, Gli allegri cantori del lavoro flessibile, in La Repubblica, domenica

8 giugno 2003 e L. GALLINO, Occupazione usa e getta, ivi, sabato 7 giugno 2003.

211 Cfr., tra i tanti, P. ALLEVA, Ricerca e analisi dei punti critici del decreto legislativo 276/2003

sul mercato del lavoro, inwww.cgil.it.

212 In questa prospettiva si è subito collocato, tra gli altri, T. TREU, già a partire dal suo Il Libro

Bianco sul lavoro e la delega del Governo, inDRI, 2002, 115 ss. Cfr., in particolare, l’intervento

di questo autorevole commentatore al convegno modenese del 31 ottobre 2003, su La riforma

del mercato del lavoro nella legge n. 30 del 2003 e nel d.lgs. 31 luglio 2003.

213 La continuità col passato, già fisicamente identificabile nel ruolo progettuale giocato da

Marco Biagi nel corso della passata legislatura al fianco di Tiziano Treu, è puntualmente

registrata da P. ICHINO, La « legge Biagi » sul mercato del lavoro: continuità o rottura col

passato?, in Corriere Giuridico, 2003, § 3. 103

Contrariamente a quanto sostenuto in letture prevenute del decreto, si tratta di

una riforma per le persone. Una riforma che punta non solo alla modernizzazione

delle aree più forti e dinamiche ma anche, direttamente e indirettamente, a

rilanciare le aree meno sviluppate del Paese, attraverso una rivisitazione delle

politiche di incentivazione della occupazione; quelle aree del Mezzogiorno, in

particolare, dove solo la trasparenza del mercato del lavoro e la modularità dei

rapporti di lavoro, seppure coniugate con azioni di contesto atte a favorire lo

sviluppo e la crescita della produttività, possono innescare un processo di

sviluppo economico, di crescita della occupazione regolare e di rafforzamento

della coesione sociale.

Obiettivo centrale della riforma è quello di garantire la effettiva occupabilità di

ogni singolo lavoratore in una dimensione, quella della economia della

informazione e della conoscenza , ove i paradigmi dello sviluppo economico e di

quello sociale tendono a convergere nella valorizzazione della persona.

Meritano una particolare sottolineatura quelle norme del decreto delegato,

ispirate all’esigenza di tutela delle forze deboli del mercato un’esigenza che stava

particolarmente a cuore a Biagi, che sosteneva: “è sempre presente e viva l’idea

che si debba combattere il lavoro sommerso ed agevolare l’inserimento effettivo

dei soggetti deboli, cioè di coloro che per condizioni personali o per età o per

sesso sono esclusi dal circuito attivo e rischiano di doversi accontentare, al

massimo, di un lavoro modesto e precario se non addirittura irregolare, oppure

dell’assistenza pubblica”.

Ad esempio, per favorire l’inserimento delle cooperative sociali dei disabili o dei

lavoratori svantaggiati nel d.lgs. 276/2003 è previsto, all’art. 14, la stipulazione

di convenzioni quadro su base territoriale, che hanno lo scopo di promuovere e

favorire il conferimento di commesse alle cooperative sociali, presso le quali

sono inseriti realmente i soggetti deboli e più svantaggiati.

Per quanto non priva di lacune e legittimamente criticabile sul piano della tecnica

normativa adottata, la riforma assume davvero la centralità della persona in età di

lavoro quando ridefinisce il collocamento ordinario come una rete fondata sulla

anagrafe del singolo lavoratore destinata a integrarsi con il suo libretto formativo.

104

E ancora quando promuove un mercato efficiente e trasparente attraverso

strumenti quali la borsa continua del lavoro , operatori debitamente autorizzati

214

e/o accreditati e sedi di certificazione dei contratti di lavoro; e cioè una pluralità

di operatori che assistono un contraente che, spesso, è «debole » solo per una

asimmetria informativa o per mancanza di adeguata formazione, consentendogli

di conoscere e di incontrare con trasparenza e tempestività tutte le opportunità di

lavoro in tutto il Paese e di stipulare il contratto di lavoro più coerente con le sue

esigenze di lavoro.

Il decreto mira altresì a garantire uno sviluppo adeguato, e in una cornice

giuridica coerente con le logiche della nuova economia e le istanze di tutela del

lavoro, dei processi di esternalizzazione del lavoro, in modo da consentire al

sistema delle imprese di beneficiare delle logiche di rete e degli investimenti in

capitale digitale e tecnologia e contrastare le forme fraudolente di decentramento

produttivo.

I riflessi della riforma

14.

La nuova normativa contiene evidenti perplessità ed anche molteplici

contraddizioni. L'inserimento del contratto a progetto sul modello del contratto di

collaborazione non sembra ben riuscito per una ragione storica e normativa. Le

Collaborazioni coordinate avevano, infatti, progressivamente attenuato la loro

derivazione dalla fattispecie del lavoro autonomo ed avevano acquisito caratteri

sempre più affini a quelli inerenti le modalità di svolgimento del lavoro

subordinato.

214 La Borsa continua nazionale del lavoro (o BCNL), in Italia è una rete integrata di strumenti,

servizi, informazioni, documentazione per il mercato del lavoro. Venne introdotta dall'art. 15 del

d.lgs. 10 settembre 2003, n. 276. Nella Borsa, i cittadini, i lavoratori, i disoccupati, le persone in

cerca di un lavoro, i soggetti autorizzati o accreditati e i datori di lavoro possono decidere di

incontrarsi in maniera libera sulla base di servizi liberamente scelti dall'utente. Gli operatori del

mercato del lavoro, siano essi pubblici o privati, accreditati o autorizzati, hanno l'obbligo di

conferire alla BCNL i dati acquisiti, in base alle indicazioni rese dai lavoratori. 105

Su queste basi si giustificava l'estensione di alcune garanzie, che invece

potrebbero apparire non più del tutto adatte una volta recuperata la matrice

autonoma del rapporto. E’ inoltre molto significativo il fatto che anche alcune

delle novità introdotte ad esempio in materia retributiva oppure di sicurezza, se

hanno piena giustificazione in un rapporto continuativo più o meno stabile, sono

assai meno comprensibili in un rapporto a progetto in cui il dato che dovrebbe

prevalere è il raggiungimento del risultato finale.

Da un punto di vista sostanziale la nuova disciplina non comporta sensibili

miglioramenti economici e normativi nella condizione dei collaboratori

coordinati e continuativi ed anzi sotto certi punti di vista contiene delle tutele

addirittura più ridotte di quelle che si erano venute a determinare nell'evoluzione

normativa degli ultimi tempi, specie in ambito sindacale.

Tutto ciò si può anche giustificare con il carattere selettivo della nuova figura che

tende a salvare quelle collaborazioni che presentano una precisa valenza

funzionale.

Più complesso è, invece, decidere quale sia il trattamento applicabile a quelle

collaborazioni coordinate e continuative che mantengono una matrice

tradizionale in relazione alla posizione soggettiva degli interessati (professionisti,

pensionati) ovvero per ragioni temporali.

Per tali soggetti si ritiene che rimanga invariato il regime giuridico preesistente

senza le integrazioni introdotte dalla riforma. In altre parole, mentre i lavoratori a

progetto finiscono per cumulare i trattamenti già previsti dalla legislazione

preesistente a favore dei co.co.co, le collaborazioni di stampo tradizionale

mantengono soltanto le preesistenti forme di tutela e non sono assoggettati alla

nuova disciplina prescritta per i lavoratori a progetto anche quando siano

prescritte garanzie e tutele tendenzialmente universali come avviene, in certa

misura, in materia di definizione del compenso e di sospensione del rapporto di

lavoro per cause riferibili al lavoratore.

Si potrebbe affermare chiaramente che le conseguenze di un diverso trattamento

sono irrazionali e molto contraddittorie. Infatti il legislatore avrebbe fornito di

una maggior tutela i lavoratori a progetto, i quali hanno recuperato in gran parte

106

l'originaria matrice autonoma, mentre avrebbe riconosciuto una tutela minore ai

rapporti di collaborazione di stampo tradizionale, benché più affini, quanto meno

nelle modalità esplicative, ai lavoratori subordinati. La differenza di trattamento

potrebbe parzialmente giustificarsi in relazione alle caratteristiche soggettive dei

soggetti esclusi considerati meno meritevoli di interventi protettivi. La

trasformazione giudiziale del rapporto di collaborazione coordinata e

continuativa in rapporto di lavoro dipendente può avere notevoli ripercussioni in

ambito previdenziale, ove peraltro è registrabile un notevole contenzioso, ora

promosso direttamente dall'Inps, per ottenere il pagamento della contribuzione

previdenziale, ora invece dagli stessi collaboratori per ottenere i vari diritti

connessi allo stato di subordinazione.

Per evitare un eccessivo sovraccarico economico in situazioni di incerta

qualificazione dei rapporti di lavoro, l'ente previdenziale ha chiarito che la

trasformazione - qualificazione giudiziale di un rapporto in quello di lavoro

subordinato - non configura una situazione di evasione contributiva ma di mera

omissione contributiva con effetti sezionatori quindi sensibilmente più

215

ridotti . L'assetto che ne deriva della disciplina sin qui descritta si presenta

216

problematico anche sul piano dell'attuale disciplina previdenziale e fiscale, a

causa della recente tendenza del legislatore a voler assimilare progressivamente i

redditi di collaborazione a quelli di lavoro dipendente. Tale assimilazione, che si

giustificava per le prassi diffuse di utilizzazione delle collaborazioni, si presenta

ora alquanto discutibile con riferimento ai lavori a progetto, che si presentano

con una definizione alquanto diversa da quelle adottate in passato per le

collaborazioni coordinate e continuative, sia in ambito previdenziale, sia in

ambito fiscale.

La nuova disciplina del lavoro a progetto: legge 28 giugno 2012, n. 92.

15.

215 V. art. 116, legge n. 388/2000.

216 V. in particolare circ. Inps n. 74 del 30 aprile 2003. 107

La legge 28 giugno 2012, n. 92, nel suo complesso e articolato contenuto

regolativo, dedica alcune previsioni anche ai rapporti di lavoro a progetto 217

nonché al sostegno al reddito dei collaboratori a progetto quando versino in stato

di bisogno per mancanza di lavoro . Si tratta di due nuclei normativi ben distinti

218

tra di loro per varie ragioni ma che si prestano ad una trattazione unitaria.

Per quanto attiene il primo di essi, in particolare, la L. n. 92/2012 riformula la

descrizione del contenuto tipico del contratto di lavoro a progetto, introduce una

serie di presunzioni al fine di facilitare le operazioni di qualificazione giuridica

dei rapporti, modifica le previsioni in materia di corrispettivo e riscrive

parzialmente il regime dell'estinzione del rapporto.

La legge, peraltro, lascia inalterata l'opzione fondamentale di politica del diritto

compiuta nel 2003 consistente nell'assegnazione al contratto di lavoro a progetto

del ruolo di schema negoziale tendenzialmente esclusivo a disposizione dei

committenti interessati a beneficiare di quelle particolari forme di lavoro

autonomo denominate "collaborazioni coordinate e continuative" e nella

conseguente restrizione dei margini entro cui i privati possono esercitare

l'autonomia negoziale loro riconosciuta dall'art. 1322 c.c . Il d.lgs. n. 276/2003

219

imponendo in linea generale di ricondurre le collaborazioni coordinate e

continuative ad un progetto , ha appunto tipizzato un nuovo schema negoziale

220 221

al quale le parti sono tenute a ricorrere ogni volta che intendano porre le

condizioni negoziali affinché una prestazione di fare, pur orientata alla

217 V. l’art. 1, cc. 23-27.

218 Cfr. l’art. 2, cc. 51-56.

219 Circostanza che, ad esempio, ha comportato una drastica riduzione della possibilità che gli

operatori economici possano avvalersi di collaboratori coordinati e continuativi a tempo

indeterminato (essendo il contratto di lavoro a progetto uno schema negoziale ad efficacia

necessariamente limitata nel tempo).

220 Proprio l'imposizione dell'obbligo di ricondurre le collaborazioni non subordinate ad un

progetto porta ad escludere che il legislatore si sia limitato ad attribuire rilievo giuridico ad un

dato di tipicità sociale (come sostenuto da TIRABOSCHI M., Il lavoro a progetto profili teorico

ricostruitivi, in AA. VV. Diritto del lavoro, I nuovi problemi, L'omaggio dell'accademia a Mattia

Persiani, 2, Cedam, Padova, 2005. pag 1445) anziché creare un vero e proprio schema

negoziale. E ciò resta fermo anche considerando come, in precedenza, la giurisprudenza

avesse già evidenziato come il "coordinamento" non fosse altro che l'«espletamento dell'attività

nell'ambito di un programma preordinato, anche implicito» (CASTELVETRI L., La definizione

del lavoro a progetto, in AA.VV., Diritto del Lavoro, i nuovi problemi, L’omaggio dell’accademia a

Mattia Persiani, 2, Cedam, Padova, 2005, 1297). 108

produzione di un'opera o di un servizio, debba essere necessariamente coordinata

con l'attività e l'organizzazione del committente perché sia concretamente

possibile procurare l'utilità attesa da quest'ultimo e, conseguentemente,

soddisfare il suo interesse creditorio . Di qui, appunto, la già segnalata riduzione

222

dei margini di autonomia negoziale concessi alle parti sia per quanto riguarda la

scelta del contratto da sottoscrivere, sia per quanto attiene alla disponibilità del

regolamento negoziale .

223

Orbene, tenendo in debito conto questa opzione fondamentale, è possibile

individuare il senso e la portata della legge a partire dalla preoccupazione del

tutto condivisibile e dalla convinzione che hanno mosso il legislatore.

La preoccupazione attiene alla necessità di contrastare le persistenti pratiche

abusive consistenti non solo nella dissimulazione di veri e propri rapporti di

lavoro subordinato sotto l'apparenza di contratti di lavoro a progetto o, perfino, di

contratti d'opera con tanto di assoggettamento dei relativi compensi all'imposta

sul Valore Aggiunto. Essa attiene anche alle collaborazioni autonome genuine

sotto l'apparenza di contratti d'opera o di incarichi professionali e ciò al fine di

evitare di sostenere gli oneri contributivi, ormai elevati, connessi alle prime. La

convinzione di fondo che ha mosso il legislatore, invece, è che tali pratiche non

221 Ritiene che il contratto di lavoro a progetto sia un nuovo schema negoziale bensì un

“sottotipo” del contratto d'opera, NAPOLI, Riflessioni sul contratto a progetto, in AA.VV., Diritto

del Lavoro, i nuovi problemi, L’omaggio dell’accademia a Mattia Persiani, 2, Cedam, Padova,

2005, pag. 1349.

222 Questo, infatti, pare essere il tratto distintivo delle collaborazioni coordinate e continuative.

Si può aggiungere che la cooperazione tra le parti — sub specie di coordinamento spazio-

temporale delle rispettive attività — è necessaria proprio perché il "bene promesso" è destinato

ad essere funzionalmente integrato nell'organizzazione del committente (circostanza

particolarmente evidente quando il "risultato finale" cui tendono le parti è un servizio). Sul tema,

però, il dibattito è tuttora aperto. In proposito, v. almeno le diverse opinioni di PERSIANI,

Individuazione delle nuove tipologie tra subordinazione e autonomia , ADL, 2005, 20 ss.;

PROIA, Lavoro coordinato e lavoro a progetto, in AA.VV., Diritto del lavoro, I nuovi problemi.

L'omaggio dell'accademia a Mattia Persiani, 2, Cedam, Padova, 2005, spec. 1397 ss.; GHERA,

Il nuovo diritto del lavoro, Giappichelli, Torino 2006, 6 ss.;

223 Conviene ricordare che la disciplina legale, salvo esplicita previsione in senso contrario,

deve ritenersi inderogabile dalle parti in senso peggiorativo per il collaboratore; essa, invece,

non impedisce «l'applicazione di clausole di contratto individuale o di accordo collettivo più

favorevoli per il collaboratore a progetto» (cosi l'art. 61, c. 4, d.lgs. n. 276/2003; ma v. anche

l'art. 1. c. 1204, I, 27 dicembre 2006, n. 296). Occorre peraltro considerare che la questione è

influenzata dalle nuove forme di raccordo tra legge e autonomia collettiva instaurate dall'art. 8,

cc. 1 e 2, lett. e. d.l. 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, in L. 14 settembre

2011, n. 148. 109

potessero essere contrastate efficacemente mediante i controlli ispettivi o

attraverso i tradizionali rimedi giurisdizionali ma che, al contrario, l'obiettivo

richiedesse l'introduzione di disincentivi normativi in grado di assicurare il

rispetto spontaneo ed automatico della legge da parte degli operatori

economici .

224

Ulteriori elementi di incertezza, se non di vera e propria confusione, erano poi

connessi alle ambiguità concettuali e alle antinomie che caratterizzavano molte

previsioni relative al rapporto di lavoro a progetto, sia nella sua fase genetica che

in quelle esecutiva ed estintiva. Anche in questo caso, però, l'auspicabile

intervento del legislatore non c'è stato, ragione per cui è facile prevedere che le

incertezze siano destinate a rimanere inalterate e le soluzioni prospettate ad

essere molto controverse.

Le modifiche alla disciplina del lavoro a progetto

16.

La riforma della disciplina in materia di lavoro a progetto appare, quindi, ispirata

alla ragione di fondo di irrigidire la flessibilità in entrata e ristabilire il primato

del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, significativamente

definito "contratto dominante" , riducendo il dualismo del mercato del lavoro .

225 226

Tale intervento viene perseguito dal legislatore attraverso un netto restringimento

delle condizioni di "uso" del lavoro a progetto e, viceversa, un ampliamento delle

condizioni del suo "abuso".

A questo fine risponde la riscrittura della fattispecie di cui all'art. 61. D.Lgs 10

settembre 2003, n. 276 nella quale sono inseriti nuovi requisiti tipologici.

224 Il concetto di “disincentivo economico” è esplicitamente impiegato nel documento

preparatorio della riforma 23 marzo 2012.

225 Coì recita l’articolo 1, 1° comma, lett. a), L. 28 giugn0 2012, n. 92.

226 Così è detto espressamente nella bozza di riforma dei contratti Linee di intervento sulla

disciplina delle tipologie contrattuali, 1. 110

Viene, quindi, integralmente sostituito il comma 1 dell'art. 61 per stabilire che,

salvo determinate categorie tipizzate (agenti, rappresentanti e lavoratori di call-

center), i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa prevalentemente

personale e senza vincolo di subordinazione di cui all'art. 409, n. 3, c.p.c.,

"devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici determinati dal

committente e gestiti autonomamente dal collaboratore". In altri termini il

legislatore, dopo aver ribadito la disciplina ormai speciale riservata ai soggetti

impiegati in call-center outbound , ha eliminato dalla formula originaria il

227

riferimento "ai programmi di lavoro o fasi di essi", per poi aggiungere che "il

progetto deve essere funzionalmente collegato a un determinato risultato finale e

non può consistere in una mera riproposizione dell'oggetto sociale del

committente”, cosi come il progetto non può comportare lo svolgimento di

"compiti meramente esecutivi e ripetitivi".

Com'è facile intuire, il legislatore ha voluto sancire la netta appartenenza dei

contratti a progetto alla categoria dei contratti d'opera regolati dal codice civile

eliminando ogni equivoco e approssimazione che aveva contraddistinto la

precedente regolamentazione. Per dare coerenza a tale disegno, ha prefigurato

una rete a maglie cosi strette da rendere francamente problematica la stipula di

contratti a progetto per cosi dire ineccepibili.

Gli interventi legislativi, così sinteticamente riepilogati, risultano coerenti con la

ratio di restringere le maglie del lavoro a progetto, rafforzandone la funzione

antielusiva . Ciò che non persuade però è l'impostazione di fondo adottata

228

227 Con riferimento ai cali-center l’ art. 24-bis della 1. n. 134/2012, di conversione del d.lgs. n.

8/2012, ha introdotto una modifica al comma 1 dell'art. 61, d.lgs. n. 276/2003, esonerando

dall'obbligo del progetto anche le “attività di vendita diretta di beni e di servizi realizzate

attraverso cali-center outbound per le quali il ricorso ai contratti di collaborazione a progetto è

consentito sulla base del corrispettivo definito dalla contrattazione collettiva nazionale di

riferimento" (comma 7). L'esclusione si applica alle attività svolte dai cali-center con almeno 20

dipendenti (comma 1 ). Inoltre la stessa norma ha introdotto una serie di vincoli alquanto

stringenti con riferimento ai cali-center che operano fuori dal territorio nazionale.

228 In questo senso, v. d.d.l. 3249, comunicato alla Presidenza il 5 aprile 2012, dove è detto

che il lavoro a progetto è spesso "abusato" dal committente e cela nei fatti un normale rapporto

di lavoro subordinato. Sottolinea la coerenza del complessivo intervento legislativo in materia di

flessibilità in entrata con gli obiettivi dichiarati dalla riforma, M.T. CARINCI, Il rapporto di lavoro

al tempo della crisi: modelli europei e flexicurity “all'italiana" a confronto, relazione presentata

durante le giornate di studio A.i.d.la.s.s. di Pisa, 4-5 giugno 2012, in Giornale dir. Lav. e

relazioni ind., 2012, spec. 544 ss. 111

rispetto al lavoro autonomo, colto in un'ottica soltanto patologica e confinato in

uno spazio assai più circoscritto rispetto al dominante lavoro subordinato . In

229

questo senso, la riforma, nell' imputare alla fattispecie della subordinazione ogni

risposta protettiva, non risponde al comune sentire di una parte di lavoratori

autonomi che sottolineano il carattere non solo fraudolento, ma genuino del

lavoro autonomo, invocando protezioni diverse per qualità e quantità da quelle

che si ricollegano al lavoro subordinato.

La ridefinizione della nozione di progetto

17.

ln base all'articolo 1, 23° comma, lett. a), 1. 28 giugno 2012, n. 92, dalla

fattispecie delle collaborazioni coordinate e continuative riconducibili a progetto,

di cui all'articolo 61, l° comma, d.1g. 276/2003, sono anzitutto espunte le

ambigue e, per vero, scarsamente applicate nozioni di “programma” e "fase”,

dando ragione all'opinione per cui "progetto o programma” costituivano una sorta

di endiadi . La nuova normativa, quindi, conferma che il contratto a progetto ha

230

ad oggetto una collaborazione coordinata e continuativa a cui va aggiunto, con

finalità evidentemente antifraudolenta, un elemento additivo rappresentato da un

progetto specifico . Viene poi precisato che il progetto deve essere non sola

231

specifico, e quindi avere un adeguato livello di compiutezza e individualità nel

contesto produttivo, ma deve essere anche “funzionalmente collegato ad un

risultato finale”, laddove il testo previgente utilizzava l'espressione “in funzione

229 In questo senso, v. TREU, Riequilibrio delle tutele e flexicurity, in MAGNANI E

TIRABOSCHI (a cura di), La nuova riforma del lavoro. Commentarlo alla legge 28 giugno 2012,

n. 92 recante disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di

crescita, Milano, 2012, 25; G. SANTORO PASSARELLI, Dall'art. 409, n. 3, c.p.c. alla riforma del

lavoro Monti. Quaranta anni per contrastare il lavoro autonomo ma non per tutelare il lavoro

autonomo debole ma genuino, in NOGLER E CORAZZA (a cura di). Liber amicorum Marcello

Pedrazzoli, Milano, 2012, 773;

230 Per tutti, PROIA, Lavoro a progetto e modelli contrattuali di lavoro, in Arg. dir. lav.. 2003,

pag 667. In giurisprudenza, tenta di distinguere i significati di "progetto" e "programma", ad

esempio, Trib. Milano 15 ottobre 2010, in Riv. Critica dir. lav., 2011. pag 607, con nota di BIASI.

112

del risultato” riferita sia alla gestione autonoma del progetto da parte del

collaboratore, sia alla sua determinazione unilaterale da parte del committente.

Il mutamento non è di poco conto e contribuisce a chiarire il controverso

significato del "progetto". Ma tutto ciò non è stato ritenuto ancora sufficiente dal

legislatore, giacché ha richiesto che: il progetto non si esaurisca in una mera

riproposizione dell'oggetto sociale del committente: deve armonicamente

coordinarsi con l'organizzazione di quest'ultimo; deve prescindere da una mera

rilevazione del tempo impiegato; non può comportare lo svolgimento di compiti

meramente esecutivi e ripetitivi.

Il progetto dovrebbe essere inteso come pianificazione di un'attività in vista della

produzione di un'opera o della realizzazione di un servizio destinati, in entrambi i

casi, ad essere funzionalmente integrati nell'organizzazione del committente . Al

232

progetto dovrebbe essere possibile assegnare una duplice valenza in grado, tra

l'altro, di risolvere la denunciata contrapposizione.

Per un verso, infatti, l'individuazione e la pianificazione di un'attività distinta

rispetto a quella giuridicamente riferibile al committente è la condizione

essenziale che legittima quest'ultimo a sottoscrivere questo contratto e, in

definitiva, a ricevere una collaborazione di natura coordinata e continuativa. Il

progetto, in questa prospettiva, individua indirettamente quell'interesse

produttivo del creditore che, proprio in quanto “temporalmente ben

231 Sulla specificità insiste la circ. n. 4/2008 del Ministero del lavoro secondo la quale “ con

riferimento al progetto, programma di lavoro o fase di esso, il personale ispettivo deve

verificarne anzitutto la specificità, tenendo presente che lo stesso non può totalmente coincidere

con l’attività principale o accessoria dell'impresa come risultante dall'oggetto sociale e non può

ad essa sovrapporsi ma, come già sottolineato dalla circolare n. 1/2004 e n. 17/2006, potrà

essere soltanto ad essa funzionalmente correlato. Ciò comporta che il progetto non può limitarsi

a descrivere il mero svolgimento della normale attività produttiva né può consistere nella

semplice elencazione del contenuto tipico delle mansioni affidate al collaboratore".

232 E’ questa la ragione del dissenso rispetto all'opinione che vede nel contratto a progetto una

forma di esternalizzazione dell'attività economica «a favore di una persona» (cha la svolgerà

con il lavoro prevalentemente proprio): NAPOLI, Riflessioni sul contratto a progetto, in AA.VV.,

Diritto del lavoro, I nuovi problemi, L'omaggio dell'accademia a Mattia Persiani, 2, Cedam,

Padova, 2005, pag. 1356; ma anche DE MARINIS, Impresa e lavoro oltre la legge Biagi,

Giappichelli, Torino, 2008, pag. 114. 113

circoscritto” , giustifica il ricorso al contratto di lavoro a progetto . Orbene, è

233 234

chiaro che, così inteso, il progetto non può che costituire l'esito di una

valutazione unilaterale del committente, peraltro insindacabile anche dal

giudice . Contemporaneamente, e per altro verso, proprio perché individua il

235

risultato finale alla cui realizzazione sono teologicamente orientati sia l'apporto

lavorativo che le modalità di coordinamento tra questo e l'organizzazione del

committente, il progetto non può che essere consensualmente definito tra le parti.

Un'altra indicazione deriva dalla già segnalata preoccupazione del legislatore di

evitare che il ricorso al contratto di lavoro a progetto dissimuli sul piano formale

la natura subordinata della prestazione resa in concreto.

La legge, infatti, stabilisce che “il progetto non può comportare lo svolgimento di

compiti meramente esecutivi o ripetitivi, che possono essere individuati dai

contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più

rappresentative sul piano nazionale” .

236

Ma l'indicazione legislativa è carica di ambiguità soprattutto perché lascia

intendere che "compiti" diversi da quelli espressamente indicati dalla previsione,

ossia compiti che non siano né "esecutivi" né "ripetitivi", possano essere

legittimamente ricompresi nel progetto. Orbene, è evidente che inteso nel senso

rigoroso di attività dovuta da qualcuno in conseguenza dell'assegnazione da parte

di qualcun altro, nessun compito è compatibile con la struttura fondamentale del

contratto di lavoro a progetto. Anche qualora si volesse riconoscere al

committente un potere di coordinamento nei confronti del collaboratore, esso non

potrebbe mai comportare l'assegnazione di compiti perché si risolverebbe al più

233 Entrambe le espressioni sono riprese da ICHINO, L'anima laburista della legge Biagi.

Subordinazione e “dipendenza" nella definizione della fattispecie di riferimento del diritto del

lavoro, GC, II, 2005, pag. 138.

234 Contratto la cui efficacia, come è noto e come già ricordato, è indefettibilmente limitata nel

tempo

235 Si ricordi, infatti, che ai sensi del terzo comma dell'art. 69 d.lgs. n. 276/2003 (come

modificato dall'art. 1, c. 23, lett. f, I. n. 92/2012), «il controllo giudiziale è limitato esclusivamente

in conformità ai principi generali dell'ordinamento, all'accertamento della esistenza della

progetto non può essere esteso fino al punto di sindacare nel merito valutazioni e scelte

tecniche, organizzative o produttive che spettano al committente».

236 Così l’ultimo periodo del primo comma dell’art. 61. D.lgs. n. 276/2003, nuovo testo. 114

nel potere di dare istruzioni sulle modalità di esecuzione di un'obbligazione il cui

oggetto è definito consensualmente.

Al contrario, la precisazione delle mansioni è un tratto tipico del contratto di

lavoro subordinato poiché in questo tipo di rapporto, spesso non vi è altro modo

per determinare la promessa negoziale del lavoratore e circoscrivere l'ambito di

esercizio dei poteri datoriali di specificazione e di conformazione della

prestazione.

Il regime delle presunzioni di cui all'art. 69 d.lgs. n. 276/2003

18.

Il tema da ultimo trattato introduce il discorso sulle presunzioni relative al

rapporto di lavoro a progetto, come noto contenute nell'art. 69 del d.lgs. n.

276/2003. L'art. 1, c, 23, lett. g, L. 92/2012, anzitutto, completa la previsione

secondo la quale l'accertamento della natura subordinata dell'apporto reso dal

“collaboratore" determina l'instaurazione tra le parti di un rapporto di lavoro

subordinato "corrispondente alla tipologia negoziale di fatto realizzatasi tra le

parti" . Orbene, la novella prevede che “salvo prova contraria a carico del

237

committente, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a

progetto, sono considerati rapporti di lavoro subordinato sin dalla data di

costituzione del rapporto, nel caso in cui l'attività del collaboratore sia svolta con

modalità analoghe a quella svolta dai lavoratori dipendenti dell’ impresa

committente" .

238

La norma, che riguarda tutte le collaborazioni e non solo quelle a progetto,

integra e completa i cosiddetti indici sintomatici della subordinazione

237 Cosi l'art. 69, c. 2, d.lgs. n. 276/2003. Sulle conseguenze sanzionatorie derivanti

dall'accertamento della natura subordinata delle collaborazioni instaurate prima del 30

settembre 2008, v. anche la previsione dell'art. 50, 1, 4 novembre 2010 n. 183.

238 Questo, appunto, è il testo aggiunto dall'art. 1, c. 23. lettera g), L. n. 92/2012 all'art. 69, c.

2, d.lgs. n. 276,2003. A norma del comma 25 del medesimo articolo 1, poi, tale presunzione si

applica esclusivamente ai contratti di collaborazione stipulati successivamente alla data di

entrata in vigore della legge (e, quindi, successivamente al 18 luglio 2012). 115

generalmente impiegati dai giudici per determinare induttivamente la natura

giuridica del rapporto di lavoro a partire dalle modalità esecutive dell'attività che

ne costituisce oggetto. Criteri che assumono un “rilievo sintomatico” e che una

consolidata giurisprudenza individua negli elementi “della collaborazione, della

continuità della prestazione, dell’osservanza di un orario determinato, del

versamento, a cadenze fisse, di una retribuzione prestabilita, del coordinamento

dell’attività lavorativa all’assetto organizzativo dato dall’impresa del datore di

lavoro, dell’assenza, in capo al lavoratore di una, sia pur minima, struttura

imprenditoriale ”. Nell'ipotesi qui in discorso, qualora l’apprezzamento degli

239

indicatori non desse risultati appaganti, il giudice dovrebbe verificare se, sempre

in concreto, il collaboratore abbia svolto la propria attività con “modalità

analoghe” e, quindi, non necessariamente identiche alle modalità di esecuzione

della prestazione di lavoro subordinato nell'impresa del committente. La

presunzione, tuttavia, non opera se l'apporto del collaboratore si sostanzi in

“prestazioni di elvata professionalità” le quali, peraltro, possono essere tipizzate

«dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente

più rappresentative sul piano nazionale» .

240

In questo caso, insomma, la qualificazione formale data dalle parti al momento

dell’instaurazione del rapporto può essere superata soltanto qualora ricorrano gli

elementi sintomatici della subordinazione di cui si è detto o, se si preferisce, il

procedimento diretto alla qualificazione del rapporto allo specifico fine previsto

dall'art. 1374 c.c. è quello comune.

Peraltro, se l'eccezione all'operare della presunzione è chiara, molto meno lo è la

sua ragione d'essere. Probabilmente, anche in questo caso la scelta legislativa ha

alla base quella doppia equivalenza tra lavoro professionalizzato e lavoro

autonomo, da un lato, e tra lavoro dequalificato e lavoro subordinato, dall'altro,

che non soltanto non è sempre vera in fatto, ma è certamente infondata in diritto.

Come si evince dal dato testuale, comunque, l'eccezione in discorso è destinata

ad operare sempre e, quindi, anche in assenza di un'individuazione da parte

239 Così la fondamentale Cass. SS.UU. 30.6.1999, n. 379, IP, 2001, 97.

240 V., ancora, l'ultimo periodo dell'art. 69, c. 2, d.lgs. n. 276/2003. 116

dell'autonomia collettiva delle prestazioni di elevata professionalità . In assenza

241

di clausole collettive, pertanto, spetterà al giudice stabilire quale sia in concreto il

livello minimo di conoscenze e competenze a partire dal quale si può discorrere

di una “elevata professionalità”.

Ciò detto sulla prima delle due presunzioni presenti nell'art. 69 d.lgs. n.

276/2003, resta da dire dell'altra la quale, invece, dispone che i rapporti di

collaborazione coordinata e continuativa che siano instaurati senza

individuazione di uno specifico progetto "sono considerati rapporti di lavoro

subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto ”.

242

Il legislatore, in questo caso, si è limitato ad intervenire con una norma di

interpretazione autentica che, purtroppo, non risolve affatto i dilemmi in cui si

sono finora dibattute dottrina e giurisprudenza. Oggi, infatti, sappiamo che

"l'individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di

validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza

determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo

indeterminato” .

243

Dunque, con la norma di interpretazione autentica già citata, il legislatore rende

definitivamente insostenibile la tesi della presunzione relativa e elimina la

possibilità stessa di un'interpretazione costituzionalmente orientata seppure

forzata sul piano testuale. Per quanto sia prematuro trarre conclusioni definitive,

insomma, si può plausibilmente ritenere che la norma rafforzi e renda palesi i

dubbi di legittimità costituzionale già espressi in passato. Il punto cruciale è che

entrambe le previsioni, interpretata ed interpretante, confondono due piani che

sono logicamente, prima che giuridicamente, distinti: il piano del contratto di

lavoro a progetto e quello della natura giuridica della prestazione.

241 Quanto al contratto collettivo abilitato ad individuare prestazioni di elevata professionalità

(e, quindi, a determinare l’ampiezza dell’area sottratta all’operare della presunzione), la

circostanza che il legislatore richieda la sottoscrizione delle organizzazioni sindacali – e non

anche delle organizzazioni datoriali- più rappresentative sul piano nazionale è motivo sufficiente

per concludere che il rinvio legale includa anche il contratto collettivo aziendale.

242 Cfr. l’art. 69, c. 1, d.lgs. n. 276/2003.

243 V. l’art. 2, c. 24, L. n. 92/2012. 117

La circostanza che il progetto non sia stato correttamente individuato o manchi

del tutto è certamente un fatto rilevante sul piano del contratto/rapporto e che ben

può essere sanzionato sul medesimo piano.

La medesima circostanza, pero, non può avere alcun riflesso sulla qualificazione

della prestazione resa in esecuzione di quel contratto poiché essa, con tutta

evidenza, continuerà a dipendere da un fatto diverso: ossia, dall'essere stata posta

in essere alle dipendenze e sotto la direzione altrui.

Tra i due fatti, vale a dire tra l'assenza di un elemento anche essenziale del

contratto e l'assoggettamento ad eterodirezione, non vi è né vi può essere alcuna

relazione necessaria ed indefettibile. Proprio per questa ragione, è possibile che

vi siano contratti in cui il progetto è correttamente individuato ma che, ciò

nonostante, dissimulino prestazioni di lavoro subordinato e, d'altra parte, possono

darsi ipotesi di contratti in cui il progetto manchi del tutto ma la prestazione

eseguita sia genuinamente autonoma. Se così è, è evidente perché anche la norma

interpretativa di cui alla L. n. 92/2012, nel disporre l'invalidità del contratto a

progetto l'instaurazione coattiva di un rapporto di lavoro subordinato precludendo

l'accertamento della natura giuridica della prestazione eseguita, si presenti come

incostituzionale. Se è vero, infatti, che il legislatore ha piena discrezionalità nella

formulazione tanto dei meccanismi sanzionatori quanto dei dispositivi

presuntivi , è anche vero che essa non può mai sconfinare nella formulazione di

244

dispositivi, come quello in discorso, "manifestamente irragionevoli" proprio per

la confusione dei piani che le contraddistinguono.

Inoltre, considerato che la legge comporta l'instaurazione di un rapporto di lavoro

subordinato senza che il committente abbia la possibilità di dimostrare la diversa

244 Su questi ultimi, v. in particolare C. Cost. 12.4.2005, n. 144, DR1, 2005, 1115 ss. Con tale

pronuncia la Corte ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, c. 3, d.l. 22 febbraio 1992,

n. 12, conv., con modificazioni, in L. 23 aprile 2002 n. 73, in relazione agli arti. 3 e 24 Cost. nella

parte in cui — ai fini dell'applicazione della sanzione — non ammetteva la possibilità di provare

che li lavoro irregolare avesse avuto inizio successivamente al primo gennaio dell'anno in cui

era stata constatata la violazione. In questa circostanza, più precisamente, la Corte ha rilevato

una lesione del diritto di difesa, in quanto la norma precludeva al datore di lavoro ogni possibilità

di provare circostanze attinenti alla propria effettiva condotta, idonee ad incidere sulla entità

della sanzione che gli sarebbe stata applicata, nonché la irragionevole equiparazione, ai fini

dell’applicazione della sanzione, di situazioni tra loro diseguali, con riferimento a soggetti che

utilizzavano i lavoratori irregolari in momenti diversi e per i quali la constatazione della

violazione sia, in ipotesi, avvenuta nella medesima data. 118

natura della prestazione ricevuta, pare sia configurabile anche una violazione

dell'art. 14, c. 1, Cost. .

245

Infine, resta la circostanza che l'effetto del dispositivo è rappresentato da

un'ingiustificata disparità di trattamento perché attribuisce trattamenti normativi

uguali a soggetti in situazioni diverse (vale a dire a collaboratori autonomi e a

lavoratori subordinati) e trattamenti normativi distinti a soggetti in situazioni

sostanziali identiche (ossia, a collaboratori autonomi il cui contratto manchi del

requisito del progetto e collaboratori a progetto il cui contratto sia perfetto). In

definitiva, la sanzione è irragionevole perché sproporzionata, in quanto determina

un effetto permanente e cioè l'instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato

e l'applicazione della relativa disciplina, appunto in capo ad un soggetto che non

versa nella specifica condizione che è presupposta e che giustifica l'applicazione

delle tutele proprie del lavoro subordinato.

Le presunzioni di cui al nuovo art. 69-bis

19.

Come anticipato, i vincoli giuridici derivanti dall'introduzione del contratto di

lavoro a progetto e gli oneri economici derivanti dalla specifica imposizione

contributiva prevista in riferimento a queste ultime , hanno determinato e via

246

via accentuato la tendenza degli operatori ad abusare del contratto d'opera per

dissimulare sotto la forma di incarichi di lavoro autonomo “puro”, oltre che veri e

propri rapporti di lavoro subordinato, anche collaborazioni coordinate e

continuative genuine.

245 V. già LEONE, Le collaborazioni (coordinate e continuative) a progetto, RGL. l, 2004, 96; e

PINTO, La categoria giuridica delle collaborazioni coordinate e continuative e il lavoro a

progetto, Working papers del Centro Studi di Diritto del Lavoro Europeo "Massimo D' Antona",

n. 72, htp://www.lex.unict.it/eurolabor/ricerca/wp (poi anche in CURZIO P., a cura di, Lavoro e

diritti a tre anni dalla legge 30/2003, Cacucci, Bari, 2006, 2005, 30).

246 Imposizione contributiva che la L. 92/2012 ha innalzato (cfr. l’art. 2, c. 57) e che il d.l. 22

giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni in L. 7 agosto 2012, n. 134, ha

successivamente abbassato per i collaboratori iscritti esclusivamente alla Gestione Separata

INPS ed ulteriormente innalzato per tutti gli altri (v. l'art. 46-bis, c. 1. lett. g, e, per quanto

riguarda la compensazione delle minori entrate contributive così determinata, art. 46-bis, c. 3).

119

Più precisamente, si è progressivamente diffusa la pratica consistente nell'eludere

l'applicazione della disciplina del lavoro a progetto facendo leva sulla

qualificazione del corrispettivo a fini tributari. Sennonché, a ben considerare, le

cose non stanno affatto in questo modo poiché la qualificazione del rapporto ai

fini integrativi del regolamento contrattuale (ex art. 1374 c.c.) non dipende, ed

anzi logicamente precede, la qualificazione del reddito a fini tributari. Inoltre le

prestazioni di lavoro sono qualificabili induttivamente e, quindi, esclusivamente

in ragione delle loro concrete modalità esecutive. Ciò è vero sia per il lavoro

subordinato, sia per le collaborazioni coordinate e continuative. Anche prima

della riforma, quindi, le tattiche fraudolente innanzi richiamate erano tutt'altro

che incontrastabili sul piano sia ispettivo che giudiziale. È vero, peraltro, che nel

caso del lavoro coordinato le frodi erano più facilmente praticabili per l'assenza

di una chiara identificazione legislativa delle collaborazioni coordinate e

continuative o, se si preferisce, di una condivisa e consolidata precisazione delle

caratteristiche distintive di queste ultime rispetto alle altre forme di lavoro

autonomo. Stando così le cose, il legislatore si è limitato ad intervenire stabilendo

un nuovo sistema presuntivo che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe agevolare le

operazioni di qualificazione giudiziale dei rapporti di collaborazione autonoma.

L'articolo 69-bis, infatti, dispone che i rapporti di lavoro autonomo instaurati con

soggetti che siano titolari di "posizione fiscale ai fini dell'imposta sul valore

aggiunto" debbano essere qualificati come “collaborazioni coordinate e

continuative”, con tutte le conseguenze del caso, qualora ricorrano almeno due

delle seguenti condizioni: che il rapporta abbia una durata complessiva superiore

a otto mesi annui per due anni consecutivi ; che il corrispettivo pattuito “anche

247

se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d'imputazione di

interessi, costituisca più dell’80 per cento dei corrispettivi annui

complessivamente percepiti dal collaboratore nell'arco di due anni solari

247 V. il testo dell'art. 69-bis, c. 1, d.lgs. n. 276/2003 come modificato dall'art. 46-bis, c. 1, lett.

c, d.l. n. 83/2012, convertito con modificazioni in L. n. 134/2012. 120

consecutivi ”; o che, infine, il lavoratore “disponga di una postazione fissa di

248

lavoro presso una delle sedi del committente”.

Si tratta, com’è evidente sin da una prima lettura, di una serie di fatti dai quali è

possibile indurre la "dipendenza economica" del collaboratore dal committente

249

o la ricorrenza di una forma di coordinamento organizzativo tra le parti

particolarmente stretto e molto simile all'integrazione della prestazione

nell'organizzazione altrui che caratterizzano il rapporto di lavoro subordinato. In

merito alla prima situazione conviene sottolineare come il legislatore, proprio al

fine di ridurre al massimo le possibilità di elusione della disciplina, disponga che

nel calcolo del reddito fatturato debba tenersi conto dei corrispettivi

complessivamente percepiti da più soggetti ossia, da più persone fisiche o

giuridiche che siano riconducibili al “medesimo centro di imputazione di

interessi”. La nozione di “centro di imputazione di interessi” costituisce il fulcro

di una strategia giudiziaria diretta a contrastare le operazioni fraudolente

realizzate dall'autonomia privata attraverso la costituzione di più società di

capitali, e la conseguente ed artificiosa segmentazione tra di esse di un'attività

economica sostanzialmente unitaria, senza affrontare i dilemmi giuridici

derivanti dal cd. superamento della personalità giuridica di ciascuna.

L'individuazione di un unico centro di imputazione di interessi, infatti, consente

al giudice di procedere coattivamente all'imputazione unitaria di tutti i rapporti di

lavoro subordinato indipendentemente dalla società che abbia stipulato il relativo

contratto. Sennonché, e per tornare al tema qui trattato, è poco plausibile ritenere

che il medesimo sintagma possa essere assunto nel significato ora esposto

allorché sia riferito alla necessità di smascherare l'abuso del contratto d'opera. Al

contrario, proprio la specifica funzione antielusiva assolta dalla previsione che la

contiene dovrebbe costituire motivo determinante per sostenere

un'interpretazione estensiva della nozione. Essa, più precisamente, consiglia di

intendere la formula legislativa in modo da ricomprendere nell'unico "centro di

248 Cfr., nuovamente, il testo dell'art. 69-bis, c. 1, d.lgs. n. 276/2003 come modificato dall'art.

46-bis, c. 1, lett. c, d.l. n. 83/2012, convertito con modificazioni in L. n. 134/2012.

249 V. CARINCI, Complimenti, dottor Frankenstein: II disegno di legge governativo in materia di

riforma del mercato del lavoro, LG, 6, 2012, 541. 121

interessi" tutti i soggetti giuridici che, pur essendo titolari di attività economiche

sostanzialmente e non solo formalmente distinte, operino stabilmente in modo tra

loro coordinato.

La presunzione di cui all'art. 69-bis d.lgs. n. 276/2003, peraltro, non solo

ammette la prova contraria da parte del committente ma è destinata a restare

inoperante in tre casi.

È questa, conviene premettere, la parte della previsione che per diverse ragioni

desta notevoli perplessità. Il legislatore, infatti, esclude anzitutto che la ricorrenza

degli elementi di fatto innanzi indicati possa costituire indice sintomatico

affidabile della natura coordinata e continuativa della collaborazione resa

allorché la prestazione lavorativa costituisca "esercizio di attività professionali

per le quali l'ordinamento richiede l'iscrizione ad un ordine professionale, ovvero

ad appositi registri, albi, ruoli o elenchi professionali qualificati e detta specifici

requisiti e condizioni ”.

250

La norma ha una sua ragionevolezza nei limiti in cui l’iscrizione all’albo del

lavoratore costituisca il presupposto giuridico per l’esercizio dell’attività libero-

professionale e, quindi, sul piano tributario, legittimi la titolarità di una posizione

fiscale ai fini dell’ IVA. Ma tale circostanza è in contrasto rispetto alla

qualificazione giuridica dell’attività di lavoro autonomo oggetto di uno o più

rapporti in termini di collaborazione coordinata e continuativa.

Perplessità ancora maggiori suscita l'altra eccezione all'operatività della

presunzione.

La sostanziale monocommittenza e la stretta integrazione fisica tra le attività del

committente e del lavoratore, infatti, non costituirebbero indicatori sintomatici

dell'instaurazione di una collaborazione coordinata e continuativa anche nel caso

in cui l'attività di lavoro “sia connotata da competenze teoriche di grado elevato

acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico

pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell'esercizio concreto

di attività” . Infine, il legislatore esclude l'operatività della presunzione rispetto

251

250 Cfr. l’art. 69-bis, c. 3, d.lgs. n. 276/2003.

251 V. l’art. 69-bis, c. 2, let. a, 3, d.lgs. n. 276/2003. 122

a rapporti contrattuali di cui sia parte un “soggetto titolare di un reddito annuo da

lavoro autonomo non inferiore a 1.25 volte il livello minimo imponibile ai fini

del versamento dei contributi presidenziali di cui all'articolo 1, comma 3, della

legge 2 agosto 1990, n. 233” . L'operatività della presunzione soltanto al di

252

sotto di questa soglia reddituale conferma

come alla recente norma sia sottesa la convinzione pratica che l'area dei rapporti

economici in cui si situano le collaborazioni sia quella delle attività autonome,

oltre che poco qualificate sul piano professionale, anche scarsamente remunerate.

Per i lavoratori autonomi che percepiscano redditi superiori a tale soglia, infatti,

la prestazione d'opera può essere riqualificata sul piano giuridico soltanto se il

lavoratore dimostri in giudizio la ricorrenza in concreto dei tratti caratterizzanti la

collaborazione coordinata.

L'operare della presunzione di cui all’art. 69-bis e la conseguente riqualificazione

del rapporto in termini di collaborazione coordinata e continuativa comporta, per

espressa previsione legislativa, il prodursi degli effetti descritti nel quarto e nel

quinto comma dell'articolo 69-bis.

Essa determina in primo luogo “l'integrale applicazione della disciplina” del

contratto di lavoro a progetto «ivi compresa la disposizione dell'articolo 69,

comma 1” . In secondo luogo, la riqualificazione del rapporto produce

253

conseguenze sul piano contributivo, poiché, quando la prestazione lavorativa [...I

si configura come collaborazione coordinata e continuati, gli oneri contributivi

derivanti dall'obbligo di iscrizione alla gestione separata dell'INPS ai sensi

dell'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, sono a carico per

due terzi del committente e per un terzo del collaboratore, il quale, nel caso in cui

la legge gli imponga l'assolvimento dei relativi obblighi di pagamento, ha il

relativo diritto di rivalsa nei confronti del committente” .

254

252 V. l’art. 69-bis, c. 2, let. b, 3, d.lgs. n. 276/2003

253 Questa previsione, peraltro, è destinata ad essere applicata immediatamente ai rapporti

instaurai successivamente all'entrata in vigore della L.n. 92/2012 (e, quindi, dopo il 18 luglio

2012) e solo dal 18 luglio 2013 anche ai rapporti già costituiti a quel medesimo momento: cfr.

l'art. 69-bis, c. 4, d.lgs. n. 276/2003.

254 Così l’art. 69-bis, c. 5, d.lgs. n. 276/2003. 123

I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa esclusi dalla

20. disciplina del lavoro a progetto

Vale la pena di ricordare che, anche dopo la L. n. 92 del 2012, non tutti i rapporti

di collaborazione coordinata e continuativa devono essere necessariamente

assoggettati alla disciplina del contratto di lavoro a progetto. Più precisamente,

possono darsi due casi: o che i committenti interessati ad instaurare rapporti di

collaborazione coordinata e continuativa siano tenuti ad applicare la disciplina di

altro contratto tipico; oppure che essi possano esercitare l'autonomia loro

riconosciuta dall'art. 1322 c.c. e che lo facciano vuoi per strutturare nel modo più

opportuno il contenuto obbligatorio del contratto d'opera, vuoi per concludere

contratti atipici di lavoro autonomo. L'area delle collaborazioni autonome

sottratte alla disciplina del lavoro a progetto, peraltro, è difficilmente

riconducibile ad unità poiché è costituita da situazioni tra loro molto diverse e

che, al più, possono essere raggruppate a seconda che attribuiscano rilievo

giuridico al committente e all'attività svolta dallo stesso, a condizioni relative al

collaboratore o, infine, a contenuti o a caratteristiche della collaborazione.

Nelle esclusioni del primo tipo rientrano, ad esempio, quelle disposte “in favore

delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni

sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione

sportiva riconosciute dal C.O.N.I., come individuate e disciplinate dall'articolo

90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289“ ; ma anche delle pubbliche

255

amministrazioni .

256

Inoltre, tra i committenti che non sono tenuti a sottoscrivere un contatto di lavoro

a progetto devono ora essere inclusi anche gli operatori economici che esercitano

“l'attività di vendita diretta di beni e servizi realizzate attraverso call center

255 Cfr. l'art. 61, c. 3, d.lgs. n. 276/2003. 124

outbound” . Si può supporre che il legislatore, proprio al fine di incentivare la

257

permanenza sul territorio nazionale di queste attività labour intensive, abbia

inteso garantire agli operatori economici un duplice beneficio. Oltre all'esonero

dall'obbligo di stipulare un contratto di lavoro a progetto, infatti, quelli tra essi

che dovessero comunque trovare conveniente stipulare, ex art. 1322 c.c., contatti

di lavoro a progetto sarebbero altresì esonerati dall'applicare i parametri di

commisurazione dei corrispettivi dettati in via generale per tutti i collaboratori a

progetto dall'art. 63 d.lgs. n. 276/2003.

Sotto forma di inciso al primo comma dell'art. 61, in altri termini, è stata

introdotta una deroga al principio per cui i compensi dei collaboratori a progetto,

quand'anche determinati dalla specifica contrattazione collettiva per essi valida,

non possono comunque essere inferiori ai livelli retributivi previsti dai contratti

collettivi per i lavoratori subordinati di professionalità equiparabile. Nonostante il

contratto di lavoro a progetto, soprattutto in ragione della sua strutturale

temporaneità, si presenti come poco consono e difficilmente adattabile alle

caratteristiche organizzative dei call-center, infatti, gli operatori del settore lo

hanno spesso impiegato perché consente di contenere il costo del lavoro e di

migliorarne la produttività . La scelte regolative in discorso, quindi,

258

assecondano le richieste degli operatori del settore di ricorrere alla collaborazioni

non subordinate senza dover soggiacere ai vincoli del lavoro a progetto e di poter

corrispondere ad essi trattamenti economici "di mercato".

256 Essendo inapplicabile alle p.a. l'intero d.lgs. n. 276/2003 e, per quanto qui più interessa,

l'obbligo di riconduzione della collaborazione al progetto di cui all'art. 61. c. 1, d. lgs. (arg. ex art.

6, 1. 14 febbraio 2003, n. 30, e art. 1, c. 2, d.lgs. n. 276/2003). Conviene ribadire che anche per

le p.a. l'esonero dall'obbligo da ultimo considerato non equivale ad un divieto di stipulare

contratti di lavoro a progetto. Stante la perfetta compatibilità di questo schema negoziale e della

relativa disciplina con i vincoli sostanziali in materia di conferimento degli incarichi di lavoro

autonomo imposti dall'art. 7, c. 6 ss., d. lgs. 30 marzo 2001, n. 165, infatti, le p.a. sono libere di

ricorrervi qualora lo ritengano opportuno.

257 V. l'art. 61, c. 1, d.lgs. n. 276/2003 (cosi come integrato dall'art. 24-bis, c. 7, d.l. n. 83/2012,

convertito con modif. in L. n. 134/2012). 125

II corrispettivo dovuto al collaboratore a progetto

21.

Alcune previsioni della L. n. 92/2012 intervengono sulla disciplina del lavoro a

progetto e, tra queste, meritano di essere segnalate per prime quelle relative alla

determinazione del corrispettivo dovuto.

L'originaria previsione in materia stabiliva che il compenso corrisposto ai

collaboratori a progetto dovesse essere "proporzionato alla quantità e qualità del

lavoro eseguito” e dovesse “tenere conto dei compensi normalmente corrisposti

per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del

rapporto”. Successivamente, peraltro, questa regola era stata integrata con

l'introduzione di un ulteriore parametro di commisurazione del compenso. Le

parti, infatti, avrebbero dovuto concordare l'ammontare del corrispettivo tenendo

altresì conto "dei compensi normalmente corrisposti per prestazioni di analoga

professionalità, anche sulla base dei contratti collettivi nazionali di riferimmo” .

259

La nuova disciplina arricchisce i criteri di commisurazione anzitutto affiancando

al precedente criterio della proporzionalità quelli della "particolare natura della

prestazione" e quello della specificità "del contratto che la regola ". In realtà, il

260

primo criterio è concettualmente ricompreso in quello, più ampio, di

258 Né sono mancate in questo particolare settore merceologico gravi forme di abuso del

medesimo contratto. A quest'ultimo proposito è forse il caso di ricordare che l'esito di

un'ispezione del maggio 2006 è all'origine di un'articolata vicenda dalle notevoli ripercussioni.

Più precisamente, il riconoscimento della natura subordinata di 3.600 contratti a progetto ha

indotto, per un verso, il Ministero del lavoro ad "orientare" la valutazione degli ispettori del

lavoro (cfr. le diverse e perfino contraddittorie indicazioni fornite dalle circolari della Direzione

Generale per l'Attività Ispettiva nn. 17 del 14 giugno 2006 e 4 del 29 gennaio 2008; nonché la

nota 25/I/0017286 del 3 dicembre 2008); e, per altro verso, gli operatori del settore a

concordare con le organizzazioni sindacali idonei percorsi di "stabilizzazione" (a partire

dall'Avviso Comune 4 ottobre 2006) generosamente sostenuti dal legislatore nazionale (cfr. l'art.

1, cc. 1202 ss., 1. n. 296/2006) e da alcune amministrazioni regionali. Proprio questi benefici

economici hanno assicurato per qualche tempo la "profittabilità" delle attività di sollecitazione

telefonica; mentre il loro esaurimento è certamente una delle ragioni delle più recenti scelte di

delocalizzazione in Paesi extra-europei (trattandosi, comunque, di un'attività a basso valore

aggiunto e di un settore in cui le dinamiche concorrenziali sono tuttora fondate quasi

esclusivamente sulla compressione dei costi di produzione).

259 Così l’ art. 1, c. 772, I. n. 296/2006.

260 Così il nuovo testo dell'art. 63, c. 1. d.lgs. 276/2003 dopo le modificazioni di cui all'art. 2, c.

23, lett. c, L. 92/2012. 126

proporzionalità se, come appare plausibile, il concetto di "natura della

prestazione" attribuisce rilevanza giuridica alle caratteristiche intrinseche

dell'attività promessa e quindi, ancora una volta, alla “qualità” del lavoro. Più

interessante, invece, è l'altro criterio che permette al giudice di valutare

l'importanza di alcune clausole nell'economia del contratto (si pensi, sempre a

titolo di esempio, alle clausole di esclusività del rapporto) al fine di correggere,

riequilibrandolo, lo scambio negoziale.

Proprio la previsione di criteri di determinazione del compenso conferma che

ratio della disciplina legislativa è anzitutto la realizzazione di una "giustizia

contrattuale", sebbene non possa più affermarsi che essa non produca alcun

effetto apprezzabile sul piano della "giustizia sociale". L'obiettivo che il

legislatore intende perseguire consiste certamente nell'evitare che la libera

negoziazione tra le parti determini un eccessivo squilibrio patrimoniale tra le

parti, a tutto vantaggio del committente. Ma, sebbene la previsione legislativa

non imponga di valutare se il compenso pattuito sia anche sufficiente ad

assicurare al collaboratore ed alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa (per

usare le parole dell'art. 36 Cost., al quale la previsione in discorso è stata spesso

accostata) , un effetto in tal senso deriverà necessariamente dall'applicazione dei

261

parametri di congruità del corrispettivo pattuito. Evidentemente preoccupato che

la libertà di determinazione dei compensi potesse comportare la pattuizione di

corrispettivi bassi, con la conseguente riduzione delle entrare contributive , il

262

261 Cfr. SANTORO PASSARELLI, 2005 , 1425. Contra, implicitamente, MARAZZA, Il lavoro

autonomo dopo la riforma de Governo Monti, in ADL , 4-5-2012. Altra questione, poi, riguarda la

possibilità di includere le collaborazioni coordinate e continuative, non solo a progetto, nell’area

del lavoro costituzionalmente protetto (dal quale sono da escludere le altre forme di lavoro

autonomo). La tesi, convincentemente proposta da GAROFALO M.G, Unità e pluralità del

lavoro nel sistema costituzionale, in AA.VV., Scritti in onore di Edoardo Ghera, I, Cacucci, Bari,

2008, spec. 453-454, si fonda sull'assunzione dell'art. 3 cpv. Cost. a fondamento del sistema

delle norme costituzionali di tutela del lavoro e sulla lettura del combinato disposto degli arti. 35

e 36, c. 1, Cost. conseguentemente orientata alla rimozione degli ostacoli all'uguaglianza

sostanziale dei lavoratori (non necessariamente subordinati).

262 Come già accaduto in occasione dell'approvazione dell'art. 1, c. 772, L. n. 296/2006 (la

quale, non a caso, era una legge finanziaria). Non è casuale, insomma, che la I. n. 92/2012

abbia sia riformulato le norme sul corrispettivo, sia rimodulato (al rialzo) quelle sul prelievo

contributivo. Ovviamente, la scelta regolativa produce altresì l'effetto di evitare che la libertà di

determinazione dei compensi (e, segnatamente, la possibilità di pattuire con il collaboratore a

progetto un compenso inferiore all'ammontare della retribuzione spettante al lavoratore

subordinato "equiparabile") costituisca un incentivo ulteriore a dissimulare rapporti di lavoro

subordinato sotto la forma del contratto di lavoro a progetto. 127

legislatore ha individuato alcuni parametri vincolanti per le parti. Più

precisamente, l'ammontare del compenso non può scendere al di sotto della

soglia minima che il legislatore individua in modo diverso a seconda che esista o

meno una "contrattazione collettiva specifica" per i collaboratori a progetto posta

in essere dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro

comparativamente più rappresentative sul piano nazionale .

263

In assenza di pattuizioni collettive specificamente dirette a fissare l'ammontare

minimo dei compensi dovuti ai collaboratori a progetto, invece, l’unico

parametro al quale fare riferimento sarà il secondo tra quelli innanzi indicati (vale

a dire quello relativo ai lavoratori subordinati). La legge stabilisce testualmente,

infatti, che il corrispettivo dovuto non potrà “essere inferiore, a parità di

estensione temporale dell'attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni

minime previste dai contratti colletti nazionali di categoria applicati nel settore di

riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza

sia analogo a quello del collaboratore a progetto” . In definitiva, con l'unica

264

eccezione dei collaboratori impegnati nei call-center outbound , l'ammontare

265

del corrispettivo spettante al lavoratore a progetto è saldamente ancorato alla

retribuzione collettivamente fissata per il lavoratore subordinato “comparabile”.

Ed è appunto questa connessione con la contrattazione collettiva che dovrebbe

innescare una dinamica redistributiva della ricchezza prodotta per molti aspetti

analoga a quella fondata sull'art. 36, c. Cost. .

266

263 Quanto al livello di contrattazione, la L. n. 92/2012 chiarisce che tale contrattazione

collettiva può essere interconfederale o nazionale di categoria oppure, a condizione che vi sia

un rilievo esplicito da parte del contratto nazionale, anche decentrata: v. l’art. 63, c. 1, ultimo

periodo, d. lgs. n. 276/2003 (come sostituito dall'art. 2, c. 23. lett. c, L. n. 92/2012).

264 Art. 63, c. 2, d.lgs. n. 276/2003 introdotto dall'art. 2, c. 23, lett. c, L. n. 92/2012.

L'equivalenza tra le due formule testuali riportate in testo è implicitamente negata, invece, da

MARAZZA, 2012, Il lavoro autonomo dopo la riforma del Governo Monti, in ADL. 4-5, lì dove

sostiene che il riferimento all'esperienza presente nella seconda di esse «lascia intendere che

la quantificazione della retribuzione parametro deve essere effettuata anche valorando le voci

del contratto collettivo nazionale di lavoro legate all'anzianità di servizio». Sennonché appare

più e rispettoso del dato testuale e della funzione propria della previsione il considerare la

competenza e l'esperienza come due elementi per individuare il profilo professionale

“comparabile”) (e non le voci retributive costituenti il parametro)

265 Per i quali il corrispettivo è svincolato da qualsiasi parametrazione rispetto ai lavoratori

subordinati "comparabili".

266 Dinamica che, come è ovvio, condiziona anche il piano contributivo. 128

Il regime transitorio

22.

E’ importante infine segnalare, che le disposizioni innovative innanzi esaminate,

si applicano ai contratti stipulati successivamente alla data di entrata in vigore

della legge. Questo determina la coesistenza di due modelli di contratto a

progetto, la cui disciplina è sensibilmente differenziata in ragione di un dato

meramente temporale. Differenza peraltro accentuata dalla norma interpretativa

dell'art. 69, comma 1 e comma 24, nel senso che l'individuazione di uno specifico

progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di lavoro

subordinato a tempo indeterminato, che pure sembra applicarsi soltanto ai nuovi

rapporti.

Ciò indurrebbe a ritenere che prima dell'entrata in vigore della riforma

l'individuazione di uno specifico progetto non avrebbe costituito un elemento

essenziale di validità del rapporto con le conseguenze innanzi richiamate, come

in qualche modo ha ritenuto la famosa circolare ministeriale del 2004 ed una

parte minoritaria della giurisprudenza. Così ricostruita la normativa

intertemporale, balza subito all'evidenza non solo un delicato interrogativo sulla

facoltà del legislatore di far operare una norma meramente interpretativa soltanto

da una data convenzionale, ma ancora più una questione di legittimità di regimi

giuridici differenziati con riferimento a situazioni fattuali eguali .

267

La nuova disciplina in materia di recesso

23.

267 Sul regime transitorio relativo alla precedente disciplina sul lavoro a progetto, v. sent. Corte

cost. n. 399/2008, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità dell'art. 86. comma 1, d.lgs. n.

276, che sanciva la cessazione anticipata dei rapporti di collaborazione instaurati prima della

riforma che non fossero riconducibili ad un progetto. 129

La L. n. 92/2012 ha parzialmente modificato anche la disciplina del recesso dal

rapporto . Rispetto al passato, è rimasta ferma la facoltà di recesso riconosciuta

268

al committente qualora la sospensione del rapporto in ragione di una malattia e di

un infortunio si protragga “per un periodo superiore a un sesto della durata

stabilita nel contratto, quando essa sia determinata, ovvero superiore a trenta

giorni per i contratti di durata determinabile” .

269

È cambiata, invece, la disciplina delle altre ipotesi di recesso. Se la disciplina

previgente stabiliva che le parti potessero recedere dal rapporto "prima della

scadenza del termine per giusta causa ovvero secondo le diverse causali o

modalità, incluso il preavviso, stabilite dalle parti nel contratto di lavoro

individuale" , quella attuale ammette anzitutto per entrambe le parti del rapporto

270

la facoltà di recesso per "giusta causa" . Anche qui, come nel caso di altri

271

contratti di durata il legislatore non puntualizza cosa debba intendersi per giusta

causa. Nulla vieta, però, di intendere quest'ultima, sulla falsariga di quanto

previsto dall'art. 2119 c.c., come una "causa che non consenta la prosecuzione,

anche provvisoria, del rapporto".

Il legislatore ammette in favore del committente un'ulteriore possibilità di

recedere dal contratto qualora nell'esecuzione del rapporto emergano "oggettivi

268 Il quale, come è noto, è destinato ad estinguersi fisiologicamente con la realizzazione del

progetto « che ne costituisce l'oggetto» (cosi l'art. 67, c 1, d.lgs. n. 276/2003 cosi come

modificato dall'art. 1, c. 23. lett. d, L. n. 92/2012).

269 V. I'art. 66, c. 2, d.lgs. n. 276/2003.

270 Così I'art. 67, c. 2, vecchio testo, d.lgs. 276/2003. La previsione, poi, aveva alimentato un

vivace dibattito circa la legittimità o meno del recesso acausale, e quindi privo di oggettive

ragioni giustificatrici, delle parti (e, in particolare del committente). Per la possibilità di introdurre

convenzionalmente un regime di libera recedibilità si sono espressi gran parte degli interpreti.

In particolare v., in tempi più recenti, RUSCIANO, D.Igs. 276 e subordinazione: variazioni sul

tema, DL, I, 2005, 448: GHERA, Il nuovo diritto del lavoro, Giappichelli, Torino, 2006, 62;

PALLINI, Il lavoro a progetto: ritorno al... futuro?, in ID., a cura di, Il «lavoro a progetto» in Italia

e in Europa, il Mulino, Bologna, 2006, 129; SANTORO PASSARELLI, Lavoro a progetto, Enc.

dir. Annali, IV, Giuffrè, Milano, 2007, 152 e 2011, 682; LEPORE, Questioni in tema di lavoro a

progetto, DL, 2006, I, 2006, 318 e 2007, 848; PASSALACQUA, Il lavoro coordinato, in AA.VV., I

contratti di lavoro, a cura di Vallebona A.. I, Utet, Torino, 2009, 149; contra, PERULLI,

Subordinazione e autonomia, in BESSONE M., diretto da, Trattato di diritto privato, XIV, Il lavoro

Subordinato, a cura di Franco Carinci, 2, Il rapporto individuale di lavoro: costituzione e

svolgimento, coordinato da Adalberto Perulli, Giappichelli, Torino, 2007, 110.

271 Così l'art. 67, c. 2, d.lgs. n. 276/2003 come sostituito dall'art. 1, c. 23, lett. e, L. n. 9212012.

130

profili di inidoneità professionale del collaboratore tali da rendere impossibile la

realizzazione del progetto".

La legge, insomma, giustifica il recesso immediato del committente allorché nel

corso dell'esecuzione del contratto alcuni comportamenti attuativi dello stesso,

non necessariamente costituenti inadempimento, ovvero altri accadimenti

estranei al rapporto lascino dubitare dell'idoneità professionale del

272

collaboratore e rendano ragionevole e plausibile un giudizio prognostico circa

l'impossibilità che il collaboratore adempi esattamente alla propria obbligazione.

Proprio la circostanza che il legislatore abbia attribuito autonomo rilievo a questa

fattispecie costituisce una valida ragione per ritenere che soltanto un

inadempimento possa assurgere a giusta causa di recesso. Infatti, e ragionando al

contrario, se la giusta causa fosse intesa come designante qualsiasi evento o

accadimento idoneo a pregiudicare l'affidamento del creditore nella realizzazione

del progetto, essa finirebbe col comprendere anche quei fatti che il legislatore ha

posto a fondamento del recesso per inidoneità professionale; con la conseguenza

che l'autonoma previsione di quest'ultima causale non avrebbe alcuna ragione

d'essere.

In merito al recesso per inidoneità professionale, peraltro, è necessario

aggiungere che, pur nel silenzio del legislatore, il recesso debba ritenersi

giustificato solo a condizione che i profili di inidoneità professionale non fossero

già conoscibili dal committente prima dell'instaurazione del rapporto utilizzando

la medesima diligenza richiesta, a seconda delle diverse ipotesi, dall'art. 1176 c.c.

Occorre considerare, infatti, che il committente è pur sempre il titolare

dell'organizzazione entro la quale andrà ad integrarsi funzionalmente l'opera o il

servizio che saranno realizzati dal collaboratore e, conseguentemente, è lecito

attendersi dallo stesso una valutazione particolarmente attenta delle conoscenze e

delle competenze del collaboratore già nella fase precedente la conclusione del

272 Si pensi al caso del collaboratore al quale sia stato affidato l'incarico di realizzare un

progetto particolarmente complesso dopo che il committente abbia assunto presso terzi

informazioni circa una precedente esperienza professionale. Qualora successivamente tali

informazioni dovessero rivelarsi infondate, ad esempio perché l’opera o il servizio realizzato

presso terzi abbiano manifestato vizi prima occulti, il recesso del committente potrà ritenersi

giustificato. 131

contratto. L'interpretazione restrittiva della formula legislativa, del resto, è

giustificata anche dall'opportunità di salvaguardare - per quanto possibile -

l'affidamento del collaboratore circa la realizzazione del progetto affidatogli.

Per quanto attiene al collaboratore, invece, la legge non consente direttamente

alcuna facoltà di recesso ulteriore oltre quella per giusta causa. Ammette, però,

che il collaboratore possa “recedere prima della scadenza del termine, dandone

preavviso, nel caso in cui tale facoltà sia prevista nel contratto individuale di

lavoro”. Saranno le parti in sede di negoziazione del contratto, quindi, a

riconoscere eventualmente al collaboratore la facoltà di recedere dal rapporto e le

condizioni in presenza delle quali essa potrà essere esercitata. La

regolamentazione legislativa del recesso, si presenta, quindi, più vincolante per il

collaboratore che per il committente. In conclusione, occorre altresì evidenziare

come la legge nulla disponga circa la forma, necessariamente scritta o libera, del

recesso.

La necessità della forma scritta, quanto meno del recesso del committente, si può

però evincere indirettamente dalla disciplina dell'impugnazione dell'atto stesso.

Conviene ricordare come restino ferme anche le regole relative all'impugnazione

da parte del collaboratore del recesso intimato dal committente. Come è noto,

infatti, l'art. 32, c. 3, lett. b, L. 4 novembre 2010 n. 183, ha esteso anche al

“recesso del committente nei rapporti di collaborazione coordinata e

continuativa, anche nella modalità a progetto” la disciplina prevista per

l'impugnazione del licenziamento da parte del lavoratore subordinato.

Pertanto, il recesso del committente dovrà essere impugnato pena di decadenza

entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta,

ovvero dalla comunicazione, anch'essa in forma scritta, dei motivi, ove non

contestuale, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere

nota la volontà del lavoratore anche attraverso l'intervento dell'organizzazione

sindacale diretto ad impugnare il recesso stesso .

273

Inoltre, "l'impugnazione è inefficace se non è seguita, termine di duecentosettanta

giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di

273 V. l’art. 6, c. 1, L. 15 luglio 1966, n. 604. 132

giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta di

tentativo di conciliazione o arbitrato, ferma restando la possibilità di produrre

nuovi documenti formatisi dopo il deposito del ricorso. Qualora la conciliazione

o l'arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l'accordo necessario al

relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di

decadenza entro sessanta giorni dal rifiuto o dal mancato accordo” .

274

L'indennità di fine rapporto per i collaboratori a progetto

24.

Realmente innovativa è, invece, la scelta compiuta dalla L. n. 92/2012 di rendere

strutturale, seppure con alcune significative modificazioni, la misura di sostegno

al reddito introdotta, per le prima volta e in via sperimentale, dall'art. 19, c. 2, d.l.

29 novembre 2008 n. 185, convertito, con modificazioni, in L. 28 gennaio 2009,

n. 2 .

275

Requisito essenziale per beneficiare della prestazione è l'aver stipulato un

contratto di lavoro a progetto, oramai cessato, e l'essere iscritti, ai fini

dell'assicurazione generale obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ed i

superstiti, esclusivamente alla cosiddetta Gestione separata dell'INPS di cui

all'art. 2, c. 26, L. 8 agosto 1995, n. 335 . Si tratta, con tutta evidenza di una

276

misura tutt'altro che universale posto che sono esclusi dalla possibilità di

percepire l'indennità tutti i collaboratori coordinati e continuativi che abbiano

sottoscritto contratti diversi da quello a progetto.

La circostanza, peraltro, deve essere ulteriormente precisata considerato che,

anche nelle ipotesi in cui le parti continuano a godere di un'autonomia negoziale

piena, esse possono trovare comunque conveniente ed opportuno stipulare un

contratto di lavoro a progetto. Il punto è che se è vero che in quelle ipotesi il

274 Così l’art. 6, c.2, L. n. 604/1966.

275 Comma inizialmente modificato dall'articolo 1 della L. 28 gennaio 2009, n. 2, in sede di

conversione, successivamente sostituito dall’art. 2, c. 130, della L. 23 dicembre 2009, n. 191,

dall'art. 6, c. 1, Iett. c. del d.l. 29 dicembre 2011, n. 216 e, da ultimo, abrogato, a decorrere dal

1° gennaio 2013, dall'art. 2, c. 69, lett. a, L. n. 92/2012. Sulla misura sperimentale di sostegno

al reddito v. SANTORO PASSARELLI, Lavoro a progetto, Enc. dir. Annali, IV, Giuffrè, Milano,

2011, 683.

276 Arg. Ex art. 2, c. 51, L. n. 92/2012. 133

contratto a progetto resta uno schema negoziale liberamente eleggibile e si vuole

comunque evitare di far dipendere il beneficio previdenziale dalle variabili scelte

dell'autonomia privata, occorre concludere che possono percepire l'indennità in

discorso soltanto i lavoratori autonomi che siano stati parte di un rapporto di

lavoro a progetto e che non avrebbero potuto prestare quella specifica

collaborazione in esecuzione di altro schema negoziale. Si finisce per aggravare,

in tal modo, l'evidente disparità di trattamento giuridico riservato a situazioni

identiche, non essendo plausibile che, a parità di tutte le altre condizioni previste

dalla legge, la mancanza di lavoro incida più pesantemente sui collaboratori a

progetto rispetto alle altre categorie di collaboratori autonomi. Quanto allo “stato

di bisogno”, dal 1° gennaio 2013, data di entrata in vigore della nuova

disciplina , esso sarà individuato in modo parzialmente diverso da quanto fatto

277

in precedenza.

Le nuove previsioni, in particolare, individuano una serie di condizioni che

devono essere soddisfatte contemporaneamente affinché possa maturare il diritto

al beneficio. Il collaboratore, infatti, deve aver anzitutto operato in favore di un

unico committente percependo un compenso lordo complessivo non superiore ai

ventimila euro . Ciò che conta ai fini della monocommittenza, peraltro, è che

278

nel corso dell'anno di calendario deve intendersi, il lavoratore abbia collaborato

con un unico committente essendo, invece, del tutto irrilevante che ciò sia

avvenuto in forza di uno o più contratti di lavoro a progetto .

279

Ulteriore elemento strutturale della fattispecie è rappresentato dalla necessità che,

sempre nell'anno precedente la cessazione della collaborazione, siano stati pagati

alla Gestione separata dell'INPS i contributi dovuti sui compensi per almeno

277 Cfr. l'art. 2, c. 51, primo periodo, L. n. 92/2012. Il successivo comma 54, poi, precisa che

«restano fermi i requisiti di accesso e la misura del trattamento vigenti alla data del 31 dicembre

2012 per coloro che hanno maturato il diritto entro tale data ai sensi dell'articolo 19, comma 2,

del decreto-legge 29 novembre 2008, n 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28

gennaio 2009, n. 2, e successive modificazioni ».

278 Arg. ex art 2, c. 51, lett. a e b, L. n. 92/2012. La seconda di queste previsioni, inoltre

dispone che il limite dei ventimila sia «annualmente rivalutato sulla base della variazioni

dell’indice ISTAT dei prezzi al consunto per le famiglie di operai e impiegati intervenuta

nell'anno precedente».

279 Cfr. l'art. 2, c. 51, lett. a, L. n. 92/2012. 134

quattro mensilità . Questa condizione, unita alla circostanza che il collaboratore

280

nel medesimo anno deve essere stato disoccupato per un periodo "ininterrotto di

almeno due mesi", attesta l'intento del legislatore di escludere dal godimento del

beneficio i lavoratori impegnati nella realizzazione di progetti di breve durata

ovvero anche di lunga durata (purché superiore a dieci mesi) ma con compensi, e

contribuzione, modesti .

281

In concreto, al collaboratore che presenti la relativa domanda entro il termine che

sarà stabilito dall'ente previdenziale, sarà corrisposta un'indennità di ammontare

pari al "5 per cento del minimale annuo di reddito di cui all'articolo 1, comma 3,

della legge 2 agosto 1990, n. 233, moltiplicato per il minor numero tra le

mensilità accreditate l'anno precedente e quelle non coperte da contribuzione" .

282

Tale indennità, peraltro, è liquidata in un'unica soluzione solo se il relativo

importo è inferiore o al più pari a mille euro oppure, in caso di ammontare

superiore, in più ratei di “importi mensili pari o inferiori a 1.000 euro” .

283

280 V. l'art. 2, c. 51, lett. e, L. n. 92/2012; ma le mensilità sono ridotte da quattro a tre per il

triennio 2013-2015 (arg. Ex art. 2, c. 56, lett. a, L. n. 92/2012).

281 Quest'ultima considerazione si spiega considerando l'operare congiunto di due condizioni:

quella in discorso e quella, precedentemente segnalata, rappresentata dall'ammontare

massimo lordo del compenso (pari a ventimila euro).

282 Cfr. l'art. 2, c. 52, L n. 92/2012. Limitatamente al primo triennio di applicazione dell'istituto,

per il vero, l'importo dell'indennità sarà pari al 7 per cento, anziché al 5 per cento, del minimale

annuo (arg. ex art. 2. c. 56. lett. b, L. n. 92/2012).

283 V. l'art. 2, c. 53, L. n. 92/2012. 135

CAPITOLO 3

DAL CONTRATTO A PROGETTO ALLA RIFORMA DEL JOBS ACT

L’habitat culturale e normativo della riforma

1.

Il nostro diritto del lavoro sta conoscendo una trasformazione molto profonda,

anche se le coordinate di fondo di questa trasformazione non sono ancora

chiaramente decifrabili . Il rilievo è comune e fondato: l'operazione di riforma

284

compiuta con il Jobs Act, ed in parte ancora da compiere, è profonda e complessa

sicché, a volerne comprendere il senso, non ci si può fermare alla considerazione

di un solo istituto, che va collocato nel contesto complessivo del programma di

riforma.

I diversi provvedimenti legislativi del Jobs Act hanno inciso profondamente sulla

disciplina previgente di talune categorie fondanti della nostra disciplina e,

secondo una parte della dottrina questi provvedimenti avrebbero destrutturato il

285

diritto del lavoro, nel senso che il Jobs Act avrebbe smantellato le tutele

assicurate dallo Statuto dei lavoratori (reintegrazione mansioni e controllo a

distanza).

284 Cfr. M.V. BALLESTRERO, La riforma del lavoro: questioni di costituzionalità, in Lav. dir.,

2015, p. 39.

285 U. Romagnoli, Controcorrente, in Lav. dir., 2015, p.3 ss. 136

Viceversa, secondo altri , il Jobs Act invece avrebbe flessibilizzato la disciplina

286

del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato per estenderla ad un

maggior numero di lavoratori e per renderla più attrattiva per i datori di lavoro,

riducendo le tutele nel rapporto di lavoro, ma avrebbe incrementato le tutele per

gli inoccupati (cioè coloro che non hanno ancora un posto di lavoro) e i

disoccupati ( cioè coloro che hanno perso il posto di lavoro e sono alla ricerca di

un nuovo posto di lavoro) .

287

Certo le statistiche dicono che il numero dei rapporti di lavoro sarebbe aumentato

considerevolmente, e tuttavia questo aumento non rifletterebbe un incremento di

nuova occupazione ma prevalentemente un travaso dai rapporti precari e

temporanei al contratto a tutele crescenti economicamente conveniente per il

datore di lavoro a cagione della decontribuzione almeno per i rapporti stipulati

entro il 31 dicembre 2015.

Questo dato di realtà non deve comunque far perdere di vista che l'aumento

dell'occupazione dipende essenzialmente dalla crescita e dallo sviluppo

economico che, dopo un periodo di crisi acuta, in questi anni risulta piuttosto

modesto. Si aggiunga che la competizione tra le imprese derivante dalla

internazionalizzazione dei mercati, diventata brutale (basti pensare alla vicenda

della Volkswagen), e la concorrenza, assunta come valore dalla normativa

europea, hanno imposto alle imprese di ridurre i costi di produzione e, tra questi,

quello del lavoro.

Queste sono le cause alla base dei nuovi provvedimenti in materia di lavoro che,

tenendo conto di un contesto profondamente diverso da quello del 1970, hanno:

ampliato la cerchia dei soggetti protetti e quindi in buona sostanza allentando le

maglie della subordinazione anche attraverso la decontribuzione per un certo

periodo; attenuato le tutele per coloro che hanno un posto di lavoro subordinato a

286 A. Maresca, Il tempo indeterminato finalmente competitivo, in Ilsole24ore, 25 febbraio 2015

e in Bollettinoadapt.it.

287 M. Tiraboschi, Prima lettura del d.lgs. n. 81/2015 recante la disciplina organica dei contratti

di lavoro, Collana ADAPT Labour e-book studies, 2015, 45, Prefazione, il quale sottolinea (p. 2

– 3) come l'incentivo alle assunzioni mediante contratto a tempo indeterminato, basato

essenzialmente sui meccanismi di sgravi, non rappresenti più un incentivo alla stabilità del

lavoro. 137

tempo indeterminato per rendere più attrattivo per le imprese l'uso di questa

forma di assunzione rispetto alla pletora di rapporti temporanei (contratti a

termine, somministrazione, apprendistato ecc); e per contro hanno incrementato

le tutele nel mercato, con lo scopo di favorire, nella ricerca di un posto di lavoro,

coloro che sono inoccupati o disoccupati, attraverso il potenziamento di un

sistema di politiche attive e della formazione e riqualificazione dei lavoratori.

Il centro, o il punto iniziale, della riflessione è inevitabilmente il cosiddetto

Codice dei contratti (d.lgs. n. 81/2015), ma non si può ignorare l'habitat culturale

e normativo in cui esso si colloca. In particolare non si può ignorare che la

riscrittura delle tutele nei rapporti di lavoro si accompagna ad una revisione delle

tutele nel mercato del lavoro. Il binomio “tutele nel rapporto/tutele nel mercato”

rimasto svigorito per almeno vent’anni, nel senso che alle riforme più compiute

del diritto del lavoro, discusse, e con fervore, a partire almeno dagli anni novanta

nel dibattito scientifico, non si è dato seguito o si è dato un seguito molto parziale

e limitato, ha ora trovato uno sbocco nel cosiddetto Jobs Act, che dovrebbe dare

una svolta decisiva al nostro diritto del lavoro proprio nelle due proiezioni

indicate. Non è inopportuno ricordare il momento e le ragioni della connessione,

fino ad un certo punto non affatto scontata, tra “tutela nel rapporto” e “tutela nel

mercato”. Essa è tributaria del concetto di «flessicurezza» (o flexicurity): un

concetto di ascendenza europea, a sua volta originato dalle sfide che pongono all'

Europa dapprima lo sviluppo tecnologico e, successivamente, la globalizzazione

(senza contare la crisi economico-finanziaria che ha scosso fin dalle fondamenta

tutte le istituzioni).

Per usare le parole della comunicazione della Commissione europea al Consiglio

e al Parlamento europeo del 2007 “Nel complesso la globalizzazione

288

rappresenta un'occasione per la crescita e l'occupazione, ma i cambiamenti che

essa reca con sé richiedono risposte rapide da parte delle imprese e dei lavoratori

(...) l'Europa non si sta adeguando come potrebbe agli shock cui è esposta la sua

288 Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato

economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni, COM(2007)359 def., 27 giugno 2007.

Ma si vedano anche i Key policy messages from the Peer Review on “Flexicurity” del 20-21

novembre 2014, elaborati dalla Commissione nell'ambito del Mutual Learning Programme. 138

economia”. “Le imprese, soprattutto le piccole e le medie, devono essere in grado

di adattare la loro forza lavoro al cambiamento delle condizioni economiche”. “I

singoli hanno sempre più bisogno di sicurezza dell'occupazione piuttosto che di

sicurezza del posto di lavoro” .

289

Poi ci si avventura anche ad indicare le politiche attraverso le quali realizzare la

strategia di flessicurezza. In sintesi, forme contrattuali flessibili e affidabili

mediante una normativa del lavoro, contrattazioni collettive e un’organizzazione

del lavoro moderne, strategie integrate di apprendimento lungo tutto l’arco della

vita, efficaci politiche attive del mercato del lavoro che aiutano le persone a far

fronte ai cambiamenti rapidi e riducano i periodi di disoccupazione, sistemi

moderni di sicurezza sociale che forniscano un adeguato supporto al reddito,

incoraggino l’occupazione e agevolino la mobilità sul mercato del lavoro.

Nonostante il concetto di flessicurezza sia sottoposto a critica, in quanto ritenuto

fumoso, anzi più una parola che un concetto, non si è trovato ancora nulla di

meglio. Si può criticare la politica dei due tempi (prima flessibilità e poi

sicurezza) ma non sembra ci siano strade alternative a quella indicata.

Nel quadro europeo, quindi, non ci sono alternative al modello di flexicurity e,

nonostante dichiarazioni bellicose, specie da parte di alcuni Governi di sinistra,

non si vede alcun Paese che torni indietro significativamente sulle politiche di

flessibilità .

290

La prima fase del Jobs Act

2.

289 Nel panorama italiano, è la stessa diagnosi effettuata nel Libro Bianco sul mercato del

lavoro in Italia del 2001: «il progresso tecnologico così come i mutamenti nelle condizioni [del]

mercato [hanno], negli ultimi decenni, modificato profondamente l'ambiente nel quale le imprese

si trovano ad operare. Si è così determinata una crescente necessità di reagire con maggiore

flessibilità ai cambiamenti sul fronte dell'offerta e della domanda, mentre gli sviluppi tecnologici

hanno consentito alle imprese di introdurre modalità nuove e più flessibili nell'organizzazione

dei processi produttivi».

290 Cfr. T. TREU, Le istituzioni del lavoro nell’Europa della crisi, in Giorn. Dir. Lav. rel. Ind.,

2013, p. 597 ss. 139

La prima fase del Jobs Act è stata quella sul contratto a termine, con la

dilatazione della cosiddetta acausalità del contratto a tempo determinato fino a 36

mesi, addirittura attraverso un decreto-legge (d.l. n. 34/2014, convertito nella

legge n. 78/2014), con lo scopo di dare una fiammata alle nuove assunzioni. La

disciplina del contratto a termine poi, però, è stata sostanzialmente confermata

dal d.lgs. n. 81/2015.

Non c'è da stupirsi perché, se si muove dal presupposto, avallato dalla teoria

economica, che una certa quota di contratti di lavoro non standard, in particolare

a termine, sia ormai immanente o strutturale nel sistema , il problema della

291

protezione sociale dei lavoratori coinvolti in queste forme di lavoro concerne

l’integrazione del reddito e la conseguente copertura previdenziale, e la

formazione professionale, in modo da mantenerne inalterate ed anzi aumentarne

le capacità professionali.

Dunque, più che adottare un'ottica punitiva nei confronti del contratto a termine,

si tratta di prevenirne gli “abusi”, in modo che il lavoratore non cada nella

trappola della precarietà e, comunque, garantire che i lavoratori non standard

siano tutelati sul piano del sostegno del reddito e di tutti gli altri strumenti che

facilitino le transizioni da un impiego ad un altro.

Ci si può domandare se con il decreto sulla Naspi ci si stia muovendo, per

292

questo segmento, nella linea della flessicurezza che richiede di promuovere,

appunto, insieme alla flessibilità, la sicurezza del reddito dell'occupazione.

E ancor più ci si può domandare se la riforma dei servizi per l'impiego, attuata

con il d.lgs. 14 settembre 2015, n. 150, sarà all'altezza delle aspettative .

293

291 E’ ciò sembrerebbe confermato dai dati del Ministero del lavoro, dell’Inps e dell’Istat che

convergono nel segnalare la crescita degli occupati a tempo indeterminato ( + 34,6% ad agosto

2015 rispetto all’anno precedente, secondo i dati Inps e del Ministero del lavoro), senza che sia

diminuita la quota di assunzioni a termine, semmai lievemente incrementata ( + 1,3 % ad

agosto 2015 rispetto all’anno precedente).

292 Cfr. il d.lgs. 4 marzo 2015, n. 22.

293 Per un primo commento sulle novità introdotte dal decreto cfr. P. ICHINO, Un bilancio dei

decreti attuativi: i punti deboli delle nostre politiche attive del lavoro (intervista a cura di R.

Bisceglie), in www.pietroichino.it, 4 settembre 2015; ID., Politiche attive del lavoro: ne saremo

capaci? (intervista a cura di A. Giorgiutti), ivi, 11 settembre 2015. 140


PAGINE

191

PESO

329.19 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martinadan155 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dei contratti di lavoro e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli Federico II - Unina o del prof Lamberti Mariorosario.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in economia e commercio

Diritto privato in 93 pagine, Appunti completi, chiari e schematici
Appunto
Diritto pubblico - Appunti
Appunto
Fideiussione omnibus
Appunto
Diritto privato - i soggetti del diritto
Appunto