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L’aspetto negativo di questa concezione è evidente: apre un varco senza limiti in cui

 il potere istituzionale ha potuto far passare in relazione alle esigenze contingenti e

storiche, l'arbitrio nella scelta di soggetti e di comportamenti da punire, nonché le

forme, nei modi e nei tempi della punizione, facendo appello alla scienza, alle

esigenze di differenziazione e di individualizzazione della pena, ai criteri di

rieducazione terapia. Tuttavia, e potremmo forse dire fortunatamente, le nuove

istanze di differenziazione del trattamento, promosse dal positivismo giuridico, non

trovarono applicazione pratica in quanto si scontrarono con la resistenza

istituzionale degli enti minorili, ancora fortemente legati ad una politica contenitiva.

In effetti il contrasto, evidenziatosi nel corso di tutto l'Ottocento, tra la necessaria

conoscenza scientifica del bambino e tutto quanto era relativo all'educazione, con

l'obbiettivo della tutela, della promozione, della protezione dei giovani, ed il forte

controllo sull'infanzia, che rendeva gli interventi sui minori assai punitivi,

introducendo in ambito penale istituti fino allora sconosciuti, con misure coercitive e

correzionali derivanti da una concezione dell'infanzia come età dipendente

dall'autorità di coloro che erano preposti all'educazione, non consentì uno sviluppo

adeguato delle concezioni della scuola positiva stessa.

Sul finire del secolo, però, si ebbe la creazione di organi giudiziari minorili

 specializzati: a Londra il movimento di opinione, da cui era nata la “Società per la

rieducazione dei giovani delinquenti”, portò alla creazione di strutture per ragazzi

abbandonati e per giovani criminali. Nel luglio 1899, sotto la spinta del Child-saving

sorse a Chicago la prima del mondo: un Tribunale per i

movement, Juvenile Court

Minorenni con un giudice specializzato che tutelava l'infanzia attraverso

deviata

disposizioni correttive o anche solo meramente educative. Si trattava, comunque, di

un istituzione con una marcata impronta paternalistica, che mancava delle garanzie

necessarie "secondo i criteri della giurisprudenza classica", e per il quale non fu mai

prevista una disciplina speciale.

Anche in Europa l'inizio del XX secolo segnò

 la nascita dei primi Tribunali per i Minorenni.

Nel 1895 venne inaugurata la di

Juvenile Court

Birgmingham e nel 1908 tali istituzioni

divennero obbligatorie in Inghilterra, in

Scozia ed in Irlanda con il con il

Children Act,

quale venne abolita quasi del tutto la pena di

morte per i minori e stabilito che nessun

minore di 16 anni potesse essere condannato

al carcere. Leggi simili vennero promulgate

anche in Francia e in Belgio nel 1912 e, dopo

il Congresso internazionale del Tribunale per

i Minorenni, tenutosi a Parigi nel 1913;

giurisdizioni speciali per minorenni furono

create anche in Olanda (nel 1921) ed in

Germania (leggi del 1922 e 1923).

In Italia il Tribunale per i Minorenni fu istituito solo nel 1934 con il R.D. 1404. In

 epoca antecedente alcune disposizioni erano contenute nel Codice penale del

1859, che stabiliva la piena responsabilità penale solo per i maggiori di 21 anni,

mentre i ragazzi tra 14 e 21 usufruivano di una riduzione della pena che,

comunque, doveva essere scontata nelle carceri comuni. I minori di 14 anni,

colpevoli di un reato, dovevano essere accolti in apposite Case di custodia o in

stabilimenti pubblici di lavoro, ai quali erano destinati anche giovani

mendicanti, vagabondi, oziosi, minori di 16 anni. Sulla scorta delle disposizioni

antecedenti e ai sensi dell’articolo 222 del Codice civile del Regno d'Italia (in

vigore fino al successivo del 1942) era possibile, inoltre, l'internamento dei

giovani discoli in Case di correzione o di educazione, per volontà dei genitori.

Interessante è verificare come la volontà genitoriale fosse subordinata ad un

controllo da parte dell’autorità giudiziaria atteso che la norma richiamata

stabiliva che: “Il padre che non riesca a frenare i traviamenti del figlio, può allontanarlo

dalla famiglia, assegnandogli secondo i propri mezzi gli alimenti strettamente necessari; e

ricorrendo, ove sia d'uopo, al presidente del tribunale, collocarlo in quella casa, o in

quell'istituto di educazione o di correzione, che reputi più conveniente a correggerlo e

migliorarlo. L'autorizzazione può essere chiesta anche verbalmente, ed il presidente

La duplice

provvederà senza formalità di atti e senza esprimere i motivi del suo decreto”.

natura del ricovero in istituto fece s’ che gli istituti di educazione e di

correzione fossero organizzati su regole carcerarie paternalistiche e coercitive.

Nel 1877, un nuovo regolamento istituì le figure degli “istitutori o censori” in

sostituzione delle guardie carcerarie comuni e vennero previsti interventi

differenziati per i minori sottoposti alla custodia per condanna penale e i

ricoverati per altre cause. In seguito, fino al codice Zanardelli del 1889, furono

compiuti vari tentativi per cercare di unificare, sistematizzare e rendere

organica la legislazione minorile.

Il Codice Zanardelli

.

Fino al 1890 in tutta Italia, a seguito dell’unificazione, era applicabile ai minori l’articolo 88

 del Codice sardo secondo cui “il minore di quattordici anni, che avesse agito senza

“discernimento”, non era passibile di pena e, in caso di crimine o delitto, poteva, a

discrezione dell'autorità giudiziaria, essere consegnato ai genitori o ricoverato in uno

stabilimento pubblico di lavoro”.

Il nuovo Codice poneva delle distinzioni più complesse

Zanardelli, entrato in vigore nel 1890,

 rispetto a quelle del Codice sardo: infatti l'età minima per l'imputabilità era venne fissata a

nove anni, articolo 53, mentre l’articolo 54 disponeva che fra i nove e i quattordici anni il

ragazzo era imputabile, ma solo previo accertamento obbligatorio, da parte del Magistrato,

del “discernimento”; il successivo articolo 55 disponeva che dai quattordici ai diciotto

anni l’imputabilità era presunta. Conseguenza unica del regime differenziato era una

diminuzione di pena. Lo stesso regime era previsto per il minore di ventuno anni.

Per la prima fascia di età (i minori fino a nove anni), il Presidente del Tribunale civile, su

 richiesta del pubblico ministero, poteva ordinare che il minore fosse rinchiuso in un

istituto di educazione e di correzione oppure affidato ai genitori sotto la loro

responsabilità. Gli stessi provvedimenti (ovvero reclusione presso un istituto di

educazione e di correzione o affidamento ai genitori) potevano essere adottati dal

Tribunale penale per i minori tra i nove e i quattordici anni nei casi di non imputabilità.

Il Codice Zanardelli

Il giudice penale dei minori era lo stesso degli adulti in quanto, ai criteri di

 individualizzazione della pena innanzi indicati, in sede processuale, non corrispose mai la

previsione di un organo giudicante specializzato. Unica novità processuale si può definire

l’indispensabilità della figura del medico, quale ausiliario del giudice capace di stabilire

l'esistenza o meno del discernimento nei singoli casi, resa necessaria dall’introduzione

della obbligatorietà dell’accertamento sul “discernimento” del minore al momento della

commissione del fatto. Era questo un risultato delle elaborazioni della Scuola Positiva le

cui conseguenze si ripercuotevano, inoltre, in relazione alla maggiore attenzione sulla

necessità di individualizzare le pene, attraverso l'instaurazione di un sistema penale

concentrato sull'esame dell'individuo, più che sul reato.

L'oziosità o la mendicità dei minori, invece, non furono disciplinate dal Codice penale

 Zanardelli, poiché la materia fu demandata agli articoli 113-116 della nuova Legge di

Pubblica Sicurezza, nella quale fu stabilito (art. 114) che “il minore degli anni 18 privo di

genitori, ascendenti o tutori” fosse ricoverato, per ordine del “presidente” o del “giudice

delegato”, “presso qualche famiglia onesta” in grado di accoglierlo, “ovvero in un istituto

di educazione correzionale, finché non abbia appreso un'educazione, un'arte o un

mestiere, ma non oltre il limite della maggiore età”.

Legge sulla pubblica sicurezza del 30 giugno 1889, Regi Decreti 8 novembre 1889, 19 novembre

 1889, 12 gennaio 1890.

Il successivo articolo 116 estese l'applicazione di queste norme anche ai minori esercenti

 “abitualmente la mendicità o il meretricio”.

Dalla coordinazione delle norme di Pubblica Sicurezza con le disposizioni del Codice

 penale e con quelle del Codice civile sopra richiamate, nacquero, pertanto, quattro diverse

categorie di corrigendi:

Il Codice Zanardelli

i minorenni delinquenti o autori personali di delitti (artt. 53, 54,

 55 del Codice penale);

minorenni corrotti e diffamati (art. 114 Legge di P.S.);

 minorenni oziosi, mendicanti o vagabondi (art. 116 di Legge di

 P.S.);

minorenni allontanati dalla casa paterna o ribelli all'autorità

 paterna (artt. 221 e 222 del Codice civile).

Sebbene il complesso delle norme sopra indicate prevedesse, forse

 anche in via principale, atteso che “l’affidamento a famiglie oneste” era

doto come primo corna del dilemma, misure diverse

dall'istituzionalizzazione, poiché queste ultime non vennero mai

applicate, si raggiunse, invero, il risultato di ampliare le ipotesi di

ricovero nelle forme istituzionali attraverso la individuazione di nuove

categorie di minori ricoverabili anche a prescindere dalla commissione

di reati e sulla base di semplici devianze di tipo sociale.

Il Codice Zanardelli

Alle categorie di minori innanzi indicate, con il Regolamento carcerario del

 1891, vennero fatti corrispondere “Riformatori” specializzati. Si distinsero,

così, le Case di correzione per minorenni sotto i 18 anni condannati in

applicazione degli articoli 54 e 55 del Codice penale; gli Istituti di educazione e

di correzione per fanciulli con meno di 9 anni, che avevano commesso un

delitto punibile con la reclusione o la detenzione non inferiore ad un anno (art.

53) e per i minori tra 9 e 14 anni, che avevano commesso un reato senza

discernimento (art. 54); gli Istituti di educazione correzionale per i minorenni

infradiciottenni dediti all'oziosità, al vagabondaggio, alla mendicità e al

meretricio (artt. 113, 114, 116 Legge di P.S.); infine, istituti di correzione paterna

per giovani ricoverati a norma degli articoli 221 o 222 del Codice civile. Altro

risultato, questo, in linea di principio positivo, fu la separazione istituzionale fra

condannati e corrigendi lasciando questi ultimi, per lo più, alla gestione di

privati.

Fin dall'UnitÓ d'Italia, infatti, la direzione delle carceri si avvalse di due tipi di

 istituzioni per il ricovero e la correzione dei minori: quelle governative e quelle private

con la quali venivano stipulate apposite convenzioni per la parte amministrativa. Dal

1862 era, però, in vigore un comune regolamento per le Case di custodia penali,

come erano chiamati gli istituti di correzione governativi, a cui dovevano, in una certa

misura, adeguarsi anche gli istituti privati; cfr. V. Nuti, Discoli e derelitti. L'infanzia

povera dopo l'UnitÓ, cit., pp. 147 e ss.

Il Codice Zanardelli

Nel 1904 con il “Regolamento per i riformatori governativi” gli agenti di custodia vennero sostituiti dalla

 figura degli istitutori, reclutati fra gli insegnanti elementari e cominciò la tendenza ad affrontare il

problema della delinquenza giovanile in termini di educazione e riabilitazione. Era, in teoria, l’inizio del

trattamento individualizzato, atteso che occorreva adattare lo stesso non solo ai principi rieducativi, ma

anche e soprattutto all’età del minore ed al reato commesso. In concreto, come afferma il De Leo, i criteri

ed i principi a cui ci si ispirò, nella gestione dei riformatori, non furono affatto attenti alla cura del singolo

ma tesero ad ottenerne il consenso e la sottomissione.

Nello stesso anno con la circolare emanata dal Ministro Guardasigilli Orlando vennero create le premesse

 perché potessero affermarsi, nell'ambito della giustizia minorile, i principi della specializzazione del

giudice, della non pubblicità del processo che vedeva coinvolto un minore, nonché quello della necessità

dell'indagine sulla personalità del minore. Con la circolare predetta, infatti, si sollecitavano i tribunali

affinché “fossero sempre i medesimi giudici ad occuparsi dell'istruzione e del giudizio dei processi contro

i minorenni” e questi ultimi studiassero “con animo paterno la psicologia dell'imputato, trattandolo senza

intimidazioni”. Si invitavano, inoltre, essi giudici a “non limitarsi al mero accertamento del fatto, ma a

procedere ad indagini volte a conoscere lo stato di famiglia del minore, le condizioni di vita, l'indole e il

carattere di coloro che su di lui esercitano la potestà, ed a raccogliere tutte le notizie che possono dare un

criterio esatto delle cause dirette e indirette per cui il minore è giunto alla violazione delittuosa della

legge”. Infine si esortava a considerare anche elementi quali le condizioni di abbandono del minore,

l'abiezione e la depravazione delle sue condizioni di vita al duplice fine dell'accertamento della

responsabilità del minore e della determinazione della relativa pena, considerando l'azione repressiva

come “ulteriore fattore di corruzione e un incitamento a futuri delitti”. È questo, forse, uno dei pochi

esempi legislativi in cui si da atto che la repressione pura del reato non è sufficiente a rieducare il

condannato, ma è essa stessa fonte di recidiva: affermazione oltremodo importante se si considera il

clima di allarme sociale che i reati commessi da minori all’epoca avevano generato.

Sulla base dei principi espressi nella circolare Orlando, con Regio Decreto del 7

 novembre 1909 venne nominata una commissione presieduta dal senatore

Quarta, che approntò un progetto per una “Magistratura dei minorenni”,

contenente idee innovative in relazione ai tempi.

Nel progetto erano previsti, infatti: a) una magistratura specializzata che

 avrebbe avuto il compito di vigilare negli ambiti dell'assistenza, della tutela,

dell'istruzione e della correzione del minore; b) un Codice minorile unificato che

escludesse l'arresto o la carcerazione preventiva in fase di istruzione e

prevedesse la possibilità di giudicare soltanto i fatti reato lievi, per cui erano

applicabili misure simili alle attuali sanzioni sostitutive; per i fatti reato più gravi

il giudizio passava al magistrato ordinario; in caso di condanna, infine, erano

previste una serie articolata di misure che passavano dal semplice

ammonimento alla detenzione in casa o l'affidamento familiare, ovvero

l'assegnazione ad un istituto di beneficenza, il riformatorio e così via.

La novità più rilevante però del progetto è, certamente, rappresentata dallo

 spostamento dell’ottica di intervento dal diritto sostanziale a quello

processuale, atteso che si pose l'accento sul fatto questi ultimi avevano la loro

influenza sul fenomeno della delinquenza minorile, dal momento che “il

minorenne viene sottoposto alla giurisdizione dello stesso giudice, che deve

valutare la responsabilità del delinquente adulto, ed esposto ad un apparato

esteriore e a solennità di forme che lasciano nell'animo di lui profonde e funeste

impressioni”.

In quest’ottica l'istituzione di una magistratura speciale era considerata

 “condizione necessaria per informare ad un concetto razionale e concreto il

trattamento della delinquenza dei minorenni”.

Negli anni successivi, in particolare quelli che

 precedettero il primo conflitto mondiale, numerosi

dibattiti tennero vivo l'interesse per la

delinquenza minorile e contribuirono a produrre

significativi miglioramenti nella condizione dei

minori c.d. devianti, in quanto favorirono la

diffusione di nuovi atteggiamenti nei loro

confronti basati sulle necessità e sui bisogni di

fanciulli e adolescenti. Tutti i dibattiti, però,

avevano un comune denominatore:

l’adultocentrismo. La conseguenza era una

necessità di normalizzazione morale del minore

ed un controllo sull’infanzia. Anche se con i limiti

innanzi indicati l'impegno culturale in campo

minorile dell’inizio ‘900 sollecitò alcune

sperimentazioni proprio in ambito degli interventi

penali, in particolare, sollecitando l’intervento del

volontariato.

Nel 1906 fu fondato il primo Patronato italiano per minorenni

 condannati condizionalmente grazie alle associazioni di

volontariato, ai cui membri venivano affidati i giovani condannati.

Nel 1921 una nuova commissione, presieduta da Enrico

 Ferri, partendo dall’osservazione che le cause della

criminalità giovanile trovavano spiegazione nell'insieme

delle cause sociali, familiari, psicologiche, ma anche

ereditarie ed evolutive e che le stesse erano da ricercarsi

soprattutto nelle condizioni di abbandono in cui versava

l'infanzia moralmente maltrattata o torturata, propose di

travare rimedi più efficaci fuori del codice penale,

intendendosi con ciò, ricorrere a “rimedi sociali di

prevenzione, di profilassi, di educazione, di cura”.

Dal punto di vista giuridico affermò che la colpevolezza non

 poteva essere ricondotta alle medesime norme astratte di

responsabilità morale valide per gli adulti, ma doveva

fondarsi sulla “responsabilità del delinquente, più o meno

pericoloso, più o meno correggibile".

Sebbene caratterizzato da una maggiore rigidità e da un minore ottimismo

 rispetto al progetto il progetta presentava spunti innovativi e

Quarta, Ferri

maggiore aderenza alla teorica della scuola positiva soprattutto per

l’intervento scientifico su tutta la materia e la creazione della categoria

giuridico-penale della pericolosità sociale.

Seguì, temporalmente, il progetto del 1922, che riprese i contenuti

Orlandini

 del progetto ma, come questi e come lo stesso progetto Ferri, non

Quarta,

fu mai trasformato in legge.

Il fermento culturale, però, non si arrestò, anzi proseguì con

 sperimentazioni che potremmo definire di concertazione istituzionale,

sebbene all’epoca avessero il carattere della spontaneità: in particolare è

da segnalare l’accordo (oggi diremo protocollo d’intesa) della Magistratura

milanese con l'Associazione Cesare Beccaria, che nel 1928 permise quasi

l'istituzione di un Tribunale per i Minorenni. Secondo detto

ante legem

protocollo le cause contro i minori vennero celebrate non nelle normali

aule di udienza, ma in apposite sale messe a disposizione

dall'Associazione; alle udienze vennero chiamati, ad assistere e a fornire la

loro consulenza, due psichiatri, esperti in problemi dell'età evolutiva.

L’accordo tra la magistratura milanese e l’associazione Beccarla precorse

di ben 70 anni i tempi, atteso che solo nel 1997, con la legge 285, si è

riconosciuto legislativamente che le problematiche dei minori e dell’età

evolutiva non possono essere risolte con ottica unica, ma vanno

sottoposte a lenti poliedriche costruite attraverso progetti territorialmente

mirati cui sono chiamati a partecipare le istituzioni ed il volontariato, con il

fine specifico di coinvolgere nei progetti stessi la c.d. società civile

Il Codice Rocco.

Il contrasto tra la scuola positiva e quella classica,

 non aveva consentito ancora una sintesi legislativa

in materia minorile e, diremmo anche più in generale,

sul significato e la funzione stessa della pena nel

sistema.

A tale sintesi provvede, procediamo in questo momento per approssimazioni e

 grandi linee, il Codice Rocco che rappresentò un momento tecnicamente

rilevante di compromesso ed equilibrio tra le opposte istanze della Scuola

Classica e della Scuola Positiva.

Con il Codice venne, infatti, a delinearsi una netta distinzione tra i

Rocco

 soggetti biologicamente normali e quelli che erano in condizioni ritenute di

"non normalità biologica e psichica": per i primi di cui era presunto il libero

arbitrio e, quindi, l'imputabilità, e la pena assolveva a una funzione soprattutto

retributiva – erano i criteri retribuzionistici della Scuola Classica-; per i

secondi, cui non era negato il libero arbitrio e per i quali l'imputabilità doveva

essere provata, invece, la pena, sotto forma di misura di sicurezza, acquisiva

-

funzioni terapeutiche e di difesa sociale i criteri di individualizzazione della

pena, propri della Scuola Positiva.

Il Codice Rocco.

In realtà, però, la funzione terapeutica, attribuita alla sanzione

 dai positivisti, fu del tutto ideologica e secondaria rispetto a

quella di difesa sociale, atteso che i soggetti anormali

rappresentavano una minaccia per l'ordine costituito e le

misure di sicurezza furono il nuovo metodo con il quale

vennero resi innocui gli individui pericolosi.

All'area della non normalità biologica e psichica appartenevano

 anche i minori.

Conseguenza dell’impostazione teorica innanzi richiamata, fu

 l’attuale articolo 97 c.p. che elevò il limite di non imputabilità

assoluta, dai nove ai quattordici anni. Dai quattordici a diciotto

anni, invece, dove prima esisteva una presunzione di

responsabilità, il minore venne ritenuto imputabile solo se in

possesso della “capacità di intendere e di volere” e si stabilì

che questa dovesse essere accertata caso per caso con

l'ausilio della “scienza positiva”.

Il Codice Rocco.

Fu mantenuta, invece, il precedente

 principio secondo cui anche nel caso

d’accertata imputabilità la pena è

diminuita.

Com’è evidente lo spostamento della

 soglia di imputabilità fu una scelta

prevalentemente arbitraria che diede

luogo a vivaci dibattiti, ma tanto era ed

è inevitabile.

Il Codice Rocco.

Anche terminologicamente il Codice Rocco

 fu innovativo: il termine “discernimento” fu

sostituito con quello della “capacità di

intendere e di volere” e quest’ultima fu

costruita come “maturità ed immaturità”, per

le ipotesi di presenza o assenza.

Nota sul concetto di immaturità e sulla sua

 distinzione dalla incapacitÓ di intendere e di

volere degli adulti.

Il Codice Rocco.

Schematicamente si può dire che per il Codice Rocco, articolo 98: la capacità di

 intendere e di volere dopo i 18 anni è sempre presunta e non sono previste

diminuzioni di pena; i minori, riconosciuti non imputabili, a prescindere dall'età,

possono, comunque (art. 224), essere riconosciuti socialmente pericolosi e

sottoposti alle misure di sicurezza del riformatorio giudiziario, da eseguirsi

nella forma del collocamento in comunità o della libertà vigilata, tuttavia la

misura predetta, ai sensi dell’articolo 232 c.p., può essere applicata solo se i

genitori o altre persone o istituti d’assistenza sociale non sono in grado di

garantire l'obbligo di provvedere all'educazione, al controllo e all'assistenza del

minore.

Anche i sede di esecuzione furono apportate innovazioni: l’articolo 142 c.p.

 prevedeva, infatti, che i minori debbano scontare la condanna, fino al

compimento dei diciotto anni, “in stabilimenti separati da quelli riservati agli

adulti, ovvero in sezioni separate di tali stabilimenti, ed è loro impartita, durante

le ore non destinate al lavoro, un'istruzione diretta soprattutto alla rieducazione

morale...”; mentre nell’art. 176 è contenuta la disciplina della liberazione

condizionale che per la prima volta introduce una sorta di “alternativa alla

detenzione” e sul cui schema, poi, la riforma penitenziaria del 1975 costruirà

anche le vere e proprie misure alternative alla detenzione.

Il Codice Rocco.

La liberazione condizionale, prendendo atto del comportamento tenuto dal

 recluso, tale da far ritenere sicuri il suo ravvedimento consente di trascorrere il

resto della pena in regime di libertà vigilata.

L’istituto più importante, però sia per i suoi effetti depenalizzati sia per le

 prospettive di risocializzazione che importa, tra quelli previsti per i minorenni

dal codice Rocco è, certamente, il introdotto con l'art. 169.

perdono giudiziale,

Il perdono giudiziale, misura esclusivamente riservata ai minori, "consiste nella

 rinuncia dello stato alla condanna o addirittura al rinvio al giudizio, pur avendo

il giudice accertato la responsabilità dell'imputato" e costituisce una causa di

estinzione del reato utilizzabile quando si ritiene che il minore si asterrà, in

futuro, dal commettere altri reati.

Condizione necessaria e sufficiente per la concessione del perdono è,

 originariamente, l’essere in presenza della prima esperienza penale e

l’accertamento della sua responsabilità per un reato per il quale è prevista una

pena detentiva non superiore a due anni.

Scopo di tale istituto doveva essere quello di "salvare dalla perdizione giovani

 esistenze e di favorire in tal modo il progresso civile, rendendo sempre

migliori, materialmente e moralmente, le condizioni della convivenza sociale".

Il Codice Rocco.

In sostanza con il perdono giudiziale "si riconosce la necessità di non

 stigmatizzare una storia personale e di attivare stimoli positivi e di rinforzo

psicologico e di fiducia".

Il sistema complessivamente costruito dal codice Rocco con la liberazione

 condizionale, che venne accordata con maggiore ampiezza ai minorenni, il

perdono giudiziale e la sospensione condizionale della pena, permise una

maggiore attenzione per i minori, maggiore attenzione che, sostanzialmente si

concretizzò in una strategia punitiva più elastica e basata soprattutto

sull’utilizzo della pena stessa come strumento di dissuasione: è questo,

certamente, il limite della previsione e della strategia del sistema minorile

delineato dal codice Rocco, il quale, in definitiva non abbandona la visione

pan-penalistica precedente, strutturando la pena come difesa sociale più che

come intervento rieducativo e, inoltre, sfruttando al massimo le potenzialità

dissuasive della stessa.

La minaccia di applicazione della pena insita nell’istituto della sospensione

 condizionale e dominante anche negli atri due istituti ricordati rappresenta,

infatti, il prototipo di quella funzione preventiva particolare che i classici

attribuiscono alla pena come strumento di prevenzione speciale.

Delle applicazioni degli istituti del codice Rocco e, ancora, delle modifiche

 apportate agli stessi attraverso la previsione del Tribunale per i minorenni (r.d.l.

del 20 luglio 1934 n.1404) e la successiva introduzione del sistema processuale

minorile del 1988 (d.p.r. 448 del 1988), si sa e si è detto molto che non è

opportuno ripetere.

L’influenza delle convenzioni

internazionali sui diritti umani e

l’evoluzione della Costituzione.

La Dichiarazione Universale

Nel 1948, il diritto internazionale, infatti, fece un altro passo in avanti

 nell'affermazione della dignità della persona umana, con la “Dichiarazione Universale

dei diritti dell'uomo”, con la quale i diritti umani divennero oggetto di tutela

internazionale, ponendosi come “diritti positivi universali”, la stessa Dichiarazione,

però, non dedicò molta attenzione ai minori pur stabilendo, principi che sono collegati

in modo indissolubile con la materia minorile[1].

Si ricordano, per quanto riguarda la tutela generale dei diritti, l'articolo 1 che sancisce

 l'uguaglianza e la libertà degli esseri umani e si riferisce a tutti gli individui, ed i

successivi articoli da 2 a 9 che, nell’affermare diritti e divieti in ordine alla

salvaguardia della persona e della sua libertà, prescindono dall'età. Nello specifico

dei minori, si ricorda, poi, l'articolo 26, che costruisce il diritto all'istruzione come

strumento per il pieno sviluppo della personalità umana.

Sul piano più strettamente processuale la Dichiarazione universale dei diritti

 dell’uomo, riserva una particolare considerazione alla persona sottoposta a

procedimento penale, vietando la tortura o i trattamenti e punizioni crudeli, inumani o

degradanti, articolo 5, imponendo l’uguaglianza di tutti dinanzi alla legge, articolo 2. In

particolare enunciazioni più specifiche tendono ad attribuire ad ogni individuo:

a) il potere di ricorrere a competenti tribunali nazionali contro atti che violano i suoi

 diritti fondamentali (art. 8.);

b) il diritto di disporre di un’effettiva tutela giurisdizionale a mezzo di « equa udienza

 davanti ad un tribunale indipendente e imparziale», per la « determinazione della

fondatezza di ogni accusa pe-nale che gli venga rivolta » (art. 10.);

c) il diritto di essere presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata

 provata legalmente in un pubblico procedimento penale (art. 11 comma 1.)[2].

Il patto internazionale.

Cronologicamente, e in attuazione dell’obbligo morale da essa derivante, alla Dichiarazione Universale seguono

 la Con-venzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali[1] e il Patto

internazionale sui diritti civili e politici[2], della prima diremo nel prosieguo, qui è necessario dare atto dei principi

contenuti nel secondo che si presentano come prodromi delle specificazioni successive, in materia minorile,

contenute in due dichiarazioni dell’ONU relative ai minori[3].

Il Patto internazionale sui diritti civili e politici specifica i principi espressi dalla Convenzione in alcuni aspetti

 fondamentali del processo penale: ad esempio, in tema di libertà personale, dopo aver affermato che «qualsiasi

individuo privato della propria libertà deve essere trattato con umanità e con il rispetto della dignità inerente alla

perso-na», che «gli imputati, salvo circostanze eccezionali, devono essere separati dai condannati e sottoposti a

un trattamento diverso, consono alla loro condizione di persone non condannate» e che «il regime penitenziario

deve comportare un trattamento dei detenuti che abbia per fine essenziale il loro ravvedimento e la loro

riabilitazione sociale», nello specifico minorile afferma che «gli imputati minorenni devono essere separati dagli

adulti e il loro caso deve essere giudicato il più rapidamente possibile» (art 10).

Anche per quanto riguarda la giurisdizione l’enunciato del Patto è più ampio e dettagliato: si afferma, infatti, la

 necessità di un giudice, «indipendente», «imparziale», «costituito per legge», deve essere, altresì, «competente»;

che l’imputato ha diritto ad essere presente al procedimento penale, ad essere giudicato senza ingiustificato

ritardo e a non essere costretto a deporre contro se stesso o a confessarsi colpevole; che ogni persona

condannata per un reato ha diritto a che l’accertamento della sua colpevolezza e la condanna siano riesaminati

da un tribunale di seconda istanza; che nei casi di annullamento di una condanna resa con sentenza definitiva e

nel caso in cui al condannato sia accordata la grazia, per il sopraggiungere di un fatto nuovo o scoperto dopo la

condanna che provi un errore giudiziario, è dovuto un indennizzo, a meno che non sia provato che la mancata

scoperta in tempo utile del fatto ignoto sia imputabile in tutto o in parte al condannato stesso; che, infine, nessuno

può essere citato in giudizio o sottoposto a nuova pena, per un reato per il quale sia stato già assolto o

condannato con sentenza definitiva in conformità al diritto e alla procedura penale di ciascun Paese.

Nello specifico della posizione dei minori l’articolo 14 del Patto impone una procedura per i minorenni che tenga

 conto dell’età del soggetto, al fine di promuoverne la riabilitazione[4].

Le Regole di Pechino

Le convenzioni e dichiarazioni internazionali di carattere generale fin qui ricordate,

 proprio per essere rivolte alla generalità degli uomini non potevano che contenere

indicazioni di massima e di principio rispetto ai minori. Sulla base delle due

affermazioni innanzi riportate[1], e contenute rispettivamente, nella Dichiarazione

Universale e nel patto, nasce, da prima, la “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” del

1958[2] che, affermando “un diritto non più sui minori, ma per i minori”, rappresenta

un vero e proprio codice di riferimento per tutti gli ordinamenti sociali e civili delle

nazioni[3]. Il documento afferma, inoltre, che occorre sempre tener presente “il

superiore interesse del fanciullo” e che il godimento dei diritti e delle libertà

costituiscono un interesse per la società stessa e non solo per il ragazzo. Particolare

rilievo, in questo contesto, è attribuito, infine, al “diritto a un'educazione che, almeno a

livello elementare, deve essere gratuita e obbligatoria”.

Importanza fondamentale, nella materia specifica che ci occupa, hanno le “Regole

 minime per l'amministrazione della giustizia minorile”[4] che costituiscono la fonte alla

quale si sono ispirati i più recenti codici minorili. Le stesse, cui si sono ispirati i più

recenti codici minorili e, in particolare, il d.p.r. 448 del 1988 che regola attualmente il

processo penale innanzi al Tribunale per i minorenni, si articolano in cinque parti.

 -

Regole di Pechino PRINCIPI GENERALI, articoli 1-9

obbligano gli Stati a tutelare il benessere del minore e della sua famiglia con lo scopo specifico di tenerlo lontano il

 più possibile dalla criminalità e dalla delinquenza attraverso l’impegno delle istituzioni e del volontariato che riduca

la necessità di un intervento della legge. Di tale sistema sociale integrato è parte essenziale la giustizia minorile

che, in un quadro generale di giustizia sociale per tutti i giovani, (e) deve contribuire anche alla protezione e al

mantenimento della pace e dell'ordine nella società[1]. In particolare, ribadito il principio di uguaglianza anche

all’interno dei soggetti minorenni, s’impone agli Stati, una differenziazione tra l’imputabilità del minore e quella del

maggiorenne e si consigliano regole particolari e strutture collegate con la funzione dell'amministrazione della

giustizia minorile capaci di: a) rispondere alle varie esigenze di tali soggetti e b) di applicare effettivamente le

regole successivamente stabilite dalla stessa dichiarazione di Pechino[2]. In sistema di tutela innanzi delineato

per i fatti costituenti reato (cioè quelli per i quali sarebbero responsabili anche gli adulti) viene esteso ai

comportamenti devianti propri dei minori ai quali possono essere applicate le c.d. misure rieducative[3].

L'articolo 4 stabilisce[4], poi, specificando il concetto già contenuto nell’articolo 2, che qualora il sistema riconosca

 una soglia della responsabilità penale, tale limite non dovrà essere fissato ad un limite, troppo basso, tenuto conto

della maturità affettiva, mentale ed intellettuale, mentre il successivo articolo 5 fissa come obiettivi del sistema

della giustizia minorile la tutela del giovane garantita attraverso il ricorso a pene proporzionali sia alle circostanze

del reato sia (e) all'autore dello stesso. A tale scopo è riconosciuta la necessità di attribuire al giudice un elevato

potere discrezionale, rispetto al quale, però, si precisano i limiti finalistici di tale potere, supportati da una

necessaria specializzazione dei titolari[5]; tanto però non deve limitare in alcun modo le garanzie attribuite in via

generale ai soggetti adulti (presunzione di innocenza, diritto alla notifica delle accuse, al confronto e all'esame

incrociato dei testi, il diritto a non rispondere e il diritto di appello) alle quali garanzie specifiche quali il diritto alla

presenza del genitore o del tutore[6], vanno aggiunte, mentre altre, quale il diritto alla riservatezza, sono rafforzate

in modo da evitare possibili danni causati da una pubblicità inutile e denigratoria[7]. Il quadro delle disposizioni di

carattere generali si chiude con il richiamo alle regole minime delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti e

le altre regole relative ai diritti dell'uomo riconosciuti dalla Comunità internazionale, che sono espressamente

dichiarate sottostrato, nel senso che le disposizioni relative ai minori non possono che essere migliorative rispetto

a quelle degli adulti[8]. -

Regole di Pechino parte seconda ISTRUZIONE

E PROCESSO, articoli 10-13

detta regole generali per l'istruzione del processo ad

 imputati minorenni riguarda, raccomandando, nel caso di

arresto, l'informazione immediata ai genitori e ai tutori e

disponendo che l’autorità esamini immediatamente la

questione del rilascio[1] e prescrivendo per le forze

dell'ordine un approccio con il minore che sia tale da

rispettare lo stato giuridico del giovane e da evitare di

nuocergli[2]. Di particolare interesse è, in questo quadro,

l’articolo 11 comma 1 che consiglia ove possibile, di

trattare i casi dei giovani che delinquono senza ricorrere

al processo formale da parte dell'autorità competente

prevista dall'art. 14, 1° comma, ricorrendo a misure

extragiudiziarie, ossia l'affidamento ai servizi della

comunità, e ad altri servizi con il consenso dei genitori o

del tutore. -

Regole di Pechino parte terza GIUDIZIO E

PROCESSO, articoli 14-22

riguarda il giudizio e il processo vero e proprio. La stessa si apre ribadendo la residualità del

 procedimento davanti all’autorità giudiziaria ed affermando, nell’ipotesi di processo, la necessità

che il minore sia giudicato da un'autorità competente e che la procedura seguita (deve tendere)

tenda a proteggere al meglio gli interessi del giovane che delinque e (deve svolgersi) si svolga in

un clima di comprensione, permettendo(gli) al giovane di parteciparvi e di esprimersi

liberamente[1]. Il successivo articolo 15, commi 1 e 2, disciplina la difesa del minore,

attribuendogli, inderogabilmente, il diritto all'assistenza legale e, compatibilmente con i suoi

interessi, quella psicologica ed affettiva[2]. L’endiadi assistenza legale ed assistenza psicologica

affettiva e dipende strettamente, nell’ottica delle Regole di Pechino, dal doppio oggetto

dell’indagine in materia minorile. Afferma, infatti, l’articolo 16 che in tutti i casi, fatta eccezione per

i reati minori, prima che l'autorità competente emetta un procedimento definitivo, i precedenti del

minore, le sue condizioni di vita e le circostanze nelle quali è stato commesso il reato formano

oggetto di un'inchiesta approfondita in maniera da facilitare il giudizio sul caso da parte

dell'autorità competente.

Sulla base di questo doppio oggetto di giudizio, l'articolo 17 stabilisce i principi guida riguardanti il

 giudizio e la sentenza: ribadita, infatti, l’esclusione della pena di morte e delle pene corporali per i

minorenni, si afferma che il criterio guida deve essere la tutela del minore (articolo 17. comma 1

lett. d), che le misure restrittive e quelle privative della libertà sono meramente eccezionali

(articolo 17 lettere b) e c), e, infine, che la decisione deve essere sempre proporzionata non

soltanto alle circostanze e alla gravità del reato, ma anche alle condizioni e ai bisogni del

soggetto che ha delinquito come anche ai bisogni della società (articolo 17 comma 1 lettera a).

Gli obiettivi innanzi indicati, afferma l’ultimo comma dell’articolo 17 delle Regole, possono essere

raggiunti anche mediante la sospensione del procedimento che l'autorità competente ha il potere

di sospendere (il procedimento) in ogni momento. -

Regole di Pechino parte terza GIUDIZIO E

PROCESSO, articoli 14-22

Il quadro si completa con la previsione dell'articolo 18, che disciplinando le formule terminative del

 giudizio, mette in evidenza la necessità di ricorrere a sanzioni alternative, anche combinate tra di

loro, in modo da consentire una vasta gamma d’interventi ed una grande flessibilità allo scopo di

evitare per quanto possibile il collocamento in un’istituzione. Le misure indicate, ma che non

esauriscono il quadro delle possibili soluzioni, tutte peraltro caratterizzate dalla impossibilità di

sottrarre il minore alla famiglia, se non in casi eccezionali e per l’interesse del minore stesso,

sono: a) misure di sostegno, di orientamento, di sorveglianza; b) misure di probation; c) intervento

dei servizi della comunità; d) multe, risarcimento e restituzione; e) regime ausiliario o altri regimi;

f) partecipazione a gruppi o ad altre attività analoghe; g) collocamento in famiglia, in comunità o in

un altro ambiente educativo; h) altre misure pertinenti.

Le disposizioni successive di questa parte, poi, specificano principi già precedentemente

 espressi, come quello della necessità di specializzazione degli operatori del settore, quello della

residualità dell’istituzionalizzazione e quello della rapidità del procedimento. Si ribadisce, infine, la

riservatezza degli atti del procedimento. -

Regole di Pechino parte quarta TRATTAMENTO

IN LIBERTÀ, articoli 23-25

è esaminato il trattamento in libertà,

 estendendo, in sostanza, allo stesso i

principi dettati per il trattamento in captivis.

Si assicura un'assistenza e un livello

educativo, che favorisca il reinserimento

del minore nella società, attraverso la

mobilitazione di volontari, di privati, di

istituzioni locali ed altri servizi comunitari.

-

Regole di Pechino parte quinta

TRATTAMENTO IN ISTITUZIONE, articoli

26-29

è dedicata al trattamento in istituzione. Si stabiliscono gli

 obiettivi del trattamento indicandoli nell’assistenza,

protezione, educazione e competenza professionale al

fine specifico di consentire agli stessi di assumere nella

società libera un ruolo costruttivo e produttivo e si

ribadisce che il trattamento stesso deve svolgersi in

istituzioni separate dagli adulti. In coerenza con il

principio di non istituzionalizzazione dei minori si

prospettano soluzioni idonee a favorire l’uscita dal

circuito anche nella fase esecutiva, quale la liberazione

condizionale, fermo restando che il sostegno del

personale dei servizi e delle istituzioni tutte, sostegno

che si prospetta come attuabile attraverso la creazione

di centri di accoglienza e di sostegno, di comunità socio-

educative, di centri di formazione professionale e altre

strutture atte al regime di semilibertà.

Le Regole di Pechino parte sesta ed

-

ultima RICERCA, PIANIFICAZIONE,

ELABORAZIONE DI POLITICHE E

VALUTAZIONE, articolo 30

infine, riconosce la fluidità delle tematiche

 riguardanti i minori, in genere, e quelli che

delinquono, in particolare, e raccomanda

studi e ricerche continue sulle tendenze, le

cause e i problemi relativi alla delinquenza

minorile e ai bisogni dei minori.

La Convenzione europea.

Anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà

 fondamentali[1] — che pur dedica dettagliata attenzione ai diritti del soggetto sottoposto a

procedimento penale — ponendo come preliminare il divieto assoluto di tortura o di pene o

trattamenti inumani o degradanti, assume logicamente rilievo nella materia minorile, sia perché

stabilisce che nessuno può essere condannato per un’azione o un’omissione non costituente

reato al momento in cui fu commessa e che non può, del pari, essere inflitta una pena superiore a

quell’applicabile al momento in cui il reato fu consumato e, pertanto collega indissolubilmente il

momento dell’azione a quello della pena, collegamento che ha indubbio rilievo rispetto alla pena

ed alla procedura applicabile ai minori, sia perché stabilisce un complesso di garanzie esplicitate

particolarmente in relazione al bene fondamentale della libertà personale.

La convenzione, però, nulla di specifico dice in ordine alla posizione del minore né quale autore

 del reato né quale vittima dello stesso se non che nei confronti dello stesso è considerata

«legale» privazione della libertà la detenzione: “imposta nei confronti di un minore per

«sorvegliare la sua educazione» o «al fine di tradurlo davanti all’autorità competente»[2]”,

ampliando, in tal modo, rispetto al minore la già ampia gamma di ipotesi di detenzione «legale».

Quale sia la possibilità di applicazione di tale ulteriore ipotesi di detenzione nel nostro sistema, si

vedrà nel prosieguo; fin da ora si deve, però, dire che l’articolo 19 c.p.p.min., nel richiamare le

«esigenze educative» in relazione all’articolo 275 c.p.p., potrebbe adombrare la possibilità di

misure cautelari in funzione educative, attuando l’ipotesi di «detenzione legale» innanzi

indicata[3].

Nonostante il silenzio della Convenzione sullo specifici dei diritti dei minori nel corso del processo

 penale, si ritiene che essa abbia avuto, come in altri settori del processo penale, un’influenza

notevole, non fosse altro perché l’elaborazione giurisprudenziale della Corte costituzionale ha

attribuito alle regole contenute nella legge di ratifica una valenza di principi[4] generali che hanno

influenzato o tendenzialmente influenzano non solo la legislazione, ma anche la giurisprudenza.

La Raccomandazione n. 87/20

del Consiglio d'Europa

Più specifica della Convenzione Europea, rispetto alle risposte

 sociali alla delinquenza minorile, è in ambito comunitario, la

Raccomandazione n. 87/20 del Consiglio d'Europa[1], che

caratterizza il sistema penale dei minori per il suo obiettivo di

educazione e di inserimento sociale e deve tendere, quanto più

possibile, alla soppressione della carcerazione dei minori.

In particolare, qualora le leggi nazionali non prevedano la possibilità

 di evitare pene che comportino la privazione della libertà personale,

queste devono essere “adatte ai minori” ed essere eseguite in modo

non solo in modo più favorevole a quelle previste per gli adulti, ma

anche assicurare la formazione sia scolastica che professionale, in

modo da favorire il reinserimento sociale anche mediante un

sostegno educativo che si protragga dopo la fine della carcerazione.

La Convenzione ONU sui diritti del

bambino del 20 novembre 1989

Altro contributo internazionale per la tutela e la promozione del minore, è

 rappresentato dalla “Convenzione ONU sui diritti del bambino” del 20 novembre

-

1989[1]. L'articolo 37 ribadisce quanto contenuto nelle Regole Minime e questa

-

volta con valore di legge, avendo l’Italia ratificato la convenzione che il minore non

può essere soggetto a pene capitali né all'ergastolo, che nei suoi confronti debbono

essere evitate le privazioni di libertà arbitrarie o illegali, che qualora la privazione

della libertà sia indispensabile, questa deve essere eseguita con un trattamento

umanitario, nel rispetto della dignità del minore e secondo modalità adeguate alla sua

condizione di soggetto in età evolutiva che deve essere tenuto separato dagli adulti.

Il minore, poi, anche in stato di detenzione, deve poter mantenere i contatti con il

 proprio ambiente familiare, deve poter disporre di un'adeguata assistenza legale e,

inoltre, che l'obiettivo principale della sua detenzione deve essere quello

dell'educazione tesa alla promozione della sua persona e del senso della sua dignità

e del suo valore.

La stessa Convenzione, inoltre, istituisce un organismo di controllo, con il compito di

 vigilare affinché siano rispettati i diritti dei bambini e che, quindi, non solo ha il

compito di individuare questi diritti in modo compiuto, ma possiede gli strumenti per

tutelarli e promuoverli, indicando precisi impegni per gli Stati.

La Convenzione ONU sui diritti del

bambino del 20 novembre 1989

Rispetto alle disposizioni di carattere internazionali fin qui viste si deve osservare che la ratifica con

 legge 176 del 1991 della Convenzione ha comportato, per l’ordinamento giuridico italiano, che le

norme del diritto interno eventualmente incompatibili sono state automaticamente abrogate e che di

conseguenza sono divenute immediatamente applicabili nel nostro ordinamento tutte quelle norme

della Convenzione che hanno valore precettivo. Inoltre le norme preesistenti nell’ordinamento interno,

conformi ai principi della Convenzione, hanno acquisito una tutela rafforzata nel senso che non

possono essere modificate in senso contrario ai principi della Convenzione. Infine l'interpretazione

delle norme vigenti deve oggi essere effettuata tenendo principalmente conto dei principi della

Convenzione che divengono parte integrante dei principi generali dell’ordinamento giuridico dello

Stato.

Questo non vuole significare che l’opera di adeguamento dell’ordinamento interno alla Convenzione

 sia stata già completata, in quanto alcuni interventi legislativi possono essere ritenuti necessari ed

opportuni al fine di sviluppare ulteriormente la tutela dei bambini e delle bambine del nostro paese e

per promuoverne nel modo migliore la personalità individuale e sociale, ma solo che sul piano

normativo, stridenti contrasti con i principi della Convenzione no ve ne sono, né ve ne potrebbero

essere, perché se così fosse le norme vigenti sarebbero abrogate e i vuoti legislativi automaticamente

colmati dalla ricezione delle disposizioni convenzionali.

E che le norme della Convenzione siano non solo applicabili ma anche effettivamente applicate alle

 concrete situazioni di vita dei minori è dimostrato dal fatto che La Corte Costituzionale[2], per

esempio, ha ritenuto che dal preambolo della Convenzione si ricavi un criterio di preferenza per

l’inserimento di un bambino in situazione di abbandono in una famiglia adottiva anziché presso un

singolo per assicurargli un ambiente familiare[3].

La Convenzione ONU sui diritti del

bambino del 20 novembre 1989

Recentemente, poi, la stessa Corte di Cassazione, in sede civile, ha richiamato espressamente la

 Convenzione dell’ONU[4], applicando direttamente gli art. 8 e 9 della Convenzione e deducendo

da essi il diritto del minore infradodicenne a preservare la propria identità e le proprie relazioni

familiari e a non essere separato dai suoi genitori, quando ciò non appaia necessario al suo

interesse ed affermando, sulla base dei principi sanciti dalla Convenzione di New York del 20

novembre 1989 ratificata con legge n. 176 del 1991, che anche “alla luce” della Convenzione di

New York non può ritenersi lecito l’uso della violenza finalizzata a scopi educativi. A quanto

specificato autorevolmente sia dalla Corte costituzionale che dalla Corte di Cassazione si sono

attenuti i giudici di merito, i quali, spesso, hanno preso come punto di riferimento dei propri

provvedimenti la Convenzione. Conseguenzialmente è, ormai, pacifica l’affermazione secondo cui

“tutti possono agire in giudizio per la tutela dei diritti e degli interessi legittimi assicurati dalla

Convenzione avanti all’autorità giudiziaria”.

Sempre relativamente ai principi contenuti nella Convenzione sui diritti del fanciullo, si deve

 osservare come in alcuni settori l’ordinamento giuridico italiano assicuri una tutela più

significativa: così, per esempio, l’arruolamento volontario nelle forze armate può avvenire in Italia

solo dopo il diciassettesimo anno di età mentre non è previsto l’arruolamento di leva di minori di

diciotto anni[5] come per il caso di comportamenti penalmente rilevanti posti in essere da un

minore è previsto che il procedimento abbia valenza educativa e che sia ridotto al minimo il

ricorso alla carcerazione sia prevedendo la possibilità di ben quattro formule terminative senza

pena (assoluzione per immaturità, perdono giudiziario, irrilevanza del fatto, esito positivo di messa

alla prova) sia prevedendo pene che sono sostitutive della custodia in carcere (libertà controllata,

semidetenzione).

Come si vede, attraverso la ratifica della Convezione sui diritti del fanciullo, il sistema legislativo

 interno ha recepito le regole minime di Pechino, Regole che, in tal modo, devono intendersi non

solo come “orientamento” del legislatore, ma anche e soprattutto “parametro di legittimità ed

interpretativo della norma stessa”[6]

La Convenzione ONU sui diritti del

bambino del 20 novembre 1989

Per realizzare, però, un’effettiva e più adeguata, tutela e promozione della personalità dei

 soggetti in formazione, non sembra sufficiente la non contrarietà del nostro ordinamento

giuridico ai principi della Convenzione, perché questa è una necessaria precondizione cui

deve seguire uno sforzo ulteriore per renderlo sempre più pienamente coerente alle idee-

forza espresse dalla Comunità delle Genti. Come anche è una necessaria precondizione

che l’interpretazione normativa delle regole preesistenti sia orientata dalla presenza della

Convenzione stessa: per potersi ritenere soddisfatti, occorre passare dall’astratta

previsione alla concretezza dell’agire, dalla sola declamazione formale ad un complesso

sistema di tutela, sostegno e promozione che assicuri, almeno in via potenziale, a tutti i

bambini/e il concreto appagamento di tutti quei bisogni essenziali di crescita che

opportunamente il Patto del 1989 ha tradotto in diritti.

I bisogni-diritti dei soggetti in formazione che devono trovare appagamento non solo

 attraverso disposizioni legislative o interventi giudiziari di protezione ma anche attraverso

un preciso impegno politico, sociale e culturale che deve proporsi la concreta

valorizzazione delle nuove generazioni e la costruzione di compiute identità. Il

presupposto essenziale di tale processo è la condivisione, dimostrata dalla previsione

legislativa, ma è anche indispensabile, oggi, rendersi conto che il miglior diritto da solo

non è sufficiente a dare risposte appaganti alle fondamentali esigenze di crescita umana.

Il diritto, infatti, può indicare quale deve essere il più opportuno comportamento da tenere

 e sanzionare comportamenti scorretti e può organizzare strumenti di sostegno ma non

può, esso, costruire relazioni effettivamente strutturanti e cioè proprio ciò di cui i bambini

hanno bisogno per crescere. Per questo l’ordinamento giuridico deve preoccuparsi di

consentire un più diretto impegno delle persone verso le altre persone e uno sviluppo più

compiuto della solidarietà sociale nonché di predisporre una rete di servizi di sostegno e

promozione delle persone.

Contributi internazionali più recenti

I più recenti contributi in materia di prevenzione della delinquenza minorile e di protezione del

 minore, sono quelli dell'VII Congresso ONU del 27 agosto 1990, durante il quale, si è giunti

all'elaborazione delle 'Direttive delle Nazioni Unite per la prevenzione della delinquenza

minorile' ('Direttive di Ryadh'). Queste, in considerazione del carattere transitorio di alcuni

comportamenti devianti da parte dei soggetti in età evolutiva, sostengono la necessità di evitare

tutte quelle forme di azione tendenti all'etichettamento del soggetto e delineano i punti essenziali

per le politiche di una prevenzione che sia complessiva e che coinvolga tutte le agenzie

educative. In merito alla legislazione e all'amministrazione della giustizia minorile, si sottolinea

che come non sia possibile prevede delle condotte criminali attribuibili unicamente ai minori (art.

56).

Lo Congresso ONU ha predisposto un “Regolamento delle Nazioni Unite per la protezione dei

 minori privati della loro libertà”, nel quale viene ribadito che “il sistema della giustizia minorile

dovrebbe sostenere i diritti e la sicurezza dei minori, nonché promuovere il loro benessere fisico e

mentale. La carcerazione dei minori dovrebbe essere l'ultima risorsa” (art.1). Si evidenzia la

necessità di accrescere la consapevolezza della società intorno all'idea che l'assistenza ai minori

detenuti è il presupposto per il reinserimento dei soggetti nella società (art; 8); per questo motivo,

l'intervento privativo della libertà deve permettere l'accesso a quelle attività che tendono a

promuovere la salute e l'autostima del minore e sviluppano il senso di responsabilità e la capacità

del singolo. Conseguenza ne è il progetto educativo sul singolo, ottenuto attuando un trattamento

individualizzato (art. 27), in piccole comunità (art. 30) attraverso i diritti all'istruzione, al lavoro, allo

svago, all'istruzione religiosa, all'assistenza medica (artt. 38-55).

Il livello legislativo internazionale ha, in definitiva, riconosciuto che l’interesse del minore è

 riconducibile, prima di tutto, al diritto all'educazione, che è la premessa del pieno sviluppo della

personalità e che tale diritto non può essere compresso nemmeno in presenza di comportamenti

devianti, dato che il suo riconoscimento e, più ancora, la sua concreta, singolare attuazione è

l’unica possibilità di contrasto alla devianza minorile.

La Costituzione Repubblicana.

L'art. 2 comma 1 della legge n. 81 del 1987 - contenente la delega al

 Governo per la riforma del codice di procedura penale - ha prescritto

l'attuazione dei principi della Costituzione e delle norme delle Convenzioni

Internazionali ratificate dall'Italia e relative ai diritti della persona e al

procedimento penale, secondo i caratteri del sistema accusatorio; allo

stesso modo l’articolo 3. 1. della stessa legge, nel prevedere i criteri

analitici, e, per così dire, aggiuntivi, che devono ispirate il legislatore

delegato nel disciplinare il processo a carico di imputati minorenni ha

ritenuto di dover tener conto, ai fini della specializzazione del sistema, oltre

che di direttive specifiche, riportate nelle lettere a)-p) dello stesso articolo,

del“le modificazioni ed integrazioni imposte dalle particolari condizioni

psicologiche del minore, dalla sua maturità e dalle esigenze della sua

educazione”.

È evidente, pertanto, che i richiami costituzionali fatti per il processo a

 carico di imputati maggiorenni debbano valere anche per quello a carico di

imputati minorenni, mentre per questi ultimi, vanno applicati anche quelli

specifici (artt. 30, 31 e 102 cost.). Impostato in tali termini il problema

sembra non potersi prestare a dubbi interpretativi, sennonché appare di

tutta chiarezza come, in concreto, gli stessi possano configgere, per cui si

impone l’individuazione di criteri di prevalenza.

La Costituzione Repubblicana.

Al riguardo se, da una parte, si può dire che il legislatore (delegante

 e delegato) abbia già operato la scelta, per cui non sarebbe

consentito all’interprete di discostarsi da tale interpretazione,

dall’altra, è possibile affermare che la scelta non è sempre univoca,

essendo state introdotte norme che, di volta in volta, danno

prevalenza all’una o all’altra posizione, mentre è indubbio che al di

fuori del corpus del c.d. c.p.p.min. vi sono norme che di tale scelta

non sono il frutto. È conseguente, pertanto, la necessità, anche per

l’interprete, di individuare le linee guida, che consentano

un’interpretazione coerente con il dettato costituzionale.

Nella materia, poi, così come in genere nella più ampia disciplina

 dello stesso processo penale, hanno rilievo fondamentale le

disposizioni convenzionali internazionali relative ai diritti dell’uomo e,

in particolare, dell’uomo coinvolto in un processo sanzionatorio

(penale o non); rilievo fondamentale che ha indotto alcuni autori ad

-

equiparare – come valenza le norme convenzionali richiamate dal

preambolo della delega, quanto meno a quella dell’articolo 76 della

Costituzione[1].

La Costituzione Repubblicana.

Il problema, come si vedrà[2], non si pone tanto con riferimento alle disposizioni

 contenute originariamente nel testo del c.d. c.p.p.min., quanto rispetto a quelle

introdotte successivamente, specialmente se in attuazione di principi costituzionali,

già presenti al momento della delega, e successivamente specificati con legge

costituzionale ed ordinaria di attuazione. Ci si vuol riferire all’introduzione, attraverso

la modifica dell’articolo 111 della Costituzione, nel nostro sistema dei principi del c.d.

“giusto processo”, che pensato in termini generali, non sembra aver contemperato,

così, com’era previsto dall’articolo 3.1 della legge-delega i principi generali, con quelli

specifici del processo minorile[3].

Occorre, pertanto, qui riaffermare la valenza incondizionata anche nel processo

 minorile dei c.d. principi costituzionali del giusto processo o "dovuto processo legale",

che si compendiano, secondo la giurisprudenza della Suprema Corte degli Stati Uniti

d’America in una "adequate notice", da intendersi come comunicazione o

notificazione alla persona di un fatto giuridico che la interessa, nel "fair hearing",

qualificante l'agire leale, vale a dire il procedere senza influenze nella formazione del

giudizio alla presenza di un "giudice imparziale", quale proiezione soggettiva del "fair

hearing"[4], principi che, correttamente, hanno indotto a ritenere come scopo del

procedimento penale[5], il raggiungimento di “quel rapporto tra autorità e libertà - o,

meglio, il punto di equilibrio tra i confliggenti interessi che vi sottostanno - che il

sistema politico, dal quale il codice è scaturito, ha ritenuto di elaborare”. Nel sistema

vigente il "processo" si connota, pertanto, “della rappresentazione del fatto al giudice

che, in qualità di terzo estraneo alle ragioni delle parti, lo ricostruisce, per negare o

formulare il giudizio di responsabilità”[6].

La Costituzione Repubblicana.

Se sono esatte le premesse sulla funzione del processo penale e sono corrette le

 indicazioni innanzi esposte, ben possono convivere le tesi, apparentemente

contrapposte, che vedono, da un lato, il processo come “una risorsa estrema da

utilizzare in misura ridotta ma pur sempre caratterizzata dalla funzione e dalle finalità

tipiche del processo penale, non intaccate dalla previsione di forme specifiche

commisurate alle caratteristiche della personalità minorile”[7]; e, dall'altro, come “una

delle possibili manifestazioni dell'unico intervento educativo, del quale esso

costituirebbe la variante «forte», strumento di educazione rafforzata per i minori più

riottosi il cui obiettivo consisterebbe non tanto nel ricollegare ad un comportamento

illecito la (eventuale) sanzione adeguata, quanto nel determinare (in modo diretto)

una evoluzione positiva della personalità del soggetto imputato”[8].

La verità sembra essere che nel sistema costituzionale il processo minorile, pur nella

 sua specificazione, non si discosta, sia come meccanismo di accertamento, sia come

funzione, sia come percezione delle garanzie, da quello previsto per gli adulti: esso

tende a costruire un sistema di garanzie idoneo a “conciliare” le opposte esigenze

rappresentate dal binomio libertà-autorità, solo che rispetto ai minori, per dettato

costituzionale, specificato nelle convenzioni internazionali, la parte del binomio

relativo alla libertà, comprende, oltre che tutte le garanzie applicabili agli adulti, anche

quelle scaturenti dagli articoli 30 e 31 della Costituzione. Ai diritti fondamentali

dell’uomo adulto, come efficacemente è stato riconosciuto nella Convenzione sui

diritti dei fanciulli e delle fanciulle, occorre aggiungere il diritto “ad essere educato”.

Segue: I principi.

Sarà, pertanto, necessario tener conto, nella ricostruzione dei riferimenti

 costituzionali che presidiano la materia de qua, in particolar modo gli

artt. 30, 31 e 102 cost. L’opera di ricostruzione e di adeguamento, non

si presenta, e non si potrebbe presentare, come un’astratta

esercitazione, da una parte perché essa implica un necessario

ampliamento dell’oggetto dell’indagine del processo, aggiungendo alla

fattispecie penalmente rilevante la figura del suo autore nel suo

complesso, dall’altra in quanto è lo stesso concetto di educare che è

dinamico e connaturato al tempo ed alla società. L’introduzione,

all’interno del binomio libertà-autorità, del diritto all’educazione rende

ancora più evidente la definizione del procedimento penale come “il

punto di equilibrio tra i confliggenti interessi che vi sottostanno - che il

sistema politico, dal quale il codice è scaturito, ha ritenuto di elaborare”.


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AUTORE

Exxodus

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Procedura penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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