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Riassunto esame Diritto Processuale Penale, prof. Giostra, libro consigliato Il Processo Penale Minorile

Riassunto per l'esame di Diritto Processuale Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il Processo Penale Minorile, Giostra. Gli argomenti sono: i principi generali del processo a carico di minorenni, il principio di sussidiarietà, gli organi giudiziari nel procedimento processuale (CSM, PM, GUP, GIP), il tribunale dei minori ed il ruolo della Corte... Vedi di più

Esame di diritto processuale penale docente Prof. G. Giostra

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sarebbe dunque illegittimo il comma IV dell’art.27 dove preclude la pronuncia di irrilevanza all’esito

dell’ordinario giudizio dibattimentale.

La declaratoria di irrilevanza è uguale alla sentenza di assoluzione ex art.530.

Il processo più concludersi anche in appello, con una decisione di irrilevanza. È preclusa l’emissione di una

sentenza ex art.27 nel giudizio di cassazione (si tratterebbe di una valutazione di merito, estranea alla

cassazione).

Le impugnazioni possono aversi in seguito a procedimenti speciali ex art.27, o in fase processuale. L’art.27

come III sancisce che contro la sentenza pronunciata in fase processuale è proponibile appello, invece

escluso in udienza preliminare, limitato nel dibattimento, ma intatto nel corso delle indagini. Ciò rappresenta

una enorme disparità di trattamento. Sono dunque necessarie delle garanzie di revisione della sentenza nel

merito, altrimenti il minore prosciolto per irrilevanza durante le indagini non avrebbe altro che il ricorso per

Cassazione (e in nessun’altra sede la revisione è sostituita solo dal ricorso in Cassazione!). ma la normativa

rimane in ogni caso insufficiente ed incoerente.

Sono legittimati il minorenne (per ottenere una formula di proscioglimento più favorevole), il procuratore

generale presso la corte d’appello (se non condivide la politica del GIP e del GUP in favore dell’imputato),

dall’esercente la potestà dei genitori (ex art. 34 I comma), dal difensore dell’imputato. Non è invece

legittimato il PM presso il tribunale, il quale richiedendo la sentenza di proscioglimento ha già manifestato la

propria idea.

La Corte d’appello ha il potere di confermare la sentenza, o restituire gli atti al Pm, perché provveda con le

forme ordinarie. Ogni altra soluzione è preclusa (censurata la decisione di primo grado, non possono aversi

né perdono giudiziale, né può essere emesso decreto che dispone il giudizio). È comunque possibile il

proscioglimento ex art. 129 cpp qualora ne ricorrano i presupposti.

Per quanto riguarda la forma della decisione, vi sono orientamenti diversi: da una parte alcuni richiedono

l’ordinanza (richiamando l’art.127 cpp), dall’altra altri la sentenza (secondo l’interpretazione

giurisprudenziale dell’art.599 cpp).

Il ricorso per saltum della sentenza del GIP, presente nel testo originario (ex art. 569cpp), è oggi scomparso,

per cui si ritiene essere oggi precluso.

Contro la sentenza pronunciata in appello si ha ordinario ricorso per cassazione (art.111 cost e 568 II comma

cpp).

È prevista anche l’opposizione contro la sentenza emessa in udienza preliminare; tale opposizione però era

prevista solo per la sentenza di condanna, e la Corte Cost con sent 77/1993 ne ha ampliato l’ambito anche a

tutte le sentenze dove la responsabilità dell’imputato è necessariamente presupposta.

L’imputato infatti ha un doppio potere inibitorio: a priori (non dando il consenso) ed a posteriori

(opponendosi alla sentenza una volta emessa).

Con le modifiche all’art. 32 con L.63/2001 è stata superata Corte 77/1993, che ampliava la possibilità di

opposizione in quanto non era previsto il consenso preventivo; oggi invece il consenso è quasi sempre

previsto, per cui l’opposizione si dovrebbe avere solo per le decisioni per le quali si può prescindere dal

consenso del minore. La richiesta del consenso dovrebbe escludere la possibilità di opposizione.

La revoca della sentenza si ritiene non praticabile, ma in realtà non lo è solo se le nuove fonti di prova si

riferiscono alla responsabilità (già appurata); è possibile invece se dimostrano la non tenuità del fatto, o la

non occasionalità.

Il ricorso per Cassazione può essere chiesto ad opera di tutte le parti, ma senza limiti per il PM, mentre solo

per sopravvenienza di decisive, per l’imputato.

La sentenza non è utilizzabile in altri procedimenti nella parte in cui accerta la responsabilità; e comunque

all’art.10 già stabiliva la non efficacia del giudicato nel giudizio civile.

La non iscrizione nel casellario giudiziario evita l’effetto stigmatizzante per il minore.

L’art.27 è compatibile inoltre con il giudizio per direttissima e quello immediato, anche se essendo quello

per direttissima specifico per l’arresto in flagranza in ipotesi gravi, ci si chiede come conciliarlo con la

tenuità del fatto. Anche nell’immediato l’evidenza della prova comporta l’impossibilità di emettere sentenza

di non luogo a procedere, ed anche cui i 2 istituti sono mal conciliabili.

Per quanto riguarda il giudizio abbreviato, non essendo questo nominato, vi sono opinioni discordanti a

riguardo. 1

In sede di opposizione alla sentenza di condanna emessa in udienza preliminare, ci si chiede se possa essere

applicato l’art.32 bis. Ciò è escluso in quanto l’art. 27 comma IV non cita tale sede: una modifica in tal senso

sarebbe però auspicabile.

Art. 28 - Sospensione del processo e messa alla prova

1. Il giudice, sentite le parti, può disporre con ordinanza la sospensione del processo quando ritiene di

dover valutare la personalità del minorenne all’esito della prova disposta a norma del comma 2. Il processo

è sospeso per un periodo non superiore a tre anni quando si procede per reati per i quali è prevista la pena

dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a dodici anni; negli altri casi, per un periodo

non superiore a un anno. Durante tale periodo è sospeso il corso della prescrizione .

2. Con l’ordinanza di sospensione il giudice affida il minorenne ai servizi minorili dell’amministrazione

della giustizia per lo svolgimento, anche in collaborazione con i servizi locali, delle opportune attività di

osservazione, trattamento e sostegno. Con il medesimo provvedimento il giudice può impartire prescrizioni

dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona

offesa dal reato.

3. Contro l’ordinanza possono ricorrere per cassazione il pubblico ministero, l’imputato e il suo difensore.

4. La sospensione non può essere disposta se l’imputato chiede il giudizio abbreviato o il giudizio immediato

.

5. La sospensione è revocata in caso di ripetute e gravi trasgressioni alle prescrizioni imposte.

Tale articolo introduce una ipotesi di probation nuova per il nostro ordinamento. La sua particolarità è che

precede la sentenza di merito,anziché seguirla. L’impegno del minore non comporta tanto la rinuncia ad

eseguire la pena, quanto quella di pronunciare proprio una condanna.

La probation, alternativa alla detenzione, comporta:

- La sospensione del procedimento sanzionatorio

- L’imposizione di divieti e doveri durante la prova

- L’affiancamento di enti per il sostegno ed il controllo

- La valutazione conclusiva della prova (se l’esito sarà positivo, si rinuncerà alla punizione)

Tale istituto si applica quando il reato è sintomo di un disagio temporaneo, ed il minore ha dato

dimostrazione di impegno positivo; l’obiettivo è quello di un giudizio prognostico sul reinserimento del

minore.

Non si tratta di una misura clemenziale, ma in ogni caso evita la sanzione, è strumento di attuazione di

obiettivi tipici del processo minore (per la rapida fuoriuscita dal circuito penale, per la tempestività

dell’intervento, per la mediazione tra il minore e la vittima, per la necessità di una risposta individualizzata).

Evita inoltre, cosa importantissima, l’etichettamento.

L’art.28 prende spunto dalle regole di Pechino, che richiamano l’importanza dei percorsi alternativi al

processo. Il fondamento costituzionale è dato dal combinato disposto degli art.27 III comma e 31 II comma,

secondo i quali il legislatore deve individuare gli strumenti sanzionatori che favoriscano il recupero del

minore. Riferimenti alla costituzione si hanno anche tramite gli artt. 2 II e III comma, e art.4 II comma,

secondo i quali il minore ha il diritto ad un pieno e completo sviluppo della personalità e all’inserimento

sociale.

Si ha qui una giurisdizione senza pena: è ciò illegittimo per violazione dell’art.76 cost? la legge delega

prevede la facoltà del giudice di sospendere il processo, senza nulla dire riguardo a tale provvedimento,

dunque si ritiene che gli artt.28 e 29 abbiano solo sviluppato una delega non compiuta. La questione di

illegittimità costituzionale è stato così dichiarata manifestamente infondata.

Si tratta di una sospensione impropria, ossia di una fase incidentale davanti allo stesso giudice che l’ha

disposta, è facoltativa (il giudice più disporla, valutata la sussistenza dei dati presupposti ed in base a 1

considerazione di opportunità), si tratta di un rito alternativo solo per il processo minorile, dal carattere

pattizio (per il consenso) ed il suo inadempimento causa la ripresa del processo.

Vi è affinità con l’estinzione del reato conseguente a condotte riparatorie (art.35 d.lgs 274/2000), disciplinato

nell’ambito del rito penale davanti al giudice di pace. Dal combinato disposto degli artt.4 ultimo comma e 63

I comma del d.lgs 274/2000 si evince che il tribunale per minorenni, quando giudichi reati normalmente

affidati alla cognizione del giudice di pace, deve attenersi ad alcune norme del decreto solo in quanto

applicabili. Fra queste è compreso l’art.35, che sancisce che il reato è dichiarato estinto già nella prima

udienza se il minore dimostri di aver riparato. All’udienza inoltre può chiedere (se non l’ha già fatto) di

eliminare le conseguenze dell’illecito: se tali attività riparatorie vengono eseguite, il giudice dichiara estinto

il reato.

L’art.35 d.lgs 274/2000 può coesistere con l’art.28, o quest’ultimo esclude il primo? Per alcuni è

configurabile la convivenza dei 2, in quanto operano su piani diversi, mentre i più però optano per l’opposta

soluzione, in quanto, pur essendo simili, hanno differenze che rendono incompatibile l’art.35 con il rito

minorile: la riparazione infatti non è ammessa nel processo minorile, essendo bandita l’azione civile, e in tal

modo verrebbe posto l’accento più sulla materialità delle conseguenze che non sulla personalità dell’autore

del reato.

I presupposti sono configurabili ogni qualvolta il giudice ritenga esperibile un tentativo di recupero del

minore, sulla base degli accertamenti obbligatori ex art.9. La messa alla prova occupa una posizione

intermedia tra la pena e l’uscita dal circuito penale. Il testo normativo è generico sulle condizioni per

l’ammissione, e ciò lascia ampia discrezionalità al giudice: ciò comporta sicuramente la massima

realizzazione degli scopi dell’istituto (soggettivismo interpretativo), ma vi è il pericolo di applicazioni

disuguali a seconda dei casi.

I presupposti OGGETTIVI si fondano sulla verifica dei fatti e delle circostanze estranee alla condizione

dell’imputato, e sono:

- L’accertamento della responsabilità penale

Per la natura penale della messa alla prova, è necessaria la salvaguardia del principio di legalità e

della presunzione di non colpevolezza, e ciò conferma la previsione di durate diverse a seconda della

pena prevista per quel reato. Per la giurisprudenza basterebbe la non infondatezza dell’accusa, e

l’insussistenza delle condizioni per applicare l’art.425 cpp; mentre per la dottrina l’accertamento

preventivo della responsabilità è sommario e non definitivo, dovendosi svolgere allo stato degli atti.

- Non vi deve essere una causa di proscioglimento immediato ex art.129 cpp o i presupposti per

emettere una sentenza conclusiva ex art.425 e 529 cpp

Qualora vi sia dubbio sulla responsabilità penale o sull’esistenza di condizioni di procedibilità o di

cause estintive del reato, si deve arrivare al proscioglimento, essendo preclusa la sospensione ex

art.28

- Non vi devono essere i presupposti per l’applicazione dell’art.27

Verrebbe altrimenti emessa subito una sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto.

Nelle ipotesi dubbie, prevale l’art.27 perché più favorevole.

- Se vi è alternativa tra l’art.28 e la sospensione condizionale della pena,

si applica l’art.28 per il favor rei

- Non è necessaria la confessione dell’imptato

Perché non è prescritta da legge, e perché invertirebbe l’onere della prova sulla responsabilità, che

grava invece sul PM. Sarebbe in contrasto con l’art.3 (benefici diversi non la richiedono) e con gli

artt.27 e 31 cost (per l’efficacia rieducativa della pena, essendo qui condizione della misura, non

obiettivo). In ogni caso la confessione viene valutata poi come elemento che porta all’esito positivo.

- Non vi sono limiti alla tipologia di reati cui è applicabile la messa alla prova

La corte cost con sent 412/1990 ha dichiarato infondata la questione di legittimità costituzionale in

relazione all’art.3 cost nella parte in cui l’art.28 e l’art.29 non prevedevano l’applicabilità anche per i

reati puniti con l’ergastolo. Per la corte l’applicabilità a tali reati è desumibile dallo stesso articolo 2

(massima discrezionalità del giudice); il legislatore tuttavia ha poi esplicitato tale punto, stabilendo

che la gravità del reato non deve considerarsi preclusiva della messa alla prova. Tuttavia ciò suscita

perplessità, in quanto i delitti gravissimi sono indice di lacerazioni profonde, non colmabili con tale 1

strumento. Sarebbe dunque sconsigliabile la messa in prova per tali reati, soprattutto in riferimento ai

delitti efferati, o privi di motivazione.

- La messa alla prova è incompatibile con le misure cautelari in corso di esecuzione

I presupposti delle misure cautelari (rischio compromissioni, fuga , pericolo per la sicurezza della

collettività) sono incompatibili con la messa alla prova. Se il giudice ritiene esistenti i presupposti

della messa alla prova, dovrebbe revocare la misura cautelare, anche con l’ordinanza stessa di

sospensione. Alcuni autori li ritengono invece coesistenti, ma si tratta solo di voci isolate.

- È ammissibile la messa alla prova di un minorenne, collaboratore di giustizia, sottoposto a

programma di protezione

Ponendo in essere gli opportuni adattamenti per il particolare status, sia per quanto riguarda

l’articolazione del programma, sua per la struttura cui il minore sarà affidato. Per molti invece i 2

istituti non posso coesistere, in quanto l’evoluzione positiva può verificarsi solo in una condizione di

libertà: nel programma di protezione l’unica alternativa sarebbe quella della rottura della

collaborazione. La funzione di sostegno e controllo non sarebbe esercitabile dal servizio di

protezione, che deve solo salvaguardare la vita e l’integrità fisica dei testimoni, non anche vigilare

sulle loro condotte o offrire sostegno.

- È ammissibile la messa alla prova se il soggetto è già in affidamento in prova per altri reati

I 2 istituti si sovrappongono.

Presupposti SOGGETTIVI:

- Personalità del minore:

la messa alla prova deve poter consentire un giudizio prognostico positivo sull’esito della prova; il

reato deve essere sintomo di un disagio solo temporaneo. Gli elementi per valutare ciò sono: il tipo

di reato commesso, le modalità esecutive, i motivi a delinquere, i precedenti penali, la personalità ed

il carattere dell’imputato. Se la prognosi di tali elementi è positiva, vi sarà la messa alla prova.

Questa è concessa infatti solo se il fatto è un episodio del tutto occasionale, e non vi sono gravi

disagi nel sistema di vita del minore; quando il giudice non più valutare la personalità del minore per

mancanza di elementi (se li ha già invece, non serve la messa alla prova); quando è necessaria

un’unica valutazione, essendo la situazione evolutiva non chiara, ma essendovi la presunzione che

con opportuni sostegni questa possa diventare positiva.

- Maturità del minore:

è cosa diversa dall’imputabilità, essendo riferita all’attitudine alla maturazione dopo il fatto e per il

futuro. Non si tratta di una condizione acquisita. È necessario che il minore colga il significato

dell’istituto.

- Capacità di intendere e volere:

altrimenti vi sarebbe difetto di imputabilità e sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere. Il

controllo si deve effettuare con strumenti processuali disponibili (anche la perizia) e deve riguardare

il momento della commissione del fatto. È necessaria la coscienza e la volontà di aderire alla prova,

per cui tale consapevolezza deve sussistere al momento della commissione, ma deve anche

permanere.

- Consenso del minore:

l’imputato deve mostrare la chiara volontà di sottoporsi a prova, o deve rendere esplicita la propria

disponibilità. Questo si desume dall’art.27, che sancisce che il minore assume gli impegni, e

dall’art.24 cost, nel quale si esplica la necessità del consenso, altrimenti sarebbe leso il diritto alla

difesa. Anche per l’art.111 cost, quando la sospensione si verifica nel corso dell’udienza preliminare

(senza quindi contraddittorio), tale deroga deve essere fondata su parametri che la giustifichino

costituzionalmente (quindi sul consenso). Non basta il consenso prestato prima della sentenza per

l’estinzione del reato in base all’esito positivo della prova, ma deve essere prestato già prima

dell’ordinanza sospensiva. Una volta prestato, poi è superfluo per l’esito proscioglitivo finale. Anche

per le regole di Pechino, e per la funzione propria dell’istituto, si preferisce costruirlo su base

consensuale (si garantisce un maggiore successo della prova). Al contrario, per la corte cost

125/1995 il consenso non sarebbe necessario, in quanto il legislatore non avrebbe subordinato

l’istituto al consenso per rendere massima la discrezionalità del giudice. Dello stesso avviso la

dottrina: nessuna norma afferma il carattere pattizio della messa alla prova, per cui il consenso del

minore sarebbe obbligatorio ma non vincolante. Il consenso presuppone la capacità naturale, ed una 1

volontà effettiva, leale e sincera, che non si basi solo sulla volontà di cancellare il reato. Deve inoltre

essere esplicito, per rendere più manifesta la serietà del proposito (per altra parte della dottrina,

invece, può anche essere implicito). Il consenso non deve riguardare la messa alla prova in generale,

ma deve toccare tutti gli aspetti del programma (in tal senso la lettura dell’art.27, mentre la dottrina

propende per l’istituto in generale). Il consenso delle altre parti processuali è obbligatorio,

sicuramente utile, ma non vincolante.

- Non è ammissibile la messa alla prova per l’imputato socialmente pericoloso

In quanto l’istituto non condivide i presupposti delle misure di sicurezza

- I precedenti penali non precludono la sospensione

Ma possono essere oggetto di valutazione

- È irrilevante l’aver usufruito già in precedenza di altre messe alla prova

Sono infatti possibili più concessioni, ed il fallimento di una non pregiudica le altre.

- È possibile la messa alla prova dell’imputato divenuto maggiorenne,

perché tutte le norme quando nominano il minore si riferiscono all’epoca del compimento del fatto,

mentre non è precluso nulla all’imputato divenuto maggiorenne nel frattempo. L’opportunità della

misura, comunque, è da valutare caso per caso, e mentre è possibile per il soggetto maggiorenne

ancora immaturo, è esclusa per il maggiorenne ormai strutturato per tragiche esperienze di vita (es.

imputata madre che si misura con la quotidianità di adulta, né per il soggetto ormai prossimo alla

maggiore età). Altri addirittura propendono per l’applicabilità solo ai minori del provvedimento. La

soluzione intermedia, invece, richiede che qualora la maggiore età sia stata raggiunta prima

dell’inizio della prova, questa è preclusa. Se il soggetto invece diviene maggiorenne durante la

prova, questa è mantenuta.

- Vanno valutati anche i comportamenti successivi al fatto:

ma va posta la massima cautela nell’interpretare tale indice, non essendo sufficiente per

l’ammissione alla messa alla prova (magari possono essere stati compiuti solo per fini processuali).

Rilevano però le condotte criminose successive al fatto.

- Vanno considerate le condizioni socio-ambientali, familiari ed individuali:

si tratta di limiti di natura sostanziale alla messa alla prova, in quanto si va a verificare la presenza

intorno al minore delle risorse per il recupero. Si richiede il supporto della famiglia e la concreta

attivazione dei servizi sociali e delle strutture riabilitative, che possano offrire assistenza

continuativa. Per usare tale indice bisogna porre però molta cautela, in quanto si tratta di fattori

esterni al minore stesso.

Il procedimento comincia con l’iniziativa delle parti o del giudice d’ufficio; il PM registra la valutazione

psicologica e sociologica dei servizi sociali. Se la messa alla prova promana dal giudice d’ufficio, questi

valuta la sussistenza dei presupposti ed invita i servizi sociali ad elaborare un progetto di intervento. In ogni

caso delibererà sull’argomento il giudice in composizione collegiale,per il ruolo dato alla componente non

togata che valuterà la personalità del minore. In teoria, il giudice può decidere anche in contrasto con i

servizi sociali, ma tale scelta si ritiene rischiosa. La decisione presuppone il contradditorio, dato dalla mera

audizione del minore, ma che è comunque condizione essenziale, e rappresenta l’unico onere per il collegio,

sanzionabile con nullità ex art.178 lett B e 179 cpp. Per quanto riguarda il PM, non è prevista la nullità

assoluta (non è riconducibile all’esercizio dell’azione penale), ma intermedia (partecipazione al

procedimento). Lo stesso dicasi per la difesa, che garantisce che il minore possa prospettare soluzioni diverse

più favorevoli. Non vi sono norme sul confronto, dunque è da ritenere che si debba svolgere in udienza

preliminare o in dibattimento. Necessaria l’audizione del PM e del difensore, e l’informativa all’imputato.

L’esercente la potestà non ha un ruolo autonomo (non vi è l’obbligo di sentirlo) ma ciò sarebbe stato

auspicabile, in quanto si tratta di una figura chiave per l’autodifesa dell’imputato. È stato esteso il

riferimento anche ai genitori ed ai servizi sociali, ma non essendo parti, non hanno diritto al contraddittorio

ma sono utili solo per la valutazione sulla personalità o per l’assistenza affettiva. La decisione sulla

sospensione non può avvenire durante le indagini preliminari, in quanto si fa riferimento al processo e

all’imputato (successivamente all’esercizio dell’azione penale, e mai ad opera del GIP).

Se l’esito della prova è negativo, il giudice provvede ex art.32 e 33, con l’udienza preliminare e

dibattimentale. 1

Non può aversi messa alla prova prima della conclusione delle indagini, in quanto solo dopo questo

momento è effettivo il contraddittorio.

Il provvedimento sospensivo dunque può aversi nell’udienza preliminare o nel dibattimento; la modifica

all’art.32 ha eliminato il riferimento esplicito all’art.28, ma ciò non esclude l’applicabilità del provvedimento

in udienza preliminare, essendo anzi questa la fase ideale. La decisione e la valutazione dei presupposti

devono aversi allo stato degli atti: è possibile dunque l’integrazione delle indagini ex art.421 bis, o il

supplemento istruttorio ex art.422? si,perché l’accertamento della responsabilità richiede le indagini.

L’art.28 IV comma disponeva l’incompatibilità della sospensione con il giudizio abbreviato ed immediato

richiesti dall’imputato. Il minore però è soggetto a cambiamenti di idea, e il pregio della contrazione non

avrebbe favorito però la conciliazione. Per questo la corte cost con sent 125/1995 ha dichiarato l’illegittimità

dell’intero quarto comma per contrasto agli artt. 3, 24 e 31 cost. i primi 2, perché era irragionevole negare al

minore che fosse stato ammesso al giudizio immediato, la messa alla prova; il secondo perché impediva

senza ragionevole motivo l’applicazione della misura premiale, con profilo rieducativo.

La conseguenza della pronuncia fu l’ampliamento degli spazi applicativi della messa alla prova, oggi

possibile anche nel giudizio abbreviato ed immediato (quest’ultimo a maggior ragione se disposto dal PM).

L’unico problema è dato dalla completezza della base probatoria, indispensabile per decidere sia sulla

responsabilità che sull’adozione della misura. Non ci sono problemi per il rito abbreviato, in quanto può

aversi solo quando vi è materiale probatorio sufficiente per decidere allo stato degli atti, ed essendo ammesse

inoltre integrazioni probatorie; nel giudizio immediato invece sorge il problema in caso di richiesta

dell’imputato nella sola ipotesi in cui avvenga in fase predibattimentale: per la dottrina e la corte, per aversi

la decisione ex art.28 è necessaria l’istruzione dibattimentale.

Nel giudizio d’appello invece viene meno con il tempo l’efficacia rieducativa (si perde l’immediato

collegamento con il fatto, e di solito si raggiunge la maggiore età), per questo si ritiene la messa alla prova

non applicabile in tale fase avanzata; l’impostazione opposta invece ravvisa nel silenzio della legge in

proposito la mancanza di preclusioni all’applicabilità in appello (e tale impostazione è da preferire).

La facoltà di disporre la sospensione è esercitata dal giudice d’appello solo in sede di controllo della

decisione del giudice di primo grado, che abbia erroneamente omesso l’indagine ex art.9, ingiustificatamente

rifiutando la messa alla prova. La richiesta di messa alla prova formulata per la prima volta in appello è

invece inammissibile, ed è possibile solo nei casi in cui si tratta di impugnazione contro la decisione del

giudice di primo grado di non sospendere il processo, pur in presenza di un’istanza di parte (principio

devolutivo tam devolutum quam appellatum).

In ogni caso, una volta disposta la sospensione in appello, la prova è seguita dal giudice di II grado, senza la

regressione al giudice di prima istanza.

La sospensione è inammissibile nel giudizio di cassazione, ma può essere applicata nel giudizio di rinvio, a

seguito di annullamento di una precedente sentenza.

Sono molteplici gli elementi utilizzabili per la decisione: gli accertamenti ex art.9, la perizia psicologica, la

confessione dell’imputato. La decisione è disposta con ordinanza motivata (ex art.28 primo comma) e si

tratta di atto complesso, di natura plurima, sia definitoria (per accertamento della responsabilità), sia

descrittiva (per il progetto), sia prescrittiva (per le misure riparativo-conciliatorie), sia ordinatoria (per

l’eventuale fissazione della nuova udienza).

Se l'opportunità emerge solo in udienza preliminare, è necessario il rinvio per permettere ai servizi di

disporre il progetto. Il provvedimento può essere disposto anche dopo più rinvii, se sorgono delle difficoltà

nel progetto o negli accertamenti. Una volta emanata l'ordinanza diviene lex specialis del procedimento:

l'imputato dopo aver manifestato il consenso non può più modificare i termini e l'oggetto della prova.

l'ordinanza deve contenere i seguenti elementi:

- l'indicazione del giudice e le generalità dell'imputato

- l'imputazione della sommaria indicazione degli elementi di prova

- l'accertamento dell'imputabilità

- la data della nuova udienza

- La motivazione

- il contenuto del progetto

con il provvedimento di sospensione il minore viene affidato ai servizi sociali.

derivando la decisione potere discrezionale del giudice, questa è incensurabile in cassazione, purché

correttamente motivata: sono necessarie non motivazioni generiche ma un attento esame della personalità del 1

minore. La motivazione è viziata anche se richiama solo la proposta di servizio sociale o la mera volontà di

ravvedimento del minore, priva di una reale consistenza. Tuttavia la discrezione del giudice è limitata,

potendo il giudice rinunciare alla messa alla prova solo se si dimostra irreversibile la personalità

delinquenziale del minore.

per molti la responsabilità è presupposta, ma questa non deve essere esplicitata nell'ordinanza, non essendo

prevista dall'art.28, ed avendo effetto stigmatizzante; l'ordinanza dovrebbe essere emessa come se la

responsabilità fosse già accertata.di diverso avviso da parte della dottrina, che considerano necessario un

esplicito e motivato accertamento, dato che le parti devono conoscere i reati e l'itinerario logico del giudice.

è sancito che il giudice può impartire prescrizioni di carattere riparativo, volte a promuovere la conciliazione

e a rimuovere il conflitto; la locuzione " può" sta ad indicare la sola eventualità di ciò, o l'ampia

discrezionalità lasciata al giudice? in dottrina ancora si discute su tale punto.

il contenuto deve essere specificato nel progetto di intervento, almeno riguardo le modalità di attuazione,

dovendosi fare nell'ordinanza cenni generali al progetto in allegato. L'attività riparativa non deve essere per

forza equivalente al risarcimento del danno, non essendo poi questo contemplato nel giudizio minorile;

pagherebbe inoltre solitamente il genitore, mentre la riparazione deve responsabilizzare il minore. Questa si

deve basare ad esempio sulla corrispondenza con l'offeso, o soli contatti diretti tra le famiglie. La

riconciliazione è il punto centrale del programma rieducativo.

Le prescrizioni presentano un onere per il minore, la loro violazione non comporta un loro inasprimento ma

la perdita della chance istintiva (così sancito dalla normativa internazionale sulla mediazione); tuttavia

l'adeguamento di tale istituto in Italia causa diverse problematiche, soprattutto perché la messa alla prova è

diversa dalla mediazione, essendo nella prima la riconciliazione solo eventuale, potendo riuscire comunque

anche senza di questa. Inoltre manca proprio nel processo minorile la costituzione di parte civile, e quindi in

pratica la base della mediazione.

Il progetto è la premessa indispensabile della decisione e della messa alla prova. La sua formulazione

avviene ad opera dei servizi sociali, e rappresenta il contenuto della decisione ed il programma che deve

seguire il minore: i suoi impegni possono essere indicati in dettaglio nell'ordinanza, o per relationem

riferendosi al programma dei servizi sociali.

per quanto riguarda la successione cronologica tra l'ordinanza ed il progetto, l'art. 27 stabilisce che

l'ordinanza si abbia sulla base del progetto, e ciò sta stuzzicare e quest'ultimo deve essere antecedente. Non si

saprebbero altrimenti i parametri su cui il giudice fonda la messa alla prova, comportando ciò un grave

pregiudizio per il minore, per la lesione del suo diritto all'informazione. Qualora l'ordinanza fosse emessa

senza progetto, sarebbe viziata da nullità generale a regime intermedio. per una parte minoritaria della

dottrina invece il progetto può seguire l'ordinanza per uniformarsi alle istruzioni del giudice, in quanto il

principio di tassatività delle novità porta ad escludere che possa essere dichiarata nulla un'ordinanza prima di

progetto, non essendo ciò esplicitamente previsto. In ogni caso il progetto è cosa diversa dalla relazione dei

servizi sociali, riservata appunto a questi.

Una volta concordato il progetto nei confronti del servizio sociale, questo diviene oggetto di patto nei

confronti del giudice. L'adesione al progetto del minore deve avvenire in tutti i suoi elementi, divenendo il

progetto stesso una norma di condotta. I caratteri di tale progetto sono la sua flessibilità, la consensualità,

l'adeguatezza e la praticabilità, la ragionevolezza, la chiarezza e la rigorosità. Tale progetto deve quindi

essere concreto, serio e personalizzato. Nei contenuti l'articolo 27 II comma non è esaustivo, potendo essere

prescritta anche l'alimentazione della libertà personale; tuttavia tale genericità dell'articolo in questione può

risultare in conflitto con l'articolo 13 della costituzione, e si suggerisce l'applicazione analogica in materie

assimilabili.

un altro problema di incostituzionalità nasce con la prescrizione di condotte riparative generiche, in contrasto

con l'articolo 23 della costituzione che esclude l'imposizione di prestazioni personali o patrimoniali se non in

base alla legge; tuttavia tale incostituzionalità sarebbe sanata dal consenso del minore.

non è prevista la specifica prescrizione di astenersi dal commettere altri reati, ma ciò si dà per scontato. Le

descrizione dei contenuti deve essere fatta in termini generali, per poterli adattare alle esigenze individuali e

ai casi concreti. Il punto di partenza è dato dal coinvolgimento del minore, dalla famiglia e dall'ambiente di

vita, chiedendo che anche i genitori, ad esempio, rispettino eventuali prescrizioni. Gli impegni del minore

possono essere individuati nello studio, nel lavoro, nello sport, nelle attività sociali ed in ogni altro

comportamento riguardante la sua collocazione nella società, come ad esempio nelle opere di volontariato. Il

programma deve inoltre contenere le modalità di partecipazione al progetto degli operatori della giustizia e 1

dell'ente locale, che hanno compiti specifici. Le modalità attuative sono le più varie, e raramente sono

patrimoniali; queste possono essere esemplificate nell'evitare brutte compagnie, nelle attività di studio, di

lavoro, di psicoterapia.

Per quanto riguarda le impugnazioni, l'articolo 28 al terzo comma stabilisce che contro ogni ordinanza è

possibile il ricorso per cassazione su iniziativa del PM, dell'imputato e del suo difensore; ciò sta a significare

che le impugnazioni possono avvenire solo per motivi di legittimità, non anche per ragioni di merito. Ciò

desta però molte perplessità, in quanto viene a mancare il controllo sul merito del provvedimento. È stata

così sollevata questione di legittimità costituzionale, della corte con sentenza 412/1990 ha dichiarato

irrilevante, spettando all'imputato già uno specifico mezzo di difesa, il ricorso per cassazione.

L'impugnazione è ammessa se è mancata l'indagine della personalità ex art.9, cui sia seguito il rigetto della

richiesta di messa alla prova. Sono legittimati all'impugnazione il PM, l'imputato, il difensore e l'esercente

potestà. Oggetto di ricorso è l'ordinanza che dispone la messa alla prova; con l'impugnazione il

provvedimento viene sospeso, e la prova non ha inizio fino alla pronuncia della corte. Dato che è previsto un

autonomo mezzo di impugnazione, il gravame contro l'ordinanza, insieme alla sentenza che decide nel

merito, è tardivo. È impugnabile la sentenza insieme con l'ordinanza solo quando la legge non dispone

diversamente; e qui diversamente è stato disposto. Non è previsto un autonomo ricorso per cassazione

proponibile contro l'ordinanza che nega la messa alla prova, ma questa può essere impugnata solo con la

sentenza. Parte minoritaria della dottrina ritiene invece ricorribile auto normalmente per cassazione le

ordinanze sia positive e negative, secondo l'interpretazione letterale dell'articolo 28 e la stessa ratio

dell'istituto, che vuole limitare al massimo il contatto tra il minore e il processo. Per questo l'ordinanza che

rigetta alla richiesta della messa alla prova dovrebbe poter essere impugnata immediatamente, e non

aspettando la sentenza di primo grado.

La prova non ha una durata minima, ma è prevista solo la durata massima di uno o tre anni, a seconda della

gravità del reato. Il massimo della prova,3 anni, è previsto per l'ergastolo o la reclusione non inferiore nel

massimo a 12 anni. Il calcolo della pena edittale avviene sulla base dell'articolo 278 cpp cui viene

conteggiata l'attenuante della minore età.

il periodo di prova può essere dunque scelto secondo la descrizione del giudice, che deve tenere conto della

personalità e dell'impegno del minore, attenendosi al principio di adeguatezza e praticabilità (ossia a quello

di proporzionalità).l'assenza delle limite minimo comporta la piena discrezionalità del giudice, ma tuttavia

prevista una scadenza precisa per dare un obiettivo all'imputato, e per garantire il rispetto dei termini

massimi e dunque la legalità della misura.

La frazionabilità della prova non confliggerebbe con la ratio dell'istituto, e costituirebbe l'applicazione del

principio di adeguatezza ex art.1; tuttavia deve comunque risolversi entro i limiti temporali, non dovendo

superare nel complesso uno o tre anni. Durante il periodo di prova è sospeso il corso della prescrizione, per

evitare che il periodo di prova venga considerato come espediente per raggiungere la prescrizione. Una volta

disposta la sospensione il minore viene affidato ai servizi minorili, che porranno in essere le opportune

attività di trattamento, osservazione e sostegno, nonché di controllo, in quanto devono riferire

periodicamente; la cadenza dei riferimenti non viene precisata e al ciò può provvedere la stessa ordinanza

che dispone la sospensione. Alle relazioni periodiche si sommano inoltre delle specifiche, ad esempio per

revoca o esito finale.il presidente può provvedere all'audizione del minore e degli operatori, senza formalità,

se non quella di darne avviso preventivo del giorno e dell'ora per non ledere il diritto alla difesa. Sarebbe

stato coerente prevedere l'obbligo dei servizi di riferire al PM, tuttavia ciò non è stato previsto, se non per le

relazioni finali e sull'esito della prova. L'andamento complessivo del progetto è seguito dal presidente del

collegio, il quale però può delegare un altro componente.

il programma può subire modifiche: quando è impraticabile il progetto iniziale, ma comunque permangono i

presupposti per la messa alla prova, sono disposti correttivi dal giudice su proposta dei servizi minorili, ma è

comunque necessario il contraddittorio.

il progetto inoltre può essere abbreviato, anche se poi in pratica è la prova ad essere abbreviata, non il

progetto. Tale istituto è usato per concludere immediatamente una prova che abbia già dato esiti positivi.

Non vi è dunque una modifica, ma viene fissata l'udienza per verificare l'esito positivoex art. 29. Il giudice

può provvedere su richiesta del PM o d'ufficio, sempre rispettando il contraddittorio e la preventiva

audizione dei servizi minorili. Il potere spetta al collegio.

non è contemplata la proroga, anche se da molti è ammessa, ma sempre entro i limiti. È necessaria l'adesione

dell'imputato e la fissazione di un'udienza per il contraddittorio. 1

La revoca invece può avvenire in caso di ripetute e gravi trasgressioni alle prescrizioni imposte, tuttavia non

sono determinati nè i presupposti, nè la procedura; è disposta dal giudice su richiesta del PM, cui i servizi

presentano una relazione. La locuzione " è revocata" indica la mancanza di discrezionalità del giudice, in

caso di sussistenza dei presupposti. Per la corte di cassazione comunque va rispettato il contraddittorio, ed il

PM deve attivarsi per fissare l'udienza. Condizione necessaria è l'indicazione da parte del presidente delle

infrazioni che possono comportare la revoca della conseguente fissazione dell'udienza. La revoca si ha solo

in presenza di gravi e ripetute trasgressioni, che deve quindi essere la serietà e la reiterazione insieme. Vi

deve essere un atteggiamento del minore inequivoco e costante di ostilità e di avversione verso il progetto.

per alcuni la commissione di un nuovo reato comporta una regressione sopportabile, e non porta alla revoca;

per altri invece è logicamente un motivo di revoca, anzi il divieto di commissione di nuovi reati è implicito

in ogni progetto di prova.

La messa alla prova è revocabile per nuove prove sono nelle ipotesi di declaratoria obbligatoria di non

imputabilità.

La revoca comporta la prosecuzione dell'iter processuale.

Art. 29 - Dichiarazione di estinzione del reato per esito positivo della prova

Decorso il periodo di sospensione, il giudice fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza

estinto il reato se, tenuto conto del comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità,

ritiene che la prova abbia dato esito positivo. Altrimenti provvede a norma degli articoli 32 e 33.

La prova può avere esito positivo, comportando l’estinzione del reato, o negativo, ed in questo caso vi sarà la

ripresa dell’iter processuale.

L’art.29 rappresenta il normale esito dell’art.28: il minore è ormai emendato e risocializzato, ed il fatto cessa

di essere penalmente rilevante (si avrà declaratoria di proscioglimento per estinzione del reato). Tale nuova

causa di estinzione del reato, è legittima ex art.76 cost? nella legge delega infatti non si fa menzione degli

esiti a seguito del positivo compimento del programma; per la corte costituzionale tuttavia la questione è

manifestamente infondata. L’importante è che la norma si ancori ai principi generali desumibili dalla legge

delega, essendo più forte qui l’esigenza rieducativa rispetto a quella repressiva.

L’altro profilo di illegittimità sollevato è rispetto all’art.3 cost, in quanto sarebbe irragionevole l’art.29 ove

non subordina l’applicabilità della messa alla prova a seconda della gravità dei delitti. Per la corte però non

si ravvisa illegittimità, in quanto il punto di arrivo è uguale per tutti, e si fonda sul reinserimento sociale.

Per valutare la prova il giudice deve tenere conto del dato oggettivo, ossia del comportamento del minore, e

dalla sua condotta nel corso della prova, e della componente soggettiva, data dall’evoluzione della

personalità e dall’avvenuto cambiamento, comportante la risocializzazione e la responsabilizzazione. Questi

indici, uniti all’adempimento delle prescrizioni, e all’attiva e regolare collaborazione con i servizi sociali

(nonché, per alcuni, anche all’assenza di nuove denunce), portano ad indicare le manifestazioni della

devianza come assenti. In ogni caso è necessario un giudizio complessivo, senza eccessivo rigore, dovendosi

considerare più l’impegno che il risultato, essendo quest’ultimo condizionato anche da fattori esterni al

minore, come ad esempio la famiglia.

Dal punto di vista soggettivo va valutata la personalità del minore, tenendo conto della modifica in positivo

della propria condotta, del fatto che abbia colto il significato dell’esperienza di recupero, e del suo impegno e

consenso costanti. Il giudice comunque non può affermare genericamente l’avvenuta risocializzazione.

L’esito positivo della prova in udienza preliminare comporta la pronuncia di sentenza di non luogo a

procedere, e ci si chiede se il minore (che abbia già prestato il consenso per l’adesione al progetto) debba

nuovamente prestarlo per la dichiarazione di successo del programma; è preferibile la soluzione positiva, in

quanto la difesa dovrebbe aver la possibilità di rivalutare la propria strategia allo stato degli atti. 1

L’esito positivo della prova può estendersi anche a fatti diversi, ma comunque legati dal vincolo della

continuazione, se si assegna centralità alla personalità del minore; per la dottrina però sarebbe preferibile

stabilire una ulteriore messa alla prova.

Esito negativo della prova si ha quando non è stato avviato il processo di effettivo cambiamento. Gli indici

principali sono:

- La trasgressione dagli impegni assunti

- Il comportamento complessivo non mutato

- La commissione di ulteriori gravi delitti

- L’interruzione della collaborazione con i servizi sociali

- La mancanza di convinzione nell’adesione

- Il permanere dell’alta pericolosità sociale

Tutti gli altri indici non espressamente previsti, invece, non si ritengono sufficienti per un giudizio negativo

(es.mancata comparizione).

In caso di dubbio sarà sempre pronunciata sentenza di non doversi procedere, mentre la prosecuzione del

processo si avrà solo in caso di certezza dell’esito negativo.

La valutazione dell’esito è fatta in una nuova udienza, fissata apposta dal giudice, una volta terminato il

periodo stabilito, che può essere preliminare o dibattimentale, a seconda della fase in cui il processo era stato

sospeso.

Non sono previsti limiti entro i quali fissare l’udienza, dalla fine della prova, tuttavia si richiede una certa

tempestività. È opportuno che decida lo stesso giudice che ha disposto la prova, anche se poi è comunque

sufficiente che si tratti dello stesso organo.

Gli elementi di prova sono forniti soprattutto dai servizi sociali, ma possono derivare anche dall’audizione

dell’imputato. Il giudice può anche mettere in discussione i presupposti della concessione, valutando

negativamente una prova che non si sarebbe dovuta concedere, tuttavia la dottrina propende per la

considerazione che la prova, una volta svolta positivamente, abbia sbocco vincolato nelle sentenza di non

luogo a procedere (in udienza preliminare) o nella sentenza di non doversi procedere (in dibattimento).

In caso di esito negativo, il processo ricomincia da dove si era interrotto. In questo caso sono poi ammissibili

tutte le pronunce, in seguito alla conclusione del processo, tuttavia si ritiene improbabile quella di

assoluzione, essendo il presupposto della messa alla prova dato all’accertamento della responsabilità (che

però può venire meno con una maggiore istruzione probatoria). Si ritiene difficile, ma non impossibile, la

declaratoria di non imputabilità ex art.98, in quanto la messa alla prova presuppone l’accertamento della

capacità di intendere e volere (ma anche qui può cambiare tutto in seguito ad integrazione probatoria). Non è

ammessa neppure una sentenza di non luogo a procedere ex art.27, in quanto il fatto è rilevante, ma sono

possibili anche qui sviluppi diversi in caso di ulteriori prove. È possibile il perdono giudiziale, se la prova è

sì fallita nel complesso, tuttavia nei suoi singoli aspetti sia stata positiva; per molti però il fallimento è

preclusione logica al perdono giudiziale, in quanto se la prova è fallita, vi è la possibilità che il soggetto

commetta altri reati, ma la prognosi di non recidiva è alla base del perdono giudiziale…). È inoltre esclusa

una nuova sospensione con messa alla prova, dopo il fallimento della prima.

Il rinvio a giudizio può portare alla sanzione sostitutiva o alla pena pecuniaria (se il processo è stato fermato

all’udienza preliminare) o ad una sentenza di condanna (se la sospensione è avvenuta nel corso del

dibattimento); tuttavia tali sbocchi non sono vincolati, essendo possibile ad esempio anche la sospensione

condizionale (anche se per molti è ritenuta inammissibile, al pari del perdono).

Se il GUP ha disposto il rinvio per esito negativo, può accadere che il tribunale giudichi invece l’esito

positivo, e prosciolga l’imputato.

In caso di condanna, il periodo di prova non è assimilabile alla misura cautelare (in quanto pattizio), ed è

dunque inapplicabile l’art.657 cpp.

La sentenza che dichiara l’estinzione non è iscrivibile nel casellario giudiziario. 1

Le decisioni conseguenti all’esito negativo della prova soggiacciono al regime tipico di impugnazione

designato per esse dal cpp. La sentenza di proscioglimento è impugnabile se emessa in giudizio, mentre è

opponibile se data in udienza preliminare (cripto condanna). L’esito sfavorevole non consente

un’impugnazione autonoma, anche se si tratta di giudizio autonomo rispetto alla sentenza nel merito, e può

essere impugnato solo con la decisione di merito, tramite il mezzo per essa previsto. Con l’impugnazione

della sentenza di proscioglimento non si possono rimettere in discussione i presupposti della messa alla

prova, dei quali ci si può dolere solo con ricorso in cassazione diretto, ex art.28 comma 3, essendo tardiva

ogni censura successiva.

Art. 30 - Sanzioni sostitutive

1. Con la sentenza di condanna il giudice, quando ritiene di dover applicare una pena detentiva non

superiore a due anni, può sostituirla con la sanzione della semidetenzione o della libertà controllata, tenuto

conto della personalità e delle esigenze di lavoro o di studio del minorenne nonché delle sue condizioni

familiari, sociali e ambientali.

2. Il pubblico ministero competente per l’esecuzione trasmette l’estratto della sentenza al magistrato di

sorveglianza per i minorenni del luogo di abituale dimora del condannato. Il magistrato di sorveglianza

convoca, entro tre giorni dalla comunicazione, il minorenne, l’esercente la potestà dei genitori, l’eventuale

affidatario e i servizi minorili e provvede in ordine alla esecuzione della sanzione a norma delle leggi

vigenti, tenuto conto anche delle esigenze educative del minorenne.

La L.689/1981 (modifiche al sistema penale) ha introdotto le sanzioni sostitutive della semidetenzione, della

libertà controllata e della pena pecuniaria, senza però differenziare gli adulti dai minori: anzi, lo stretto

ambito di operatività non è giustificabile per i minori, essendo per questi la pena detentiva una extrema ratio.

Si era dunque prospettata l’interpretazione estensiva dell’art.54 L.689/1981 rendendo non operativo, per i

minori, il limite dell’applicazione solo per i reati di competenza pretorile. Il legislatore del 1988 ha così

ampliato il suo ambito di applicabilità, ed ha depotenziato la finalità social-preventiva in senso più

risocializzativo (mentre le pene detentive sono estremamente de socializzanti). Tuttavia sorgono problemi di

coordinamento tra l’art.30 e la disciplina generale: il dpr non regola l’intera materia, e la mancanza di

espressa abrogazione della l.689/1981 comporta il ricorso al criterio per cui la legge posteriore abroga quella

anteriore incompatibile.

Sono previste la semidetenzione e la libertà controllata in tutti i casi in cui il giudice intende infliggere una

pena detentiva non superiore a 2 anni, sola o congiunta a pena pecuniaria. La pena irrogabile in concreto

deve tenere conto di tutte le norme che quantificano il disvalore del fatto (aggravanti, attenuanti, diminuente

per minore età che opera di diritto…). Con la legge 134/2003 si è avuto l’innalzamento dei limiti della pena,

e l’abolizione delle preclusioni oggettive, consentendo così un più facile calcolo della pena (anche se

comunque macchinoso) nell’ipotesi di concorso di reati e di reato continuato (i limiti sono stati triplicati).

Per quanto riguarda il ruolo delle sanzioni sostitutive nel concorso materiale di reati, l’art.70 l.689/1981

rimanda agli artt.71-80 cpp, prevedendo un’unica pena uguale alla durata complessiva delle pene, per le pene

sostitutive della stessa specie, e l’applicazione distinta per le pene di specie diversa.

L’art.70 al III comma sancisce che le pene della semidetenzione e della libertà controllata sono sempre

eseguite, nell’ordine, dopo le pene detentive. Per i minori però sono sanzioni sostitutive delle pene detentive

anche medio-lunghe.

Non è prevista la sostituzione per i reati di competenza del giudice di pace, per il quale possono essere

applicate solo la pena pecuniaria, la permanenza domiciliare e il lavoro di pubblica utilità (quest’ultimo solo

se richiesto dall’imputato),e non sono sostituibili; tuttavia sorge un problema di incongruenza con la ratio del

dpr, nonché un profilo di incostituzionalità.

L’art.30 al comma primo ridisciplina i presupposti soggetti ed oggettivi, ma non fa riferimento alle esclusioni

della l.689/1981. Per questo motivo, la dottrina ed i giudici avevano desunto la tacita abrogazione, mentre la 1

corte di cassazione ha dato interpretazioni contrastanti. Per la giurisprudenza di merito vi sono dubbi di

legittimità costituzionale, per violazione degli art.3, 27, 31 e 97 cost degli artt.59 e 60 l.689/1981, nella parte

in cui prevedono anche per i minori l’applicazione delle condizioni soggettive ed oggettive contemplate per

la sostituzione della pena detentiva. La corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il sindacato

sull’art.60 (il giudizio non verteva su questo), ma illegittimo l’art.59 dove non esclude che le condizioni

soggettive si estendano anche ai minori. Dunque vanno applicati i soli limiti oggettivi. Tuttavia, con l’art.4

l.134/2003 anche tale inciso è stato cancellato, ed oggi il giudice minorile, nell’applicare la pena detentiva

non superiore a 2 anni, può sempre sostituirla con l’equivalente semidetenzione o libertà controllata.

Nella sostituzione della pena detentiva, il giudice deve tener conto della personalità e delle esigenze di lavoro

o di studio del minore, nonché delle sue condizioni familiari, sociali ed ambientali. Anche il magistrato di

sorveglianza deve tenere conto di tali elementi durante l’esecuzione della pena (criterio dell’adeguatezza

applicativa delle disposizioni del sistema penale minorile). Per quanto riguarda la genericità della formula,

con l’interpretazione sistematica si è cercato di dettare regole idonee a contenere la discrezionalità del

giudice ; le pene sostitutive sono la preferire alla pena detentiva, e si arriva al carcere solo quando tali pene

risultano inadeguate. Tra le 2 pene sostitutive, si sceglierà quella che meglio si adatterà al minore. Tuttavia

per valutare ciò è necessario l’intervento dei servizi minorili, anche se vi è pericolo di difformità di

trattamento, in quanto la norma è davvero troppo elastica.

La sanzione sostitutiva è concessa d’ufficio, mai su richiesta dell’imputato, in primo grado, in appello o

nell’udienza preliminare (qui solo su richiesta del PM, che in ogni caso non vincola il giudice). Tale

procedimento è stato però tacciato di incostituzionalità per l’obbligo di richiesta del PM, sia per eccesso di

delega, sia per disparità di trattamento (tra i minori, solo quelli per cui ne è stata fatta richiesta dal PM

avranno la pena sostitutiva), e perchè l’interessato, contro la mancata richiesta del PM, non ha strumenti.

L’obbligo di motivazione si intende tenuto quando questa risulti sufficiente sia per l’an, che per il quomodo,

altrimenti si ha nullità per omessa motivazione ex art.125 comma 3.

Il condannato ha diritto ah intervenire, non l’obbligo. Se è presente, va sentito ex art.666 IV comma, solo se

lo richiede, pena nullità a regime intermedio. L’obbligo della convocazione è pena nullità, tuttavia poi

l’imputato può non comparire. Per tutti gli altri soggetti è previsto un generico diritto di intervento, non il

diritto ad essere sentiti. Il magistrato di sorveglianza più modificare le modalità esecutive, ed il tribunale con

funzione di sorveglianza più essere chiamato a convertire la semidetenzione in pena detentiva, e a revocare la

libertà controllata. Tale misure è immediatamente esecutiva, ma ricorribile in cassazione (e se è ritenuto

probabile l’accoglimento, il tribunale di sorveglianza, nel frattempo, sospende la misura).

Il rinvio alle leggi vigenti aveva reso operativa la preclusione alla concessione dell’affidamento in prova al

servizio sociale e della semilibertà nei confronti degli infraventunenni che avessero dovuto scontare la pena

detentiva in seguito a conversione delle pene sostitutive. Per la corte costituzionale l’art.67 è illegittimo,

nella parte in cui non si applica ai condannati minori di età al momento della sentenza; tuttavia la corte

ammonisce che è necessario dare risistemazione alle norme per adattarle ai minori.

Per i caratteri della semidetenzione, un giorno di pena detentiva corrisponde ad un giorno di semidetenzione.

Per l’infraventunenne, ciò è previsto per un massimo di 2 anni. Vi è l’obbligo di trascorrere almeno 10 ore al

giorno nell’istituto, che deve essere organizzato e gestito per assicurare l’effettiva integrazione con la

comunità esterna. È fatto divieto di detenere armi, munizioni o esplosivi, è prevista la sospensione della

patente, il ritiro del passaporto, l’obbligo di tenere ed esibire se richiesti una copia dell’ordinanza.

Il magistrato ha discrezionalità sulla scelta dell’istituto, sulla determinazione delle ore, sulle particolarità

della sospensione della patente, se è ad esempio necessaria per il lavoro. Gli altri criteri sono invece applicati

ope legis.

Se il soggetto è infraventunenne, il magistrato ha maggiore discrezionalità, e può imporre anche obblighi di

facere per favorire la risocializzazione, tuttavia è per questo necessario il consenso del condannato.

L’art.66 I comma L.689/1981 prevede che quando è violata anche una sola delle prescrizioni, la restante

parte della pena si converte nella pena detentiva. Tuttavia in ambito minorile vi è ampliamento della

discrezionalità, non essendo la revoca automatica. La stessa corte ha richiesto di escludere gli automatismi

che limitino l’accesso dei minori alle pene sostitutive (es. il mancato rientro in orario in istituto non

comporta l’autonoma fattispecie della revoca). 1

Il computo del residuo di pena parte dal dies a quo della violazione, non dal giudizio. L’ordinanza è

trasmessa immediatamente :

- All’ufficio di pubblica sicurezza del comune di abituale dimora del condannato (a al comando

dell’arma dei carabinieri)

- Al direttore dell’istituto penitenziario

- All’organo di polizia che deve notificare e controllare l’adempimento delle prescrizioni

Per ogni effetto giuridico, la semidetenzione e la libertà controllata si considerano come pena detentiva

corrispondere a quella della pena sostituita (da ciò deriva, ad es. la compatibilità della semidetenzione con

l’affidamento in prova e con le riduzioni di pena).

Nella libertà controllata, invece, un giorno di reclusione corrisponde a 2 giorni di libertà controllata (per un

massimo di 4 anni). L’art.75 della l.689/1981 prevede deroghe alla normale configurazione della libertà

controllata, se applicata nei confronti di soggetti ancora minorenni alla trasmissione degli atti (anche se l’art.

24 alza il limite della disciplina fino all’infraventunenne, minorenne al momento della commissione del

fatto.

il legislatore del 1981 ha differenziato nettamente la libertà controllata minorile da quella ordinaria, in

quanto nella prima sono prevalenti le funzioni di sostegno ed assistenza, più che quelle di controllo. La

revoca è possibile sono per il comportamento complessivo, non per il singolo inadempimento. Tutte le

funzioni dell’organo di polizia passano al servizio sociale per i minori. Questo:

- Riceve copia dell’ordinanza con le modalità

- Consegna copia al condannato

- Gli ingiunge di attenersi alle prescrizioni

- Ne controlla l’osservanza

- Ne segnala le violazioni alla magistratura di sorveglianza

- In caso di sospensione, comunica la data di ripresa.

Il legislatore del 1988 invece non si è preoccupato della pena pecuniaria sostitutiva, ma dalla mancata

indicazione nell’art.30 non è dato desumere la sua assenza. L’art. che sanciva che ai minorenni non si applica

la sanzione sostitutiva della pena pecuniaria è oggi venuto meno, per cui si ritiene applicabile agli

infraventunenni nei limiti di cui alla L.689/1981. Il tribunale per i minorenni, d’ufficio, può irrogare la

sanzione pecuniaria in sostituzione della pena detentiva determinata in concreto entro il limite di 6 mesi.

Sono inoperanti anche cui le preclusioni soggettive ed oggettive. La .134/2003 ha modificato l’art.53 della

L.689/1981 circa la commisurazione della pena pecuniaria, consentendo (viste le condizioni economiche

della famiglia) di raddoppiare il valore della quota giornaliera fino a 10 volte, da moltiplicarsi poi per il

numero dei giorni (può raggiungere valori molto elevati!). è comunque fermo il pagamento rateale ex art.133

ter cpp.

Art. 31 - Svolgimento dell’udienza preliminare

1. Fermo quanto previsto dagli articoli 420-bis e 420-ter del codice di procedura penale, il giudice può

disporre l’accompagnamento coattivo dell’imputato non comparso.

2. Il giudice, sentite le parti, può disporre l’allontanamento del minorenne, nel suo esclusivo interesse,

durante l’assunzione di dichiarazioni e la discussione in ordine a fatti e circostanze inerenti alla sua

personalità.

3. Dell’udienza è dato avviso alla persona offesa, ai servizi minorili che hanno svolto attività per il

minorenne e all’esercente la potestà dei genitori.

4. Se l’esercente la potestà non compare senza un legittimo impedimento, il giudice può condannarlo al

pagamento a favore della cassa delle ammende di una somma da euro 25 (lire cinquantamila) a euro 516

(lire un milione). In qualunque momento il giudice può disporre l’allontanamento dell’esercente la potestà

dei genitori quando ricorrono le esigenze indicate nell’articolo 12 comma 3. 1

5. La persona offesa partecipa all’udienza preliminare ai fini di quanto previsto dall’articolo 90 del codice

di procedura penale. Il minorenne, quando è presente, è sentito dal giudice. Le altre persone citate o

convocate sono sentite se risulta necessario ai fini indicati nell’articolo 9 .

Le finalità sono le stesse dell’istituto per adulti, e si ravvisano nella funzione di filtro e garanzia del luogo

naturalmente deputato alla definizione del processo (ampia gamma di epiloghi processuali per la

rieducazione). La celebrazione del dibattimento era comunque eccezionale, solo quando appariva adeguata

solo la pena detentiva. Il d.lgs 51/1998 e la l.479/1999 hanno attribuito al GUP minorile nuovi poteri

suppletivi, per no temperare le esigenze rieducative del minore con quelle punitive dello stato. La cort ha

sancito l’illegittimità dell’art.34 cpp nella parte in cui non prevede l’incompatibilità tra il GUP del processo

minorile ed il GIP che si sia pronunciato sulla misura cautelare personale nei confronti dell’imputato (che

presuppone necessariamente una decisione di merito). Tuttavia tali artt. Sono caduti dopo le novelle del 1998

e del 1999, che hanno dichiarato il divieto generale di compatibilità tra le funzioni di GIP e GUP, salvo che il

provvedimento del GIP non rappresenti un pre-giudizio.

Gli atti introduttivi hanno lievi differenze rispetto al rito per adulti: competente ad emettere il decreto di

fissazione dell’udienza preliminare è infatti il presidente del tribunale per minorenni, che ne da avviso

all’imputato, alla persona offesa, al difensore, al pm, ai servizi minorili, all’esercente la potestà e alla persona

legittimata ex art.12. tali avvisi sono necessari fino alla maggiore età, dopodiché non si ritiene più sussistente

l’obbligo. Il mancato avviso produce nullità speciale: questa è infatti relativa per l’offeso, assoluta per il

difensore, ed intermedia negli altri casi. Solo in relazione ai servizi, si avrà mera irregolarità.

Il primo accertamento sulla costituzione delle parti si ha nell’udienza preliminare, ma ciò non ha effetto

preclusivo nei confronti del controllo in sede di dibattimento. Se si riscontrano delle irregolarità negli avvisi,

le notifiche saranno rinnovate. Il GUP valuta la probabilità della mancata conoscenza o impedimento

dell’imputato con ordinanza non impugnabile. Anziché dichiarare la contumacia, è possibile

l’accompagnamento coattivo dell’imputato, per permettere l’elaborazione dei progetti rieducativi, o

l’adozione dei provvedimenti urgenti di diritto civile. Tuttavia l’accompagnamento non è utilizzabile a fini

più propriamente istruttori. Prevalgono le esigenze pedagogiche sulla presenza però del minore, per questo è

previsto l’allontanamento coattivo di questo (con decreto motivato, ricorribile in cassazione ex art.111 cost e

568 cpp).

Se gli esercenti la potestà non compaiono senza un valido motivo, il GUP può irrogare sanzione pecuniaria.

È possibile l’allontanamento dell’esercente la potestà e del soggetto ex art.12. la comparizione del minore

dopo l’accompagnamento coattivo produce la revoca della contumacia.

Se il GUP intende assumere delle informazione dai soggetti, si ha contraddittorio allargato; l’apporto degli

altri soggetti fornisce contributo dialettico. Il IV comma sancisce l’obbligo del GUP di procedere

all’interrogatorio dell’imputato, ex art.64 e 65 cpp, e questi ha diritto di rendere dichiarazioni spontanee in

ogni momento. Non è applicabile invece l’art.421 comma II terzo parte cpp, che prevedere che su richiesta di

parte l’interrogatorio all’imputato possa essere svolto con le forme dell’esame incrociato (cross

examination). Anche la persona offesa minorenne si ritiene possa essere interrogata solo dal giudice; questa

non ha la possibilità di costituirsi parte civile, ma comunque svolge un ruolo attivo nel procedimento

minorile, soprattutto nell’ambito delle proposte riconciliative ed educative. Anche gli enti esponenziali di

interessi collettivi possono prendere parte al procedimento, ma hanno un ruolo meramente consultivo.

Art. 32 - Provvedimenti

1. Nell’udienza preliminare, prima dell’inizio della discussione, il giudice chiede all’imputato se consente

alla definizione del processo in quella stessa fase, salvo che il consenso sia stato validamente prestato in

precedenza. Se il consenso è prestato, il giudice, al termine della discussione, pronuncia sentenza di non

luogo a procedere nei casi previsti dall’articolo 425 del codice di procedura penale o per concessione del

perdono giudiziale o per irrilevanza del fatto. .

2. Il giudice, se vi è richiesta del pubblico ministero, pronuncia sentenza di condanna quando ritiene 1

applicabile una pena pecuniaria o una sanzione sostitutiva. In tale caso la pena può essere diminuita fino

alla metà rispetto al minimo edittale.

3. Contro la sentenza prevista dal comma 2 l’imputato e il difensore munito di procura speciale possono

proporre opposizione, con atto depositato nella cancelleria del giudice che ha emesso la sentenza, entro

cinque giorni dalla pronuncia o, quando l’imputato non è comparso, dalla notificazione dell’estratto. La

sentenza è irrevocabile quando è inutilmente decorso il termine per proporre opposizione o quello per

impugnare l’ordinanza che la dichiara inammissibile .

3-bis. L’esecuzione della sentenza di condanna pronunciata a carico di più minorenni imputati dello stesso

reato rimane sospesa nei confronti di coloro che non hanno proposto opposizione fino a quando il giudizio

conseguente all’opposizione non sia definito con pronuncia irrevocabile .

4. In caso di urgente necessità, il giudice, con separato decreto, può adottare provvedimenti civili

temporanei a protezione del minorenne. Tali provvedimenti sono immediatamente esecutivi e cessano di

avere effetto entro trenta giorni dalla loro emissione.

Nell’udienza preliminare si effettua sia l’indagine sulla responsabilità, che la verifica della praticabilità di

eventuali progetti rieducativi (per poter accedere a formule pedagogiche di proscioglimento).

La corte con sent 77/1993 ha dichiarato possibile anche nel rito minorile l’assunzione anticipata delle prove

non rinviabili nelle forme dell’incidente probatorio in sede di udienza preliminare. Anche la fattispecie

dell’incidente probatorio in ordine ai reati di violenza sessuale è trasponi bile nel rito minorile. È comunque

previsto un sistema di audizione protetta dell’offeso infrasedicenne, per quanto riguarda soprattutto la

riproduzione integrale fonografica o audiovisiva. L’inosservanza della disciplina comporta l’inutilizzabilità

dell’atto probatorio.

La decisione allo stato degli atti è evenienza rara, sia per la centralità dell’udienza preliminare, sia per il

carattere necessario dell’acquisizione di atti per la personalità del minore. A meno che l’imputato non sia

contumace o assente (e non vi sia stato accompagnamento coatto), il GUP lo interroga sia per verificare la

responsabilità che per verificare eventuali opzioni rieducative. L’audizione di altre persone citate o

convocate non è un mezzo istruttorio, ma uno strumento necessario per assicurare la dialettica sulla

personalità del minore. I testimoni ed i consulenti tecnici vanno sentiti nelle forme ex art. 422, pena

inutilizzabilità degli atti.

Il giudizio sulla personalità vede una marcata attenuazione delle forme, essendo ammissibili produzioni

difensive indipendentemente dal rispetto delle formalità ex art. 391 octies II comma cpp. L’interrogatorio

della persona offesa mira ad accertare la responsabilità dell’imputato e le eventuali misure rieducative.

Art.421 bis: il giudizio di incompletezza del GUP comporta un quadro di insufficienza investigativa, sia sulla

perseguibilità dell’azione, che sulle opzioni pedagogiche, imperniate sul giudizio della personalità del

minore (es. per provvedimenti di improcedibilità, sospensione e condanna).

Con l’art.422 si assume invece che le indagini siano complete, e che il GUP acquisisca le ulteriori prove

quando l’integrazione si rivela decisiva anche solo per contrastare una prova contraria. La regola

dell’ammissione tuttavia è difficilmente utilizzabile con gli artt.27 e 29, i quali richiedono uno stadio di

istruzione più avanzato (la responsabilità deve essere già chiara). Anche qui non è possibile la cross

examination, ma solo un’audizione protetta.

Il GUP che ritenga di poter decidere allo stato degli atti deve dare informazioni all’imputato sul suo potere di

dare l’assenso per la definizione del giudizio in udienza preliminare (condizione imprescindibile per

l’emissione della sentenza); ciò è in riga con i principi del giusto processo, trasposti nel rito minorile. La

richiesta del consenso deve essere fatta prima dell’inizio della discussione, salvo che sia stato validamente

prestato in precedenza; se il quadro probatorio è mutato, il giudice deve comunque ripetere la richiesta.

La validità del consenso poggia sull’efficacia della manifestazione della volontà, e sulla maturità della scelta

effettuata dal minore (entrambi gli aspetti devono essere valutati!); il consenso non può essere presunto o

tacito, ed in caso di assenza o contumacia del minore, il GUP può disporne l’accompagnamento coattivo per

effettuare la richiesta di consenso. Nel caso in cui l’imputato sia irreperibile, non si avrà la definizione

anticipata del giudizio.

Si ritiene che il consenso possa essere prestato anche dal difensore munito di procura speciale, tuttavia tale

interpretazione forza troppo la lettere, che presuppone la presenza del minore, il quale deve percepire

correttamente e consapevolmente la vicenda giudiziaria. In ogni caso la delega espressa e specifica si ritiene

sufficiente. Il consenso prestato in via anticipata è revocabile da parte dello stesso minore se la definizione 1

anticipata non ha avuto luogo, e prende la forma di mero ripensamento del minore, da manifestarsi appena

dopo la verifica della costituzione delle parti. Questo può essere anche successivo se è stato modificato il

quadro probatorio o è stata modificata l’imputazione. La sentenza emessa senza il consenso dell’imputato

integra una nullità a regime intermedio per la violazione dei diritto di intervento (e lo stesso dicasi se vi è

stato dissenso). Non vale ciò invece per la sentenza di non luogo a procedere a carattere pianamente

assolutorio (qui il consenso non è più necessario). È sanzionata anche l’ipotesi in cui il consenso sia stato

invalidamente prestato secondo norme civilistiche.

L’adeguamento del principio del giusto processo al rito minorile comporta scompensi sistematici, che

nemmeno la corte costituzionale è riuscita a colmare.

Per prima cosa, è difficile intuire la ratio di un consenso del minore per una sentenza di non luogo a

procedere pienamente assolutoria. Si tratta di ipertutela del diritto al dibattimento e di una ingiustificata

disparità di trattamento tra minori ed adulti; il risultato è un dibattimento inutile, contrario al principio di

minima offensività. Inoltre qualora l’imputato sia contumace, assente, la mancata prestazione del consenso

equivale al dissenso, mentre almeno per il proscioglimento pieno si riteneva che il giudice potesse emettere

la sentenza per il rispetto del principio del favor innocentiae.

Inoltre problemi sorgono anche per la pronuncia di sentenza di condanna a pena pecuniaria: mentre per la

sentenze proscioglitive è sempre irragionevolmente richiesto il consenso, questo non è affatto richiesto per la

sentenza di condanna. Tale disparità di trattamento ed irragionevolezza, possono essere risolte per la dottrina

tramite una lettura costituzionalmente orientata, per poter ricondurre la decisione di condanna nell’ambito

della disciplina del consenso. Tuttavia per altra parte della dottrina tale interpretazione sistematica forza

troppo il testo e comporta una duplicazione ingiustificata dei rimedi contro le sentenza di condanna: anche se

ciò poi è in palese contrasto con i principi di adeguatezza e minima offensività previsti nel rito minorile.

Investita della questione di legittimità costituzionale riguardo le sentenze proscioglitive, la corte ha emesso

una sentenza a carattere ablativo, escludendo il consenso per le sentenze di non luogo a procedere che non

presuppongano l’accertamento della responsabilità (per contrasto agli artt.3 e 31 II comma costituzione).

Non va dunque prestato il consenso per le declaratorie di non luogo a procedere (sia con formula liberatoria,

sia con formula meramente processuale in quanto l’azione penale non doveva essere iniziata o proseguita),

sia per l’estinzione del reato (per remissione della querela e per la morte dell’imputato). Il consenso deve

essere dato per la sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto, sia per quella di non luogo a

procedere per perdono giudiziale, in quanto entrambe presuppongono l’accertamento della responsabilità.

È però ingiustificata la mancata previsione di un potere dispositivo dell’imputato con riguardo alla fattispecie

di condanna, e ciò comporta una profonda incoerenza. Chiamata a pronunciarsi su tale mancanza, la corte ha

dichiarato la manifesta inammissibilità della questione per mancata interpretazione adeguatrice da parte del

giudice remittente (che deve invece prediligere la lettura della norma che non la ponga in contrasto con la

costituzione). Il consenso deve essere riferito, dunque, in via generale, alla possibilità di definire il processo

nell’udienza preliminare, non ad uno specifico esito dell’udienza stessa (per la corte, qualsiasi altra soluzione

sarebbe del tutto incoerente ed irrazionale).

In seguito alla pronuncia della corte, ci si chiede in che rapporti siano il consenso e l’opposizione. La

pronuncia della corte comporta l’abrogazione implicita dell’opposizione? Il consenso preventivo sarebbe

infatti patteggiamento sull’epilogo tra l’imputato ed il PM, e la rinuncia al dibattimento è compensata dalla

riduzione della pena fino alla metà. La soluzione preferibile sarebbe quella di trasporre i principi del giusto

processo nel rito minorile, il che responsabilizzerebbe maggiormente l’imputato, in quanto l’accettazione

della definizione anticipata immetterebbe il minore verso la fuoriuscita rapida dal processo. In ogni caso il

consenso alle fattispecie terminative dell’udienza preliminare non può essere uguale all’accettazione

automatica di tutti i possibili epiloghi.

Riguardo alla sentenza di condanna alla pena pecuniaria, per aderire alla costituzione bisognerebbe

individuare come unica alternativa al consenso preliminare un accertamento ex post della mancata

opposizione, in quanto l’opposizione è vista come dissenso postumo. Ma più che dissenso differito, è una

riviviscenza della pienezza del contraddittorio, in quanto l’imputato più esplicare più prerogative difensive.

Per le sentenze di non luogo a procedere che presuppongono la responsabilità, la disciplina è stata rivista con

la novella del 2001, che ha ammesso che il minore possa rifiutarsi di aderire a sentenze apparentemente

assolutorie, negando il consenso. La corte cost 77/1993 è stata superata con il nuovo assetto normativo, 1

tuttavia precludere al minore il potere di opporsi può determinare uno sbilanciamento di equilibrio tra la

veloce definizione del processo ed il diritto alla difesa.

Il consenso prestato in forma specifica non solo è possibile, ma anzi manifesta una scelta consapevole del

minore, con la sua partecipazione attiva. A parte le sentenze assolutorie e di improcedibilità (che non

presuppongono la responsabilità), è preclusa la possibilità di pronunciare poi una sentenza diversa da quella

cui il minore ha prestato il consenso (si tratta di un patteggiamento sul modulo).

Gli epiloghi decisori proscioglitivi si differenziano tra formule assolutorie, e formule che presuppongono la

responsabilità. Queste ultime precludono l’applicabilità dell’art.425 II e III comma, perché inconciliabile con

il provvedimento che presuppone già la responsabilità dell’imputato. Tale ipotesi e l’udienza preliminare

sono compatibili nel rito ordinario, non vi è alcun problema per quanto riguarda l’ipotesi di difetto di

imputabilità ex art.97 cp, mentre per l’art.98 la norma ex art.37 determina l’inoperatività del divieto

decisorio ex art.425 IV comma cpp per sentenza di non luogo a procedere che possa dar luogo a misure di

sicurezza.

Il perdono giudiziale invece è una valutazione prognostica sul futuro comportamento del minore, con

accertamento della personalità del soggetto e del suo comportamento. L’art.169 IV comma cp, nella sua

formulazione originaria, limitava la concessione del perdono ad una sola volta. Ma per la Corte la norma è

illegittima dove non consente l’estensione del perdono ad altri reati con quello continuati, e dove esclude la

reiterazione del perdono per fatti anteriori, cosa possibile purché non si escludano i limiti di pena per la

concessione del beneficio.

In caso di concorso tra perdono e prescrizione (o amnistia impropria), prevalgono queste ultime perché

hanno effetto preclusivo sull’esame del merito.

Si fa inoltre generico riferimento al sanzioni sostitutive, tra le quali è applicabile anche la sanzione

pecuniaria (ma vi è sempre il limite della sostituibilità entro 3 mesi). Tali sanzioni sostitutive hanno un

procedimento con natura bifasica, il quanto il giudice procedente decide la misura ed il magistrato di

sorveglianza decide come applicarla. Se il procedimento non è deciso in udienza preliminare, il GUP emette

decreto che dispone il giudizio con l’indicazione del collegio componente e la formazione del fascicolo (e

l’esercente ha diritto di partecipare).

L’approvazione del dpr non ha abrogato implicitamente l’oblazione, anche se poi se ne esclude comunque

l’applicabilità al rito minorile, essendo la natura economica di solito estranea alla sfera minorile. Tale

sistema infatti tende ad evitare la monetizzazione del processo.

L’esenzione dal pagamento delle spese processuali si ha solo per il giudizio di merito, ed è esclusa quindi per

il giudizio davanti alla Cassazione.

Per l’impugnazione della sentenza di non luogo a procedere bisogna considerare il combinato disposto degli

artt. 428 e 593 cpp, che vede come unico rimedio contro le sentenze emesse dal GUP minorile il ricorso per

cassazione, precluso però all’esercente la potestà parentale.

L’opposizione è regolata dagli art.32 III e III bis comma, e dall’art. 32 bis. I primi regolano l’oggetto, la

legittimazione, le forme, i termini e gli effetti; il secondo regola il procedimento e l’estensione soggettiva

della decisione favorevole all’opponente nei processi cumulativi. Non è previsto un contenuto minimo

essenziale dell’atto di opposizione, potendo essere anche una mera richiesta di dibattimento. I motivi

riguardano l’accertamento della responsabilità e lo studio della personalità. Può proporre opposizione anche

l’esercente (per la potestà di impugnazione di carattere generale ex art.34), mentre non è legittimato il PM (in

quanto non ha interesse a riformare in peggio una sentenza già di condanna).

La sentenza di condanna a sanzione sostitutiva, pronunciata dopo il giudizio abbreviato, è da impugnare con

le regole generali.

La revoca della sentenza di non luogo a procedere comporta un problema per le decisioni che presuppongono

la responsabilità, in quanto la revoca di un provvedimento favorevole destabilizzerebbe il minore; per la

messa alla prova, inoltre, vanificherebbe l’esito positivo della stessa. La revoca è ammessa solo se vi è un 1


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Diritto Processuale Penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il Processo Penale Minorile, Giostra. Gli argomenti sono: i principi generali del processo a carico di minorenni, il principio di sussidiarietà, gli organi giudiziari nel procedimento processuale (CSM, PM, GUP, GIP), il tribunale dei minori ed il ruolo della Corte d’Appello, il problema dell’accertamento dell’età, l’inammissibilità dell’azione civile, il ruolo del difensore d'ufficio dell’imputato minorenne e la funzione difensiva (rappresentanza e assistenza).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di diritto processuale penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Giostra Glauco.

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