Milo Rau: dispositivi digitali tra performance dal vivo e
immagine mediale, tra spettatore e costruzione del
reale
Questa tesi si propone di analizzare il regista Milo Rau e il suo lavoro, con
particolare attenzione all'utilizzo dei dispositivi digitali in scena. Dopo una
prima parte introduttiva sulla figura del regista e le caratteristiche del suo teatro,
si esplorerà in che modo tali tecnologie digitali contribuiscano al processo di re-
enactment, in relazione al Realismo Globale che caratterizza la pratica artistica
di Rau, osservando tre spettacoli, in particolare, selezionati come casi studio.
Ricostruendo situazioni accadute, il teatro del regista si colloca in una
dimensione tra finzione e realtà, in cui la rottura della quarta parete assume un
ruolo centrale, coinvolgendo gli attori, i non-attori e gli spettatori.
INDICE
INTRODUZIONE
1. Perché Milo Rau?
2. Il paradosso del digitale: lo schermo non come barriera, ma come varco nella quarta
parete
3. Dalla cronaca al mito: obiettivi e metodologia della ricerca
CAPITOLO 1: Genesi di un Realismo Globale
1. Biografia e Formazione: Dalla sociologia con Bourdieu al giornalismo d’inchiesta
2. Le radici dell’ispirazione: L’influenza di Pasolini, Godard e il concetto di “teatro
documentario”
3. La rottura della quarta parete: Perché Rau rifiuta il teatro “di finzione” per un teatro
“di partecipazione”
4. L’ingresso del dispositivo digitale: Perché usare la camera? L’esigenza di
documentare l’irrappresentabile e il superamento del limite fisico del palco
5. Manifesto di Gent: Etica per il teatro del XXI secolo
CAPITOLO 2: La mappa delle tematiche: dallo Stato all’Intimo
1. Il Teatro della Violenza e della Guerra: L’analisi del male collettivo
2. Politica e Sociopolitica: Accusa dei Sistemi globali e il ruolo dei Non-Attori
3. La svolta intima: Dolore privato e dimensione familiare
4. Il ritorno al Mito: Rileggere i classici greci per interpretare il presente
CAPITOLO 3: Casi studio: Il Digitale come Organo di Visione
1. THE REPETITION: La videocamera come testimone dell’orrore. Il pubblico tra
Voyeurismo e responsabilità
2. THE SEER: Il dispositivo tra cecità e profezia. Il dialogo con Pasolini e la tecnologia
come terzo occhio mitico
3. IL NUOVO VANGELO: il lungometraggio della resistenza e la contaminazione tra
cinema, teatro e attivismo
CAPITOLO 4: Conclusione: Lo spettatore nel dispositivo
1. Vittima o carnefice? L’effetto del re-enactment sulla percezione del pubblico
2. Conclusioni: Il futuro del realismo globale tra “pittura a olio” digitale e impegno
civile
INTRODUZIONE
1. Perché Milo Rau?
Prima di introdurre la figura di Milo Rau e perché la scelta di portare uno studio sulla sua
persona e il suo lavoro, credo sia appropriato chiedersi “Perché il teatro?”, o meglio “Why
1
Theatre? ”. Domanda non priva di risvolti personali e particolarmente difficile da risolvere,
considerando che la definizione medico-scientifica di Catarsi fornita da Aristotele nella sua
Poetica:
« Mimesi di un’azione seria e compiuta in sé stessa la quale, mediante una serie di casi che »
suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni .
Può comprendere a pieno o in parte moltissimi Teatri. Effettivamente il teatro agisce sulle
persone, sia su chi direttamente lo fa sia su chi ne è semplice spettatore, specialmente se lo si
considera in una prospettiva che gli attribuisce una speciale funzione civile, culturale e, a
volte, anche politica. In quest'ottica, ho scelto Milo Rau perché rappresenta uno degli autori
più controversi della nostra epoca, non concepisce il teatro come spazio di evasione o
finzione ma come una vera e propria assemblea politica, un tribunale civile. Come mette in
2
luce il critico Lorenzo Mango, nel suo saggio “Form and Politics” , la formazione di Rau si
compie tra diverse città europee (Zurigo, Parigi e Berlino), concentrandosi sulla sociologia e
lo studio delle letterature germaniche e romanze. Un background umanistico orientato verso
la conflittualità geopolitica e globale, spingendolo a operare sul campo come saggista,
giornalista d’inchiesta e attivista in contesti di aperta crisi umanitaria, dalle ferite della ex-
Jugoslavia ai teatri di guerra africani, che racconterà ne “L’Arte della Resistenza”, mettendo
in luce come noi, tutti, siamo abituati a non agire, in nessun modo, poiché attraverso
immagini, filmati d’archivio e altre testimonianze indirette, ci sentiamo lontani da qualsiasi
orrore che accade o che è accaduto nel mondo, come se non ci toccasse.
L’approdo di Rau al teatro non avviene per vocazione estetica o per fascinazione verso lo
spettacolo tradizionale, al contrario, manifesta un profondo disinteresse per la fruizione
teatrale intesa come rito sociale della borghesia e orienta la sua ricerca visiva verso il cinema,
3
in particolare verso i modi della Scuola di Berlino (Christian Petzold, Thomas Arslan,
Angela Schanelec). Da questo incontro iniziale con il cinema indipendente tedesco, Rau
sviluppa una passione, quasi ossessione, per il realismo nudo e crudo, e per le contraddizioni
della società contemporanea.
Quando si avvicina alla scena teatrale, lo fa intravedendo in essa un dispositivo unico e
insostituibile, non per le infinite possibilità di finzione, ma per la sua liveness (la dimensione
dell’accadimento dal vivo), per la capacità di generare una narrazione comunitaria e,
1 Cfr. M. Rau (a cura di), Why Theatre?, NTGent, Ghent 2020.
2 Cfr. L. Mango, Form and Politics: An Introduction to the Theatre of Milo Rau, in «European Journal of
Theatre and Performance», n. 1, gennaio 2019.
3 Cfr. L. Mango, Form and Politics: An Introduction to the Theatre of Milo Rau,
soprattutto, la possibilità di fondare una solidarietà immediata e concreta con il pubblico in
sala. Il teatro di Rau, infatti è stato definito anche “Teatro popolare globale”, proprio perché
lo stesso regista ammette di voler superare quella barriera che porta il pubblico a vedere il
teatro solo come esperienza visiva, limitando la partecipazione. Vorrebbe che tutti
partecipassero al processo di realizzazione dello spettacolo, motivo per cui porta gente del
posto e non-attori sul palco.
Per Milo Rau, la forma scenica diventa veicolo per generare un impatto comunicativo, con lo
scopo di destabilizzare la società. Il teatro dell’IIPM (International Institute of Political
Murder), fondato nel 2007, si configura come una struttura flessibile e multimediale che fa
della scena un processo di ricerca più ampio, includendo editoria, cinematografia,
giurisprudenza e sociologia. Il prodotto spettacolare dell’IIPM, costituisce “momenti di
epifania, forte emozione, intuizione o confusione”. Il teatro di Rau è un’arte processuale e
4
concettuale, che Mango paragona alle installazioni di Christo , in cui la pianificazione
politica, burocratica e organizzativa dell’evento è a tutti gli effetti opera d’arte.
Questo impatto trova la sua legittimazione nel saggio “Why Theatre”, curato da Milo Rau,
Kaatje De Geest e Carmen Hornbostel. In questo testo ci si interroga sulla funzione civile del
teatro nel ventunesimo secolo, in un momento storico segnato dalla disgregazione dei legami
collettivi, durante la pandemia da COVID-19, in cui le istituzioni democratiche sono
collassate e la percezione delle persone è stata anestetizzata dal flusso ininterrotto delle
immagini digitali. La risposta di Rau si traduce nella fondazione del “Realismo Globale”; una
prassi estetica che non si limita a riflettere passivamente la cronaca o a produrre una
documentazione di traumi contemporanei, ma si assume la responsabilità di “portare il reale
5
fuori dall’ombra della documentazione.”
La tesi centrale di Why Theatre e del teatro del regista svizzero risiede nella necessità di
colmare la distanza che si è aperta tra la violenza degli accadimenti storici e le forme
retoriche e spettacolari con cui i media occidentali li raccontano. Rispondendo alla domanda
iniziale “Perché Milo Rau?” e “Perché il teatro?”: perché il teatro di Milo Rau si oppone alle
logiche del dramma borghese e alla sua narrazione rassicurante, portando sulla scena le
macro-dinamiche della globalizzazione, che non significa illustrarle, ma convocare
un’assemblea pubblica in cui l’evento teatrale recupera la funzione democratica dell’antica
tragedia greca. Il palco non è più lo spazio del verosimile, ma diventa spazio
dell’accadimento storico in atto, una vera e propria agorà internazionale. Lo spettatore è
invitato a farsi testimone e responsabile di un processo. Uno dei tanti motivi per cui ho scelto
Milo Rau è proprio la sua attività, servire a chi si sente “non toccato”, in modo forte e crudo,
la realtà, attraverso i suoi occhi e con la possibilità di sentirla dentro, capirla. Milo Rau ha la
capacità di toccare la nostra coscienza, facendoci sentire la messinscena con pochi effetti
scenografici; solo attori, la camera e lo schermo. Basta questo.
4 Cfr. L. Mango, Form and Politics: An Introduction to the Theatre of Milo Rau,
5 Cfr. M. Rau, Globaler Realismus / Global Realism, NTGent & International Institute of Political Murder,
Ghent 2018, p. 176.
2. Il Paradosso del Digitale: lo schermo non come
barriera, ma come varco nella Quarta Parete
L’introduzione dei dispositivi digitali all’interno dello spazio scenico ha scardinato i
presupposti teorici ed estetici che, per secoli, hanno regolato la rappresentazione e il rapporto
tra attore e spettatore. Tradizionalmente, il teatro ha guardato alla presenza di schermi e
proiezioni video con sospetto, interpretandoli come elementi di disturbo, considerati in questo
modo anche dal pensiero comune, come se fossero due rette parallele che non si incrociano
mai, delimitando schermi e digitalizzazione al mondo del cinema e della tecnologia, capaci
solo di introdurre una visione frontale bidimensionale. Eppure, esiste un’altra prospettiva, in
cui lo schermo agirebbe come una nuova, impenetrabile, quarta parete tecnologica, la quale
separa nettamente la scena dalla viva e tridimensionale platea, fatta di interazione biologica
6
tra i corpi . Le pratiche sceniche d’avanguardia del XXI secolo e il ripensamento teorico della
liveness dimostrano il manifestarsi di un paradosso radicale: lo schermo, se integrato in un
preciso disegno drammaturgico e tecnologico, smette di essere una barriera isolante per
trasformarsi in un vero e proprio varco interattivo, capace di connettere e ridefinire la realtà
7
materiale e la finzione mediatica.
Per comprendere la natura di questo varco, è necessario decostruire il concetto di liveness per
come è stato storicamente inteso. Come evidenzia Philip Auslander, la distinzione binaria tra
forme culturali dal vivo e forme mediatizzate non è uno stato ontologico immutabile, bensì
una condizione relativa al contesto, legata a determinate circostanze storiche e soggetta a
8
cambiamenti nel tempo . Il teatro non possiede un primato di purezza reale rispetto al
digitale, al contrario, lo spettacolo dal vivo e i media si co-definiscono costantemente in un
rapporto simbiotico e competitivo. Storicamente, se la televisione ha mutuato i propri codici
dal teatro per poi usurparne la posizione culturale, oggi assistiamo a una potente inversione di
tendenza: la performance dal vivo assimila i media digitali non per negare sé stessa, ma per
interpellare lo spettatore contemporaneo, che possiede ormai una struttura percettiva
modellata dall’uso quotidiano dei computer e degli schermi. Nell’era digitale, l’evento
scenico non è più un qualcosa di mitico e protetto, ma si colloca all’interno di una cultura
dominata dai media, parlando la stessa lingua del proprio pubblico.
In questo panorama, l’uso dello schermo rivela la sua natura paradossale. Invece di produrre
alienazione, distanziamento e isolamento, il dispositivo tecnologico opera come strumento di
potenziamento e lucidazione della realtà. Un esempio si ritrova proprio nel teatro di Milo Rau
e della compagnia IIPM. Nello spettacolo La Reprise: Histoire(s) du théàtre (I), uno dei più
famosi, lo schermo centrale non è una mera scenografia o un qualcosa di spettacolare e
illusorio, o un rifugio nella finzione cinematografica, tutt’altro, specialmente riguardo
l’orrido omicidio di cui Ihsane Jarfi ne fu, e ne è ancora, la vittima. Lo schermo viene usato
per proiettare in tempo reale sia i flussi video in live-feed ripresi dai performer sulla scena,
6 Cfr. P. Auslander, Liveness: Performance in a Mediatized Culture, Routledge, London-New York 1999, p. 1.
7 Cfr. A. Pizzo, Il teatro nel tempo del digitale. Dispositivi, memoria, sistematurgia, Bulzoni, Roma 2020, p. 1.
8 Cfr. P. Auslander, Liveness: Performance in a Mediatized Culture, cit., pp. 1-2
sia inserti pre-registrati, alternando primi piani strettissimi, in cui ogni dettaglio è visibile, a
9
inquadrature a media distanza.
Questo impianto multimediale scardina le convenzioni della quarta parete, la quale, come
10
ricorda l’artista Marcel-lì Antùnez Roca , è nata storicamente dall’unione tra la visione del
teatro al buio e quella della lanterna magica. La presenza dello schermo nel lavoro di Rau non
favorisce la sospensione dell’incredulità (suspension of disbelief), né mira a produrre una
catarsi emotiva di stampo aristotelico, ma funge da specchio critico, mostrando il processo di
creazione teatrale e l’orrore del fatto reale. Lo spettatore assiste, nello stesso istante e nello
stesso spazio, all’azione fisica, dal vivo, dell’attore sul palco e alla sua immediata traduzione
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in immagine mediatizzata sullo schermo. La drammaturgia di Milo Rau si insinua tra ciò
che separa l’attore dal personaggio, il reale dal rappresentato, la finzione dalla realtà
oggettiva. Lo schermo non è solo un muro visivo, ma diventa un varco attraverso cui il
pubblico può ammirare i codici teatrali e allo stesso tempo fare esperienza della violenza
reale, ripetuta sul palco, come la brutale rievocazione dell’omicidio consumato in un’auto
posta sulla scena.
La frammentazione dello spazio scenico operata dallo schermo costringe lo spettatore ad
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avere un ruolo attivo, analogo a quello descritto nella “Sistematurgia” di Antonio Pizzo.
Quando lo schermo non è un semplice fondale passivo, ma si fonde con oggetti fisici, la
funzione passiva svanisce. Questo processo si trova anche nelle analisi di Auslander sulla
musica contemporanea: se l’autenticità di una traccia registrata si fonda sul senso della sua
originaria dimensione live, a teatro l’autenticità del gesto presente dell’attore viene
amplificata e certificata dalla sua immediata scomposizione e proiezioni sullo schermo in
13
tempo reale. Lo schermo non nasconde la realtà del palcoscenico, la esibisce, rivelandone le
strutture nascoste. Attraverso questo varco, il teatro multimediale di Milo Rau riafferma con
forza la natura dell’evento dal vivo, dimostrando che nell’era della mediatizzazione, l’unico
modo per attraversare la quarta parete e colpire lo spettatore è utilizzare i dispositivi del
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digitale per costringerlo a guardare, con lucidità razionale, le pieghe più profonde e
inquietanti del nostro tempo.
Dalla cronaca al mito: Obiettivi e metodologia della
ricerca
Questo studio si propone di seguire il percorso estetico e politico di Milo Rau, indagando la
transizione che conduce la sua ricerca dal documento di cronaca alla riattivazione del mito
classico attraverso il medium tecnologico e digitale.
9 Cfr. C. Martin, Milo Rau's Real Theatre: «La Reprise: Histoire(s) du théâtre (I)», in «TDR: The Drama
Review», vol. 65, n. 1, marzo 2021, p. 54.
10 A. Pizzo, Il teatro nel tempo del digitale. Dispositivi, memoria, sistematurgia, cit., p. 1.
11 Cfr. C. Martin, Milo Rau's Real Theatre: «La Reprise: Histoire(s) du théâtre (I)», cit., pp. 54-55.
12 A. Pizzo, Il teatro nel tempo del digitale. Dispositivi, memoria, sistematurgia
13 Cfr. P. Auslander, Liveness: Performance in a Mediatized Culture, cit., p. 2
14 Cfr. P. Auslander, Liveness: Performance in a Mediatized Culture, cit., p. 1.
Al centro si colloca un interrogativo cruciale che definisce le peculiarità del regista svizzero.
Ci si domanderà, dunque, in che modo il dispositivo video e le pratiche di re-enactment e
pre-enactment ridefiniscono lo statuto dello spettatore, trasformandolo da voyeur passivo a
testimone responsabile. Per rispondere a tale quesito, questa indagine si concentrerà
sull’analisi dettagliata di tre significativi casi studio, emblematici della sua produzione:
- The Repetition: Histoire(s) du théàtre (I);
- The Seer;
- Il Nuovo Vangelo (Matera)
Attraverso questi lavori, l’intermedialità e la mescolanza tra formati ibridi emergono come
colonne portanti di una riconfigurazione percettiva e politica della scena contemporanea.
L’ibridazione dei linguaggi multimediali e il duplicarsi delle prospettive ridisegnano la
maniera di essere presente e il coinvolgimento di chi ne fruisce, posizionandolo in un
incrocio tra realtà documentaria e rimediazione spettacolare, in cui si chiede dove inizia il
reale e dove la finzione, dove finisce la rappresentazione dell’artista e ciò che è accaduto o
potrebbe accadere.
Questa tesi intende analizzare come Milo Rau utilizzi i dispositivi digitali non come semplici
strumenti scenografici, ma come dispositivi di svelamento critico, in grado di riattivare la
memoria mitica classica e, insieme, di fo
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