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Donne e politica, Psicologia delle differenze di genere

Tesi di Laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l'Università degli Studi di Bergamo. Relatore: Alberto Zatti.l Gli argomenti trattati sono i seguenti: le donne che fanno politica, il gap di genere nella rappresentanza politica, le donne che subiscono la politica.

Materia di Psicologia delle differenze di genere relatore Prof. A. Zatti

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Il mio lavoro si propone di mettere in luce due aspetti principali del rapporto tra la

donna e il potere politico: La figura della donna che "fa" politica, rapportandosi con tutti

quei fattori che originano il gap di genere; e la donna che "subisce" la politica, ovvero la

donna media che vive in un normale contesto sociale, che può comprendere una

famiglia, una carriera, e come le decisioni politiche che vengono prese senza la

collaborazione di un'adeguata rappresentanza femminile, influenzino profondamente la

sua vita.

PARTE I: DONNE CHE FANNO POLITICA

1. Il gap di genere nella rappresentanza politica

La rappresentanza politica a livello globale è soggetta ad un importante gap di

genere. Al contrario di quanto il senso comune porti a pensare, questo fenomeno

continua a sussistere anche in quei Paesi in cui lo sviluppo socio-economico è alto e

la cultura democratica è ben consolidata, pertanto ne deduciamo che questi fattori

non siano determinanti. Occorre inoltre sottolineare che il gap di genere è presente

anche in ambito lavorativo e professionale, anche se in misura minore rispetto a

quello politico, e che non è solo di tipo quantitativo ma anche qualitativo, cioè: è

quasi impossibile per le donne occupare posti gerarchicamente elevati, soprattutto in

quei settori tradizionalmente maschili.

I fatti ci dimostrano quindi che in teoria le donne possono contare sulle stesse

opportunità degli uomini, ma nella pratica esse si trovano bloccate da ben radicati

sistemi di esclusione. A rendere difficile il progredire della carriera delle donne

troviamo le cosiddette “barriere invisibili”; esse non sono altro che delle forme di

estromissione e permettono di segregare le donne ai bassi livelli gerarchici e solo in

determinati settori: da qui il termine “doppia segregazione”. Ma analizziamo nel

dettaglio: Il soffitto di cristallo (o glass ceiling), indica quella sorta di barriera

invisibile che impedisce alle donne di avanzare in carriere di prestigio e di occupare

posizioni di vertice; il pavimento di pece (o sticky floor), indica la difficoltà che le

donne incontrano quando tentano di spostarsi in quei settori di quasi esclusiva

pertinenza maschile.

Abbiamo già stabilito che la differenza fra i sessi nella rappresentanza politica è

forte e che il genere femminile non è adeguatamente rappresentato; ma perché?

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Si è potuto osservare che alla base del gap nella rappresentanza politica delle donne,

c’è sempre un gap nell’attivismo politico: Inglehart e Norris (2003), hanno scoperto

che le donne sono più propense a impegnarsi in attività cause-oriented (cercano di

influenzare le decisioni politiche muovendosi al di fuori dei sistemi dei partiti), e

sono molto meno coinvolte nelle attività di tipo campaign-oriented (che si

realizzano attraverso i partiti e i meccanismi elettorali). Esse risultano più numerose

nelle attività civic-oriented (ovvero, associazioni di cura e assistenza, gruppi

religiosi e per la pace). Questa peculiare partecipazione delle donne al sistema

politico è stata definita “consistente ma invisibile” (Stolle e Micheletti, 2003).

2. Fattori esplicativi del gap di genere in politica

2.1. Fattori strutturali e istituzionali

Si tratta di un gruppo di teorie che spiega l’attivismo e la rappresentanza politica

come derivanti da fattori strutturali e istituzionali. Esse includono fattori strutturali

quali:

Istruzione e background culturale: Le donne risultano meno informate e meno

interessate alla politica; tradizionalmente il loro background culturale è legato a

settori professionali definiti “di allargamento del maternage”, tuttavia oggigiorno

esse sono meno inibite nei ruoli classici e sono diventate più “femministe” e più

attive, senza contare che il livello di istruzione delle politiche è notevolmente

aumentato.

Risorse economiche: Le donne sono meno disponibili ad impegnare denaro in

campagne elettorali non sempre sicure, poiché il loro obiettivo principale rimane

comunque il benessere familiare.

Tempo: Il tempo di una donna è caratterizzato da una dimensione psichica

finalizzata all’adempimento di molteplici mansioni in diverse sfere d’azione.

Il suo tempo si divide tra privato/familiare e pubblico/professionale.

Esistono poi altri fattori di ordine istituzionale, ad esempio Rosabeth Moss Kanter

nel 1977 elaborò la Teoria della massa critica che tratta dell’influenza esercitata

dalla minoranza in un gruppo politico al variare della sua numerosità e alla

trasformazione dei comportamenti politici che questa variazione induce.

Quando una minoranza raggiunge una percentuale tra il 15% e il 30%, la quale è

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considerata come punto critico di svolta, essa inizia ad affermarsi e a incidere sulla

cultura istituzionale, trasformandola.

Al di sotto di queste percentuali, i membri di un gruppo di minoranza all’interno di

un’organizzazione, definiti “token”, invece di adoperarsi per aumentare la

numerosità del gruppo e tentare una svolta in direzione di un cambiamento, cercano

di adattarsi al contesto uniformandosi ai ruoli predominanti. Ma se il livello di

rappresentanza acquista consistenza, le strategie disponibili cambiano e si può

ottenere un cambiamento qualitativo nell’interazione tra i membri del gruppo, e

quindi una modificazione della cultura istituzionale.

Di fatto tale teoria è piuttosto controversa e spesso criticata: la presenza massiccia

delle donne nei contesti prettamente maschili viene spesso vissuta come

un’invasione, e pertanto provoca “sessismo ostile”; inoltre nel 1994 Thomas afferma

che per far si che le donne possano effettivamente cambiare la cultura, occorra

arrivare a quella che Kanter definiva balanced groups, ovvero ad una quasi parità tra

uomini e donne.

Nel 2005 Bratton propone un riesame critico della teoria della massa critica in cui

sostiene che le donne, anche se in una situazione di minoranza, sono in grado di

favorire una legislazione di settore attivando delle vere e proprie reti trasversali di

parlamentari donne anche se di appartenenza politica diversa. Capacità che agli

uomini manca.

A prescindere dalle situazioni ottimali che ho appena illustrato, una massa critica di

donne del 30-33%, tra l’altro percentuale sulla quale si basano le quote rosa

utilizzate per riequilibrare la forza politica, può effettivamente riuscire a produrre

dei sensibili cambiamenti, ciò dipende dalle capacità personali delle parlamentari e

dall’uso che i gruppi ne fanno.

Questo ci introduce alla Teoria della presenza: essa fa riferimento alla

rappresentanza politica di sostanza, ovvero al processo di trasformazione che una

presenza femminile riesce effettivamente ad innescare nella cultura politica.

L’esperienza familiare, nel mondo del lavoro e nella sfera pubblica, permette alle

politiche di rispondere ad una serie di bisogni concreti che la comunità esprime,

convertendoli in priorità.

D’altro canto si può osservare come siano gli stessi elettori ad aspettarsi che le

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donne si occupino di argomenti più “soft”, ma è anche un’aspettativa degli uomini

politici, per i quali l’entrata in politica delle donne diventa meno minacciosa.

Altro fattore di ordine istituzionale è il Gatekeeping. Significa letteralmente “buttar

fuori” ed è un fenomeno presente in tutte quelle organizzazioni tradizionalmente di

pertinenza maschile. Per difendere i loro spazi di lavoro, i gatekeepers si servono di

una serie di tecniche discriminative tese ad ostacolare il percorso professionale delle

donne dal momento dell’assunzione a quello di possibili momenti di promozione: si

tratta di adottare piccoli stratagemmi, come il prolungarsi delle riunioni serali;

oppure vere e proprie azioni di mobbing, come battute, pettegolezzi, ecc...

Addirittura ci si può imbattere in comportamenti apertamente oppositivi e a volte

ostili.

Per evitare situazioni di questo tipo vengono messe in atto delle Politiche per il

superamento della discriminazione. La finalità della politica antidiscriminativa è

quella di promuovere una maggiore visibilità dei gruppi sottorappresentati

riservando ai loro membri un’accoglienza preferenziale di entrata, in altre parole

essi ricevono un trattamento disuguale finalizzato a riequilibrare una distorsione

nella distribuzione delle risorse; ciò avviene tramite lo strumento centrale della

azioni positive.

Esistono due filosofie che hanno orientato queste politiche

Politica della parità: s’identifica in un approccio liberale, ed è volta ad impedire

discriminazioni dirette attraverso la garanzia del corretto funzionamento

universalistico delle regole di allocazione delle risorse.

Politica delle pari opportunità: s’identifica in un approccio alternativo, e consiste in

un’attenta distribuzione delle risorse più egualitaria; tale obiettivo è raggiunto anche

a costo di intervenire e modificare le regole stesse di allocazione.

C’è un dibattito in corso sull’efficacia di queste azioni: chi è a favore sostiene che

gli effetti prodotti siano talmente positivi da valere lo sforzo; chi è sfavorevole

sostiene che, al contrario, tali politiche vìolino il principio meritocratico causando

un danno a terzi.

La sottorappresentanza femminile può essere imputata anche al sistema elettorale in

vigore. Risulta infatti che quelli di tipo proporzionale con diversi parlamentari per

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ogni collegio, favoriscano le donne al contrario di quelli maggioritari, con collegio

uninominale; è evidente tuttavia che anche il reale interesse dei partiti ad eleggere

un numero maggiore di donne, è un fattore essenziale.

Nell’elaborazione e implementazione delle politiche per le pari opportunità, negli

ultimi dieci anni il concetto di Empowerment ha assunto proporzioni sempre

maggiori. Nasce nell’ambito scientifico della psicologia di comunità, ma per

definirlo occorre prima mettere ben a fuoco cos’è il potere, inteso come una

relazione tra individui. Ci rendiamo subito conto che dobbiamo andare oltre il

singolo individuo per capirne il vero significato, dobbiamo considerare le relazioni

di potere/influenza con l’altro, con la comunità e con i gruppi di appartenenza.

Tre punti fondamentali caratterizzano l’empowerment:

- Si tratta di “un comportamento intenzionale che parte dal pensiero critico del

soggetto (o del gruppo) verso la propria situazione”.

Attraverso la partecipazione attiva del soggetto, un’intensa motivazione

propensa al cambiamento ed una forte consapevolezza e comprensione delle

norme, si produce un concreto tentativo di acquisire un maggiore controllo su di

se e sulla collettività.

- E’ “un costrutto multidimensionale”, che include la sfera psico-individuale,

quella organizzativa e quella di comunità. Queste dimensioni sono tra di loro

interdipendenti.

- E’ “nel contempo un processo ed un risultato”.

Significa che si tratta sia di un intervento e di azioni volte a ottenere un

cambiamento, sia del risultato del cambiamento stesso.

La traduzione di empowerment significa letteralmente “accrescere in potere”, e in

un contesto come quello delle donne in politica assume il significato di un processo,

un’evoluzione della donna, della propria coscienza di sé, delle proprie potenzialità e

capacità; diventa la consapevolezza di poter esercitare un reale controllo su tutti i

meccanismi culturali ed istituzionali. Questo processo attraverso il quale il soggetto

svantaggiato migliora il proprio status accedendo a risorse personali, strutturali e

ambientali che fino ad allora gli erano precluse, si trasforma in una politica della

differenza nel momento in cui si accetta che l’individuo non viene guidato da una

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logica razionale perfetta, ma che esistono delle implicazioni dovute al genere,

all’etnia, al’età, alla classe sociale e culturale, ecc...

E’ solo in quest’ottica che possiamo davvero renderci conto delle molteplici

strategie messe in atto affinché si produca e riproduca una nuova riconfigurazione

del potere nel contesto socio-politico.

2.2. Fattori individuali

Si tratta di un gruppo di teorie che spiega l’attivismo e la rappresentanza politica

come derivanti da fattori individuali, pertanto è importante iniziare il discorso

parlando dell’identità di genere della donna.

Oggigiorno l’identità femminile è sempre più varia e multi sfaccettata: è un dato di

fatto che ai ruoli tradizionali di moglie e madre, se ne siano aggiunti altri che in

passato erano spesso considerati di competenza prettamente maschile.

Queste nuove dimensioni si manifestano in modo e in misura diversa da donna a

donna, tuttavia è innegabile che una nuova identità di genere si stia formando,

un’identità femminile in grado di imporsi anche in quei settori e per quei ruoli da

sempre affidati agli uomini.

“L’immagine della donna oggetto di desiderio, ha rimandato poi all’immagine della

donna-soggetto del desiderio. Il divenire soggetto desiderante non si è limitato alla

sola dimensione sessuale, estendendosi a funzioni per il passato subite, più che

agite... - ... L’evolversi e la conquista di sempre nuovi ruoli ha messo in luce

dimensioni femminili prima non pensate che hanno rivelato tratti di personalità quali

l’assertività, la decisionalità, la forza, l’aggressività, finalizzate alla visibilità, al

leaderismo, al potere e al dominio, aggiungendosi la dimensione agentica a quella

espressiva” (B. Gelli, 2009 – pag. 324).

Secondo la Teoria della politica simbolica (Sears, 2001;2003) tutte le

predisposizioni, i comportamenti e gli atteggiamenti riguardo alla politica, si

sviluppano nei primi anni di età e restano stabili nel corso della vita; essi si basano

su rappresentazioni simboliche con base affettiva; questa teoria, tuttavia, non spiega

perché le donne siano politicamente meno attive degli uomini.

La Teoria della socializzazione ai ruoli di genere (Mannarini, 2002), invece sostiene

che donne e uomini subiscono un diverso processo di socializzazione alla politica,

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perciò interiorizzano modelli di ruoli differenti che li portano a compiere azioni

“appropriate” al loro genere e quindi anche un diverso interesse nei suoi riguardi.

Questo tipo di socializzazione porterebbe a delle configurazioni stabili, che possono

essere più o meno rilevanti in ambito politico.

Le interpretazioni di questa teoria, soprattutto quelle di tipo tradizionale, tendono ad

associare alla figura femminile tutte quelle disposizioni inadatte all’azione politica;

chiaramente questa lettura non trova credito in tutte quelle società dove i ruoli di

genere sono stati fortemente messi in discussione.

Nel 2005 Schwartz e Rubel hanno condotto una ricerca riguardo alle differenze di

genere in relazione all’esercizio della vita politica, ed è emerso che per avere

successo in quest’ambito è necessaria una forte ambizione, ed un costante impiego

di energie volte al perseguimento degli obiettivi preposti, ovvero un’onesta

convinzione di poter realmente influire sul sistema politico: l’efficacia.

Di conseguenza gli studiosi si sono chiesti se le donne possiedano effettivamente

entrambe queste capacità, al pari degli uomini.

I risultati delle ricerche, anche se a volte in disaccordo, mettono in evidenzia come

le donne dimostrino più o meno ambizione a seconda di quanta energia e quanto

tempo occorra impiegare e soprattutto di quale sia lo scopo da raggiungere. Tendono

invece ad evitare le situazioni eccessivamente stressanti.

Elemento motivazionale più importante rimane comunque il sentimento di

autoefficacia, correlato all’autostima.

L’efficacia politica, ha una doppia componente:

- Interna: che fa riferimento alla percezione del soggetto stesso di poter incidere

sull’istituzione politica, attraverso la propria azione.

- Esterna: è la sensazione che il sistema politico sia disponibile ad aiutare il

cittadino quando questi ne abbia bisogno.

La Teoria del controllo di Rotter (1966) afferma che la capacità di produrre

effettivamente un azione, è cosa ben diversa dalla convinzione di riuscire ad

incidere realmente sul risultato finale.

Tra l’azione e il risultato si pone quello che Rotter definisce come un nesso causale,

il locus of control. Esso può essere orientato verso l’interno o verso l’esterno.

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I soggetti con locus of control orientato verso l’interno, tendono a percepire il

risultato finale come direttamente riconducibile alle loro azioni, sia positivamente

che negativamente.

I soggetti con locus of control orientato verso l’esterno invece, tendono ad attribuire

il decorso degli eventi a situazioni esterne al di fuori del loro controllo, o alla

semplice casualità.

Catellani nel 1997 si rifà all’efficacia politica interna, e propone un’ulteriore

suddivisione. Essa ritiene che alla base di questa predisposizione ci siano due

credenze: una legata alle aspettative di competenza (il soggetto, auto valutando la

propria efficacia, si aspetta di essere sufficientemente competente per intraprendere

un’azione politica) e l’altra legata alle aspettative di risultato (il soggetto valuta le

probabilità di successo riguardo all’esito finale, prima di decidere se intraprendere

l’azione politica).

Ma uomini e donne percepiscono allo stesso modo il senso di autoefficacia?

Le donne tendono a considerarsi meno efficaci, meno preparate e capaci degli

uomini, e credono meno nella loro capacità individuale di poter influire sullo

scenario politico; per queste ragioni le leadership femminili, spesso finiscono con il

ricalcare quelle maschili, e le donne leader tendono ad adottare stili simili a quelli

maschili. Di contro, altri studi hanno evidenziato come le donne presentino uno stile

di leadership più innovativo e metodi decisionali più democratici e partecipativi.

Eppure se osserviamo attentamente il panorama politico, possiamo notare che non di

rado le donne hanno livelli di istruzione superiori a quelli maschili, e che spesso,

esse sono addirittura più competenti dei loro colleghi, in quanto hanno frequentato

corsi di formazione per poter essere all’altezza del compito; mentre per gli uomini,

per sentirsi efficaci, è sufficiente provare interesse e voglia di misurarsi con la

politica. Da ciò deduciamo che alle donne viene implicitamente chiesto di

dimostrare molto di più dei loro colleghi maschi per ottenere un trattamento che non

è comunque di pari livello; a loro viene chiesto di essere “straordinarie” e anche loro

stesse hanno finito con il convincersi che questo sia l’unico modo per essere

all’altezza del compito e di meritare di svolgerlo. Vorrei quindi citare un frammento

del discorso tenuto al Consiglio delle Donne di Bergamo da Lidia Menapace nel

2008, in occasione della festa della donna:

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“Quando sento dire che ci sono donne <<più brave di un uomo>>, a me viene la

rabbia, perché non ho nessuno bisogno di dimostrare di essere brava. Sono una

cittadina come tutti gli altri. Il primo diritto che dobbiamo conquistare è il diritto

alla <<mediocrità>>, non ad essere delle eccezioni, le eccezioni sono poche e non

modificano le regole. Quando due donne eccezionali sono rappresentate vuol dire

che è giusto che tutto l’altro 98% sia di uomini: l’eccezione non modifica la regola.”

2.3. Fattori psicosociali e storico-culturali

Si tratta di una teoria avanzata nel 2007 da Gelli e Mannarini che mira a spiegare

l’attivismo e la rappresentanza politica come derivanti da fattori psicosociali e

storico-culturali.

La ricerca consiste in un’analisi comparativa della rappresentanza politica

femminile di otto Paesi del nord, centro e sud dell’Europa, che registravano un

notevole gap intra-genere.

Le percentuali delle donne elette mostrano le svedesi (45%) al primo posto, seguite

1

dalle finlandesi (37,5%) e dalle danesi (36,9%); circa al 33% della rappresentanza

politica si collocano le tedesche e le spagnole, mentre inglesi, italiane e francesi

2

sono alla soglia del 20%.

In linea di massima possiamo affermare che i Paesi del nord d’Europa sembrano

essere i più virtuosi in materia di rappresentanza politica, e questo tipo di

atteggiamento che favorisce la parità fra i sessi è presente come norma generale in

ogni ambito della vita della comunità, producendo risultati ammirevoli.

Gelli e Mannarini hanno anche individuato tutti quei fattori che favoriscono un

livello ottimale di rappresentanza, quali:

- Un precoce ottenimento del suffragio: gli otto Paesi presi in considerazione per

la ricerca sono differenti riguardo alla data in cui alle donne è stato possibile

votare, tuttavia nei Paesi in cui ciò è avvenuto prima la rappresentanza

femminile risulta essere più elevata.

1 Le finlandesi e le svedesi registrano un sorpasso nei riguardi degli uomini a livello del Parlamento

Europeo. La loro percentuale di rappresentanza al PE, è rispettivamente del 60% e del 55%.

2 Questi dati si riferiscono al 2007, anno in cui è stata effettuata l’analisi. E’ necessario sottolineare che

grazie alle elezioni che si sono tenute nel nostro Paese nel Febbraio del 2013, la percentuale delle donne

in Parlamento è arrivata al 30, 8% (dati CISE). 12

- Sistema proporzionale di voto: come già affermato in precedenza questo tipo di

sistema sembra favorire le donne, in quanto permette diversi parlamentari per

ogni collegio.

- L’appartenenza ad una religione protestante (fatta eccezione per la Spagna

cattolica): L’influenza del credo religioso sulle scelte politiche delle donne

risulta essere un elemento molto importante. Le donne protestanti del nord

d’Europa hanno segnato un primato, riuscendo a raggiungere una rappresentanza

parlamentare quasi paritaria. La Spagna, pur essendo cattolica, ha visto

un’incredibile crescita delle donne in parlamento nelle ultime due legislature.

E in Italia? Pare che la religione cattolica sia un fattore fondamentale nella

costruzione dell’identità delle donne italiane: forma i loro valori, i

comportamenti e il legame con la famiglia, e le spinge verso il tradizionale ruolo

di madri e mogli.

- Governi di sinistra o un normale alternarsi di governi di centro destra e di

centro sinistra.

Può invece essere considerato un fattore secondario la presenza nel tempo di

movimenti femminili-femministi forti. Secondario perché, anche se non esiste una

diretta relazione fra questi movimenti e un aumento della rappresenta politica

femminile, è innegabile il loro contributo ad ottenere una legislazione avanzata in

tema di diritti delle donne. 13

PARTE II: DONNE CHE SUBISCONO LA POLITICA

1. Le disuguaglianze socialmente strutturate

3

Secondo un rapporto OCSE del 2008 , l’Italia è uno dei Paesi sviluppati in cui la

disuguaglianza economica è più elevata e in cui l’origine familiare, soprattutto per

quanto riguarda reddito e ricchezza, conta di più per determinare le chance di vita

individuale di una persona.

Il problema centrale della democrazia italiana sono appunto le disuguaglianze

socialmente strutturate, ovvero tutte quelle disuguaglianze insite nelle condizioni di

partenza di ogni singolo individuo, nella sua storia e nelle sue risorse, sia quelle

destinate a sviluppare le proprie capacità, ma anche quelle che fanno si che le

capacità vengano riconosciute.

Esistono due tipi di disuguaglianze sociali: la prima implica il problema di accesso

alle risorse; mentre la seconda riguarda il potere di influire o meno sulle condizioni

di vita proprie e altrui, e di ottenerne un riconoscimento.

Quando queste disuguaglianze si cristallizzano fino al punto in cui impediscono ai

singoli individui o ai gruppi di sviluppare progetti di vita, allora ci troviamo di

fronte ad una democrazia bloccata e ad una gerarchizzazione delle possibilità di

cittadinanza, con cittadini di serie A e cittadini di serie B.

E’ in questo contesto che possiamo osservare il paradosso della famiglia che deve

salvare se stessa: i giovani del nostro Paese sono tra i meno protetti di tutta la

Comunità europea se si guarda al sistema di welfare, pertanto la famiglia non solo

viene proposta come la loro unica “rete di sicurezza”, ma anche come un obiettivo a

cui aspirare al più presto, nonostante il fatto che le politiche sociali a suo favore

sono tra le meno generose d’Europa.

In un Paese in cui la famiglia viene proposta come soluzione definitiva per ogni

problema sociale ed economico a cui lo Stato non riesce a porre rimedio, in che

modo la figura della donna può emergere in un contesto professionale e politico,

oltre a quello familiare?

3 OECD (2008), “Growing Unequal? Income Distribution and poverty in OECD Countries”, Rapporto

Ocse, Parigi. 14

2. La donna e il mondo del lavoro da un punto di vista politico

Metà delle donne italiane in età lavorativa risulta essere inattiva, ciò significa che

metà delle donne in età da lavoro non sono economicamente indipendenti e che

quindi probabilmente dipendono dai mariti e dal loro matrimonio. Tale situazione è

inaccettabile e dovrebbe rappresentare una priorità nel panorama politico, un

problema rilevante a cui trovare presto una soluzione, tuttavia l’approccio del

welfare è diametralmente opposto: infatti, le donne inattive contribuiscono a ridurre

il tasso di disoccupazione (almeno apparentemente), e se le donne non lavorano

risultano essere a disposizione della famiglia a tempo indeterminato, pertanto non

c’è alcun bisogno di promuovere servizi per l’infanzia.

In questo tipo di società, una donna con dei figli come può lavorare?

Per rispondere a questa domanda, nel Dicembre del 2009 è stato pubblicato un

documento redatto dall’ex ministro delle pari opportunità, Mara Carfagna e dall’ex

4

ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, intitolato: Italia 2020. Programma di azioni

per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro. Tale documento propone i

nonni come una risorsa illimitata per le famiglie; essi mettendo a disposizione il loro

tempo da dedicare alla cura dei nipoti, i loro beni e la loro pensione,

contribuirebbero attivamente al sostentamento e alla sopravvivenza del nucleo

familiare, permettendo tra le altre cose il reinserimento della donna nel mondo del

lavoro. Questa soluzione è stata presentata come un patto intergenerazionale da

promuovere, ma in realtà non è altro che un maldestro tentativo di mascherare la

mancanza di vere alternative.

L’Italia è uno dei Paesi europei con la più bassa occupazione femminile, tuttavia

negli anni precedenti la crisi finanziaria si era potuto registrare un notevole aumento

della partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne coniugate con figli.

Questo fenomeno indica che le aspettative e i modelli di comportamento femminili

sono cambiati, sia per quanto riguarda l’organizzazione della vita quotidiana e i

nuovi ritmi del tempo, sia per quanto riguarda la necessità di rivedere le modalità di

divisione del lavoro tra uomini e donne, e tra famiglia e lavoro. Non è quindi

compito dello stato far fronte alle nuove esigenze dei membri della sua società?

4 Carfagna M., Sacconi M. (2009), “Italia 2020. Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel

mercato del lavoro”, Roma 15

Teoricamente si, ma a livello pratico avere dei figli in Italia continua ad essere un

handicap per le donne. Una lavoratrice che sceglie la maternità, per un’azienda

rappresenta un problema e per mettersi a riparo da questa “scomoda” situazione

vengono escogitati tutta una serie di stratagemmi: per esempio non assumendo

donne, oppure dislocandole in posizioni marginali (non facendo fare loro carriera);

esistono anche metodi più radicali, come il mobbing oppure obbligando le donne a

firmare delle lettere di dimissioni in bianco al momento dell’assunzione, che le

aziende faranno valere nel caso di una gravidanza.

Maternità e lavoro remunerato nel nostro Paese continuano ad essere percepiti come

incompatibili, tuttavia è una realtà in molti Paesi offrire congedi genitoriali più

lunghi e meglio retribuiti, anche per i padri.

Il rapporto tra donna e lavoro è cambiato, oggigiorno il guadagno delle italiane è

diventato indispensabile al bilancio familiare, ma questo cambiamento nei

comportamenti femminili invece di portare ad una conseguente modifica nel

mercato e nella società, è rimasto intrappolato in un policy making (ovvero quel

principio di precauzione che si basa sul non dar spazio alle innovazioni fino a che

non si è sicuri dell’assenza di pericolosità). Eppure gli esempi positivi non mancano:

come l’introduzione dei nidi aziendali; o la promozione di politiche di

accompagnamento al rientro dopo il congedo di maternità o genitorialità; oppure

l’introduzione di misure di flessibilizzazione del tempo di lavoro, come la

flessibilità oraria e le banche ore.

In definitiva, si tratta di modificare la situazione aumentando i gradi di libertà per le

donne e favorendo modelli di genere meno rigidi.

Anche per quanto riguarda le cure alle persone non autosufficienti, la maggior parte

dei Paesi europei non si affida più esclusivamente alla disponibilità delle famiglie,

come invece accade ancora in Italia.

Sottolinea Chiara Saraceno: “Non ci perdono solo le donne, ma la società nel suo

complesso. Perché non valorizza appieno le risorse di intelligenza e competenza

della metà della popolazione, nonostante oggi le giovani donne siano mediamente

più istruite dei coetanei maschi, sprecando quindi gran parte dell’investimento fatto

per la loro formazione... – ...Ci perdono le aziende, che si costringono a valorizzare

solo una parte delle risorse umane disponibili, sprecando opportunità e investimenti

16

in nome di stime non solo miopi, ma sbagliate, sui costi. Anche per questo quella

italiana è una società bloccata, che fa fatica a innovare e innovarsi” (C. Saraceno,

2012 – pag. 29-30).

Un altro argomento in cui la disuguaglianza tra uomo e donna viene sottolineata, è il

problema della pensioni: la Corte europea ha sentenziato che un’età della pensione

più bassa penalizza le donne, in quanto non verrebbe permesso loro di recuperare

almeno parzialmente il gap contributivo con i colleghi maschi; tuttavia limitarsi ad

equiparare le età alla pensione di donne e uomini, senza modificare contestualmente

le condizioni che sono all’origine del gap contributivo, è inutile.

Le donne lavoratrici che vivono in coppia e hanno dei figli, lavorano mediamente

due ore in meno al giorno per il mercato del lavoro rispetto agli uomini, tuttavia se

si calcola anche la cura dei figli e il lavoro domestico svolto dalle donne, anche per

permettere al marito di dedicare più tempo al mercato del lavoro (retribuito), la

giornata lavorativa media della donna è più lunga di un’ora e quaranta minuti.

A questo punto risulta evidente che nonostante le donne lavorino di più, esse

guadagnano comunque meno degli uomini e accumulano una ricchezza

pensionistica inferiore. Oltre a questi fattori, dobbiamo anche tener conto del

congedo genitoriale che oltre ad essere retribuito in maniera quasi simbolica (30%

dello stipendio, solo per i primi sei mesi e solo se preso entro i tre anni di vita del

bambino), da luogo a contributi figurativi ridotti, riscattabili o integrabili solo con

5

versamenti volontari .

Ancor meno riconosciuto è il lavoro di cura prestato per persone non autosufficienti.

Alla luce di questi fatti occorre chiedersi se l’attuale sistema di pensionamento

basato esclusivamente sul genere abbia senso, o se invece fosse più corretto ed

intelligente tenere conto anche di quel lavoro svolto al di fuori del mercato, quello

non retribuito, quello che comprende la routine domestica, la cura dei figli e delle

persone non autosufficienti (ad esempio gli anziani), sia per le donne che per gli

uomini.

5 Il congedo genitoriale, oltre ad essere scarsamente retribuito, da luogo a contributi figurativi ridotti,

riscattabili o integrabili con versamenti volontari, per un massimo di sei mesi e solo per le lavoratrici

dipendenti che abbiano almeno cinque anni di storia contributiva. Si tenga presente che nel caso di

contributi figurativi per il periodo del servizio militare (o civile alternativo a quello militare) basta aver

avuto anche un solo contributo nel periodo precedente al servizio.

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3. Il monopolio maschile

La differenza di sesso nel corso della storia si è trasformata in disuguaglianza

sociale a sfavore delle donne, e la sua persistenza è dovuta sia a resistenze culturali

ma anche ad atti monopolistici da parte degli uomini.

La disuguaglianza ha finito con l’esprimersi in termini asimmetrici: da un lato il

corpo femminile viene intesto come un limite sociale, mentre dall’altro esso

rappresenta una risorsa che deve essere controllata dagli uomini. Ciò significa che,

da un lato, ogni volta che i rapporti di potere tra uomini sono stati ridefiniti, i diritti

delle donne subivano un restringimento e una cristallizzazione della propria

differenza. In poche parole, esse venivano penalizzate per il semplice fatto di essere

donne, e questo era un motivo sufficiente per non permettere loro l’accesso al

potere. Dall’altro lato, occorre considerare il tradizionale ruolo di moglie – madre: le

donne sono le procreatrici, da sempre considerate coloro che accudiscono la

famiglia e sono dipendenti dal marito anche per un legame di tipo economico. Per

molto tempo (in Italia fino al 1975) la subordinazione civile e la dipendenza

economica della donna al marito, sono state sancite per legge.

“Addette ai bisogni particolaristici dei loro famigliari, subordinate ai mariti, le

donne vengono considerate per ciò stesso incapaci di universalismo e di interesse

per il bene comune. Il loro stesso corpo sessuato e riproduttivo diviene una risorsa

insieme privata (degli uomini loro familiari) e pubblica (della società e dello Stato

che tramite esse si riproduce). Perciò non può essere lasciato totalmente a loro

disposizione.” (C. Saraceno, 2012 – pag. 38).

Nonostante nel corso del Novecento, nei Paesi sviluppati, le disuguaglianze tra

uomini e donne si siano ridotte, il potere decisionale rimane comunque nelle mani di

una ristretta elite di uomini: a questo punto il problema non sembra più l’opportunità

o meno di stabilire delle quote femminili per le posizioni di potere e prestigio, ma è

trovare un modo per far si che non si produca una quota maschile che si avvicini al

monopolio.

Chiediamoci perché la comunicazione pubblica non si faccia problemi ad usare

sistematicamente il corpo femminile come “contorno di scena”, ma poi ogni qual

volta ci sia in gioco una posizione di potere e prestigio, non c’è mai traccia di una

candidata? Non si può forse leggere in questo tipo di comportamento la conferma

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze psicologiche
SSD:
Università: Bergamo - Unibg
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher A.Beretti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia delle differenze di genere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bergamo - Unibg o del prof Zatti Alberto.

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