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Indice

Introduzione 5

Capitolo I

Fra dramma borghese e teatro dell’incomunicabilità: la Trilogia della

villeggiatura

1.1 Una borghesia in crisi 8

1.2 Le risorse del monologo 11

1.3 La comunicazione impossibile 12

Capitolo II

L’introspezione femminile nel teatro del primo Novecento

2.1 Strange Interlude: fra tradizione e modernità 18

2.2 Monologo interiore e incomunicabilità 20

Il monologo dell’angoscia:

2.3 La Voix humaine 36

2.4 Cocteau dal teatro al cinema 40

Capitolo III

La rivoluzione interiore: Fräulein Else

3.1 Schnitzler e Freud 43

3.2 Un melodramma interiorizzato 46

3.3 La visione del corpo 52

3.4 La dimensione onirica 53

L’ambiguità del finale

3.5 55

3.6 Sviluppi paralleli: Joyce e Woolf 60

1

Capitolo IV “antifemministe”:

Tra slancio femminista e rappresentazioni Simone de

Beauvoir

4.1 Verso il monologo interiore: Quand prime le spirituel 64

4.2 Tra monologo interiore e narrazione classica: Les Belles Images 68

L’esplosione del disagio:

4.3 La Femme rompue 72

4.4 Una voce disperata: Monologue 80

4.5 Personaggi in crisi 88

Una Beauvoir “antifemminista”?

4.6 91

Bibliografia 97

2

Introduzione

Questa tesi studia l’espressione delle inquietudini e delle contraddizioni

delle donne attraverso il monologo, in ambito teatrale e narrativo; e la

capacità della tecnica suddetta di evidenziare certe problematiche,

dall’amore infelice alla sofferenza del lutto, alla difficoltà di dominare le

proprie emozioni a quella di controllare la propria vita. La prima parte,

da Goldoni a O’Neill e Cocteau, la seconda,

dedicata al teatro, va imperniata

sulla narrativa, considera Schnitzler e Beauvoir.

La sezione sul teatro analizza innanzitutto i monologhi più importanti di

Giacinta, protagonista della Trilogia della Villeggiatura di Goldoni, messa

per la prima volta in scena nel 1761, esempio significativo della

metamorfosi della commedia tradizionale in dramma borghese: monologhi

che mostrano l’intensità dei conflitti interiori, le sfasature tra le passioni e le

restrizioni sociali. Si considerano quindi due drammi del primo Novecento:

O’Neill, che, spezzando continuamente l’azione con i

Strange Interlude di

monologhi e gli a parte, mostra i disagi dei personaggi, in particolare della

protagonista, la sua lacerazione tra la ragione e il senso di colpa; e La Voix

humaine di Cocteau, opera peculiare, occupata interamente dal monologo

donna all’apice del disagio interiore che tenta il suicidio

della protagonista,

a causa della fine della relazione con l’amante. In tutti questi drammi le

protagoniste sono sconvolte da sentimenti che provocano a seconda dei casi

fenomeni psicosomatici, perdita della sanità mentale e un tentativo di

suicidio. L’incapacità di gestire le proprie emozioni è l’elemento di

connessione, che porta però a finali completamente diversi.

La seconda sezione considera alcuni racconti, quasi romanzi brevi. Nella

narrativa novecentesca il monologo interiore è particolarmente importante,

l’Ulysses

come mostrano gli esempi archetipici quali di James Joyce e Mrs.

Dalloway di Virginia Woolf. Si analizza innanzitutto Fräulein Else di

Schnitzler, che narra la storia di una ragazza costretta dalle difficoltà

economiche della famiglia ad affrontare una situazione particolarmente

complicata da sola, e obbligata a nascondere il proprio disagio agli altri per

poi mostrarlo con forza solo prima di soccombere: le convenzioni sociali

3

che la opprimono le impediscono di essere libera; la sua sofferenza viene

resa visibile al lettore attraverso un monologo che tende allo stream of

consciousness.

Infine si prendono in esame diverse opere di Simone de Beauvoir, le cui

protagoniste, anche nelle proprie riflessioni più intime, preferiscono mentire

a se stesse piuttosto che ammettere la verità, che però trapela ugualmente

dai loro turbamenti, dalle loro contraddizioni, anche dai loro disturbi

psicosomatici. In uno dei racconti compresi in Quand prime le spirituel, la

si pensa come una donna all’avanguardia ma questa

protagonista Chantal

sua modernità non viene mai messa in atto; si illude di essere rivoluzionaria

ma in realtà è solo una donna che non è riuscita a rinnovarsi davvero, come

l’incoerenza tra ciò che dice e

dimostra come agisce. Anche la protagonista

del romanzo Les Belles images è, in modo diverso, un personaggio

contraddittorio: una donna psicologicamente fragile che tenta di apparire

come una figura forte e sicura nonostante dentro di sé sia smarrita, non solo

perché si sente inadeguata come madre, ma anche perché è incapace di

gestire le proprie emozioni.

Il racconto La femme rompue, che dà il titolo alla raccolta omonima, e

quello intitolato Monologue sempre in essa compreso, si incentrano su due

Monique e Murielle, che in seguito all’abbandono del marito

personaggi,

devono imparare a vivere una nuova vita, anche se la rifiutano con tutte le

loro forze. La Monique della Femme rompue, tradita e poi lasciata dal

marito, è costretta a mettere in discussione tutta la sua vita non solo a causa

delle sue bugie ma anche delle menzogne di cui lei stessa si è nutrita. La

Murielle di Monologue, divorziata e tormentata dal suicidio della figlia,

che prova nei confronti dei familiari e

sopravvive solo in virtù dell’odio

dell’ex marito, e dalle menzogne che racconta a se stessa per non

sprofondare in una depressione straziante.

In tutti i testi ripercorsi, i monologhi e gli a parte sottolineano la sconfitta

sociale e in alcuni casi anche interiore delle protagoniste, che a volte

scivolano nella rinuncia e nella totale sconfitta; la loro impossibilità di

comunicare con gli altri è accompagnata dalla difficoltà di comunicare

4

anche con se stesse, dalla loro tendenza all’autoinganno; attraverso i

monologhi confessano i propri sentimenti ma non sono in grado di gestirli

per superare la propria situazione; dissimulano e mentono a se stesse perché

sono incapaci di accettare la realtà. Queste opere, che pure appartengono a

contesti diversi e che sono strutturate in modi altrettanto diversi, si rivelano

dunque unite da consistenti tratti comuni; e mostrano il forte rapporto che

può unire certi procedimenti compositivi a certe costanti tematiche.

5

I. Fra dramma borghese e teatro dell’incomunicabilità: la

Trilogia della villeggiatura

1.1 Una borghesia in crisi

Nella Trilogia della Villeggiatura, andata in scena al teatro San Luca nel

1761, tra le sue opere più mature, Goldoni sconvolge al massimo i canoni

1

teatrali : non solo perché inizia a rappresentare la crisi della borghesia, la

2

nuova classe a cui finora ha dato risalto positivo , ma anche perché porta

avanti la sua analisi delle contraddizioni dei sentimenti, con particolare

riguardo a un personaggio femminile che appare, soprattutto a partire dalla

seconda commedia, estremamente sofferto, profondo e anticonformista,

tanto da rinnovare tutta la costellazione scenica.

La trilogia è concepita fin dal principio come una sola opera, sebbene per

ragioni pratiche molti registi ne abbiano rappresentato solo la parte iniziale.

Le tre commedie che la compongono, Le smanie della villeggiatura, Le

avventure della villeggiatura e Il ritorno dalla villeggiatura, evidenziano le

difficoltà economiche e lo smarrimento della classe borghese che tenta di

emulare il prestigio e i lussi dell’aristocrazia, con tanta avventatezza da

rischiare di perdere non soltanto la propria credibilità economica ma la

3

stessa reputazione . La trama ruota intorno a due famiglie borghesi, la prima

composta da un padre e una figlia, Filippo e Giacinta la seconda da due

fratelli, Leonardo e Vittoria; e si svolge prima a Livorno, poi nella

Montenero, luogo appunto della villeggiatura, poi di nuovo a Livorno;

proprio lo spostamento da un luogo all’altro scandisce i passaggi 4 : le Smanie

si svolgono prima della partenza per villeggiatura, le Avventure nella casa di

campagna e il Ritorno nel momento immediatamente successivo alla nuova

1 Tutte le note relative alla Trilogia sono tratte da C. Goldoni, Trilogia della villeggiatura (1761),

Venezia, Marsilio, 2005.

2 Cfr. F. Fido, Guida a Goldoni: teatro e società nel Settecento, Torino, Einaudi, 1977.

3 Sulle motivazioni dei titoli delle opere goldoniane cfr. F. Fido, Le inquietudini di Goldoni: saggi

e letture, Genova, Costa&Nolan, 1995, pp. 11-21, nel caso della Trilogia il titolo si focalizza sullo

spazio e sul tempo in cui è narrata la storia. “Italica”, 83, 3/4, 2006, pp.

4 Secondo F. Fido, Goldoni oggi (1707-2007), 707-716, allo

spostamento nello spazio corrisponde l’accelerazione del tempo e quindi del cosiddetto “ritmo

vitale”; effettivamente in villa la vita si presenta più frenetica ma allo stesso tempo si scoprono le

debolezze dei personaggi che sembrano rivelare la loro vera natura; inoltre il miglioramento della

vita è illusorio perché il luogo non risolve i “problemi esistenziali”.

6

installazione in città. L’inizio è scandito dalla frenesia della partenza, dagli

acquisti per figurare al meglio in campagna, e da accordi presi senza

5

considerare che la villeggiatura potrebbe cambiare tutto .

Nella seconda commedia non è chiaro quanto tempo è intercorso, ma

certo sono passare diverse settimane: la vita però segue uno schema fisso,

tra cene, partite a carte e feste che durano fino all’alba 6 , tanto da non

permettere a nessuno dei personaggi, a eccezione dei servitori che lo

7

commentano divertiti , di respirare aria fresca, fare lunghe passeggiate e in

generale godere dei piaceri della campagna. Per i borghesi dissipatori, però,

andare in villeggiatura non significa tanto divertirsi, quanto rimandare

problemi e decisioni: si tratta di una vera e propria sospensione del tempo da

qualsiasi preoccupazione e dovere, rimuovere la parte più ardua della realtà.

Le prime due commedie sono dominante dall’ossessione dello status e

della moda: evidente nella smania di Giacinta e Vittoria di ottenere e

sfoggiare, il mariage, un vestito di grido appena lanciato in Francia,

chiamato così perché basato su un matrimonio armonico di colori (peraltro,

con ironia sotterranea, il termine usato in senso figurato anticipa la vera

rivalità matrimoniale delle due donne); ma palese pure nel gusto

dell’ostentazione e della frivolezza che contraddistingue non solo il giovane

dissipato e spendaccione Leonardo, ormai ricoperto di debiti, ma anche

l’anziano e facoltoso, ma troppo debole e inavveduto Filippo, che pur

conservando la sua ricchezza la gestisce così male da ritrovarsi senza la

liquidità immediata per il matrimonio della figlia. L’unico borghese

avveduto è un altro anziano, Fulgenzio, che infine salva Leonardo dalla

rovina.

Alle questioni materiali si intrecciano i problemi psicologici e

sentimentali. Leonardo chiede in matrimonio Giacinta, non per interesse ma

“Italica”,

5 La questione è affrontata in F. Savoia, Reviews, 73, 3, 1996, pp. 441-444, che evidenzia

come alle spese o l’ossessione della moda si affianchi gradualmente il tema della pericolosità dei

sentimenti.

6 Secondo E. Rho, La missione teatrale di Carlo Goldoni: storia del teatro goldoniano, Bari, G.

Laterza, 1936, per i protagonisti la villeggiatura è il momento di assoluto “abbandono” al

divertimento e alle avventure amorose.

7 Cfr. F. Fido, Guida a Goldoni, cit., p. 104, secondo cui i servitori ripropongono la figura del

“servo filosofo” già caratteristica della commedia cinquecentesca.

7

per amore autentico, mentre lei acconsente sostanzialmente per arrivare alla

vita di donna sposata, d’altro canto rivendicando, davanti alla sua gelosia, la

propria volontà. Infatti insiste per ospitare in viaggio e in villeggiatura un

altro corteggiatore, Guglielmo, senza nutrire ancora per lui nessun interesse,

con l’unico scopo di ribadire la sua indipendenza, anche se la sua decisione

è in urto con le convenzioni dell’epoca, che ritenevano pericolosa l’intimità

tra due giovani di sesso diverso, anche nell’ambito di un contesto familiare:

persuade il padre e Leonardo stesso grazie alla sua notevole abilità

dialettica, mentre scandalizza Fulgenzio, più moralista e meno influenzabile.

La prima commedia termina con la sottoscrizione del contratto di

matrimonio che si concretizzerà alla fine dell’ultima, malgrado i profondi

cambiamenti intanto intercorsi. Durante la villeggiatura, infatti, Giacinta,

contro tutte le sue aspettative, si innamora profondamente di Guglielmo; ma

si ritiene ugualmente obbligata a sposare Leonardo, e anzi a partire con lui

per un’altra città, Genova, dove suo padre ha delle proprietà. La sua scelta è

tanto più dolorosa e insolita, perché per niente legata a ragioni economiche,

come avverrebbe in un copione più tradizionale; diversamente da quanto

8

hanno curiosamente sostenuto alcune interpretazioni critiche , Giacinta non

ha alcun vantaggio a sposare Leonardo, è solo a lui, che comunque la ama, e

non a lei che il matrimonio conviene.

Peraltro, erroneamente, Filippo e Leonardo sono stati sovrapposti l’uno

all’altro. Se il primo ha problemi di liquidità, il secondo è ormai in rovina:

Filippo su consiglio di Fulgenzio risolve la situazione dando in dote alla

figlia i possedimenti a Genova e tenendo il suo tracollo economico segreto.

Questa soluzione naturalmente impone alla coppia di trasferirsi.

Le motivazioni che spingono Giacinta a sposarsi sono dunque complesse,

dovute intanto alla volontà di rispettare la parola data e non compromettere

la propria reputazione, inoltre alla determinazione a evitare il sopravvento

dei sentimenti sulla ragione; come l’opera mette in luce attraverso una

sapiente, innovativa articolazione delle tecniche teatrali.

Goldoni: dalla commedia dell’arte al dramma borghese,

8 Cfr. R. Alonge, Milano, Garzanti, 2004;

e M. Bordin, Nota sulla fortuna, in C. Goldoni, Trilogia della villeggiatura, cit., p. 406. In

particolare Alonge attribuisce una “ragione mercantile” alla decisione di Giacinta.

8

1.2 Le risorse del monologo

Giacinta, a partire dalla seconda commedia, si rivela il personaggio più

complesso, quello che più rompe gli schemi, da una parte tormentato da

sentimenti inattesi, dall’altra contro di essi sempre in lotta. E il monologo –

a teatro espressione per eccellenza dell’interiorità, in cui il personaggio è

solo sul palcoscenico o a volte fa come se fosse solo anche in presenza di

9

altri personaggi diventa espediente fondamentale per la restituzione del

conflitto interiore, strumento di introspezione e autoanalisi, mezzo di

esplorazione di una crisi destinata a risolversi con un’affermazione della

ragione però ambigua. Se Giacinta si confida sempre con la cameriera

Brigida, però si lascia andare del tutto alle proprie lacerazioni solo con se

stessa. Davanti agli altri tenta di dominarsi ma senza intero successo: se

dopo aver letto un libro intitolato Rimedi per le malattie dello spirito che

insegna a sopprimere i “pensieri molesti” 10 , si illude di riuscirsi a

controllare, il suo corpo la tradisce subito con fenomeni psicosomatici,

tremolii, mancamenti, rossori; e l’allegria forzata che ostenta in una

conversazione collettiva non inganna Guglielmo, che osserva tra sé: «Io

credo ch’ella si maceri dal veleno. Ma se patisco io, patisca ella ancor

11

qualche cosa» .

Nel suo primo monologo, nelle Avventure, Giacinta si trova sola in un

12

boschetto e inizia a indagare i suoi sentimenti : in un primo momento,

ammette di essersi innamorata perdutamente di Guglielmo, come non aveva

mai pensato le potesse succedere e di essersi illusa nel credere che il suo

debole affetto per Leonardo potesse essere sufficiente a un buon

“s’ha da vincere

matrimonio; in un secondo momento, però si convince che

la passione”, e che l’unica soluzione è mantenere la decisione presa e

dissimulare il suo stato d’animo.

Il secondo monologo, alla fine delle Avventure, vede la caduta della

cosiddetta quarta parete, e la conseguente comunicazione diretta tra

9 E. Dujardin, Il monologo interiore (1931), Parma, Pratiche, 1991, p. 19.

10 Il ritorno dalla villeggiatura, II, 7, pp. 293-294.

11 Ivi, II, 8, p. 299.

12 Le avventure della villeggiatura, III, 2, pp. 216-217.

9

13

protagonista e pubblico ; e apre un intervallo metaletterario perché Giacinta

omette parte del monologo stesso, dichiarandolo troppo enfatico: attraverso

le sue parole Goldoni sottolinea di non voler sconfinare nella tragedia o nel

melodramma, ma di aver scelto una soluzione più originale, un impasto

14

stretto fra pathos e ironia .

Nel terzo monologo, nel Ritorno, Giacinta legge e commenta una lettera

in cui Guglielmo le comunica che la rovina economica di Leonardo, ancora

ignota a Filippo, sta diventando ormai pubblica e che questo le potrebbe

permettere di sciogliere senza alcun discredito l’accordo matrimoniale 15 . Ma

pur riconoscendo l’oggettiva ammissibilità di questa soluzione, la

protagonista non si risolve ad abbracciarla. In parte perché c’è un altro

ostacolo: per risolvere una situazione di imbarazzo prodottasi nelle

16

Avventure , Giacinta ha favorito il fidanzamento tra Guglielmo e Vittoria, e

pensa che quest’ultima non potrebbe mai essere abbandonata (concludendo

infatti “Si ha da lasciar Leonardo, s’ei non mi merita; ma non si ha da

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher PROFSIMONA di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Palermo o del prof Bertoni Clotilde.
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