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Università degli studi di Perugia

Dipartimento di Lettere Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne

Corso di Laurea in Lingue e Culture Straniere

Tesi di laurea

Comunicazione con soggetti anziani e Baby Talk

Laureando Relatore

Elisa Butteri Chiar.mo Prof. Franco Lorenzi

Anno Accademico 2018/2019

Indice

  • Introduzione 1
  • 1 Baby Talk 2
  • 1 Motherese 3
  • 2 Valore sociale del Children Directed Speech 5
  • 3 SAT 7
  • 4 Patronizing Talk 11
  • 2 Elder Speak italiano 14
  • 1 Metodo 14
  • 2 Analisi dei dati 15
  • 3 Risultati 16
  • 4 Conversazioni generali 18
  • 5 Scherzi 22
  • 6 Animazione 24
  • Conclusioni 26
  • Summary 28
  • Bibliografia e Sitografia 30
  • Ringraziamenti

“Magna fuit quondam capitis reverentia cani”

Un tempo era grande il rispetto per una testa ricoperta di capelli bianchi

Ovidio, Fasti Liber V, v. 571

Introduzione

Il presente lavoro, che si situa nella branca della Sociolinguistica, ha come obiettivo quello di dimostrare come spesso, la comunicazione nei confronti degli adulti anziani, sia caratterizzata da elementi di baby talk.

Come delineato nel primo paragrafo, esso è un particolare linguaggio, chiamato anche “bambinesco”, generalmente impiegato quasi in modo istintivo dagli adulti coi bambini in tenera età. Esso è contraddistinto da elementi sintattici, morfologici, fonologici, prosodici e lessicali, che si accomunano per la semplicità e la brevità, al fine di rendere il discorso il più possibile accessibile alle facoltà intellettive del bambino. Dopo un primo approccio ai vari studi effettuati in materia, i quali prendono in esame soltanto parlanti molto giovani, il presente elaborato si interfaccia poi sull'impiego del suddetto nei confronti degli anziani, e alle conseguenze che esso, soprattutto nel tempo, implica per il soggetto. Infatti, le circostanze in cui il linguaggio bambinesco viene impiegato anche con gli anziani, è spesse volte accompagnato dalla concezione stereotipata ed erronea dell’ <elderly>: una persona lenta, con difficoltà cognitive e fisiche, incapace di comprendere appieno discorsi grammaticalmente e lessicalmente elaborati.

A conferma di ciò, il secondo paragrafo espone un mio personale studio a riguardo, con il coinvolgimento dell'A.S.P. Muzi Betti, una casa di cura situata a Città di Castello (PG). All'interno di questa struttura ho condotto, per la durata di 4 mesi, delle registrazioni, che testimoniassero le interazioni tra operatori socio-sanitari e anziani, ospiti in quell'edificio. Dal Marzo al Giugno 2019, 4 operatori, 1 animatrice e 14 anziani sono quindi stati registrati durante le loro conversazioni, e queste ultime sono poi state trascritte, al fine di rilevare la percentuale di baby talk impiegata. Al fine di rendere lo studio più veritiero possibile, né operatori né anziani sono stati informati dello scopo di questa ricerca, e le conversazioni ottenute sono pertanto il risultato di un approccio spontaneo e naturale.

Nel particolare, le interazioni registrate sono state suddivise in tre categorie: conversazioni generali durante la routine mattutina, scherzi e interazioni con l'animazione.

Gli anziani che hanno partecipato alla ricerca, sono stati selezionati grazie all'aiuto del direttore della struttura e degli stessi operatori, per le piene capacità intellettive e sicurezza nel sostenere una conversazione, anche se complessa. Nonostante ciò, ho rilevato numerosissimi esempi di baby talk nelle interazioni, con una percentuale maggiore ove esse si svolgevano con operatori di sesso femminile.

1. Baby Talk

La Sociolinguistica è una particolare branca della Linguistica, la quale non ha come esclusivo focus l'analisi delle proprietà universali e invarianti del linguaggio in rapporto alle singole lingue storico-naturali, ma piuttosto studia 1 “the relationship between language and the context in which is used”. All'interno di una qualsiasi interazione infatti, sono coinvolte due variabili: una di tipo linguistico, che rappresenta tutte le caratteristiche che possono essere investigate (una lingua, un dialetto, un tratto morfo-sintattico, scelte lessicali, fonemi ecc); e l'altra di tipo sociale, vale a dire il fattore che determina una variazione del linguaggio, come per esempio il genere, l'etnia, lo status sociale, la sessualità e l'età.

In sostanza perciò, la Sociolinguistica analizza le variabili linguistiche rispetto alle variabili sociali. Prendendo in esame la categoria dell'età, troviamo al suo interno un particolare insieme di tratti linguistici, chiamato baby talk, o in italiano, linguaggio bambinesco. Considerando la definizione di Bernini fornita dal Vocabolario Treccani:

L’espressione baby talk (prestito composto da baby «bambino piccolo» e talk «parlata», attestato in inglese dal 1836) designa il modo di rivolgersi a bambini in tenera età da parte degli adulti che si prendono cura di loro e, spesso, da parte di altri bambini a partire dai tre anni di età. (...) Accanto a baby talk si ritrovano anche i termini inglesi motherese, talvolta reso in italiano con «maternese», caretaker speech «linguaggio di chi si prende cura (di altri)», e il più esplicito child directed speech «linguaggio indirizzato a bambini» (Snow 1986).

Più specificatamente, il baby talk è caratterizzato da una sorta di “ritualizzazione” di marche linguistiche, le quali sono organizzate secondo una regolamentazione comunicativa. Essa viene tramandata, e di conseguenza considerata parte del patrimonio linguistico di una data comunità. La ritualizzazione, non solo in questo caso ma a livello generale, consiste anche in una modulazione di elementi non-verbali, come per esempio gesti, vocalizzazioni e mimica facciale. Ciò significa che il linguaggio bambinesco non può considerarsi una lingua a sé, ma viene assimilata da ciascun parlante in modo automatico e spontaneo, ovvero non necessitando di un processo di acquisizione.

La documentazione linguistica che analizza questo tipo di linguaggio è ampia e consiste nell'insieme dei mezzi linguistici messi in atto dai parlanti di una comunità nel momento in cui si relazionano con bambini in tenera età. Come specifica Bernini, il baby talk è reso attraverso diverse caratteristiche, sia a livello linguistico sia a livello extra-linguistico:

(a) Livello prosodico: modulazione più alta della voce, articolazione lenta e accurata delle sillabe con enfatizzazione della curva intonativa;

J. Holmes An Introduction to Sociolinguistics, 2nd edition. London: Longman, 2001, p. 111

(b) Livello fonologico: tendenza a ridurre il nesso CC e VV, a favore di semplificazioni e abbreviazioni (quetto «questo», pangere «piangere», cappa «scarpa»);

(c) Livello morfosintattico:

(i) diffusa presenza di suffissi diminutivi coi nomi (braccino, cagnolino, piedino)

(ii) tendenza ad avvalersi della terza persona singolare e della prima plurale del presente e dell’imperfetto indicativo

(iii) talvolta, omissione di elementi grammaticali (male manina? «[ti sei fatto] male [alla] mano?»);

(d) Livello lessicale: gli elementi lessicali sono generalmente semplici e riferiti alle conoscenze che possiede il bambino; in particolare, agli oggetti con cui entra più spesso in contatto (le parti del corpo, i rapporti di parentela, il cibo, i giochi, gli animali). Alcuni elementi lessicali sono neoformazioni, spesso di natura onomatopeica, che consistono perciò nella ripetizione di uno stesso elemento fonetico (pappa, popò, pipì)

(e) Livello discorsivo: frequenza di elementi deittici, che creano un nesso tra quanto detto e l'ambiente in cui avviene la conversazione (avverbi e pronomi dimostrativi); espressioni di rinforzo (sì, bravo) e finalizzate a catturare la sua attenzione (guarda, senti).

1.1 Motherese

Inizialmente era opinione comune che il linguaggio da adulti nei confronti dei bambini, o Motherese, non fosse poi così diverso da altri tipi di lingue. Recenti 2 studi condotti da Snow e Sachs, hanno invece dimostrato come esso abbia un proprio insieme di caratteristiche, già delineate nel paragrafo precedente, e che determinano la sua unicità. È stato anche dimostrato come il meccanismo che innesca l'attivazione del baby talk in un adulto, sia influenzato dalla semplice e limitata grammatica del bambino, e la sua proporzionale capacità di comprendere una sintassi ridotta.

Ma cos'è che spinge effettivamente un adulto ad utilizzare il Baby Talk?

Sempre secondo gli studi condotti da Snow, questo fenomeno pare non essere legato necessariamente alla condizione di genitorialità, secondo cui appunto soltanto un padre o una madre possono avvalersene. È comune infatti, che anche adulti senza prole utilizzino baby talk in presenza di bambini piccoli. A dirla tutta, non è nemmeno necessario essere adulti: anche bambini più grandi, quindi di circa 4-5 anni o più, sono spinti ad utilizzarlo se rivolti ad un bebè. Di fatto perciò, la condizione necessaria e definitiva per cui si verifichi questo fenomeno è la presenza fisica di un bambino. Questa variabile è stata dimostrata attraverso un test, in cui a 5 adulti è stato chiesto di raccontare una storia ad un bambino di 2 anni. Nonostante il bambino non parlasse durante il racconto, essi hanno utilizzato Motherese per tutto il tempo.

Sachs, J.; Brown, R.; & Salerno, R. A. Adults' speech to children. Paper presented at the 22 International Symposium on First Language Aquisition, Florence, September 1972.

3 Un'altra ipotesi, avanzata da John Neil Bohannon e Angela Lynn Marquis, consiste nel ritenere che ad innescare il Motherese sia il feedback di risposta da parte del bambino all'enunciato rivoltogli. Dagli studi condotti infatti, risulta che i bambini in tenera età riescano a comprendere maggiormente brevi enunciati piuttosto che discorsi lunghi e complessi. Di conseguenza, al fine di essere pienamente intelligibile, l'adulto applica una riduzione del materiale linguistico, e presenta enunciati sempre più brevi e semplificati.

Nei due studi condotti nell'articolo, si è preso in esame soltanto il dato della lunghezza delle <utterances>, essendo più semplice e oggettivo da analizzare. Lo studio 1 ha osservato 15 adulti conversare con un bambino di 32 mesi e successivamente 5 adulti interagire con lo stesso bambino a 36 mesi. I risultati hanno indicato che il bambino comprendeva in modo differenziato espressioni adulte di diversa lunghezza, come già previsto, e che 19 adulti su 20 riducevano la lunghezza dei propri enunciati in seguito ad un chiaro segnale di non comprensione da parte del bambino.

Lo studio 2 invece, ha analizzato 20 adulti raccontare una storia in 4 condizioni:

  • 1. Per un adulto (A),
  • 2. Per un bambino finto (AC),
  • Per un complice di un bambino che ha segnalato comprensione (C)
  • 3.
  • 4. Allo stesso complice che ha segnalato la non comprensione (NC).

Sebbene non si siano verificate differenze nella lunghezza media dell'espressione (MLU) del gruppo tra le condizioni A e AC, tutti i soggetti hanno usato frasi più lunghe nella condizione C rispetto alla condizione NC. In breve, i risultati dello studio 2 sono stati A = AC> C> NC. Si è concluso che i bambini possono limitare la complessità del loro ambiente linguistico attraverso il feedback di comprensione.

Bohannon, John Neil, and Angela Lynn Marquis. “Children's Control of Adult Speech.” 33 Child Development, vol. 48, no. 3, 1977, pp. 1002–1008. JSTOR, www.jstor.org/stable/1128352.

Fig. 1.-La relativa probabilità che il bambino comprenda in funzione alla lunghezza dell'enunciato dell'adulto

1.2 Valore sociale del Children Directed Speech

Oltre a considerare l'aspetto della comprensione del Baby Talk, e quindi come esso vari in base al feedback ricevuto dal bambino, è utile sottolineare anche il valore sociale che esso possiede. Infatti, come ogni nuova lingua con cui si entra in contatto, anche il Baby Talk veicola non solo strutture lessicali, ma anche elementi utili a muoversi all'interno di una comunità e che rendono il parlante capace di inserirsi all'interno di un contesto comunicativo.

Le caratteristiche segmentali del Children Directed Speech (CDS) sono state studiate in un corpus tratto da trentanove madri che vivono a Tyneside, in 4 Inghilterra. L'attenzione di questa ricerca si è concentrata in particolare sulle varianti fonetiche utilizzate per la consonante (t) in contesti prevocalici, sia in posizione centrale sia finale all'interno di una parola, poiché è noto che queste varianti mostrano chiari schemi sociolinguistici nella comunità adulta. È stato riscontrato che l'utilizzo delle varianti nei CDS differisce notevolmente da quello nel discorso inter-adulto. Sono stati anche riscontrati effetti in relazione all'età e al sesso dei bambini coinvolti. Gli enunciati rivolti al sesso femminile infatti contenevano generalmente più varianti standard rispetto a quelli rivolti ai ragazzi, che, al contrario, erano caratterizzati da tassi più elevati di varianti vernacolari, ovvero dialettali. La differenziazione per genere si faceva più evidente con i bambini più piccoli. Studi precedenti a quello preso in considerazione, hanno

Phonological variation in child-directed speech. / Foulkes, P.; Docherty, Gerard; Watt, D. 44 In: Language, Vol. 81, No. 1, 03.2005, p. 177-206.

affermato che le modifiche apportate nel registro dei CDS aiutano i bambini a imparare le strutture linguistiche e anche a capire che il linguaggio è un'attività sociale.

I risultati invece di quest'ultima, suggeriscono che i CDS possono svolgere un ruolo aggiuntivo, fornendo ai bambini e alle bambine di età inferiore a 2 anni, opportunità differenziali per apprendere i valori socia-indicici delle variabili sociolinguistiche.

Fig. 3-Uso di [t] prevocalico in CDS, posizione finale di parola, per età e genere dei bambini

Fig. 4- Uso di [t] prevocalico, in posizione mediale di parola

Come già esposto, e come il nome stesso suggerisce, il baby talk è quindi tipicamente indirizzato a soggetti appartenenti ad una precisa fascia di età, quella dell'infanzia. Il suo scopo è pertanto quello di "utilizzare coi bambini piccini un sistema di forme che, in quanto ricalcano le condizioni articolatorie del bambino 5 piccolo, siano di più facile apprendimento per il bambino stesso".

Nonostante ciò, vari studi hanno sottolineato come questo fenomeno si sia diffuso anche nei casi in cui l'interlocutore non è un bambino, pertanto non ancora in grado di formulare o recepire discorsi pienamente elaborati, bensì un anziano.

6 Come afferma Coupland, il ruolo degli anziani nella teoria e nella ricerca sociolinguistica è carente. Di fatto, essa si è sempre molto concentrata sull'analisi di altri gruppi sociali, come per esempio etnici e regionali, di genere e di classe sociale. Anche fra le scienze della comunicazione, si è mostrato uno scarso interesse all'interazione con gli anziani, dato sorprendente, visto l'aumento della popolazione over 60 degli ultimi decenni.

Solo recentemente sono stati effettuati studi sulla comunicazione con soggetti anziani, e si è notato quanto la popolazione appartenente a questa fascia di età sia svalutata in mass media, giornali e nella letteratura di tutti i giorni. Relativamente a ciò, sono state anche analizzate le implicazioni psicologiche che questo tipo di atteggiamento può provocare in essi.

1.3 SAT

Al fine di comprendere le dinamiche che regolano le nostre scelte linguistiche, ed in particolare la tendenza ad usare baby talk con soggetti anziani, occorre spiegare la Teoria dell'accomodamento del parlato, in inglese Speech Accommodation Theory (siglato SAT). La SAT “is a social psychological model that explains and predicts interindividual sociolinguistic behaviour and their 7 effects”. Nello specifico, essa entra in azione ogni volta che dei parlanti “try to emphasis or minimize the social difference between the others whom they 8 interact with". In base perciò all'obiettivo posto, lo <speaker> può adottare tre strategie:

L. Maria Savoia, "Grammatica e Pragmatica del Linguaggio Bambinesco (Baby Talk)". 55 Bologna, Cooperativa Libraria Universitaria Editrice, 1984, p. 20

N. Coupland, et al. “Accommodating the Elderly: Invoking and Extending a 66 Theory.” Language in Society, vol. 17, no. 1, 1988, pp. 1–41. JSTOR, www.jstor.org/stable/4167896.

N. Coupland, et al. “Accommodating the Elderly: Invoking and Extending a 77 Theory.” Language in Society, vol. 17, no. 1, 1988, pp. 1–41. JSTOR, www.jstor.org/stable/4167896

"Communication Theory" in www.communicationtheory.com 88

  • Speech Divergence: come suggerisce il nome, questa prima strategia viene messa in atto quando il parlante desidera sottolineare la distanza-sociale, etnica, generazionale o linguistica che sia- con il proprio interlocutore.
  • Speech Convergence: al contrario di quella precedente, questo fenomeno è il risultato della volontà del parlante di andare incontro ad una possibile carenza riscontrata nell'interlocutore. Pertanto, esso consiste nel modellare le proprie capacità linguistiche per poter rispondere alle esigenze della persona
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elisabutteri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Lorenzi Franco.
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