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Riassunto esame Storia delle donne in Occidente, prof. Rossini, libro consigliato Storia delle donne in Occidente (saggio: le donne nella sfera politica), Duby, Perot

Riassunto per l'esame di Storia delle donne in Occidente e della prof. Rossini, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Storia delle donne in Occidente (saggio: le donne nella sfera politica), Duby, Perot. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia delle donne in Occidente docente Prof. D. Rossini

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protegge (anche se poi non viene applicata come dovrebbe ovunque). In America vi sono

ancora problemi legali ad esempio alla fruizione di scuole materne gratuite, congedo

maternità e parità di salari.

La partecipazione al potere

Ottenuta l’uguaglianza giuridica restava il compito più complesso: cambiare la prassi, esercitare i

poteri e le libertà ottenuti a prezzo di tante battaglie. L’unica cosa certa è che in alcuni paesi, fra

cui la Francia, le istanze giudiziarie di divorzio si devono, nella maggior parte dei casi, all’iniziativa

delle donne.

Le donne occidentali, politicamente, hanno sviluppato un senso civico forte quanto quello degli

uomini. In alcuni paesi, come USA o Svezia, sono addirittura più numerose degli uomini alle urne.

L’evoluzione del voto femminile è stata interessante: le donne hanno preso coscienza delle

ineguaglianze cui sono soggette, tanto che esse si sono allontanate dai partiti conservatori a

vantaggio di forze più agguerrite, in relazione al tema dei sessi.

Esempio: in Giappone i liberal-democratici cominciano a temere, che l’ostilità delle elettrici verso

di loro conduca il Partito socialista al potere (presieduto da una donna, Dakako Doi, dal 1989-

1991).

Di fronte al risveglio politico delle donne, l’immobilismo istituzionale è sorprendente, e la

composizione in maggioranza maschile delle classi dirigenti comincia ad essere vista come il segno

della obsolescenza di certe società.

Uomini legati alla politica poiché paurosi di perdere la loro virilità?

Perché sono così attaccati alla politica?

Una maggioranza assoluta di elettrici

Il suffragio femminile è stato temuto per lungo tempo le donne rappresentavano (e

rappresentano tuttora) più del 50% dell’elettorato e sono quindi in grado di giocare un ruolo

importante nelle elezioni. Il loro ingresso sulla scena politica ha sconvolto le coscienze maschili:

perdita del monopolio e sorpasso numerico.

Che ruolo avevano le elettrici? Esse possedevano un ruolo conservatore fra l’elettorato, e su tale

questione si speculava già a partire dal 1918. Mutato il contesto politico, mutano anche i timori o

le speranze riposti nel voto delle donne: da minaccia per le istituzioni repubblicane a baluardo

contro una possibile avanzata comunista.

Come si comportano le donne alle prime elezioni libere del dopoguerra? Nel 1955 venne

sulla

pubblicata un inchiesta-bilancio partecipazione femminile alla vita politica in Europa, sotto

gli auspici dell’UNESCO e la firma di Maurice Duverger. Due sono le conclusioni:

1) Le donne si astengono dalla partecipazione allo scrutinio più spesso degli uomini, e

manifestano un interesse minore nei confronti della politica.;

2) Le donne che votano tendono a privilegiare le forze conservatrici moderate (ma non

l’estrema destra).

In GB e nei paesi Scandinavi, le donne scelgono i partiti conservatori, mentre in Germania, Austria

e Italia le donne scelgono i partiti democratico-cristiano. Le elettrici sono molto sollecitate:

soprattutto nei paesi cattolici, la Chiesa interviene indirettamente su di loro attraverso

l’intermediazione delle associazioni femminili satelliti, cioè affiliate alla Chiesa, che svolgevano con

zelo la loro attività. In Italia, come in Francia si segnalano numerose attività militanti: scrupoloso

inquadramento delle masse femminili (indicazioni di voto, formazioni di personalità politiche,

azioni di lobbying parlamentare). Le elettrici disdegnano i partiti socialisti e i partiti comunisti.

L’incapacità di conquistarsi l’elettorato non sfugge ai dirigenti comunisti. Togliatti fa

un’osservazione dopo le elezioni del 1948: ragione dell’insuccesso è da attribuire alla nostra

debole attività presso le donne. I comunisti cercano, compreso il loro insuccesso, di bersagliare, in

Francia come in Italia, la clientela femminile in tutte le sue componenti: azioni nei confronti delle

lavoratrici sindacalizzate, propaganda alle casalinghe, sviluppo delle organizzazioni femminili

satelliti (Unione delle donne italiane, Unione delle donne francesi). I comunisti rispondono quindi

alla propaganda cattolica con queste azioni.

Le donne sono coinvolte nella battaglia ideologica tra sinistra marxista e destra cattolica: sono

considerate una massa da manovrare ai fini propagandistici per ottenere consenso.

Maurice Duverger: Se il voto delle donne non ha stravolto la ripartizione delle forze politiche del

dopoguerra, è stato però sufficiente a cambiare la maggioranza. In certe occasioni in Gran

Bretagna, è stato il voto delle donne a portare al potere il Partito conservatore. Alle elezioni

presidenziali del 1965, in Francia, la percentuale di donne che ha votato per il generale De Gaulle è

più elevata di quella maschile. Quindi le donne in Europa protendono verso il conservatorismo.

Da questo universo elettorale femminile si è usciti presto. L’evoluzione è avvenuta in due

momenti:

1. A partire dagli anni Settanta-Settantacinque: si descrivono le donne come più

politicizzate, disposte a rispondere ai sondaggi e ad allinearsi con i pareri della

sinistraL’analisi dice che l’evoluzione avrà termine quando non ci sarà più differenza tra il

comportamento elettorale maschile e femminile (allineamento);

2. A partire dagli anni Ottanta: comincia a delinearsi il gender gap, un processo di

slittamento a sinistra del voto femminile –> da alleate dei partiti conservatori o cristiani, le

donne votano ora per partiti di sinistra (socialisti, socialdemocratici, no comunisti). Il

fenomeno ha inizio negli USA nel 1980, sotto forma di un anti-reaganismo dichiarato e dà

origine a una gran quantità di scritti scientifici e militanti. Caso mediale: la rivista MS

diretta da Gloria Steinem. Cioè prende una dimensione internazionale e si estende al

Canada e all’Europa del Nord. Nel 1988, toccherà anche la Francia cattolica: 37% delle

donne ha votato per Mitterrand. Nei Paesi Europei che vedono l’avanzata dei verdi

ecologisti e dell’estrema destra, si nota che le donne danno i loro voti ai primi ma sono

ostili ai secondi.

Dietro a questi nuovi comportamenti elettorali si profilano opinioni politiche diverse, che

riguardano temi fondamentali come la difesa, la diplomazia, le relazioni esterne. Negli USA, così

come in Scandinavia e in Francia, sono più spesso le donne ad avvicinarsi alle tesi pacifiste, ostili

alla deterrenza nucleare, scettiche rispetto all’uso della forza armata in caso di attacco nemico,

disposte a ridurre gli stanziamenti della difesa a vantaggio di quelli sociali e sensibili alla

protezione dell’ambiente.

Le donne sono anche più femministe. Ciò non ha precedenti in Francia, dove i sondaggi

stabiliscono che la popolarità delle personalità politiche delle donne sia a favore delle donne. La

nomina nel 1991 di Edith Cresson a primo ministro non fa che confermare il femminismo dei

francesi. In Scandinavia, il femminismo si è manifestato a più riprese attraverso il voto. La

comparsa di una frattura politica tra uomini e donne fa pensare che le elettrici non siano mai state

considerate un bersaglio da colpire e neppure un mercato da conquistare. Negli USA sembra che

alcuni governatori di stato offrano compensi al voto femminile promettendo di nominare delle

donne ai posti-chiave dell’amministrazione.

Qual è il significato da attribuire ai comportamenti politici femminili che abbiamo analizzato?

Le femministe hanno mosso critiche agli studi politologici, spesso tacciati di sessismo. Esse hanno

anche criticato violentemente la tesi dell’alienazione politica delle donne. Attualmente si levano

voci che contestano la tesi di un voto specificatamente femminile, di un gender block. Negli USA il

gender gap è presentato negativamente come la frattura di un paese diviso in due campi, cioè in

due sessi opposti.

Il bilancio che si può trarre dalle ricerche più approfondite testimonia che:

1. L’esistenza di un voto femminile omogeneo non ha maggior consistenza di quella di un voto

maschile;

2. Il cambiamento di direzione del voto femminile sembra duraturo perché legato ai cambiamenti

strutturali che

hanno modificato il profilo delle elettrici.

Innanzitutto mutamenti sociologici, rivoluzione silenziosa, ha trasformato la vita delle donne e si è

riflessa nel loro voto. In tutti i paesi le donne sono state al centro dei grandi cambiamenti della

società: democratizzazione dell’insegnamento secondario e superiore; terziario; salario; impieghi.

Esempio: Francia, il grande aumento del numero delle attive ha avuto un’incidenza elettorale. La

correlazione tra la partecipazione della donna alla vita economica e il voto a sinistra si è verificata

sia nel 1978 che nel 1988 in Francia. Mitterand: ha impiegato la maggior parte della sua clientela

femminile tra le attiviste, operaie, impiegate o quadri intermedi.

I mutamenti religiosi e culturali, verificatasi a partire dal dopoguerra, hanno implicato

cambiamenti politici di grande portata. Nei paesi cattolici, conservatorismo politico e forte grado

di integrazione religiosa sono sempre stati collegati. I praticanti reclutavano soprattutto tra le

donne, in particolare anziane: si spiega così la loro preferenza per i partiti di destra, e l’ostilità nei

confronti dei partiti marxisti (sinistra). In seguito a una generale diminuzione della pratica

religiosa, la lotta tra destra cattolica e sinistra marxista, all’interno della quale le donne si erano

lasciate impigliare, ha perso molto della sua asprezza (tranne in Italia).

Le donne anziane oggi, più distaccate dal cattolicesimo, e le giovani? (tranne in Italia)

Le donne giovani si rivelano contestatarie. Il voto a sinistra delle giovani donne ha le

caratteristiche di un fenomeno internazionale. In Francia, le giovani donne berbere da un lato, e le

studentesse dall’altro, rappresentano due gruppi guida, che negli ultimi anni hanno dato prova di

notevole avanguardia politica. Un esempio sono le manifestazioni studentesche nell’inverno del

1986, dove le ragazze sono state le figure di spicco del movimento. Il femminismo ha insegnato

alle giovani generazioni il rifiuto di un determinato ordine patriarcale e l’opposizione contro una

divisione dei compiti e dei ruoli troppo inegualitaria.

In Francia, all’interno del corpo elettorale, si è avuta a lungo una correlazione tra voto a sinistra e

tendenza femminista, senza che vi fosse alcuna indicazione di voto da parte del MLF. Erede della

sinistra, da cui è nato, il movimento femminista francese (frangia del radicalismo) ha a lungo

manifestato un anti-elettoralismo militante, rifiutando la scelta tra destra e sinistra. Mentre il

diritto di voto era sempre stata la rivendicazione fondamentale delle femministe, in Francia le

femministe della seconda generazione, hanno disprezzato questo diritto. Solo nel 1981 ci si

allineerà per votare Mitterand (socialismo al governo).

In Scandinavia e America del Nord, l’atteggiamento delle femministe si è fatto più politico e

realistico: le femministe hanno sfruttato la loro forza di lobbying.

Per un pugno di elette

In molti paesi occidentali la parità dei sessi non è ancora un obiettivo raggiunto, bensì è un

obiettivo ancora da conquistare. La superiorità numerica degli uomini è indiscussa in tutti gli

organismi di decisione politica. Tuttavia qualche eccezione conferma la regola: il governo della

norvegese Gro Harlem Brundtland (leader del Partito dei lavoratori – che formò un governo tra il

1985 e il 1991), fu composto per metà da uomini e metà da donne.

Nell’ultimo quarto di secolo in nessun parlamento le donne hanno raggiunto e raggiungono la

parità numerica rispetto ai loro colleghi uomini.

Esse si trovano ovunque in minoranza. Le donne devono quindi esercitare un ruolo marginale in

politica? La risposta è sfumata, perché il livello di partecipazione femminile alle classi dirigenti è

variabile, flessibile nel tempo e nello spazio, così come lo è la gerarchia nei posti del potere.

Europa del Nord, terra delle donne: nei 5 paesi scandinavi, come nei Paesi Bassi, esse

rappresentano una massa critica che occupa dal 20% a circa il 40% dei seggi nelle assemblee

nazionali e locali.

All’avanguardia nordica si può contrappore la retroguardia latina e mediterranea (Portogallo,

Grecia, Turchia, Francia, ma ad eccezione dell’Italia e della Spagna) dove gli uomini detengono più

del 92% dei mandati parlamentari.

Eccezione più eclatante: GB, culla della democrazia liberale e delle suffragette, all’ultimo posto tra

le nazioni europee per partecipazione delle donne in parlamento (6% delle donne alla Camera dei

Comuni), questo dato altera la cesura tra Nord e Sud.

Negli Stati Uniti le donne elette nel Congresso rappresentano meno del 6% nel 1986, nonostante

un femminismo sempre potente.

Nel 1945 la politica consentiva a una piccola minoranza la possibilità di accedere ai ruoli dirigenti.

Nessun paese poteva vantarsi di nominare al governo più di una sola donna o di eleggere meno

del 90% di uomini in Parlamento o nelle assemblee locali. In Scandinavia c’erano meno donne

deputato rispetto alla Francia cattolica. Tuttavia i paesi nordici, come Scandinavia e Paesi Bassi,

hanno segnato un punto di svolta negli anni Settanta: le donne deputato sono raddoppiate.

Altrove il loro ingresso è un fenomeno molto recente: come in Italia, Germania o in Canada dove le

ultime elezioni (1987) hanno permesso di superare la soglia del 10% di elette alla Camera Bassa.

All’inizio sono soprattutto i partiti di sinistra ad avere il maggior numero di elette, seguiti dai

democratici cristiani. Oggi la sinistra ha perduto il monopolio del femminismo quasi ovunque. La

competizione tra i partiti riguardo il reclutamento femminile è diventata l’arma principale per

l’avanzata delle donne in politica.

Esempio in Italia: PCI, caso eccezionale. Ha ottenuto il più alto numero di poltrone femminili sui

banchi parlamentari, il 60% delle italiane elette deputato sono comuniste. Berlinguer: ha saputo

incanalare le esigenze del movimento femminista, facendo del PCI un buon avvocato per la causa

femminile.

I partiti nati negli ultimi tempi hanno tratto un vantaggio elettorale dalla femminilizzazione delle

loro classi dirigenti. In Francia sono i verdi a proporre liste paritarie. In Italia vi sono i radicali. La

partecipazione femminile tende ad essere elevata negli organi periferici, mentre più ci si avvicina

al centro quanto più essa diminuisce. In Francia, la percentuale delle donne passa dal 16,5% nei

comuni, al 10% nei consigli regionali fino al 5% del parlamento. È interessante analizzare in

dettaglio il potere municipale delle donne: nonostante esse svolgano numerose l’attività di

consigliere, tuttavia solo un piccolo gruppo (meno del 6%) vengono annesse tra i sindaci. La prima

donna a divenire sindaca fu Catherine Trautmann, nel 1989, a Strasburgo.

La femminilizzazione del parlamento europeo non è meno significativa. A partire dal 1979 tutti i

paesi, tranne il Belgio, hanno mandato ai seggi più del 10% di donne.

La forma più grave della marginalizzazione delle donne, sulla scena politica contemporanea, è

forse la loro presenza ancora molto timida tra gli alti funzionari dello Stato (es. nei ministeri). Oggi

ci troviamo in un momento in cui l’importanza del parlamento diminuisce, in favore delle strutture

tecnologiche. È preoccupante vedere le donne in aumento in tale sede (parlamento) e non nello

Stato (come funzionarie/ministre).

In Francia vi è una situazione opposta: ci sono più donne nei gabinetti ministeriali che in

parlamento. Sbarrata la via del suffragio universale, le donne francesi sono state costrette a

privilegiare la via dei diplomi e della competenza e a imporsi più per via di nomina che di elezione.

Vi è ancora oggi l’idea che se le donne debbano essere legate a dei ruoli in cui possano risolvere

problemi “familiari”. Infatti alle donne che rivendicano un posto sulla scena politica, sono toccati

problemi da risolvere che fino a quel momento loro stesse gestivano all’interno della famiglia. Agli

uomini invece vengono affidati ministeri più ambiti come gli Esteri, la Difesa, l’Interno, la Giustizia,

l’Economia e le Finanze, cioè tutte le funzioni che rappresentano ed hanno rappresentato la

sovranità dello Stato. Alle donne invece sono toccate tematiche come il sociale, il familiare, il

culturale: da sempre visti come ambiti in cui le donne potevano muoversi. Questa divisione

orizzontale dei ruoli si ritrova ancora oggi a tutti i livelli di potere, e in quasi tutti i paesi tranne la

Scandinavia. Questo è uno stratagemma per evitare che le donne arrivino alla sfera più

propriamente politica.

Le donne in politica: una possibilità per la democrazia?

Il numero e il livello degli incarichi politici, ricoperti oggi dalle donne, induce al pessimismo circa

l’influenza che esse possono esercitare nella democrazia come politiche. Gli ostacoli da vincere per

raggiungere la parità nelle istituzioni politiche restano ancora molti. Il ruolo che le donne

ricoprono in politica, evidentemente minoritario, è il riflesso di una condizione sociale in cui le

donne sono ancora viste come subordinate.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in storia e società
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cimx.mar13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle donne in Occidente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Rossini Daniela.

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