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Schopenhauer

1)INTRODUZIONE:

il filosofo si volge verso il mondo con un amaro realismo, mettendo in evidenza il

conflitto e la sofferenza causate dal mondo e cercando di trovare i modi per sfuggire al

dolore. Individua l’essenza del reale nella volontà, brama di vivere che anima tutto ciò

che esiste.

Si avvicina alla filosofia a 17 anni, colto da un’improvvisa “disperazione di vivere”, cioè

dall’angoscia, dal dolore e dall’insensatezza del mondo. Artur è considerato come il

primo “disertore dell’Occidente”, in quanto si pone contro l’ottimismo tipico

dell’Ottocento.

2) BIOGRAFIA

Arthur Schopenhauer nasce nel 1788 a Danzica, dal padre Heinrich Floris e dalla

madre Johanna Trosinier. Frutto di un matrimonio d’interesse, Arthur eredita un forte

senso del peccato e un’attrazione verso la libertà intellettuale e gli studi, che

percepisce come un forte errore. La sua fiducia verso il mondo è minata fin

dall’infanzia, a causa dei rapporti conflittuali con il padre e con la madre, che sembra

percepirlo come un peso. La vita diventa un oscuro impulso biologico, che opera senza

senso e logica, un NON-SENSO.

Il padre lo avvia, suo malgrado, alla carriera di commerciante che si sentirà in dovere

di proseguire dopo la morte del genitore nel 1805, suicida. Inizia così il suo tormento

interiore, logorato tra il mantenimento di una promessa e le sue reali inclinazioni.

Nel 1807 rassegna le dimissioni iscrivendosi poi al ginnasio di Gotha. Raggiunge in

seguito la madre a Weimar, ma il loro rapporto è sempre più freddo. Si iscrive

all’università di Gottinga per studiare medicina e, nello stesso periodo, si avvicina alla

filosofia di Platone e Kant, disprezzando quella degli idealisti tedeschi (Fichte,

Schelling, Hegel). Nel 1813 pubblica la sua dissertazione di laurea “Sulla quadruplice

radice del principio di ragion sufficiente”. Si rivolge inoltre alle religioni orientali, in

quanto tutte le categorie filosofiche occidentali si concentravano sul soggetto che

pensa e non su ciò che esso vuole.

Nel 1818 pubblica “Il mondo come volontà e rappresentazione”, un clamoroso

insuccesso editoriale che, sommato ad un suo fallimento in quanto docente

universitario (tutti riempivano le aule del disprezzato collega Hegel), non fanno bene

al filosofo. Ebbe una relazione con Caroline Richter, che termina dopo dieci anni e nel

1821 aggredisce un’anziana signora.

Nel 1831 si trasferisce a Francoforte a causa di un’epidemia di colera e pubblica il

saggio “Sulla volontà della natura” nel 1836. Trascorre gli ultimi anni della sua vita

malato e in solitudine, con la sola compagnia dei numerosi cani dal nome ‘Atman’

(sacro soffio vitale) e muore il 21 settembre 1860.

Non poté mai vedere il successo della sua opera (3° edizione 1859), in quanto solo

dopo la sua morte il clima ottimista cambia e l’uomo comincia a ripiegarsi su di sé

(premessa per le filosofie esistenzialiste del 900).

LE RADICI DEL SUO PENSIERO

Nel suo pensiero filosofico confluiscono influssi di varie dottrine:

- Da Platone riprende la teoria delle idee (intese come forme eteree sottratte alla

caducità del nostro mondo);

- Di Kant (filosofo più autorevole) lo colpisce l’impostazione soggettivistica della

gnoseologia.

- Illuminismo: orientamento materialistico;

- Voltaire tendenza demistificatrice nei confronti delle credenze tradizionali;

- Romanticismo: ripresa di temi quali l’irrazionalismo, l’arte e la musica, l’infinito,

il dolore.

Egli rifiuta l’idealismo, una “filosofia delle università”, dagli interessi volgari come

successo e potere utili allo Stato.

Sintonia con il pensiero orientale:

- Primo filosofo occidentale a recuperare alcuni motivi del pensiero orientale;

- Ricavato da esso immagini ed espressioni suggestive abbondantemente

presenti nei suoi scritti;

- Ammiratore della sapienza orientale e profeta del successo che essa avrebbe

riscontrato poi.

L’ANALISI DELLA DIMENSIONE FENOMENICA

Il suo punto di partenza è la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, tra la

“cosa così come appare” e la “cosa in sé”.

PER KANT PER SCHOPENHAUER

Fenomeno= realtà e l’oggetto della Fenomeno= illusione

rappresentazione Noumeno= realtà che si nasconde dietro

Noumeno= concetto-limite, ci ricorda i l’ingannevole trama del fenomeno.

limiti della conoscenza

Il fenomeno viene definito infatti come un “velo di Maya”, che il filosofo ha il compito

di squarciare per dirigersi verso il noumeno, la volontà di vivere. Ciò è possibile in

quanto l’uomo è corpo.

Il fenomeno è inoltre rappresentazione soggettiva, che esiste solo dentro la coscienza.

“Il mondo è mia rappresentazione”.

Le due facce della rappresentazione sono il soggetto rappresentante e l’oggetto

rappresentato, dipendenti l’uno dall’altro.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

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