UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA TOR VERGATA
DIPARTIMENTO DI GIURISPRUDENZA
CORSO DI STUDIO IN
GIURISPRUDENZA
TESI DI LAUREA IN
DIRITTO COSTITUZIONALE
LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI E REGIONALISMO
DIFFERENZIATO: PROFILI COSTITUZIONALI
Relatrice: Laureanda:
Chiar.ma Prof.ssa Matricola: 0239523
Donatella Morana Sara Pettinelli
Anno Accademico 2023/2024 A mio fratello,
Che mi rende fiera ogni giorno.
Sommario
Introduzione ................................................................................................................ I
I Inquadramento storico e concettuale del regionalismo differenziato ............. II
II Il dibattito sul regionalismo differenziato in Italia ..................................... IV
Capitolo I: L'evoluzione del regionalismo in Italia .................................................... 1
1.1 Le riforme regionali del 1970 e la Riforma del Titolo V del 2001 ............. 1
1.2 L'evoluzione del regionalismo italiano: dalla cooperazione al federalismo 7
1.3 Il federalismo fiscale e la questione del regionalismo differenziato ......... 16
Capitolo II: Il regionalismo differenziato nell'ordinamento giuridico italiano ...... 22
2.1 L'art. 116, comma 3, della Costituzione italiana ...................................... 22
2.2: Il procedimento per l'attuazione del regionalismo differenziato .............. 25
2.3 Le materie oggetto di possibile devoluzione e garanzia ........................... 31
2.4 Il principio di leale collaborazione e le garanzie per l'unità nazionale ...... 40
Capitolo III: La Tutela dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) con
l'Introduzione dell'Autonomia Differenziata ........................................................... 50
3.1 Definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) ....................... 50
3.2 Effetti potenziali dell'autonomia differenziata sulla distribuzione delle
risorse: differenze regionali nella gestione dei LEP. ...................................... 65
3.3 Ruolo del Governo centrale e delle autorità di vigilanza per un sistema di
monitoraggio efficace. .................................................................................. 72
Capitolo IV: Le criticità del regionalismo differenziato in particolare in ambito
sanitario ..................................................................................................................... 79
4.1 Violazione del Principio di Uguaglianza: Uno Scenario a Doppia Velocità.
..................................................................................................................... 79
4.2 Mancanza di Garanzie ............................................................................. 86
4.3 Competenza Regionale in Materia Sanitaria ............................................ 98
4.4 Differenze Territoriali ........................................................................... 103
4.5 Autonomia Differenziata e Mobilità Sanitaria ....................................... 109
4.6 Costi Amministrativi ............................................................................. 114
Capitolo V: Questioni di legittimità costituzionale della Legge Calderoli ............ 127
5.1 Ricorsi presentati e motivazioni delle Regioni ....................................... 127
5.2 Sentenza della Corte costituzionale n.192/2024: analisi dei punti
incostituzionali............................................................................................ 131
5.3 La mancata questione referendaria sull'autonomia differenziata: dibattito
politico e scenari futuri ............................................................................... 136
5.4 Implicazioni della sentenza sul futuro dell’autonomia differenziata ...... 140
Conclusione ............................................................................................................. 142
6.1 Autonomia Differenziata e Legge Calderoli in Sanità: Analisi Critica,
Rischi Costituzionali e Criticità Attuative ................................................... 142
6.2 Proposte di Riforma, Prospettive Future e Conclusioni: Verso
un'Autonomia Differenziata Costituzionalmente Orientata .......................... 156
Bibliografia .............................................................................................................. 166
Introduzione
L'autonomia differenziata rappresenta un tema di crescente importanza nel
contesto del diritto regionale e delle politiche pubbliche in Italia. La possibilità per le
Regioni di ottenere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, previste
dall'articolo 116, terzo comma, della Costituzione italiana, ha suscitato un vivace
dibattito politico e accademico. Questo istituto mira a promuovere una maggiore
efficienza e aderenza alle specifiche esigenze territoriali, consentendo alle Regioni di
esercitare competenze in misura più ampia in settori chiave come l'istruzione,
l'ambiente e la sanità.
L'importanza di questa tematica risiede nella sua capacità di influenzare
significativamente l'organizzazione e l'erogazione dei servizi pubblici, con
implicazioni dirette sulla qualità della vita dei cittadini. In particolare, l'applicazione
dell'autonomia differenziata in ambito sanitario solleva interrogativi cruciali
riguardanti l'equità nell'accesso ai servizi sanitari, la sostenibilità finanziaria dei
sistemi regionali e la capacità di rispondere efficacemente alle esigenze sanitarie locali.
Questa tesi si propone in primo luogo di analizzare in profondità il concetto di
autonomia differenziata, con un focus particolare sulle sue applicazioni e implicazioni
nel settore sanitario. L'obiettivo principale è comprendere come le Regioni italiane
possono sfruttare questo strumento per migliorare l'efficienza e l'efficacia dei servizi
sanitari, garantendo al contempo il rispetto dei principi di equità e universalità che
caratterizzano il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Attraverso un'analisi critica delle
normative vigenti, dei progetti di legge e dei casi di studio relativi all'autonomia
differenziata, questa ricerca intende inoltre offrire una panoramica esaustiva delle
opportunità e delle sfide connesse a questa riforma. In particolare, verranno esaminati
i modelli di gestione sanitaria adottati da alcune Regioni che hanno già avviato
I
processi di autonomia differenziata, valutandone l'impatto sui livelli essenziali di
assistenza (LEA) e sulla distribuzione delle risorse finanziarie.
La metodologia adottata prevede un approccio giuridico e costituzionale, al fine di
fornire una visione integrata delle dinamiche in atto. La tesi è strutturata come segue:
il primo capitolo fornirà un quadro teorico sull'autonomia differenziata, analizzandone
le premesse storiche e dottrinali; il secondo capitolo si concentrerà sulle basi
costituzionali e legislative; il terzo capitolo si focalizzerà sulla definizione dei Livelli
Essenziali delle Prestazioni e la loro conseguente tutela; il quarto invece illustrerà le
criticità derivate nel settore sanitario, con un focus sulle implicazioni per la governance
e la sostenibilità finanziaria dei sistemi sanitari regionali; infine il quinto e ultimo
capitolo scrutinerà, alla luce della sua recente approvazione al Senato, il testo
emendato del d.d.l. Calderoli, con particolare attenzione agli articoli più pesantemente
modificati.
Con questa struttura, la tesi intende offrire un contributo al dibattito sull'autonomia
differenziata, evidenziando le potenzialità e le criticità di una riforma che potrebbe
ridefinire profondamente l'assetto del sistema sanitario italiano.
I Inquadramento storico e concettuale del regionalismo differenziato
Il regionalismo differenziato in Italia trova le sue radici nell'evoluzione storica
e normativa del decentramento amministrativo e politico del paese. Questo concetto si
basa sull'articolo 116, terzo comma, della Costituzione italiana, introdotto con la
riforma del Titolo V nel 2001, che consente alle Regioni di ottenere forme particolari
di autonomia in determinate materie, a patto che vi sia un'intesa con lo Stato. Il
regionalismo differenziato emerge come risposta alle esigenze di maggiore autonomia
II
espresse da alcune Regioni italiane, in particolare quelle del Nord, che rivendicano una
1
gestione più autonoma delle risorse e delle politiche locali .
Storicamente, l'Italia ha attraversato un lungo processo di centralizzazione e
successivo decentramento. Durante il periodo post-unitario, il modello centralista ha
prevalso, con il Governo centrale che deteneva gran parte delle competenze
amministrative e legislative. Tuttavia, a partire dagli anni '70, si è assistito a un
progressivo spostamento verso il decentramento, iniziando dalla legge n. 281/1970,
accompagnata dai decreti di trasferimento delle funzioni amministrative: essa
2
contempla la funzione di indirizzo e coordinamento , e permise alle Regioni di
esercitarla sia in via amministrativa, sia in via legislativa, ordinando il trasferimento
delle funzioni entro un anno dall’entrata in vigore della legge stessa. 3
Il percorso di decentramento è quindi culminato con la riforma costituzionale del 2001.
Questa riforma ha rappresentato un punto di svolta, introducendo il principio del
federalismo fiscale e riconoscendo alle Regioni un ruolo più significativo nella
gestione delle materie di interesse locale.
Concettualmente, il regionalismo differenziato si pone come strumento per rispondere
alle specifiche esigenze territoriali, promuovendo una maggiore efficienza e
responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche. Le Regioni che richiedono
maggiore autonomia sostengono che una gestione locale più diretta può migliorare la
qualità dei servizi offerti ai cittadini, grazie ad una maggiore aderenza alle peculiarità
e ai bisogni locali. D'altra parte, questo approccio solleva questioni di equità e
solidarietà tra le diverse aree del paese, con il rischio di ampliare le disuguaglianze
territoriali e compromettere l'unità nazionale.
1 Cfr. Paolo Caretti, Il regionalismo differenziato: profili costituzionali e giuridici, in Diritto pubblico
comparato ed europeo, Giappichelli, Torino, 2010, pp 115-130.
2 Cfr. D’Atena Antonio, Diritto Regionale, IV Ed., Giappichelli, Torino, 2019, p 62.
3 Art 17, comma 1, l.n. 281/1970: "Il Governo della Repubblica è delegato ad emanare, entro un anno
dalla data di entrata in vigore della presente legge, i decreti legislativi necessari per il passaggio delle
funzioni e del personale statali alle Regioni, nonché per l'individuazione dei beni da trasferire."
III
Il dibattito sul regionalismo differenziato si colloca dunque in un contesto storico di
continua evoluzione del rapporto tra lo Stato centrale e le autonomie locali. Analizzare
questo fenomeno richiede una comprensione approfondita delle dinamiche politiche,
economiche e sociali che hanno caratterizzato il percorso di decentramento.
II Il dibattito sul regionalismo differenziato in Italia
Il dibattito sul regionalismo differenziato in Italia rappresenta uno dei temi più
complessi e controversi dell'attuale panorama politico e istituzionale. Radicato
nell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione italiana, il concetto di regionalismo
differenziato consente alle Regioni di richiedere ulteriori forme e condizioni particolari
di autonomia in numerosi ambiti, tra cui l'istruzione, la sanità, l'ambiente e la tutela
dei beni culturali. Questo istituto costituzionale, sebbene esistente sin dalla riforma del
Titolo V della Costituzione nel 2001, è divenuto un punto focale del dibattito politico
solo negli ultimi anni, in particolare a seguito delle richieste avanzate da Regioni come
4
Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna .
Il regionalismo differenziato promette di adattare meglio le politiche pubbliche alle
specifiche esigenze locali, migliorando così l'efficienza amministrativa e la qualità dei
servizi offerti ai cittadini. Tuttavia, esso solleva anche importanti questioni di equità e
coesione territoriale. Gli oppositori del regionalismo differenziato temono che possa
accentuare le disuguaglianze tra le Regioni più ricche e quelle più povere,
compromettendo l'unitarietà e la solidarietà del sistema nazionale. La distribuzione
delle risorse finanziarie e l'accesso equo ai servizi pubblici sono al centro di questo
dibattito, rendendo la questione non solo un tema giuridico, ma anche politico ed
economico.
Il contesto storico e politico in cui si inserisce il regionalismo differenziato è essenziale
per comprendere le dinamiche attuali. Le tensioni tra le diverse aree del paese,
4 In merito alle iniziative, le richieste, e i significativi Referendum del 2017 per tali Regioni, v.
Michele L. Mastrorillo, Le consultazioni referendarie del 2017: Lombardia e Veneto per una
maggiore autonomia, in Osservatorio sulle autonomie locali, 2018, pp 22-35.
IV
storicamente caratterizzate da disparità economiche e sociali, si riflettono nelle
discussioni odierne sulla possibilità di concedere maggiore autonomia a specifiche
Regioni. Questo dibattito coinvolge vari attori, tra cui governi regionali, istituzioni
nazionali, esperti di diritto costituzionale, economisti e rappresentanti della società
civile, ciascuno con prospettive e interessi diversi.
Inoltre, l'esperienza comparata con altri paesi che adottano modelli di federalismo
asimmetrico offre spunti utili per il dibattito italiano. Paesi come la Spagna e il Canada
hanno sviluppato forme di autonomia regionale che potrebbero servire da riferimento,
5
pur considerando le peculiarità del contesto italiano .
Questo elaborato allora, si propone di fornire un quadro delle principali questioni e
delle posizioni in gioco nel dibattito sul regionalismo differenziato in Italia. L'analisi
delle richieste di autonomia delle Regioni, delle risposte istituzionali e delle
implicazioni socioeconomiche di tale riforma sarà centrale per comprendere appieno
le potenzialità ma soprattutto le sfide dell’applicazione del regionalismo differenziato
nel nostro paese.
5 Cfr. Francesco Vassallo, Autonomia differenziata e negoziazioni tra Stato e Regioni, in Quaderni
Costituzionali, 2022, pp. 150-170. V
Capitolo I: L'evoluzione del regionalismo in Italia
1.1 Le riforme regionali del 1970 e la Riforma del Titolo V del 2001
Gli anni '70 e '80 rappresentarono un decennio di profondi cambiamenti per il
regionalismo italiano. Dopo un lungo dibattito costituzionale, ebbero luogo le prime
riforme legislative che sancirono la nascita delle regioni e avviarono il processo di
decentramento. Questo periodo segnò l'inizio di un percorso di trasformazione che
avrebbe ridefinito la distribuzione dei poteri tra Stato centrale e periferie, con
importanti conseguenze per l'assetto istituzionale e politico del Paese.
Un punto di svolta fondamentale fu la legge n. 281 del 1970, che ha introdotto un
sistema di trasferimento di competenze e risorse dallo Stato centrale alle nuove
quindici Regioni ordinarie: la legge ha definito le modalità attraverso le quali le
Regioni potevano iniziare a esercitare le loro nuove competenze, comprese le
responsabilità in ambito legislativo, amministrativo e soprattutto finanziario. Queste
regioni, dotate di propri organi di governo e di poteri legislativi e amministrativi in
diverse materie, rappresentavano un passo importante verso il riconoscimento
dell'autonomia locale, contribuendo a ridurre il centralismo statale.
A questa prima legge, seguirono i D.P.R. del 14 e 15 gennaio 1972, numerati dal n.1
al n.18, attraverso i quali erano assegnate le specifiche materie di competenza,
rispettivamente, ed in ordine progressivo: urbanistica, concessione di prestiti e mutui,
6
agricoltura, sanità pubblica, istruzione, lavoro e previdenza. Viene sicuramente in
6 Negli anni '70, l'Italia stava attraversando un periodo di riforme istituzionali e di maggiore
attenzione alle esigenze locali. Le Regioni a statuto speciale avevano già ricevuto un riconoscimento
costituzionale, ma la legge del 1972 ha segnato un momento cruciale nell'attribuzione di competenze
specifiche. Il D.P.R. n. 11 ha previsto il trasferimento di funzioni e risorse dallo Stato centrale alle
Regioni, consentendo loro di gestire direttamente le politiche agricole e di sviluppo rurale. Questo
trasferimento non solo ha aumentato l'autonomia delle Regioni, ma ha anche riconosciuto la diversità
L’evoluzione dello stato regionale
delle loro esigenze economiche e sociali. Cfr. Giancarlo Rolla,
italiano: dalle riforme centrifughe al fallimento di quelle centripete, 2018, pp 8-9.
1
rilievo per questa trattazione il D.P.R. n.4 con il quale le Regioni a statuto ordinario
ottengono il trasferimento delle competenze relative all'assistenza sanitaria e
ospedaliera, che fino a quel momento erano gestite dagli organi centrali e periferici
dello Stato. Le funzioni trasferite includono la prevenzione delle malattie, l'assistenza
psichiatrica e la tutela della salute nei luoghi di lavoro. Inoltre, il decreto stabilisce che
le Regioni riceveranno il personale e gli uffici necessari per gestire efficacemente
queste nuove responsabilità. Le prime regioni a beneficiare di questo status speciale
furono il Trentino-Alto Adige, la Valle d'Aosta e il Friuli-Venezia Giulia, a cui si
7
aggiunsero successivamente la Sicilia, la Sardegna e la Basilicata .
Le riforme degli anni '70 posero le basi per il sistema regionale italiano, aprendo la
strada a un nuovo assetto istituzionale che avrebbe ridefinito la distribuzione dei poteri
tra Stato centrale e periferie. Tuttavia, questo processo non fu privo di ostacoli e
resistenze, dovuti in parte alla complessità del quadro istituzionale e in parte alle
diverse visioni politiche sul ruolo e sulle funzioni delle regioni.
Il suddetto decennio fu caratterizzato dal
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