ALMA MATER STUDIORUM
UNIVERSITA’ DI BOLOGNA
SCUOLA DI ECONOMIA E MANAGEMENT
Corso di Laurea in Economia Aziendale
I DISTRETTI INDUSTRIALI NEL MODELLO ITALIANO: IL
CASO DEL DISTRETTO BIOMEDICALE DI MIRANDOLA
(Storia Economica)
Presentata da:
Angelo Soldi
matricola: 0001043126 –
APPELLO 12/09 13/09
ANNO ACCADEMICO 2023/2024
Introduzione .................................................................................................................... 3
IL DISTRETTO INDUSTRIALE .................................................................................. 4
Definizione e caratteristiche del distretto .................................................................... 4
Vantaggi del sistema distretto ..................................................................................... 8
Sviluppo ed evoluzione del distretto: modello teorico .............................................. 10
Classificazione delle tipologie distrettuali ................................................................ 12
Storia del distretto in Italia ........................................................................................ 14
Analisi quantitativa .................................................................................................... 17
CASO DI STUDIO: IL DISTRETTO BIOMEDICALE DI MIRANDOLA ............... 23
Introduzione ............................................................................................................... 23
Sviluppo storico e architettura distrettuale ................................................................ 24
Internazionalizzazione del distretto: le multinazionali .............................................. 29
Conclusioni ................................................................................................................... 32
Introduzione
L’incarnazione del concetto di specializzazione flessibile nella realtà del distretto
industriale non solo ha caratterizzato in ottica antifordista lo sviluppo industriale italiano
a partire dai primi anni Settanta, ma rimane tutt’oggi un elemento di assoluto rilievo per
sull’industria e sull’economia –
ogni considerazione teorico-quantitativa specie
–
manifatturiera italiana.
L’obiettivo della tesi qui proposta è quello di illustrare in un primo momento l’impianto
teorico che caratterizza il distretto industriale, partendo in primis dalla definizione stessa
del distretto maturata negli anni dalla letteratura di settore per poi proseguire
gradualmente con la sua fisiologia, analizzando i vantaggi intrinseci del modello
distrettuale, la sua architettura ed il suo modello di sviluppo teorico, nonché le varie
tipologie di distretto osservabili; si procederà quindi sempre in un contesto di analisi più
generale con alcune considerazioni su quella che è la storia del distretto, inserito in
quello che verrà poi definito “modello italiano”, e con una breve illustrazione delle
dinamiche quantitative contemporanee della realtà distrettuale e di ciò che tali
dinamiche potrebbero suggerire sull’evoluzione futura del distretto.
Nella seconda parte di questa tesi si procederà invece ad occuparsi nello specifico di un
caso di studio, ovverosia del distretto biomedicale di Mirandola: in seguito ad una breve
introduzione, che consenta di illustrare le motivazioni dietro la scelta di tale distretto
come caso di studio, si procederà prima con una ricostruzione storica dello sviluppo del
distretto e successivamente con l’analisi della sua struttura interna e delle peculiarità che
quali l’elemento dell’internazionalizzazione,
lo caratterizzano che verrà affrontato a
chiudere la trattazione.
IL DISTRETTO INDUSTRIALE
Definizione e caratteristiche del distretto
– o per meglio dire dell’agglomerato economico
La trattazione della forma di impresa
–
multifocale nota come distretto economico da me proposta dovrà necessariamente,
prima di qualsivoglia considerazione di tipo analitico e prima di qualsiasi intento
eziologico, muovere a partire da una quanto più corretta e specifica definizione del
fenomeno in esame; prima di continuare però è opportuna una dovuta precisazione:
giungere ad una definizione conclusiva di “distretto industriale” è una questione
piuttosto complessa che è tuttora oggetto di dibattito in ambito accademico, per via della
sostanziale somiglianza tra il conglomerato distrettuale e altre forme di coesistenza
“sistemi locali di
geografica tra imprese come possono essere i cluster o i più generici
individuati da Sforzi
impiego” a fini statistici. –
La ricerca di una definizione soddisfacente e univoca chiaramente nei limiti del
–
possibile, come già detto precedentemente non può che avere inizio dalle
considerazioni fatte da Alfred Marshall in merito alle forme di produzione in larga scala
alternative a quelle aventi origine da un numero esiguo di grandi imprese altamente
gerarchizzate e basate sullo sfruttamento ad es. delle economie di scala interne; Marshall
nota, infatti, come i vantaggi della produzione in larga scala possano essere conseguiti
1
anche raggruppando in uno stesso distretto un gran numero di produttori, in ragione
della facoltà di poter suddividere il processo di produzione di un gran numero di merci
in singole fasi singolarmente realizzabili con massima economia in stabilimenti di
dimensioni ridotte (Marshall, 1890); qui Marshall inquadra, con largo anticipo rispetto
al conio del termine vero e proprio, una delle caratteristiche distintive principali del
distretto industriale: la specializzazione flessibile, ossia l’organizzazione della
produzione in reticoli territoriali di piccola impresa le cui singole componenti si
specializzano in una singola, specifica fase del ciclo di prodotto (Toninelli, 2012).
N.d.A.: L’utilizzo del termine “distretto” è qui da considerarsi puramente descrittivo; “distretto” viene
1
utilizzato più che altro per identificare una pluralità di imprese operanti in diverse fasi della stessa catena di
valore
Marshall solo successivamente si soffermerà nello specifico sull’analisi del modello
distrettuale, fornendoci quindi una prima definizione del termine dalla quale muovere
alcune considerazioni iniziali: “Quando si parla di distretto industriale si fa riferimento
ad un’entità socio-economica costituita da un insieme di imprese, facenti generalmente
in un’area circoscritta, tra le quali vi è
parte di uno stesso settore produttivo, localizzato
(Marshall, in Battista et al. 2006);
collaborazione ma anche concorrenza” oltre alla
localizzazione geografica circoscritta delle imprese coinvolte nel distretto possiamo
caratterizzanti essenziali per l’identificazione
trarre da questa definizione due elementi
di una realtà come realtà distrettuale: in primo luogo l’appartenenza ad uno stesso settore
marshallianamente definito, ossia strutturato in un’industria principale (produzione del
bene tipico) e in una serie di industrie accessorie (beni complementari, prodotti
intermedi, macchinari, servizi, …); il secondo elemento è da riscontrarsi invece nel
rapporto di collaborazione-concorrenza vigente tra le imprese del distretto: nonostante
–
persista comunque una situazione di competitività tra i vari attori coinvolti che porta
peraltro ad una ciclica scrematura delle componenti inidonee od antieconomiche della
–
rete distrettuale è fondamentale affinché si possa parlare di distretto la possibilità di
riscontrare forme di cooperazione dirette o indirette, temporanee o durature ma
comunque in grado di produrre vantaggi competitivi difficilmente replicabili da assetti
socioeconomici differenti.
Il modello di competitività-cooperazione sopra citato viene ripreso però anche dalla
sia “una
definizione di cluster data da Porter, il quale puntualizza come il cluster
concentrazione geografica di imprese interconnesse, le quali cooperano e competono al
[…]
tempo stesso, riscontrando un inusuale successo competitivo virtualmente
riscontrabile in ogni nazione, regione e stato”; è fondamentale qui, al fine di evitare ogni
sorta di confusione fra il concetto di distretto e quello di cluster, definire quale sia la
principale differenza sostanziale fra i due, ossia la non-specificità e la non-inscrittibilità
territoriale dei cluster, che possono quindi potenzialmente coinvolgere imprese non
prossime tra loro a livello geografico ma unicamente economico, cognitivo,
organizzativo o, soprattutto, prossime per finalità.
Posta questa prima impalcatura concettuale, sarebbe ora impossibile approfondire
l’anatomia del distretto industriale senza giungere alla scuola neomarshalliana ed in
–
particolare alle considerazioni mosse da Becattini a partire dalla produzione dello
–
stesso Marshall sulle generalità del distretto; Becattini infatti, pur condividendo
chiaramente l’analisi marshalliana, rifiuta un approccio eccessivamente
economocentrico all’analisi del distretto (ossia legato prevalentemente al distretto come
fattispecie di modalità produttiva e/o ambiente produttivo), che pone il rischio di non
il concetto di “atmosfera industriale” 2
definire che caratterizza il modello distrettuale in
l’importanza a livello concettuale.
maniera completa, lasciandone quindi intangibile
A differenza di Marshall quindi Becattini, pur restando nel solco tracciato dal proprio
sposta l’attenzione sulla comunità locale propria del distretto, su quel
maestro, milieu
socio-culturale e istituzionale entro cui operano le singole imprese e che ne costituisce
condizione di vita (Sforzi, 2008) e in particolare sullo stretto rapporto in vigore tra la
comunità di persone coinvolte nel distretto e la popolazione di imprese che formano il
tessuto produttivo del distretto: la comunità di persone infatti incorpora un certo sistema
valoriale in termini di etica del lavoro, senso di comunità, spirito cooperativo e
che permea l’intera realtà distrettuale ed è
affermazione individuale-familiare
tramandato e difeso da una moltitudine di istituzioni e codici; tale vicinanza non solo
sul piano economico ma anche socioculturale ha inoltre forti esternalità positive sulle
relazioni intradistrettuali tra produttori, favorendo quindi la trasmissione di conoscenze,
l’innovazione e in generale la collaborazione tra le imprese; si può dire quindi
riassumendo come per Becattini il concetto di distretto esuli dai meri rapporti economici
tra agenti ma determini invece una compenetrazione tra comunità locale e popolazione
di imprese veicolata dalla condivisione di uno stesso sistema di valori, da un forte spirito
comunitario e dal radicamento della realtà imprenditoriale in un dato sistema di relazioni
che assieme promuovono l’attitudine imprenditoriale e il perseguimento
sociali vigente,
di vantaggi competitivi difficilmente replicabili quali quelli legati alle relazioni
intradistrettuali.
Coniato dallo stesso Marshall
2 nell’espandere la definizione marshalliana di distretto
Becattini inoltre pone una certa
enfasi su altri due pilastri fondamentali che sorreggono il distretto: in primis si affronta
l’importanza –
delle risorse umane che traggono come vantaggio dalla specializzazione
flessibile minor dequalificazione rispetto al modello canonico della grande fabbrica
– e della loro formazione e specializzazione all’interno
razionalizzata (Toninelli, 2012)
del distretto, nonché il continuo interscambio e la continua riallocazione del capitale
l’attitudine (come
umano che porta con sé le competenze trasferibili acquisite ed infine
si vedrà successivamente con il caso di studio del distretto biomedicale di Mirandola)
per i lavoratori dipendenti di mettersi in proprio facendo leva sull’esperienza maturata
nel settore, sia come aziende innovatrici ex-novo sia subentrando come produttori
specializzati nelle fasi intermedie del processo produttivo degli output caratteristici del
distretto (o addirittura come subfornitori delle imprese innovatrici già affermatesi nel
luogo si affronta l’approccio del distretto al mercato, che vede
distretto); in secondo
l’inserimento del distretto in mercati di carattere specializzato e flessibile e richiede una
certa omogeneità della produzione materiale in termini di standard qualitativi e servizi
pre/durante/post vendita; si mette qui in risalto il ruolo di due figure caratteristiche
operanti nel sistema di valore: l’imprenditore puro, che si occupa esclusivamente della
commercializzazione dei prodotti finiti in virtù della propria intima conoscenza delle
necessità di mercato e delle potenzialità produttive del distretto (Toninelli, 2012), e il
compratore specializzato, che in virtù dell’omogeneità tra gli output distrettuali data
l’acquisto delle materie prime
dalla compresenza nello stesso settore centralizza
necessarie alla produzione ed è in grado perciò di sfruttare economie di scala altrimenti
non conseguibili dai singoli operatori economici.
Vantaggi del sistema distretto
Prima di introdurci nella trattazione dei vantaggi correlati alla specializzazione
flessibile, qui incarnata nella sua particolarità nota come distretto, occorre un brevissimo
excursus storico: Becattini infatti evidenzia il ruolo del distretto come modello
alternativo al sistema gerarchizzato fordista per la produzione di massa, che entra in crisi
proprio nei primi anni Settanta, periodo di affermazione delle principali realtà
distrettuali italiane; è nel solco della crisi del modello fordista che si può ricercare il
primo grande vantaggio del distretto: la divisione delle attività produttive in fasi distinte
svolte da imprese specializzate, che focalizzano i propri sforzi esclusivamente su di esse,
garantendo un modello produttivo estremamente più flessibile, adattabile alle esigenze
del consumatore e resiliente alle congiunture economiche se paragonato alla rigidità
dell’approccio di Ford alla concezione di grande industria.
Per integrare e riassumere in un impianto teorico alcune delle caratteristiche già
osservate nei capitoli precedenti si fa riferimento alla trattazione di Ricciardi in merito
“Le PMI localizzate nei distretti industriali:
ai vantaggi competitivi dei distretti; in
vantaggi competitivi, evoluzione organizzativa, prospettive future” (Ricciardi, 2010)
viene proposta una trattazione basata su tre elementi cardine:
I. La divisione del lavoro in fasi dello stesso processo produttivo presso le piccole-
medie imprese interne al distretto, che consente mediante la specializzazione già
estensivamente citata di conseguire economie di scala/apprendimento che
riducano i costi di produzione unitari e aumentino la produttività sistemica
II. La flessibilità avente origine sempre dalla frammentazione del processo
produttivo, che consente di modificare con estrema rapidità e costi di
riconversione molti ridotti il volume o la qualità delle proprie produzioni,
nonché di ricercare le competenze più adatte fra le varie componenti alternative
del distretto
III. La prossimità territoriale, che produce vantaggi in termini di circolazione delle
innovazioni, dei metodi, delle informazioni e delle competenze difficilmente
imitabile ad es. da grandi imprese gerarchizzate o da cluster non prossimi a
livello geografico; tale vantaggio produce inoltre una classe lavoratrice interna
al distretto che, formatasi sul campo, raggiunge un altissimo grado di
specializzazione e consegue un know-how estremamente prezioso anche per il
processo di gemmazione delle imprese descritto nel paragrafo precedente.
Sviluppo ed evoluzione del distretto: modello teorico
La genesi di una realtà distrettuale avviene a partire da un nucleo fondativo originario
– si parla solitamente di un’impresa leader
composto da un esiguo numero di imprese
attorno alla quale orbitano alcune imprese secondarie aventi competenze comuni o
complementari e alcune istituzioni che trattano del finanziamento dell’attività
–
imprenditoriale e della rapida diffusione delle conoscenze e competenze locali
operanti
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