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1 La politica scolastica in Italia dal 1946 al 1958

I.I La Fase Costituente (1946 - 1948)

a) Un passo indietro: la scuola fascista

Il regime fascista ebbe una notevole lungimiranza nel comprendere il peso politico che avrebbe

potuto avere la scuola per la costituzione di una società allineata con i valori propri del fascismo

stesso. Già a partire dal 1921, durante il I Congresso del Pnf, erano emersi i problemi di una scuola

poco propulsiva e bisognosa di rinnovamento.

Il primo piano per la risoluzione dei problemi scolastici venne redatto da Massimo Rocca e,

comprendeva, in primo luogo, il potenziamento dell'istruzione elementare e la lotta contro

l'analfabetismo; in secondo luogo, la libertà dell'istruzione media e universitaria; in terzo luogo,

l'inclinazione prevalentemente classica della scuola media inferiore e superiore; in quarto luogo, il

miglioramento delle condizioni degli insegnanti e, infine, l'enfasi nazionale della cultura scolastica.

In questa fase, ancora “poco fascista” il progetto di Mussolini si rivolgeva al mondo liberale dal

quale aveva bisogno di ampi consensi che gli avrebbero permesso un appoggio politico di notevole

rilevanza. Queste posizioni di apertura, nei confronti del mondo liberale, vennero rinnegate nel

Congresso di Napoli del 1922.

Il progetto politico di Mussolini si fece largo senza notevoli opposizioni: nel 1922 la marcia su

Roma decretò la presa del potere politico da parte del Duce che venne incaricato dal re di formare

1

un nuovo governo. Già nel 1923 cominciò a prendere forma il primo progetto di riforma della

scuola (oggetto della nostra riflessione) pensato e messo nero su bianco da Giovanni Gentile.

Intellettuale di altissima levatura ed esponente della corrente filosofica del neoidealismo, accettò

l'incarico affidatogli da Mussolini di presiedere il Ministero dell'Istruzione per la pronta

realizzazione della riforma che avrebbe garantito l'inizio di una nuova stagione politica. Gli

interessi per il mondo della scuola e per la formazione del “bambino” si manifestarono, in Gentile,

in un saggio pubblicato nel 1902 dal titolo: “L'unità nel

della scuola media e la libertà degli studi”;

quale troviamo già importanti cenni al pensiero pedagogico di Gentile. In questo scritto, Gentile si

– –

1 Cfr. G. Ricuperati, Storia della Scuola in Italia, Ed. La Scuola, Firenze 2015, pp. 145 149, 164 168 e cfr. D.

Faucci (a cura di), Il pensiero politico-pedagogico di Giovanni Gentile, Le Monnier, Firenze 1972, A. Lo Schiavo,

Introduzione a Gentile, Laterza, Roma-Bari, 1986, G. Spadafora (a cura di), Il filosofo fascista di Mussolini:

Giovanni Gentile rivisitato, Armando, Roma 2007. 1

domandava se fosse il caso di cominciare a prendere in considerazione la forte domanda di

istruzione da parte di una società liberale, attraverso la moltiplicazione degli indirizzi di studio e

non solo attraverso la loro suddivisione in “classici” e “tecnici”.

La risposta a questa domanda si tradusse in un netto rifiuto nei confronti delle esigenze della classe

liberale e, di contro, di giungere a soddisfare le richieste individuali degli alunni. Netta la posizione

del filosofo: lo Stato ha il compito di organizzare il sistema scolastico e di gestire i programmi di

insegnamento nei quali si riflettono i bisogni della nazione. Dunque, ci si trovava di fronte alla

necessità di avere uno Stato forte che tutelasse con fermezza i bisogni della nazione ai quali gli

individui avrebbero dovuto necessariamente essere sottoposti. Quale sistema politico migliore del

fascismo poteva garantire tutto ciò? Beninteso, non mancarono critiche aspre da parte di numerosi

sansepolcristi che non vedevano minimamente in essa, un inquadramento fascista dell'individuo.

Numerose furono anche le contraddizioni in cui cadde Gentile: difendeva la scuola laica, ma allo

stesso tempo criticava la sua antitesi con la scuola confessionale; cercando di giustificare questa

presa di posizione si scagliò contro quel laicismo che sfociava nell'agnosticismo e nel neutralismo.

Inoltre, pur criticando l'arretratezza della scuola confessionale, additandogli intolleranza, ristagno

scientifico, eteronomia intellettuale e morale, non credeva che fosse possibile rinunciarvi se non a

partire dalla scuola media.

Egli considerava la scuola elementare un pilastro per la formazione del bambino che sarebbe dovuto

essere pronto ad inserirsi nella società o a proseguire il suo percorso scolastico per ampliare le sue

il massimo dall'individuo c'era bisogno di una “guida” morale che, dove

conoscenze. Per ottenere

non fosse possibile l'uso della filosofia, doveva dare la religione.

Quindi la religione si inseriva fortemente all'interno della scuola elementare e non doveva essere

insegnata come scienza, bensì proprio come catechismo, ma questo insegnamento non andava

assegnato ai religiosi, ma ai maestri elementari. Infatti Gentile era

convinto che in Italia solo la dogmatica del cattolicesimo, la religione storicamente legittimata di quasi tutti gli italiani,

poteva svilupparne la disposizione alla fede le cui virtù […] dovevano permeare la scuola pubblica e divenire le

2

premesse necessarie per il rinnovamento morale e spirituale del paese.

Andiamo ora ad analizzare i singoli ordini e gradi degli studi in base al progetto di riforma pensato

e successivamente realizzato da Giovanni Gentile. Partiamo naturalmente dal basso e, quindi, dalla

scuola materna ed elementare. Per ciò che riguarda la prima, la sua durata divenne di tre anni, ma

2 J. Charnitzky, Fascismo e Scuola. La politica scolastica del regime (1922 1943), La Nuova Italia, Firenze 1996,

p. 99. 2

non era più solamente un asilo gestito dal Ministero degli Interni (come nella precedente età

liberale) con la sola valenza di sala di custodia, ma diveiva parte integrante del percorso scolastico

in vista della futura frequentazione da parte del bambino nella scuola elementare. Questo primo

percorso scolastico aveva una funzione ludica tesa ad accrescere la personalità del bambino

attraverso l'esperienza tangibile di ciò che lo circondava. “giochi ginnastici”, facili esercizi di

Essa comprendeva semplici preghiere, canto e audizione musicale, disegno libero,

costruzione, di plastica e di altri lavori manuali, giardinaggio e allevamento di animali domestici.3

Oltre a questi tre anni di avviamento, ve ne erano altri tre più propriamente scolastici, altri due di

livello superiore e infine tre per l'avviamento professionale. I maestri erano apparentemente quasi

totalmente liberi di scegliere i mezzi più adatti all'insegnamento, tuttavia il Ministero forniva delle

linee guida attraverso l'adozione di un testo unico con il fine di unificare l'insegnamento

conferendogli un carattere nazionale.

Dopo aver riformulato il calendario scolastico per ottemperare alle numerose esigenze del mondo

agricolo (soprattutto nel sud) si arrivò ad un totale di 25 ore settimanali di insegnamento e, alla fine

di questo ciclo, dopo il superamento di un esame di fronte ad una commissione composta dal

proprio maestro e da altri due commissari, si accedeva al grado superiore di istruzione. Tuttavia, il

tema più caldo era quello relativo all'insegnamento della religione cattolica. L'obbligatorietà

dell'insegnamento venne reintrodotta a partire dalla prima classe e venne affidato non ai religiosi,

ma ai maestri elementari.

La visione che Gentile aveva in riferimento all'insegnamento della religione, doveva essere un

“canto della fede”; dunque si sta parlando niente di meno che di catechismo vero e proprio.

A questa impostazione, venne ad opporsi la concezione pedagogica di Giuseppe Lombardo Radice4

il quale vedeva nella religione una possibilità di ampliamento delle conoscenze e delle culture

popolari, privando il cattolicesimo quel senso dogmatico a cui la Chiesa Cattolica era fortemente

attaccata. Il Vaticano aveva ancora in ogni caso, la facoltà di contribuire nella scelta dell'insegnante

di religione il quale, veniva selezionato dal direttore scolastico in accordo con l'autorità

ecclesiastica territoriale.

Per ciò che riguardava i finanziamenti alle scuole e i sussidi per gli alunni, possiamo dire che la

politica fascista non privò gli istituti del suo sostegno; in particolare per quelle scuole con meno di

3 Ivi, p. 143.

4 Per la pedagogia e la didattica di Lombardo Radice, cfr. O. Comandè, Contributo allo studio della didattica di

Giuseppe Lombardo Radice, Tip. Kefa-Lo Giudice, Palermo 1968; G. Cives, Giuseppe Lombardo Radice. Didattica

e pedagogia della collaborazione, La Nuova Italia, Firenze 1970 e A. V. Castagnetta, La formazione del pensiero di

Giuseppe Lombardo Radice,Spes, Milazzo 1978. 3

15 alunni, le quali avevano il compito di garantire una base culturale dignitosa ai propri studenti. La

politica di Gentile garantiva dunque, un minimo di sostegno finanziario a cui però fece da

contrappeso la decisione di tassare l'istruzione elementare a differenza di ciò che accadeva in età

liberale. Con questa tassa si sarebbero dovute finanziare le spese di assistenza scolastica e ad altre

spese varie per il normale svolgimento delle attività curriculari.

Discusso in Parlamento questo articolo non trovò il consenso del Consiglio dei Ministri e venne

cancellato.

Un passo in avanti verso il tentativo di diminuire il feneomeno dell'analfabetismo, che era un

enorme problema soprattutto al sud, venne dall'istituzione di scuole diurne e, in particolar modo,

dall'estensione dell'obbligo scolastico al 14° anno di età. Si potevano saltare le lezioni per andare a

lavorare solamente in casi eccezionali e per motivate ragioni; inoltre potevano essere applicate

sanzioni ai datori di lavoro che avessero usufruito oltre il consentito di manodopera giovanile

togliendola dai banchi scolastici.

In merito al reperimento delle risorse economiche; l'istruzione elementare necessitava soprattutto

dal punto di vista edilizio di sovvenzioni importanti. Si accrebbe questa spesa fino ad un milione di

lire all'anno fino al 1934-35; ma non servì a molto per concepire grandi opere o ristrutturare le

preesistenti. Non meno importante dal punto di vista economico era ciò che riguardava gli stipendi

dei maestri: con la riforma ci si stava preparando ad un adeguamento delle retribuzioni; Gentile

dopo aver consultato direttamente Mussolini, il quale considerava i maestri un pilastro della nazione

dediti alla costruzione dell'uomo nuovo fascista, decise di presentare un decreto all'interno del quale

lo stipendio dei maestri venne elevato con l'introduzione di una progressione economica con scatti

stipendiari a cadenza quadriennale.

Cambiando argomento e passando alla concezione e allo sviluppo della riforma per ciò che riguarda

la scuola media, possiamo affermare senza riserve che si ebbe una prosecuzione della linea politica

liberale che prevedeva la netta separazione tra gli studi che preparavano all'Università e gli studi

che più avvicinavano il ragazzo al mondo lavorativo.

Notevole rilievo venne dato al ginnasio che era l'unico ordine di scuola che garantisse l'accesso ad

ogni facoltà universitaria. Il percorso scolastico del ginnasio risultava essere molto duro e questo a

causa della concezione elitaria di Gentile, secondo la quale, solo i più meritevoli potevano ambire

alla massima istruzione. L'ammissione alla classe successiva avveniva solamente in seguito al

superamento di un esame che comprendeva ben quattro prove scritte e sette orali.5

Giunti all'ultimo anno si doveva affrontare l'esame di maturità6 altrettanto ostico, il superamento

5 Per i programmi d'esame si veda il R.D. 11.3.1923, n. 564.

6 Cfr. i programmi di maturità classica in R.D. 14.10.1923, n. 2345.

4

del quale consentiva l'ammissione all'università. Tutt'altra questione era quella che riguardava gli

istituti tecnici e agrari i quali, avevano più esigenze di inserire il ragazzo nel mondo del lavoro e,

quindi l'articolazione dei propri programmi scolastici prevedeva delle ore teoriche e delle ore

maggiormente pratiche.

Un'ulteriore tipologia di indirizzo era quella del liceo scientifico: esso non consentiva l'accesso alle

facoltà di Giurisprudenza e di Lettere, ma aveva al suo interno un percorso con numerose ore di

matematica e fisica senza tuttavia abbandonare le discipline classiche. Un'autentica novità era

quella che scaturiva dall'introduzione dell'istituto Magistrale attraverso il quale si consentiva la

formazione degli insegnanti elementari. Il percorso di questi ragazzi, oltre alle onnipresenti materie

umanistiche, prevedeva anche l'insegnamento delle “arti” come il disegno e la musica.

Anche la questione femminile aveva avuto una considerazione abbastanza ampia legata

all'istruzione: la domanda di istruzione da parte del mondo delle donne era in costante crescita in

particolare dopo l'ottenimento della laurea in medicina da parte della Montessori7 nel 1895; era

chiaro che un'apertura al mondo femminile era, per il regime fascista, un azzardo e andava a

cozzare nettamente con la tipologia di società patriarcale impostata dal regime. La risposta di

Gentile a questo aspetto si tradusse con la costituzione del liceo femminile

Esso aveva il compito di perfezionare la cultura generale delle giovani che avevano frequentato quattro anni di scuola

media di primo grado, ma non offriva né un diploma utilizzabile nella vita professionale, né la possibilità di accedere

agli studi superiori.8

Questa soluzione ebbe poca presa all'interno della società e fu un vero e proprio fallimento rispetto

agli altri punti realizzati dalla riforma. Un altro grande passo verso l'elitarismo e la necessità di

svuotare le scuole da tutti quegli studenti che gravavano sia dal punto di vista economico sia dal

punto di vista socio-culturale, era rappresentato dalla istituzione della scuola complementare. Essa

prevedeva nient'altro che il completamento degli studi elementari e aveva una durata triennale.

Questo non fu altro che un modo per frenare l'ascesa sociale, ma anche per garantire a chi avesse

bisogno di braccia per le proprie terre di poterne usufruire dopo il raggiungimento di un certo grado

di istruzione.

Dal punto di vista economico la scuola media venne finanziata anche attraverso le tasse scolastiche

che vennero adeguate alla congiuntura economica di quegli anni. Fin ora abbiamo parlato di una

7 Cfr. G. Cives, Il Giudizio sulla Montessori in Italia dopo la seconda guerra mondiale, in G. Tassinari (a cura di), La

Pedagogia in Italia nel secondo dopoguerra, Le Monneri, Firenze 1987, pp. 191 199; F. Vacatello (a cura di),

Maria Montessori, una vita al servizio del bambino, A.R.C.E.M, Pompei, 1992; E. Catarsi, La giovane Montessori,

Ferrara, Corso 1995 e G. Cives, Maria Montessori pedagogista complessa, ETS, Pisa 2001.

8 J. Charnitzky, Fascismo e Scuola cit., pp. 121 122. 5

forte selezione scolastica, ma anche gli insegnanti dovevano dimostrare di essere all'altezza del loro

compito. Si poteva accedere all'insegnamento tramite un concorso e, si veniva inquadrati in un

preciso sistema gerarchico attraverso il quale si subiva un controllo minuzioso delle proprie

competenze da parte del preside della scuola di appartenenza.

La funzione del Preside non era altro, in misura ridotta, che quella del Duce; qui si torna al discorso

che avevamo avviato all'inizio del paragrafo e che dimostra tutte le sue contraddizioni poiché si

voleva lasciare liberi gli insegnanti di svolgere il loro compito, ma allo stesso tempo essi subivano

uno stretto controllo da parte delle autorità a loro superiori e che Gentile giustificava con queste

parole:

“Sono fautore della libertà della scuola. Va da sé che la libertà non vuol dire licenza; vuol dire semplicemente,

permettere agli insegnanti di muoversi, senza impacci di formule e di minuti programmi e di metodi prestabiliti, dentro

il concetto della scuola a cui debbono servire. Intesa così, la libertà […] si identifica con la disciplina. 9

Passiamo ora ad analizzare la riforma universitaria: essa prevedeva la suddivisione delle università

statali in due diverse categorie; la prima riceveva sovvenzioni dallo Stato, la seconda solo

parzialmente. Nel primo gruppo rientravano le facoltà di Medicina, Giurisprudenza, Lettere e

Filosofia e Scienze matematiche, fisiche e naturali; nel secondo invece, rientravano tutte quelle

facoltà più tecniche e che prevedevano dunque, il sovvenzionamento oltre che dello Stato anche di

enti privati.

Dal punto di vista amministrativo le università vennero dotate di un senato accademico e di un

consiglio di amministrazione, il senato era composto dal Rettore e da tutti i presidi di facoltà,

nominati tutti dal ministro. Questo aspetto evidenzia la forte implicazione dello Stato all'interno

delle questioni universitarie che poco fanno pensare ad una vera e propria autonomia delle stesse.

Anche in questo grado di insegnamento i professori venivano selezionati dopo aver superato l'esame

di stato e altri concorsi con i quali ottenevano l'abilitazione all'insegnamento, sugli studenti gravava

il peso di tasse non poco cospicue le quali avrebbero dovuto garantire uno svolgimento delle attività

più che all'altezza della situazione, ma non fu sempre così.

Ma come venne accolta la riforma? Si crearono due correnti di pensiero critico contrapposte: una

facente capo al mondo fascista e l'altra al mondo delle opposizioni non ancora messe fuorilegge da

Mussolini. Le critiche più aspre che vennero dal fascismo furono principalmente di tre tipi; la prima

non condivideva l'eccessiva selettività, la seconda lo scarso controllo statale e la terza le troppe

9 G. Gentile, Chiarimenti sui concetti della riforma (29.3.1923), in Opere Complete di Giovanni Gentile, Vol. XLI, p.

39, in J. Charnitzky, Fascismo e Scuola, cit., p. 130. 6

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher manus89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Piccioni Lidia.
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