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Il principio di minima offensività nel processo penale minorile Appunti scolastici Premium

Tesi: La protezione del minorenne costituisce uno dei punti fondamentali nella legislazione dei Paesi avanzati. Il tema implica l’esame della tutela e del trattamento del minorenne autore di reati. Università degli Studi di Bari. Scarica il file in formato PDF!

Materia di diritto penale minorile relatore Prof. M. Colamussi

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penale del soggetto: mentre per l’adulto la legge penale non

prevede alcuna graduazione della maturità psichica,

ritenendola piena mente raggiunta, dato che nell’art. 85 c.p.

la maturità, in senso biopsicologico, viene normativa mente

pres unta in maniera piena, per il minorenne la graduazione

è stabilita in termini di pres unzione assoluta, e l’eventuale

mancata o inadeguata rappresentazione delle proprie azioni,

dipendenti dall’ età, dall’ inesperienza, dall’ignoranza e

dall’evoluzione del soggetto, è ritenuta come maturità

72 s’intende quindi co me mancato

psichica non raggiunta,

raggiungimento della capacità di intendere e di volere ed in

quanto tale il soggetto dovrà essere ritenuto non imputabile.

Nel periodo di adolescenza e quello immediata mente

success ivo, si acquisiscono i valori e le strutture della

concretezza nel comportamento, mentre nel periodo

precedente il ragazzo non ha ancora la piena

consapevolezza delle conseguenze dei propri atti.

Prima della fase adolescenziale, il soggetto non ha ancora

del tutto acquisito quella maturità, per l’ass unzione di

comportamenti coscienti, richiesta per la piena

responsabilità di atti che determinano conseguenze gravi

73

per i s ingoli individui o per l’ intera società.

La maturazione infatti è quel processo evolutivo che,

attraverso fasi di sviluppo, tra le quali la più rilevante è

l’età puberale, porta dal neonato all’ uomo adulto, ove

72 Cfr. Senise T., L’attuale significato di capacità di intendere e di volere nei minorenni, in

Infanzia anormale, n. 18, 1960, p. 335.

73 Cfr. Gulotta G., Psicoanalisi e responsabilità penale, Giuffrè, Milano, 1973, p. 33 s. 66

dovrebbe essere acquisita la piena maturità fisica e

psicologica e la piena integrazione sociale, intesa come

quel particolare equilibrio raggiunto dall’ uo mo nella

società civile, e co me punto d’ arrivo di ques to complesso

processo, che sotto l’aspetto biologico, psicologico e

sociale ed in relazione ai minori imputabili, è accertabile e

graduabile a seconda delle diverse ipotesi che si

prospettano.

L’incidenza della maturità psichica sulla capacità d i

intendere e di volere implica la necessità di individuare i

criteri di accerta mento dell’ acquisizione della maturità

necessaria affinché il minorenne possa essere considerato

imputabile.

La situazione di non imputabilità prospettata nell’art. 98

c.p. è collegata ad una condizione di immaturità psichica in

ragione dell’ età del soggetto ed intesa come una scarsa

capacità di critica e di riflessione, dovuta dalla particolare

deficienza di sviluppo dei fattori conoscitivi e volitivi,

derivante da una s ituazione fisiologica e non patologica del

soggetto ancora in formazione.

I metodi di accerta mento della capacità di intendere e di

volere si collocano su due piani:

- i modelli che s i basano su principi filosofici e

moralisti;

- i criteri realistici fondati su concezioni e dati ricavati

da esperienze tecnico scientifiche. 67

Un primo metodo di accertamento della capacità di

intendere e di volere è quello che si basa sul

condizionamento dell’ imputabilità penale all’ imputabilità

74

morale, la quale s i fonda s ulla intelligenza e s ulla volontà:

questa concezione parte dalla cons iderazione che l’ uomo

non è imputabile se non ha la concezione morale e giuridica

del fatto commesso; questa metodologia si basa su

concezioni filosofiche e moralistiche che fanno dipendere il

contenuto essenziale dell’ imputabilità dalla maturità del

senso morale e dal libero arbitrio.

Le critiche a questo concetto si sono fondate sulla

circostanza che per la valutazione di tali elementi non vi

sono strumenti oggettivi e pertanto è di difficile

utilizzazione in a mbito giuridico.

Altri criteri individuano l’ essenza della imputabilità nella

75

volontà o volontarietà.

Tra i diversi metodi di accertamento della capacità di

intendere e di volere, fonda mentale rilievo ass ume l’

orienta mento che s i basa sul maggiore o minore disvalore

del reato commesso e da alcuni dati comporta mentali de l

soggetto: il tipo e la gravità del reato commesso ed alcuni

aspetti del comporta mento del soggetto permetterebbero di

valutare il grado di maturità del minorenne.

Secondo questo criterio, il ragazzo viene considerato in

riferimento al momento in cui ha agito, attribuendo così, a l

74 Cfr. Certo, Candeloro, La tutela penale del minore, cit., p. 56 s.

75 Ivi, p. 58 s. 68

reato commesso, valore assoluto e decisivo per la

76

valutazione del giudizio di imputabilità.

Questo orienta mento s i basa s ulla convinzione che il

dis valore e la gravità di certi reati, come per ese mpio l’

omicidio o la violenza sessuale, possono essere percepiti da

qualsiasi ragazzo, e ciò sarebbe elemento da solo idoneo

per riconoscere acquisita la maturità psichica nei confronti

di tali delitti.

In questo modo però l’indagine si riduce ad una se mplice

valutazione della gravità della violazione, lasciando da

parte l’ altrettanto necessario riscontro delle concrete

condizioni psichiche del minorenne: perciò questa

metodologia viene considerata inadeguata ed inco mpleta.

La valutazione del tipo e della gravità del reato si prospetta

come elemento accessorio, che deve svolgersi accanto ad un

esame approfondito ed accurato della personalità personale

del ragazzo, in base a criteri tecnico scientifici, attraverso

cui è possibile ottenere un accertamento attendibile circa l’

esistenza o meno della capacità di intendere e di volere.

E’ necessario che l’ accertamento consideri il reato come

espressione del co mporta mento, stabilendo un rapporto tra

le conseguenze derivanti dal fatto e la psiche umana, ed

analizzando le attitudini conoscitive e percettive dell’

individuo ed i suoi aspetti emozionali ed affettivi.

Il principale proble ma psicologico per ricostruire la

personalità del minorenne che ha commess o un reato, è

76 Cfr. Baviera I., Diritto minorile: i soggetti, le istituzioni, sistema penale, rieducazione,

affiliazione, patria potestà, cit., p. 297 ss. 69

quello di conoscere i motivi del s uo co mportamento, in

modo da individuare i rimedi adeguati per rimuovere quelle

cause psicologiche che hanno portato al delitto.

L’accertamento della capacità di intendere e di volere si

ritiene che s i basi sullo studio della “intelligenza”, ossia

capire se il ragazzo era in grado di rendersi conto della

gravità dell’ atto compiuto e di valutarne le conseguenze, in

modo da indirizzare la s ua volontà in una direzione scelta

77 per accertare quindi l’elemento

con razionalità,

intellettivo e volitivo del ragazzo, bisogna far riferimento

alla sua maturità, al s uo grado di sviluppo ps ichico, in

modo da stabilire se, il grado da lui raggiunto, gli per metta

di valutare le proprie azioni e le conseguenze che da queste

ne possano derivare, co me se fosse un adulto.

A tal fine l’accertamento non può limitarsi allo studio della

intelligenza e della volontà del ragazzo, ma deve essere

esteso anche all’ esame delle sue esperienze di vita,

derivanti dalla s ua integrazione nella società, dell’

ambiente in cui vive e degli aspetti emozionali, affettivi ed

78

istintivi che lo caratterizzano.

A tal propos ito, l’art. 11 R. D. 1404/1934, prevede una

metodologia per la identificazione della pers onalità del

minorenne.

Nella prima parte la dispos izione infatti stabilisce che nei

procedimenti a carico dei minorenni è necessario procedere

77 Cfr. Certo, Candeloro, La tutela penale del minore, cit., p. 65.

78 Cfr. Franchini A., I giudizi discordanti dei periti medico legali in tema di indagine

sull’imputabilità, 1957, p. 39 ss. 70

a speciali ricerche per accertare i precedenti personali e

familiari dell’ imputato, sotto l’ aspetto fis ico, psichico,

morale ed ambientale; nella seconda parte aggiunge che al

fine di determinare la personalità e le cause della irregolare

condotta del minorenne, possono essere ass unti pareri

tecnici di specialisti, da parte del pm, del tribunale o della

sezione della corte d’ appello.

La ricostruzione della personalità del minorenne deve

avvenire attraverso l’ esame di un complesso di fattori che

incidono sul processo evolutivo del ragazzo e la raccolta di

dati, resi da personale con specifiche competenze ed una

adeguata preparazione: l’art. 11 R. D. 1404/1934

predispone un allargamento ed un completamento delle

indagini investigative che in linea generica sono prescritte

nell’art. 98 c.p., permettendo una specifica determinazione

delle fattispecie soggettive caratterizzate dalla maturità o

dall’ immaturità.

In coordinamento con gli artt. 98 c.p. e 11 R. D. 1404/1934,

dobbiamo considerare l’ art. 9 D. P. R. 448/1988, il quale

stabilisce che “ il pubblico ministero e il giudice

acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse

personali, familiari, sociali ed ambientali del minorenne, al

fine di accertarne l’ imputabilità ed il grado di

responsabilità”.

La normativa prevede espressamente il metodo attraverso

cui l’autorità giudiziaria debba considerare il ragazzo

imputabile o meno, metodo consistente in un procedimento

71

in cui si deve accertare la personalità del minorenne e che

quindi si differenzia dal diritto penale ordinario in cui è

precluso ogni indagine relativa alla personalità del reo, che

possono essere considerati solo ai fini della

79

commisurazione della pena, ai sensi dell’art. 133 c.p.

In definitiva, ai fini dell’accertamento dell’imputabilità e

conseguente responsabilità penale del soggetto, bisogna

procedere all’esplorazione di quattro aree:

- la maturità biologica, analizzando la presenza o

l’assenza di un armonico s viluppo del corpo, di

anomalie, malformazioni, accelerazioni o ritardi di

crescita, dato che l’aspetto biologico finisce per

travasare quello ps icologico;

- la matur ità intellettiva, con l’analisi delle capacità

intellettive da una parte e delle capacità psichiche e

relazionali dall’altra;

- la matur ità affettiva, che si integra nella capacità del

minorenne di controllare le pulsioni e le emozioni,

partecipando armoniosa mente al mondo che lo

circonda;

- la maturità sociale, espressione delle precedenti e che

può essere espressa come la misura della capacità di

80

adatta mento dinamico alla realtà.

Rilevante è il nesso tra responsabilità ed imputabilità

del minorenne.

79 Cfr. Arciuli F. R., Le nuove forme di devianza minorile: strumenti di tutela penale, civile ed

amministrativa, Giappichelli, Torino, 2008, p. 73 s.

80 Cfr. Picozzi M., Piccoli omicidi. La (stra)ordinaria violenza degli adolescenti, Monti, Varese,

2002, p. 31. 72

Il termine responsabilità nel linguaggio comune è conferita

a colui che è in grado di rispondere dei propri atti; nel

diritto penale, il termine responsabilità è legato alla

violazione di una norma penalmente sanzionata ed

all’imputabilità del soggetto che ha commesso tale

violazione.

La responsabilità penale è personale, cioè risponde soltanto

l’autore del reato, e la responsabilit à viene meno nel caso

in cui il soggetto al momento del fatto non era imputabile,

ossia non aveva la capacità di intendere e di volere.

Nell’ambito minorile si è manifes tato un restringimento

della responsabilità, tale da comportare una marcata

deresponsabilizzazione: ciò è avvenuto perché i giudici

minorili hanno fatto ricorso ad una applicazione estensiva

della formula di proscioglimento per <<immaturità>>,

concetto che è stato utilizzato per giustificare e motivare

l’incapacità di intendere e di volere dei giovani imputati, e

che è utilizzato co me parametro per consentire di verificare

se si fosse effettivamente realizzato lo sviluppo della

personalità del minorenne nelle singole fattispecie.

E’ stato ritenuto che il proscioglimento per immaturità è

divenuta una convenzione, un modo per poter avere più

libertà operative nella scelta degli strumenti e mezz i

81

rieducativi.

Gli orienta menti pedagogici rifiutano il principio di

deresponsabilizzazione, ma ripropongono il valore

81 Cfr. Ponti G., Giovani, responsabilità e giustizia, Giuffrè, Milano, 1985, p. 67 ss. 73

formativo della punizione, perché l’individuo deve

conoscere bene le regole sociali affinché possa aderirvi o

meno libera mente, e se il minore comprende la sua devianza

non in termini di immaturità sarà più propenso ad evitare

atteggiamenti passivi e vittimistici, invece se interpreta il

suo co mporta mento deviante co me una scelta ed una

risposta alla s ituazione in cui vive, potrà capire di aver

sbagliato e potrà modificare le proprie scelte ed agire in

82

maniera diversa per contraddire la realtà in cui s i trova.

Si ritiene che il principio della punizione rappresenti lo

strumento di controllo e pedagogico più idoneo per la

maturazione individuale, ma soprattutto la punizione non

deve essere la medes ima di quella predispos ta per gli

adulti, ma dovrà assumere forme alternative ed individuali,

meno distruttive e criminogene, per aiutare concreta mente

lo sviluppo della personalità del ragazzo, e per evitare

forme di identità negativa e di e marginazione.

82 Cfr. Franchini A., Introna F., Delinquenza minorile, CEDAM, Padova, 1972, p. 41 s. 74

2.3 La tutela del minorenne: fra intervento penale e

intervento educativo

La tutela dei minorenni non considera solo gli interessi

personali del soggetto, ma anche gli interess i che tendono a

perseguire esigenze sociali di carattere superiore, e che

coinvolge diverse scienze, psicologiche, sociali,

fisiologiche, morali e giuridiche.

Lo studio del concetto giuridico di tutela del minorenne

deve partire dalla considerazione delle caratteristiche

biologiche dell’ uomo: quegli aspetti che regolano la vita

interna del s uo organismo e quegli aspetti che condizionano

il suo comporta mento nell’ a mbito sociale.

Questo secondo aspetto si limita a considerare i rapporti

dell’ uomo con la società e des igna l’ insie me dei caratteri

biologici che condizionano il modo di vivere di un

soggetto.

Le diverse discipline che s i occupano dei minorenni

presentano due ele menti in co mune:

- la protezione dei minorenni con strumenti giuridici,

- la diversità nella elaborazione di tecniche e sistemi

concettuali per il loro recupero.

I soggetti minori di età sono comunque soggetti di diritto,

perché dotati di capacità giuridica (che si acquis ta con la

nascita) anche se non sono abilitati a compiere determinati

atti giuridici, perché la capacità di agire si acquisisce col

75

compimento del 18° anno di età, per questo sono stat i

elaborati specifiche figure per la tutela della personalità del

minorenne, con particolare riferimento ai suoi interessi e

diritti soggettivi.

Lo Stato non può se mpre da solo provvedere direttamente

all’ assistenza del ragazzo ma svolge, in alcuni casi, un’

azione suppletiva per ciò che i privati non compiono: per

queste ragioni, per garantire l’ assistenza dei minorenni, è

prevista la duplice is tituzione di organi di tutela: quella

pubblica costituita dal giudice tutelare, e quella privata

nelle diverse figure della patria potestà, tutela e curatela.

Le persone private no minate, ai fini dell’ ass istenza del

ragazzo, possono essere coloro che abbiano innanzitutto

rapporti biologici, affettivi o di parentela, dai quali si

pres ume una più efficace protezione ed un miglior

soddisfacimento delle esigenze e dei bisogni del giovane.

Per quanto riguarda le altre persone sulle quali la scelta può

ricadere, senza dubbio, per la delicata funzione tali persone

devono presentare una specifica competenza per l’

83

educazione ed istruzione del minorenne.

A tal proposito gli artt. 350, 351 e 352 c.c., prevedono le

persone che debbano essere escluse dall’ assunzione di tali

uffici:

� coloro che non hanno la capacità di assumere gli

uffici tutelari, perché sono stati esclusi dalla tutela

83 Cfr. Certo, Candeloro, La tutela penale del minore, cit., p. 2 ss. 76

per espressa disposizione dei genitori, o perché hanno

avuto o hanno in corso una lite con il minorenne;

� coloro che ne sono dispensati, da tale ufficio, di

diritto, (Presidente del Cons iglio, me mbri del sacro

collegio, Presidenti delle Camere, i Ministri e

Segretari di Stato);

� coloro che possono essere dispensati su do manda.

E’ necessario procedere alla costruzione di un sistema

protettivo penale per i minorenni, ed in particolare capire

quali siano gli strumenti più idonei che i soggetti chiamati

a svolgere tali uffici debbano utilizzare per realizzare il

recupero della devianza dei giovani.

I ragazzi vivono in una società frammentata in cui non si

identificano, e ciò influenza i loro rapporti interpersonali,

non riescono a capire il limite tra ciò che è giusto e ciò che

non lo è, tra legalità ed illegalità, tra regola e tras gress ione.

Agli adulti spetta il difficile compito di far capire al

ragazzo i motivi etici e morali, oltre che giuridici, della

condotta assunta e le conseguenze che tale comporta mento

ha avuto nell’ altro e nella collettività.

Nel corso del tempo sono stati diversi i modelli applicat i

per risolvere il difficile proble ma della devianza.

Il modello correzionale degli anni ’40 e ’50, secondo il

quale il ragazzo veniva introdotto in istituti appositamente

previsti per correggere e raddrizzare il carattere del

deviato: l’ esito ed il s uccesso di questo tratta mento

dipendeva dalla volontà del ragazzo; non era prevista una

77

durata, ma esso ter minava solitamente col compimento

della maggiore età, allora prevista a 21 anni.

Il modello funzionale riparativo degli anni ’60,

predisponeva una valutazione ed osservazione del giovane:

a tal fine vennero introdotti gli istituti medico-psico-

pedagogici, per l’ osservazione della personalità del

minorenne, e che in base alla diagnos i stabilivano un

trattamento volto al recupero ed al reinserimento del

ragazzo.

Con questo modello, l’ attenzione si sposta s ul contesto

sociale considerato come luogo di ris chio della devianza.

Il modello basato sulla teoria dello stigma, di cui l’

esponente maggiore è Erving Goffman, secondo cui il

soggetto viene identificato per quel determinato

comportamento: si esige quindi l’ intervento nel territorio

considerato come luogo di espressione dei problemi e delle

contraddizioni sociali, che il ragazzo segnala attraverso il

suo comportamento deviante.

Attualmente s i sono s viluppate altre tecniche come quella

che considera il territorio co me luogo della ricomposizione

e risoluzione dei problemi del giovane, le contraddizioni

sociali non sono più ricondotte al s ingolo o alla società, ma

84

al disequilibrio che l’ individuo ha nell’ a mbito sociale.

E’ fondamentale coniugare i due concetti “sanzione” e

“recupero”, che sembrano concetti antitetici e no n

comparabili: la sanzione pres uppone la violazione di una

84 Cfr. Gregori D., La devianza minorile tra sanzioni e recupero: quali strumenti di intervento?, in

Minori giustizia, fascicolo 1, 2007, p. 35 ss. 78

norma giuridica ed è diretta a ripristinare l’ ordine che è

stato violato, mentre il recupero presuppone aspetti di

comprensione e di accoglienza.

La disciplina prevista per il processo penale minorile cerca

di coordinare questi due campi, in modo tale da far

comprendere al ragazzo da una parte il significato giuridico

della condotta assunta e dall’ altro tentarne di reinserirlo

nella società, con la consapevolezza di non dover più

compiere tali atti, perché lesivi per i singoli e la

collettività.

Gli interventi predisposti per il raggiungimento di questo

obiettivo possono essere diversi, quali un supporto

educativo individuale, l’ inserimento nel mondo del lavoro

attraverso corsi di formazione, o in attività socialmente

85

utili.

Indispensabile è poi offrire uno spazio d’ ascolto per il

ragazzo, per capire le sue paure, le sue esperienze ed i

motivi che lo hanno portato a delinquere, ed instaurare un

legame affettivo e fa miliare che permetta al ragazzo di

fidarsi, in modo tale che accetti di farsi aiutare per uscire

da una realtà che non gli appartiene.

Per questo, nella convinzione di rieducare concretamente i

devianti, s i sostiene la teoria classica e rieducativa della

pena.

85 Cfr. Pietropolli G., L’adolescente nella società senza padri, Unicopli, Milano, 1990, p. 40 s. 79

I termini rieducare e risocializzare spesso vengono

utilizzati come s inonimi, ma la rieducazione non coincide

con la risocializzazione, nel senso stretto del termine.

Con la rieducazione si cerca di condurre il soggetto verso

valori di vita accettati come validi, motivando ad un senso

di responsabilità sociale, correggendo i difetti determinati

da una cattiva educazione ed orientando il ragazzo verso gli

standards essenziali riconosciuti dalla collettività, come lo

studio ed il lavoro.

Lo scopo dell’ educazione consiste proprio nello s viluppo

della personalità e di quelle qualità che permettano di

86

vivere in modo autonomo e con ragionevolezza.

Per risocializzazione in senso stretto, s’ intende il processo

di reinserimento del ragazzo, autore di reato, nella società

civile, dopo un periodo di allontana mento dovuto all’

espiazione della pena e co mporta l’ ingresso del giovane in

un a mbito sociale e non anche la maturazione di una nuova

coscienza etica e civile: quindi la risocializzazione no n

coincide con la rieducazione ma ne costituisce uno degli

87

aspetti fondamentali.

La disciplina penale dunque deve presupporre che il reo sia

già stato inserito nella società, ma che questo inserimento

fosse stato caratterizzato da carenze che lo hanno portato a

commettere il reato, e deve essere finalizzata a garantire il

suo ravvedimento, attraverso l’ espiazione della pena e la

86 Cfr. Stella P., Rieducare il minore deviante o “dare a ciascuno il suo?”, in Minorigiustizia,

fascicolo 1, 2007, pp. 61 ss.

87 Ivi, p. 64. 80

sua riabilitazione, che gli per metta di riconciliars i con se

stesso e con gli altri.

La pena ha anche carattere “retributivo”, intesa come

ricompensa per la condotta assunta e la norma violata:

questo carattere sembra diretto a realizzare il bisogno di

giustizia collettiva ed in particolare per limitare le esigenze

88

di vendetta della vittima e dei suoi parenti.

Attualmente nella dottrina penalista e filosofica sono in

pochi a sostenere la teoria retributiva della pena; nell’

applicazione della sanzione penale possia mo distinguere tre

fas i: la fase edittale o della previsione o minaccia, la fase

giudiziale o dell’ irrogazione e la fase esecutiva della pena.

Nelle prime due soltanto s i ravvede ancora il carattere

retributivo della pena, ma nella fase di esecuzione si

procede oramai a garantire le es igenze di rieducazione: il

supera mento del carattere retributivo della pena nel nostro

ordina mento è avvenuto definitivamente con l’art. 27

comma 3 Cost. in cui è stabilito il principio fondamentale

secondo cui le pene non devono consistere in tratta menti

contrari al senso di umanità e devono tendere alla

rieducazione del condannato, perché non bisogna

dimenticare che la pena s i presenta concretamente co me un’

inflizione di sofferenza, intenzionale ed evitabile, su

88 Cfr. Crescenti A., Processi educativi, socializzazione, devianza: la formazione dei minori,

Giuffrè, Milano, 2004, p. 32. 81

qualcuno, applicata a causa di un atto colpevole meritevole

89

di riprovazione.

2.4 Provvedimenti adottabili nei confronti dei

minorenni: le misure di sicurezza; pre-cautelari e

cautelari

Il nostro siste ma sanzionatorio si basa sul cd “doppio

binario” perché oltre alle pene, prevede le misure di

sicurezza, che hanno una funzione preventiva in quanto

vengono applicate in caso di pericolosità sociale de l

soggetto.

Le misure di sicurezza applicabili ai minorenni sono:

- la libertà vigilata,

- il ricovero nel riformatorio giudiziario.

Con l’ entrata in vigore del D. P. R. 448/1988, il ricovero

nel riformatorio giudiziario è divenuta una mis ura di

89 Cfr. D’Agostino F., Marini G., Ronco M., Il problema della pena. Alcuni profili relativi allo

sviluppo della riflessione sulla pena, Giappichelli, Torino, 1996, p. 142 ss. 82

sicurezza a carattere eccezionale, dato che l’art. 36 D. P.

R. 448/1988 stabilisce che esso è applicato solo in

relazione ai delitti previsti dall’ art. 23 comma 1 D. P. R.

448/1988, ossia per delitti dolosi per i quali la legge

stabilisce la pena dell’ ergastolo o della reclusione non

inferiore nel massimo a 9 anni.

La libertà vigilata rappresenta la misura di sicurezza più

frequente ed è spesso accompagnata da una serie d i

prescrizioni positive o negative (svolgere attività, non

frequentare certi luoghi, rientrare entro un determinato

orario), che hanno lo scopo di far comprendere al ragazzo l’

esistenza di regole ed educarlo al rispetto delle stesse.

Assie me alla libertà vigilata viene spesso dis posto l’

affida mento ai servizi dell’ a mministrazione della giustizia

90

e ai servizi di assistenza degli enti locali.

In riferimento alle misure di sicurezza vanno considerati gli

artt. 224, 229 e 230 c. p.

L’ art. 229 c.p. stabilisce le ipotesi in cui la libertà vigilata

può essere irrogata:

- in caso di condanna alla reclusione per un te mpo

superiore ad un anno,

- nei casi in cui il c. p. autorizza una misura di

sicurezza per un fatto non preveduto dalla legge co me

reato.

L’ art. 230 c.p. invece stabilisce le ipotesi in cui la libertà

vigilata deve essere applicata obbligatoriamente:

90 Cfr. Lanza E., Il processo penale minorile, Giuffrè, Milano, 2004, p. 257 ss. 83

- in caso di condanna alla reclusione per un te mpo non

inferiore a 10 anni, in questo caso la mis ura di

sicurezza non può avere durata inferiore a 3 anni;

- nel caso in cui il condannato sia ammesso alle

liberazione condizionale;

- nel caso in cui il contravventore abituale o

professionale, non sottoposto più a misure di

sicurezza, co mmette un nuovo reato che dia

manifestazione di abitualità e professionalità;

- negli altri casi previsti dalla legge.

L’ art. 224 c.p. prende in cons iderazione il tema della

imputabilità, stabilendo che la misura di sicurezza è

applicata:

- nei confronti del minore degli anni 14, quando ha

commesso un fatto previsto dalla legge come delitto e

sia pericoloso,

- nei confronti del soggetto che al momento del delitto

avesse compiuto 14 anni ma non ancora 18, e s ia

riconosciuto non imputabile ai sensi dell’ art. 98 c.p.

Dall’ analis i della disposizione si ritiene che, in riferimento

agli infraquattordicenni, ai fini dell’ applicazione della

misura di s icurezza debba essere valutata l’ esistenza del

requis ito della pericolosità, il quale va dedotto dalla gravità

del fatto commesso, dalle condizioni morali della famiglia

in cui il minore è viss uto, così come è disposto dall’ art.

224 comma 1 c. p., e requisito che va dedotto anche in base

a quanto stabilito nell’ art. 37 comma 2 D. P. R. 448/1988

84

che, oltre alle modalità e circostanze del fatto, fa

riferimento alla personalità del minorenne imputato, quando

suss is te il concreto pericolo che questi commetta delitti con

l’ uso di armi o altri mezzi di violenza personale o contro la

sicurezza collettiva o l’ ordine costituzionale o gravi delitti

di criminalità organizzata.

Mentre in riferimento ai soggetti che abbiano compiuto 14

anni ma non 18, la pericolos ità s i ritiene presunta.

Inizialmente anche la Corte Costituzionale si è pronunciata

in favore di questa interpretazione (sent. n. 1/1971 e n.

119/1976), ma s uccessiva mente ha affermato il principio

generale per cui la pericolosità non può essere mai

pres unta: questo principio poi è stato codificato, oltre che

nella legge n. 663/1986, anche nel D. P. R. 448/1988, che

ha abolito il s iste ma di pericolosità presunta, quindi il

giudice deve valutare sempre la pericolosità del minorenne

91

sulla base dei criteri suddetti.

L’ art. 13 Cost. afferma l’inviolabilità della libertà

personale e ne ammette la limitazione per atto motivato

dell’autorità giudiziaria nei casi e nei modi previsti dalla

legge, in tali casi vengono adottale le misure cautelari.

In cas i eccezionali di necessità e di urgenza è previsto che

la polizia giudiziaria possa adottare, in ipotesi

predeterminate dalla legge, provvedimenti provvisori da

assoggettare a convalida dell’autorità giudiziaria, entro il

termine perentorio di 96 ore, pena la perdita dell’efficacia

91 Cfr. Arciuli F. R., Le nuove forme di devianza minorile: strumenti di tutela penale, civile ed

amministrativa, cit., p. 74 ss. 85

delle misure, che in questo caso sono definite pre-cautelari;

il D. P. R. 448/1988 agli artt. 16 – 24, detta una disciplina

particolareggiata delle misure pre-cautelari e cautelari,

rinviando, per quanto non previsto, alle dis posizioni de l

cpp.

La relazione al D.P.R. afferma che la libertà personale

acquista una co mplessità ed una delicatezza ancor

maggiore, dovendosi tener conto, insie me con le esigenze d i

cautela processuale, della fragilità caratteriale propria del

minorenne e della necessità di non causare dannose

interruzioni dei processi di evoluzione della personalità

eventualmente in atto, di conseguenza il D.P.R. prevede un

vero e proprio dovere di informazione a carico degli agenti

e degli ufficiali che hanno eseguito l’arresto o il fermo,

dandone immediata notizia al pm, all’esercente la potestà

genitoriale o all’eventuale affidatario, ed ai servizi minorili

92

dell’amministrazione della giustizia.

Le misure pre-cautelari sono:

- l’ arresto in flagranza di reato,

- il fermo del minorenne indiziato di delitto,

- l’ accompagnamento a seguito della flagranza.

L’ art. 16 D. P. R. 448/1988 stabilisce che gli ufficiali ed

agenti di polizia giudiziaria possono procedere all’ arresto

del minorenne colto in flagranza di uno dei delitti per i

quali può essere disposta la custodia cautelare.

92 Cfr. Macrillo A., Filocamo F., Mussini G., Tripiccione D., Il processo penale minorile, Maggioli

editore, 2009, p. 77 s. 86

La prima differenza rispetto alla disciplina ordinaria è

costituita dalla non obbligatorietà dell’ arresto, in quanto

esso è facoltativo, qualunque s ia il reato commesso: si

tratta dell’ estensione del principio, ormai di carattere

costituzionale, secondo cui il tratta mento penale minorile in

generale e la restrizione della libertà personale in

particolare, dev’ essere flessibile.

La legge indica i parametri in base ai quali gli ufficiale

devono valutare l’ esercizio o meno della facoltà, in quanto

devono tener conto della gravità del fatto, dell’ età e della

93

personalità del minorenne.

Condizione fonda mentale ai fini dell’ arresto è lo stato di

flagranza che si configura quando il soggetto viene colto

nell’ atto di commettere il reato (art. 382 comma 1 c. p. p.),

alla quale il legislatore assimila le ipotes i di “quasi

flagranza”, ossia quando il soggetto, subito dopo il fatto,

viene inseguito dagli ufficiali o dagli agenti di polizia

giudiziaria o da altre persone, o viene colto con cose o

tracce che lo colleghino al reato.

Per l’ individuazione dei reati per i quali è a mmesso l’

arresto, l’ art 16 D. P. R. 448/1988 rinvia all’ art. 23 D. P.

R. 448/1988, ossia alle categorie di delitti per i quali è

disposta la custodia cautelare: l’ arresto in flagranza infatti

è disposto per tutelare la collettività da soggetti che hanno

tenuto una condotta illecita molto grave e pericolosa, la

93 Cfr. Di Nuovo S, Grasso G., Diritto e procedura penale minorile, cit., p. 371 ss. 87

quale se bloccata si può evitare che determini conseguenze

94

ancora più gravi.

Effettuato l’ arresto, gli ufficiali devono darne immediata

notizia al pubblico ministero, il quale deve garantire la

correttezza della procedura giudiziaria e, pena inefficacia

del provvedimento deve chiedere la convalida al gip entro

48 ore; all’ esercente la potestà genitoriale e agli eventuali

affidatari, ai servizi sociali, che devono ass icurare il

sostegno affettivo e psicologico nei confronti del ragazzo;

ed al difensore del minorenne, che deve provvedere all’

95

adeguato esercizio del diritto di difesa.

Il pubblico ministero, in particolare, deve vigilare sulla

legittimità della misura e deve disporre l’ immediata

liberazione, con decreto motivato:

- in caso di evidente errore di persona,

- quando l’ arresto sia stato eseguito al di fuori dei casi

consentiti,

- quando la misura è divenuta inefficace per

consumazione dei termini,

- quando non ritiene di dover richiedere l’ applicazione

di una misura cautelare.

L’ art. 18 bis D. P. R. 448/1988 ha introdotto l’

accompagna mento a seguito della flagranza e stabilisce che

gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria possono

accompagnare presso i propri uffici il minorenne colto in

94 Cfr. Arciuli F. R., Le nuove forme di devianza minorile: strumenti di tutela penale, civile ed

amministrativa, cit., p. 82.

95 Cfr. Moro A. C., Manuale di diritto minorile, Zanichelli, Bologna, 1996, p. 453. 88

flagranza di un delitto non colposo per il quale la legge

stabilisce la pena dell’ ergastolo o della reclusione non

inferiore nel massimo a 5 anni e trattenerlo per il te mpo

strettamente necessario e comunque mai per un tempo

superiore alle 12 ore, alla sua consegna all’ esercente la

potestà genitoriale, all’ affidatario o alla persona da quest i

incaricata.

Si tratta di una misura, anch’ essa facoltativa ed alternativa

rispetto all’ arresto ed al fermo, idonea a responsabilizzare

i genitori, in modo da renderli più attenti all’ educazione

dei figli e nel contempo non è traumatica per il ragazzo.

La norma poi prevede i casi in cui il ragazzo deve essere

affidato ad una comunità: quando il genitore o l’ affidatario

non si presenti per prenderlo in consegna o risulti

manifesta mente inidoneo a vigilare sul suo co mporta mento.

L’ art. 17 D. P. R. 448/1988 disciplina il fermo de l

minorenne indiziato per un delitto per il quale, a norma

dell’ art. 23, può essere disposta la misura della custodia

cautelare, purché la legge stabilisca la pena della reclus ione

non inferiore a due anni.

Il fermo può essere disposto sia dalla polizia giudiziaria sia

dal pubblico ministero, qualora abbia già assunto la

96

direzione delle indagini preliminari.

Il fermo si differenzia dall’arresto, oltre che per i maggiori

limiti di pena, anche per i diversi presupposti richiesti: non

è necessaria la flagranza, ma devono suss is tere gravi indizi

96 Cfr. Arciuli F. R., Le nuove forme di devianza minorile: strumenti di tutela penale, civile ed

amministrativa, cit., p. 85 s. 89

che lascino presupporre la responsabilità nella commissione

del reato; deve sussistere, in secondo luogo, il pericolo d i

fuga, desumibile da ele menti s pecifici che devono essere

indicati esplicita mente, e prescindendo dal fatto che il

minorenne, essendo sprovvisto di mezzi economici e di

trasporto, sarebbe in grado solo di allontanarsi

97

temporaneamente dalla propria dimora.

La valutazione della personalità dell’arrestato e del fermato

non può essere disgiunta da quella relativa all’età,

considerando che l’adolescenza è il periodo della vita ove il

modo di essere e di relazioni è in formazione ed in continua

evoluzione, stante l’influenza della famiglia, della scuola,

delle a micizie e di tutti i processi socio educativi in corso:

questo esame sarà senza dubbio superficiale da parte della

polizia giudiziaria e solo il successivo intervento de i

servizi minorili, come organo maggiormente qualificato,

renderà possibile l’approfondimento della conoscenza del

minorenne, della sua personalità e delle sue esigenze

educative, chiarendo la genesi del comportamento deviante

ed adottando gli s trumenti di intervento più idonei per

98

evitare condotte recidivanti.

Nell’esecuzione delle mis ure pre-cautelari sono adottate le

opportune cautele per proteggere il ragazzo dalla curios ità

del pubblico e da ogni specie di pubblicità, per ridurre i

disagi e le sofferenze materiali e psicologiche: è vietato

97 Cfr. Macrillo A., Filocamo F., Mussini G., Tripiccione D., Il processo penale minorile, cit., p.

82.

98 Ivi, p. 80 s. 90

l’uso della coercizione fisica, il minorenne deve essere

trattenuto in locali separati da quelli ove si trovano i

maggiorenni arrestati o fermati e deve essere garantita

l’ass istenza psicologica a mezzo dei servizi dei centri per la

99

giustizia minorile.

Secondo gli artt. 390 e 391 cpp, entro 48 ore

dall’esecuzione della misura, il pm richiede al gip la

convalida dell’arresto o del fermo; nelle s uccess ive 48 ore

il giudice, fissata l’udienza e datone avviso alle parti, deve

decidere s ulla richiesta, pena perdita dell’efficacia della

misura stessa: in udienza, se il giudice accerta che la

misura è stata legittima mente operata, ne dispone la

convalida con ordinanza, altrimenti dispone la liberazione

100

dell’indagato.

Le misure cautelari applicabili nei confronti de i

minorenni sono:

- le prescrizioni,

- la permanenza in casa,

- il colloca mento in comunità,

- la custodia cautelare.

Da un primo esame delle mis ure cautelari e merge un altro

principio ispiratore della disciplina, quello della graduale e

progressiva limitazione della libertà personale.

Il legislatore, proprio in considerazione del delicato

equilibrio psicofisico ed al fine di evitare di compromettere

il processo di evoluzione della personalità del minorenne,

99 Ivi, p. 90.

100 Ivi, p. 93. 91

ha previsto un siste ma a scalare, caratterizzato dalla

facoltatività delle misure e dalla progressiva limitazione

101

della libertà personale.

Nel processo penale minorile è assicurata una tipicità delle

misure cautelari dato che, ai sensi dell’ art. 19 D. P. R.

448/1988 , non possono essere applicate misure cautelari

diverse da quelle previste nel decreto.

Le misure cautelari possono essere applicate quando s i

procede per delitti per i quali la legge stabilisce la pena

dell’ ergastolo o la reclusione non inferiore nel massimo a

5 anni.

L’art. 19 D. P. R. 448/1988 non dis ciplina le condizioni di

applicabilità delle misure cautelari nei confronti de i

minorenni, ciò induce a ritenere estens ibili i presupposti

generali previsti agli artt. 273 e 274 cpp.

Il primo richiede, per l’applicabilità delle mis ure cautelari,

la s uss istenza di “gravi indizi di colpevolezza”: questo

concetto è stato interpretato nel senso che a carico

dell’indagato devono sussistere elementi che, per la loro

consistenza, siano idonei a fondare un giudizio di

qualificata probabilità di colpevolezza, connotato da una

minore forza probatoria, ma che deve essere idoneo a far

desumere, con elevata probabilità, sia l’avvenuta

consumazione del reato, sia l’imputazione dello stesso alla

persona nei cui confronti s i procede.

101 Cfr. Macrillo A., Filocamo F., Mussini G., Tripiccione D., Il processo penale minorile, cit., p.

96. 92

L’art. 274 c.p.p., invece, richiede la sussistenza di uno dei

“pericola libertatis”, ovvero:

� pericolo relativo all’acquisizione e genuinità delle

prove,

� pericolo di fuga, o la circostanza che l’indagato o

l’imputato s i s ia dato alla fuga,

� 102

pericolo di reiterazione.

L’art. 19 D. P. R. 448/1988, inoltre, disciplina i criteri di

scelta delle misure cautelari e, nel richia mare l’art 275

c.p.p., introduce un ulteriore criterio rappresentato

dall’esigenza di non interrompere i process i educativi in

atto; i criteri stabiliti sono:

- di adeguatezza della misura alla natura ed al grado

delle esigenze cautelari,

- di proporzionalità della misura all’entità del fatto ed

alla pena che si ritiene possa essere irrogata nel

concreto,

- di residualità della custodia cautelare, applicabile

quando ogni altra misura ris ulti inadeguata.

Il giudice quindi deve procedere ad un bilanciamento fra le

esigenze cautelari da soddis fare nel caso concreto e la

valutazione del percorso formativo avviato per il

103

minorenne.

Le prescrizioni sono previste all’ art. 20 D. P. R. 448/1988

e possono essere cons iderate misure sussidiarie dato che il

102 Ivi, p. 97 s.

103 Ivi, p. 101 s. 93

giudice può disporle, sentito l’ esercente la potestà e se non

risulta necessario fare ricorso ad altre mis ure cautelari

Le prescrizioni consistono in regole tassative che possono

riguardare lo studio, il lavoro o altre attività utili per l’

educazione del ragazzo, che si s ostanziano in attività d i

volontariato o nell’ obbligo di rientrare a casa entro una

certa ora: queste regolo risultano efficaci soprattutto

quando il fenomeno criminoso è stato determinato da

carenze familiari, dato che le prescrizioni vengono

assimilate alle regole che opportuna mente dovrebbero

essere impartite dalla fa miglia, per l’ educazione del

minorenne.

Esse perdono efficacia trascorsi due mesi dalla loro

applicazione e possono essere rinnovate, per una sola volta

ed in caso di particolari es igenze probatorie.

L’ art. 21 D. P. R. 448/1988 disciplina la misura della

permanenza in casa, che consiste in una prescrizione che

impone l’ obbligo di rimanere presso l’ abitazione fa miliare

o in un altro luogo di privata dimora.

Contestualmente il giudice può dis porre divieti o facoltà

per il ragazzo di comunicare con determinate persone e con

separato provvedimento può consentirgli di allontanarsi

dall’ abitazione al fine di s volgere l’ attività lavorativa o

altra attività utile socialmente, o di frequentare la scuola.

L’ art. 22 D. P. R. 448/1988 prevede il colloca mento in

comunità, che è simile alla permanenza in casa, ma il

minorenne viene collocato in una comunità pubblica o

94

autorizzata e deve seguire prescrizioni inerenti lo studio o

il lavoro.

Questa misura è applicata soprattutto quando l’ ambiente

familiare risulta dannoso per il minorenne, quindi quando

risulta necessario allontanare il ragazzo dall’ a mbiente

familiare e sociale, che ne hanno influenzato il

104

comportamento illecito.

Il periodo della permanenza in casa o del colloca mento in

105

comunità è co mputato nella pena da eseguire.

Infine l’ art. 23 D. P. R. 448/1988 disciplina la mis ura della

custodia cautelare, che consiste nella detenzione presso un

istituto di pena.

Per essa valgono i principi generali della disciplina

ordinaria, per cui la misura può essere disposta se

suss is tono gravi indizi di colpevolezza a carico dell’

indagato e s uss istano le es igenze cautelari previste dall’

art. 274 c. p. p., in particolare il pericolo di inquinamento

delle prove, ed il ris chio concreto di reiterazione del reato.

La disposizione prevede espressamente i reati per i quali

può essere dispos ta la custodia cautelare, essa infatti viene

applicata quando:

- si procede per un delitto doloso per il quale la legge

stabilisce la pena dell’ ergastolo o della reclus ione

non inferiore nel massimo a 9 anni;

104 Ivi, p. 88 s.

105 Cfr. Macrillo A., Filocamo F., Mussini G., Tripiccione D., Il processo penale minorile, cit., p.

114. 95

- si procede per i delitti, consumati o tentati,di furto,

rapina, illegale fabbricazione, vendita o porto di

armi, o sostanze stupefacenti;

- si procede per il delitto di violenza carnale.

In caso di violazione della mis ura del collocamento in

comunità, il giudice ha la facoltà di sostituire tale misura

con la custodia cautelare, per un tempo non superiore ad un

mese, purché si proceda per un delitto punibile nel massimo

con 5 anni di reclusione.

Mentre per le altre misure è richiesto solo il criterio

quantitativo, per la custodia cautelare deve sussistere s ia il

criterio quantitativo sia quello qualitativo: questo per la

particolare incisività che la custodia cautelare può avere sul

ragazzo che, in genere, si cerca di far uscire il più presto

poss ibile dal circuito penale.

La custodia cautelare nei confronti dei minorenni deve

essere irrogata nei cas i di reati particolarmente gravi ed in

presenza di esigenze attinenti alle indagini ed in presenza

di concreto e reale pericolo per l’ acquis izione e la

genuinità delle prove o che il ragazzo commetta

nuova mente il delitto per il quale si procede.

L’ ipotesi relativa al pericolo di fuga o che l’ imputato si

sia dato alla fuga è stata dichiarata incostituzionale in

riferimento ai minorenni (sent. n. 359/2000) perché “ la

custodia cautelare deve essere disposta solo in caso di gravi

96

ed inderogabili es igenze istruttorie o di tutela della

106

collettività”.

Nel caso in cui vengano meno le condizioni di applicabilità

delle mis ure e delle es igenze cautelari o si verifichi un

affievolimento delle stesse o una sproporzione tra la misura

applicata rispetto alla gravità del fatto e all’entità della

pena, il giudice, d’ ufficio o su richiesta del p m o

dell’imputato, può revocare o sostituire la misura applicata

con un’altra meno gravosa.

La caducazione delle misure è prevista anche nei casi in

cui, nei confronti dell’imputato, venga disposta

l’archiviazione, la sentenza di non luogo a procedere per

irrilevanza del fatto o per la concessione del perdono

107

giudiziale, o sentenza i proscioglime nto.

106 Cfr. Lanza E., Il processo penale minorile, cit., p. 278 ss.

107 Cfr. Macrillo A., Filocamo F., Mussini G., Tripiccione D., Il processo penale minorile, cit., p.

129 s. 97

2.5 Gli strumenti alternativi nella giustizia minorile

Nel processo penale minorile l’ irrogazione della pena

rappresenta un’ipotesi eccezionale, perché l’obiettivo di

rieducazione nel soggetto minore di età può essere

raggiunto anche attraverso forme alternative alla

detenzione. 108 ha poi

Nella sent. n. 168 del 1994 la Corte Costituzionale

precisato, in coerenza con l’ art. 31 Cost., che la pena dell’

ergastolo non può essere applicata nei confronti del

minorenne, perché contrastante con l’ obiettivo di tutela

109

dell’ infanzia.

A parte questa eccezione, sotto il profilo sanzionatorio non

suss is tono grandi differenze tra maggiorenni e minorenni,

però il diritto penale minorile prevede degli strument i

idonei per l’ adegua mento della disciplina ordinaria alle

condizioni ed alle esigenze dei minorenni.

Innanzitutto sono predispos ti strumenti per attenuare la

pena da infliggere, tali sono:

- la circostanza attenuante della minore età,

- la circostanza attenuante prevista all’ art. 114 comma

3 c. p.

108 V. Corte Costituzionale n. 168 del 1994, in Giurispr. Costituz., 1994, fascicolo 2, p. 1271 ss.

109 Cfr. Arciuli F. R., Le nuove forme di devianza minorile: strumenti di tutela penale, civile ed

amministrativa, cit., p. 92 s. 98

Se irrogata una sanzione penale ques ta deve essere

attenuata in virtù della minore età, così come stabilito dall’

art. 98 c.p.

Si tratta di una circostanza soggettiva perché riguarda la

personalità del colpevole; la disposizione poi non prescrive

l’ entità della diminuzione della pena, per cui essa rientra

tra le circostanze ad effetto co mune, ossia la pena base

deve essere diminuita di un terzo, ed inoltre essa concorre

con le altre circostanze attenuanti ed aggravanti nella

commisurazione concreta della sanzione penale da irrogare.

L’art. 114 comma 3 c.p. prevede che “la pena può

essere diminuita per chi è stato determinato a commettere il

reato o a cooperare nel reato, quando concorrono le

condizioni stabilite nell’ art. 112 comma 1 nn. 3 e 4 e

comma 3”, ossia quando:

- il minorenne è stato determinato a commettere un

reato da chi ha s u di lui il potere di autorità, vigilanza

e direzione,

- il minorenne è stato determinato a commettere il reato

110

da chi ne è genitore esercente la potestà.

La liberazione condizionale ha l’ effetto di abbreviare

la durata della pena irrogata.

Già il testo del 1934 prevedeva che, per il condannato

minorenne, la liberazione può essere concessa:

- in qualsiasi momento della esecuzione,

- qualunque sia la durata della pena detentiva inflitta,

110 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 108 ss. 99

- qualunque sia la durata della pena detentiva non

ancora espiata.

L’assenza di limiti cronologici fissi costituisce una

caratteris tica fonda mentale per l’ applicazione di questo

beneficio ai minorenni, rispetto agli adulti, ed evidenza la

sua funzione pedagogica e l’ obiettivo di limitare la

dannos ità derivante dalla esecuzione della pena detentiva

111

nei confronti dei minorenni.

L’essenza della liberazione condizionale sta nel principio

per cui la pena deve essere espiata per il tempo strettamente

necessario e sufficiente per avviare quel processo di

risocializzazione e rieducazione, tempo che dovrà essere

commisurato di volta in volta in riferimento alla singola

situazione soggettiva e s ulla base delle es igenze concrete di

112

ciascun tipo di pers onalità.

Al minore liberato condizionalmente deve essere applicata

la misura di sicurezza della libertà vigilata o del

113

rifor matorio.

Il regime minorile della liberazione condizionale quindi

rappresenta l’ es press ione più significativa del principio

secondo cui l’ ordina mento persegue sempre il recupero del

minorenne, anche con lo strumento della sanzione, l’

114

esecuzione della quale, ottenuta l’ emenda, deve cessare.

111 Cfr. Baviera I., Diritto minorile: i soggetti, le istituzioni, sistema penale, rieducazione,

affiliazione, patria potestà, cit., p. 155 ss.

112 Cfr. Certo, Candeloro, La tutela penale del minore, cit., p. 134 ss.

113 Cfr. Sabatini G., La liberazione condizionale nel sistema dei mezzi di riadattamento

progressivo del condannato alla vita sociale, in Riv. Dir. Pen., 1935, p. 412.

114 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 134 ss. 100

Il fondamento della cessazione della espiazione della pena,

nella liberazione condizionale, sta nel concreto

conseguimento del ris ultato positivo del processo psico-

pedagogico operato nel ragazzo, per cui si deve basare s u

un giudizio che garantisca una sicura rieducazione del

condannato minorenne, e che dia la certezza sulla

incapacità del giovane di tornare a delinquere, ossia del suo

ravvedimento, attraverso la valutazione del co mporta mento

del ragazzo in carcere e s ulla base di costanti prove di

115

buona condotta.

Il diritto penale minorile poi prevede strumenti per rendere

meno afflittiva l’ espiazione della pena, ossia:

- l’affidamento in prova al servizio sociale,

- la detenzione domiciliare,

entra mbe costituiscono misure alternative alla detenzione

ed hanno natura giuridica di modalità di esecuzione della

pena.

L’affida mento in prova al servizio sociale consiste

nell’ affidare il condannato ad un servizio sociale per un

tempo uguale a quello della pena da espiare: questa misura

può essere concessa quando la pena detentiva non s uperi i

tre anni e quando s i ritiene che l’ affida mento contribuisca

116

alla rieducazione del condannato.

La detenzione domiciliare, invece, consiste nella

poss ibilità di espiare la pena detentiva nell’abitazione del

115 Cfr. Certo, Candeloro, La tutela penale del minore, cit., p. 138 ss.

116 Cfr. Catalani G., Manuale dell’esecuzione penale, Giuffrè, Milano, 1987, p. 255 ss. 101

condannato o in un altro luogo di privata dimora o in un

luogo pubblico di cura e di assistenza.

Per i maggiorenni l’ allontana mento dal luogo di espiazione

della pena costituisce il delitto di evasione e comporta

l’arresto in flagranza; questa disciplina non s i applica nei

confronti del minorenne amme sso alla detenzione

domiciliare e che s i allontani dal luogo che gli è stato

assegnato, egli quindi non può essere arrestato in flagranza,

ma la denuncia per evasione comporta comunque la

sospensione del beneficio, mentre la condanna per evasione

ne determina la revoca: la decis ione di sospensione è presa

dal magistrato di sorveglianza, che ordina l’

accompagna mento del ragazzo nell’ istituto penitenziario e

117

trasmette gli atti al Tribunale.

La decisione definitiva di revoca compete al Tribunale d i

sorveglianza, che deve adottare il provvedimento entro 30

giorni dalla ricezione degli atti, altrimenti il provvedimento

118

di sospensione perde efficacia.

La disciplina minorile poi prevede sanzioni sostitutive

costituite dalla:

- semidetenzione,

- libertà controllata

- pena pecuniaria sostitutiva.

Esse sono volte ad escludere il condannato dall’ a mbiente

carcerario, in modo da evitare che la sua personalità venga

117 Ivi, p. 325 s.

118 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 137 ss. 102

influenzata da for me criminali, che possono compromettere

il processo di rieducazione e risocializzazione.

La semidetenzione consiste nell’ obbligo di trascorrere

almeno 12 ore al giorno in un istituto, seguendo un

progra mma pretta mente stabilito per il minorenne in cui è

previsto lo s volgimento di diverse attività di lavoro, scuola

o volontariato.

La libertà controllata consente al ragazzo di rimanere

nel proprio ambiente, anche se monitorato e s ostenuto dal

servizio sociale: questa misura è accompagnata da

prescrizioni pos itive, consistenti nell’ obbligo di svolgere

un’attività, e da prescrizioni negative consistenti nei divieti

di frequentare determinate persone o determinati luoghi.

L’ applicazione di queste misure dipende da circostanze da

valutare in base alla personalità del condannato ed all’

119

ambiente fa miliare e sociale in cui egli è inserito.

La pena pecuniaria sostitutiva consiste nel pagamento

di una somma di denaro al pos to della pena detentiva: la

procedura prevede la notificazione, da parte del cancelliere,

di un atto di precetto, e se necessario, degli atti di

esecuzione forzata del pignoramento e della vendita all’

asta.

Se il minorenne però non dispone di un patrimonio è

disposta la convers ione, ma non in pena detentiva, ma nella

misura sostitutiva della libertà controllata, per un periodo

119 Cfr. Arciuli F. R., Le nuove forme di devianza minorile: strumenti di tutela penale, civile ed

amministrativa, cit., p. 93. 103

massimo di 1 anno per la multa e di 6 mesi per l’ ammenda,

oppure, s u richiesta del condannato, in lavoro sostitutivo.

La norma fonda mentale in materia di sanzioni sostitutive è

costituita dall’ art. 30 D. P. R. 448/1988, che stabilisce che

per i minorenni la sostituzione della pena detentiva può

essere disposta quando il giudice ritiene di applicare una

pena detentiva non superiore a due anni.

Questa disposizione impone al giudice, nel decidere se

concedere le sanzioni sostitutive, di tener conto della

personalità e delle esigenze di studio e di lavoro del

minorenne e delle condizioni ambientali in cui egli vive, in

modo da far prevalere le esigenze di una condotta di vita

integrata nella famiglia e nella società piuttosto che le

esigenze della pretesa punitiva.

La circostanza che spesso il process o minorile si conclude

nell’ udienza preliminare, a seguito del rito abbreviato, che

prevede la diminuzione di un terzo della pena, favorisce il

ricorso alle sanzioni sostitutive anche nelle ipotesi di reati

120

oggettivamente gravi.

A tal proposito però è stabilito che se vi è richiesta del

pubblico minis tero, il giudice può procedere alla

sostituzione, con la possibilità di ridurre la pena fino alla

metà del minimo edittale, quindi la pena da sostituire:

- è ridotta fino alla metà del minimo edittale,

- la sostituzione è subordinata alla richiesta del pm,

120 Ivi, p. 94. 104

- la riduzione di pena non è applicabile nel

121

dibattimento.

Questa riduzione è previs ta come beneficio per i minorenni,

per ricompensare l’ ines is tenza degli istituti del

patteggia mento e del procedimento per decreto, i quali sono

esclus i nel processo penale minorile dall’ art. 25 D. P. R.

122

448/1988

Dobbiamo citare anche la sospensione condizionale

della pena, che può essere concessa nei confronti dei

minorenni, quando la pena irrogata non superi i tre anni d i

reclusione.

Questa misura può essere disposte purché il giudice valuti,

ai sens i dell’ art. 164 c. p., che:

- il minorenne non abbia riportato in precedenza altre

condanne per delitti o che non sia delinquente abituale

o per professione,

- al condannato non debba essere applicata una mis ura

di sicurezza personale perché socialmente pericoloso,

- in base all’ art. 133 c. p., il giudice presumi che si

123

asterrà dal commettere ulteriori reati.

Merita di essere citata, infine, la disciplina dei

permessi pre mio per i detenuti minorenni, che s i differenzia

da quella prevista per i maggiorenni solo per la durata: 20

giorni per volta e 60 giorni in un anno.

121 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 115 ss.

122 Cfr. Dolcini E., Commentario breve al codice penale, a cura di Crespi, Stella e Zuccalà,

CEDAM, Padova, 1992, p. 58 s.

123 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 111 ss. 105

La disciplina ordinaria inoltre prevede che, per coloro che

sono condannati o imputati per delitto doloso co mmesso

durante l’ espiazione della pena o l’ esecuzione di una

misura restrittiva della libertà personale, i permessi

possono essere concessi solo dopo che siano decorsi due

anni dalla commiss ione del fatto: la Corte Costituzionale,

nella sent. n. 403 del 1997, ha dichiarato l’ illegittimità

costituzionale della norma, in riferimento ai minorenni,

precisando però che la condanna o l’ imputazione per il

nuovo delitto possano essere valutate dal giudice sotto il

profilo della regolarità della condotta che rappresenta il

pres upposto generico per la concessione del permess o

124

pre mio.

124 Ivi, p. 146 s. 106

Capitolo terzo

FORME ANTICIPATORIE DI

PROSCIOGLIMENTO

3.1 La sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza

del fatto: art. 27 D. P. R. 448/1988

La sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza

del fatto è stata introdotta nel nostro ordinamento dall’ art.

27 D. P. R. 448/1988, ma il fondamento di questo is tituto è

ascrivibile al clima culturale che ha accompagnato la

elaborazione di documenti e manati negli anni ’80 dall’

Asse mblea delle Nazioni Unite e dal Cons iglio d’Europa:

infatti le “Regole di Pechino” all’ art. 11 prospettano l’

opportunità di trattare i casi dei giovani che delinquono

senza ricorrere al processo formale da parte dell’ autorità

competente; e la “Raccomandazione sulle reazioni penali

alla delinquenza minorile” incoraggia lo sviluppo di

procedure di diversion, per attuare l’ uscita dal circuito

125

giudiziario.

125 Cfr. Locci L., Gli istituti del processo penale minorile a beneficio del minore: l’ irrilevanza del

fatto e la messa alla prova, in Minori giustizia, fascicolo 4, 2005, p. 86 s. 107

La sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del

fatto costituisce un meccanismo che permette di concludere

il processo in modi e contenuti diversi da quelli ordinari,

favorendo l’ uscita te mpestiva dal circuito penale, di quei

comportamenti che, pur costituendo reato, non s uscitano un

rilevante allarme sociale e costituis cono ipotesi ascrivibili

alla leggerezza dei ragazzi, che spesso non riflettono

adeguatamente sulle conseguenze dei loro co mportamenti.

L’istituto è volto al perseguimento della finalità deflattiva

ed alla realizzazione del principio di adegua mento alle

esigenze educative del minorenne.

La deflazione è diretta ad evitare processi inutili e dannosi,

considerare la detenzione co me strumento res iduale ed

estro mettere nel più breve tempo possibile condotte

criminose prive di rilevante allarme sociale, connotate da

126

ridotta offens ività e da particolare leggerezza.

Il criterio di adeguamento alle esigenze educative del

minorenne è s tretta mente legato al principio della minima

offensività, in base al quale il processo minorile deve

essere adeguato ad una personalità in formazione e tale da

non interferire nello sviluppo psicologico del ragazzo.

Questa esigenza è particolar mente sentita nelle ipotesi di

reati di scarsa rilevanza sociale e che rappresentano episod i

isolati nella vita del minorenne: soprattutto in queste

situazioni il processo deve essere evitato, perché potrebbe

trasformarsi in un evento traumatizzante per la personalità

126 Cfr. Larizza S., Le nuove risposte istituzionali alla criminalità minorile, in Trattato di diritto di

famiglia, Giuffrè, Milano, 2002, p. 197 s. 108

del ragazzo ancora in formazione, piuttosto che in un

127

evento per lui rieducativo e responsabilizzante.

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’ illegittimità

dell’ art. 27 D. P. R. 448/1988 per la violazione degli artt.

3 e 31 Cos t. ed affermando un ecces so di delega, perché la

norma avrebbe introdotto una causa di non punibilità non

prevista dalla legge delega e ciò sarebbe confermato dall’

art. 3 (lett. l) della l. d. 81/1987, che non prevede alcun

proscioglimento per irrilevanza del fatto, ma la lacuna

determinata dalla Corte è stata colmata dal legislatore che,

128

con l. 123/1992, ha reintrodotto l’ istituto.

In linea generale s i ritiene che l’ art. 27 D. P. R. 448/1988

abbia introdotto un’ ipotesi decriminalizzante, tale da

realizzare tecniche alternative di non punibilità ed in

particolare è stata ravvisata l’ introduzione nell’

ordina mento di una causa personale di esenzione della pena

che, senza escludere l’ esistenza del reato, fa sì che da

questo non sorga l’ effetto ordinario che ne deriva, oss ia l’

129 : l’ istituto infatti, interviene sulla

applicazione della pena

reazione sanzionatoria della trasgressione; e dall’ altro

evidenza, nella sua struttura, il predominio degli ele menti

concernenti la personalità del minorenne.

Sotto l’ aspetto processuale, l’ art. 27 D. P. R. 448/1988

viene presentato co me uno strumento di divers ion, al fine di

127 Cfr. Giostra G., Il processo penale minorile: commento al D. P. R. 448/1988, Giuffrè, Milano,

2001, p. 248 s.

128 V. Corte Costituzionale n. 250 del 12 giugno 1991, in G. U. del 1991, in La giustizia penale,

1994, fascicolo 4, p. 214 ss.

129 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, CEDAM, Padova, 2007, p. 59. 109

concretizzare il minimo contatto tra il minorenne ed il

sistema penale, e come una nuova for mula definitoria,

130

specifica del processo penale minorile.

Sembrerebbe suss istere una contraddizione fra la finalità

rieducativa del procedimento e della sanzione penale e l’

esigenza di allontanare il minore dal processo, però vi sono

dei casi in cui il co mporta mento illecito non è

particolarmente allarmante e non desta preoccupazioni circa

il sano s viluppo del ragazzo, ma costituisce un fatto is olato,

determinato da un errore che non richiede la necessità di

una vera e propria rieducazione, per questo sarebbe inutile

131

immettere il minorenne nel processo penale.

La sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza

del fatto può essere pronunciata nella fase delle indagin i

preliminari, nell’ udienza preliminare, nel giudizio

immediato e direttissimo.

Nella fase delle indagini preliminari è indis pensabile che il

pubblico ministero assuma l’ iniziativa di richiedere la

sentenza: s i tratta di un obbligo processuale che il pm è

tenuto ad assolvere nel momento in cui ne sussistano le

condizioni; il pm non deve attendere la conclus ione delle

indagini, per presentare la richiesta, ma può inoltrarla sin

dall’ inizio delle investigazioni, e ciò è coerente con la

ratio di deflazione e mass ima semplificazione del rito.

130 Cfr. Giostra G., Il processo penale minorile: commento al D. P. R. 448/1988, cit., p. 250 ss.

131 Cfr. Arciuli F. R., Le nuove forme di devianza minorile: strumenti di tutela penale, civile ed

amministrativa, Giappichelli, Torino, 2008, p. 96. 110

Tuttavia le indagini devono essere svolte, perché la verifica

delle condizioni per la sentenza presuppone l’ accerta mento

della esistenza di un fatto costituente reato.

Competente ad e mettere la sentenza è il giudice per le

indagini preliminari che, verificata la suss istenza congiunta

dei presupposti, ha l’ obbligo di pronunciarla: la decis ione

è adottata sulla base sia degli ele menti assunti in Ca mera di

Consiglio, s ia degli atti delle indagini preliminari, in

quanto il pm, così come avviene quando esercita l’ azione

penale, deve mettere a dispos izione del giudice il materiale

acquisito, depositando il fascicolo presso la cancelleria.

Il gip fissa l’ udienza ca merale, il cui avviso deve essere

inviato all’ imputato, all’esercente la potestà genitoriale, al

difensore, alla persona offesa ed al pm, che devono essere

messi in condizione di poter intervenire in udienza.

La violazione dell’obbligo di inviare gli avvisi è condizione

di nullità, perché comunque non viene garantito il diritto d i

partecipare al procedimento, di intervenirvi e di ricevervi

assistenza tecnica.

In caso di rigetto della richiesta del pm, il gip deve

132

emettere ordinanza motivata, rimettendo gli atti al pm.

Il procedimento ritorna alla fase delle indagini preliminari

ed il pm può esercitare tutte le sue facoltà, (richiesta di

archiviazione, rinvio a giudizio..), inoltrando nuovamente

132 Cfr. Giostra G., Il processo penale minorile: commento al D. P. R. 448/1988, cit., p. 270 ss.

111

la richiesta della sentenza di non luogo a procedere per

133

irrilevanza del fatto, qualora emergano nuovi ele menti.

L’art. 27 comma 3 D. P. R. 448/1988 dà la poss ibilità all’

imputato, nel caso in cui voglia assumere una formula a lui

più favorevole, ed al Procuratore generale, qualora non

condivida la qualificazione del fatto come irrilevante, di

134

proporre appello.

Il proscioglimento per irrilevanza del fatto è

subordinato alla sussistenza di tre condizioni, due

oggettive, l’ altra soggettiva, che devono sussistere

congiunta mente:

- la tenuità del fatto,

- la occasionalità del comportamento,

- il pregiudizio che l’ ulteriore prosecuzione de l

procedimento può recare alle esigenze educative del

135

minore.

Accanto a queste condizioni espressamente richieste dall’

art. 27 D. P. R. 448/1988, s i richiede anche la sussistenza

di un presupposto implicito e la cui valutazione è di

carattere pregiudiziale, l’ ins uss is tenza delle condizioni per

l’ e missione di un decreto di archiviazione: quindi nelle

ipotesi in cui manchi una condizione di procedibilità, il

reato sia estinto, il fatto non sia previsto dalla legge come

reato o la notizia di reato non sia fondata, non può essere

133 Cfr. Antolisei F., Conti L., Manuale di diritto penale, Giuffrè, Milano, 1985, p. 642.

134 Cfr. Di Nuovo S., Grasso G, Diritto e procedura penale minorile: profili giuridici, psicologici e

sociali, Giuffrè, Milano, 1999, p. 300 s.

135 Cfr. Nunziata M., La sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, in Critica

penale, fascicoli I-II, 1998, p. 66 ss. 112

emessa sentenza di non luogo a procedere ma solo un

decreto di archiviazione.

La sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del

fatto presuppone l’ accerta mento della responsabilità dell’

imputato per il reato ascrittogli, in quanto impone un

giudizio di merito: è necessaria l’ esistenza di un fatto

positiva mente accertato, sia come accadimento, sia come

136

condotta di rilievo penale.

Il primo presupposto richiesto dall’ art. 27 D. P. R.

448/1988 è costituito dalla “tenuità del fatto”: si deve

trattare di un fatto di reato, quindi penalmente rilevante, ma

di scarsa cons is tenza e gravità.

La norma fa riferimento al <<fatto>> e non al <<danno>>,

legittimando un’ applicazione più estesa dell’ istituto

perché è poss ibile che si configuri un fatto tenue ma con un

danno rilevante o un fatto non tenue ma con un danno di

137

lieve entità.

Ai fini della tenuità, la norma non prende in considerazione

né la tipologia di reato né la pena comminata, anche se in

linea di principio devono essere qualificati tenui le

contravvenzioni ed i reati colposi, mentre ci si dovrebbe

aspettare un giudizio più severo per i reati lesivi di diritti

138

personali o dell’ integrità fisica.

La valutazione della tenuità del fatto deve essere svolta dal

giudice secondo i parametri previs ti nell’ art. 133 c.p.,

136 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 61.

137 Cfr. Locci L., Gli istituti del processo penale minorile a beneficio del minore: l’ irrilevanza del

fatto e la messa alla prova, cit., p. 89.

138 Cfr. Pepino L., Commento al cpp. Il processo minorile, UTET, Torino, 1994, p. 282 s. 113

anche se non è necessario cons iderarli tutti, (natura, specie,

oggetto, mezzi, te mpo, luogo ed ogni modalità dell’ azione,

nonché la gravità del danno o del pericolo cagionato alla

persona offesa, l’ intensità del dolo o il grado di colpa).

Il giudice deve valutare, nel complesso, le condizioni

personali, fa miliari ed a mbientali del minorenne, in

coerenza con l’ art. 9 D. P. R. 448/1988 che impone l’

accerta mento sulla personalità del minorenne al fine di

accertare la rilevanza sociale del fatto.

Può essere preso in considerazione anche il movente che ha

spinto il ragazzo a commettere il reato, valutando se il reo

perseguisse una finalità ludica o sia stato determinato a

commettere il reato per il timore di prevedibili reazioni nei

suoi confronti.

Secondo alcuni autori deve essere presa in cons iderazione

anche la capacità di delinquere del minorenne, quando la

condotta assunta successiva mente al reato porta a ritenere

che il fatto s ia tenue perché derivato da un’ eccess iva ed

incontrollata esuberanza del ragazzo, che poi si è però reso

conto dell’ illiceità del proprio co mporta mento; il beneficio

quindi non potrà applicarsi al minorenne che si presenta

139

come possibile recidivante o socialmente pericoloso.

Il secondo pres upposto è costituito dalla “occasionalità

140

del comporta mento”.

In dottrina alcuni hanno sostenuto, in riferimento a questa

condizione, che la non punibilità s ia legata al carattere di

139 Cfr. Giostra G., Il processo penale minorile: commento al D. P. R. 448/1988, cit., p. 260 ss.

140 Cfr. Palomba F., Il sistema del processo penale minorile, Giuffrè, Milano, 2002, p. 371. 114

eccezionalità della commissione del reato nell’ esperienza

dell’ agente: a tal fine non è richiesta necessaria mente la

unicità, bensì la mancata ripetizione nel te mpo del

141 : occasionale quindi può essere

medesimo comporta mento

ritenuto un fatto isolato o una condotta causata da

circostanze speciali non ripetibili.

Dato che il requisito della occasionalità viene riferito al

comportamento e non al fatto, altra parte della dottrina

pone la sua attenzione sulla nozione psicologica del

pres upposto, ossia su un atteggiamento dell’ agente,

rispetto all’ azione, che non deve essere voluta, cercata o

pre meditata ovvero non deve essere frutto di una scelta

142 , piuttosto

deviante precisa e sufficientemente orientata

determinata da circostanze particolari e pulsioni

momentanee: quindi non potre mo valutare come occasionali

i reati premeditati o continuati, in quanto vi è un

incompatibilità tra l’ identico disegno criminoso più o meno

143

voluto e l’ occas ionalità del comportamento.

In definitiva possiamo cons iderare occas ionali quelle

condotte determinate da circostanze che non si verificano

normalmente e che psicologicamente possono indurre il

ragazzo ad agire d’impulso.

Il terzo requis ito richiesto, ai fini della richiesta e

pronuncia della sentenza di non luogo a procedere per

irrilevanza del fatto, è rappresentato da una condizione

141 Cfr. Locci L., Gli istituti del processo penale minorile a beneficio del minore: l’ irrilevanza del

fatto e la messa alla prova, cit., p. 92 s.

142 Cfr. Giostra G., Il processo penale minorile: commento al D. P. R. 448/1988, cit., p. 266.

143 Cfr. Pepino L., Commento al cpp. Il processo minorile, cit., p. 887 s. 115

soggettiva consistente nel “pregiudizio che l’ ulteriore

corso del procedimento potrebbe causare alle esigenze

144

educative del minorenne imputato”.

La ragione di questo requisito è stata ravvisata nella

esigenza di prevenzione sociale in cui viene esaltata la

funzione educativa del processo.

In riferimento a questa condizione s i sono ravvisate due

teorie:

- la prima considera tale condizione come una funzione

esplicativa delle altre condizioni;

- la seconda considera il pregiudizio come pres uppos to

autonomo, quando viene accertato che il processo no n

potrebbe avere alcun effetto responsabilizzante, anzi

potrebbe determinare un effetto controproducente sul

percorso di crescita del ragazzo.

Quando il fatto è valutato come irrilevante il procedimento

proseguirà solo nell’ ipotesi in cui vi sia ragione di ritenere

che possa rappresentare un’ occas ione educativa per il

145 : perché il processo per il minorenne può

minorenne

essere causa di angoscia e di ansia, e può essere un input

per evolvere la propria personalità secondo modelli privi di

valore od ispirati a valori negativi.

144 Cfr. Larizza S., Le nuove risposte istituzionali alla criminalità minorile, in Trattato di diritto di

famiglia, cit., p. 196.

145 Cfr. Giostra G., Il processo penale minorile: commento al D. P. R. 448/1988, cit., p. 267 s. 116

3.2 Il perdono giudiziale: art. 169 c. p.

Il perdono giudiziale è stato introdotto col codice

penale del 1930 ed è disciplinato all’ art. 169, così come

modificato dall’ art. 19 R. D. 1404/1934.

L’ istituto si configura co me una causa di estinzione del

reato applicabile ai soli soggetti che, al momento della

commiss ione del fatto, avessero co mpiuto i 14 anni ma non

ancora i 18 e rappresenta una delle manifestazioni del

principio sulla base del quale il diritto penale minorile deve

perseguire il recupero del minore, anche rinunciando alla

146

pretesa punitiva.

Alla base dell’istituto vi sono considerazioni di

prevenzione speciale, nei confronti di un minorenne che per

la prima volta ed in modo del tutto occasionale si renda

autore di un illecito non grave e s i rinuncia a punire in

ragione degli effetti criminogeni che potrebbero derivargli

dalla pena e dallo stesso processo, garantendo una rapida

fuoriuscita dal circuito penale, per quei ragazzi che, pur

avendo co mmess o un reato, non esprimono un’ indole

delinquenziale tale da dover ricorrere al procedimento ed

147

alla sanzione rieducativa.

Il beneficio non potrà dunque essere disposto nei confronti

del minorenne che manifesta un fenomeno di devianza,

caratterizzato da un atteggiamento antigiuridico non

146 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 87.

147 Cfr. Dolce R., Il perdono giudiziale, in Enc. Dir., XXXII, 1982, p. 992 s. 117

occasionale ma radicato: il perdono giudiziale infatti è utile

nei confronti di quei giovani che non hanno una effettiva

predisposizione alla delinquenza, bensì che hanno tenuto

una condotta illecita isolata e di cui ne comprendono il

148

dis valore e le conseguenze che ne hanno cagionato.

Secondo l’art. 169 c.p. il perdono giudiziale può essere

disposto durante l’ udienza preliminare o il dibattimento,

quando per il reato co mmesso la legge stabilisce una pena

restrittiva della libertà personale non superiore nel massimo

a 2 anni, o una pena pecuniaria non superiore a 1.549 euro,

anche se congiunta alla pena detentiva, purché il giudice

ritenga, in base alle circostanze indicate nell’ art. 133 c.p.,

che il colpevole s i asterrà dal co mmettere nuovi reati: nel

primo caso il giudice rinuncia a disporre il rinvio a

giudizio, nel secondo si astiene dal pronunciare sentenza di

condanna.

L’ istituto non si applica a chi abbia riportato una condanna

per delitto, al delinquente o contravventore abituale o

149

professionale e può essere concesso una sola volta.

A quest’ ultimo propos ito è intervenuta la Corte

Costituzionale che ha stabilito che il perdono giudiziale

può essere concesso:

- sia in caso di reati legati dal vincolo di continuazione,

150

ma oggetto di distinti e separati processi,

148 Cfr. Arciuli F. R., Le nuove forme di devianza minorile: strumenti di tutela penale, civile ed

amministrativa, cit., p. 99.

149 Ivi, p. 98.

150 V. Corte Costituzionale n. 108 del 5 luglio 1973, in Giurispr. Costituz., 1973, p. 1248 ss. 118

- sia in caso di reato commesso anteriormente rispetto

alla prima sentenza che ha disposto il beneficio,

purché non vengano s uperati i limiti della pena

151

stabiliti dalla legge.

Per l’applicazione dell’ istituto si richiede il pos itivo

accerta mento della s uss istenza del reato, della colpevolezza

e dell’ imputabilità del minorenne e si presuppone che il

giudice abbia accertato la responsabilità dell’ imputato.

Per la concessione del perdono rileva s ia l’ entità della

pena, che il giudice riterrà di dover applicare al caso

concreto; s ia la pers onalità dell’ autore del reato, valutando

se il processo e la pena possano pregiudicare lo sviluppo

sano e corretto del ragazzo: si tratta di un giudizio

prognostico riguardo alla poss ibilità o meno che il

minorenne co mmetta nuovi reati, che il giudice deve

effettuare sulla base dei para metri indicati all’ art. 133 c. p.

A tal fine il giudice può tenere in considerazione anche i

precedenti giudiziari, come le denunce che, anche se non

sono indici di definitiva colpevolezza, denotano condotte

che si presentano incompatibili con la prognosi positiva di

astens ione da ulteriori reati.

Il perdono giudiziale, quando ricorrono le condizioni, è

disposto dal giudice dell’ udienza preliminare o de l

dibattimento, pronunciando sentenza di non luogo a

procedere o di non doversi procedere: il giudice fonda il

151 V. Corte Costituzionale n. 154 del 7 luglio 1976, in Rivista italiana di diritto e procedura

penale, 1997, fascicolo 3, p. 1156 ss. 119

proprio convincimento sulla base degli elementi acquisiti

durante le indagini preliminari.

L’estinzione del reato consegue immediata mente al

passaggio in giudicato della sentenza.

Nel concedere o meno il perdono giudiziale, il giudice

dispone di un a mpio potere discrezionale, che s i articola in

tre mo menti diversi: innanzitutto deve deter minare la pena

detentiva e/o pecuniaria, che dovrà essere irrogata

concretamente, in base agli ele menti indicati nell’ art. 133

c. p., il risultato di questa determinazione rappresenta un

pres upposto circa l’ applicabilità dell’ istituto.

In secondo luogo il giudice dovrà fare, sempre sulla base

dei criteri ex art. 133 c.p., una previsione futura circa la

condotta del minorenne, valutando se questi si asterrà dal

commettere nuovi reati.

In terzo luogo, qualora s uss is tano tutti i presupposti, il

giudice ha il potere discrezionale di concedere o no il

perdono giudiziale, discrezionalità che è stata qualificata

come una valutazione dell’ opportunità di concedere il

beneficio, ispirata alla funzione sociale del recupero del

minorenne, e che deve conciliare l’ esigenza di giustizia

esistente nel caso concreto e quella di attuare la

152

responsabilizzazione e la risocializzazione del reo.

Il perdono giudiziale non può essere disposto durante la

fase delle indagini preliminari, proprio perché pres uppone

la necessità di dar corso ad un adeguato esame nel merito.

152 Cfr. Baviera I., Diritto minorile: i soggetti, le istituzioni, sistema penale, rieducazione,

affiliazione, patria potestà, Giuffrè, Milano, 1965, p. 327 s. 120

Contro la sentenza può essere proposta opposizione, da

parte dell’ imputato o dal s uo difensore munito di procura

speciale: l’ opposizione può essere dichiarata inammiss ibile

con ordinanza, dallo stesso giudice che ha pronunciato la

sentenza, se proposta oltre i termini o da pers ona no n

153

legittimata.

3.3 La sospensione del processo e la messa alla prova:

artt. 28 e 29 D. P. R. 448/1988

L’ is tituto della messa alla prova, introdotto nell’

ordina mento penale minorile dagli artt. 28 e 29 D. P. R.

448/1988 e disciplinato anche dall’ art. 27 D. Lgs.

272/1989 rappresenta, assieme all’ istituto dell’ irrilevanza

del fatto, l’ aspetto più innovativo delle norme relative alle

procedure giudiziarie penali concernenti i minorenni ed è

volto ad assicurare un serio trattamento al minore deviante

153 Cfr. Di Nuovo S., Grasso G, Diritto e procedura penale minorile: profili giuridici, psicologici e

sociali, cit.,p. 310 ss. 121

e nello stesso te mpo ad incentivare il recupero attraverso la

154

prospettiva di evitare la condanna.

Vi sono numerose ipotesi in cui una immediata rinuncia alla

pretesa punitiva in presenza di gravi ele menti di

pericolosità sarebbe inopportuna, e vi sono altrettanti cas i

in cui inte mpestiva sarebbe una condanna in presenza di

valide possibilità di evoluzione positiva nel processo di

maturazione del ragazzo: in questi casi appare opportuna la

sospensione del processo per un deter minato periodo di

tempo, l’ imposizione di prescrizioni tendenti ad avviare ed

attuare il recupero sociale del minorenne, la valutazione

conclusiva dei ris ultati della prova ed in caso di esito

155

positivo, la rinuncia all’ irrogazione della condanna.

Più volte ho affermato che lo scopo del processo minorile

non sta solo nella repressione del reato, ma in particolare

nella rieducazione e risocializzazione dell’ imputato

minorenne: la differenziazione dello scopo del processo è

giustificata in relazione al diverso soggetto protagonista

della vicenda processuale, dato che l’ imputato è una

persona ancora in crescita e come tale vi è la possibilità di

attuarne un completo recupero.

L’ oggetto del processo quindi si sposta dal fatto alla

persona perché si pone l’ attenzione non sull’ evento

criminoso in sé, ma s ulla personalità del minorenne in

formazione e sul suo diritto all’ educazione.

154 Cfr. Ghiara V., La messa alla prova nella legge processuale minorile, in Giust. Pen., III, 1991,

p. 82.

155 Cfr. Giambruno S., Sospensione del processo e messa alla prova dell’imputato: un’opportuna

innovazione nel sistema processuale penale minorile, in Giur. Mer., 1991, p. 607. 122

La messa alla prova offre al minorenne, entrato nel circuito

penale per aver assunto una condotta penalmente rilevante,

la poss ibilità di intraprendere un percorso in vista di un

156 : l’ istituto riflette la

cambia mento del suo stile di vita

funzione rieducativa del processo penale minorile e l’

esigenza di una conoscenza approfondita della personalità

dell’ imputato.

La messa alla prova rappresenta un’ opportunità importante

per il ragazzo perché l’indagine conduce all’individuazione

dell’ autore dell’ azione, al fine di conoscere la persona

157 , per

prescindendo dall’ atto specifico che ha compiuto

questo è indispensabile che la valutazione dei percorsi di

messa alla prova siano contestualizzati alla persona, perché

altrimenti s i rischia che diventi una semplice misura penale

158

con prescrizioni da ade mpiere.

Secondo l’ art. 28 comma 1 D. P. R. 448/1988 il giudice,

quando ritiene di dover valutare la personalità del

minorenne, può disporre, con ordinanza motivata, la

sospensione del processo.

Il beneficio può essere concesso:

- per qualsiasi tipo di reato punito con quals ias i pena;

- nei confronti sia di chi sia minorenne al mo mento

della pronuncia dell’ ordinanza, sia di chi abbia

raggiunto la maggiore età alla data del provvedimento;

156 Cfr. Sambuco G., Sulla messa alla prova dell’ imputato minorenne, in Giurispr. Ital., fascicolo

12, 2008, p. 2895.

157 Cfr. Locci L., Gli istituti del processo penale minorile a beneficio del minore: l’ irrilevanza del

fatto e la messa alla prova, cit., p. 99.

158 Cfr. Gregori D., La devianza minorile tra sanzioni e recupero: quali strumenti di intervento?,

in Minorigiustuzia, fascicolo 1, 2007, p. 41. 123

- per un periodo massimo di 3 anni quando s i procede

per reati per i quali è prevista la pena della reclusione

non inferiore nel massimo a 12 anni e per un periodo

di 1 anno, negli altri cas i.

Durante il periodo di sospensione è sospeso il corso della

159

prescrizione.

Il giudice può disporre la messa alla prova quando la

valutazione del fatto e della personalità dell’ autore

inducano a ritenere concrete le pros pettive di una

rieducazione dell’ imputato; la condizione posta per la

concessione del beneficio è la necess ità, ritenuta dal

giudice, di valutare la personalità del minorenne: il giudice

deve basare la sua indagine s ulla ricerca di ele menti idonei

a valutare l’ adeguatezza dell’ istituto circa la rieducazione

ed il positivo reinserimento del ragazzo nella società; tali

ele menti possono essere individuati tenendo in

considerazione il tipo di reato commesso, le modalità di

attuazione, i motivi che lo hanno spinto a delinquere, i suoi

160

precedenti penali, ed il suo carattere.

Il giudice deve valutare l’ esistenza o meno nel ragazzo, di

risorse sufficienti ad intraprendere tale percorso di

maturazione e di responsabilizzazione e se vi sia la sua

161

disponibilità al cambia mento.

I presupposti per la concessione della messa alla prova

si distinguono in oggettivi e soggettivi a seconda che si

159 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 69.

160 Cfr. Mantovani F., Il problema della criminalità, CEDAM, Padova, 1984, p. 503.

161 Cfr. Sambuco G., Sulla messa alla prova dell’ imputato minorenne, cit., p. 2895. 124

riferiscano alla verifica di circostanze relative al fatto

commesso, o riguardino ele menti attinenti alle condizioni

personali dell’ imputato.

Prioritario è l’accerta mento della responsabilità penale

dell’ imputato, in quanto sarebbe illegittima un’ ordinanza

di sospensione pronunciata nei confronti di un minorenne,

162 : la messa

per il quale fosse possibile il proscioglimento

alla prova infatti è preclusa ogni qual volta s uss ista una

causa di proscioglimento immediato ( ai sensi dell’art. 129

c.p.p.), o un dubbio circa la responsabilità penale o l’

esistenza di condizioni di procedibilità o di cause estintive

del reato, che comportano il proscioglimento, o quando

suss is tano i presupposti per l’e manazione di un

provvedimento di archiviazione; l’accerta mento della

responsabilità penale è stato ritenuto presupposto

essenziale, concettuale e siste matico, in riferimento

all’istituto della messa alla prova, per il quale quindi va

verificata la sussistenza di un fatto penalmente rilevante e

che l’imputato lo ha commesso in assenza di caus e di

163

giustificazione.

In presenza dei presupposti indicati all’art. 27 D. P. R.

448/1988 va e messa sentenza di non luogo a procedere per

irrilevanza del fatto: in queste ipotesi la messa alla prova

non potrà essere utilizzata co me strumento per individuare

gli ele menti volti a stabilire se il fatto commesso sia o

meno rilevante.

162 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 71.

163 Cfr. Losana C., Commento al cpp, Giuffrè, Milano, 2000, p. 298. 125

In presenza invece delle condizioni per disporre il perdono

giudiziale, ex art. 169 c.p., questa formula di

proscioglimento ha precedenza ris petto alla sospensione del

processo con messa alla prova, perché più favorevole per l’

imputato dato che permette l’ uscita del minorenne da l

circuito penale, attraverso l’ immediata estinzione del

164

reato.

I presupposti soggettivi sono quelli che riguardano prima di

tutto la personalità del minorenne, per il quale la misura

deve essere utile e cos truttiva: presupposto della prova è

che questa consenta un giudizio prognostico positivo sul

suo esito, oss ia s ulla rieducazione e sulla evoluzione del

ragazzo verso modelli s ocialmente adeguati e fondato anche

sulla circostanza che il reato non costituisca una scelta di

vita, ma sia stato una manifestazione di disagio te mporaneo

dell’ adolescente, che deve dimos trare la sua capacità di

impegnarsi positiva mente in un progetto di crescita e d i

responsabilizzazione, in modo tale che il soggetto che

compare all’ udienza finale di valutazione della prova possa

essere ritenuto una persona diversa rispetto a quella che ha

commesso il fatto.

In secondo luogo va valutata la maturità del giovane, intesa

come attitudine alla maturazione dopo il fatto e per il

futuro e non necessaria mente come condizione già

acquisita; bisogna poi procedere all’ accerta mento della

capacità di intendere e di volere, dato che in mancanza di

164 Cfr. Giostra G., Il processo penale minorile: commento al D. P. R. 448/1988, cit., p. 294 ss.

126

tale requis ito, il giudice dovrebbe pronunciare sentenza di

assoluzione o di non luogo a procedere per difetto di

imputabilità dell’ accusato.

La capacità di intendere e di volere va accertata al momento

del fatto ma deve sussistere anche durante il processo,

perché il ragazzo deve avere l’ attitudine di partecipare

165

consapevolmente alle vicende processuali.

Per la concessione della messa alla prova, essendo una

misura particolarmente significativa sotto l’ aspetto

rieducativo, si ritiene indispensabile il consenso del

minorenne, inteso co me chiara volontà di sottopors i al

progra mma elaborato o almeno come esplicita disponibilità

ad assoggettarsi: sarebbe infatti inutile, una messa alla

prova quando fosse probabile l’ esito negativo a causa del

166 ; quindi la prova deve essere negata

dissenso del ragazzo

ogni qual volta l’ adesione dell’ imputato sia indotta dall’

evidente utilità della cancellazione del reato e quando il

ragazzo non aderisca ai piani s tabilit i dal servizio sociale.

Possono essere oggetto di valutazione anche i

comportamenti ass unti s uccess iva mente al fatto commesso,

quando evidenziano un’ evoluzione positiva della

personalità del minorenne, cos ì come rilevano in negativo i

comportamenti criminosi posti in essere successiva mente al

fatto, dimostrando la sua volontà a non ca mbiare modo d i

vivere.

165 Ivi, pp. 300 ss.

166 Cfr. Ricciotti R., La giustizia penale minorile, cit., p. 72 s. 127

Infine hanno una rilevanza nella valutazione, ai fini della

concessione o meno del beneficio, le condizioni sociali,

ambientali e fa miliari in cui vive il giovane: indispensabile

è l’ass istenza della famiglia e l’intervento dei servizi

sociali al fine di sostenere il ragazzo, per avviarlo verso

uno stile di vita migliore, in modo tale da allontanarlo da

quegli ambienti che lo influenzano negativamente.

Pre messa indispensabile per l’ordinanza di sospensione

del processo con messa alla prova è l’esistenza di un

progetto, la cui formulazione spetta ai servizi sociali, in

particolare dai servizi minorili dell’ amministrazione della

giustizia in collaborazione con i servizi socio-assistenziali

dell’ ente locale.

Il progetto di intervento riflette il contenuto della decis ione

del giudice: con esso il giudice ed i servizi indicano il

progra mma di vita che il ragazzo s i impegna ad assumere e

che può procedere l’ ordinanza o potrebbe anche seguirla

per uniformarsi alle indicazioni e raccomandazioni del

167 ; l’art. 27 d. lgs. 272/1989 però prevede che il

giudice

provvedimento di sospens ione del processo deve ris ultare

ancorato ad un progetto di intervento elaborato dai serviz i

minorili, s ulla base di specific i parametri operativi

prefissati dalle leggi: di fatti l’ assenza del progetto al

momento dell’ ordinanza di sospens ione con messa alla

prova rappresenta un grave pregiudizio per le garanzie del

minorenne, per questo s i ritiene che l’ elaborazione del

167 Cfr. Giostra G., Il processo penale minorile: commento al D. P. R. 448/1988, cit., p. 321. 128

progetto deve precedere l’udienza in cui verrà disposta la

sospensione.

Il progetto di intervento deve presentare alcune

caratteris tiche essenziali:

- consensualità del minorenne, perché il progetto deve

essere accettato dal ragazzo, in modo tale che questi

dimostri la propria disponibilità al cambia mento che

l’ esperienza della messa alla prova può in lui

determinare. Il coinvolgimento del giovane deve

essere volontario e non forzato ed il consenso deve

provenire dopo aver mostrato le conseguenze che

potrebbero derivare da un eventuale esito negativo

della prova;

- adeguatezza e praticabilità, in quanto il progetto

deve essere serio, concreto e personalizzato, in modo

da renderlo quanto più poss ibile idoneo alle es igenze

del ragazzo, e da porlo nella condizione di poter

assolvere gli impegni che gli si chiede di adempiere;

- flessibilità, dato che il progetto deve essere

strutturato in modo da permettere modifiche in corso

di esecuzione per contes tualizzarlo alle mutate

168

condizioni personali o sociali del giovane.

A quest’ ultimo proposito il giudice è escluso dalla fase di

elaborazione del progetto, ma ha il potere di prospettare

modifiche, introdurre prescrizioni e suggerire integrazioni.

168 Cfr. Sambuco G., Sulla messa alla prova dell’ imputato minorenne, cit., p. 2896. 129

Per quanto concerne il contenuto del progetto l’ art. 27

comma 2 d. lgs. 272/1989 stabilisce che esso deve

prevedere:

� gli impegni specifici che il minorenne assume,

� le modalità di coinvolgimento del minorenne, della

famiglia e del sua ambiente di vita,

� le modalità di partecipazione al progetto degli

operatori di giustizia e dell’ ente locale,

� le modalità di attuazione eventualmente dirette a

riparare le conseguenze del reato e a promuovere la

conciliazione del minorenne con la persona offesa.

Per quanto concerne <<gli impegni che il minore deve

assumere>>, la disposizione presenta un contenuto generico

e semplificativo, ma non esauriente dato che il progra mma

può disporre prescrizioni inerenti la libertà o il divieto di

frequentare determinati luoghi, l’ impegno di s volgere

determinate attività di lavoro, istruzione o volontariato ed

ogni altro comporta mento riguardante il suo collocamento

nella società, il divieto di soggiornare in uno o più comuni

o l’ obbligo di ris iedere in un determinato comune, ed

inoltre il progetto può anche stabilire eventuali imposizioni

di tratta menti terapeutici o psichiatrici.

In secondo luogo il progetto deve indicare <<le modalità di

coinvolgimento del ragazzo e del s uo nucleo familiare>>,

dato che l’ ambiente che circonda il giovane viene

considerato un aspetto cruciale nell’ individuazione e nella

rimozione delle cause della devianza, in questo modo il

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Francy6683 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di diritto penale minorile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Colamussi Marilena.

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