1. L’E : ’ I 1947- 1949
UROPEA STRUMENTO PER LA RICOSTRUZIONE DEL RUOLO INTERNAZIONALE DELL TALIA
La GB fu l’ unica potenza a vedere rafforzata la sua leadership in Europa a seguito della guerra.
Socialisti, liberaldemocratici e cattolici trovarono nell’ integrazione europea la strada per ovviare la crisi
del vecchio continente. In Italia si erano battuti per la causa il Partito d’azione, la DC, il PLi e il Psi. La
politica estera mirava alla conservazione territoriale e al recupero di visibilità internazionale. Il fronte
antifascista si era composto di DC, Pci e Psi. Il Pci si alternava tra il carattere internazionalista e quello
patriottico, il primo dei quali scoraggiato anche dall’ Urss, opposta a qualsiasi lega regionale in cui
ravvisava il pericolo di un rinnovato cordone sanitario ai suopi danni. Il Psi aveva accettato la
subordinazione al Pci benchè ambisse a un’ Europa come terza forza. La DC stimolava la una
cooperazione internazionale, non strettamente coincidente con l’ unione europea, in quanto la comunità
cristiana non è solo europea e l’ Europa non è solo cristiana. De Gasperi si fece spesso interprete degli
obiettivi nazionali italiani, specialmente in relazione al trattato di pace. Il nascente bipolarismo si
tradusse in Italia nel viaggio di De Gasperi a Washington, nella firma del trattato di Pace –febbraio
1947- e nella nomina del repubblicano Carlo Sforza al MAE.
L’ americanizzazione del vecchio continente
Il primo passo verso l’ integrazione fu mosso da Churchill che parlò dell’ unione europea come mezzo
di contenimento dell’ avanzata sovietica, in due discorsi – a Fulton e Zurigo- nel 1946. Truman si
convinse, a seguito del fallimento della conferenza dei Ministri degli affari esteri a Mosca, sul futuro
della Germania –marzo/ aprile 1947- che l’ Urss non avesse alcuna intensione di risolvere la questione
e che minacciasse pretese egemoniche in Europa, attraverso i Pc europei. Marshal convenne sulla
necessità di risolvere la crisi economica, avviare la ricostruzione europea in modo da osteggiare la
diffusione dell’ ideologia comunista, che ben attecchiva in tali condizioni. Si rendeva necessario un
intervento strutturale che conducesse all’ integrazione economica e quindi ad un sistema composto da
Usa/ Canada e Europa.
Passo concreto di tale politica fu il Piano Marshall annunciato a Harvard nel giugno del ’47. Stalin da
subito comprese i risvolti politici del piano, a cui era stato chiamato a partecipare. I negoziati portarono
alla realizzazione dell’ European Recovery Programm (ERP) con la costituzione dell’ OECE.
Il governo De Gasperi aveva bisogno del piano per la ricostruzione del paese e per le elezioni dell’
aprile 1948. Dall’ adesione al piano sarebbe scaturita anche una nuova politica estera, improntata a
ristabilire la visibilità internazionale italiana. La prima fase dell’ integrazione italiana è dunque
caratterizzata dalla strumentalità della stessa. In Italia tuttavia alcuni settori diploamtici –Quaroni- si
mostrarono scettici rispetto alla volontà comunitaria europea e a quella di cooperazione statunitense.
Alcini temevano la spremazia FR e GB nell’ OECE. L’ Italia aveva comunque fatto i suoi calcoli:
attraverso l’ ERP, essa tentò di stipulare accordi bilaterali per l’ emigrazione del surplus dei lavoratori,
da destinare in Vallonia –Belgio-. Si aprì nel 1948 e si chiuse l’ anno dopo una conferenza, da cui
scaturì una comitato, per l’ emigrazione in Europa –EMICO- su iniziatova italiana. Roma fu criticata da
Washington per le scelte conservatrici.
L’unione doganale italo- francese
I tentativi di ricostruzione italiani dovevano confrontarsi con la FR e con la GB. Con quest’ ultima l’ Italia
si scontrava per le ex- colonie italiane (Eritrea, Somalia, Etiopia), oggetto del programma italiano
“ritorno in Africa” per stabilirvi un’ amministrazione fiduciaria, ma a cui era interessata anche la GB.
La Francia avanzava pretese sulla Val d’ Aosta, ma l’ Italia presentava più punti in comune con essa
che con la GB: la FR era vista come potenza minore da Usa e Urss, aveva un forte Pc e la presenza
della Dc. Bidault –al MAE dal 1944- aveva proposto una collaborazione franco- italiana per primo.
Sforza accettò di collocare la cooperazioe in ambito europeo e lanciò l’ idea dell’ unione doganale,
accettata da Bidault. Si voleva rafforzare la posizione nei confronti degli Usa e i rispettivi ruoli
internazionali. Gli svantaggi dell’ unione erano: 1) concorrenzialità e non complementarietà delle due
economie; 2) possibili effetti negativi dell’ immigrazione Ita sul livello salariale FR; 3) tradizione
protezionistica dei due paesi. I lavori si conclusero tuttavia a dicembre 1947, e il trattato fu firmato il 26
marzo 1949 da Bidault e Sforza a Parigi. Si trattava di un successo diplomatico da esibire all’ opinione
pubblica e di una prova di impegno davanti agli Usa. Le difficoltà tuttavia si resero subito evidenti e
dinfatti due mesi dopo fu bocciato dal Consiglio Economico francese. Parigi propose di allergare l’
unione al Benelux ma l’Italia ravvisava in ciò un > liberismo e il desiderio egemonico francese in
Europa. Nel gennaio 1950 tuttavia si avviarono i negoziati per un’ unione doganale a 5 (FINEBEL) che
si arenò comunque davanti alla volontà olandese di ampliarla alla RFT.
Il patto di Bruxelles e il patto atlantico 1
Roma e Parigi temono la minaccia comunista, dopo la creazione del COMINFORM e il golpe in
Cecosovacchia, per la presenza di Pc al loro interno e per la forza militare sovietica. La paura era
rafforzata dal fallimento della Conferenza di Londra, da cui la decisione dei tre alleati di costruire uno
stato tedesco occidentale. Per rassicurare gli alleati Bevin propose nel gennaio 1948 un’ unione
occidentale. A questa risposero favorevolmente i paesi del Benelux. La GB dimostrava agli Usa la sua
volontà di applicare i principi di self aid e mutual help, invocati dagli Usa. Si rafforzava la special-
relationship anglo- americana. Dal patto discesero i discorsi segreti tra Canada, GB e Usa sulla difesa
dell’ occidente.
In Italia
In un primo momento anche l’ Italia a condizione di essere trattata da pari agli altri paesi. Tuttavia in
aprile si sarebbe tenute le elezioni politiche, e già le forze di sinistra definivano il patto come “patto anti-
comintern”. Le elezioni erano un test per il containment statunitense. Truman aveva infatti sostenuto la DC al
potere attraverso la promessa della soluzione della questuone del TLT e gli aiuti del piano Marshall. Gli Usa
miravano alla stabilizzazione italiana per rivolgere la loro attenzione altrove, in Germnania. Tuttavia secondo
l’ Italia, il patto era un’ alleanza debole per la mancanza degli Usa e la GB riteneva che l’ Italia fosse più un
peso che un vantaggio. Forte del sostegno Usa, l’ Italia vincolò la sua entrata nel patto a concessioni nella
questione coloniale. Il governo GB ritene che l’ Italia non poteva formulare condizioni. Prevalsero infine le
osservazioni negative: ostilità delle sinistre, incertezza Usa, carattere anglosassone del patto, preferenza del
Vaticano per neutralità. Si poneva per l’ Italia il rischio di marginalizzazione, a cui l’ Italia tentò dui rispondere
contrapponendo la OECE al patto di Bruxelles, in primis davanti ai francesi. La FR tuttavia ben capiva che il
centro delle furture alleanze sarebbe stato Washington e rifiutò l’ offerta italiana.
Negli Usa la risoluzione Vandenberg eliminava il divieto di costituire entangling Alliances, aprendo la
strada ai negoziati per l’ Alleanza atlantica (Canada, Usa e i 5 di Bruxelles). De Gasperi si dimostrò
cauto a causa dell’ opposizione di Pci e Psi, nonché di parte dell’ opinone pubblica. Parallelamente, in
seno ai 5 di Bruxelles si discorre di un futuro Consiglio d’Europa. L’ Italia è marginalizzata rispetto alla
dimensione sia atlantica che europea. Con la presidenza Truman, Tarchiani invitava da Washington a
premere per la candidatura dell’ Italia nell’ Alleanza, perno del sistema occidentale e di tale avviso era
anche Schuman, nei colloqui con Sforza, in quanto:
• presenza dell’ Ita x equilibrare in senso mediterraneo un’ alleanza del tutto atlantica/ anglosassone;
• partner sperimentato per la FR – unione doganale-;
• Santa Sede favorevole alla partecipazione all’ Alleanza.
Un memorandum che richiedeva info sull’alleanza, inviato a Tarchiani, fu tradotto dallo stesso in un’
esplicita richiesta di adesione. La GB temeva rivendicazioni coloniali, nonché l’ onere militare
rappresentato dalla penisola, quindi pose 2 condizioni alla sua candidatura ed entrata: 1.
partecipazione alla solo fase conclusiva e non ai negoziati; 2. no rivendicazioni coloniali. Quest’ ultima
promessa non venne mantenuta da Sforza che si occupò di Libia, Eritrea e Somalia in un trattato con
Londra. L’ Italia era membro del sistema occidentale dal 4 aprile 1949.
L’ europeismo italiano
Le posizioni sull’assetto dell’ unione europea si dividono tra sostenitori della federazione (Italia, Francia,
Germania, Benelux) e della confederazione (Europa sett., GB). In Italia tale preferenza era giustificata
dalla reazione agli eccessi nazionalistici fascisti, dalla rinascita negli anni ’40 delle destre neofascista e
monarchica, dal bisogno di proporre alternative alla leadership americana, unendo cattolici e laici
moderati nella scelta europea, compatibile ancora con le necessità interne (nazionali). 1948: creazione
di un gruppo parlamentare filo- europeo su basi federali, su iniziativa di Giacchero –DC-. Nel maggio
1948 fu convocato all’ Aja un Congresso, voluto da W. Churchill, per elaborare un prgramma, punto di
riferimento per l’ Europa occ nel bipolarismo nascente. Dall’ accordo si creò un’ A SSEMBLEA EUROPEA
, dai vaghi obiettivi. La conferenza non ebbe successo
DEI RAPPRESENTANTI DEI PARLAMENTI NAZIONALI
nei governi nazionali e rimanìse a livello dei movimenti europeisti. Bidault propose la formazione di un’
assemblea parlamentare europea in seno ai 5, ma Bevin non accettò. Schumann volle avviare il
confronto con la RFT, riguardo all’ assemblea. Nell’ ottobre del 1948 si avvuiò lo studio della proposta e
la GB si piegò per gli Usa. Il Foreign Office propose però la formazione di un Consiglio dei Ministri dei
5, come organo consultivo intergovernativo, con un coinvolgimento italiano marginale. Si avviò un
Comitato di studio per l’ unione europea. L’ Italia diede una risposta positiva al FO, avendo compreso l’
impossibilità du rafforzare l’ OECE. La partecipazione italiana doveva soddisfare le aspirazione di
Roma. Sforza prese parte alla fase conclusiva delle trattative –dal 3 al 5 Maggio- a Londra. Sforza si
trovò d’ accordo con la FR, per l’ entrata di Gecia e Turchia, coerentemente con la sua politica estera
nel Mediterraneo. Il 5 maggio l’ Italia firmò il Trattato istitutivo del Consiglio d’ Europa come paese
fonadatore. Questo funzionò per circa un anno, fino al piano Schuman. Negli anni ’40 si sviluppò in
2
Italia la collaborazione tra il Movimento Federalista Europeo di Spinelli e le autorità governative, grazie
all’ appoggio del primo alle tesi federaliste del governo. La costruzione europea, negli anni ’50, apparve
finalizzata in Italia, alla ricostruzione del ruolo europeo del paese, attraverso il suo inserimento nel
sistema occidentale. 2. D G ’ E (1950- 1954)
E ASPERI E L UROPA
L’economia italiana dell’ ERP
In Italia il piano Marshall ebbe l’ effetto di stimolare il mercato all’ apertura ai mercati internazionali. Si
svilupparono politiche liberiste. Gl imprenditori privati dimostrarono maggiore reticenza nei confronti di
tale liberalizzazione, meno osteggiata dai settori dell’ industria di stato. I fondi Marshall furono impiegati
per comprare valuta forte, piuttosto che per opere pubbliche. Si criticava il preponderante ruolo dello
stato nel settore secondario –Einaudi- e il protezionismo di certi settori. Alcuni economisiti italiani
sostennero la necessità di inserire l’ Italia in un nuovo contesto e cooperazione internazionali. Le
autorità puntarono a modernizzare alcuni settori trainanti – siderurgico (FINSIDER) e meccanico- . Si
avviarono cooperazioni con le autorità governative nel quadro europeo. All’ interno dell’ OECE, la
leadreship era esercitata da FR e GB. L ‘oragnizzazzione mirava alla liberalizzazione degli scambi e all’
armonizzazione delle politiche economiche dei Paesi membri. Nell’ agosto 1950 veniva stipulato
l’accordo per l’ Unine Europea dei Pagamenti al cui vertice si poneva Guido Carli, collaboratore di
Einaudi, al fine di eliminare le restrizioni alle importazioni e garantire la continuità dei pagamenti dei
suoi membri. Nello stesso anno Pella, ministro del tesoro, progettò l’ abolizione dei dazi e la
liberalizzazione del mercato del lavoro. La Malfa, ministro per il commercio con l’ estero, puntò sull’
incremento delle importazioni dall’ area dell’ UEP e delle esportazioni. Dati i buoni risultati, nel 1952 il
governo De Gasperi liberalizzò ulteriormente abolendo i contingenti sulle merci dell’ UEP e riducendo i
dazi del 10%. L’ Italia era una delle nazioni che aveva favotiro al massimo la iberalizzazione degli
scambi.
I timori francesi e la nascita della CECA
Nel corso degli anni ’50 si fece evidente l’ approccio funzionalista all’ integrazione europea, passo
avavnti rispetto agli organi intergovernativi fin ad allora creati ( es. OECE). In tale contesto la FR aveva
donuto accettare la nascita della RFT e la ricostruzione del suo sistema industriale nonché il suo
inserimento del piano Marshall, potendo imporre solo la temporanea Internazionalizzazione della Ruhr
al fine di sfruttarne le risorse carbonifere e impedire la rinascita dell’ industria siderurguca, base del
riarmo tedesco. I timori di Parigi potevano essere stemperati all’ interno dell’ integrazione europea, idea
maturata da Jean Monnet, capo del Commisariato per la modernizzazione dell’ industria francese.
Schuman, ME, raccolse il progetto di Monnet volto a stabilire la cessione di sovranità nell’
amministrazione e impiego del carbone e dell’ acciaio e lo lanciò il 9 maggio 1950. Il progetto della
futura CECA, venne fatto rientrare nel più ampio processo di integrazione europea. Quaroni avvisava
del pericolo di un asse preferenziale Bonn- Parigi, che avrebbe marginalizzato l’ Italia, che decise
comunque di aderire data l’ importanza di essere coinvolta in un progetto europeo. Tuttavia l’ Italia
presentava un’ industria siderurgica poco competitiva, da sempre protetta in quanto al carbone, non ne
disponeva quasi per niente e lo importava da paesi esterni al progetto francese. Nel giugno 1950 l’
Italia si presentò all’ avvio del negoziato a Parigi, con una delegazione capggiata da Emilio Taviani. Si
discusse degli organi della comunità, la futura Alta Autorità, che nei timori dei paesi piccoli, tra cui l’
Italia sarebbe dovuta essere accostata ad altri organi, al fine di impedirne l’ esclusiva gestione FR-
RFT. Venne stabilita dunque la formazione di un Consiglio dei Ministri e di una Corte di Giustizia. L’
Italia puntava inoltre alla discussione sulla questione dell’ emigrazione, che tuttavia stabilì principi solo i
relazione ai lavoratori dei due settori del progetto e alla manodopera qualificata. La delegazione italiana
puntò inoltre con successo ai giacimenti di ferro in Algeria, in cambio dell’ adesione al progetto francese
di esercito europeo nell’ autunno del 1950. La FINSIDER di Oscar Sinigaglia si aprì alla logica della
competizione internazionale e alla modernizzazione. Il progetto fu siglato il 18 aprile 1951 trattato
istitutivo della CECA. L ‘Alta Autorità ospitava un rappresentante italiano, il DC Giacchero. L’ impianto
funzionalista dell’ integrazione ottenne il consenso degli industriali privati italiani. Piero Malvestiti e Dino
del Bo furono presidenti consecutivi dell’ Alta Autorità dal 1959 al 1967. L ‘integrazione era sostenuta
anche dal cattolico CISL, come strumento per risolvere la questione dell’ emigrazione e delle
condizione lavorative.
Il piano Pleven
Il patto atlantico si istituiva come garanzia politica e la difesa dell’ Europa lasciava piuttosto desiderare
se confrontata con l’ Armata Rossa. La FR era inoltre determinata a controllare la ripresa tedesca. Nell’
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Estate 1950, in occasione di diverse conferenze dei ministri degli esteri Usa, GB e FR, Bevin propose il
riarmo tedesco ovest e il suo inserimento nel Patto Atlantico. Schuman non accettò per l’opposizione
dell’ opinione pubblica FR e per i timori legati a una Germania ovest eccessivamente potetente nel
centro dell’ Europa e alla possibilità della sua riunificazione attraverso un comproimesso con l’ URSS,
come nel 1939. Il Psd di Kurt Schumacher si opponeva al coinvolgimento tedesco ovest nel sistema
occ, che avrebbe eliminato la prospettiva di una riunificazione.
Monnet si fece interprete di un progetto di cooperazine militare sul modello della Ceca. René Pleven,
Presidente del Consiglio, lo presentò nell’ ottobre 1950. Roma affermò che se gli Usa avessero insistito
per il riarmo, essa accordava la sua preferenza al progetto FR: il rapido riarmo tedesco avrebbe
significato spese, a meno che non fosse stato sostenuto interamente dagli Usa. Truman ritenne che il
Piano fosse solo un escamotage per impedire o posticipare il riarmo della Gemrnaia ovest.
Si aprì cmq a Parigi nel febbraio 1951 la conferenza sul piano –FR, Ita, Belgio, Lu
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