Economia e istituzioni dei distretti industriali
Trasformazione della struttura produttiva dal 1951 al 2011
Dati occupazione in agricoltura: dal primo censimento del dopoguerra possiamo vedere più di 8 milioni di occupati in agricoltura mentre nel 2010 sono solo poco più di un ottavo; trasformazione strutturale = cambia il peso relativo dell’agricoltura, continua a essere importante il settore ma cambia l’importanza del numero di occupati in agricoltura, perché? Per un aumento dell’utilizzo delle macchine. L’Italia è cresciuta molto nel settore agricolo e questo settore è molto importante e chiave, è il settore primario dell’economia.
Dati occupazione manifatturiera dal 1951-2011:
- Leggere un grafico: titolo + arco di tempo dei valori rappresentati, asse delle x con gli anni, asse delle y valore assoluto in unità di occupati;
- Si può notare un aumento dell’occupazione nel settore manifatturiero, si può supporre che occupati del settore primario si siano trasferiti nel manifatturiero ma non possiamo trovare una relazione diretta tra questi due grafici/dati, può essere un'ipotesi ma non un dato certo perché manca questa relazione diretta.
Aumenta il numero di occupati, aumento del tasso di crescita cos’è il tasso di crescita? Come si calcola? Tasso di crescita = pendenza grafico posso dire guardando il grafico allora che in alcuni tratti questo tasso è aumentato. La crescita è chiaro che è aumentata però possiamo anche dire che c’è stato un aumento del tasso di crescita e questo lo vediamo osservando la pendenza del grafico che non è sempre aumentata però in alcuni tratti la pendenza è maggiore mentre in altri è minore, nell’81-91 invece cala il tasso di crescita, nel 91-2001 aumenta molto leggermente e dal 2001 al 2011 riaumenta di nuovo.
Informazioni estrapolate dai grafici
- Meccanizzazione agricoltura
- Dal 2001 al 2011 aumenta l’occupazione ma in mezzo cos’è successo? C’è stata la crisi nel 2007, nell’intero decennio non c’è stato un aumento lineare, la fonte dei dati che abbiamo è l’Istat e sono i censimenti dell’industria mentre per l’agricoltura è sempre Istat ma è il censimento dell’agricoltura, ma la differenza è che i censimenti dell’agricoltura sono fatti un anno prima rispetto ai censimenti dell’industria.
Procediamo con un altro grafico dove vediamo differenze per zona territoriale; la dinamica del nord ovest è una dinamica che ha un rallentamento nella crescita mentre nel centro e sulle isole c’è un aumento così come nel nord-est. È strano, perché si sa che il sud è arretrato, però non abbiamo visto la distribuzione della popolazione nel grafico, in tal caso possiamo vedere meglio che nel sud c’è disoccupazione.
Regioni nord-ovest: Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia
Regioni nord-est: Trentino, Veneto, Friuli, Emilia Romagna.
Attenzione, è importante avere un’idea chiara di quali regioni vanno a formare nord-est e nord-ovest e centro-sud.
Occupazione nei principali settori manifatturieri
Vediamo ora l’occupazione nei principali settori manifatturieri nel commercio, nei servizi in Italia e nelle macroregioni: ci sono state molte trasformazioni nei settori produttivi, nel commercio e nei servizi. Nel grafico in alto a sinistra vediamo una linea tratteggiata e un’impennata, (linea tratteggiata = andamento settore servizi), si può vedere che i servizi hanno un cambio nella composizione e sta emergendo il settore dei servizi.
L’occupazione nei servizi viene rilevata dall’Istat solo dal ’71, prima il dato è solo stimato = statistiche che dunque sono state costruite dall’Istat rendendo disponibili serie storiche armonizzate, l’Istat ci dice che c’è stata una trasformazione significativa della struttura economica del paese, vediamo osservando il tessile-abbigliamento, metalmeccanica hanno un’occupazione in calo, mentre aumenta il commercio all’ingrosso; nel ’51 tessile – abbigliamento, commercio e metalmeccanica avevano lo stesso identico peso, poi nei decenni successivi c’è una variazione sostanziale nella dinamica dell’occupazione, e vediamo che assume più peso la metalmeccanica mentre nel tessile abbigliamento si contrae l’occupazione e rimane molto alta l’occupazione nel settore del commercio e dei servizi.
Ora andiamo a vedere i dati per regione concentrandoci sul nord guardando la meccanica, il commercio, manifatturiero, servizi: le dinamiche sono molto diverse da regione a regione; vediamo che Lombardia e Piemonte hanno i dati di occupazione più elevati nei vari settori tendenzialmente, se guardiamo Veneto e Emilia Romagna all’inizio nel 1951 avevano lo stesso valore in termini di occupati, poi osserviamo una dinamica elevata che porta nel 2001 queste due regioni ad avere lo stesso numero di occupati del Piemonte, con poi un declino dell’occupazione fino al 2011 per tutte e quattro le regioni di cui abbiamo parlato.
Che cosa sono i distretti industriali?
Cosa sono, come sono nati e come sono cambiati: distretto industriale come concetto in grado di comprendere una più vasta categoria di fenomeni economici in cui analizziamo l’organizzazione spaziale. Studi proposti nell’800 da Alfred Marshall; Marshall è il primo economista che formalizza l’analisi del funzionamento dei mercati in termini di domanda e offerta (equilibrio nell’incontro tra D e O). Marshall si focalizza nelle concentrazioni spaziali delle specializzazioni produttive, in particolare in UK osserva la produzione di cotone concentrata nell’Hampshire e a Sheffield la produzione di acciaio, Marshall studia i territori ed indaga i caratteri comuni.
Individua elementi comuni a questi territori che mostrano un ristretto ambito, cioè c’è una serie di discontinuità che caratterizza le specializzazioni territoriali, inoltre osserva che le imprese in queste zone ristrette sono specializzate in una specifica fase del processo produttivo, inoltre queste imprese lavorano una vicina all’altra quindi in una prossimità spaziale pur avendo diverse specializzazioni all’interno dell’ambito generale. Cioè ogni specializzazione ha una prossimità spaziale.
Tornando al sistema di impresa: ogni impresa ha una specializzazione ma non ha un controllo totale di ciò che si produce nel distretto industriale, ogni impresa ha una conoscenza parziale di ciò che sa dai contatti con clienti e fornitori (a loro volta parte del processo produttivo) però tutti hanno accesso alle stesse conoscenze perché l’atmosfera industriale è quella che fa respirare a tutti il clima di opportunità e le conoscenze specifiche per ciascuna di esse, è il capitale e lavoro più tutte le conoscenze messe in campo e attivate da quelli che lavorano in quel luogo.
Marshall riconosce quindi degli elementi comuni; conduce un’ottima analisi empirica in UK di ricerca, poi però c’è un avvenimento importante negli anni '70 che abbiamo notato anche nei grafici (una variazione in positivo del tasso di crescita dell’occupazione) crescono le piccole imprese; se aumenta il numero di piccole imprese non va bene secondo il pensiero degli economisti dell’epoca, negli anni '70 del 900 è considerato un segno di debolezza del pensiero economico. L’occupazione aumenta nel '70 perché aumentano le piccole imprese, e ci si chiede se questo sia positivo o meno, dunque gli anni '70 sono anni in cui gli economisti si interrogano e nel ’79 esce un importante articolo di Giacomo Becattini in cui dice di aver capito grazie a Marshall che gli economisti dell’epoca usavano una chiave di lettura sbagliata per analizzare i dati, l’errore sta nell’unità di analisi che non è il settore industriale bensì il distretto industriale; dobbiamo guardare come aveva fatto Marshall quali sono gli elementi che favoriscono la crescita del sistema nel suo insieme e non la somma del capitale e del lavoro delle imprese in un settore.
Negli stessi anni, Sebastiano Brusco legge la struttura produttiva dell’Emilia (siamo nel 1982) e legge la struttura coniando un termine che è diventato molto importante cioè chiama l’Emilia Romagna il “Modello Emilia” (è un’analisi della struttura produttiva della regione) ; dentro il modello Emilia c’è una versione dei caratteri del distretto industriale, Brusco dice perché quelle “conoscenze nell’aria” di cui parlava Marshall a proposito dei distretti possono condurre a produrre un effetto sistemi che il distretto realizza, perché queste sono efficaci nel produrre questo effetto sistemico dei distretti.
Questo studio parte da una ricerca sull’industria metalmeccanica a Bergamo (1972) per cui le imprese producono con un diverso grado di integrazione verticale. Ci si inizia a chiedere se le piccole imprese crescono perché pagano poco i lavoratori, alimentando nel sistema produttivo un vantaggio per le piccole imprese e uno svantaggio nella forza contrattuale dei lavoratori nelle grandi, allora Brusco inizia a fare un’indagine impresa per impresa scoprendo importanti elementi, capisce in ogni impresa cosa produce l’impresa, con che tecnologie, dove compra i materiali, in quali mercati opera, le condizioni salariali dei lavoratori, questo per dare una risposta ai sindacati che volevano sapere se i lavoratori nelle piccole imprese erano sfruttati o meno. Brusco fa questa indagine e il risultato è una svolta epocale su cosa sono le piccole imprese. Le piccole imprese metalmeccaniche non sono grandi imprese che hanno però una piccola dimensione, sono una cosa totalmente diversa, sono imprese specializzate in fasi del processo produttivo e per quelle fasi in cui si specializzano raggiungono le economie di scala e la dimensione minima efficiente. Le specializzazioni dell’impresa nella fase del processo produttivo sono l’elemento distintivo dei distretti, l’efficienza dell’impresa va studiata in base al suo livello di integrazione verticale.
La cosa negativa non erano i timori dei sindacati per le condizioni dei lavoratori quanto le condizioni di evasione fiscale delle imprese che gli costituiva un grosso vantaggio, le piccole imprese non operavano inoltre in mercati concorrenziali. I problemi sulla presunta condizione di inefficienza delle piccole imprese erano in parte infondati ma non erano quelli i problemi anche se c’erano altri problemi legati al contesto istituzionale in cui operavano le piccole imprese, allora il contesto istituzionale è quello che fa la differenza come il rendere obbligatorio il pagamento delle tasse (condizione di concorrenza necessaria) e altro. Le piccole imprese in quegli anni non erano quindi veramente concorrenziali e inoltre dal punto di vista politico si tollerava l’evasione fiscale in cambio di essere appoggiato in termini di voti da quell’impresa, parliamo di corruzione ed evasione del fisco dunque, dibattendo di una questione di portata molto ampia.
È stata poi introdotta una importante regola base in Europa: l’introduzione della moneta unica, l’euro perché è stato un cambiamento epocale? Perché le singole nazioni non possono giocare svalutando e rendendo comunque l’export competitivo, quindi le trasformazioni dell’economia italiana è legata alle scelte politiche dei governi, una cattiva gestione della cosa pubblica ha avuto conseguenze drammatiche (vedi Grecia). Rivedere integrazione verticale, economia di scala, livello di efficienza minima dell’impresa e economie esterne. Concetti importanti per questa materia.
Economia di scala
Economia di scala: “riduzione dei costi per unità di prodotto all’aumentare della capacità produttiva installata” = il caso in cui aumentando la capacità produttiva installata ho riduzioni di costo. Raddoppio della capacità produttiva uso una tecnologia che mi consente di avere il doppio della capacità produttiva installata e ottengo una riduzione di costo. Passare dalla tecnologia Alpha alla tecnologia Beta ottengo economie di scala perché userei una tecnica di produzione che consente un costo di produzione più basso. All’aumento della capacità produttiva si realizzano riduzioni di costo per unità di prodotto.
Gli economisti temevano che le piccole imprese fossero inefficienti perché costrette a produrre alla tecnologia Alpha anziché Beta, e quindi con un costo più alto, per cui le piccole imprese lavorerebbero in costi sub-ottimali. Produce Qa ma non alle condizioni di minor costo perché non riesce ad adottare la tecnologia Beta non raggiungendo la tecnologia minima efficiente con il macchinario Beta.
Per cui gli economisti avevano questa preoccupazione interrogandosi se le condizioni di sub-ottimali di queste piccole imprese fossero compensate da condizioni di non mercato come ad esempio l’evasione fiscale delle piccole imprese = la piccola impresa ha un differenziale di costo di produzione che compensa non pagando le tasse e restando competitiva.
Però l’osservazione di Brusco sulle piccole imprese dell’industria metalmeccanica di Bergamo è diversa perché Brusco scopre che le imprese sono specializzate in fasi del processo produttivo e per ciascuna fase hanno una dimensione minima efficiente. Si osserva il livello di integrazione verticale delle imprese.
Ci sono processi di produzione difficilmente separabili in fasi, ad esempio per produrre l’acciaio ci sono alcune procedure che richiedono alte temperature per trasformare i minerali e quindi all’interno di un’acciaieria si può teoricamente scomporre il processo produttivo in fasi però fisicamente queste fasi devono essere una attaccata all’altra se no avremmo uno spreco enorme (sciogliere a temperature enormi poi raffreddarli portarli fuori e di nuovo rifonderli non ha senso) per cui ci sono processi produttivi in cui ci sono alcune fasi della produzione che in maniera critica condizionano tutte le altre e non sono scomponibili per cui non conta la dimensione minima efficiente della singola fase di produzione.
Questo spiega che, ad esempio, nella produzione di acciaio, non possiamo trovare piccole imprese perché la dimensione minima è molto grande e non possiamo scomporre tutte le fasi, quali sono i processi di produzione scomponibili in fasi? Questa è la prima cosa che dobbiamo studiare. Dobbiamo scoprire il livello di integrazione verticale delle imprese prima di poter giudicare l’efficienza e le economie di scala.
Tra le fonti delle economie di scala abbiamo la riduzione dei costi ma anche l’approvvigionamento, dal punto di vista della produzione dobbiamo capire di che fonti di economie di scala parliamo, quelle che derivano dalla produzione o quelle che derivano dagli acquisti.
Parlando della scomposizione del processo produttivo in fasi, la prima cosa che i due economisti osservano è che in quelle regioni la crescita in particolari aree avviene dove le imprese sono particolarmente specializzate in un processo produttivo, iniziando a parlare di distretti riguardanti processi produttivi scomponibili in fasi.
L’efficienza della scomposizione in fasi sta nelle economie esterne. Le economie esterne che per definizione sono legate al settore in cui opera l’impresa, affioriscono allo scambio di informazioni, a vantaggi nella conoscenza specifica e competenze molto localizzate a cui si ha accesso e in generale a tutti quei vantaggi di costo che derivano dagli spill over (qualcosa che esce fuori e beneficia a tutti coloro che stanno attorno), si tratta di elementi non trasmissibili con canali diversi se non l’accesso immediato. Parlando di distretti e di elementi non codificabili sono fondamentali le economie esterne.
Perché la scomposizione in fasi è efficiente? Perché si specializzano nella fase? Cosa c’è di efficiente? Ognuna fa il suo e lo fa al meglio però un’impresa di grande dimensione potrebbe metterle tutte insieme invece no, perché c’è qualcosa che rende vantaggiosa la scomposizione in fasi.
Se abbiamo una domanda variabile in termini di qualità e quantità, è molto meglio avere imprese specializzate in fasi perché ognuna di queste si collocherà nello specifico segmento di domanda in cui trova la particolare crescita in quel momento e avrà più capacità di spostarsi da un segmento all’altro.
Ad esempio, in Emilia Romagna le imprese dell’automotive sono molto diverse perché non producono solo per il settore dell’automotive, perché questo è un settore che ha delle sue regole di funzionamento e la dinamica della domanda non sempre va nella stessa direzione, le imprese trovano più conveniente lavorare per più settori finali per aggiustarsi in modo da aggiustarsi.
In sintesi, un processo scomponibile in fasi ha il vantaggio di consentire alle imprese dei diversi settori di accedere ai vantaggi che la dinamica nei diversi mercati rende possibile, un secondo elemento vantaggioso è la capacità di adattamento all’interno della filiera.
Ad esempio, prendiamo il distretto tessile di Carpi, la produzione di capi di abbigliamento ha una grossa variabilità nella produzione di abiti, elemento centrale è la moda infatti, cioè assecondare i cambiamenti indotti via via dalle indicazioni che i designer e i principali mercati danno alla produzione, abbiamo bisogno di aggiustamenti abiti, dobbiamo adattarci nel giro di alcune settimane, bisogna essere in grado di rispondere in modo repentino a questi cambiamenti per non essere tagliati fuori. Flessibilità di adattamento tanto più veloce quanto più il campo...
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