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UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE

Facoltà di Economia e Giurisprudenza

Corso di Laurea Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza

DISASTRO AMBIENTALE E RESPONSABILITÀ

PENALE D’IMPRESA: TRA LIMITI

NORMATIVI, CRITICITÀ APPLICATIVE

E PROSPETTIVE DI RIFORMA

Relatore:

Chiar.mo Prof. F C

RANCESCO ENTONZE Tesi di Laurea di:

A M

LBERTO ARTINETTI

Matricola: 5007941

2024/2025

ANNO ACCADEMICO II

III

INTRODUZIONE 1

CAPITOLO I – L’AMBIENTE COME INTERESSE COLLETTIVO E

FONDAMENTO DI PROTEZIONE GIURIDICA

SEZIONE I – LA DIMENSIONE GIURIDICA DEL BENE AMBIENTE

1.1 – Origine ed evoluzione della normativa a tutela dell’ambiente. 6

1.2 – L’ambiente come valore giuridico: tra prospettiva antropocentrica ed ecocentrica. 9

1.3 – La Costituzione come fondamento della tutela: da protezione indiretta a 12

riconoscimento esplicito.

1.4 – L’attuale volto della protezione costituzionale dell’ambiente. 14

SEZIONE II – LA DISCIPLINA NAZIONALE E SOVRANAZIONALE

1.5 – Il Testo Unico dell’Ambiente e la riforma sugli Ecoreati: tra l’iniziale disinteresse 20

del legislatore penale verso l’ambiente e le recenti aspettative tradite.

1.6 – L’impiego della normativa extra codicistica nell’interazione tra protezione penale 26

dell’ambiente e regolamentazione amministrativa.

1.7 – Il recepimento da parte del legislatore italiano delle direttive europee a salvaguardia 30

dell’ambiente: dalla Dir. UE 99/2008 alla recentissima 1203/2024.

1.8 – Il ruolo dell’Unione europea e delle fonti sovranazionali: l’effettiva incisività

della Direttiva europea 1203/2024 sulla tutela penale dell’ambiente e del nuovo 34

Regolamento europeo 1991/20024 sul ripristino della natura.

CAPITOLO II – DAL DISASTRO INNOMINATO DI MATRICE

GIURISPRUDENZIALE AL DISASTRO AMBIENTALE TIPIZZATO

2.1 – La nozione di disastro. 40

2.2 – Il disastro nell’era contemporanea come “disastro tecnologico”. 43

2.3 – L’originaria supplenza giurisprudenziale al vuoto normativo. L’“altro disastro” 46

ex art. 434 c.p.: verso i pericolosi orizzonti creativi del “disastro innominato”.

2.4 – Una questione di legittimità costituzionale non fondata, eppure parzialmente accolta: 52

il persuasivo invito della Corte costituzionale affinché la fattispecie formi oggetto

di autonoma considerazione da parte del legislatore (la Sentenza n. 327 del 2008).

2.5 – L’atteso (ma insoddisfacente) approdo al disastro ambientale tipico: l’art. 452-quater c.p. 57

2.5.1 – La clausola di “abusività”: un ritorno alla tutela di funzioni? 62

2.5.2 – L’inadeguata indeterminatezza descrittiva. 67

2.5.3 – L’anomalo rapporto con il permanente “disastro innominato”. 71

2.6 – Un sintetico sguardo comparatistico: approcci e modelli di tutela in alcuni 76

ordinamenti stranieri. IV

CAPITOLO III – IL REATO DI DISASTRO E I PROFILI CRITICI DELLA

SUA IMPUTAZIONE

SEZIONE I – TRA LE POSSIBILI TECNICHE DI TUTELA E LE SCELTE

LEGISLATIVE

3.1 – Il principio di precauzione e il “mito” dell’autoregolamentazione sociale. 85

3.2 – Reati di evento e reati di pericolo: concreto, astratto e presunto. 92

3.3 – Il criticato utilizzo dei “limiti soglia”. 100

SEZIONE II – LA “COLPEVOLEZZA” NEL DISASTRO AMBIENTALE

3.4 – L’elemento oggettivo del reato e la funzione “esegetica” del bene giuridico: 107

qualche dubbio ancora sul vero oggetto di tutela (incolumità pubblica o

ambiente in sé e per sé?).

3.5 – L’elemento soggettivo del reato: le varie declinazioni di dolo, il problema 112

del dolo eventuale e l’ipotesi colposa (il celebre e tristemente esemplare

precedente dell’ILVA di Taranto)

3.6 – Il cruciale interrogativo del tempus commissi delicti: tra carattere permanente, 118

istantaneo e a condotta frazionata.

3.7 – I generali problemi di accertamento tecnico-scientifico e di quantificazione del danno. 124

3.8 – Causalità scientifica e causalità giuridica: paradigmi inconciliabili? 128

3.9 – Causalità generale ed individuale (l’uso dell’epidemiologia nel caso Eternit). 133

3.10 – Causalità addizionale, cumulativa e multifattoriale: il problematico 140

accertamento del nesso eziologico

CAPITOLO IV – L’ULTERIORE GRAVAME NELL’ATTRIBUZIONE DELLA

RESPONSABILITÀ AGLI ENTI E LE SUE CONSEGUENZE

4.1 – L’affrancamento dal dogma societas delinquere non potest. 148

4.2 – L’art. 25-undecies del D. Lgs. 231/2001: i cc.dd. reati ambientali presupposto 155

in materia ambientale.

4.3 – Modelli di organizzazione, gestione e controllo: il ruolo dell’Organismo di Vigilanza. 161

4.4 – La sindacabilità giudiziale del modello organizzativo: il problema del “senno di poi”. 171

4.5. – La difficile coniugazione dei requisiti di “interesse” e “vantaggio” rispetto 178

alle fattispecie colpose.

4.6 – La natura collegiale delle decisioni e il dissolversi del contributo individuale. 188

V

CAPITOLO V – TEMPO DI NUOVE PROSPETTIVE?

5.1 – Premessa e generale riflessione sulla funzione di deterrenza. 194

5.2 – Diritto penale come extrema ratio o congedo dal sistema penale? 201

5.3 – La maggiore idoneità e l’intrinseca pertinenza del diritto amministrativo. 207

5.4 – Più enfasi sulla prevenzione: compliance da un lato e sorveglianza dall’altro. 212

5.5 – Il risarcimento come pilastro ineludibile della tutela giuridica. 218

CONCLUSIONI 223

ALLEGATI 226

BIBLIOGRAFIA 228

GIURISPRUDENZA 245

VI

INTRODUZIONE

Viviamo in un’epoca in cui le catastrofi ambientali non sono più eventi eccezionali, ma fenomeni

sistemici, alimentati da una modernità produttiva che – rispondendo alle incessanti domande del

consumo e dello sviluppo economico – fatica a governare le proprie esternalità.

Così dimostra la lunga scia di compromissioni e aggressioni agli ecosistemi che, da decenni,

punteggia il panorama europeo e mondiale. A episodi di crimini ambientali contraddistinti da una

marcata componente fraudolenta – come nel recente scandalo che ha coinvolto l’azienda

scandinava Think Pink, accusata di aver seppellito ed occultato tonnellate di rifiuti in varie aree del

paese – si affiancano, con frequenza decisamente maggiore, situazioni che raccontano invece il ben

più complesso intreccio tra esigenze produttive, tutela dell’occupazione e fragilità dell’apparato

regolatorio. È in quest’ultima categoria che si collocano emblematicamente casi come quello

dell’ILVA di Taranto o dell’Eternit di Casale Monferrato, e – in tempi ancor più prossimi – la

recente condanna in primo grado dei vertici della Miteni S.p.A. per l’inquinamento da PFAS che

ha compromesso irreversibilmente chilometri di falda acquifera veneta.

Contesti in cui il danno ambientale – pur gravissimo – si è sedimentato lentamente nel tempo,

frutto di condotte invisibili protrattesi per anni o addirittura decenni, fino a generare esiti ormai

fuori controllo. Fenomeni di lungo corso, maturati spesso nell’indifferenza generale e resi possibili

da inerzie normative persistenti nonché da un disinteresse latente, se non strutturale, da parte delle

autorità pubbliche preposte al controllo. Sotto questo aspetto, si stanno registrando i primi

procedimenti penali in cui reati ambientali vengono addebitati perfino agli organi pubblici, in

ragione di gravi omissioni nell’esercizio delle loro funzioni: è una sentenza storica quella con cui la

CEDU ha condannato il nostro paese per il caso c.d. della Terra dei Fuochi, ritenendo – per la

prima volta – uno Stato europeo responsabile per inerzia nella prevenzione di un crimine

ambientale.

Tra tutte le forme di aggressioni all’ambiente, la categoria giuridica e concettuale del “disastro

ambientale” ne incarna la manifestazione più drammatica e profonda; non solo per le sue

conseguenze spesso irreversibili a livello ecologico, ma anche e soprattutto per l’ampiezza e la

complessità delle dimensioni umane, sociali ed economiche coinvolte. Esso si traduce in un vulnus

collettivo che persiste nel tempo, alimentando sensazioni di vulnerabilità e impotenza che superano

la mera dimensione materiale del danno.

Nonostante l’eco mediatica e lo sconforto che i disastri trascinano con sé, e nonostante anni di

moniti da parte della comunità scientifica, mobilitazioni sociali e dibattiti giuridici, la realtà sembra

però inchiodata a una costante ripetizione ciclica: come se ogni nuovo evento non fosse un monito,

1

ma solo un capitolo in più di una cronaca già annunciata. Il mito del progresso illimitato si infrange

con sempre maggiore evidenza contro la ricorrenza crescente – e ormai sistemica – dei danni

ambientali, imponendo un urgente e profondo ripensamento dei paradigmi della responsabilità

penale.

Questo quadro sconfortante ha progressivamente riservato all’ambiente, un tempo relegato ai

margini del diritto positivo, un valore giuridico primario, trasversale e costituzionalmente

riconosciuto, come attestano la recente riforma costituzionale (che ha inserito la tutela ambientale

tra i principi fondamentali della Carta, anche “nell’interesse delle future generazioni”), la Direttiva

UE 1203/2024 sulla tutela dell’ambiente e il Regolamento europeo 1991/2024 sul ripristino della

natura.

Sia il legislatore unionale che quello nazionale hanno progressivamente riposto un sempre più

marcato affidamento nel diritto penale, inteso quale espressione del massimo disvalore sociale e,

conseguentemente, quale strumento idealmente privilegiato per la repressione delle condotte

connotate da una maggiore gravità e lesività. Tuttavia, tale paradigma convive con profonde

ambiguità – di natura tanto normativa quanto applicativa – che negli ultimi anni hanno impegnato

intensamente la dottrina e la giurisprudenza nel tentativo di definirne con chiarezza i contorni e le

modalità operative.

La presente tesi di laurea si propone di esplorare, in modo critico e sistematico, il tema del disastro

ambientale e quello della responsabilità penale ad esso correlata, affrontando tanto le questioni

connesse alla colpevolezza della persona fisica quanto, soprattutto, quelle relative alla responsabilità

della persona giuridica, dalla quale nella quasi totalità dei casi hanno origine gli eventi disastrosi.

L’analisi si concentra sulle lacune strutturali, sulle torsioni interpretative e sulle tensioni

costituzionali che attraversano questo ambito, interrogandosi non solo sull’efficacia delle

disposizioni normative vigenti, ma soprattutto sulla stessa tenuta del diritto penale tradizionale di

fronte a fenomeni ambientali di complessità e rilievo collettivo senza precedenti. Il cuore della

riflessione si incentra infatti sulla domanda di ricerca circa la reale capacità del diritto penale – in

linea con le recenti istanze legislative – di costituire lo strumento più idoneo a tutelare efficacemente

l’ambiente e la collettività, nell’interesse delle generazioni presenti e future, o se, al contrario, esso

porti con sé criticità e limiti tali da renderlo più spesso uno strumento prevalentemente simbolico,

veicolo più di problemi che non di soluzioni.

L’elaborato si articola in cinque capitoli, ognuno dei quali indaga un livello distinto della questione,

ma naturalmente connesso agli altri in un disegno unitario.

Il primo capitolo si apre con un’imprescindibile riflessione di fondo sul valore giuridico attribuibile

al bene ambiente. L’analisi ripercorre l’evoluzione concettuale e normativa della sua tutela,

2

attraversando le principali tensioni teoriche tra visioni ecocentriche e antropocentriche, e seguendo

il lento passaggio da una disciplina settoriale e frammentaria verso il riconoscimento dell’ambiente

quale bene giuridico autonomo, distinto dalla salute pubblica o dal paesaggio. In questo percorso

si inserisce la centralità della riforma costituzionale dell’11 febbraio 2022, n. 1, che ha elevato la

tutela de qua a principio fondamentale della Repubblica, imprimendo una svolta tanto sul piano

assiologico quanto sull’interpretazione delle norme penali e civili. Ampio spazio è dedicato, inoltre,

al Testo Unico dell’Ambiente (D.lgs. n. 152/2006) e alla riforma introdotta con la legge n. 68 del

2015 sugli ecoreati, espressione di un mutamento di rotta del legislatore penale, storicamente restio

ad occuparsi in modo organico della tutela ambientale. In questo contesto, si analizza altresì

l’interazione tra la normativa penale e la regolazione amministrativa, con particolare attenzione

all’utilizzo della normativa extra-codicistica e al ruolo che quest’ultima riveste nella definizione degli

standard di diligenza e dei limiti normativi. Infine, l’analisi si estende alle più recenti fonti

sovranazionali, in particolare alla Direttiva (UE) 2024/1203, in materia di tutela penale

dell’ambiente, e al Regolamento europeo 1991/2024 sul ripristino della natura, valutandone

l’effettiva portata applicativa e i relativi riflessi sull’ordinamento interno.

Il secondo capitolo si concentra sull’evoluzione giurisprudenziale e normativa della fattispecie di

disastro ambientale. L’analisi prende avvio da un generale inquadramento concettuale del disastro

quale evento scaturente da contesti in senso lato “tecnologici”. Sul piano normativo, si ripercorrerà

l’impiego improprio dall’articolo 434 c.p. – l’“altro disastro” c.d. innominato – per giungere al

travagliato inserimento dell’art. 452-quater nel codice penale ad opera della riforma sugli eco-delitti.

Verrà evidenziato come l’originaria lacuna legislativa sia stata colmata da una creativa opera di

supplenza giurisprudenziale, mossa senz’altro da legittime esigenze di tutela ma al contempo foriera

di un’incertezza applicativa destinata a perdurare. La successiva previsione del disastro ambientale

“tipizzato” non solo non pare aver sanato le ambiguità precedenti, ma – in ragione del suo deficit

descrittivo – ha sollevato nuovi e cruciali nodi interpretativi: dalla reale funzione attribuibile alla

clausola di abusività, all’indeterminatezza strutturale dei suoi elementi costitutivi, fino all’anomalo

rapporto con il permanente “disastro innominato”. Il capitolo si chiude con un breve excursus

comparatistico, volto a confrontare il modello italiano con quelli di altri ordinamenti europei,

evidenziando pregi e limiti delle rispettive scelte di politica criminale.

Con il capitolo terzo si entra nel cuore della materia, connotata da saperi eterogenei e spesso

conflittuali, interrogandosi sulle possibili scelte legislative compatibili con questo variegato

intreccio di interessi e beni coinvolti: tra reati di evento o di pericolo, limiti soglia e soprattutto la

portata da assegnare all’emergente principio di precauzione. La seconda parte del capitolo affronta

poi il fulcro delle difficoltà applicative della fattispecie, ossia i profili critici dell’imputazione: la

3

definizione degli elementi oggettivi del reato di disastro, la declinazione psichica dei profili di

partecipazione alla condotta (con un particolare focus sull’errata formula dell’“accettazione del

rischio” colorata da dolo eventuale, tipica in questi addebiti di responsabilità), e il cruciale

interrogativo riguardante la collocazione temporale del momento commissivo del reato, nelle varie

ricostruzioni via via elaborate. Lo studio si confronta inoltre con una rassegna giurisprudenziale dei

più noti precedenti italiani (ILVA di Taranto ed Eternit di Casale Monferrato in primis), al fine di

esaminare la tenuta – nella materia de qua – dei principi fondanti l’intervento penalistico: legalità e

suoi corollari, tipicità e offensività. Si evidenzia così la tensione tra la necessità di una tutela

anticipata e il rischio di incriminazioni sproporzionate, prive di una reale offensività. Gli stessi

precedenti giurisprudenziali consentono poi di approfondire il momento più delicato di questi

accertamenti, ovvero l’accertamento del nesso eziologico: una prova della causalità potenzialmente

ostacolata da contributi addizionali, cumulativi e multifattoriali, che rappresentano la “punta

dell’iceberg” di un più ampio disallineamento tra diritto e scienza, come testimoniato dall’uso

dell’epidemiologia nel complesso e pericoloso confondersi tra causalità generale e individuale.

È invece affidata al quarto capitolo la questione, sempre più centrale, della responsabilità penale

degli enti ex D.lgs. n. 231/2001, alla luce dell’introduzione nell’ambito del c.d. catalogo dei reati-

presupposto dell’art. 25-undecies, relativo ai reati ambientali. Vengono esaminate le condizioni per

l’imputazione della persona giuridica, le criticità dei modelli organizzativi, il ruolo dell’Organismo

di Vigilanza e i problemi probatori relativi alla sussistenza del “vantaggio” o dell’“interesse”, nella

prassi giurisprudenziale spesso pericolosamente riscontrati ex post sulla base di un ragionamento

fondato sul “senno di poi”. La prospettiva si allarga, in seguito, alla natura collegiale delle decisioni

imprenditoriali e alla difficoltà di isolare una condotta individualmente imputabile, frequentemente

assorbita in un assetto organizzativo articolato, nel quale le scelte operat

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Scienze giuridiche IUS/17 Diritto penale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher piacenza00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale dell'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Centonze Francesco.
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