Indice
- Il servizio sociale. Identità: disciplina e professione pag. 2
- Il servizio sociale come professione pag. 4
- La sfida teorica: il servizio sociale come disciplina
- Società post-moderna, servizio sociale e scienza pag. 5
- Il concetto di teoria pag. 6
- Caratteristiche distintive del positivismo e della fenomenologia pag. 7
- Il servizio sociale come disciplina pag. 9
- I rischi di un eclettismo selvaggio: il concetto di “Eclettismo riflessivo” pag. 10
- Il concetto di “tradizione di ricerca” pag. 12
- Modello
- Modelli pag. 13
- Metodologia
- Metodo- Metodi pag. 14
- Principi su cui si basa il metodo unitario pag. 17
- Caratteristiche del procedimento metodologico pag. 19
- Fasi del procedimento metodologico pag. 22
- Il modelli teorici nel servizio sociale
- Processo per l’elaborazione di modelli teorici nel Servizio sociale pag. 24
- Evoluzione dei modelli teorici pag. 25
- Nascita del lavoro sociale e modelli, nei paesi anglosassoni e in Italia pag. 27
- I MODELLI TEORICI pag. 30
- Il Problem solving - modello individuale-Modello funzionale pag. 31
- Modello Psicosociale pag. 32
- Modello centrato su compito pag. 33
- Modello esistenziale o "life model" pag. 34
- Modello di modificazione del comportamento pag. 35
- Gli sviluppi più recenti. pag. 36
- Modello unitario
- Modello integrato pag. 39
Il servizio sociale: identità, disciplina e professione
Per servizio sociale intendiamo una disciplina e una professione, nate in Italia in tempi recenti - nel secondo dopoguerra - (se pensiamo che la medicina, per esempio, affonda le sue radici ai tempi greci).
La nascita del servizio sociale, in Italia, in genere si fa coincidere con l’istituzione delle prime cinque scuole di formazione, in ambito privato, nel 1945, che rimase un fatto ignorato per molti anni sia dallo Stato e dall’ordinamento scolastico-accademico ufficiale, sia dalle istituzioni pubbliche che si occupavano di dare risposte ai problemi sociali (tre gruppi di scuole: cattoliche, Onarmo; laiche a ispirazione cristiana, ENSISS; laiche, es. Cepas).
La sua nascita risente di una forte influenza della cultura anglosassone e in particolare statunitense; in questi paesi la nascita del Servizio Sociale si colloca tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e l’esigenza di un nuovo professionista è sentita soprattutto dalle stesse strutture di assistenza (le COS-Charithy Organisation Societes) che, sulla base della propria esperienza volontaristica, avvertono l’esigenza di professionalizzare l’aiuto, demandando la formazione alle sedi ufficiali come l’università.
Il servizio sociale come disciplina e professione
Il servizio sociale come disciplina e professione è ben distinto dai “servizi sociali”, ovvero le “strutture che erogano determinate prestazioni” ("Il servizio sociale. Fondamenti e cultura di una professione, E.Neve, Carocci Faber, 2013, p. 20). L’assistente sociale non è colui che fa assistenza, ma è il professionista del servizio sociale, in quanto tale, l’assistenza non è la sua professione, ma è una forma di risposta ai problemi sociali o “l’insieme di strutture e mezzi organizzati per rispondere ai bisogni socio-assistenziali delle persone” (idem, p.20).
Come disciplina, secondo Bianchi (1988) la si può definire come un “sapere complesso non autonomo finalizzato alla pratica, disciplina di sintesi tra elementi di conoscenze che provengono anche da scienze diverse, volta all’operatività che ha per oggetto l’uomo nel suo rapporto con l’ambiente” (Bianchi et al. “Alla ricerca di alcune “impronte” di teorie psicologiche e sociologiche nel Servizio Sociale”, F. Angeli, Milano,1988, p.16, in E. Neve, p. 20).
Quello del Servizio Sociale, pertanto, è un sapere elaborato a fini operativi, per la soluzione di problemi, non finalizzato alla conoscenza come obiettivo in quanto tale, piuttosto “all’acquisizione di strumenti analitici, descrittivi ed esplicativi della realtà sociale, orientati alla individuazione di strategie di intervento rispetto a situazioni problematiche” (Erbetta Fontana M.R. e Cadario V, “Sociologia e intervento sociale” Carocci, Roma,1991,p.131, in E. Neve, p.20).
I problemi di definizione e identificazione della disciplina cominciano già a livello terminologico.
- Il termine “sociale” comprende una vasta gamma di fatti e significati; lo sviluppo scientifico delle conoscenze sull’uomo e la società è molto più recente dello sviluppo delle scienze naturali;
- Un’ambiguità di fondo risiede nella differenza tra la terminologia internazionale, che utilizza termini che rimandano al concetto di “lavoro sociale” e la traduzione nella lingua italiana dei termini “importati” dalle varie lingue e in particolare da quella anglosassone, cui il servizio sociale si è ispirato:
- “social work” (inglese), “travail social” (francese) “sozial Arbeit” (tedesco) in italiano tradotti in “servizio sociale”
- “social worker”: “lavoratore sociale”, tradotto in italiano come: “assistente sociale”
Differenza terminologica e/o culturale-concettuale: da social work a servizio sociale
C’è chi sostiene (Toscano,1996) che la differenza dei termini “social work” e “servizio sociale” si collochi nella differenza dell’intreccio tra cultura religiosa e laica, che connota diversamente il contesto socio-culturale dei paesi anglosassoni e dell’Italia:
- Il termine “work” fa riferimento a una concezione individualistica del rapporto con l’altro, anche se mitigata dal termine “social” che colloca questo lavoro nel sociale;
- Il termine “servizio” si adatta sia al lessico dello Stato che della Chiesa: “nel contesto ecclesiastico il significato è di “essere al servizio di”, servire Dio che si identifica nel bisognoso; nel contesto statuale il concetto di servizio è un concetto eminentemente “sociale”. Il servizio sociale (omissis) riguarda un campo speciale dell’azione statuale, una funzione pubblica riconosciuta”, fino a definire “un certo tipo di stato, abitualmente chiamato stato del benessere (welfare state)” (Toscano,1996, in E. Neve: “Il servizio sociale. Fondamenti e cultura di una professione” pag. 18- 19).
Da “social worker” a “assistente sociale”
Raffaello Maggian (1996), rispetto all’uso del termine “assistente” sociale, per identificare il professionista che realizza questo servizio, riconosce nel termine (assistente) “un concetto più noto e coerente con le politiche di risposta in cui la neonata professione avrebbe potuto trovare collocazione” (E. Neve, p.19). Il riferimento è alla realtà dei problemi sociali del periodo post-bellico e all’organizzazione delle relative risposte da parte dello Stato, nonché al dettato della Costituzione, che in quel periodo storico vede l’impronta di pratiche assistenziali e di beneficenza (si rammenta nel periodo fascista, la figura di “addetta all’aiuto” chiamata “assistente sociale”, nata e tramontata col fascismo, che non ha niente a che vedere col servizio sociale post bellico).
In questo senso la professione nascente - il servizio sociale - si colloca in modo innovativo rispetto a quella che era la realtà culturale e istituzionale del dopoguerra, introducendo il termine “servizio”, se si considera che bisognerà attendere gli anni sessanta perché nella politica sociale italiana si parli di “servizi” (che saranno realizzati verso gli anni ’80), pur ponendosi in continuità con una cultura che si richiama ad esperienze secolari di assistenza e aiuto ai bisognosi ispirati a spirito di carità, pietà, e dell’impegno religioso cristiano.
Riepilogando, la traduzione del termine Social work in Servizio Sociale, in definitiva, fondava su due motivazioni:
- Evidenziare una scelta culturale che, nel clima del dopoguerra caratterizzato dalla democrazia, voleva spostare il focus dell’attenzione dalla persona in stato di bisogno come “assistito” a persona “soggetto di diritti”, in linea con quanto entrato a far parte del patrimonio filosofico del social work internazionale e sancito nelle conferenze degli organismi internazionali del servizio sociale già dal 1928;
- Soddisfare la necessità, sentita già dagli anni cinquanta (sec. scorso) di distinguere il lavoro volontario, filantropico - ma anche quello svolto da altre figure (denominate “operatori sociali” a partire dagli anni ‘70) presenti nei Servizi Sociali educativi/sanitari/assistenziali-, definito “lavoro sociale”, da quello dell’Assistente sociale (nella letteratura internazionale capita di trovare l’aggettivo “professional” dopo il termine social work proprio a volerne esaltare la specificità);
Nel Codice Deontologico (1998) è definita l’identità della professione: “essere una professione di servizio e a servizio dentro il sistema di welfare” (“Welfare come diritto”, a cura di G.DeRobertis-A.Nappi, ed.La Meridiana, 2012, p.21), il cui esercizio si fonda sul binomio del primato della persona e del bene comune, valori che fondano sui principi costituzionali (art.2, Diritti inviolabili, art. 3 Uguaglianza e Pari dignità, art. 13 Diritto alla libertà). In questo binomio risiede la dimensione politica della professione.
Il servizio sociale come professione
Come professione, il servizio sociale condivide quelle caratteristiche che, secondo gli studi sociologici più recenti, fanno sì che determinate pratiche o occupazioni lavorative possano considerarsi come professioni. Greenwood, nel suo “approccio per attributi” (1957), di matrice funzionalista, individua cinque attributi distintivi che, se presenti contemporaneamente e in maniera intensiva, qualificano una professione:
- Abilità superiore: presenza di una teoria esplicita di riferimento condivisa da quel gruppo e applicazione del metodo scientifico;
- Autorità professionale: la preminenza professionale rispetto alla gente comune e verso la soggettività e le idee del cliente;
- Sanzione della Comunità: riconoscimento della utilità sociale dell’attività del professionista che si traduce nell’autonomia nello svolgimento della professione;
- Un Codice di regole etiche: che assicura l’affidabilità delle prestazioni;
- L’appartenenza ad associazioni di categoria: cioè a quegli organismi preposti alla tutela e al controllo sull’operato dei professionisti, con riferimento ai requisiti indicati ai punti 1,4.
Secondo Niero (1985), che fa riferimento a questo approccio per circoscrivere il tema, al di là delle critiche di eccessiva “rigidità e formalismo”, esso presenta caratteri di “agile praticabilità empirica”, che sul piano concreto ci consentono di analizzare anche quelle professioni che si collocano all’interno di organizzazioni, discostandosi dal modello libero-professionale.
Il servizio sociale come “professione di aiuto”
Nella letteratura professionale più recente il servizio sociale viene denominato spesso come “professione di aiuto”, in analogia con altre professioni di aiuto, dette anche “professioni sociali”, per la loro finalizzazione verso le persone, intese sia come singolo individuo che collettività, per risolvere i loro problemi e/o aumentarne il benessere; si pensi al medico, all’educatore, allo psicologo ecc.
In realtà esistono tante diverse forme di “aiuto”, esso assume connotazioni diverse a seconda dell’ambito e delle finalità di una professione, per cui in genere quello dell’assistente sociale si definisce “aiuto sociale” (pur con quelle imprecisioni che evoca il termine sociale, così come quello assistenza). L'“oggetto di studio” del servizio sociale, come disciplina, è molto ampio e presenta caratteristiche di complessità e dinamicità tali da richiedere un approccio multidisciplinare e interdisciplinare:
- Le trasformazioni sociali dei bisogni e le risposte sociali ai bisogni;
- L’evoluzione delle teorie delle scienze sociali;
- I sistemi di principi e valori su cui si fonda il servizio sociale;
- Le elaborazioni dalla prassi che i professionisti di servizio sociale producono per la costruzione di teoria del servizio sociale (teoria dalla pratica, metodo induttivo).
La sfida teorica: il servizio sociale come disciplina scientifica
La sfida odierna del Servizio sociale è la “sfida teorica”, ossia la valorizzazione del Servizio Sociale come disciplina scientifica:
- Il dibattito sempre vivo verte sul tema: il servizio sociale “arte o scienza?”
- Le diverse prospettive teorico-metodologiche odierne in fase di elaborazione, in Italia, all’interno del Servizio Sociale, concordano sulla necessità di riferirsi a quello che è stato denominato come lo “zoccolo duro del servizio sociale”, ossia “una serie di conoscenze tecniche e operative alle quali il Servizio Sociale deve in ogni caso fare riferimento, e alle quali non può comunque non adeguarsi nel suo agire” (Cellentani, Guidicini: “Il servizio sociale tra identità e prassi quotidiana, Franco Angeli, 1989).
Non tutti gli autori hanno la stessa visione di quello “zoccolo duro”, per cui si parla di “disciplina in fieri” (Erbetta Fontana, Cadario, 1991) e pertanto occorre lavorare ancora per il consolidamento e lo sviluppo di teoria, attraverso la ricerca, la teorizzazione dalla prassi, il confronto interdisciplinare.
Società post-moderna, servizio sociale e scienza
Definizione e caratteristiche della modernità
Modernità: il periodo storico successivo al Medioevo che ha avuto il suo culmine nell’Illuminismo protraendosi fino alle soglie del secolo attuale. Elementi distintivi:
- La preminenza della razionalità e una profonda fiducia nella scienza e nella tecnica, che dovevano condurre al progresso (società più organizzata/efficiente);
- Il desiderio di ordine, che portava in sé il riconoscimento dei ruoli di potere-competenza e quindi all’attribuzione di un ruolo centrale alle leggi, alle regole e al potere centralizzato;
- Un fenomeno sociale che ha contraddistinto la modernità e si è sviluppato nel sec. XVIII è stato lo sviluppo industriale, con i relativi cambiamenti verificatisi nel mondo del lavoro e nel volto delle città, e l’enfasi data al ruolo dell’economia in relazione ad una concezione di benessere correlata ai consumi di massa; ciò provocò gravi disuguaglianze sociali, povertà e degrado ambientale e sanitario, da cui scaturì l’esigenza di creare sistemi di protezione sociale, anche attraverso l’emanazione di leggi (es. in Italia nel 1898 la legge contro gli infortuni su lavoro);
- In molti stati europei, c’è stato lo sviluppo di ideologie che hanno orientato l’organizzazione politica, quali il marxismo, il nazionalismo, il fascismo;
- In campo culturale e scientifico, specie nelle scienze sociali, si è registrato lo sviluppo di “grandi narrazioni”, ovvero teorie ampie, assolute e onnicomprensive;
- Obiettivi del Servizio Sociale: protezione, controllo e cura, negli apparati del welfare.
Verso la società post-moderna
A partire dalla metà del Novecento e in particolare dagli anni sessanta, specie nel mondo occidentale, si è avuto un importante cambiamento, denominato post-modernità o modernità esplosa, critica. Elementi significativi sono:
- Il passaggio alla prospettiva della ricerca di una migliore qualità della vita, che si pensava dovesse sostituire il mero benessere economico;
- In campo politico, dall’idea di ordine e potere centralizzato si adotta la prospettiva della “fantasia al potere”, si passa ad una dimensione di localismo, alla frammentazione spesso accompagnata da fenomeni di individualismo, ripiegamento nel privato, scarsa partecipazione alla vita sociale/politica;
- Al valore assoluto attribuito alla razionalità sembra subentrare l’ipotesi di un pensiero debole, di un relativismo che non risparmia le prospettive teoriche, dando fine al mito delle grandi narrazioni, né il campo dei valori;
- La dimensione etica della società e della convivenza non è più condivisa e si assiste a fenomeni di intolleranza, fondamentalismo.
Questi fenomeni hanno prodotto cambiamenti nella cultura, nelle strutture sociali e negli orientamenti politici sociali alla base dei sistemi di welfare, interpellando e interrogando anche il servizio sociale (come vedremo oltre). Dopo gli anni sessanta, con la transizione verso la post-modernità, si modifica radicalmente l’idea di scienza:
Le scienze sociali, tra cui il servizio sociale, compresero che le teorie non potevano porsi come obiettivo di base la ricerca della “verità”, ma servire come “strumenti” per la ricerca e l’approfondimento.
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