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di causalità: posso infatti dire che il libro posato sul tavolo è se stesso poiché è in un tempo e in uno

spazio diversi da quelli delle altre cose. Ma tale volontà, oltre ad essere una, è anche irrazionale: e

con quest'affermazione Schopenhauer capovolge l'atteggiamento tipico della filosofia occidentale,

atteggiamento che trova la sua massima espressione in Hegel e nella sua convinzione che la ragione

costituisca l'essenza profonda della realtà, per cui gli elementi irrazionali altro non sarebbero se non

manifestazioni indirette e accidentali della razionalità stessa. Per Schopenhauer è l'esatto opposto:

l'essenza profonda della realtà è irrazionale e gli elementi di razionalità che ci sembra di poter

cogliere non sono null'altro che manifestazioni esteriori. La volontà sfugge ad ogni razionalità,

poiché non vuole nulla che sia riconducibile alla ragione: vuole semplicemente vivere, esistere, e

per far ciò cerca di utilizzare tutti gli strumenti possibili, tra cui l'intelletto e la ragione. In altri

termini, gli istinti e gli organi di un animale sono espressione della volontà di vivere: le zanne e gli

artigli delle tigri sono gli strumenti che la volontà usa nella tigre per esistere. E questa stessa

volontà si manifesta diversamente a seconda dell'individuo in questione: nell'uomo, ad esempio, si

manifesta nelle facoltà razionali, per cui ragione e intelletto sono gli strumenti da essa adottati per

esistere. Un'altra importante considerazione: dal momento che solo razionalmente ci si possono

porre degli obiettivi, ne consegue che la volontà, dal momento che è irrazionale e quindi priva di

obiettivi, non può mai essere soddisfatta, e si configura pertanto come un continuo tentativo di

affermarsi, tentativo presente anche nell'uomo, il quale si pone degli obiettivi razionali ma, non

appena li realizza, è preso dal desiderio di realizzarne di nuovi, quasi come se dietro questi obiettivi

razionali si camuffasse la volontà irrazionale. Finché non si è raggiunto l'obiettivo desiderato si

soffre, quando lo si è raggiunto ci si annoia e ci si pone pertanto dei nuovi obiettivi. Occorre però

fare una precisazione, altrimenti non si spiega come la volontà sia unica ma l'intelletto la veda

molteplice: dobbiamo tener presente che l'intelletto stesso è, come ogni altra cosa, una

manifestazione della volontà ed è, più precisamente, la volontà che grazie ad esso si illude, quasi

come se vivesse uno sdoppiamento di personalità. In altri termini, il fatto che l'intelletto frammenti

la volontà fa sì che, in un certo senso, la volontà sia per davvero frammentata e finisca per

riconoscersi solo nelle sue manifestazioni, quasi come se si scordasse di essere un tutto. Ne

consegue che ciascuna manifestazione della volontà, non riuscendo a capire di essere solo una parte

della volontà stessa, riconosce solo se stessa come volontà, mentre vede tutte le altre cose come

strumenti per sopravvivere, non come altre manifestazioni della stessa volontà. La volontà, infatti,

cerca di esistere in ogni singola manifestazione (dall'uomo alla pietra) e per vivere la volontà,

ingannata dall'intelletto, lo fa a danno di tutte le altre manifestazioni, cosicché ogni manifestazione

danneggia le altre per il solo fatto di essere venuta al mondo, infatti, per affermarsi, ogni ente lotta e

aggredisce tutti gli altri ( " gli amici si dicono sinceri, ma in realtà sinceri sono i nemici "). Da qui

scaturisce il pessimismo di Schopenhauer, che affonda le sue radici nell'idea che la volontà è

profondamente sofferente (e questo vuol dire che l'intero universo è sofferente) poiché non ha un

obiettivo e si manifesta in tanti modi diversi che altro non sono se non illusioni. Si potrebbe uscire

dalla condizione di dolore se si pensasse che la volontà è insita solo negli uomini e negli animali:

basterebbe essere vegetariani, ma, poiché la volontà investe ogni realtà, anche chi mangia solo

ortaggi è in lotta con la volontà. Il mondo è una lotta di tutto contro tutto, e la vita stessa di un uomo

è una specie di lotta per tenere insieme tutti i "pezzi". Nemmeno con il suicidio si può uscire da

questa situazione di dolore: eliminare noi stessi altro non è se non ritornare alla volontà, cosicché il

suicidio non è una rinuncia alla volontà, ma ne è anzi un'affermazione più potente. La via d'uscita

da questa situazione, dice Schopenhauer, consiste in un percorso di conoscenza che mi faccia capire

che ciò che mi sembra altro rispetto a me in realtà non lo è. Schopenhauer dice che tre sono le cose

da conoscere: 1) la sofferenza, 2) la causa della sofferenza, 3) le vie per uscirne. Dopo aver

tratteggiato la sofferenza e le sue cause, resta ora da descrivere la via per uscirne: non può essere il

suicidio, né il vegetarianismo e neanche la politica. Quest'ultima, infatti, non si occupa della

condizione umana nello specifico, ma cerca solo di dare momentanei sollievi. Così si spiega perchè

Schopenhauer non nutrì mai grandi interessi per la politica (collocandosi però su posizioni

conservatrici) e guardò sempre con sospetto il movimento socialista che stava allora nascendo. A

questo punto si entra nel terzo libro, in cui si delinea una nuova forma di rappresentazione del

mondo: l'estetica. Schopenhauer risulta, in quest'ambito, particolarmente influenzato dal pensiero di

Platone e dalla sua dottrina delle idee. L'esperienza estetica, infatti, nasce, secondo Schopenhauer,

da una contemplazione delle idee che ciascuno di noi può avere, cosicché l'artista come l'uomo

comune possono ugualmente contemplare l'idea del bello. L'esperienza artistica è momentanea, si

protrae per pochissimo tempo e l'abilità dell'artista sta nel farla durare più a lungo, in modo tale da

poter fissare in termini sensibili l'oggetto di tale breve contemplazione: l'artista, dunque, con l'opera

d'arte rende tutti gli uomini partecipi della sua contemplazione extrasensibile e li facilita a provare

anch'essi tale esperienza. Ci troviamo di fronte ad un apparente paradosso, dal momento che da un

lato Platone condannava l'arte e dall'altro lato in molti (tra cui Schopenhauer) si sono artisticamente

ispirati a lui. Il limite dell'arte, secondo Platone, risiedeva nel fatto che essa non è imitazione

dell'idea, ma del mondo sensibile (che dell'idea è pallida copia), cosicché l'opera d'arte è copia di

una copia. Schopenhauer, dal canto suo, concepisce l'opera d'arte come rappresentazione dell'idea e

non del mondo sensibile, accostandosi in questo modo ad Hegel e distanziandosi da Platone: resta

ora da capire che cosa si debba intendere per "idea". Come si è detto, la realtà profonda è volontà e

ciò che ci circonda ne è una manifestazione illusoria, e questa concezione schopenhaueriana

secondo la quale, accanto ad una realtà profonda tendenzialmente unitaria, vi sia una realtà

molteplice ed illusoria sa molto di platonico, pur essendo negativo il principio posto al vertice.

Tuttavia, se per Platone la realtà era una piramide al cui vertice stava l'idea del Bene e più si

scendeva e più la realtà tendeva a frantumarsi, per Schopenhauer, invece, al vertice della realtà c'è

la volontà unitaria, alla base c'è la moltiplicazione indefinita e illusoria della volontà e a metà strada

c'è una moltiplicazione parziale costituita dal mondo delle idee. Il discorso schopenhaueriano è

talmente affine a quello platonico da farci presagire che, in fin dei conti, la volontà non può essere

così malvagia intrinsecamente. Più nello specifico, poi, ci aiuta a capire perchè l'esperienza estetica

sia un primo modo per sfuggire al dominio della volontà e della sua sofferenza. L'esperienza

estetica, infatti, diceva Kant, è caratterizzata dal fatto di essere disinteressata, per cui se vediamo

una rappresentazione estetica del cibo possiamo provarne un piacere disinteressato, ovvero non

legato al fatto che il cibo esista effettivamente e io possa nutrirmene. Schopenhauer concorda con

Kant sul fatto che sia disinteressato, ma reinterpreta il tutto: quando contemplo il cibo nella misura

in cui posso nutrirmene, bado all'esistenza effettiva del cibo stesso, ovvero contemplo la cosa

empirica; quando invece contemplo il cibo in sè, indipendentemente dal fatto che esso esista e possa

soddisfare il mio appetito, contemplo l'idea. Ne consegue che nel secondo caso per Schopenhauer il

piacere estetico è disinteressato perchè contemplo la cosa non nella sua esistenza, ma nella sua

idealità , fuori dal tempo, dallo spazio e dai legami di causalità. E il cibo "empirico", invece, posso

mangiarlo proprio perchè è calato in essi e solo di esso posso avere un desiderio, una volontà,

ovvero un piacere interessato. Con le idee, dunque, ci si limita a contemplare e a provare piacere in

modo disinteressato: e, nota Schopenhauer, il rapporto interessato col mondo non fa altro che

generare di continuo desiderio e volontà, calandoci in continuazione nel ciclo della sofferenza da

cui non si può uscire orientando la volontà su una cosa anzichè su un'altra o suicidandosi. L'unica

cosa da fare per uscirne è annullare la volontà, ovvero trasformarla in nolontà (volontà capovolta) e

per far ciò occorre trasformare quelle cose che ci fanno muovere come oggetti di desiderio (i

"motivi") in "quietivi": tali quietivi servono appunto ad annullare la volontà e uno di essi è

l'esperienza artistica, che ci fa assumere un atteggiamento puramente contemplativo e sganciato

dalla volontà; l'arte, infatti, mi fa guardare la realtà nella sua dimensione ideale e dunque non

usufruibile. Ecco perchè è un quietivo che mi fa uscire dal desiderio e dalla volontà. Il grande limite

dell'esperienza estetica, però, è di durare per troppo poco tempo, poichè l'uomo è pur sempre

immerso nel mondo della volontà: dopo aver visto per breve tempo le cose in modo ideale e

disinteressato, si è costretti a ritornare a vederle in modo interessato ed empirico. La seconda via per

uscire dal circolo di sofferenza della volontà è data dalla morale: di per sè, ogni singola

manifestazione individuale della volontà tende a riconoscere se stessa come unica e legittima

espressione della volontà, vedendo erroneamente tutto il resto come mero strumento di cui servirsi.

Ma non tutta la realtà funziona così: l'uomo, infatti, si distingue per essere in grado di rendersi

conto, più o meno consciamente, che al di là di lui stesso esiste qualcosa di simile a lui. In altri

termini l’uomo, se può aiutare gli altri con un piccolo gesto non esita a farlo. Affiora dunque il

discorso kantiano secondo cui non bisogna mai trattare il prossimo come semplice strumento, ma

anche sempre come fine in se stesso, senza fare agli altri ciò che non vorremmo che fosse fatto a

noi. L'esperienza morale può, in altri termini, essere letta come presentimento che siamo tutti la

stessa cosa e da cui scaturisce un rispetto che si manifesta a vari livelli , primo dei quali è il diritto.

Esso mi impone di non nuocere agli altri e pertanto si configura, agli occhi di Schopenhauer, come

una morale passiva, che non dice cosa fare ma cosa non fare (nuocere agli altri). Egli afferma che la

società civile è solamente una forma di "egoismo intelligente", privo di morale, in quanto non si

dice che è un male uccidere gli altri, ma semplicemente ciascuno si accorge che non gli conviene

vivere nel selvaggio stato di natura e così ci si raggruppa nella società civile. Se il diritto impone di

non nuocere agli altri, la morale, invece, comanda di venire in aiuto agli altri: ma in Schopenhauer

sulla morale prevale la compassione, ossia la sofferenza insieme agli altri. La cosa fondamentale,

infatti, non è aiutare gli altri, ma soffrire insieme a loro, cosa che in apparenza risulta totalmente

passiva e negativa. In realtà, nella compassione si capisce che colui con cui soffro insieme non è

altra cosa rispetto a me; il cristianesimo stesso, dice Schopenhauer, è una forma di compassione.

Ecco dunque che per Schopenhauer la morale si configura come compassione poichè il limite della

morale in quanto tale è che, anche aiutando gli altri, non si riesce ad annullare la volontà e la

sofferenza che ne deriva; si tratta pertanto di rintracciare una terza e più efficace via per uscire dal

dolore. L'arte è troppo breve, la morale, pur essendo più intensa e duratura, non riesce a superare il

problema, anche se mi fa capire che gli altri sono come me e che dunque la loro sofferenza è anche

la mia. In altri termini, con l'esperienza artistica pervengo alla radice del problema, con la morale

comprendo che siamo tutti la stessa cosa e che dunque il problema non è di aiutarci ma di annullare

in tutti la volontà, cosa di cui però la morale si rivela incapace, pur essendo anch'essa un quietivo.

L'annullamento della morale a cui porta l'arte è momentaneo, quello a cui porta la morale è parziale.

E l'obiettivo a cui si deve pervenire è proprio l'annullamento della volontà, ovvero il suo

capovolgimento in nolontà: ma come si può realizzare ciò? Schopenhauer ne dà un'approfondita

spiegazione nel quarto libro del Mondo : solo nell'uomo si può attuare il capovolgimento della

volontà in nolontà e questo per un motivo molto semplice, dice Schopenhauer. Infatti, solo l'uomo è

provvisto della ragione, ma essa è solo un aspetto marginale della vita umana poichè è un puro e

semplice strumento di cui la volontà si avvale per affermarsi. Tuttavia, la ragione, il cui obiettivo

consiste appunto nel far sì che la volontà possa affermarsi, non può essere relegata ad un solo

obiettivo e tende anzi ad investirne il maggior numero possibile. E così la ragione, nata come

strumento in mano alla volontà, si è allargata ad una più ampia sfera di obiettivi e realizzazioni,

delle quali le più raffinate sono la scienza e, soprattutto, la filosofia, superiore perchè legata, in una

certa misura, all'arte (e tra le forme artistiche spicca la musica). Ne consegue che la ragione può

consentire alla volontà di capovolgersi in nolontà. Infatti quella volontà che tende sempre ad

affermarsi aumentando in tal modo la propria sofferenza, con questo proposito si dà come

strumento la ragione, la quale però, se ben impiegata, porta l'uomo a comprendere le tre cose

fondamentali (1 sofferenza, 2 cause della sofferenza, 3 vie per uscirne) : in altre parole, la ragione fa

capire alla volontà che l'unica via da intraprendere è di decidere di uscire dalla volontà, diventando

un puro "occhio sul mondo" (che vede tutto in modo distaccato, senza essere coinvolto), e

decidendo di non stare più al gioco ma uscirne (cessando così il circolo vizioso per cui continuava

ad affermarsi in tutti i modi). L'unica via possibile per uscire dalla volontà è quella dell' ascesi,

ovvero del progressivo annullamento in sè della volontà che nasce dalla convinzione di essere uno

col tutto, e se annullo in me la volontà, la annullo anche in tutti gli altri, visto che è una sola. In

questa prospettiva, Schopenhauer ha in mente il mondo orientale dell'ascetismo, che vince la

volontà di bere e di mangiare, mortificando così la carne e producendo un progressivo annullamento

della volontà (la quale si capovolge in nolontà); lo stesso impulso sessuale viene da Schopenhauer

condannato come delitto in quanto mette al mondo nuovi individui destinati a soffrire. Ma


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AUTORE

luca d.

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DETTAGLI
Esame: Filosofia
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

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