Il giudizio
Il giudizio necessario
Nel 1950, durante il Congresso Internazionale di diritto processuale civile a Firenze, Salvatore Satta affronta il tema della crisi del processo e del giudizio, giungendo alla celebre conclusione secondo cui «la nostra età non vuole il giudizio». Questa riflessione, solo in apparenza limitata al campo giuridico, in realtà esprime una crisi più profonda e spirituale, che investe l’uomo moderno nella sua interezza: una crisi morale, artistica, filosofica e politica.
Secondo Satta, l’umanità ha perso la fiducia nel proprio futuro. E poiché il giudizio è il mezzo attraverso il quale l’uomo raggiunge questo futuro, l’umanità ha perso anche la capacità di giudicare. Il rifiuto del giudizio è sintomo di una crisi di senso, ossia della perdita del valore attribuito alle regole e alla coesistenza sociale. Questo fenomeno si manifesta a più livelli:
- Nei macrosistemi globali, dove le potenze economiche aspirano a un mondo senza regole;
- Nei sistemi politici e istituzionali, dove si avverte insofferenza verso i limiti imposti dallo Stato di diritto;
- Nei microsistemi sociali e familiari, dove si tende a rifiutare l’autorità.
Satta crea una tendenza che rompe i legami sociali. Come dice anche Jean-François Lyotard, questo atteggiamento è tipico del postmodernismo, dove non ci si fida più delle grandi storie e delle verità assolute. Riflettere sul giudizio diventa allora un modo per interrogarsi sulla condizione umana e sociale contemporanea. Nonostante la diffusa volontà di evitarlo, il giudizio è inevitabile, in quanto momento essenziale della convivenza: soprattutto il giudizio che un uomo formula sulla condotta di un altro.
Occorre, però, liberare il giudizio dall’idea che esso sia un male necessario, comprendendolo invece come espressione della libertà. Il problema fondamentale del giudizio è il divario insormontabile tra ciò che sappiamo di una persona e il giudizio che ci sentiamo in dovere di esprimere su di essa. È in questo spazio di incertezza che si gioca la nostra libertà.
Il giudizio giuridico rappresenta il paradigma ideale per comprendere questa dinamica: esso mostra come il giudicare sia al tempo stesso un atto individuale e una condizione sociale indispensabile. Attraverso di esso diventa possibile delineare i tratti di una filosofia del giudizio, che riconosce nel giudicare non un difetto o un peso, ma un atto fondamentale dell’essere umano e della vita associata.
Giudicare nel mondo antico
Nel mondo antico, il concetto di giudizio non ha il significato strettamente logico o giuridico che gli attribuiamo oggi. Quando si parla di “giudicare”, ci si riferisce piuttosto a una facoltà mentale e conoscitiva, cioè alla capacità dell’uomo di discernere, valutare e dare senso alla realtà.
L’autore spiega che, nella sua accezione più antica, il giudizio non è solo un ragionamento logico, ma un vero e proprio atto del pensiero che consente di collegare soggetti e predicati dotati di significato: in altre parole, è ciò che ci permette di formulare proposizioni e comprendere il mondo. Questa capacità di giudicare è vista come un’attività fondamentale della mente umana, attraverso cui si struttura la riflessione. Non si tratta solo di una funzione logica o astratta, ma anche di una facoltà etica e pratica, perché riguarda il modo in cui l’uomo valuta la realtà che lo circonda e prende posizione di fronte ad essa.
Ogni volta che giudichiamo, infatti, attribuiamo significato agli eventi, alle azioni, alle persone: giudicare significa continuamente interpretare ciò che accade, distinguendo il vero dal falso, il bene dal male, l’utile dal dannoso. L’autore sottolinea che l’uomo giudica costantemente nella vita quotidiana. Non si tratta solo di un atto giuridico o morale, ma di una dimensione costante del pensiero umano. Da questa osservazione nasce l’idea che esistono molteplici tipi di giudizio, corrispondenti ai diversi ambiti dell’esperienza: il giudizio morale, il giudizio estetico, il giudizio politico e naturalmente quello giuridico. Tutti derivano, però, da un’unica facoltà originaria di giudicare, che appartiene alla natura stessa dell’essere umano.
A questo punto il testo spiega che la facoltà di giudicare è strettamente connessa al modo stesso in cui l’uomo entra in rapporto con il mondo. Il termine greco che indica il “giudicare” è krinein, da cui deriva anche “crisi”: questo termine, nell’etimologia greca, significa “separare, distinguere”. Giudicare, dunque, è un atto di discernimento — implica la capacità di separare il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, e di orientarsi nella realtà.
In questo senso, la facoltà di giudicare è anche la condizione per poter agire e pensare rettamente: non si tratta solo di un’attività teorica, ma anche pratica, perché ci permette di scegliere e di valutare con misura. Nel mondo greco antico, in particolare, il giudizio è connesso al concetto di saggezza (sophrosyne o phronesis), che è la virtù della giusta misura. Giudicare bene significa cogliere ciò che è proporzionato e giusto, non lasciandosi trascinare da passioni o impulsi, ma mantenendo equilibrio e lucidità.
Per questo, nella logica arcaica, la facoltà di giudicare è vista come una forma di sapienza pratica, che permette di riconoscere la “retta misura” delle cose, cioè il punto giusto tra eccesso e difetto. Da qui l’autore introduce il concetto fondamentale di lógos, termine greco che significa sia “linguaggio” sia “ragione”. Giudicare, nel pensiero greco, è strettamente legato al lógos, perché è proprio attraverso il linguaggio e la ragione che l’uomo articola i propri giudizi. Il lógos indica il discorso razionale, la capacità di esprimere il pensiero in modo ordinato e coerente, ma anche la connessione tra pensiero, linguaggio e realtà.
Attraverso il lógos, l’uomo dà forma al mondo e ne comprende il senso: il giudizio, dunque, è un atto che nasce dentro il linguaggio e che permette di riconoscere il significato delle cose. A questo punto il testo richiama il pensiero di Eraclito, che tra i primi filosofi associa il giudizio alla conoscenza del lógos. In un celebre frammento, Eraclito scrive:
“Per chi ascolta non me, ma il lógos, è saggio riconoscere che tutte le cose sono uno.”
Qui si esprime l’idea che giudicare significa saper cogliere l’unità profonda della realtà: attraverso il lógos, cioè la ragione universale, l’uomo riesce a intuire l’ordine che tiene insieme tutte le cose. Giudicare, quindi, non è solo esprimere un’opinione, ma riconoscere l’armonia e la misura che governano il mondo. Eraclito aggiunge che il lógos è una “trama invisibile” che unisce tutte le cose e che solo chi sa ascoltare e comprendere può percepire. Giudicare, dunque, consiste in un atto di riflessione, nella capacità di cogliere la relazione tra i fenomeni, distinguendo e al tempo stesso unendo.
In questo senso, il giudizio implica una doppia dimensione: da una parte la capacità di distinguere (vedere le differenze, riconoscere il particolare), e dall’altra quella di unificare (intendere l’ordine complessivo del reale). Il giudizio, infatti, serve sia a separare che a collegare, perché permette di comprendere i singoli aspetti della realtà mantenendo la loro connessione.
Successivamente il testo passa a Platone, che approfondisce il giudizio come individuazione del particolare, legandolo ancora una volta al lógos. Nel Sofista, Platone spiega che quando diciamo “non essere”, non intendiamo il nulla, ma qualcosa di diverso: il “non essere” è il diverso dall’essere. Questa riflessione significa che giudicare comporta la capacità di distinguere: dire “non A” non equivale a dire “niente”, ma a riconoscere una differenza.
In questo senso, il giudizio platonico diventa atto di distinzione: riconoscere ciò che è diverso, attribuire significato, cogliere le differenze che strutturano il reale. È una forma di conoscenza dialettica, perché mette in relazione concetti opposti per chiarire il significato di ciascuno.
Infine, nella riflessione aristotelica, il giudizio assume una forma più strutturata. Aristotele parla di proposizione apofantica, cioè la proposizione che afferma o nega qualcosa di un soggetto (ad esempio: “L’uomo è mortale”). È la forma logica del giudizio, quella che permette di distinguere il vero dal falso. Tuttavia, anche in Aristotele, il giudizio non è solo un atto logico, ma anche un esercizio di saggezza pratica (phronesis), perché implica la capacità di...
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