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DIPARTIMENTO DI FILOLOGIA CLASSICA E ITALIANISTICA

CORSO DI LAUREA MAGISTRALE IN

ITALIANISTICA, CULTURE LETTERARIE EUROPEE, SCIENZE LINGUISTICHE

IL DIALETTO DI OSIMO NEL ROMANCE

GRAMMATICALIZATION CLINE. UN’INDAGINE

TIPOLOGICA IN PROSPETTIVA DIACRONICA

Tesi di laurea magistrale in DIALETTOLOGIA

Relatore Presentata da

Prof. Emanuele Miola Matteo Travagliati

Correlatore

Prof. Nicola Grandi Sessione ottobre – novembre 2024

Anno Accademico 2023/2024 1

2

INTRODUZIONE

La variazione linguistica è un concetto relativamente complesso che, nel corso degli ultimi

decenni, è diventato oggetto d’indagine privilegiato di diverse branche delle scienze del

linguaggio. In maniera del tutto preliminare, possiamo definire fenomeni di variazione tutte

quelle manifestazioni di strategie linguistiche formalmente differenti che sono usate per

esprimere lo stesso contenuto o per svolgere la stessa funzione. Essa può presentarsi a diversi

1

livelli: si può parlare, infatti, di variazione interlinguistica e di variazione intralinguistica . La

prima ha come obiettivo l’analisi delle diversità, sul piano grammaticale (ma non

esclusivamente), delle diverse lingue del mondo ed è l’oggetto di studio della tipologia, o

linguistica tipologica, cioè la branca della linguistica che indaga gli aspetti comuni, prevedibili

2

e regolari che caratterizzano universalmente le lingue umane ; la seconda si occupa, invece, di

3

studiare i medesimi fenomeni di variazione ma all’interno delle diverse varietà di una stessa

lingua ed è l’ambito di indagine della sociolinguistica che, tipicamente, si occupa della

«correlation of dependent linguistic variables with independent social variables» (Chambers

2003: ix). In questa sede prescinderemo da una disamina esaustiva dei rapporti che intercorrono

4

tra le due discipline , dal momento che l’obiettivo principale del nostro lavoro è effettuare una

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particolare analisi tipologica di una precisa varietà dialettale e, quindi, coniugare i metodi, gli

strumenti e gli oggetti d’indagine della linguistica tipologica e quelli della dialettologia, ramo

della linguistica che si occupa dello studio dei dialetti. Le riflessioni avanzate finora in merito

ai legami che ci sono tra tipologia e sociolinguistica non devono, però, essere considerate fini

a sé stesse: devono, al contrario, essere utilizzate come base di partenza per comprendere e

contestualizzare l’argomento di cui trattiamo, proprio perché anche la dialettologia ha a che

fare con la diversità linguistica e, di conseguenza, con la variazione; se si volessero infatti,

molto sommariamente, evidenziare i punti di contatto tra l’una e l’altra disciplina si intuirebbe

facilmente che entrambe hanno come oggetto d’indagine la varietà. Prima di procedere, occorre,

Per denominare gli stessi fenomeni si può anche far riferimento, rispettivamente, alle etichette di variazione

1

orizzontale e verticale (Grandi 2020).

La linguistica tipologica «concerns itself with the study of structural differences and similarities between

2

languages» (Velupillai 2012: 15).

Non saranno trattate esaustivamente, in questa sede, le varietà situate sui quattro fondamentali assi di variazione

3

della lingua studiati dalla sociolinguistica: le varietà diatopiche, connesse alla differenziazione linguistica su base

geografica; le varietà diastratiche, connesse a fattori di differenziazione sociale; le varietà diafasiche, relative a

diversi fattori della situazione comunicativa; le varietà diamesiche, relative al mezzo attraverso il quale si

comunica (parlato o scritto).

A proposito della quale si rimanda, ad esempio, a Grandi & Mauri (2022: §4).

4 Di cui si parlerà ampiamente di seguito.

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però, fare qualche precisazione di carattere terminologico e capire che cosa si intenda quando

si parla di “lingua”, di “varietà” e di “dialetto”.

Con il termine “lingua” si tende, solitamente, a far riferimento a quel sistema di comunicazione,

articolato in vari sottosistemi, attraverso il quale i membri di una comunità si esprimono e

comunicano tra loro. Tuttavia, le definizioni, in base al punto di vista, possono essere diverse

ed infatti non è raro parlare della lingua anche come un insieme di varietà mutualmente

6

comprensibili . Un approccio simile sembra essere molto interessante, seppur non privo di

problemi, proprio perché considera la lingua non come un’entità monolitica e rigida ma come

una sorta di diasistema, in cui, per l’appunto, coesistono diverse varietà. Probabilmente, però,

potrebbe ancora non essere del tutto chiaro che cosa sia una varietà di lingua e, in ultima analisi,

che cosa sia un dialetto. Grassi et al. (1997: 161) affermano che «con il termine ‘varietà’ si

intende un insieme di forme linguistiche (lessicali, morfologiche, sintattiche, foniche, ecc.)

riconoscibile, e riconosciuto in quanto tale dai parlanti. Ogni lingua, o dialetto, del repertorio

può comprendere una o più varietà. Per fare un esempio: l’italiano usato nei trattati di medicina

è una varietà (cioè un insieme di forme caratteristiche, soprattutto lessicali) della lingua italiana;

e anche il dialetto parlato in una determinata località è una varietà linguistica». Seguendo gli

stessi presupposti teorici, Loporcaro (2013: 3) definisce, invece, il dialetto come «una varietà

linguistica non standardizzata, tendenzialmente ristretta all’uso orale entro una comunità locale

ed esclusa dagli impieghi formali ed istituzionali (scuola, amministrazione ecc.), propri invece

7

della lingua (intesa in senso storico)» . L’eco sociolinguistica di questa definizione è evidente,

in quanto, oltre al fatto di accostare il termine “dialetto” a quello di “varietà” (che, come

abbiamo ricordato sopra, è l’oggetto d’indagine privilegiato della sociolinguistica), si notano

importanti richiami a temi spiccatamente sociolinguistici: si parla infatti di “varietà bassa” e

non prestigiosa del repertorio linguistico di una comunità, subordinata ad una varietà alta, dotata

8

invece di maggior prestigio . Proprio a conferma di questa marcatezza sociolinguistica del

dialetto è utile riportare un’ulteriore definizione del termine, proposta da Tullio De Mauro nel

GRADIT s.v. dialetto; egli parla infatti del dialetto facendo riferimento ad un «sistema

linguistico usato in zone geograficamente limitate e in un ambito socialmente e culturalmente

ristretto, divenuto secondario rispetto a un altro sistema dominante e non utilizzato in ambito

Per un quadro più approfondito si veda Chambers & Trudgill (1998: §1).

6 Il corsivo è dell’autore.

7 Bisogna fare attenzione, però, a non enfatizzare eccessivamente questi tratti e a non incappare in un giudizio

8

erroneo che si potrebbe definire popolare, cioè tipico del parlante medio (su questo tema si veda anche Grassi et

al. 1997: §1.1.1.), e che fa dei dialetti forme corrotte, alterate e storicamente secondarie della lingua italiana.

Occorre, infatti, ricordare che i dialetti, essendosi sviluppati indipendentemente dal latino parlato nelle rispettive

zone, sono a tutti gli effetti lingue sorelle dell’italiano e quindi, come osserva Loporcaro (2013: 5), per designarli,

«è utile poter disporre [...] del termine varietà [...] facendo astrazione da considerazioni di prestigio, uso ed

estensione geografica» e rigettando tutte le ambiguità popolari sedimentate nel termine “dialetto”. 4

ufficiale o tecnico-scientifico». I dialetti italiani, opportunamente differenziati su base diatopica

9

(ma anche diastratica e diafasica), sono quindi varietà italoromanze indipendenti e, in quanto

tali, sono ampiamente diversi tra loro.

Lo scopo di questo lavoro è dunque ricercare ordine, per quanto possibile, all’interno di una

situazione così differenziata, attraverso l’analisi di un caso di studio specifico, relativo

all’indagine tipologica, condotta in prospettiva diacronica, di una precisa varietà sub-standard

italiana che introdurremo tra poco. A questo punto appaiono più chiare le riflessioni da cui

siamo partiti: sulla scorta delle considerazioni relative ai rapporti che intercorrono tra tipologia

e sociolinguistica, si è dimostrato che anche la dialettologia lavora con la diversità e con la

variazione, dal momento che si occupa di lingue (perché, a prescindere dalle questioni

10

terminologiche, i dialetti sono lingue vere e proprie ) che mostrano profonde differenze

fonologiche, morfologiche, sintattiche e lessicali. Un’indagine tipologica di una o più varietà

dialettali è quindi un lavoro interessante da portare avanti e ci auguriamo che questo nostro

contributo sia da stimolo anche per eventuali ricerche future.

Venendo ora, più nello specifico, a quanto tratteremo all’interno del nostro studio, si è detto

che il perno attorno al quale gravita l’analisi è rappresentato da una particolare indagine

tipologica di una precisa varietà dialettale. Tale varietà è relativa al dialetto di Osimo, cittadina

di circa trentacinquemila abitanti della provincia di Ancona che, dal punto di vista linguistico,

risulta estremamente interessante in quanto si trova, all’incirca, sul confine che separa l’Italia

settentrionale da quella centro-meridionale e presenta dunque una serie di tratti che si possono

definire misti. Grillantini (1966: 62), infatti, dimostra che Osimo si trova «proprio sul crinale

di due versanti glottologici», ovvero quello galloitalico, che lui chiama “romagnolo”, e quello

centro-meridionale, che definisce invece “abruzzese”. La situazione linguistica del continuum

osimano è complicata, inoltre, dalla presenza di molte caratteristiche morfo-fonologiche

comuni al romanesco, ravvisabili man mano che si procede geograficamente verso l’interno.

Ma di queste ed altre questioni si parlerà dettagliatamente nel primo dei due capitoli di questo

lavoro. Tuttavia, invitiamo fin da subito a prestare un’attenzione particolare all’affermazione

di Grillantini, perché rappresenterà il motore di tutta la nostra ricerca. L’indagine tipologica

che presenteremo, infatti, nasce proprio dall’esigenza di far chiarezza su una simile questione,

apparentemente così ambigua ed enigmatica.

Non discuteremo qui del significato di questo termine, per certi versi problematico e controverso. Per un

9

approfondimento si rimanda, ad esempio, a Regis (2020).

È interessante notare che vi è un’importante differenza di accezione tra quello che noi italiani intendiamo con il

10

termine “dialetto” e quello che invece intendono all’estero, ed in particolare nel mondo anglosassone, con il

termine “dialect” (Cravens 2022). 5

Come anticipato, il lavoro si articolerà in due ampi capitoli. Dapprima, nel capitolo 1, verrà

presentato il profilo linguistico del dialetto di Osimo: si inizierà con una descrizione, di carattere

generale ma fondamentale per comprendere la struttura del dialetto in questione, delle

caratteristiche della cosiddetta area “perimediana”, comprendente «l’Anconetano, il Perugino

con l’Umbria nord-occidentale e il Lazio ad ovest del Tevere» (Loporcaro 2013: 143), che

risulterà indispensabile per contestualizzare e collocare il dialetto osimano nel continuum

marchigiano (§1.2.); si passeranno poi in rassegna, anche se in modo non completamente

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esaustivo , i principali tratti fonologici, morfologici e sintattici del dialetto di Osimo (§1.3.) e

si concluderà, infine, riprendendo delle considerazioni generali riguardanti la questione

lingua/dialetto e misurando la distanza strutturale che intercorre tra l’osimano e l’italiano neo-

standard (§1.4.). Quest’ultima operazione, che sarà condotta seguendo sostanzialmente le linee

guida proposte da Bossong (2008) e che fungerà da collegamento con il capitolo successivo,

risulterà essere molto importante ai fini del nostro lavoro poiché, prima di addentrarci in

un’indagine tipologica di una varietà dialettale e confrontare quest’ultima prima con alcune

varietà sub-standard della Penisola e poi, marginalmente, anche con altre lingue romanze, è

fondamentale capire quanto la suddetta varietà sia distante (o “esotica”) rispetto alla sua sorella

maggiore, che è appunto la lingua italiana.

Successivamente, nel capitolo 2, si entrerà nel vivo del lavoro e dell’analisi tipologica.

Ricordiamo che un’indagine tipologica, a prescindere dal fatto che si tratti di un’indagine che

coinvolga lingue del mondo distanti nello spazio e nel tempo o diverse varietà di una stessa

lingua, deve in primo luogo procedere individuando una prospettiva di analisi, cioè un punto di

osservazione da cui affrontare la diversità, scegliendo uno o più parametri, o domini, rispetto

ai quali confrontare tra loro le lingue. In altre parole, si osserva il variare delle lingue rispetto

ad un concetto, un fenomeno (individuato in modo indipendente dalle lingue stesse), che in

letteratura prende il nome di “tertium comparationis”. I “tertia comparationis” da noi individuati

sono tre e riguardano i domini sia della morfologia verbale sia di quella nominale. In particolare,

si parlerà dei tempi del passato e del tratto relativo alla presenza/assenza del passato remoto

(§2.3.), dell’impiego del modo congiuntivo nelle proposizioni subordinate (§2.4.) e del

sottosistema degli aggettivi dimostrativi (§2.5.). Tutti questi specifici sottodomini morfologici

saranno prima indagati dal punto di vista diacronico in relazione al dialetto di Osimo e poi

confrontati con i dati relativi ad altre due varietà dialettali italiane: il napoletano e il milanese.

Occorre specificare che tali varietà non sono casuali. Sono, infatti, state scelte proprio perché

rappresentative di due importanti macro-aree in cui è suddivisa l’Italia dialettale, vale a dire

Per un quadro completo si rimanda a Niccoli (1938) e a Cintioli (2015).

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l’area meridionale continentale e l’area galloitalica, che, come suggerisce Grillantini, sono

quelle aree che ad Osimo sembrano quasi entrare in contatto. I risultati ottenuti saranno quindi

utilizzati, innanzitutto, per collocare il dialetto osimano all’interno del cosiddetto “Romance

Grammaticalization Cline”, quadro di lavoro molto interessante sviluppatosi negli ultimi

decenni che verrà adeguatamente descritto in §2.2.. Tale operazione, che verrà condotta unendo

le prospettive di analisi della tipologia e della diacronia, sarà fondamentale per capire poi

quanto il dialetto osimano, lungo, appunto, il Romance Grammaticalization Cline, risulti

distante dall’una e dall’altra varietà.

In ultima analisi, per confermare i risultati a cui giungeremo nel corso dell’indagine e per

dimostrare effettivamente quale delle due aree linguistiche, se quella galloitalica o quella

meridionale, abbia maggiormente influenzato il dialetto di Osimo, proporremo anche un

ulteriore metodo di confronto, di stampo prettamente sincronico. In §2.6., compareremo infatti,

dal punto di vista strutturale, prima osimano e milanese e poi osimano e napoletano, impiegando

nuovamente i tredici tratti di Bossong (2008).

Il lavoro, infine, terminerà con un breve capitolo dedicato alle conclusioni finali, all’interno del

quale si interpreteranno criticamente i risultati a cui saremo pervenuti e si arriverà finalmente a

fare chiarezza su quell’enigmatica affermazione di Grillantini che tanto ha mosso il nostro

interesse, relativa al carattere ibrido e misto del dialetto di Osimo. 7

CAPITOLO 1

STRUTTURA DEL DIALETTO OSIMANO E RAPPORTI CON

L’ITALIANO NEO-STANDARD

Il seguente capitolo svolge una funzione introduttiva. Si presenterà il dialetto di Osimo nella

sua globalità, facendo prima dei riferimenti al quadro dialettologico regionale in cui tale varietà

è immersa e passando poi a descriverne la struttura vera e propria. Dapprima, però, sarà utile

fare chiarezza sulla questione, da sempre molto scottante fra gli stessi marchigiani, relativa alla

definizione storica e geografica della regione Marche, così da comprendere a pieno la variegata

situazione linguistica che abbraccia la città di Osimo. Il capitolo si aprirà, dunque, in via del

tutto preliminare, con un rapido excursus riguardante proprio la storia delle Marche, all’interno

del quale si faranno anche considerazioni relative al panorama linguistico regionale (§1.1.); si

affronterà, successivamente, il problema della collocazione del dialetto osimano nel continuum

marchigiano, descrivendo prima le caratteristiche di un’area linguistica molto importante per

tutta l’Italia centrale, nota come area “perimediana”, e poi le principali aree dialettologiche

delle Marche (§1.2.); a questo punto si parlerà dei fenomeni fonologici, morfologici e sintattici

che contraddistinguono il dialetto di Osimo (§1.3.) ed infine il capitolo si chiuderà con un

paragrafo dedicato ai rapporti che legano dialetto osimano e lingua italiana neo-standard,

facendo particolare attenzione alla distanza strutturale che intercorre tra l’uno e l’altra (§1.4.).

1.1. Definizione storica, geografica e linguistica delle Marche

Proporre una definizione geografica, storica e linguistica della regione Marche genera da

decenni non poche difficoltà. Se si chiedesse, infatti, ad un anconetano di parlare del territorio

e degli abitanti delle province, ad esempi

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MatteoTravagliati99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Dialettologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Bajo Emanuele.
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