Estratto del documento

Il pubblico: questo comportamento collettivo vede un insieme di

persone intente ad affrontare un problema sul quale ci sono posizioni

differenti. La folla esprime solo un'opinione o un atteggiamento mentre il

pubblico più di uno, la folla genera azioni collettive mentre il pubblico

genera opinioni.

Il movimento sociale: in questo caso il comportamento collettivo

vede un insieme di individui, relativamente privi di potere, che agiscono

in modo organizzato per promuovere o ostacolare un cambiamento.

2.6.1 Anonimato e folla

Il fenomeno della de-individuazione può scaturire dall’essere o

meno inseriti in un contesto di gruppo.

Trovarsi in un gruppo genera una riduzione del senso di individualità

allentando i limiti normalmente posti al nostro comportamento.

La de-individuazione, nel caso del gruppo, spinge ad azioni

impulsive, spesso violente per via di due fattori: in primo luogo la

presenza degli altri riduce la possibilità di essere identificati sentendosi

così meno responsabili delle proprie azioni, in secondo luogo la

presenza degli altri diminuisce la consapevolezza di sé e aumenta la

probabilità di obbedire alle norme del gruppo.

Bagnasco, Barbagli, Cavalli, Corso di sociologia, 2012, Il Mulino, Bologna.

12

Dott.ssa Alessandra Arcamone 32

Mullen (1986) ha condotto un'analisi del contenuto di diversi

articoli di giornale riguardo sessanta linciaggi verificatisi negli Stati Uniti

fra il 1899 e il 1946. Scoprì che maggiore era il numero di persone che

componeva la folla, maggiore era la crudeltà con cui venivano uccise le

vittime.

Studiando il fenomeno della facilitazione sociale Zajonc (1965)

notò che in tutte le specie animali la presenza di altri membri della

propria specie conducesse ad un incremento dell’attivazione fisiologia,

l’arousal, con conseguente stato di allerta. Tale stato eccitatorio

spingeva l’animale a fornire risposte dominanti, ovvero risposte apprese

nel corso di precedenti esperienze e in una certa misura automatizzate.

Risposte nuove, mai sperimentate o comunque sconosciute, sembrano

essere inibite in tali situazioni.

Zajonc ipotizza che la presenza degli altri in un primo momento

aumenti l’eccitazione psicologica, per poi impedire lo svolgimento di

attività complesse, sconosciute, che richiedano un alto grado di

concentrazione, mentre sembra facilitare lo svolgimento di attività

semplici e a noi familiari. L’eccitazione provocata dalla presenza di altri

sembra tramutarsi in stress e ansia se il compito da portare a termine è

nuovo o complesso andando, quindi, ad incidere, a sua volta, sul

risultato finale.

L’eccitazione prodotta secondo la teoria della facilitazione sociale

è un altro punto di vista dal quale considerare il fenomeno della

violenza nella folla. Se l’innalzamento dell’arousal è un fenomeno

innato ed istintivo è lecito credere che nel caso di una folla agitata

questo sia fomentato a sua volta portando la carica eccitatoria a

sfociare in violenza. In più nella folla l’atteggiamento delle persone si

rafforza in risposta all’atteggiamento degli altri fomentando, quindi, la

Dott.ssa Alessandra Arcamone 33

condivisione e la crescita dello stesso stimolo (secondo l’effetto

sopracitato della reazione circolare).

13

R.B. Zajonc e S.M. Sales , Facilitazione sociale delle risposte dominanti e

13

subordinate , vol. 2, Journal of Experimental Social Psychology, 1966, pp. 160-168;

M.W. Matlin e R.B. Zajonc, Facilitazione sociale delle associazioni di

parole , vol. 10, Journal of Personality and Social Psychology,1968, pp. 455-460.

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CAPITOLO III: L’Esperimento carcerario di Stanford

3.1 Philip Zimbardo: L’effetto Lucifero

Philip Zimbardo, psicologo, nasce a New York il 23 marzo del

1933 e consegue i suoi studi presso l’università di Yale. Diviene noto

per aver ideato e condotto, nel 1971, l'Esperimento carcerario di

Stanford insieme ai suoi collaboratori Craig Haney, Curt Banks e David

Jaffe. È professore emerito di psicologia alla Stanford University di Palo

Alto e nel 2004 ha testimoniato come perito nei processi sugli abusi di

Abu Ghraib.

L'esperimento di Stanford nasce per indagare i comportamenti e

la psicologia dei carcerati all'interno di un contesto coercitivo e de-

individualizzante quale può essere quello di un penitenziario.

Vengono selezionati dei giovani studenti universitari, senza alcun

precedente penale e psicologicamente equilibrati. A costoro viene

assegnato il ruolo di detenuto o di guardia, in modo casuale, e vengono

rinchiusi in un carcere artificiale “addobbato” ad hoc per renderlo il più

reale possibile.

Inizialmente l'intento era mettere a fuoco le reazioni dei detenuti,

in particolare la relazioni e gli atteggiamenti che si vanno ad instaurare

in un contesto carcerario e quanti di questi fossero di natura intrinseca

e cosa, invece, dipendesse dal contesto. In corso d'opera emerse,

inaspettatamente, che l'effetto più sconcertante delle dinamiche di

gruppo era la trasformazione delle “guardie” da giovani “modello” ad

esperti aguzzini e la completa sottomissione dei giovani selezionati

come detenuti al loro nuovo ruolo. Il Dott. Zimbardo stesso si rese conto

di essere rimasto vittima del suo esperimento trascurando il ruolo di

scienziato e abbracciando paure e atteggiamenti che bene calzavano,

Dott.ssa Alessandra Arcamone 35

invece, nel ruolo da lui interpretato: il sovrintendente del carcere di

Stanford.

L’esperimento, la quale durata inizialmente concordata doveva

essere di due settimane, si interruppe, invece, il sesto giorno quando

Christina Maslach (prima collega e poi moglie di Zimbardo) protestò

riguardo le inaccettabili condizioni, psicologiche, igieniche e fisiche

nelle quali versavano i detenuti.

Nei prossimi paragrafi andremo ad indagare evidenze risultate

dall’esperimento che andranno a ribaltare quello che è il pensiero

comune sul cosiddetto criminale.

La maggior parte delle persone tende a sopravvalutare

l'importanza delle qualità disposizionali e a sottovalutare le qualità

situazionali quando cerca di comprendere le cause del comportamento

altrui. La nostra cultura, di base individualistica, è propensa ad

accettare l'idea che un comportamento deviante sia dovuto ad una

tendenza disposizionale considerando, quindi, solo elementi come i

tratti di personalità, la genetica e patologie individuali.

L'esperimento del Dott. Zimbardo allargherà le prospettive e

dimostrerà come il carattere delle persone possa essere trasformato

dalle circostanze e dall’ambiente sociale. Anche l'individuo con la

maggiore conoscenza di sé e della sua personalità, apparentemente

stabile, se inserito in un gruppo di lavoro non si comporterà allo stesso

modo rispetto ad un momento in cui svolgerà il medesimo lavoro da

solo, ancora più differenze si potranno riscontrare ponendo lo stesso

individuo in una situazione più intima come può essere un incontro

romantico o maggiormente formale come potrebbe essere un colloquio

in una nuova struttura o magari una situazione d’apparente anonimato

come il ritrovarsi in una folla.

Dott.ssa Alessandra Arcamone 36

3.1.1 L’Esperimento carcerario di Stanford

È Domenica 14 Agosto 1971, ci troviamo in California a Palo

Alto, città che conta più o meno 60.000 abitanti di cui ben 11.000 sono

studenti che vivono e studiano nei pressi dell’università.

Fra questi 11.000 ragazzi sono stati selezionati i partecipanti

all’esperimento. Ci furono settantacinque studenti universitari che

risposero all’annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari

per una ricerca. Gli sperimentatori ne scelsero venti come partecipanti

attivi e quattro come eventuali rimpiazzi: maschi, di ceto medio, fra i più

equilibrati, maturi, senza precedenti penali. Fra questi a nove verrà

assegnato il ruolo di detenuto, ad altri nove quello della guardia

carceraria, mentre i restanti due saranno i “rimpiazzi” delle guardie.

Le guardie: ai partecipanti nel ruolo di “guardia” verrà assegnata

un’uniforme (proveniente da un reale istituto penitenziario) e avranno in

dotazione un manganello.

Le guardie avranno turni da otto ore e saranno suddivise in gruppi da

tre, vedremo rispettivamente: il turno di giorno, dalle 10.00 alle 18.00

con Arnett, Markus, Landry (John); il turno di notte, dalle 18.00 alle 2.00

con Hellman, Burdan, Landry (Geoff); il turno di mattina, dalle 2.00 alle

10.00 con Vandy, Ceros, Varnish. Gli studenti Morison e Peters saranno

le guardie di rimpiazzo.

Alle guardie verranno date precise istruzioni sui loro ruoli e sulle

motivazioni per le quali sono state scelte, venne inoltre sottolineato più

volte, come regola fondamentale da tenere a mente che non si sarebbe

potuto abusare fisicamente dei detenuti in nessun modo, la violenza era

bandita, pena la cessazione dell’esperimento.

Dovranno occuparsi di far fare “la conta” ai prigionieri, per verificare la

loro presenza, una sorta di appello da eseguire ad ogni cambio turno,

dovranno sincerarsi che siano rispettate tutte le regole del “carcere”

(che esamineremo successivamente) e dovranno tenere conto della

Dott.ssa Alessandra Arcamone 37

massima autorità da rispettare: il sovrintendente del carcere di Stanford

P. Zimbardo.

Come prefazione dell’addestramento venne spiegato alle guardie

con quale criterio fossero state scelte, venne detto loro che la scelta era

stata basata sulle loro qualità risultate dai test compilati (tutti i

partecipanti risposero ad una serie di questionari prima di essere

Dott.ssa Alessandra Arcamone 38

selezionati).

I collaboratori di Zimbardo usarono per descrivere le qualità emerse dai

test termini molto vicini allo stereotipo del poliziotto, della guardia

carceraria, di uomini ligi al dovere e pronti a sacrificarsi per la giustizia e

il proprio lavoro.

La verità era ben diversa: i ruoli dei partecipanti, guardie o

detenuti, erano stati lasciati al caso ed erano stati scelti semplicemente

lanciando una monetina, questo, ovviamente, fu tenuto segreto ai

giovani studenti.

I detenuti: anche a loro venne detto di essere stati scelti sulla

base dei risultati ai questionari, ma non vennero spese particolari parole

in merito per non rischiare di influenzare troppo i ragazzi.

Le celle erano tre, ognuna delle quali ospitava a sua volta tre

detenuti, questi dovevano rimanere in cella ventiquattr’ore su

ventiquattro e avevano il divieto di chiamarsi per nome, dovevano

invece utilizzare il nu

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

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