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Comunicazione Radiofonica, Economia e marketing

Tesi dal titolo Comunicazione radiofonica. Aspetti emotivi. per la cattedra del professor Cardinali. Argomenti trattati: la storia della radio, radio e TV di fronte ad internet, il mercato radiofonico, i linguaggi radiofonici, l'ascolto radiofonico come pratica sociale e l'interpretazione del messaggio, fare radio, radio e pubblico giovanile.

Materia di Economia e marketing dei media audiovisivi relatore Prof. S. Cardinali

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All’interno del mercato radiofonico possiamo distinguere tra:

- radio nazionali, ovvero quelle emittenti che trasmettono un unico programma su

tutto il territorio nazionale ed hanno il divieto di trasmettere pubblicità locale che possono

differenziare il programma per aree territoriali;

radio locali, ovvero quelle emittenti che possono coprire un’area che comprenda

-

fino a 15 milioni di abitanti, anche non contigua di territorio;

- syndacation o circuito collegato, ovvero quelle emittenti che non hanno antenne e

frequenze proprie in tutta Italia, ma che si possono ascoltare in diverse regioni grazie

all’appoggio delle affiliate locali che trasmettono i loro programmi.

Un’altra fondamentale classificazione è quella tra radio commerciali e radio comunitarie.

Per radio commerciali si intendono quelle radio che possono trasmettere pubblicità fino

al 25% dell’orario giornaliero, mentre per radio comunitarie si intendono quelle radio che

hanno un oggetto sociale definito, di carattere politico o religioso ad esempio, che possono

finanziarsi con pubblicità trasmettibile fino al 10% dell’orario giornaliero, e dedicare

almeno il 50% della programmazione all’oggetto sociale della radio.

L’ultima legge importante è la Legge 112 del 2004, la cosiddetta “Legge Gasparri”, che

e ha permesso l’assegnazione delle frequenze digitali.

ha introdotto il digitale radiofonico

Tale innovazione, la cui introduzione procede molto lentamente per problemi legati

soprattutto ai costi, permetterà di moltiplicare i programmi radiofonici, di eliminare le

attuali interferenze, di avere per una data stazione un’unica frequenza su tutto il territorio

nazionale e di poter fruire di altri contenuti mentre si ascolta la radio, come testi, foto,

dati, filmati e servizi interattivi. 12

II. I LINGUAGGI RADIOFONICI

La radio è il primo strumento di comunicazione che non ha bisogno di alcun tipo di

supporto né di connessione materiale: la sua natura è quella di una comunicazione sonora

totalmente immateriale, che raggiunge in tempo reale il suo ascoltatore.

La radio è stata recentemente investita da processi tipici della modernità che ci fanno

quasi dimenticare che ha più di un secolo di vita: la miniaturizzazione, la mobilità, la

flessibilità, una stretta vicinanza al singolo utilizzatore che ne fa un medium personale e

non collettivo o familiare. Una tendenza molto simile ha interessato anche il telefono (da

medium fisso a mobile, da familiare a personale, da voluminoso a portatile), che

suggerisce il definitivo passaggio dei due mezzi dall’uso formale e ufficiale a uno

personale e intimo. In questo senso si può definire la radio il primo dei nuovi media.

Un luogo comune afferma che nella comunicazione riprodotta la forma perfetta è quella

audiovisiva, poiché è la più simile all’interazione diretta fra le persone. Di fronte a questa

“perfezione audiovisiva” i mezzi che non dispongono del binomio audio-video appaiono

come incompleti e la radio ci appare come un mezzo inferiore, o la fase primitiva di mezzi

più complessi, come la TV, destinati a sostituirla. La vitalità della radio, però, è proprio

nella sua aderenza alle speciali caratteristiche del suono e della voce. La sensazione

sonora è correlata alla sfera emotiva, evocativa, simbolica, e ci richiede di immaginare

ciò che solo suggerisce. Ad ogni parola o motivo musicale abbiniamo mentalmente

l’immagine che non vediamo, e ciascuno di noi ricostruisce un’immagine

diversa proiettando i suoi sentimenti e i suoi ricordi.

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Per questo suo carattere confidenziale il rapporto degli ascoltatori con la loro emittente

radiofonica è assai diverso da quello che intrattengono con la televisione, contraddistinto

da una fidelizzazione più intensa. Proprio per questo la comunicazione radiofonica

mantiene una forte impronta di comunicazione personale, one to one, e non massificata:

essa può dare spazio anche a formati assai specializzati che perseguono nicchie di

pubblico particolari. di possedere un’illimitata libertà di

La caratteristica principale della radio è quella

espressione anche se in misura minore rispetto al cinema e alla televisione; anche se con

una certa difficoltà è possibile rappresentare stati d’animo, spetterà poi ai soggetti

recettori esercitare la libertà d’interpretazione. Sotto questo profilo il linguaggio

radiofonico si avvicina di più al linguaggio letterario piuttosto che a quello filmico o

televisivo. A chi ascolta è lasciato un largo margine di fantasia e di interpretazione. Ciò

implica, d’altro canto, una maggiore partecipazione attiva del radioascoltatore, per la

messa in moto dei processi interiori.

I caratteri principali del linguaggio radiofonico sono:

l’unicità della sensazione auditiva, che favorisce i processi di attività fantastica ed

- emotiva;

l’immediatezza, ossia la capacità di percepire direttamente concetti e idee che

- attengono al mondo psicologico o dello spirito;

- la simultaneità, che consente la percezione del messaggio in contemporanea da parte

di un gran numero di persone; 14

l’essenzialità, cioè la necessità di evitare qualunque ridondanza letteraria o stilistica;

- l’irripetibilità, una pesante limitazione della comunicazione radiofonica;

-

- la relatività, in quanto i significati delle parole sono relativi alle conoscenze di

ciascuno.

Nella formazione del linguaggio radiofonico distinguiamo il momento creativo e il

momento espressivo.

Il momento creativo indica l’ideazione e la preparazione del testo.

Nella fase ideativa la scelta degli argomenti non può prescindere dal mezzo espressivo.

Anche se è possibile trattare per radio ogni tipo di argomenti, chi si propone di attuare

un programma radiofonico dovrà aver cura di orientare le sue scelte su quei temi che

possono suscitare risonanze profonde. Chi scrive per la radio deve far finta di essere

come uno dei tanti radioascoltatori.

Al linguaggio radiofonico mancano i segnali mimici, ossia quei segnali non linguistici

come l’espressione del viso, i gesti, gli atteggiamenti che sono invece sfruttati nel

linguaggio filmico e in quello televisivo. Ne consegue che chi scrive per la radio deve

supplire in qualche modo a queste mancanze con opportune integrazioni testuali, le quali,

attraverso il solo processo auditivo, siano in grado di ricreare le situazioni volute.

Il momento espressivo, invece, è quello nel quale il programma è generato e potrà essere

contestualmente trasmesso oppure registrato per una trasmissione differita.

Per quanto riguarda le voci esistono due diverse scuole di pensiero: quella che predilige

lettori professionisti, come Radio Vaticana, e quella ormai affermatasi da anni di

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lasciare la più ampia libertà alle voci di chiunque, anche non professionista della

dizione.

Il momento espressivo è caratterizzato da un sapiente gioco di tre elementi fondamentali

quali voci, suoni e rumori, che costituiscono la regia del programma e che imprimono a

quest’ultimo un proprio ritmo e un proprio stile.

II.1 L’ascolto radiofonico come pratica sociale

La radio appare sempre come un segnale dell’attualità, una testimonianza della società.

Per questo l’ascolto, anche nella forma più privata, è sempre un’esperienza sociale che

risponde a molteplici esigenze, soprattutto connettive, partecipative e identitarie.

Le funzioni connettive sono ampiamente presenti nell’utilizzo della radio: quando

svolgiamo un’attività, nel lavoro come nel tempo libero, spesso proviamo il desiderio di

essere accompagnati da suoni e voci che ci danno l’idea di non essere isolati, ma di essere

connessi ad altre persone.

La radio ci fornisce, inoltre, parte delle informazioni che ci servono per affrontare la vita

sociale e svolge in questo senso funzioni partecipative. Si tratta di informazioni di cronaca

e istituzionali, aggiornamenti, avvisi, previsioni metereologiche, bollettini sul traffico e

sulla navigazione, dati di borsa, conversazioni e narrazioni nelle quali sono contenuti

esempi e dati utili alla partecipazione e all’inclusione sociale. Questo complesso di

informazioni ci richiama la presenza costante di una sfera pubblica che frequentiamo

saltuariamente, immersi come siamo nei nostri interessi e problemi privati.

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È assimilabile a questa funzione partecipativa l’abitudine, molto diffusa, di tenere una

postazioni di lavoro, comunicando a chi entra un’appartenenza

radio accesa in molte

attiva ai ritmi sociali.

Infine, in un ambiente sociale segnato sempre più dalle differenze, viene spesso richiesto

alla radio di esercitare una funzione identitaria. Le persone conformano i loro stili di vita

sulle base di nicchie e tribù che richiedono continui aggiornamenti e la non c’è nulla di

meglio della radio perché possano riconoscersi nell’identità che hanno scelto e apportare

impercettibili e continue modifiche alle proprie scelte culturali e di consumo. La radio dà

la sensazione di partecipare a qualcosa e di far parte di una comunità.

L’uso della radio musicale nei centri commerciali, nei grandi magazzini, nei negozi di

abbigliamento rivolti ai giovani non è soltanto una colonna sonora: vuole alludere in modo

complice e per fini promozionali ad una comune appartenenza. Nella funzione identitaria

della radio giocano un ruolo particolare le nicchie musicali molto caratterizzate, i dialetti,

le appartenenze etniche, culturali, politiche, religiose: Marshall

McLuhan, definendo la radio “tamburo tribale”, voleva sottolineare la sua capacità di

essere uno strumento per tenere insieme una comunità ma anche richiamare il ritmo che

il suono del tamburo introduce nella vita della tribù.

Naturalmente le osservazioni precedenti si riferiscono soprattutto alle radio nelle società

occidentali. Vi sono nel mondo continenti, come l’Africa, in cui la radio è ancora il primo

medium o, come in America Latina, dove i media sono fortemente controllati dai governi

e dai gruppi dominanti, in cui la radio, per la sua leggerezza e relativa economicità e per

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la possibilità di essere ascoltata privatamente, quasi di nascosto, si presta particolarmente

a una comunicazione comunitaria e antagonista.

II.2 L’interpretazione del messaggio

Il punto focale del processo di comunicazione è la comprensibilità. Con il termine

comprensibilità si è soliti indicare la capacità da parte dei soggetti recettori di interpretare

correttamente i messaggi del soggetto promotore, laddove il codice linguistico sia

univoco. In altre parole la comprensibilità risulterà massima solo se promotore e recettori

avranno adottato lo stesso codice linguistico.

È stato effettuato un test su parole usate in materia d’economia su casalinghe con

istruzione non superiore alle elementari che hanno dato solo il 5,2% di risposte esatte; lo

stesso test è stato poi effettuato su operai di Milano con licenza di Scuola media inferiore

e su impiegati romani con licenza di Scuola superiore o laurea, e questi hanno dato

rispettivamente il 6,6% e il 15% di risposte esatte.

Giorgio Bocca su “La Repubblica” affrontava il problema del distacco tra lavoratori e

Sindacato riferendo di un’indagine dell’Università di Torino su tre parole usate spesso dai

sindacalisti (precisamente plafonamento, quiescenza e parametrazione): un questionario

distribuito a mille operai della FIAT rivelò che il 98% di loro non sapeva che cosa

significano, come dire che la quasi totalità degli operai non sa cosa prevede il contratto

per cui sciopera.

Questo sta ad indicare che esiste un notevole squilibrio tra i codici di coloro che parlano

e quelli di coloro che ascoltano e per questo è necessario che coloro che parlano attuino

dei processi di semplificazione del loro linguaggio.

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Nella comunicazione radiofonica, come in quella televisiva, la comprensibilità può venire

meno anche per cause tecniche (ad esempio per colpa di interferenze di altre stazioni)

oppure a causa della riduzione del livello di attenzione.

Può accadere che il messaggio non venga correttamente interpretato, o addirittura non

venga interpretato affatto, perché il soggetto recettore rifiuta la notizia se questa è

contrastante con le sue idee o convinzioni. Tinacci Mannelli, sociologo pioniere degli

studi sui mass media e primo titolare di una cattedra universitaria italiana di teoria e

tecnica di comunicazioni di massa, a tal riguardo osserva che se il rifiuto non è totale, si

possono verificare due tipi di distorsione: il soggetto recettore sceglie del messaggio

sgradito solo quei punti che concordano con le sue opinioni preesistenti, prescindendo dal

suo contesto, oppure seleziona in esso quella parte che pensa di poter rifiutare più

agevolmente.

Secondo il sociologo Kappler l’ascoltatore è portato a prestare maggiore attenzione alle

notizie che riflettono le sue opinioni e meno attenzione alle altre.

Le regole fondamentali per trasmettere un messaggio efficace in radio sono:

- il testo al primo posto, ossia il messaggio radiofonico si presta ad essere raccontato e

spiegato e proprio perché crea un’immagine la parola con tutti i suoi riferimenti diventa

importante;

l’ascoltatore deve partecipare, si deve sentire complice, e lo speaker

- deve rappresentare

una forza interattiva e non nozionistica; 19

- evitare le liste, in quanto in radio tutto deve poter essere memorizzato nel breve tempo

disponibile;

- rendere il radio messaggio unico, riconoscibile, e ciò significa anche renderlo redditizio;

- non spezzare il feeling, infatti il messaggio radiofonico dovrebbe essere sempre

accompagnato da uno studio sulla sua collocazione nella programmazione poiché anche

i temi trattati e la musica programmata aiutano ad identificare una marca, a promuovere

una campagna, a caratterizzare un posizionamento e a colpire un preciso pubblico;

usare tutti gli stimoli uditivi perché occorre colpire l’ascoltatore con un flusso di suoni

- e parole;

- non abusare del registro comico, in quanto scrivere testi è un lavoro di alta

professionalità, soprattutto per quanto riguarda i messaggi pubblicitari che potrebbero

risultare non solo noiosi ma anche fastidiosi e far scattare nel consumatore il rifiuto del

prodotto.

In radio, quindi, occorre realizzare messaggi capaci di entrare nei palinsesti senza creare

punti di rottura, e campagne che colpiscano l’ascoltatore con un linguaggio evocativo ed

incisivo. 20

III. FARE RADIO

“Fare radio” comprende sostanzialmente quattro concetti:

- predisporre e assemblare dei contenuti da trasmettere a seconda del formato e della

tipologia dell’emittente;

- mettere in onda questi contenuti, trasmettendoli via etere in analogico, o secondo

standard digitali, o via satellite, o via cavo, o, infine, su Internet;

- ricercare la risposta del pubblico predisponendo forme di interazione via telefono,

fax, posta elettronica, sms;

- promuovere la radio attraverso altri mezzi per realizzare contenuti

multipiattaforma (che possono cioè circolare su vari mezzi) e per intrecciare la

trasmissione con eventi dal vivo attraverso la formidabile arma della radiocronaca.

III.1 Andare in onda

Formalmente la frequenza è un bene pubblico inalienabile che è oggetto di concessione

alla singola emittente e quindi non potrebbe essere venduta: in realtà, però, è sufficiente

che una società ceda ad un’altra il ramo d’azienda che ha la concessione radiofonica.

Il problema è un altro ed è rappresentato dall’elevato costo. Le radio nazionali, per

affermarsi in tutte le città italiane, hanno dovuto fare un sostanzioso shopping di

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frequenze e ora i prezzi sono molto elevati: trasmettere su un adeguato set di frequenze in

una città come Roma o Milano può costare fino a un milione e mezzo di euro. Inoltre una

occorre proteggere il segnale acquistando frequenze vicine (“di

sola frequenza non basta:

copertura”) e altre (“di appoggio”) per i coni d’ombra generati da ostacoli come alti

edifici o colline.

I segnali radio devono cambiare, sul territorio, varie frequenze. Di qui la difficoltà,

spostandosi in automobile, di seguire lo stesso programma: dopo un po’ il segnale si

indebolisce, si sentono frammenti di qualche altra radio che interferisce e poi non si sente

più niente. L’RDS (Radio Data System) su autoradio predisposte permette di

memorizzare le varie frequenze delle stazioni prescelte, in modo da sintonizzarsi in ogni

momento sulla frequenza migliore fra quelle assegnate a una determinata stazione. La

RAI, su molti dei tratti serviti dalla società Autostrade, ha realizzato un servizio per gli

automobilisti collegati sulla frequenza fissa 103.3, con impianti molto complessi e

costosi. Poi c’è una radio, RTL, che è quasi ovunque associata alla frequenza 102.5, ma

a costo di essere presente solo in determinate zone senza continuità.

La trasmissione radiofonica sta inoltre compiendo il suo passaggio al digitale. Il primo

standard di trasmissione digitale è stato il DAB (Digital Audio Broadcasting), il sistema

di radiodiffusione digitale che permette la trasmissione sonora di programmi radiofonici

con qualità paragonabile a quella di un compact disk e che permette di mantenere la

modulazione costante sul territorio, quindi di non dover cambiare frequenza. È possibile

così trasmettere, oltre alla musica e al parlato, dati di vario tipo: notizie e quotazioni di

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borsa durante il giornale radio, informazioni sul traffico, la foto di un cantante o la

copertina del disco mentre sta suonando, oppure i testi di una canzone.

III.2 Programmi radiofonici

Le tipologie di programmi radiofonici più diffuse sono: i programmi di informazione

radiofonica, gli sceneggiati e i programmi di prosa, i dibattiti, le interviste e i programmi

musicali.

I programmi di informazione radiofonica, come giornali radio o programmi di

approfondimento, debbono sottostare ad alcune regole fondamentali che Antonio Piccone

Stella, direttore del Giornale Radio dal 1947 al 1965, così enunciava: “bisogna tener conto

che il lettore dei giornali stampati può saltare le notizie che non lo attraggono, mentre

l’ascoltatore della radio è costretto ad ascoltarle tutte di fila per non perdere quelle che lo

interessano”.

È proprio per questo motivo che le notizie debbono essere trasmesse con chiarezza,

sobrietà e incisività. Il testo deve essere privato di parole inutili e deve evitare troppi

incisi, digressioni, aggettivi superflui e superlativi; deve invece essere semplice, conciso,

che l’ascoltatore, al contrario del lettore,

preciso e penetrante, poiché occorre ricordarsi

non può tornare indietro e rileggere quello che non ha capito.

In una corretta informazione radiotelevisiva, inoltre, il soggetto deve essere ripetuto ad

ogni inizio di frase, in quanto occorre non solo avere riguardo degli ascoltatori che si sono

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messi in ascolto quando il testo era già in lettura, ma anche di quelli ai quali il soggetto,

per una qualsiasi ragione, può essere sfuggito.

Vi sono naturalmente molte altre regole che interessano soprattutto i giornalisti, come

ridurre per quanto possibile i sostantivi che terminano in zione, gli avverbi in mente, i

suffissi in ismo e in istico che per radio risultano cacofonici, oppure sostituire una parola

poco usata con una comune (non dire obsoleto ma superato, sorpassato), oppure infine

fare attenzione a quelle parole che all’ascolto possono avere diverse interpretazioni e

l’enorme

quindi evitare di collocarle nello stesso periodo (ad esempio e le norme).

Bisognerebbe anche limitare l’uso di parole straniere laddove esista un corrispondente

termine italiano, o quando il termine straniero non sia ancora entrato nell’uso corrente (è

inutile parlare di welfare se poi solo il 4% degli ascoltatori è in grado di conoscerne il

significato).

Attualmente l’ascolto della radio avviene mentre si svolgono altre attività, come la guida

di un veicolo o l’esecuzione di lavori domestici, perciò il livello di attenzione non è molto

elevato. Di questo debbono tener conto i programmisti nel saper condensare i programmi

culturali in tempi estremamente brevi e realizzati possibilmente sotto forma di dialoghi,

in modo da utilizzare più di una voce.

Gli sceneggiati e i programmi di prosa, invece, sono sempre registrati e sottoposti a un

lavoro di editing nel corso del quale vengono inserite musiche e rumori e vengono

effettuate tutte le operazioni di montaggio. Spesso anche altre tipologie di programmi

radiofonici vengono sottoposti a questo tipo di operazione, come le trasmissioni di

approfondimento dell’informazione e le trasmissioni culturali.

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I dibattiti sono una delle forme più classiche della radiofonia e della televisione, dove

vengono più spesso chiamati talk show. Dibattere un tema può apparire facile, ma nella

realtà implica un impegno organizzativo notevole: occorre effettuare la scelta di un tema

che sia di attualità e scegliere di conseguenza i partecipanti tra persone competenti a

trattarlo.

Il personaggio chiave del dibattito è il moderatore che deve possedere forte personalità

per condurre la discussione in termini comprensibili, evitando che i partecipanti parlino

contemporaneamente dandosi sulla voce, ripetendo con parole più semplici quelle tesi

spesso espresse dai partecipanti in forma involuta e con l’uso di termini difficili, ma

soprattutto evitando che i partecipanti vadano fuori tema. Il moderatore, inoltre, non

dovrebbe mai esprimere le proprie opinioni ma dovrebbe, al contrario, riuscire a

mantenere una posizione neutrale e riassumere frequentemente le varie posizioni in modo

da giungere a una conclusione nei tempi stabiliti.

Anche l’intervista è una tra le forme più usate sia nelle trasmissioni culturali sia in quelle

di informazione, per dare con tempestività il quadro di un una determinata situazione

l’intervista può riguardare una sola

attraverso le risposte di più persone. In altri casi

persona, la quale nel momento contingente è al centro dell’attenzione della pubblica

opinione, come un politico che ha presentato una proposta di legge, un personaggio dello

spettacolo che ha vinto un premio o un campione sportivo.

L’intervista deve essere condotta con un continuo scambio di domande e risposte, e

risulterà interessante solo se il giornalista saprà fare bene il suo mestiere, evitando che si

trasformi in un monologo e nello stesso tempo non interrompendo nei punti salienti, col

rischio di far perdere all’intervistato il filo del discorso.

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L’intervista si definisce quando l’intervistato non è a conoscenza delle

aperta (o libera)

domande dell’intervistatore; chiusa nel caso opposto.

La maggior parte della produzione radiofonica, comunque, è costituita da programmi

musicali. “La radio ha messo a disposizione di milioni di persone un repertorio musicale

che un tempo era patrimonio di poche classi elette”, osserva Umberto Eco. In effetti prima

dell’invenzione della radio solo le classi sociali più agiate potevano permettersi di

frequentare i teatri nei quali venivano rappresentate le opere liriche e i concerti di musica

sinfonica. Possiamo affermare perciò che la radio e recentemente anche la televisione

hanno effettuato una vera e propria democratizzazione della musica, permettendo anche

alle classi medie e popolari di accedere alla cultura musicale dalla quale erano escluse.

Inoltre, se consideriamo il campo della musica leggera, la radio è ancora oggi considerata

tra i principali strumenti per la conoscenza delle novità e rappresenta uno dei veicoli più

importanti per la pubblicità delle novità discografiche.

Un’ulteriore importante novità in ambito di trasmissioni radiofoniche è rappresentata

dall’intervento telefonico. Nel gennaio del 1969, la fortunata trasmissione “Chiamate

Roma 3131”, condotta da Franco Moccagatta, dette l’avvio a un nuovo modo di “fare la

radio”. Gli ascoltatori chiamavano al telefono i conduttori della trasmissione ponendo

domande o esponendo i propri desideri o problemi e lo studio si collegava con una serie

di esperti come psicologi, sociologi o medici, che rispondevano alle loro domande.

Da allora il telefono è diventato per l’ascoltatore lo strumento per intervenire nelle

trasmissioni più varie, dai quiz alla rassegna stampa del mattino. La formula si è

dimostrata vincente ed è attualmente utilizzata anche in numerose trasmissioni televisive.

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Se ci siamo procurati una frequenza su cui trasmettere possiamo affrontare la produzione

dei contenuti, ossia i programmi da trasmettere.

I contenuti possono essere prodotti appositamente per la radio o provenire da eventi

esterni, possono essere predisposti prima, registrati e poi messi in onda, oppure essere

prodotti nello stesso momento in cui sono mandati in onda: quest’ultimo è il caso della

trasmissione in diretta, con tutto il suo fascino e i suoi rischi, in considerazione del fatto

che sia impossibile effettuare un controllo preventivo di ciò che viene trasmesso.

In radio, anche rispetto alla televisione, la proporzione di trasmissioni in diretta sul totale

è straordinariamente alta a causa della semplicità produttiva e del suo costo contenuto. La

componente di programmazione radiofonica che da sempre è registrata, invece, è la

musica.

All’inizio della radiofonia privata, sorvolando sui diritti d’autore, con una semplice

collezione di 45 giri e LP si poteva mettere su un’emittente. Oggi, naturalmente, la

situazione è più complessa: anche le emittenti private pagano i diritti d’autore; spesso

arricchire la programmazione con una musica dal vivo è molto più coinvolgente che

mandare i soliti dischi; la RAI ha obblighi culturali di servizio pubblico che le richiedono

di registrare o mandare in onda particolari avvenimenti artistici.

Tuttavia, in generale, è possibile affermare che in radiofonia tutta la musica tende ad

essere registrata e tutto il parlato tende ad essere in diretta.

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Kleos

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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kleos di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia e marketing dei media audiovisivi e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico delle Marche - Univpm o del prof Cardinali Silvio.

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