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L’esigenza sembra essere ancora più sentita nell’attuale momento storico:

 l’allargamento, infatti, delle possibilità di conoscenza, nonché lo stesso allargamento

giuridico di validità delle norme nazionali dovuto al processo di integrazione europea,

importa una sempre maggiore esigenza di condivisione e di accettazione.

In epoca recente il legislatore processual-penalistico ha sentito molto tal

 esigenza e, a cominciare della prima definizione della comunicazione

giudiziaria (la cui evoluzione storica è significativa in proposito), ha tentato di

porre rimedio al «disvalore sociale» creatosi con il semplice coinvolgimento

del cittadino in «affari di giustizia». È questa anche la linea direttiva imposta

dalle convenzioni internazionali in tema di processo penale e, per quanto

riguarda i minori, dalle regole minime di Pechino (***). Queste ultime,

presentandosi come specificazione dall’articolo 14 del patto internazionale sui

diritti civili e politici (***), che dispone “La procedura applicabile ai minorenni dovrà

tener conto della loro età e dell’interesse a promuovere la loro riabilitazione”,

rappresentano il cardine su cui fondare una corretta interpretazione ed un

concreto schema di processo minorile, da confrontare, poi, con la legislazione

positiva. Invero la locuzione “La procedura applicabile ai minorenni dovrà tener conto

inserita nel contesto

della loro età e dell’interesse a promuovere la loro riabilitazione”,

dell’articolo 14 stesso – articolo 14 che detta i cardini del c.d. dovuto processo

legale – assume un significato pregnante di specializzazione e di ampliamento

dell’oggetto della decisione del giudice penale, atteso che non sarebbe in alcun

modo possibile “tener conto dell’interesse a promuovere la rieducazione, in

relazione all’età”, senza posizionare l’episodio di rilevanza penale nel contesto

del vissuto dell’autore.

In particolare i minorenni.

Quanto innanzi detto è ancora più evidente nel sistema processuale minorile,

 ove si deve discutere dei comportamenti di un soggetto in piena fase evolutiva.

Di un soggetto che più che essere rimproverato deve essere aiutato e per il

quale, molte volte, l’unica occasione di “attenzione” da parte del mondo degli

adulti è la celebrazione del processo ovvero del procedimento minorile.

Se non si parte da queste brevi osservazioni non si riesce a comprendere né il

 significato del processo all’imputato minorenne (rectius: davanti al tribunale per

i minorenni) né il ruolo che in detto processo e/o procedimento deve assumere

l’accusa e la difesa.

Fatte queste bervi ed ovvie osservazioni occorre – rinviando a quando si dirà in

 seguito in ordine ai principi costituzionali applicabili al processo minorile e, più

in generale, all’atteggiamento del mondo degli adulti rispetto al minore ( Cost.

articoli: 1, 2, 3, 30, 31, 34 e 37) ai quali vanno aggiunti quelli specifici del

processo penale in generale (Cost. articoli: 13, 24, 27, 111, 112 solo per fare un

esempio) – individuare in primo luogo le disposizioni vigenti che impongono,

se la impongono, una differenziazione fra procedimento di indagine per i reati

di competenza del tribunale per i minorenni e procedimento di indagine per i

reati di competenza degli altri organi giudiziari (dico altri organi perché anche

per i minorenni possono venire in rilievo le disposizioni specifiche riguardanti i

c.d. reati di mafia, disciplinato dal procedimento di indagine della distrettuale).

Norme specifiche per attività particolari.

Limitarsi a verificare le poche norme che dettano una disciplina differenziata del processo sia dal punto di

 vista degli atti e provvedimenti del giudice che da quello dell’attività del p.m. sarebbe riduttivo. Invero non

è possibile analizzare il c.d. processo penale minorile, limitandosi a verificare che gli articoli: 16. – Arresto

in flagranza; 17. - Fermo di minorenne indiziato di delitto; 18. - Provvedimenti in caso di arresto o di fermo

del minorenne; 18-bis. - Accompagnamento a seguito di flagranza; 19. - Misure cautelari per i minorenni;

20. – Prescrizioni; 21. - Permanenza in casa; 22. - Collocamento in comunità; 23. - Custodia cautelare; 24. -

Provvedimenti in caso di scarcerazione per decorrenza dei termini, dettano una disciplina specifica degli

istituti richiamati, ovvero che gli articoli 25. - Procedimenti speciali; 27. - Sentenza di non luogo a

procedere per irrilevanza del fatto; 28. - Sospensione del processo e messa alla prova; ecc, impongono al

giudice di definire in modo parzialmente differente dai maggiorenni il processo o dettano regole

processuali ( ad esempio esame dell’imputato) differenti, ma occorre andare al nocciolo della questione,

per verificare se il pubblico ministero minorile abbia dei compiti specifici, dettati espressamente dalla

legge ovvero enucleabili dal sistema.

Il riferimento, poi, ai compiti specifici del pubblico ministero appare congruo a definire la specialità del

 processo minorile, dato che nel nostro sistema processuale è proprio l’attività che il pubblico ministero

svolge nel corso delle indagini preliminari a delimitare l’oggetto della decisione del giudice. Il discorso,

inoltre, deve essere affrontato principalmente dal punto di vista del pubblico ministero, perché è con il

suo operato che si costruisce il processo: il metodo e l’impostazione che un pubblico ministero da al

procedimento si ripercuote inevitabilmente sul processo, condizionando anche le rimanenti disposizioni

particolari: 25. - Procedimenti speciali; 27. - Sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto;

28. - Sospensione del processo e messa alla prova; ecc.

È questo il vero problema della preminenza della posizione del pubblico ministero nel processo penale e non le

 singole disposizioni che attribuiscono allo stesso poteri differenziati rispetto alle parti private.

Già in questa sede, però, si deve dire che è proprio questo il limite del processo penale a carico di

 imputato minorenne: la specializzazione interna del pubblico ministero, ma di questo problema si avrà

modo di parlare in seguito.

Norme di carattere generale.

“1. Nel procedimento a carico di minorenni si osservano le disposizioni del presente decreto

 e, per quanto da esse non previsto, quelle del codice di procedura penale. Tali disposizioni

sono applicate in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne.

2. Il giudice illustra all’imputato il significato delle attività processuali che si svolgono in

sua presenza nonché il contenuto e le ragioni anche etico-sociali delle decisioni.”

È evidente già da una prima lettura della norma stessa, che questa si può suddividere in

 -

due direttive logiche: il primo periodo del primo comma Nel procedimento a carico di

minorenni si osservano le disposizioni del presente decreto e, per quanto da esse non

previsto, quelle del codice di procedura penale.- che detta una norma di specializzazione

analoga a quella dell’articolo 15 delle preleggi, in quanto assume che nell’ipotesi di

concorso di norme, la prevalenza è da dare a quelle proprie del processo minorile (è

l’ipotesi della disciplina differenzia dell’arresto e del fermo) e il secondo periodo del

-

primo comma Tali disposizioni sono applicate in modo adeguato alla personalità e alle

-

esigenze educative del minorenne.- e l’intero secondo comma 2. Il giudice illustra

all’imputato il significato delle attività processuali che si svolgono in sua presenza nonché il

-

contenuto e le ragioni anche etico-sociali delle decisioni. che dettano una regola di

comportamento ed una di giudizio.

Norme di carattere generale.

La specialità

Già il semplice inquadramento della norma innanzi riportata nella prospettiva

 dell’articolo 15 delle preleggi, rende evidente che il processo minorile è

governato, in primo luogo dalle sue disposizioni specifiche e, solo,

successivamente da quelle del procedimento/processo riguardante i

maggiorenni. Occorre, però, precisare che l’affermazione contenuta nell’ultima

parte del primo comma dell’articolo 1, secondo cui “Tali disposizioni sono applicate

per la sua

in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne”,

collocazione sistematica, non può che significare che le stesse regole del

processo a carico degli imputati maggiorenni vanno modificate in funzione di

due prospettive: le esigenze educative; la personalità del minore.

Appare evidente, pertanto, che il processo a carico dell’imputato minorenne

 risponde a logiche ed esigenze difformi da quelle che governano il processo a

carico dell’imputato maggiorenne non fosse altro perché l’esigenza educativa,

in linea con le disposizioni costituzionali e gli impegni internazionali, viene

posta al centro dello stesso svolgimento del processo, tanto che “2. Il giudice

illustra all’imputato il significato delle attività processuali che si svolgono in sua presenza

nonché il contenuto e le ragioni anche etico-sociali delle decisioni.”

Segue

Sul punto e fin da questo momento appare necessario dire, con la

 corte costituzionale, che “le norme dell’ordinamento penitenziario, o

di altre leggi, che stabiliscano(vano) specifiche preclusioni alla

concessione di benefici penitenziari o di sanzioni alternative, sono da

in quanto, per detta parte, esse

considerare costituzionalmente illegittime,

appaiono(rivano) in contrasto con i principi costituzionali in tema di

applicazione e di esecuzione delle pene e delle misure restrittive nei

confronti dei minori, che, nelle situazioni prese in esame, si

esige(vano) una disciplina fondata su valutazioni flessibili e

individualizzate circa la idoneità e la opportunità delle diverse misure

per perseguire i fini di risocializzazione del condannato minore, nel

rispetto delle specifiche caratteristiche della sua personalità”.

La sentenza, sebbene non contenga un’analisi specifica del contrasto

 con l’articolo 31 della Costituzione, ma si rifaccia a quanto rispetto

allo stesso sostiene il giudice remittente, appare estremamente

interessante per il collegamento che esso propone tra la

“rieducazione”, come funzione della pena, indicata dall’articolo 27

della Costituzione e la “protezione dell’infanzia e dell’adolescenza” di

cui al citato articolo 31 della Costituzione stessa.

Norme di carattere generale.

--3. Gli Stati parti si sforzano di promuovere l'adozione di leggi, di procedure, la

 costituzione di autorità e di istituzioni destinate specificamente ai fanciulli sospettati,

-a)

accusati o riconosciuti colpevoli di aver commesso reato, ed in particolar modo: di

stabilire un'età minima al di sotto della quale si presume che i fanciulli non abbiano la

-b)

capacità di commettere reato; di adottare provvedimenti ogni qualvolta ciò sia

possibile ed auspicabile per trattare questi fanciulli senza ricorrere a procedure giudiziarie

rimanendo tuttavia inteso che i diritti dell'uomo e le garanzie legali debbono essere

--4.

integralmente rispettate. Sarà prevista tutta una gamma di disposizioni concernenti in

particolar modo le cure, l'orientamento, la supervisione, i consigli, la libertà condizionata,

il collocamento in famiglia, i programmi di formazione generale e professionale, nonché

soluzioni alternative all'assistenza istituzionale, in vista di assicurare ai fanciulli un

trattamento conforme al loro benessere e proporzionato sia alla loro situazione che al

reato.” È evidente come l’articolo 40 non si limiti ad estendere ai minori le disposizioni

contenute nel patto internazionale sui diritti civili e politici o della convenzione europea sui

diritti dell’uomo e le libertà fondamentali, ma imponga anche qualcosa in più: in particolare

appare evidente come sia imposta una specializzazione del settore in cui le clausole di

salvaguardia dei minori abbiano prevalenza anche rispetto ad interessi fondamentali

protetti in modo differenziato per gli adulti. È questo il senso dell’espressione “assicurare ai

fanciulli un trattamento conforme al loro benessere e proporzionato sia alla loro situazione che al

contenuta nel quarto comma dell’articolo 40 citato, espressione che non solo mette

reato”,

sullo stesso piano la del minore ed ma attribuisce prevalenza alla prima in

situazione il reato,

caso di parità, dal momento il cui impone un del fanciullo

trattamento conforme al benessere

stesso.

Norme di carattere generale.

Ancora più interessante appare il collegamento alla dichiarazione ONU dei diritti del fanciullo del 20

 novembre 1959 e alla successiva convenzione del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo, resa

esecutiva in Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176, il cui articolo 40 viene espressamente richiamato

come principio ispiratore del processo minorile. Quest’ultima norma, infatti, dispone che “1. Gli Stati parti

riconoscono ad ogni fanciullo sospettato accusato o riconosciuto colpevole di reato penale di diritto ad

un trattamento tale da favorire il suo senso della dignità e del valore personale, che rafforzi il suo rispetto

per i diritti dell'uomo e le libertà fondamentali e che tenga conto della sua età nonché della necessità di

facilitare il suo riinserimento nella società e di fargli svolgere un ruolo costruttivo in seno a quest'ultima.

--2. A tal fine, e tenendo conto delle disposizioni pertinenti degli strumenti internazionali, gli Stati parti

-a)

vigilano in particolare: affinché nessun fanciullo sia sospettato, accusato o riconosciuto di reato

penale a causa di azioni o di omissioni che non erano vietate dalla legislazione nazionale o internazionale

-b)

nel momento in cui furono commesse; affinché ogni fanciullo sospettato o accusato di reato penale

-i)

abbia almeno diritto alle seguenti garanzie: di essere ritenuto innocente fino a quando la sua

-ii)

colpevolezza non sia stata legalmente stabilita; di essere informato il prima possibile e direttamente,

oppure, se del caso, tramite i suoi genitori o rappresentanti legali, delle accuse portate contro di lui, e di

beneficiare di un'assistenza legale o di ogni altra assistenza appropriata per la preparazione e la

-iii)

presentazione della sua difesa; che il suo caso sia giudicato senza indugio da un'autorità o istanza

giudiziaria competenti, indipendenti ed imparziali per mezzo di un procedimento equo ai sensi di legge in

presenza del suo legale o di altra assistenza appropriata, nonché in presenza dei suoi genitori o

rappresentanti legali a meno che ciò non sia ritenuto contrario all'interesse preminente del fanciullo a

-iv)

causa in particolare della sua età o della sua situazione; di non essere costretto a rendere

testimonianza o dichiararsi colpevole; di interrogare o far interrogare i testimoni a carico e di ottenere la

-v)

comparsa e l'interrogatorio dei testimoni a suo discarico a condizioni di parità; qualora venga

riconosciuto che ha commesso reato penale, poter ricorrere contro questa decisione ed ogni altra misura

decisa di conseguenza dinanzi una autorità o istanza giudiziaria superiore competente, indipendente ed

-vi)

imparziale, in conformità con la legge; farsi assistere gratuitamente da un interprete se non

-vii)

comprende o non parla la lingua utilizzata; che la sua vita privata sia pienamente rispettata in tutte le

fasi della procedura.

Norme di carattere generale.

D’altra parte non si vede coma possa intendersi altrimenti il

 disposto del comma 3 lettera b), secondo cui il sistema

minorile deve trattare i “fanciulli senza ricorrere a procedure

giudiziarie” rispettando, però, integralmente “i diritti dell'uomo

e le garanzie legali”.

Ci si trova, indubbiamente, in presenza di un sistema con non

 può e non deve esaurirsi nel semplice rispetto delle regole, ma

deve approfondire il vissuto in funzione di accompagnamento

del fanciullo: è il disposto dell’articolo 30 della Costituzione

repubblicana che impone allo stato l’adozione di ogni

provvedimento affinché prima la famiglia e, successivamente,

le istituzioni sostitutive, provvedano non solo all’istruzione, ma

principalmente all’educazione dei minori.

Corollari della specialità

Un primo corollario della specialità del processo minorile

 innanzi indicata è l’ampliamento dell’oggetto delle

indagini, ampliamento che viene, indicato nell’articolo 9

“ - Accertamenti sulla personalità del minorenne.” e viene

rafforzato dai mezzi messi a disposizione del pubblico

ministero per effettuare le indagini sulla personalità “6. -

Servizi minorili”, nonché dall’esigenza di specializzazione

delle altre forze designate come tradizionali ausiliari del

pubblico ministero nella fase delle indagini preliminari

“5. - Sezioni di polizia giudiziaria per i minorenni”.

Segue

Un secondo corollario è, indubbiamente, da individuare nel ruolo che

 la parte offesa riveste nel procedimento minorile. Apparentemente il

problema è risolto con la disposizione dell’articolo “10. -

Inammissibilità dell’azione civile”, ma così non può dirsi per la

posizione che detta parte offesa viene ad assumere sia per

l’applicazione di specifici istituti del procedimento minorile stesso,

“27. - Sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto”,

secondo comma nella parte in cui impone l’audizione della parte

offesa nel procedimento per la dichiarazione dell’irrilevanza del fatto,

ovvero “28. - Sospensione del processo e messa alla prova.”, ma

anche di istituti ereditati, per così dire, dal processo a carico di

imputati maggiorenni, istituti ivi giustificati dal maggior peso che ha la

tutela della vittima del reato in detto procedimento.

È questo uno dei punti qualificanti del processo minorile: il ruolo della

 persona offesa del reato sebbene ancora modellato sullo schema del

sistema scritto per i maggiorenni fa prevedere un’evoluzione verso un

sistema penale mediativo che appare la vera sfida del terzo millennio.

Segue

Le conseguenze non sono da poco,

 perché sono indice dell’abbandono di una

visione “retributiva” non solo della pena,

ma dello stesso processo che più si

addice alla dichiarazione di principio di cui

all’articolo 1 e si concilia con la posizione

preminente del fine educativo che la Corte

costituzionale ha riconosciuto non solo al

processo minorile ma anche

all’esecuzione della pena .

Segue

Il sistema, così, tende ad evolversi attraverso la previsione della c.d.

 “mediazione penale” che pur rinascendo una posizione preminente alla

persona offesa dal reato e conciliando le esigenze di questa con quelle

dell’imputato (indagato o condannato) mira ad una ricomposizione del

conflitto attraverso la interiorizzazione di valori morali che hanno un effetto

educativo sia rispetto alle parti direttamente coinvolte, sia rispetto all’intero

contesto in cui l’azione si svolge. La mediazione, infatti, tende a rendere

condivisa la decisione e la risoluzione del contrasto insorto con la

commissione del fatto reato e, in genere, rende accettabile ai più la

soluzione, realizzando il vero significato del brocardo latino “fecit de albo

nigro”. In verità il principio della "obbligatorietà dell'azione penale"

sembrerebbe non permettere una politica di sviluppo delle pratiche di

mediazione, che, però, possono rispondere all'esigenza primaria di

riduzione e snellimento delle procedure processuali e, in particolare, nel

processo penale minorile, hanno in sé la possibilità di ridisegnare i confini

dell'intervento penale, inserendosi in quel fine rieducativo della pena e dello

stesso processo, atteso che esse consentono una soluzione “educativa” del

contrasto nelle "terre di mezzo" nelle quali è possibile "fare giustizia" senza

fare processi.

Segue

La realizzazione di questa finalità è, non solo facilitata, ma resa più

 reale dal processo mediativo, perché pone il minore a diretto confronto

con il danno ed il dolore subiti dalla vittima, invece che con delle

rappresentazioni più o meno astratte dello stesso.

Altro aspetto interessante dell’ipotesi mediativa è il suo necessario

 collegamento alla specializzazione degli attori che comporta il

-

superamento dei limiti di specializzazione prevista dal d.p.r. 448 del

-

1998 sia per la polizia giudiziaria che per i servizi minorili la quale

assumendo rilevanza già al momento dell’acquisizione della notizia di

reato, nella prospettiva della mediazione, potrebbe non risentire affatto

della classica contrapposizione tra versione della vittima e versione

dell’autore. Del problema della mediazione penale e della

specializzazione si avrà modo di parlare ancora nel prosieguo, qui,

invece, occorre proseguire il discorso in generale, affrontando il c.d.

Il problema attuale del diritto minorile

cioè la problematica relativa all’autonomia del diritto minorile stesso

 all’interno del sistema giuridico generale.

Invero, in un sistema giuridico unitario basato sui principi

 fondamentali della Carta Costituzionale del 1948 e, più in generale, del

diritto naturale, si sono, nel corso degli anni ed ancor prima della

scrittura della carta costituzionale stessa, isolate singole parti,

raggruppando quelle norme che abbiano in comune un qualche

elemento, e, per converso, elementi differenziali, rispetto o al sistema

generale ovvero ad altre singole partizioni del diritto.

Sono, in tal modo, sorte le partizioni tradizionali del diritto a

 cominciare dalle massime (penale, civile, amministrativo) fino ad

arrivare, a volte, ad una miriade di sottodistinzioni che potrebbero, in

concreto, non avere alcuna valenza né logica ne, tanto meno,

scientifica.

Gli elementi comuni e quelli differenziali, in genere, sono posti dalla

 stessa norma giuridica, riguardandone il contenuto, il fine, i

destinatari.

Il problema attuale del diritto minorile

Questo è il criterio prevalente nella moderna scienza

 giuridica, codificato, per il diritto italiano,

nell’articolo 12.2 delle preleggi, secondo cui “.. si ha

riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o

materie analoghe .. i principi generali

dell’ordinamento dello Stato” con le eccezioni

postulate dal successivo articolo 14 che ne limitano

il contenuto rispetto a materie particolari.

-

Questo criterio che i raggruppamenti di norme per

 argomenti o materie affini vengano fatti direttamente

-

dal legislatore è stato ed è quello prevalente nei

paesi di diritto scritto con struttura ed impostazione

romanistica.

Il problema attuale del diritto minorile

In particolare, in tali sistemi, ed in conseguenza dell’evoluzione del diritto

 nel suo millenario adeguamento della società reale, si sono

progressivamente isolati dei sottosistemi giuridici particolari attraverso

l’introduzione di sempre nuovi complessi di norme, raggruppate col

metodo del riferimento ad un’attività unitaria o con quello dei soggetti

destinatari; norme che, spesso, comprendono indifferentemente

disposizioni di diritto privato e/o di diritto pubblico e, all’interno di

quest’ultimo settore, di diritto amministrativo, costituzionale, sindacale o

altro.

Il criterio innanzi indicato non esaurisce, però, l’universo delle costruzioni

 di sottosistemi giuridici autonomi, pur essendone sempre l’humus: invero,

anche le altre costruzioni operate dalla scienza giuridica, da una parte si

-,

basano su materiale legislativo – da questo si isolano i principi generali

e dall’altra si presentano come il risultato di procedimenti analoghi a quelli

operati dal legislatore che trovano il loro impulso in necessità pratiche e

scientifiche.

Il problema attuale del diritto minorile

La differenza tra i due metodi si può, quindi, rinvenire nel momento dell’individuazione del

 complesso di norme: nel primo caso è antecedente all’attuazione pratica della disciplina

stessa, nel secondo caso emerge dall’attuazione e dalle esigenze della concreta

applicazione di discipline eterogenee.

Il secondo dei criteri è quello che è stato adottato – ed è apparso immediatamente il più

 -

idoneo alla materia che si andava a definire nel raggruppare le norme che riguardano i

minorenni.

Le ragioni sono semplici in quanto da una parte emergono motivi di sistematicità, di

 facilitazione dello studio e dell’attività professionale e, dall’altra, si impongono – e questa a

noi sembra la caratteristica prevalente – necessità interpretative volte a ricercare ed

isolare quei principi generali che, pur permeando tutto il diritto o una parte di esso, siano

dettati in singole occasioni in considerazione della qualità personale dei destinatari delle

norme stesse, ma che siano suscettibili di generalizzazione per l’intera categoria per la

quale ricorra la qualità personale identificata.

Il procedimento adoperato si presenta di una duttilità eccezionale atteso che esso

 consente la costruzione di un sistema giuridico autonomo e completo, facilita la funzione

interpretativa, delimitando il campo di ricerca dei principi generali di cui all’articolo 12

delle preleggi; permette, infine, di impostare una politica generale di carattere unitaria

applicabile anche in sede di formulazione di nuove discipline. Ha, in sostanza, sia una

funzione propositiva che una funzione interpretativa e si presenta come una

- -

sperimentazione attuativa che di volta in volta interpreta, dirige, propugna, orienta e

limita.

Il problema attuale del diritto minorile

Fin dagli anni ’50 si è avvertita la necessità della costruzione scientifica, prima di un

 “sistema penale minorile” e, successivamente, di un sistema più generale in cui fosse

superata la limitazione al campo penale e conservata come elemento di specializzazione o

specificazione la “qualità dei soggetti”.

Sembrava, fin da allora, maturo il tempo per la razionalizzazione del sistema stesso e per

 uno studio della personalità e della socialità del minore.

In questa prospettiva la legislazione si è progressivamente adeguata alla evoluzione dei

 tempi per soddisfare le esigenze ed i bisogni che si presentavano; l’interesse per

l’argomento “minori” si apprestava a diventare “generale” e sentito da tutti; si verificano i

primi risultati scientificamente validi sia nel campo meramente giuridico che in quello delle

discipline affini (sociologiche, pedagogiche, psicologiche).

La ricerca, partendo dal dato empirico della “mera del soggetto comincia ad

età”

 identificare la delle norme speciali relative a tali soggetti, e cioè identifica la loro

ratio

stessa ragion d’essere speciali in “una condizione di favore per soggetti non ancora

fisicamente evoluti”. La condizione di favore si concreta e si atteggia differentemente

secondo il campo del diritto in cui si esplica, ponendosi come condizione “clemenziale”

nel diritto penale, come tutela rafforzata nel campo del diritto civile ovvero come

“indirizzo” educativo nell’ambito del diritto amministrativo.

I principi innanzi sinteticamente enunciati, hanno una prima espressa formulazione nella

 dichiarazione dei diritti del fanciullo, promulgata a Ginevra nel 1923 dalla Union

-

convenzione che successivamente e nello stesso

Internazionale de Protection del l’Enfance

-

testo approvato a Ginevra nel 1923 viene recepita e promulgata a New York dall’ONU nel

1959.

In verità tali dichiarazioni sono rimaste, come si dice,

“sulla carta”, nel senso che non hanno avuto la

capacità concreta di attribuire diritti soggettivi, ma

rappresentano pur sempre una presa di coscienza a

livello politico internazionale dell’esistenza di un

problema ed uno stimolo alla sua concrea soluzione.

Invero occorre osservare che qui, come in altre

materie, le dichiarazioni internazionali si fondano e

trovano il loro “input” in una sensibilità sociale

concreta che, com’è evidente, è posta alla base

dell’interesse politico che le ha motivate.

L’esperienza non è nuova, basti pensare a quanto

 affermato da illustri studiosi in altre materie, come

ad esempio in tema di diritto marittimo quando si è

sostenuto che «l’autonomia sta nella deviazione e

nel particolare sviluppo di istituti fondamentali del

diritto generale e nella fusione di istituti di diritto

pubblico e di diritto privato».

L’esperienza minorile, però, è del tutto peculiare perché non ha come

 riferimento singole situazioni giuridiche, ma pone alla sua base una

situazione soggettiva. Per confrontare un primo tentativo di trattazione

organica delle norme e degli istituti riguardanti i minorenni, sembra

utile esaminare i risultati ottenuti dalla dottrina del diritto del lavoro: si

tratta di un parallelo idoneo sia per la somiglianza degli elementi di

autonomia, sia per le posizioni soggettive tutelate, sia soprattutto per

la “invasività” della situazione: in entrambe le ipotesi la peculiarità

permea ogni campo del diritto. Così come per il diritto del lavoro, non

appare dubbio che anche per il diritto minorile possa operarsi lo

stesso procedimento di unificazione organica, ricorrendo una analogia

fra gli elementi: la personalità e la qualità del minore costituiscono

nello stesso tempo l’oggetto, l’occasione, il motivo, la ratio

dell’emanazione e dell’esistenza stesse delle norme che lo riguardano.

Nel campo minorile, vi, ancora, qualcosa in più: esiste un organo

 -

giudiziario specializzato così come lo era stato in altra epoca anche

-

per il campo del lavoro in testa al quale converge la conoscenza di

tutti o quasi i rapporti che hanno come soggetto il minore e che

raggruppa nella sua stessa composizione la necessità di una

convergenza di “saperi”.

In quest’ottica appare interessante non solo la distribuzione relativa ai

ôsaperiö non giuridici necessari nella composizione del collegio, ma

la stessa differenza di sesso degli esperti: entrambe contribuiscono

a formare un collegio omnicomprensivo sia dal punto di vista

scientifico che dal punto di vista dell'approccio metodologico ed

affettivo alla problematica che si presenta.

Se questa presenza – quella di un organo giudiziario

 specializzato – istituzionale, prevista dalla Carta fondamentale

dello Stato e dotata di autonomia rispetto al divieto di

istituzione di organi giudiziari speciali, contribuisce a

determinare l’autonomia del “diritto minorile” essa stessa,

però, ha fatto sì che, storicamente, nella trattazione ci si sia

sempre attenuti all’attività di competenza del Tribunale stesso,

limitando, in un qualche modo, la materia e lasciando da parte

gli istituti della tutela e quello dell’adozione speciale, almeno

fino a quando questa ha avuto cittadinanza nel nostro sistema

giuridico.

In altre parole si può affermare che il problema

 “minori” è stato, fino ad un dato momento, isolato e

tenuto lontano dal problema “famiglia”,

allontanandosi in tal modo da quello che era

l’embrione del diritto minorile presente negli istituti

romani e medievali e costruendo un diritto minorile

caratterizzato dalla “bontà” o dalla “premiatiti”. Già,

però, nel corso del 4° congresso internazionale dei

giudici minorili (Ginevra 1955) vi furono proposte di

superamento dello steccato proponendosi

l’istituzione di un tribunale per la famiglia.

In Italia, in particolare, dopo tale congresso, si

 riprese il dibattito volto alla costituzione di un codice

minorile che raccogliesse tutte le norme, di diritto

sostanziale e di diritto processuale, in materia

penale, amministrativa e civile, riguardanti i minori.

In verità in Italia un primo tentativo in tale senso era già stato fatto fin

dal 1912 con il c.d. progetto Quarta di codice minorile.

Nella stessa linea si sono mossi tutti i numerosi ulteriori

 tentativi che hanno costellato l’intera seconda parte del

novecento sia a livello nazionale che a livello internazionale,

incontrando innumerevoli ostacoli nell’eterogeneità delle

norme che concorrono a formare questa branca del diritto.

Tuttavia si è potuto constatare un primo elemento concreto che

può essere posto a base della soluzione del problema: “tutte le

norme riguardanti i minori si applicano a situazioni in via di

svolgimento, molte volte di una dinamicità eccezionale: basti

pensare alle famiglie numerose i cui figli molto spesso

presentano carenze dal punto di vista affettivo, educativo ed

assistenziale e che, molto spesso si disgregano, delinquono

nel loro complesso ovvero vivono, per necessità o per scelta, ai

margini della legalità. Per non parlare, poi, della promiscuità

che conduce a storie parallele di violenze, prostituzione,

criminalità ecc.

Negli anni novanta, infine, il problema si amplifica per effetto della

 globalità dell’informazione e diventa uno dei problemi cardine della

società: l’avvento o l’invasione dei “media”, l’intromissione nell’intimo

della famiglia e, più in genere, dell’animo umano di situazioni

eterogenee, l’omologazione dei ruoli e la mancanza di discriminazione

tra professionalità maschile e professionalità femminile, ecc., hanno

portato ad una presa di coscienza collettiva. Ormai non vi è un aspetto

della moderna società che non abbia, in concreto o in fieri, una

regolamentazione differenziata per i minori. Sembra che, finalmente, ci

si sia resi veramente conto che la “società è dei minori”; che questi

sono “il sale dell’umanità”; che “ogni azione e comportamento del

mondo degli adulti incide sulla formazione dei giovani” e che “il

dovere primario di tale mondo è quello di conservare e/o preservare

per le giovani generazioni un patrimonio culturale, sociale, naturale,

economico, ecc., che sia idoneo a garantirne uno sviluppo adeguato”.

Non è più il tempo degli “erodi” o della “rupe tarpea”, ma quello del

“sinite ovvero, da un’altra ottica socio-culturale,

parvulos ad me venire”

quello della “gioventù Come gli ultimi anni del

come argilla dell’umanità”.

ventesimo secolo sono stati caratterizzati, sul piano del

riconoscimento dei diritti e della loro completa attuazione, dalla totale

parificazione dei diritti e dei ruoli sessuali, così la sfida del 2000 è e

deve essere quella della parificazione tra i diritti dei minori e quelli

degli adulti.

Si tratta di una sfida immane che ha una peculiarità del tutto nuova

 rispetta ad ogni altra storicamente combattuta: la lotta non può e non

deve essere sostenuta da una delle parti. I minorenni, o meglio, i

fanciulli, così come questi sono felicemente definiti nelle carte

internazionali, non possono e non debbono combattere per i loro

diritti: non possono, perché non ne hanno i mezzi e non debbono

perché la stessa consapevolezza di dover lottare è causa di ulteriore

discriminazione e danni. È una lotta tutta interna alla società degli

adulti: sono loro a doversi abituare a vivere in funzione dei giovani.

Non si tratta, certamente, della costruzione di un mondo ovattato di

una città dei divertimenti, di un’isola felice come quella di Peeter Pan;

occorre, invece, tornare al primato dell’educazione attraverso

l’esempio, alla “paideia” greca. La capacità degli adulti di permeare il

proprio comportamento ad “una capacità educativa permanente”

appare la vera sfida del terzo millennio: fornire ai giovani gli strumenti

per misurarsi e governare le nuove sfide della società è il compito di

ciascun cittadino e, di conseguenza, del legislatore sia esso nazionale

che internazionale.

Le prospettive di sviluppo di un simile approccio al problema non

 possono che essere positive e ripercuotersi anche sul mondo degli

adulti. Ancora una volta il sistema delineato per i minori si appresta ad

essere quello generale ed ad imporre al modo degli adulti l’aspetto

educativo o rieducativo della sanzione e, più in generale del processo,

che è l’unico che può concretamente affermarsi in un sistema

governato da una Costituzione moralmente orientata.

Che la nostra Costituzione, sebbene

 laica, nel senso di indifferente ad una

qualsiasi confessione religiosa

positiva, si possa definire moralmente

orientata, si ricava dalla prevalenza che

la stessa attribuisce al principio di

solidarietà sociale contenuto

nell'articolo 2, dal quale, per altro

dipende lo stesso principio di

uguaglianza contenuto nell'articolo 3.

-

Capitolo 1 la giustizia minorile: nascita ed evoluzione.

Le istituzioni privative della libertà.

Come detto in premessa si può, certamente, affermare che il sistema penale

minorile rappresenta il risultato di un lungo processo di maturazione della

coscienza civile, che, nel tempo, è andata riconoscendo la specificità della

condizione minorile. Di conseguenza la politica penale ha tentato di costruire

un sistema differenziato di diritto penale che tende alla tutela di diritti dei

minori, primo fra tutti il diritto all'educazione.

Nel corso dei secoli la funzione della pena, evidenziata soprattutto attraverso le

 modalità di esecuzione, è stata oggetto di numerosi studi da parte della scienza

del diritto penale, anzi si può dire che ne sia stata l’oggetto principale, ed in

questa prospettiva il problema della giustizia minorile viene, spesso, affrontato

dando per scontato le questioni che custodiscono le motivazioni storiche,

culturali, sociali della specificità di questa giustizia rispetto a quella ordinaria.

Recenti prese di posizioni, sia nazionali che internazionali, in ordine all’età

minima per l’imputabilità ovvero in ordine all’età c.d. di parificazione (maggiore

età penale) porta gli operatori ad una rivisitazione, storica del

in primis,

problema. Verificare, infatti, le condizioni socio-culturali rilevanti al momento

-

in cui può affermarsi essere sorta una giustizia separata per i minorenni dal

momento che gli impulsi che l'hanno fatta sorgere sono legati a periodi storici

precisi, a specifiche culture e ad una determinata concezione della minore età e

della giustizia – può essere di sprone per la soluzione del problema posto con

forza non solo dai ma anche dagli operatori di settore.

media,

La Scuola Classica.

Fino all'Illuminismo, periodo in cui non vi

 erano teorizzazioni specifiche rispetto ai

minori, il delinquente era considerato come

un "soggetto moralmente traviato" e lo si

sottoponeva a pene crudeli ed arbitrarie. In

questa prospettiva non poteva che ragionarsi

in termini di carattere generale, atteso che

erano interessati la stessa visione dell’uomo:

come pure si è affermato il vero problema era

“la necessità di un'equa giustizia secondo i

parametri indicati da una visione illuministica

dell' uomo”.

Si era nel periodo in cui occorreva evitare che il

 soggetto che avesse infranto la legge fosse in balia

di una autorità il cui unico interesse era quello di

riaffermare, attraverso la condanna del reo, il proprio

potere. L'impegno dei teorici illuministi fu, quindi,

quello di porre precisi limiti al potere di punire dei

sovrani e all'arbitrarietà delle pene. Di qui l’effetto

determinante dell'Illuminismo sulla concezione della

funzione della pena e l'affermazione di nuove teorie.

La Scuola Classica che, sulla scorta delle dottrine

 illuministiche di Cesare Beccaria e del suo maggiore

teorico italiano Francesco Carrara, contribuì

all'affermazione dei nuovi ed importanti principi ed

alla costruzione del “delitto come violazione di un

diritto”.

La Scuola Classica muove dal postulato del libero arbitrio, da cui

 deriva la preclusione di ogni ricerca sulle condizioni mentali, morali e

familiari del reo e, di conseguenza la pena ha una funzione

esclusivamente retributiva. La gravità del reato costituisce l'unico

criterio in base al quale vengono stabilite le pene, le quali, pur nella

loro durezza, non possono essere attuate in condizioni disumane o

mediante supplizi corporali, essendo tese a redimere il reo, oltre che a

punirlo.

Per quanto concerne i minori la teoria della scuola classica non

 poteva che avere riguardo unicamente alla questione dell'imputabilità

e della sua capacità di intendere e di volere. Il presupposto del libero

arbitrio valeva a partire da una certa età, dal raggiungimento dello

di persona con margini di autonomia entro cui esercitare le

status

scelte. La concezione astratta e idealizzata dell'uomo, con le sue

potenzialità di moralità e di libertà di scelta e d'azione, e tutte le altre

premesse ideologiche del diritto illuministico, poiché fondate

sull'uguaglianza soltanto formale di ogni cittadino, nel corso dell’800

si dimostrarono incapaci di rapportarsi alla varietà della condizioni

reali.

In questo contesto, cioè con l’affermarsi delle prime istanze del

 capitalismo, e recependo le parzialmente le istanze della scuola

Classica, nascono anche in Italia le prime istituzioni minorili che si

propongono “di affrontare in primo luogo il problema dell'aumento di

minori abbandonati, vagabondi, incontrollati ed incontrollabili da una

società investita da rapide e profonde trasformazioni”. È evidente, in

queste istituzioni, lo sforzo di appropriazione e di integrazione

culturale del bambino e dell'adolescente da parte della comunità

costituita; l'omologazione del minore, sotto l’aspetto educativo, alle

norme ed ai valori condivisi dalla maggioranza della popolazione ha

come alternativa l'eliminazione dei fanciulli che la comunità non riesce

ad integrare. È la stessa posizione che, nel periodo tra il XVI e il XVII

sec., si aveva nei confronti di poveri, vagabondi, folli e chiunque altro

fosse stato considerato pericoloso per l'ordine pubblico. Questa

concezione portò alla pratica dell'internamento in istituto dove la

disciplina ed il lavoro si ponevano come i due imperativi pedagogici,

attraverso i quali rendere ineccepibile la vita di coloro che vi erano

internati.

Secondo “La preoccupazione moralizzatrice ed il controllo

Milani

 sociale” furono le caratteristiche principali di queste istituzioni che,

nei confronti dei minori, come intervento specifico adottarono la

separazione e la differenziazione – fisica e trattamentale, dagli adulti.

Sebbene non specificamente e non scientificamente, all’occhio di un

 moderno cultore di pedagogia, era questa l’espressione di una

“sensibilità pedagogica” nei confronti dei fanciulli in condizioni di

grave disagio, verso i quali si diresse principalmente la tensione

educativa della società adulta. Era il trattamento sanzionatorio,

motivato dalla consapevolezza che minori e maggiori avevano

caratteristiche diverse, che operava la differenziazione.

L'istituzionalizzazione separata segnò, inoltre, un allontanamento dai

principi sostenuti dalla Scuola Classica secondo cui la sanzione

doveva essere applicata in modo uniforme a tutti i reati,

indipendentemente dalle loro condizioni personali. Tuttavia, la teoria

classica continuò ad influenzare il regime vigente negli istituti minorili;

coniugando il controllo sociale alla riconosciuta necessità di educare

l'adolescente attraverso una severa disciplina impartita dall'autorità.

In questo contesto vi fu l'accostamento di minori mendicanti oziosi e

 vagabondi a quelli ribelli all'autorità paterna dato che entrambi

rappresentavano un problema di ordine pubblico da risolvere

attraverso una pedagogia coattiva basata sull'educazione e sul lavoro.

Nascono così istituti sia a Firenze, (Spedale di S. Filippo Neri ) che a

 - -

Roma ospizio di S. Michele in Ripa e, successivamente a Palermo

-

Real casa di correzione per donne e minori traviati a Milano e Napoli

- Casa di Correzione e le prigioni speciali per giovani – e, infine a

- -

Torino il riformatorio La Generala famoso per i rigidi metodi

carcerari adottati.

La Sicilia poteva vantare alcuni degli interventi più antichi e illuminati in

 materia di legislazione penale minorile; già nel 1231 Federico II dispose

l'equiparazione dell'infante omicida al pazzo, attesa la necessità di valutare

la capacità di intendere e di volere, - stabilendo, cosý, l'immunità, in tali

circostanze, dalla pena di morte per i fanciulli. Nel 1635 fu anche prevista

una differenza di trattamento tra i minori di 10 anni (non imputabili) ed i

minori di 15 anni; un terzo regime vigeva per i giovani tra 15 e 18 anni.

Il testo normativo del con il quale era stato aperto

Motu Proprio,

 l’istituto romano di S. Michele, dispose non solo che tutti i

minorenni, condannati da un qualsiasi tribunale per motivi

penali, fossero imprigionati nell'Istituto, ma che presso il

medesimo Istituto trovassero ricovero “i Ragazzi e i Giovani

discoli inobbedienti ai loro genitori e ad altri sotto la cui tutela,

e cura, vivono che per i loro cattivi principi dimostrano pessima

inclinazione ai vizi”. Veniva, così, legislativamente affermata

una continuità tra prassi educativa della famiglia e dello stato

nel controllo della repressione dei comportamenti devianti.

Sebbene con limiti educazionali evidenti Il Motu Proprio

 rappresentò il primo documento ufficiale con il quale venne a

delinearsi, con chiari scopi, sul piano legislativo e istituzionale,

un trattamento differenziato per i minori, e il nome con cui nel

testo l'istituto fu indicato, “Casa di correzione”, ne indica la

finalità educativa e preventiva.

La Scuola Positiva e i primi tribunali per i minori.

Nella prima metà dell'Ottocento, soprattutto

 ad opera di studiosi come Lombroso, Ferri,

cominciò ad affermarsi una nuova

Garofalo

concezione del soggetto delinquente. Così,

sul finire del secolo, affondando le proprie

radici culturali nel positivismo metodologico,

cominciò l'esperienza della Scuola Positiva

che, in contrapposizione al razionalismo

illuminista della Scuola Classica, affermò la

supremazia dell'indagine sperimentale, e

quindi del metodo induttivo, sugli astratti

giudizi di colpevolezza etica.

La Scuola Positiva e i primi tribunali per i minori.

Il ritenne “che si potesse studiare l'uomo, l'individuo che

Lombroso

 delinque con strumentazioni derivate da altre scienze dell'uomo”,

inaugurando l'antropologia criminale e l'indirizzo individualistico

dello studio della criminalità che condizionò notevolmente sia lo

sviluppo del diritto penale, sia gli indirizzi in tema di trattamento

dei delinquenti. Il determinismo biologico e la concezione

patologizzante della devianza, portarono la Scuola Positiva ad uno

spostamento di prospettiva rispetto alle elaborazioni della Scuola

Classica. Al centro dello studio della criminalità venne posto il

soggetto delinquente, che venne concepito come un soggetto

malato, privo di responsabilità. Sia che sosterranno,

Ferri Garofalo

quindi, che il libero arbitrio è un concetto illusorio, e la pena

assume un carattere di prevenzione o comunque di cura per il

soggetto delinquente.

Conseguenza di questa impostazione curativa fu che la pena

 era commisurata alla pericolosità sociale e che la possibilità di

recupero sociale del condannato fosse una condizione di

diritto. La Scuola avviò, pertanto, un processo di rilettura alle

problematiche della criminalità e della devianza, in special

modo in ambito minorile. Il delinquente era un soggetto

assolutamente condizionato da fattori interni o esterni, che

teneva comportamenti anormali unicamente perché era lui

stesso anormale. Questo fatto, cioè che “a comportamenti

diversi dovesse far sempre riscontro una diversità come

patologia dei rispettivi autori” sembrò particolarmente evidente

riguardo ai minori per i quali la diversità, la non

delinquenti

normalità, la condizione di non responsabilità erano fra l'altro

considerate ovvi attributi dell'età; fu, cioè, la condizione

particolare dei minori in quanto tali, che li rese oggetto ideale

delle applicazioni delle nuove istanze positive.

L’aspetto negativo di questa concezione è evidente: apre un varco senza limiti in cui

 il potere istituzionale ha potuto far passare in relazione alle esigenze contingenti e

storiche, l'arbitrio nella scelta di soggetti e di comportamenti da punire, nonché le

forme, nei modi e nei tempi della punizione, facendo appello alla scienza, alle

esigenze di differenziazione e di individualizzazione della pena, ai criteri di

rieducazione terapia. Tuttavia, e potremmo forse dire fortunatamente, le nuove

istanze di differenziazione del trattamento, promosse dal positivismo giuridico, non

trovarono applicazione pratica in quanto si scontrarono con la resistenza

istituzionale degli enti minorili, ancora fortemente legati ad una politica contenitiva.

In effetti il contrasto, evidenziatosi nel corso di tutto l'Ottocento, tra la necessaria

conoscenza scientifica del bambino e tutto quanto era relativo all'educazione, con

l'obbiettivo della tutela, della promozione, della protezione dei giovani, ed il forte

controllo sull'infanzia, che rendeva gli interventi sui minori assai punitivi,

introducendo in ambito penale istituti fino allora sconosciuti, con misure coercitive e

correzionali derivanti da una concezione dell'infanzia come età dipendente

dall'autorità di coloro che erano preposti all'educazione, non consentì uno sviluppo

adeguato delle concezioni della scuola positiva stessa.

Sul finire del secolo, però, si ebbe la creazione di organi giudiziari minorili

 specializzati: a Londra il movimento di opinione, da cui era nata la “Società per la

rieducazione dei giovani delinquenti”, portò alla creazione di strutture per ragazzi

abbandonati e per giovani criminali. Nel luglio 1899, sotto la spinta del Child-saving

sorse a Chicago la prima del mondo: un Tribunale per i

movement, Juvenile Court

Minorenni con un giudice specializzato che tutelava l'infanzia attraverso

deviata

disposizioni correttive o anche solo meramente educative. Si trattava, comunque, di

un istituzione con una marcata impronta paternalistica, che mancava delle garanzie

necessarie "secondo i criteri della giurisprudenza classica", e per il quale non fu mai

prevista una disciplina speciale.

Anche in Europa l'inizio del XX secolo segnò

 la nascita dei primi Tribunali per i Minorenni.

Nel 1895 venne inaugurata la di

Juvenile Court

Birgmingham e nel 1908 tali istituzioni

divennero obbligatorie in Inghilterra, in

Scozia ed in Irlanda con il con il

Children Act,

quale venne abolita quasi del tutto la pena di

morte per i minori e stabilito che nessun

minore di 16 anni potesse essere condannato

al carcere. Leggi simili vennero promulgate

anche in Francia e in Belgio nel 1912 e, dopo

il Congresso internazionale del Tribunale per

i Minorenni, tenutosi a Parigi nel 1913;

giurisdizioni speciali per minorenni furono

create anche in Olanda (nel 1921) ed in

Germania (leggi del 1922 e 1923).

In Italia il Tribunale per i Minorenni fu istituito solo nel 1934 con il R.D. 1404. In

 epoca antecedente alcune disposizioni erano contenute nel Codice penale del

1859, che stabiliva la piena responsabilità penale solo per i maggiori di 21 anni,

mentre i ragazzi tra 14 e 21 usufruivano di una riduzione della pena che,

comunque, doveva essere scontata nelle carceri comuni. I minori di 14 anni,

colpevoli di un reato, dovevano essere accolti in apposite Case di custodia o in

stabilimenti pubblici di lavoro, ai quali erano destinati anche giovani

mendicanti, vagabondi, oziosi, minori di 16 anni. Sulla scorta delle disposizioni

antecedenti e ai sensi dell’articolo 222 del Codice civile del Regno d'Italia (in

vigore fino al successivo del 1942) era possibile, inoltre, l'internamento dei

giovani discoli in Case di correzione o di educazione, per volontà dei genitori.

Interessante è verificare come la volontà genitoriale fosse subordinata ad un

controllo da parte dell’autorità giudiziaria atteso che la norma richiamata

stabiliva che: “Il padre che non riesca a frenare i traviamenti del figlio, può allontanarlo

dalla famiglia, assegnandogli secondo i propri mezzi gli alimenti strettamente necessari; e

ricorrendo, ove sia d'uopo, al presidente del tribunale, collocarlo in quella casa, o in

quell'istituto di educazione o di correzione, che reputi più conveniente a correggerlo e

migliorarlo. L'autorizzazione può essere chiesta anche verbalmente, ed il presidente

La duplice

provvederà senza formalità di atti e senza esprimere i motivi del suo decreto”.

natura del ricovero in istituto fece s’ che gli istituti di educazione e di

correzione fossero organizzati su regole carcerarie paternalistiche e coercitive.

Nel 1877, un nuovo regolamento istituì le figure degli “istitutori o censori” in

sostituzione delle guardie carcerarie comuni e vennero previsti interventi

differenziati per i minori sottoposti alla custodia per condanna penale e i

ricoverati per altre cause. In seguito, fino al codice Zanardelli del 1889, furono

compiuti vari tentativi per cercare di unificare, sistematizzare e rendere

organica la legislazione minorile.

Il Codice Zanardelli

.

Fino al 1890 in tutta Italia, a seguito dell’unificazione, era applicabile ai minori l’articolo 88

 del Codice sardo secondo cui “il minore di quattordici anni, che avesse agito senza

“discernimento”, non era passibile di pena e, in caso di crimine o delitto, poteva, a

discrezione dell'autorità giudiziaria, essere consegnato ai genitori o ricoverato in uno

stabilimento pubblico di lavoro”.

Il nuovo Codice poneva delle distinzioni più complesse

Zanardelli, entrato in vigore nel 1890,

 rispetto a quelle del Codice sardo: infatti l'età minima per l'imputabilità era venne fissata a

nove anni, articolo 53, mentre l’articolo 54 disponeva che fra i nove e i quattordici anni il

ragazzo era imputabile, ma solo previo accertamento obbligatorio, da parte del Magistrato,

del “discernimento”; il successivo articolo 55 disponeva che dai quattordici ai diciotto

anni l’imputabilità era presunta. Conseguenza unica del regime differenziato era una

diminuzione di pena. Lo stesso regime era previsto per il minore di ventuno anni.

Per la prima fascia di età (i minori fino a nove anni), il Presidente del Tribunale civile, su

 richiesta del pubblico ministero, poteva ordinare che il minore fosse rinchiuso in un

istituto di educazione e di correzione oppure affidato ai genitori sotto la loro

responsabilità. Gli stessi provvedimenti (ovvero reclusione presso un istituto di

educazione e di correzione o affidamento ai genitori) potevano essere adottati dal

Tribunale penale per i minori tra i nove e i quattordici anni nei casi di non imputabilità.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Procedura penale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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