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Livelli essenziali assistenza e spesa

Questo appunto fa riferimento alle lezioni di Diritto Sanitario, svolte dal Prof. Guido Corso nell'anno accademico 2010.
Il documento riporta un riassunto delle seguenti sentenze della Corte Costituzionale: n. 134 del 2006, n. 121 del 2007, n. 2 del 2010 e n. 40 del 2010 che affrontano il tema dei livelli essenziali... Vedi di più

Esame di Diritto Sanitario docente Prof. G. Corso

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2) SENTENZA 5 aprile 2007 n. 121

Le Regioni Toscana, Piemonte e Liguria hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale di varie

disposizioni della legge del 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge

finanziaria 2006) e, tra di esse, del comma 291 dell’articolo 1.

L’articolo 1, comma 291, della legge n. 266 del 2005 prevede che con decreto del Ministro della salute, di concerto con

il Ministro dell’economia e delle finanze e d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni

e le Province autonome di Trento e di Bolzano, sono definiti i criteri e le modalità di certificazione dei bilanci delle

aziende sanitarie locali, delle aziende ospedaliere, degli istituti di ricovero e cura, degli istituti zooprofilattici e delle

aziende ospedaliere universitarie.

Le Regioni ricorrenti, con argomentazioni sostanzialmente simili, censurano questa disposizione in riferimento

all’articolo 117, terzo comma, della Costituzione, contestando la natura di dettaglio della disciplina demandata al

decreto statale, relativa ai criteri ed alle modalità della certificazione dei bilanci delle istituzioni sanitarie ed

assimilate, ovvero ad ambiti di disciplina riconducibili, a seconda delle varie prospettive possibili, a materie

comunque concorrenti, quali l’organizzazione sanitaria, la ricerca scientifica e tecnologica o l’armonizzazione dei

bilanci pubblici ed il coordinamento della finanza pubblica.

La sola Regione Liguria denuncia anche la violazione dell’articolo 117, quarto comma, della Costituzione, in riferimento

alle proprie competenze esclusive in materia di agricoltura e zootecnia.

Le Regioni Toscana e Liguria lamentano, altresì, la violazione dell’articolo 117, sesto comma, della Costituzione, in quanto

l’articolo 1, comma 291, della legge n. 266 del 2005 demanda ad un regolamento statale la disciplina normativa di una

materia non di competenza esclusiva dello Stato.

Le questioni non sono fondate.

La certificazione dei bilanci trova il suo fondamento giuridico nell’esigenza di garantire la chiarezza, la veridicità e la

correttezza dei bilanci medesimi e, più in generale, della contabilità di un soggetto economico.

Nella specie, la previsione della certificazione dei bilanci per le aziende sanitarie locali, le aziende ospedaliere, gli

istituti di ricovero e cura, gli istituti zooprofilattici e le aziende ospedaliere universitarie ovvero per amministrazioni

pubbliche del settore sanitario ha il chiaro scopo di garantire un maggiore controllo su questi rilevanti e numerosi

centri autonomi di spesa pubblica.

Si tratta, pertanto, di un intervento normativo da ascrivere alla materia concorrente dell’armonizzazione dei bilanci

pubblici e del coordinamento delle finanza pubblica.

In questo ambito, allo Stato spetta indiscutibilmente la previsione dei principi fondamentali della materia. Ed

è sicuramente un principio fondamentale della materia quello di imporre agli enti in questione la certificazione dei

bilanci.

Sennonché, come la giurisprudenza di questa Corte ha già rilevato (sentenza n. 376 del 2003) il coordinamento finanziario

può richiedere, per la sua stessa natura, anche l’esercizio di poteri di ordine amministrativo, di regolazione tecnica, di

rilevazione di dati e di controllo.

In questa specifica materia, non può, infatti, ritenersi preclusa alla legge statale la possibilità di prevedere e

disciplinare siffatti poteri, anche in forza dell’art. 118, primo comma, della Costituzione.

Infatti il carattere “finalistico” dell’azione di coordinamento non solo giustifica la posizione di principi fondamentali

ai sensi dell’art. 117 Cost., ma anche la collocazione a livello centrale di poteri puntuali eventualmente necessari

perché la finalità di coordinamento – che di per sé eccede inevitabilmente, in parte, le possibilità di intervento dei

livelli territoriali sub-statali – possa essere concretamente realizzata.

La giurisprudenza di questa Corte (si veda, ancora, la sentenza n. 376 del 2003) ha, peraltro, chiarito che i poteri in

questione devono essere configurati in modo consono all’esistenza di sfere di autonomia, costituzionalmente

garantite, rispetto alle quali l’azione di coordinamento non può mai trasformarsi in attività di direzione o in un

indebito condizionamento dell’autonomia regionale.

Il potere attribuito dall’impugnato comma 291 dell’articolo 1 della legge n. 266 del 2005 ai Ministri della salute e

dell’economia e delle finanze può e deve essere inteso in armonia con i criteri ora indicati: vale a dire, come potere di adottare

le misure tecniche necessarie per assicurare che la certificazione dei bilanci delle istituzioni del settore sanitario

avvenga con criteri e modalità idonee a garantirne l’effettività e l’efficacia, nonché al fine di consentire la

comparabilità dei dati a livello nazionale.

L’esercizio di tale potere risulta, d’altra parte, subordinato all’intesa in sede di Conferenza unificata sullo

schema di decreto.

Questa forma di coinvolgimento delle Regioni appare pienamente coerente con la giurisprudenza di questa Corte,

in subiecta materia

sopra richiamata, laddove richiede, , una garanzia procedimentale dell’autonomia regionale.

Inoltre, la previsione dell’intesa appare sufficiente a contrastare l’eventuale assunzione, da parte del decreto

medesimo, di contenuti lesivi dell’autonomia garantita agli enti territoriali: ferma restando, naturalmente, la

possibilità per questi ultimi di esperire, nell’ipotesi di lesione della propria autonomia, i rimedi consentiti

dall’ordinamento, ivi compreso, se del caso, il conflitto di attribuzione davanti a questa Corte. 6

3) SENTENZA 14 gennaio 2010 n. 2

Il Presidente del Consiglio dei ministri ha promosso questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi

65, 69, 73, 79, 80, 81, 82 e 85, della legge della Regione Lazio del 2008, n. 14 (Assestamento del bilancio annuale e

pluriennale 2008-2010 della Regione Lazio), per violazione, nel complesso, degli articoli 3, 5, 81, quarto comma, 97, 117,

terzo comma, 118, primo comma, e 120, secondo comma, della Costituzione.

Preliminarmente, il ricorrente deduce che detta Regione rientra tra quelle che – ai sensi dell’articolo 1, comma 180,

della legge del 2004, n. 311 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge finanziaria

2005), nel testo modificato dall’art. 4 del decreto-legge del 2005, n. 35 (Disposizioni urgenti nell’ambito del Piano di azione per

lo sviluppo economico, sociale e territoriale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1 della legge del 2005, n. 80 – hanno

sottoscritto con lo Stato l’accordo per il rientro dai disavanzi nel settore sanitario, impegnandosi a procedere ad una

ricognizione delle loro cause e ad elaborare un programma operativo di riorganizzazione, riqualificazione o

potenziamento del servizio sanitario regionale, nella prospettiva di individuare gli interventi necessari al

perseguimento dell’equilibrio economico, nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza sanitaria.

Sul presupposto che non siano stati rispettati gli adempimenti previsti dal citato accordo, concluso nel febbraio 2007, il

ricorrente deduce che il Consiglio dei ministri – dopo aver inutilmente diffidato la Regione ad adottare tutti gli atti

normativi, amministrativi, organizzativi e gestionali idonei a garantire il conseguimento degli obiettivi del piano – si è avvalso

dei poteri sostitutivi previsti dall’art. 4, comma 2, del decreto-legge del 2007, n. 159 (Interventi urgenti in materia

economico-finanziaria, per lo sviluppo e l’equità sociale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1 della legge del 2007, n. 222.

ad acta

Pertanto, con deliberazione dell’11 luglio 2008, il Presidente della Regione è stato nominato commissario per la

realizzazione del piano di rientro dal disavanzo regionale nel settore sanitario.

Tanto premesso, il ricorrente – con riferimento alla legge regionale n. 14 del 2008 – si duole del fatto che talune

disposizioni di quest’ultima, sebbene dichiaratamente dirette allo scopo di dare attuazione agli interventi «prioritari»

individuati nella delibera di commissariamento, risulterebbero non «coerenti» con detto scopo e, per di più, anche

ad

emanate «in difetto di qualsiasi previsto coordinamento con i poteri a tal fine attribuiti al nominato commissario

acta », giacché «risultano illogicamente sovrapporsi» ai medesimi.

Con il ricorso si censurano, innanzitutto, i commi 65 e 85 del predetto art. 1 della legge regionale impugnata. Essi

prevedono, rispettivamente, che al «fine di dare attuazione agli interventi prioritari posti a base della procedura di

ad acta

commissariamento per il piano di rientro dal disavanzo sanitario, sono posti in essere gli interventi di cui ai

commi 66, 67, 68, 69, 70, 71 e 72» (comma 65), e che, al «fine di salvaguardare, in via di autotutela, l’autonomia

legislativa, regolamentare, amministrativa, finanziaria e di bilancio della Regione, di cui agli articoli 114, 117, 118 e 119

della Costituzione e agli articoli 14, 15, 16, 17, 57, 58 e 59 dello statuto regionale, non possono essere apportate modifiche a

disposizioni finanziarie, di bilancio e contabili della Regione da parte di soggetti diversi dal Consiglio regionale, dal

Presidente della Regione e dalla Giunta regionale» (comma 85).

Il ricorrente ipotizza la violazione degli artt. 5 e 120, secondo comma, Cost., in quanto il contenuto dei predetti commi

65 ed 85 si tradurrebbe e si sostanzierebbe nel disconoscimento dello stesso potere sostitutivo, esercitato a tutela di

interessi essenziali unitariamente facenti capo allo Stato, «come ultimo responsabile del mantenimento della unità ed

indivisibilità della Repubblica», essendosi previsto che gli interventi di cui ai commi 66, 67, 68, 69, 70, 71 e 72 (pur

necessari per dare attuazione al piano di rientro dal disavanzo sanitario) siano destinati a compiersi soltanto attraverso gli

organi ordinari della Regione e con provvedimenti degli stessi, «senza alcun riferimento alle competenze e funzioni

del commissario», le cui attribuzioni verrebbero, così, «sostanzialmente limitate se non addirittura svuotate».

Inoltre, con riferimento al comma 85, è ipotizzata la violazione degli artt. 118, primo comma, e 120, secondo comma,

Cost., giacché esso – nel riservare in via esclusiva al Consiglio regionale, al Presidente della Regione ed alla Giunta regionale, la

potestà di apportare modifiche a disposizioni finanziarie, di bilancio e contabili della Regione – «viene a negare e ad escludere

in assoluto il potere del legislatore statale, pur nella ricorrenza di esigenze di carattere unitario», di «intervenire a

modifica di disposizioni normative e/o amministrative, adottate dai competenti organi regionali in materia

finanziaria, contabile e di bilancio», secondo quel modello delineato dalla giurisprudenza costituzionale a partire dalla

sentenza n. 303 del 2003.

Una seconda censura è indirizzata nei confronti dei commi 69 e 73, che prevedono, rispettivamente, «la

individuazione di forme di incentivazione economica per la mobilità volontaria e l’autorizzazione all’attivazione di

meccanismi di incentivazione all’esodo per le categorie in esubero» (lettere b e c del comma 69), nonché stabiliscono la

necessità di un esplicito parere positivo del Presidente della Regione per la pubblicazione di bandi di concorso o di

avvisi per l’assunzione di personale a tempo determinato e la instaurazione di rapporti di collaborazione, consulenze

ed altre tipologie contrattuali (comma 73).

I due citati commi violerebbero, in primo luogo, gli artt. 3 e 97 Cost., in quanto non sarebbero «coerenti» con la

finalità avuta di mira dal legislatore, giacché, per un verso, risultano adottati «in difetto di qualsiasi previsto

ad acta

coordinamento con i poteri a tal fine attribuiti al nominato commissario », così determinando anche una

«incisione negativa» sul buon andamento dell’amministrazione, ed inoltre perché «non disciplinano in alcun modo (e

turn over

tanto meno potenziano) il blocco del », individuato invece – al punto numero 1 della lettera a) della delibera di

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commissariamento – «come uno dei “mezzi” essenziali per la razionalizzazione ed il contenimento della spesa del

personale».

Essi, infine, sarebbero in contrasto con l’art. 81, quarto comma, Cost., operando in «difetto di qualsiasi previsione dei

mezzi per fare fronte alle nuove e maggiori spese a carico del già deficitario bilancio sanitario regionale, conseguenti

all’erogazione di incentivi economici al personale sanitario eccedente».

Infine, un’ultima censura investe i commi 79, 80, 81 ed 82, i quali prevedono una generalizzata proroga, sino al

30 giugno 2010, dei «contratti dei direttori generali delle aziende unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere

attualmente in carica», proroga estesa anche ai direttori sanitari ed ai direttori amministrativi.

Assume il ricorrente che tale scelta è «inequivocabilmente incompatibile e contrastante» con la previsione dell’art. 4,

comma 2, del già citato decreto-legge n. 159 del 2007, convertito dalla legge n. 222 del 2007, secondo cui rientra tra le

ad acta

facoltà del commissario anche quella «di proporre alla Regione la sostituzione dei direttori generali delle

aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere».

Viene, pertanto, ipotizzata la violazione, oltre che degli artt. 5 e 120, secondo comma, Cost., anche dell’art. 117, terzo

comma, Cost., enunciando il sopra citato art. 4, comma 2, un principio fondamentale della materia “tutela della

salute”, al quale il legislatore regionale è tenuto a conformarsi.

Così ricostruiti i termini delle questioni proposte dal ricorrente, deve essere preliminarmente disattesa la tesi

prospettata dalla Regione Lazio, secondo cui, «in pendenza del potere sostitutivo» statale, non solo resterebbe ferma la

competenza legislativa regionale, ma addirittura si «determinerebbe la cessazione» del potere sostitutivo, qualora si

realizzi – come sarebbe avvenuto nel caso di specie – «l’adempimento, sia pure tardivo, degli obblighi gravanti sulla

Regione».

Tale conclusione non può essere condivisa.

In senso contrario, infatti, deve essere richiamato quanto osservato da questa Corte nel vagliare la legittimità costituzionale

dell’art. 1, comma 277, della legge del 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato

– legge finanziaria 2006), sospettato di essere irragionevolmente rigido, non prevedendo la possibilità di un intervento, «ancorché

tardivo», del Presidente della Giunta regionale proprio in relazione alle misure da adottare per il ripiano dei disavanzi in materia

sanitaria. La constatazione che tale disposizione fosse sopraggiunta «all’esito di una persistente inerzia degli organi regionali»,

espressiva «della volontà di sottrarsi ad un’attività provvedimentale pur imposta dalle esigenze della finanza pubblica», è stata

ritenuta un’idonea «giustificazione del divieto legislativo di adottare, da parte di un organo già inadempiente, ulteriori

misure», valutandosi, inoltre, le stesse come suscettibili «di vanificare l’obiettivo di risanamento» del servizio sanitario

regionale (sentenza n. 193 del 2007).

Alla stregua, pertanto, di tale principio, che deve essere condiviso, il preteso tardivo adempimento degli impegni assunti

con l’accordo concluso nel febbraio 2007, che la Regione Lazio assume di aver operato con la legge n. 14 del 2008,

lungi dal comportare la cessazione del potere sostitutivo statale, deve essere vagliato da questa Corte proprio nella

ad acta

prospettiva – indicata dal ricorrente – di stabilire se le funzioni attribuite al commissario , in virtù della

deliberazione governativa dell’11 luglio 2008, siano state «sostanzialmente limitate se non addirittura svuotate».

Si tratta di una valutazione, da compiersi – come concordano, del resto, le stesse parti – anche alla luce della sopravvenuta legge

regionale del 2009, n. 17 (Variazione al bilancio di previsione della Regione Lazio per l’esercizio finanziario 2009), il cui art. 5,

comma 1, reca modificazioni proprio di talune norme della legge oggetto della presente impugnazione.

Ancora in via preliminare, va osservato che la legge regionale n. 14 del 2008 contiene numerose disposizioni di

assestamento del bilancio annuale e pluriennale della Regione Lazio per il triennio dal 2008 al 2010, che sono però estranee al

settore sanitario.

Si tratta di disposizioni che spaziano nei campi più disparati: solo alcune di esse, a partire dal comma 65 dell’art. 1, concernono

specificatamente la sanità regionale. In realtà, oggetto di impugnazione da parte dello Stato sono soltanto quelle che, a giudizio

del ricorrente, interferiscono con i poteri spettanti al commissario ad acta incaricato della realizzazione del piano di rientro dai

disavanzi maturati nel settore sanitario. Le altre disposizioni, che pure concernono lo stesso settore, senza però introdurre

normative contrastanti con i suddetti poteri, non formano oggetto di impugnazione. Al riguardo, basti considerare quelle relative

al riassetto della rete ospedaliera (comma 66), alla semplificazione e razionalizzazione dei servizi delle aziende sanitarie locali e

delle altre aziende sanitarie (comma 67), alla centralizzazione degli acquisti (comma 68), alla farmaceutica convenzionata e alla

distribuzione dei farmaci (comma 70), ai controlli di appropriatezza e qualità (comma 71), alla riqualificazione dell’offerta dei

servizi sanitari (comma 72), al divieto di procedere all’assunzione di nuovo personale (comma 75), alla nullità degli atti dei

direttori generali delle aziende sanitarie posti in essere in violazione delle disposizioni contenute nei commi 73, 74 e 75 ed infine

alle autorizzazioni alla realizzazione di strutture sanitarie e all’esercizio di attività sanitarie e socio sanitarie (commi 77 e 78),

nonché alle strutture e ai professionisti privati, agli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, alle strutture classificate e ai

policlinici universitari (comma 83).

Per contro, le disposizioni dell’art. 1 che formano oggetto di contestazione sono riconducibili a tre ambiti.

Rilevano, in primo luogo, quelle (commi 85 e 65) che individuano negli organi ordinari della Regione i soli legittimati ad

apportare modifiche alle «disposizioni finanziarie, di bilancio e contabili della Regione», con la conseguenza della

ad acta

esautorazione dei poteri del commissario , il quale sarebbe impossibilitato ad apportare le suddette modifiche

e, dunque, a svolgere appieno le sue funzioni di organo straordinario dello Stato ai sensi dell’art. 120 Cost., nonché ad

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modus operandi

intervenire secondo quel delineato dalla giurisprudenza di questa Corte a partire dalla sentenza n.

303 del 2003.

In secondo luogo, la censura proposta dallo Stato si indirizza contro quelle disposizioni a favore del personale (commi 69,

lettere b e c, e 73), che, oltre ad essere prive di coerenza con gli obiettivi fissati nella delibera di commissariamento (ed

in particolare con la previsione del blocco del turn over), comporterebbero – tra l’altro – nuove e maggiori spese, senza

neppure l’indicazione delle relative fonti di copertura.

Infine, il ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri concerne le scelte (commi 79, 80, 81 e 82) relative alle figure

dei direttori generali, nonché dei direttori amministrativi e sanitari, di aziende sanitarie locali e ospedaliere, scelte che

si assumono, nuovamente, non in linea con quanto previsto dal provvedimento di commissariamento.

La questione avente ad oggetto il predetto comma 85 è fondata, nei limiti di seguito precisati.

Sebbene tale comma sia collocato tra le disposizioni dedicate al settore sanitario (settore non individuato, peraltro, con un capo

o un titolo autonomo nel testo legislativo de quo), esso si riferisce all’intero contenuto della legge regionale di assestamento

del bilancio, non ricavandosi dalla lettura della norma argomenti, di segno diverso, che inducano a ritenere le

disposizioni dallo stesso enunciate limitate esclusivamente alla sanità regionale.

Ne consegue che il comma 85 deve essere dichiarato costituzionalmente illegittimo solo nella parte in cui non esclude

ad acta

dall’ambito della sua operatività le funzioni e le attività del commissario nominato dal Governo per

l’attuazione del piano di rientro.

Tale conclusione è imposta dalla constatazione che la scelta di riservare esclusivamente agli organi ordinari della

Regione la modifica delle «disposizioni finanziarie, di bilancio e contabili», pur quando esse presentino profili di

interferenza con l’attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario, si risolve in un obiettivo svuotamento dei

ad acta

poteri del commissario , e dunque in una violazione dell’art. 120, secondo comma, Cost.

Nella medesima prospettiva, del resto, nel caso di specie il potere sostitutivo risulta esercitato non solo in forza di quanto

previsto dall’art. 4, comma 2, del già citato decreto-legge n. 159 del 2007, convertito nella legge n. 222 del 2007, ma, più in

generale, nel rispetto delle condizioni all’uopo individuate dalla giurisprudenza costituzionale.

Questa Corte, difatti, ha affermato la necessità «che l’esercizio dei poteri sostitutivi sia previsto e disciplinato dalla legge, la quale

deve altresì definirne i presupposti sostanziali e procedurali; che la sostituzione riguardi il compimento di atti o attività prive di

discrezionalità nell’an; che il potere sostitutivo sia esercitato da un organo di Governo o sulla base di una decisione di questo; che

la legge predisponga congrue garanzie procedimentali, in conformità al principio di leale collaborazione» (sentenza n. 240 del

2004; in senso conforme sentenza n. 383 del 2005).

È, infine, da aggiungere che alla base dell’esercizio del potere sostitutivo, nell’ipotesi in esame, si pone pur sempre l’inerzia della

Regione nel dare attuazione a quanto concordato con il Governo, sicché la scelta «di aderire alle intese ed agli accordi» è frutto di

una autonoma determinazione regionale, e non può, dunque, «ritenersi coartata», dal momento che le Regioni «potrebbero pur

sempre scegliere di non addivenire alle intese in questione, facendo fronte al deficit con i propri strumenti finanziari ed

organizzativi» (sentenza n. 97 del 2007).

Non è, invece, fondata la questione avente ad oggetto l’impugnazione del comma 65.

Il silenzio serbato da tale norma sui destinatari degli «interventi prioritari posti a base della procedura di

ad acta

commissariamento per il piano di rientro dal disavanzo sanitario» (ai quali essa fa riferimento nel richiamare le

previsioni contenute nei commi 66, 67, 68, 69, 70, 71 e 72), rende la stessa priva di autonomo contenuto precettivo e, di

riflesso, della capacità di ledere le prerogative del commissario.

Era, pertanto, onere del ricorrente – nel dolersi della circostanza che quegli interventi risultano affidati (almeno stando alla

formulazione dei citati commi da 66 a 72, anteriore alle modifiche apportate dall’art. 5 della legge regionale n. 17 del 2009) agli

organi ordinari della Regione, «senza alcun riferimento alle competenze e funzioni del commissario» – procedere alla diretta

impugnativa, sotto questo profilo, dei suddetti commi, ciò che, invece, non è avvenuto. b c

È fondata la questione relativa al comma 69, la cui impugnativa deve intendersi limitata alle sole lettere ) e ) e

non anche estesa alla lettera a), che riguarda l’istituzione di un Osservatorio regionale per il governo delle richieste e delle

disponibilità di personale del comparto sanità posto in mobilità.

Invero, le misure di cui alle suindicate lettere del comma in esame – consistenti nella previsione tanto di «forme di

incentivazione economica per la mobilità volontaria», quanto di «meccanismi di incentivi all’esodo» del personale del comparto

sanità – si presentano, innanzitutto, non coerenti rispetto all’obiettivo – pur dichiaratamente perseguito – del rientro

nell’equilibrio economico finanziario previsto dall’accordo di cui all’art. 1, comma 180, della legge n. 311 del 2004.

Le stesse, inoltre, essendo adottate «in difetto di qualsiasi previsto coordinamento con i poteri a tal fine attribuiti al

ad acta

nominato commissario », risultano effettivamente destinate a sovrapporsi a questi ultimi.

Ricorrono, dunque, i denunciati vizi di irragionevolezza intrinseca e di violazione del principio del buon andamento

della pubblica amministrazione, che impongono la declaratoria di illegittimità costituzionale per violazione degli artt.

3 e 97 Cost.

Ad analoga conclusione non può, viceversa, pervenirsi quanto alla impugnativa del comma 73, dovendo ritenersi

cessata, rispetto a tale norma, la materia del contendere.

La modifica apportata al suo testo dal già citato art. 5 della legge regionale n. 17 del 2009 (consistente nella sostituzione

delle parole «Commissario ad acta per il piano di rientro dal disavanzo sanitario» a quelle «Presidente della Regione») vale a

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superare in radice il profilo di sovrapposizione tra le funzioni dell’uno e dell’altro organo che costituisce uno dei motivi di

doglianza del ricorrente.

Per altro verso, poi, la circostanza che spetti proprio al commissario ad acta il compito di esprimere un parere sulla pubblicazione

dei bandi di concorso o degli avvisi per l’assunzione di personale a tempo determinato, nonché per la instaurazione di rapporti di

collaborazione, consulenze ed altre tipologie contrattuali, induce a ritenere che egli svolgerà tale incombente nella

consapevolezza che la delibera di commissariamento individua nel blocco del turn over uno dei mezzi essenziali per la

razionalizzazione ed il contenimento della spesa del personale.

Né, infine, è da sottacere la circostanza che la norma qui in esame deve essere coordinata con quella di cui al comma 75 del

medesimo art. 1, secondo cui «in caso di mancato conseguimento degli obiettivi di risparmio di spesa previsti dalle norme di cui

al comma 73, è fatto divieto di procedere ad assunzioni di nuovo personale, fatti salvi l’eventuale reclutamento di profili

infungibili ed indispensabili al fine del mantenimento dei livelli essenziali di assistenza (LEA) preventivamente autorizzati dal

commissario ad acta per il piano di rientro dal disavanzo sanitario e la mobilità infraregionale tra le aziende e gli enti del servizio

sanitario regionale».

Difatti, proprio la constatazione che il citato comma 75 ha disposto, nel settore sanitario, un generalizzato «divieto di procedere

ad assunzioni di nuovo personale», induce ad escludere che il censurato comma 73 possa legittimare misure di incremento

dell’organico del settore sanitario regionale e che costituisca, quindi, norma che individua nuove e maggiori spese.

Sono, infine, costituzionalmente illegittime le disposizioni di cui ai commi 79, 80, 81 e 82.

La proroga automatica, disposta dal comma 79 fino al 30 giugno 2010, dei direttori generali, nonché dei direttori

sanitari e amministrativi, in servizio alla data di entrata in vigore della legge regionale n. 14 del 2008, si pone in

contrasto con quanto stabilito dalla più volte citata deliberazione governativa di commissariamento, oltre che con la

previsione dell’art. 4, comma 2, del decreto-legge n. 159 del 2007, convertito dalla legge n. 222 del 2007.

In particolare, in forza di quanto disposto dal citato art. 4, comma 2, rientra tra le facoltà del commissario ad acta – dopo la

modifica apportata al testo di tale norma dall’art. 1, comma 1, del decreto-legge del 2008, n. 154 (Disposizioni urgenti per il

contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali), convertito in legge, con

modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge del 2008, n. 189 – il potere non già soltanto di proporre alla Regione «la

sostituzione dei direttori generali delle aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere», bensì quello di

«motivatamente disporre» la «sospensione dalle funzioni» dei direttori generali, facoltà che implica, evidentemente,

anche quella della loro sostituzione, trattandosi di assicurare, con tale misura, la continuità nello svolgimento di

vacatio

incarichi che – per il loro carattere apicale – non tollerano alcuna .

Ricorre, dunque, anche in questo caso la violazione dell’art. 120, secondo comma, Cost., in quanto – a prescindere

dalla questione relativa alla legittimità in sé della previsione di una proroga automatica e generalizzata dei direttori

generali delle aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere, questione non dedotta dalla ricorrente – la disciplina

ad acta

recata dalle norme impugnate integra una menomazione delle attribuzioni del commissario . 10


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Atreyu

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DESCRIZIONE APPUNTO

Questo appunto fa riferimento alle lezioni di Diritto Sanitario, svolte dal Prof. Guido Corso nell'anno accademico 2010.
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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Docente: Corso Guido
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Atreyu di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto Sanitario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Corso Guido.

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