UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE
Sede di Milano
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Laurea in
Lettere Moderne
Motivi e archetipi delle “Fiabe italiane” di
Italo Calvino.
Uno studio morfologico delle fiabe lucane
Relatore:
Prof. Giuseppe Langella Tesi di laurea di:
Cosimo Damiano Coretti
N. Matricola: 5001959
Anno Accademico 2022/2023
INDICE
INTRODUZIONE 4
I FIABE REGIONALI E NAZIONALI
1.1. La sfida di Calvino al labirinto delle fiabe 6
1.2. Il realismo a carica fiabesca 13
1.3. Le fiabe lucane 17
II TOPOGRAFIA DELLE FIABE LUCANE
2.1. Varianti topiche 23
2.2. Simbologia dei luoghi fiabeschi 32
2.3. Ascensioni e discese 37
III UNA FAVOLISTICA GALLERIA LUCANA
3.1. Per un’analisi funzionale delle fiabe lucane 43
3.2. Fenomenologia del popolano 55
3.3. Il sangue che mi riporta a te 62
CONCLUSIONE 67
BIBLIOGRAFIA 70
RINGRAZIAMENTI 73
INTRODUZIONE
Se a Calvino la prima spinta per la composizione delle Fiabe Italiane è
venuta da un’esigenza editoriale – pubblicare una silloge di fiabe della
Penisola –, la stesura di questo elaborato è avvenuta sulla scorta di
un’esigenza culturale. Si è voluto analizzare, con l’ausilio degli studi
novecenteschi sul folklore e dell’analisi fiabica compiuta da Propp, il grado
di originalità narrativa delle cinque fiabe “lucane” riportate da Calvino nella
raccolta.
Il racconto di fate, prima di subire il suo declassamento – dal punto di vista
generazionale e per quanto concerne il passaggio da orale a scritto – ha
ricevuto fortuna negli studi etnografici, nella sua valenza di documento
storico. L’assunto con cui Calvino conclude l’introduzione alla sua raccolta
è quello secondo cui «le fiabe sono vere»: l’istanza di realismo individuata
dall’autore in queste produzioni prevede un avvio del racconto da paradigmi
quotidiani; l’universo fiabesco assorbe la sua linfa dai villaggi, tra i quali si
fa strada, ornando il suo scheletro.
Calvino, durante la ricerca preliminare alla stesura della silloge, comprende
come le fiabe siano divise in tipi e come, di un determinato racconto, esistano
svariate versioni. La scelta, da parte dell’autore sanremese, di una piuttosto
che di un’altra dipende dal grado di attendibilità e completezza della stessa,
oltre che dalla sua maggiore fruibilità rispetto alle altre varianti.
Ciò che pare caratterizzare le fiabe “lucane” – a detta dello stesso Calvino –
è lo slancio romantico con cui i racconti si dispiegano. Laddove, di contro,
alcuni motivi siano stati celati nelle produzioni originali, proprio questi
vengono messi in risalto dall’autore, il quale dal canto suo, in taluni casi
conferisce ai racconti maggiori coerenza e simmetria. Questo accade
attraverso l’inserimento di luoghi – o nomi dei personaggi – assenti o
differenti nei testi tramandati. 4
Addentrarsi nel dedalo dello studio morfologico delle fiabe lucane – Le
principesse maritate al primo che passa; Liombruno; Cannelora; Filo d’Oro
e Filomena e I tredici briganti – significa ricercare le peculiarità, topiche e
attanziali, celate al loro interno.
A seguito di una cronistoria riguardante la stesura dell’antologia e
dell’esplicazione della locuzione – realismo a carica fiabesca o fiaba a
carica realistica – utilizzata da Elio Vittorini per Il visconte dimezzato, lo
studio proseguirà con l’analisi delle varianti topiche tra le differenti versioni
delle fiabe, ponendo in risalto le innovazioni calviniane apportate nel
processo di riscrittura.
Preso in esame l’apparato topografico, ci si concentrerà sull’analisi
funzionale di ciascun racconto a partire dalla Morfologia della fiaba di
Vladimir J. Propp, in concomitanza con lo sviluppo delle vicissitudini dei
racconti di fate.
Successivamente, verrà compiuta un’indagine sociologica a partire dagli
attanti della fiaba, formulando delle considerazioni sulla ripresa dei costumi
tipici del Meridione nella caratterizzazione dei personaggi.
In ultima sede, sarà posto l’accento sulla preponderanza, nelle cinque
produzioni meridionali, della tematica famigliare, comprendendo come essa
venga enucleata nel corso delle vicende e quale valenza possieda nel
racconto complessivo.
Compiere uno studio dei racconti lucani equivale, quindi, a scoprire la
“tridimensionalità” di queste varianti, comprendendo le modalità con cui
Calvino ne ha preservata l’istanza realistica, mantenendo in esse la
levitazione propria del genere e, al contempo, non staccandole dallo scenario
in cui esse si dispiegano: la Basilicata. 5
CAPITOLO I
FIABE REGIONALI E NAZIONALI
1.1. La sfida di Calvino al labirinto delle fiabe
1
Quando, «sprovvisto d’occhiali dottrinari» , Italo Calvino si immergeva
all’interno del mondo fiabesco, l’impresa si rivelava, sin dalle prime battute,
«un salto a freddo», un «tuffarsi da un trampolino in un mare in cui da un
secolo e mezzo si spinge solo gente che v’è attratta […] da un richiamo di
2
sangue».
Il progetto delle Fiabe italiane, come specifica Calvino stesso all’interno
dell’introduzione alla raccolta, nasce dall’esigenza editoriale di creare
3
un’antologia di «nuove fiabe antiche». La tradizione favolistica italiana alla
fine del secolo precedente aveva conosciuto un primo raccoglimento in veste
4
antologica da parte di «demopsicologi» come Giuseppe Pitrè, fondatore
della scuola di studi etnologici in Sicilia e maestro di Giuseppe Cocchiara, a
sua volta maestro di Calvino, con cui comincerà un fitto carteggio
riguardante la stesura delle Fiabe italiane.
Grazie a Pitrè e ad altri studiosi positivisti, infatti, «la letteratura orale
diventa oggetto di studio sistematico anche in Italia: D’Ancona e Comparetti
davano inizio alla collana “Canti e racconti del popolo italiano” […];
l’interesse per la fantasia popolare non è più nutrito di trasfigurazione
1 I C , Introduzione in I ., Fiabe italiane, Mondadori, Milano 2019, p. XI.
TALO ALVINO D
2 Ibidem, p. X.
3 A C , L’occhio e la voce. Pier Paolo Pasolini e Italo Calvino fra letteratura e antropologia,
LBERTO ARLI
Edizioni ETS, Pisa 2018, p.11.
4 Termine coniato dallo stesso Pitrè al quale, nel 1910, fu assegnata la cattedra di questa scienza «che studia
la vita morale e materiale dei popoli civili, dei non civili e dei selvaggi. […] documentata dai diversi generi
di tradizioni orali ed oggettive». 6
romantica ma di documentazione stenografica, di note linguistiche, di
5
riscontri eruditi sui precedenti letterari e sulle varianti».
A proposito delle Novelline popolari italiane di Comparetti, primo e unico
numero della collana di Canti e racconti del popolo italiano del 1875, il
tentativo di riunire le novelle italiane non vide una veste completamente
uniforme, come scrive Cocchiara a Calvino l’8 aprile 1954, due anni prima
della pubblicazione delle Fiabe italiane:
Nel proporre un libro che raccolga le fiabe toscane, umbre, venete in originale
e quello delle altre regioni in traduzione italiana, il Vidossi si rifà al bel libro
di Comparetti Novelle popolari italiane, il quale ha lasciato in dialetto le
novelle toscane e ha tradotto le altre. Ma in un libro che deve essere una
strenna, un tal sistema non disturba il lettore? […] Ma quando si tratta di fare
una raccolta di novelle popolari italiane che deve servire al lettore medio,
6
quale altro criterio si può adottare se non quello del raccoglitore-traduttore?
È evidente quindi come il «richiamo di sangue» o, nel caso di Comparetti, il
legame con la Toscana – con Firenze, sua città di elezione, e Pisa, dove
inaugurò il sodalizio con Alessandro D’Ancona – sia stato determinante per
l’avvio degli studi di novellistica nella Penisola.
Come il romanzo per Calvino «vive nella dimensione della storia, non della
7
geografia» , così le fiabe dovranno essere svincolate dall’ambito locale e il
8
regionalismo dovrà sacrificarsi a fronte dell’unità. Allo stesso modo la fiaba
sorpassa la Storia, la percorre in maniera defilata, assorbendone la linfa ma
mantenendosi sempre in una dimensione atemporale e antistorica.
Se sul finire del XIX secolo «si guardava alla demopsicologia e
all’antropologia culturale in genere come a un colto divertissement, che
9
faceva da contorno alla portata principale» , con Calvino la fiaba riacquista
5 I C , Novelline popolari siciliane di Giuseppe Pitrè, in I ., Saggi 1945-1985 cit., vol. II, p.
TALO ALVINO D
1629.
6 S C – S C , Il folklore unplugged. Lettere di Calvino, Cocchiara, De Martino
TEFANO ALABRESE ARAH RUSO
e Pavese sulla tradizione popolare, Archetipo Libri, Bologna 2008, p. 60.
7 I C , Il midollo del leone in I ., Una pietra sopra, Mondadori, Milano 2023, p. 15.
TALO ALVINO D
8 Il nome di località o regione che Calvino riporta alla fine di ogni fiaba andrà ad indicare non la provenienza
della fiaba o del motivo della stessa quanto la variante regionale riportata dall’autore.
9 A. C , L’occhio e la voce cit., p.42.
ARLI 7
la sua funzione paradigmatica ed esemplare. Il «catalogo di destini» di cui
l’autore parla nell’introduzione alla raccolta ricomincia a gravitare tra gli
uomini, a mostrare loro «le prove che l’uomo attraversa e il modo in cui egli
10
le supera».
Lo schema di tutte le storie umane si fa variabile e invariato allo stesso
tempo, nel suo meccanicismo cambia forma grazie al movimento dei tasselli
che l’autore deve riunire assieme, aggiungendone di nuovi nel caso in cui
fosse necessario.
È grazie alla vasta mole di materiale reperibile che lo scrittore cubano, sotto
la guida di Cocchiara, «vero Virgilio di un Calvino molto confuso di fronte
11
al magmatico lavoro che precedette la pubblicazione delle Fiabe italiane» ,
12
è a poco a poco preso da una «febbre comparatistica e classificatoria» e si
addentra nel mondo fiabesco con l’obiettivo di fornire una silloge che possa
essere adatta a un pubblico medio, infantile e adulto.
Se nei primi carteggi con Cocchiara Italo Calvino – il «Grimm italiano» di
cui l’autore stesso ricerca l’esistenza – non pare munito di quella «bombola
13
d’ossigeno che è l’entusiasmo» per le ricerche sul mondo subalterno, in
seguito il fondo fiabistico si mostra all’autore nella sua limpidezza e allo
stesso tempo nella sua molteplicità di versioni e varianti, al punto che
Calvino si chiede se, completati il lavoro di raccolta e la pubblicazione,
riuscirà a rimettere i piedi sulla terra:
Per due anni ho vissuto in mezzo a boschi e palazzi incantati […]. E per questi
due anni a poco a poco il mondo attorno a me veniva atteggiandosi a quel
clima, a quella logica, ogni fatto si prestava a essere interpretato e risolto in
termini di metamorfosi e incantesimo: e le vite individuali, sottratte al solito
discreto chiaroscuro degli stati d’animo, si vedevano rapite in amori fatati, o
sconvolte da misteriose magie […]. Ogni poco mi pareva che dalla scatola
magica che avevo aperto, la perduta logica che governa il mondo delle fiabe
14
si fosse scatenata, ritornando a dominare sulla terra.
10 I. C , Il midollo del leone cit., p. 19.
ALVINO
11 A. C , L’occhio e la voce cit., p. 24.
ARLI
12 I. C , Introduzione cit., p. XII.
ALVINO
13 Ibi, p. XI.
14 Ibi, p. XIII. 8
La genesi del progetto delle Fiabe può essere individuata nella proposta,
avanzata da Cocchiara ad Einaudi con la lettera del 18 dicembre 1953, di
pensare a una raccolta di novelle del popolo italiano in seguito alla lettura
dei testi di Afanasiev e dei Grimm e ad una conversazione con Natalia
Ginzburg sull’utilità di un’antologia di canti popolari siciliani, lavoro che
verrà assorbito da una silloge nazionale.
Indispensabile, per comprendere il principio della collaborazione tra Calvino
e Cocchiara, è la missiva datata 15 gennaio 1954 del primo al secondo:
Caro Cocchiara,
è dal mio ritorno dalla Sicilia che volevo scriverLe per dirLe quanto sono
stato contento di averLa conosciuta, d'aver potuto discorrere con Lei, e per
ringraziarLa della più che cortese accoglienza avuta nella Sua casa e per la
preziosa guida al Museo.
Colgo l'occasione di questa lettera per fare a Lei e alla Sua gentile signora,
tutti i miei più calorosi auguri per l'anno nuovo.
Da tempo dobbiamo rispondere a una Sua lettera a Einaudi, piena di
interessanti proposte.
La prima, quella di un'antologia di canti popolari siciliani, sarebbe in partenza
già assorbita da un progetto per cui da tempo abbiamo un impegno esplicito:
un'antologia di canti popolari di tutta Italia. Non sappiamo bene a che punto
del lavoro siano i curatori; ma per il momento non possiamo impegnarci in
altre iniziative del genere.
Quanto ai saggi di Novati, non è questo il momento editoriale propizio a
raccolte di scritti diversi, soprattutto a riesumazioni. E la nostra collana dei
«Saggi» ha un programma gremito fino a tutto il '55, programma dal quale i
libri di non pressante interesse editoriale e che non perdono d'attualità
vengono d'anno in anno rimandati e respinti.
Invece ci interessa molto il progetto della raccolta delle fiabe (o novelle
popolari o conti come vogliamo chiamarle) italiane. Anche questa è un'idea
sulla quale abbiamo cominciato a discutere da alcuni mesi, da quando cioè, la
pubblicazione dell'Afanasiev, dopo quella del Grimm, ci mise di fronte al
problema di porre mano a un piano organico di tutta la favolistica mondiale.
Per le fiabe italiane, che non hanno avuto ancora il loro Grimm o il loro
Afanasiev su scala nazionale, il problema è grosso, e saremmo ben lieti
d'avere qualche Suo consiglio preliminare. C'è il problema della raccolta del
materiale che per alcune regioni è già edito e per altre quasi inesistente. C'è il
problema dei dialetti. C'è il problema, mettendo insieme il materiale di
raccoglitori diversi, di dare unità, stilistica e di metodo, al libro. Un nostro
collaboratore ci aveva trasmesso tempo fa una proposta del prof. Vidossi, per
un libro che raccogliesse le fiabe toscane, umbre, venete, in originale e quelle
delle altre regioni in traduzione italiana. Ma l'intento di Einaudi è di fare
qualcosa che dia il meno possibile l'idea di un manuale universitario, ma sia
invece una lettura fresca per un pubblico non di studiosi, pur essendo condotta 9
con tutti i crismi della ricerca folkloristica italiana. Perciò, il parere di Einaudi
è che la Casa Editrice prenda su di sé la responsabilità della cura del volume,
valendosi dei consigli e del materiale degli specialisti, e "unifichi" il volume.
Insomma, su una base di lavoro filologica, lavorare con criteri essenzialmente
poetici. Anzi aveva addirittura proposto a me - povero me! - di assumermi
questo lavoro di "unificazione", cioè di scegliere tra le varianti, tradurre dove
c'è da tradurre, riscrivere il già scritto in italiano. Dalla sommaria indagine
che ho potuto compiere finora - completamente digiuno in materia come sono
- mi pare indubbio che è assurdo, per esempio, riscrivere il toscano di Imbriani
senza uccidere lo spirito delle fiabe; bisognerebbe quindi adottare un criterio
misto, sul tipo di quello proposto dal Vidossi, cioè parte del materiale tal
quale ce l'hanno tramandato i raccoglitori, e parte tradotto; e anche qui il
lavoro dello “scrittore” (chiunque egli sia) va accompagnato dal lavoro del
filologo, dello studioso di dialetti. Insomma, siamo ancora in alto mare. Ci
dica cosa ne pensa Lei. 15
La saluto molto cordialmente e spero di leggerLa presto. Coi migliori saluti.
È a partire da questa lettera che il germinale disegno di una silloge di fiabe
conosce una sua progettazione. Cocchiara, infatti, nell’epistola di risposta
dell’8 aprile pone Calvino di fronte a «due sistemi per fare un’antologia di
16
fiabe popolari» : un primo di impostazione scientifico-filologica che riporti
le novelle nei vari dialetti di provenienza, che abbia un apparato bibliografico
e che presenti tutte le varianti; il secondo – privilegiato dal Cocchiara e da
Calvino stesso – in cui non è necessario che l’autore si addentri in un lavoro
filologico, purché abbia le «capacità di un traduttore che sia anche e
17
soprattutto un narratore».
Sebbene i due procedimenti appaiano distanti, l’uno – come poi si vedrà nelle
lettere successive di Calvino a Cocchiara – non può escludere in alcun modo
l’altro: l’inesperto ma prossimo conoscitore di fiabe, nella fase di ricerca,
accompagna il gusto archetipico del primitivo, facendosi «primo vero
18
narratore» , a una serrata metodologia.
Il suddetto procedimento viene reso chiaro dalle parole di un Calvino il cui
entusiasmo, dopo la lettura dei volumi del Pitrè, viene da questi raddoppiato:
15 I C , Lettere 1940-1985, a cura di L. B , Mondadori, Milano 2023, pp. 251-252.
TALO ALVINO ARANELLI
16 S. C – S. C , Il folklore unplugged cit., p. 60.
ALABRESE RUSO
17 D A – P M , Le fiabe popolari fra cultura regionale e cultura nazionale,
INA RISTODEMO IETER DE EIJER
Belfagor, Vol. 34, No. 6, 1979, p. 713 (ult. cons. in rete 25/01/24).
<https://www.jstor.org/stable/261445
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