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Il ruolo di Enrico Mattei nell'Eni e la questione petrolifera internazionale negli anni '50 e '60

Tesi di Valentina Tropiano
Corso di laurea triennale in scienze internazionali e diplomatiche,
Facoltà di scienze politiche di Trieste - sede di Gorizia.
Relatore: prof. Pietro Neglie,
Correlatore: prof. Georg Meyr

Indice

  • Introduzione p. 2
  • Capitolo primo
    • Liquidare l’Agip p. 4
    • Presidenza dell’Eni: inizia la carriera di Mattei p. 9
    • L’importanza dell’Eni nella Dc per rinforzare la Sinistra Dc p. 13
  • Capitolo secondo
    • La politica estera italiana nei confronti degli Stati Uniti p. 17
    • Lo scacchiere arabo nella politica energetica italiana: Iran, Egitto, Libia. L’attenzione verso l’Urss p. 20
    • Mattei promotore del Terzomondismo p. 33
    • Conseguenze nei rapporti Italia – Usa: Mattei e le “Sette Sorelle” p. 37
  • Capitolo terzo
    • Primi passi verso l’unificazione europea: la Ceca p. 39
    • Breve storia del petrolio e dei paesi produttori di petrolio: l’Opec p. 40
  • Capitolo quarto
    • Misteri legati alla morte: l’incidente di Bascapè p. 43
    • Questioni ancora aperte p. 48
  • Conclusioni p. 51
  • Bibliografia p. 53

Introduzione

La parabola politico-imprenditoriale di Enrico Mattei in Italia ha costituito dal periodo della Resistenza agli anni ’50 e ’60 un vero e proprio “caso” sia in riferimento alla vita stessa del presidente dell’Eni, sia per la rapidità e la quantità di cariche che il politico di Matelica riuscì ad accumulare nel corso della sua vita, la fama che riuscì ad ottenere anche presso l’opinione pubblica e la stampa estera, tanto da essere definito nel 1960 dal New York Times “the Italian new Caesar”.

Inoltre è singolare notare come in quegli anni qualunque personaggio pubblico straniero che volesse entrare in contatto con l’Italia si trovasse in qualche modo ad avere a che fare con Mattei, di qualunque campo e argomento si trattasse. Enrico Mattei, figura controversa e sicuramente affascinante: nato in provincia di Pesaro nel 1906, è un autentico “self made man”. Operaio, poi commesso viaggiatore, infine fondatore di un’azienda chimica in Lombardia. Dopo l’8 settembre 1943 entra nella Resistenza, nelle file dei gruppi partigiani cattolici.

Mattei è un sincero democratico: non tollera che l’Italia possa divenire un Paese a sovranità limitata, ostaggio degli interessi delle due superpotenze. È ormai certo che Enrico Mattei sia stato tra i fondatori di Gladio, nome giornalistico dato alla struttura paramilitare clandestina che operò nel nostro paese negli anni della tensione, e che seguiva il progetto politico chiamato “Stay Behind”, finanziato dagli Stati Uniti negli anni della Guerra Fredda allo scopo di frenare l’avanzata del comunismo. La Federazione Italiana Volontari della Libertà (Fivl), l’associazione dei partigiani bianchi, fondata da Emilio Taviani e Enrico Mattei, si prefiggeva di essere la “quarta colonna” contro il comunismo.

La Fivl si impegnava a “sorvegliare nelle fabbriche ogni nucleo promotore della disobbedienza, delle minacce contro l’efficienza e la produttività e ostacolare la scalata comunista ai posti e alle posizioni di comando e di responsabilità”. Mattei non solo si è impegnato nella costruzione di Gladio, ma è stato anche uno dei più accesi sostenitori del progetto di legge, poi naufragato, che dietro la facciata di un costituendo servizio di protezione civile, voleva creare una struttura di Servizio Segreto Civile che gli Alleati ancora ci negavano. Ma la sua preoccupazione di contenere il comunismo nascondeva il desiderio di un’autonomia nazionale la più ampia possibile.

Infatti proprio Mattei incarnava quella politica di autonomia energetica che ha permesso lo sviluppo dell’Eni e dell’intera industria di Stato, con l’obiettivo di trasformare l’Italia, da paese perdente della seconda guerra mondiale, in paese leader nell’area mediterranea. Una politica che rifiutava, sia a livello economico sia a quello ideologico, la logica della sovranità limitata del nostro paese, e finiva per scontrarsi da una parte con gli interessi delle grandi multinazionali anglo-americane del petrolio e dall’altra inevitabilmente con la scelta di campo del governo italiano verso il Patto Atlantico in quegli anni.

La storia dell’imprenditore marchigiano e quella del nostro paese si intrecciano per oltre un ventennio: nel periodo della Resistenza, a cui partecipa come comandante delle formazioni partigiane cattoliche; negli anni difficili e convulsi dell’immediato dopoguerra, quando diventa presidente dell’Agip, che gli viene chiesto di liquidare e che invece risana e potenzia; nel decennio in cui è a capo dell’Eni, allorché mette le basi dell’unica vera multinazionale italiana. La sua eccezionale vicenda umana e professionale è segnata soprattutto dalla volontà di dare all’Italia quell’indipendenza energetica che le avrebbe permesso di entrare a far parte dell’aristocrazia internazionale del petrolio.

L’ossessione per l’“oro nero”, che Mattei non riuscirà mai a trovare in quantità tali da essere accolto nel “club dei grandi”, lo porterà al punto di bluffare sulle nostre effettive risorse e a destabilizzare il mercato energetico attraverso accordi commerciali, contrari agli interessi delle cosiddette “Sette Sorelle”, con alcune nazioni produttrici.

Capitolo primo

Liquidare l'Agip

L'Agip era stata fondata in epoca fascista. Creata come società per azioni di cui lo Stato controllava l’intero capitale di 100 milioni di lire, l’Agip aveva il compito istituzionale di "cercare, acquistare, trattare e commerciare petrolio" in Italia e all’estero; aveva scavato 350 pozzi in Italia, Albania, Ungheria e Romania, senza trovare niente, ed aveva finito per cedere a cifre irrisorie anche quelle piccole concessioni in Iran che avrebbero potuto darle qualche soddisfazione. Nasce con un difetto all’origine, che induce a dubitare dell’effettiva utilità dell’azienda: l’ombra della compenetrazione tra gli interessi pubblici e quelli di alcuni gruppi privati.

Già durante la guerra comincia a diffondersi il pensiero sulla necessità di liberarsi di questo “carrozzone del fascismo”. Nell’estate 1944 alcuni fiduciari di compagnie petrolifere statunitensi arrivano in Italia al seguito delle truppe alleate. Tra di essi c’è anche Elmer J. Thomas, un geologo considerato il maggior esperto al mondo delle tecniche della ricerca petrolifera: egli ricorda bene che 10 anni prima il principale oppositore all’avvio delle ricerche americane nel sottosuolo italiano era stato l’Agip, perciò insiste con il comando delle truppe di occupazione affinché premano sul debolissimo governo italiano, il governo di un paese vinto e occupato, per ottenere una rapida liquidazione dell’Agip, unico concreto ostacolo ad un intervento massiccio delle compagnie americane in Italia. Ma almeno per il momento, l’Agip sopravvive.

Ma poco prima del 25 aprile 1945 la Commissione centrale per l’economia del Clnai si riunisce per decidere della sorte delle aziende e degli enti economici controllati dallo Stato, tutti ancora in mano a uomini in qualche modo “compromessi” con il fascismo. Questo è il momento di decidere dell’Agip: ormai si è deciso per la liquidazione.

Per la carica di Commissario incaricato di chiudere l’azienda, Ferrari pensa a Mattei (il quale possiede una fabbrica per la lavorazione di oli e solventi industriali), in mancanza di altri candidati più competenti. Il 28 aprile 1945 Merzagora propone alla Commissione provvisoria per l’economia, che approva, il nome di Mattei, in quanto esponente della Dc, alla carica di Commissario Straordinario Liquidatore dell’Azienda Generale Italiana Petroli (Agip). Merzagora non conosce Mattei: sa solo che è capo partigiano e imprenditore di successo. E tanto basta.

L’amministrazione militare alleata ratifica la nomina: quello che interessa agli Alleati è la chiara indicazione di chiudere l’Agip al più presto. In questo senso Mattei è sollecitato dal Ministro del Tesoro, Marcello Soleri, alle cui spalle preme l’ambasciata americana a Roma, nella persona della signora Luce, che pretende il contenimento dell’industria pubblica e, soprattutto, il ritiro degli interessi statali dal settore petrolifero.

Si può dire che quando Mattei viene nominato commissario, l'Agip è divisa in due, come del resto la stessa Italia: a Roma è ancora in carica un consiglio di amministrazione dell'ente, mentre al nord Mattei ha giurisdizione sulle attività relative all'Alta Italia. Premono per la chiusura dell'Agip diverse forze economiche e politiche: innanzitutto gli americani, e in particolare le compagnie petrolifere anglo-statunitensi, francese e olandese, riunite nel cartello delle "Sette Sorelle", decise ad espandere il loro business sul territorio italiano che hanno appena liberato; in secondo luogo le aziende del settore a capitale privato, la Edison di Valerio e la Montecatini, ben attente ad impedire la concorrenza di un ente statale; infine le forze politiche legate al capitale privato e agli aiuti economici americani, nonché i liberali, per principio avversari di ogni intervento statale limitante la libera iniziativa in campo economico.

Favorevoli al mantenimento in vita dell'Agip, oltre naturalmente ai suoi tecnici e alle sue maestranze, sono gli esponenti della sinistra democristiani, fra cui Gronchi e Dossetti, che sostengono la necessità dell’intervento dello Stato attraverso gli enti pubblici nell’industria e nella finanza, e che sono decisamente contrari ai grandi monopoli privati.

Per quanto non lo attiri l’idea di entrare in un’azienda per chiuderla, per Mattei la nomina è comunque importante. Egli possiede ancora la sua fabbrica di prodotti chimici e riesce a far nominare suo fratello Umberto, che aveva mandato avanti l'azienda durante la sua clandestinità, commissario del Comitato industriale olii e grassi, e il suo amico Vincenzo Cazzaniga commissario del Comitato olii minerali, carburanti e succedanei. La carica di commissario dell'Agip gli interessa anche perché lo mette a contatto con prodotti non troppo lontani dal settore delle attività della sua ditta di Dergano. E del resto le sue conoscenze di chimica e degli olii potrebbero essergli utili anche all'Agip. Del resto Mattei vuole tornare ad essere imprenditore, e per questo accetta un incarico di un ente poco ambito e destinato alla liquidazione, ma che agisce in un settore nel quale egli ha conoscenze specifiche e che potrebbe rivelarsi di grande avvenire.

Quindi dopo un iniziale insoddisfazione, Mattei prende sul serio il suo lavoro, e in una maniera tutta personale, non proprio in linea con le direttive governative di liquidare: indaga, studia, interroga, vuole capire, deciso a non buttare via alcuna chance, nel caso ne avesse individuata una. Tergiversa e prende tempo, ma poi comincia, con una certa prudenza, a tagliare i costi dell’Agip: licenzia molti ricercatori, avvia trattative con alcune compagnie americane per la vendita degli impianti; ma a questo punto si insospettisce: la cifra che gli americani gli offrono per delle attrezzature ormai vecchie e malfunzionanti gli sembra eccessiva; nel frattempo gli arrivano centinaia di richieste di permessi di ricerca per zone adiacenti a quelle in cui l’Agip ha trovato il metano, e sempre più frequenti si fanno le visite di tecnici stranieri ai siti nei quali l’azienda sta ancora operando.

A fine giugno incontra l'ingegner Carlo Zanmatti, suo predecessore nel ruolo di commissario Agip e allontanato da quel posto per i suoi precedenti di repubblichino. Mattei ha ormai già capito da solo che l'unico bene rimasto all'Agip è il valore dei suoi tecnici e la loro capacità nell'effettuare ricerche petrolifere. Non è preparato a comprendere quanto gli va dicendo Zanmatti, che gli spiega i pregi del metano per l'utilizzo industriale, perché lui vuole il petrolio. Zanmatti gli riferisce che nel corso delle ultime trivellazioni, interrotte nel '44 per l'avanzare del fronte bellico, l'Agip ne ha trovato tracce promettenti a Caviaga, in Val Padana.

Mattei prende sul serio le informazioni di Zanmatti, va a Caviaga, parla coi tecnici, si fa spiegare tutto sul metano, poi dà via libera all'ingegnere per riprendere i lavori di scavo, in aperta violazione degli ordini ministeriali ricevuti. Una spinta in questa direzione gli viene anche da un'offerta di Giorgio Valerio, che si offre di acquistare per 60 milioni le attrezzature dell'Agip-Alta Italia. “Se Valerio offre tanto”, ragiona Mattei, “allora significa che l'Agip vale molto di più. Forse a Caviaga c'è il petrolio!”

Mattei ormai è deciso e mette al lavoro i tecnici dell'Agip, che comunque da mesi sono pagati senza fare niente. A Raffaele Mattioli, della Banca Commerciale, chiede un prestito per finanziare le attività dell'ente. Il suo appello al capo del governo Ferruccio Parri non rimane inascoltato: l'Agip di Roma e quella di Milano vengono unificate e il 17 ottobre 1945 Mattei è nominato Vicepresidente. Questo significa che la ripresa dei lavori a Caviaga viene di fatto approvata.

Intanto fa preparare dal suo ufficio il testo di una legge per la costituzione di una holding petrolifera di Stato e la nazionalizzazione delle ricerche petrolifere nella Val Padana, l’area italiana con la maggiore concentrazione di idrocarburi.

Nel marzo 1946 dal pozzo numero 2 di Caviaga il metano sgorga a 150 atmosfere: deve solo di essere incanalato in una conduttura di tubi per essere portato alle industrie da rifornire. Da questo momento, sempre con l'aiuto di Zanmatti, l'Agip lavora a pieno regime e Mattei può già intravedere i futuri grandi utili che riuscirà ad ottenere dalla vendita del metano. D’altra parte l’ingegner Zanmatti e i suoi tecnici gli prospettano ogni giorno nuove possibili scoperte. È probabile che Zanmatti avesse intuito che le vere ambizioni di Mattei fossero politiche e fosse riuscito ad usare con lui gli argomenti giusti.

Tutti questi nuovi elementi di valutazione inducono il Commissario Straordinario Mattei a rinviare continuamente le trattative per la liquidazione dell’Agip, aderendo all’invito del Ministro dell’Industria Gronchi: prima di chiudere bisogna saperne e capirne di più.

Il grande entusiasmo del Commissario liquidatore dell’Agip è comprensibile se consideriamo che l’uomo Mattei è animato da forti interessi nazionalisti, retaggio di una generazione formatasi negli anni del fascismo, che egli interpreta modernamente, in chiave economica: egli ritiene essenziale, per la ricostruzione del Paese, il controllo delle fonti di energia, ed è convinto che l’industrializzazione dell’Italia passi senz’altro per l’autonomia energetica: è quindi necessario riuscire a procacciare al paese energia a basso costo. Egli è consapevole che tra le fonti di energia, il petrolio ha assunto un rilievo decisivo.

Nel marzo del 1949 viene scoperto il giacimento di metano di Cortemaggiore, dal quale prenderà il nome “la potente benzina italiana”. Fino alla scoperta del giacimento di Cortemaggiore, Mattei gestisce una situazione di fatto. Il primo progetto di legge successivo alla scoperta è del Ministro dell’Industria Lombardo, il quale il 22 aprile 1949 presenta al Consiglio dei Ministri il progetto che ammette l’iniziativa privata alla ricerca e allo sfruttamento degli idrocarburi nella Valle Padana. L'Agip lavora con tutte le energie disponibili; Mattei la supporta in tutti i modi, ortodossi o meno, in cui si rende necessario.

Infatti, il problema immediato di Mattei non è di redigere la legge che autorizzi la servitù di passaggio, ma la realizzazione dei metanodotti che anche in carenza di disposizioni di legge portino il metano dai pozzi alle industrie e alle case per garantire i miliardi di utili che stanno maturando. Non si tratta di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul petrolio (questo sarà il bluff del ’49 - ’50, che gli varrà l’accusa di aggiotaggio!). Si tratta di distrarlo con il metano.

Resterà leggendario il “metodo Mattei” per la realizzazione dei gasdotti, opera che considera di massima urgenza per poter porre i politici dinanzi al fatto compiuto: poiché per gli attraversamenti dei terreni si deve necessariamente pattuire l'istituzione di una servitù di passaggio con i rispettivi titolari, che in genere sono piccoli contadini o comuni, i tecnici dell'Agip e della Snam ricorrono a tutti gli espedienti di cui sono capaci per accelerare al massimo le “trattative”. Decine di chilometri di tubazioni sono stese nottetempo o sul far dell'alba ufficialmente con la scusa di scavare una piccola traccia, “solo” per verificare se il terreno sia idoneo, in realtà stendendo direttamente i tubi.

Centinaia di sindaci vengono svegliati di soprassalto dalla notizia di questi abusivi passaggi, quando questi sono già stati completati e sotterrati. Molti altri non sapranno del passaggio dei gasdotti se non molto tempo dopo, magari incidentalmente. Lo smagliante sorriso di Mattei amabilmente placa coloro che protestano.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tina.tropiano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trieste o del prof Neglie Pietro.
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