UNIVERSITÀ DEGLI STUDI GUGLIELMO MARCONI
FACOLTA’ DI SCIENZE
DELLA FORMAZIONE
CORSO DI LAUREA
MAGISTRALE IN PSICOLOGIA
LM51
“HOMO MUSICUS: MECCANISMI CEREBRALI E
IMPLICAZIONI CLINICHE IN NEUROPSICOLOGIA”
Relatore: Candidato:
Prof.ssa Giuliana Lucci Manuela Picozzi
ANNO ACCADEMICO 2023/24
INDICE
INTRODUZIONE 3
o CAP. 1 BASI NEUROLOGICHE DELLA PERCEZIONE
o MUSICALE; MECCANISMI CEREBRALI DI ELABORAZIONE
DEGLI STIMOLI MUSICALI 6
1.1 Consonanza e dissonanza 8
o 1.2 L’aspetto temporale della percezione: tempi,
o ritmi, durate, silenzi 17
CAP.2 LA FUNZIONE ADATTATIVA DEI MECCANISMI
o DELLA PERCEZIONE MUSICALE: RICERCHE
SULL’ORGANIZZAZIONE FUNZIONALE DELLA CORTECCIA
UDITIVA E DELLA SUA INTEGRAZIONE CON ALTRI
CENTRI CORTICALI 25
2.1 Metro, ritmo, movimento 26
o 2.2 Udito e/o tatto? 31
o 2.3 Musica e linguaggio verbale 35
o 2.4 Funzione adattativa dei meccanismi della
o percezione musicale 45
CAP.3 ELABORAZIONE CENTRALE DELLA MUSICA:
o OPERAZIONI PERCETTIVE E COGNITIVE LEGATE ALLA
MEMORIA E ALLE EMOZIONI 59
3.1 Emozioni: quando, come, perché 60
o 3.2 Memoria: tra apprendimento e prestazione
o 70
1
CAP. 4 IL “CERVELLO MUSICALE”: STUDIO DEGLI
o EFFETTI DI LESIONI CEREBRALI DI VARIA NATURA
E LOCALIZZAZIONE 76
4.1 Ritmo e Parkinson 76
o 4.2 Musica e demenza 84
o 4.3 Depressione e ansia 90
o 4.4 Musica e lesioni cerebrali 93
o 4.5 L’amusia 96
o
CAP. 5 CASI FAMOSI: L’AMUSIA DI MAURICE RAVEL E
o DI GEORGE GERSHWIN 103
5.1 Maurice Ravel 103
o 5.2 George Gershwin 108
o
CONCLUSIONI 112
o BIBLIOGRAFIA 118
o 2
INTRODUZIONE
La musica, un fenomeno culturale e universale, possiede una
capacità unica di influenzare le emozioni, la cognizione e il
comportamento umano. Questa affascinante interazione tra
musica e mente umana ha attirato l'attenzione di ricercatori,
musicisti e terapeuti, dando vita a un campo di studio che
coniuga le discipline della neuropsicologia e della
musicologia. La neuropsicologia, in particolare, offre
strumenti preziosi per comprendere come il cervello elabora
e risponde agli stimoli musicali, rivelando i meccanismi
neurobiologici sottostanti.
La percezione musicale è il risultato di un'interazione
complessa tra l'orecchio, che funge da ricevitore e
trasduttore dei suoni, e il cervello, che elabora e interpreta
questi stimoli. Il sistema cervello-orecchio comprende
diverse strutture e processi che consentono di trasformare
onde sonore in esperienze musicali ricche e significative.
L' elaborazione della musica non è un processo lineare, ma
coinvolge un'interazione dinamica tra diverse aree del
cervello. La percezione musicale integra informazioni uditive
con risposte emotive, memorie e funzioni cognitive superiori,
creando un'esperienza complessa e arricchente.
Negli ultimi anni, gli avanzamenti nelle tecnologie di imaging
cerebrale e nelle metodologie di ricerca hanno permesso di
ottenere nuove e più approfondite conoscenze su come la
musica possa influenzare il cervello e la mente. Questi studi
3
hanno rivelato che l'esperienza musicale coinvolge una vasta
gamma di processi neuropsicologici, inclusi quelli legati alla
percezione uditiva, alla memoria, alle emozioni e al
movimento.
La musica non solo evoca forti risposte emotive, ma può
anche migliorare le funzioni cognitive, facilitare il recupero di
ricordi e promuovere la neuro plasticità. Ad esempio, è stato
dimostrato che la formazione musicale può portare a
cambiamenti strutturali e funzionali nel cervello, migliorando
abilità come la memoria verbale, la capacità di attenzione e
le funzioni esecutive.
Un aspetto particolarmente interessante di questa disciplina
è il ruolo della musica nella riabilitazione neuropsicologica.
Terapie basate sulla musica sono state utilizzate con
successo per trattare una varietà di disturbi neurologici,
come l'ictus, la malattia di Parkinson, la demenza.
La musica può stimolare aree del cervello danneggiate o
inattive, aiutando i pazienti a recuperare abilità perdute o a
sviluppare nuove strategie compensative.
Questo lavoro di tesi si propone di esplorare in profondità la
relazione tra neuropsicologia e musica, esaminando sia le
basi neurobiologiche dell'esperienza musicale sia le
applicazioni di terapie supportate dalla musica, prendendo in
considerazione la letteratura scientifica evidence-based,
quindi interventi terapeutici supportati da prove scientifiche
rigorose e che dimostrino efficacia reale.
Attraverso una revisione della letteratura esistente e l'analisi
di “casi famosi” di compositori che hanno sofferto di patologie
4
neurologiche, si cercherà di delineare come la musica possa
essere utilizzata come strumento per migliorare la qualità
della vita e le capacità cognitive e emotive degli individui.
In conclusione, comprendere i meccanismi attraverso cui la
musica influenza il cervello non solo arricchisce la nostra
conoscenza scientifica, ma apre anche nuove vie per
interventi terapeutici innovativi e efficaci.
5
CAP. 1 BASI NEUROLOGICHE DELLA PERCEZIONE
MUSICALE; MECCANISMI CEREBRALI DI
ELABORAZIONE DEGLI STIMOLI MUSICALI
«”Qualcuno ha detto», sussurrò Alice, «che ognuno
lo fa pensando agli affari propri!”
“Ah, bene! Significa più o meno la stessa cosa,"
disse la Duchessa, affondando il suo piccolo mento
affilato nella spalla di Alice mentre aggiungeva, "e
la morale è:" Prenditi cura dei sensi, e i suoni si
prenderanno cura di sé stessi”» .
1
Sebbene da secoli la musica sia stata oggetto di riflessione
sia da parte della filosofia, soprattutto per quanto riguarda il
potere di evocare emozioni e sentimenti, che da parte di
psicologi, fisiologi e psicofisiologi, che invece se ne sono
occupati dal punto di vista delle basi fisiche e dei parametri
fondamentali, per lo più nell’ambito della percezione, da
alcuni anni anche i ricercatori nell’ambito delle moderne
neuroscienze stanno lavorando con nuovi mezzi sempre più
sofisticati (prima dell’impiego delle tecniche di
neuroimmagine gli studi erano condotti su pazienti
cerebrolesi e con la tecnica dell’ascolto dicotico) per scoprire
le basi neurologiche della percezione musicale e quindi i
meccanismi con cui lo stimolo musicale viene elaborato dal
cervello.
Oggi si discute di neuromusicologia come una disciplina che
collega gli studi scientifici sulla musica con quelli sul sistema
nervoso umano, in particolare concentrandosi sul cervello.
1
L. CARROLL, Alice’s adventures in Wonderland, Milano, Mondadori, 2021, cap
IX, p. 88 6
Quando, oltre a questi aspetti, si aggiunge la ricerca
sperimentale in ambito psicologico, si parla invece di
neuropsicomusicologia. Questa si occupa di analizzare e
valutare le diverse funzioni legate alle capacità cognitive
2
globali .
In questa direzione, due sono le linee di ricerca principali: da
una parte, individuare se alla base dell’apprezzamento per la
musica che è comune a tutte le culture si possano rilevare
componenti innate e, se effettivamente esistano, quali esse
siano; dall’altra si tratta di una questione fondamentale,
perché naturalmente possono essere state conservate solo le
caratteristiche innate, più o meno adattative, sottoposte alla
selezione naturale. L’organizzazione del cervello musicale è
uno dei principali interessi delle neuroscienze
contemporanee. Ciò riflette la crescente sofisticazione degli
strumenti (in particolare le tecniche di imaging) per
esaminare l’anatomia e la funzione del cervello in condizioni
di salute e malattia, e il riconoscimento che la musica fornisce
intuizioni uniche su una serie di aspetti della funzione
cerebrale non verbale. Il quadro che emerge è complesso ma
coerente e va oltre le vecchie idee di musica come territorio
di una singola area o emisfero del cervello verso il concetto
di musica come fenomeno dell'"intero cervello". La musica
coinvolge un insieme distribuito di moduli corticali che
elaborano diverse componenti percettive, cognitive ed
2 C.M. SCAGLIOSO, Suonare come parlare. Linguaggi e neuroscienze, Roma,
Armando, 2008 7
emotive con varia selettività. Il "perché" piuttosto che il
"come" il cervello elabora la musica rappresenta una sfida
3
fondamentale per il futuro .
1.1 Consonanza e dissonanza
La musica e le sue componenti – ritmo, timbro, melodia,
armonia – hanno per secoli stimolato le riflessioni e le
speculazioni dei filosofi e dei dotti, che ne hanno spesso
evidenziato le caratteristiche di attivazione di stati emotivi,
del potere di suscitare emozioni e sentimenti, come si legge
per esempio nel Complexus effectuum musices, trattato di un
famoso teorico del tempo, in cui la considerazione della
musica si sposta - dopo secoli - dalla sfera della speculazione
su base religiosa e platonica a quella della psicologia umana
e dell’estetica. Questi, secondo Johannes Tinctoris, alcuni
degli effetti della musica sull’animo umano:
«Eccitare gli animi a pietà
Scacciare la tristezza
Sciogliere la durezza del cuore
Mettere in fuga il diavolo
Mandare in estasi
Elevare la mente terrena
Stornare la cattiva volontà
ALLIETARE GLI UOMINI
Risanare i malati
Attenuare le fatiche
Incitare gli animi alla battaglia…» .
4
3 J. WARREN, How does the brain process music, “Clinical Medicine”, 8, 1, pp.
32-36
4 4
J. TINCTORIS, Complexus effectuum musice, 147-7 , in Gallico, C., L’età
dell’Umanesimo e del Rinascimento, Storia della Musica,Vol. 3, Torino, Edt,
1986, p. 107 8
In tempi decisamente più recenti, le ricerche di acustica,
fisiologia e psicofisiologia hanno allargato il campo
d’indagine, perlopiù con studi incentrati sulla percezione del
suono. Riporto in sintesi (estrema) la definizione e il campo
d’indagine relativi formulata da Jean-Pierre Changeaux,
neurobiologo:
«In termini fisici, la musica è composta di suoni,
cioè di vibrazioni meccaniche e di onde che si
propagano in maniera longitudinale in un mezzo
elastico. I suoni sono oscillazioni ripetute nel tempo
di cui si può definire il periodo, che è la durata di
un’oscillazione, e la frequenza, che è il numero dei
periodi al secondo. L’orecchio umano può percepire
da 16 oscillazioni al secondo, o Hertz (l’Hertz è
l’unità di misura della frequenza), a circa 20000 (...)
In altre parole non percepiamo tutti i suoni possibili
della natura: il nostro apparato uditivo e, beninteso,
anche il nostro sistema nervoso, limitano fin
dall’origine un campo di suoni disponibili e
accessibili per percepire la musica» .
5
Ciò che rende possibile distinguere un suono da un rumore è
la presenza dei cosiddetti armonici: un suono prodotto dalla
voce umana o dagli strumenti è costituito da un suono
fondamentale e da un gruppo di armonici le cui frequenze
sono multiple di quelle del fondamentale, quindi la loro
somma forma il suono naturale. Il rumore invece è composto
da frequenze aleatorie e con la stessa energia.
Nel mondo della musica, di qualsiasi civiltà e qualsiasi epoca,
le scale musicali sono state costruite a partire dagli armonici
5 P. BOULEZ, J.P., CHANGEAUX, Ph. MANOURY, I neuroni magici. Musica e
cervello, Roma, Carocci, 2016, pp. 79-80
9
e dagli intervalli della serie degli armonici. Inoltre, lo stesso
suono a frequenza raddoppiata (e con lo stesso ordine di
armonici) mantiene caratteristiche tali da essere percepito si
come sempre più acuto ma sostanzialmente identico a livello
d’intonazione.
Un suono a 110, 220, 440, 880 Hz sarà infatti percepito
progressivamente più acuto, ma manterrà comunque una
certa identità. Questo accade perché, raddoppiando la
frequenza, si passa da una nota alla sua ottava, il che
significa che il nome della nota rimane invariato nei vari
sistemi musicali, sia occidentali che non. Questa relazione
non è casuale, ma è collegata alla presenza di suoni armonici.
Ad esempio, un La a 110 Hz include un armonico a 220 Hz,
che è il più rilevante dopo la frequenza fondamentale di 110
Hz. Di conseguenza, la percezione dell'intervallo di ottava è
già implicita nel segnale acustico. I sistemi percettivi e i vari
sistemi musicali si sono quindi evoluti in armonia con le serie
armoniche dei suoni. Non è un caso che la relazione di ottava
sia presente in tutti i sistemi musicali conosciuti e persino in
alcuni mammiferi. L'ottava è fondamentale per organizzare
le note in un sistema musicale, creando una struttura
circolare e limitata: ogni volta che si raggiunge un'ottava
6
superiore, si ritorna al punto di partenza.
La capacità di distinguere suoni (e quindi sceglierne alcuni
piuttosto che altri) grazie all’apparato uditivo, come alcune
D. SCHÖN, Il cervello musicale, Bologna, Il Mulino, 2018, pp. 28-35
6 10
7
recenti ricerche dimostrano , si compie attraverso importanti
connessioni efferenti (il fascio olivo cocleare) che dal cervello
giungono alla coclea e alle cellule ciliate esterne, che
possiedono una innervazione esclusivamente efferente quindi
non trasmettono gli impulsi al cervello ma da questo ricevono
“istruzioni” per modulare i segnali in uscita dalla coclea. Il
sistema cervello-orecchio funziona quindi a doppio senso, e
può anche essere modificato e potenziato grazie
all’educazione musicale e all’attività musicale nei
professionisti.
Ritrovamenti eccezionali (datati tra i 30 e i 40 mila anni fa,
quindi antichissimi) confermano che gli esseri umani
“prediligono” determinati suoni rispetto ad altri: si tratta di
flauti in osso e avorio, o meglio frammenti di questi
strumenti, ritrovati in alcune grotte in Svevia presso Ulma.
Si tratta della scoperta più antica fatta fino ad oggi (già altri
oggetti simili sono stati rinvenuti in altre zone di Francia e
Austria che però erano molto più “recenti”), la loro
costruzione forse attribuibile all’uomo di Neanderthal.
Nel 1996, infatti, gli scavi di una grotta di Neanderthal nella
Slovenia nordoccidentale portarono alla luce quella che
sembra essere la sezione di un flauto traverso ricavato
dall'osso del femore di un giovane orso. Questo frammento
osseo era perforato con quattro fori rotondi la cui forma e
allineamento suggerivano fortemente che si trattasse,
M. CRISTOPHE, S. KHALFA, X PERROT, L. COLLETT, Difference in cochlear
7
efferent between musicians and not musicians,” Neuroreport”, 8, 1997,
pp.1047-50 11
effettivamente, dei resti di uno strumento a fiato di
Neanderthal.
In ogni caso ciò che colpisce è che questi flauti presentano
fori distribuiti a diverse altezze, che producono determinati
intervalli che in epoca moderna si definiscono consonanti,
«quando sarebbe stato più immediato, per una mente
musicalmente primitiva, fare dei fori a caso o magari
8
scegliere cinque note pressoché equispaziate» .
Il posizionamento unico dei fori nel flauto dimostra
9
chiaramente che era accordato su una scala diatonica .
Questa scoperta fornisce una potente prova pratica a
sostegno dell'idea di un fondamento naturale o acustico per
l'evoluzione della scala diatonica e dimostrerebbe come
anche l’uomo del paleolitico superiore fosse in grado di
percepire e distinguere suoni in rapporto di consonanza, e
che forse gli strumenti erano tagliati, come si dice in
linguaggio tecnico, per una determinata intonazione in modo
da poter essere suonati insieme in gruppi di strumenti o di
voci accompagnate da strumenti. L’ipotesi è molto suggestiva
ma suscita naturalmente alcune perplessità: rimane
un'ipotesi affascinante ma difficilmente dimostrabile.
Rimane però la questione: come agisce allora la
“consonanza” e perché viene preferita?
A. FROVA, Dal flauto del paleolitico alle neuroscienze passando per Galileo,
8
Pianeta “Galileo : 2009 / Regione Toscana”, Consiglio regionale ; a cura di
Alberto Peruzzi. Centro Stampa del Consiglio regionale della Toscana, pp. 163-
171
9 Scala diatonica: Per scala diatonica si intende una scala musicale di sette note
(eptafonica) comprese nell'ambito di un'ottava
12
Diversi studi in ambito neuroscientifico si sono focalizzati
sull’osservazione delle reazioni dei circuiti cerebrali quando
l’orecchio percepisce un insieme di note musicali. Si è visto
che i treni di impulsi neurali che raggiungono la corteccia in
seguito all’onda sonora sono caratterizzati da costanza e
periodicità e poco rumore di fondo se si tratta di intervalli
consonanti (lo studio è stato fatto sui bicordi, cioè intervalli
10
di 2 note simultanee), a differenza di quelli dissonanti .
Questi studi hanno consentito di utilizzare parametri oggettivi
rilevabili attraverso tecniche d'indagine decisamente più
attendibili delle ricerche svolte in passato, che si avvalevano
per esempio di questionari con scale bipolari (composte di
aggettivi opposti), che intendevano misurare le qualità
espressive dei bicordi proposti all'ascolto, applicando il
parametro consonanza/dissonanza al differenziale
11
semantico . In questi ultimi studi il campo d'indagine si
restringe alla rilevazione dell'attivazione bi
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