LINGUA
ITALIANA
Università degli studi di Verona - Prof. Elena Pepponi
Kit completo Esame
Riassunti, ripasso strategico pre-esame
LINGUA ITALIANA
L’italiano, così come lo conosciamo oggi, non nasce come lingua del popolo, ma come
lingua letteraria e colta. Quando l’Italia diventa uno Stato unitario nel 1861, la stragrande
maggioranza della popolazione non parla italiano, ma una molteplicità di dialetti locali,
spesso molto diversi tra loro. L’italiano esiste già da secoli, ma è una lingua usata quasi
esclusivamente per la scrittura, per la letteratura, per l’amministrazione e per contesti molto
formali, ed è patrimonio di una ristretta élite alfabetizzata.
Per questo si dice che l’italiano diventa lingua nazionale per “imposizione dall’alto” e non per
un processo spontaneo di convergenza linguistica. Lo Stato unitario sceglie l’italiano come
lingua ufficiale, ma ciò non significa che gli italiani inizino immediatamente a parlarlo. Anzi,
l’italianizzazione linguistica resta a lungo un obiettivo mancato. La famosa frase “Fatta
l’Italia, bisogna fare gli italiani” sintetizza perfettamente questa situazione: l’Italia esiste
politicamente, ma non ancora linguisticamente.
Gli studi di linguisti come Tullio De Mauro e Arrigo Castellani mostrano che nel 1861 solo
una percentuale minima della popolazione, circa il 2–3%, era realmente in grado di parlare
italiano. Il resto comunicava esclusivamente in dialetto. L’italiano, quindi, non era una lingua
d’uso quotidiano, ma una lingua “alta”, distante dalla vita reale delle persone.
Il vero cambiamento avviene nel Novecento. L’italiano inizia a diffondersi grazie a una serie
di fattori storici e sociali molto concreti: la Prima guerra mondiale, che costringe uomini
provenienti da regioni diverse a comunicare tra loro; la leva militare; l’alfabetizzazione e la
scuola obbligatoria; i mezzi di comunicazione di massa, prima la radio e poi soprattutto la
televisione; infine le grandi migrazioni interne dal Sud al Nord e dalle campagne alle città.
Tutti questi elementi contribuiscono a trasformare l’italiano da lingua scritta e formale a
lingua parlata da una parte sempre più ampia della popolazione.
Nel corso di circa 150 anni, l’italiano cambia profondamente sotto tre aspetti fondamentali.
Cambia innanzitutto nel numero di parlanti, passando da lingua di pochi a lingua di quasi
tutti. Cambia poi nei domini d’uso, perché entra progressivamente anche nella vita
quotidiana, nella famiglia, nel lavoro, nella comunicazione informale. Infine cambia nelle sue
caratteristiche linguistiche, cioè nel modo in cui viene effettivamente parlato e scritto.
Oggi quasi tutti gli italiani parlano italiano, ma questo non significa che parlino tutti lo stesso
italiano. I dati ISTAT mostrano chiaramente che l’uso del dialetto non è scomparso: è
diminuito l’uso esclusivo del dialetto, ma è molto diffuso l’uso alternato di italiano e dialetto.
La situazione attuale è quindi caratterizzata da una forte variazione linguistica. Un caso
emblematico è il Veneto, dove il dialetto è ancora molto vitale e viene utilizzato anche da
giovani e persone istruite, spesso mescolandosi all’italiano regionale.
Per descrivere questa complessità si parla di repertorio linguistico, cioè l’insieme delle
risorse linguistiche a disposizione di una comunità o di un singolo parlante. Il repertorio
dell’italiano comprende diverse varietà: l’italiano standard, l’italiano regionale, l’italiano
colloquiale, l’italiano burocratico, l’italiano popolare, l’italiano dialettale e i dialetti veri e
propri. Ogni parlante possiede un repertorio individuale che rappresenta solo una parte del
repertorio complessivo della comunità.
La lingua varia secondo diverse dimensioni. Varia nel tempo (variazione diacronica), nello
spazio (variazione diatopica), in base alla classe sociale (variazione diastratica), alla
situazione comunicativa (variazione diafasica) e al canale utilizzato, scritto o orale
(variazione diamesica). Queste dimensioni spiegano perché non esiste un solo italiano, ma
molti “italiani”.
Per comprendere il sistema linguistico italiano è fondamentale anche distinguere tra lingua e
dialetto. La differenza non è di tipo strutturale: i dialetti non sono versioni scorrette
dell’italiano, ma lingue complete, con una loro grammatica e un loro lessico. La distinzione è
invece politica e sociale: una lingua è tale perché è riconosciuta e istituzionalizzata da una
comunità che la assume come simbolo identitario.
Dal punto di vista geografico, i dialetti italiani si distribuiscono in grandi aree: settentrionali,
toscani, mediani, meridionali, meridionali estremi e il sistema sardo, che rappresenta un
caso a sé per il suo forte carattere conservativo. Accanto a questi esistono isole linguistiche
e minoranze storiche tutelate dalla legge.
A questo punto il corso introduce i livelli di analisi linguistica, cioè i diversi piani su cui si può
studiare una lingua. La fonetica si occupa dei suoni dal punto di vista fisico e articolatorio:
studia come vengono prodotti i foni, distinguendo tra suoni sordi e sonori, nasali e orali,
vocalici e consonantici. La fonologia, invece, studia la funzione dei suoni all’interno del
sistema linguistico, cioè i fonemi, le unità minime che permettono di distinguere il significato
delle parole.
In italiano le vocali sono sette, perché esistono vocali aperte e chiuse (/e/ ed /o/). Accanto
alle vocali esistono le semiconsonanti /j/ e /w/, che insieme alle vocali formano dittonghi
ascendenti e discendenti, e in alcuni casi anche trittonghi. Le consonanti si classificano in
base al modo di articolazione, al luogo di articolazione e alla sonorità. Importante è il
rapporto non sempre lineare tra fonologia e ortografia: una stessa lettera può rappresentare
suoni diversi e viceversa.
Un concetto centrale della fonologia è quello di coppia minima: due parole che differiscono
per un solo fonema ma hanno significato diverso, come bótte e bòtte. Questo dimostra che
anche una variazione minima nel suono può produrre una differenza di significato.
Infine, i suoni si organizzano in sillabe, che hanno un nucleo vocalico e possono essere
aperte o chiuse, e le parole presentano un accento, che in italiano è mobile e può cadere
sull’ultima, penultima o terzultima sillaba.
MORFOLOGIA, SINTASSI E PRIMI CONCETTI STRUTTURALI
Dopo aver chiarito che cos’è l’italiano, come si è formato e perché esistono tante varietà, il
corso passa a descrivere come funziona la lingua dall’interno, cioè quali sono i suoi
meccanismi strutturali. Qui entriamo nel cuore della linguistica.
Uno dei primi concetti fondamentali è che la lingua può essere analizzata su più livelli,
disposti secondo una complessità crescente. Dopo fonetica e fonologia, che riguardano i
suoni, si passa alla morfologia, alla sintassi e infine al lessico. Questi livelli non sono
separati nella realtà, ma per studiare la lingua vengono distinti per chiarezza.
La morfologia si occupa della struttura delle parole. Studia cioè come le parole sono
formate, da quali elementi minimi sono composte e come questi elementi contribuiscono a
costruire il significato. L’unità minima della morfologia è il morfema, che può avere una
funzione lessicale o grammaticale. In una parola come cantavo, ad esempio, cant- è il
morfema lessicale che porta il significato principale, mentre -avo è un morfema
grammaticale che indica tempo, modo, persona e numero. Questo significa che una singola
parola italiana può contenere molte informazioni grammaticali, ed è uno dei motivi per cui
l’italiano è una lingua morfologicamente ricca.
Dal punto di vista morfologico, l’italiano distingue diverse classi di parole, come nomi, verbi,
aggettivi, pronomi, articoli, preposizioni, congiunzioni e avverbi. Alcune di queste classi sono
variabili, cioè cambiano forma in base al genere, al numero, alla persona o al tempo; altre
sono invariabili. I nomi e gli aggettivi, per esempio, variano per genere e numero, mentre le
preposizioni semplici non variano mai. Il verbo è la categoria più complessa, perché
concentra in sé moltissime informazioni grammaticali.
Subito dopo la morfologia, il corso introduce la sintassi, che studia il modo in cui le parole si
combinano tra loro per formare frasi. La sintassi non si occupa del significato delle singole
parole, ma della loro funzione all’interno della frase. In italiano, una frase minima può essere
composta anche solo da un verbo, perché il verbo contiene già le informazioni necessarie a
identificare il soggetto. Questo è legato a una caratteristica strutturale molto importante
dell’italiano: l’essere una lingua PRO-drop.
Dire che l’italiano è una lingua PRO-drop significa che il pronome soggetto può essere
omesso, perché la persona del soggetto è già indicata dalla desinenza verbale. Quando
diciamo vado a casa, non abbiamo bisogno di dire io vado a casa, perché la forma verbale
vado identifica chiaramente la prima persona singolare. Questo vale per quasi tutti i tempi e
modi verbali. L’unica eccezione significativa è la seconda persona del congiuntivo, dove la
forma verbale può essere ambigua e il soggetto tende a essere espresso.
L’omissione del soggetto non comporta di norma una differenza di significato. Lo farò e io lo
farò indicano la stessa azione e lo stesso soggetto. Tuttavia, l’espressione del pronome può
avere una funzione pragmatica, per esempio per dare enfasi, per creare contrasto o per
evitare ambiguità. In questi casi il pronome non è necessario dal punto di vista
grammaticale, ma diventa rilevante dal punto di vista comunicativo.
A questo punto il corso si sofferma sui pronomi personali, distinguendo tra pronomi liberi
(detti anche tonici) e pronomi clitici (detti anche atoni). I pronomi liberi hanno un accento
proprio e possono comparire da soli, come io, tu, lui, lei, me, te. I pronomi clitici, invece, non
hanno accento e devono appoggiarsi a un’altra parola, solitamente il verbo: mi, ti, gli, lo, la,
ci, vi. Questa distinzione è fondamentale perché ha conseguenze sia morfologiche sia
sintattiche.
Un punto centrale, molto importante anche per l’esame, riguarda l’uso dei pronomi egli, lui,
lei, loro come soggetti. Egli è un pronome oggi percepito come formale o letterario e ha una
funzione quasi esclusivamente anaforica, cioè serve a riprendere un referente già introdotto
nel discorso. Lui, invece, è molto più flessibile: può essere soggetto, oggetto e complemento
indiretto e può avere funzione deittica, contrastiva o anaforica. Dire È lui che ha rotto il vetro
significa indicare esplicitamente una persona, mentre in una frase come Lei ama il cinema,
lui preferisce il calcio il pronome ha una funzione contrastiva. Questo mostra come l’italiano
contemporaneo tenda a privilegiare lui e lei come soggetti, a scapito di egli ed ella.
Tutto questo si collega al concetto di repertorio linguistico, che non è qualcosa di astratto,
ma riguarda il modo concreto in cui le persone usano la lingua. Ogni parlante dispone di un
repertorio individuale, cioè di un insieme di varietà linguistiche che sa utilizzare in base alle
situazioni. Una stessa persona può usare un italiano molto formale in un contesto
istituzionale, un italiano colloquiale con gli amici e un italiano regionale o dialettale in
famiglia. Nessuna di queste varietà è “sbagliata”: ognuna è adeguata o inadeguata a
seconda del contesto.
Il corso insiste molto su questo punto perché uno degli obiettivi principali è farti capire che la
competenza linguistica non consiste nel parlare sempre “bene”, ma nel saper scegliere la
varietà giusta al momento giusto. Questa capacità di adattamento è ciò che distingue un
parlante competente da uno incompetente, soprattutto nei contesti professionali e
specialistici.
LESSICO, ARCHITETTURA DELL’ITALIANO E RISTANDARDIZZAZIONE
Dopo aver analizzato i suoni, la struttura delle parole e la costruzione delle frasi, il corso
passa a considerare il livello del lessico, cioè l’insieme delle parole di una lingua e il modo in
cui esse vengono utilizzate. Il lessico non è un insieme fisso e immutabile: è la parte della
lingua che cambia più rapidamente, perché risente direttamente dei mutamenti sociali,
culturali, tecnologici ed economici.
Il vocabolario dell’italiano contemporaneo è il risultato di una lunga stratificazione storica.
Accanto alle parole di origine latina, che costituiscono il nucleo fondamentale della lingua,
troviamo parole derivate da altre lingue, entrate nell’italiano in epoche diverse. Questi prestiti
possono essere antichi, come molti francesismi entrati nel Medioevo, oppure recenti, come
gli anglicismi legati al mondo della tecnologia, dell’economia e della comunicazione digitale.
Alcuni prestiti vengono adattati alla morfologia italiana, mentre altri restano invariati,
mantenendo la forma originale.
Il lessico non varia solo nel tempo, ma anche nello spazio e nei contesti d’uso. Esistono
parole tipiche di determinate aree geografiche, parole legate a specifici gruppi sociali e
parole che si usano solo in certi ambiti comunicativi. Per questo motivo si parla di lessico
settoriale o specialistico, cioè di vocaboli e strutture linguistiche proprie di ambiti come il
turismo, l’economia, il diritto, la medicina o il marketing. Questi lessici non sono
semplicemente insiemi di termini tecnici, ma veri e propri sottosistemi linguistici, con scelte
sintattiche e testuali ricorrenti.
A questo punto il corso introduce il concetto di architettura dell’italiano, che serve a
descrivere l’organizzazione complessiva delle varietà linguistiche. L’italiano non è una lingua
monolitica, ma un sistema articolato in cui convivono diverse varietà, disposte lungo un
continuum. All’interno di questo continuum troviamo, tra gli altri, l’italiano standard, l’italiano
letterario, l’italiano regionale, l’italiano colloquiale, l’italiano burocratico e l’italiano popolare.
Queste varietà non sono compartimenti stagni, ma comunicano continuamente tra loro.
L’italiano standard, così come viene descritto dalle grammatiche tradizionali, è storicamente
basato sul fiorentino trecentesco ed è rimasto per secoli relativamente stabile, soprattutto
nella lingua scritta. Tuttavia, l’italiano contemporaneo mostra una serie di tendenze
innovative, soprattutto nel parlato, che stanno progressivamente modificando lo standard
stesso. Questo processo prende il nome di ristandardizzazione.
La ristandardizzazione non significa che l’italiano stia “peggiorando” o “perdendo regole”, ma
che lo standard si sta adattando agli usi reali dei parlanti. Alcune forme un tempo
considerate scorrette o troppo colloquiali entrano progressivamente nell’uso accettato,
mentre altre, più formali o letterarie, tendono a ridursi o a scomparire dal parlato comune. Un
esempio emblematico è l’uso di lui e lei come pronomi soggetto, che oggi sono
perfettamente normali nell’italiano parlato e sempre più accettati anche nello scritto non
formale, mentre egli ed ella risultano marcati come letterari.
La ristandardizzazione riguarda anche la sintassi e il lessico. Si osserva una tendenza verso
frasi più brevi, strutture meno complesse e una maggiore presenza di elementi tipici
dell’oralità anche nello scritto, soprattutto nei testi digitali. Questo non implica una perdita di
precisione, ma una diversa organizzazione delle informazioni, più orientata alla chiarezza e
all’efficacia comunicativa.
Un aspetto centrale del corso è il rapporto tra italiano e variazione, che viene ripreso e
approfondito proprio in questa fase. L’italiano contemporaneo è una lingua che vive
costantemente in equilibrio tra unità e diversità. Da un lato esiste una norma condivisa che
permette la comunicazione su tutto il territorio nazionale; dall’altro esistono forti differenze
regionali, sociali e stilistiche che rendono l’italiano una lingua estremamente ricca e
flessibile.
Questa flessibilità emerge in modo particolarmente evidente nei testi specialistici, che
rappresentano uno degli obiettivi applicativi principali del corso. Nei testi turistici, ad
esempio, l’italiano tende a essere descrittivo, evocativo e orientato alla promozione, mentre
nei testi economici prevalgono la precisione terminologica, la sinteticità e l’uso di strutture
impersonali. Nei testi di marketing digitale, invece, si osserva una forte ibridazione tra scritto
e parlato, con un uso strategico di forme colloquiali per creare coinvolgimento.
Il corso insiste sul fatto che non esiste un unico “buon italiano” valido per tutte le situazioni.
L’adeguatezza linguistica dipende sempre dal contesto, dal destinatario e dall’obiettivo
comunicativo. Saper riconoscere queste differenze e saperle analizzare è una competenza
fondamentale, soprattutto per chi studia lingue in un’ottica professionale.
ITALIANO E TESTI SPECIALISTICI: TURISMO, ECONOMIA,
COMUNICAZIONE
Dopo aver definito l’architettura dell’italiano e le sue varietà, il corso si concentra sull’uso
concreto della lingua nei contesti specialistici, cioè in quei settori in cui l’italiano viene
utilizzato con obiettivi specifici e con destinatari ben definiti. Qui la lingua non serve solo a
comunicare informazioni, ma a orientare, convincere, promuovere, regolare.
Uno dei primi ambiti analizzati è quello del turismo, che rappresenta un settore privilegiato
per osservare l’interazione tra lingua, cultura e comunicazione. L’italiano del turismo non è
una lingua “neutra”: è una lingua fortemente orientata alla valorizzazione del territorio, alla
costruzione di un’immagine positiva e desiderabile dei luoghi, delle tradizioni e delle
esperienze offerte. Nei testi turistici, come guide, brochure o siti web, il lessico è spesso
selezionato per evocare emozioni, suggestioni e atmosfere. Si fa largo uso di aggettivi
valutativi, espressioni enfatiche e riferimenti culturali che contribuiscono a creare un
immaginario condiviso.
Dal punto di vista sintattico, i testi turistici prediligono frasi relativamente brevi e strutture
semplici, che facilitano la lettura e la comprensione, soprattutto quando il destinatario non è
un parlante nativo. È frequente l’uso della seconda persona implicita o esplicita, che
coinvolge direttamente il lettore, e di forme verbali che suggeriscono possibilità, inviti ed
esperienze. Questo tipo di lingua non è meno “corretta” di altre, ma semplicemente
adeguata a uno scopo preciso, che è quello della promozione.
Accanto al turismo, il corso analizza l’italiano dell’economia e del commercio, che presenta
caratteristiche molto diverse. Qui l’obiettivo principale non è evocare emozioni, ma
trasmettere informazioni in modo preciso e non ambiguo. Il lessico è fortemente
specializzato e comprende termini tecnici, spesso di origine straniera, soprattutto anglicismi.
La sintassi tende a essere più complessa rispetto ai testi turistici, con un largo uso di
nominalizzazioni, strutture impersonali e forme passive, che contribuiscono a creare un
effetto di oggettività e distanza.
Nei testi economici, la presenza del soggetto umano è spesso ridotta o eliminata: non si dice
“noi decidiamo”, ma “si decide”, “è stato stabilito”, “l’analisi evidenzia”. Questo stile
contribuisce a costruire un’immagine di neutralità e scientificità, anche quando il testo
veicola scelte e interpretazioni precise. È importante capire che queste scelte linguistiche
non sono casuali, ma rispondono a convenzioni condivise all’interno della comunità
professionale.
Un altro ambito centrale è quello della comunicazione e del marketing digitali, dove l’italiano
mostra una forte tendenza all’ibridazione tra scritto e parlato. Nei testi destinati ai social
media, ai siti web e alle piattaforme digitali, lo scritto assume molte caratteristiche
dell’oralità: frasi brevi, costruzioni semplici, uso frequente della prima e della seconda
persona, presenza di domande retoriche e di elementi che simulano l’interazione diretta con
il lettore. In questi contesti, l’italiano standard viene spesso “ammorbidito” per risultare più
vicino, più accessibile e più coinvolgente.
Il corso sottolinea che questa evoluzione non deve essere interpretata come un
impoverimento della lingua, ma come una adattabilità funzionale. L’italiano cambia forma a
seconda del mezzo e dello scopo comunicativo, mantenendo però la sua capacità di
esprimere significati complessi. Saper riconoscere queste strategie linguistiche è
fondamentale per analizzare correttamente un testo specialistico e per produrne uno
adeguato.
Un aspetto particolarmente interessante affrontato nel corso riguarda il rapporto tra lingua e
identità, soprattutto nei contesti migratori e nei cosiddetti nuovi italiani. L’italiano
contemporaneo non è parlato solo da chi è nato in Italia, ma anche da persone che lo
apprendono come seconda lingua e che lo utilizzano in contesti plurilingui. Questo
fenomeno contribuisce ulteriormente alla variazione linguistica e alla trasformazione dello
standard, introducendo nuovi usi, nuove sfumature e nuove modalità espressive.
In questo quadro complesso, la competenza linguistica non consiste nel conoscere un
insieme fisso di regole, ma nel saper analizzare e interpretare le scelte linguistiche in
relazione al contesto. È proprio questa capacità che il corso mira a sviluppare: non tanto la
memorizzazione di definizioni, quanto la comprensione dei meccanismi che regolano l’uso
dell’italiano nei diversi ambiti della comunicazione contemporanea.
MORFOLOGIA E FORMAZIONE DELLE PAROLE
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Appunti completi esame "Laboratorio lingua e scrittura italiana"
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